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indice generale : http://www.carnesecchi.eu/index.htm
Cecchino Carnesecchi, ricco e bellissimo
Franceschino Carnesecchi, delle Ruote ( con riferimento alla zona da lui abitata )
Un Francesco Carnesecchi bellissimo e ricco che fa una brutta fine
Non riesco a collocarlo genealogicamente
Probabilmente la ragione e' che , se veramente vissuto e se veramente morto in un duello le sue vicende sono diventate parte di una serie di romanzi in cui gli viene assegnata una parte , per cui molto si confonde
TUTTO COMINCIA DA UNA STORIA VERA
TUTTO COMINCIA CON CARLO PANCIATICHI DELLA NOBILE FAMIGLIA PISTOIESE ORMAI TRAPIANTATA IN PARTE A FIRENZE
L'intera vicenda si è sviluppata attraverso tappe precise:
La passione di Cosimo I per la giovanissima EleonoraIntorno al 1565, il Granduca Cosimo I de' Medici, rimasto vedovo della amatissima Eleonora di Toledo e ormai anziano, perse la testa per la bellissima nobildonna fiorentina Eleonora degli Albizi, di quasi quarant'anni più giovane di lui. La relazione divenne subito importante: Cosimo la portò a vivere apertamente a Palazzo Pitti, e dalla loro unione nacquero due figli, tra cui Don Giovanni de' Medici.
Cosimo I che cede il potere effettivo al figlio Francesco
I figli legittimi di Cosimo I (in particolare il futuro granduca Francesco I ) erano preoccupati dal potere che Eleonora esercitava sul padre.
temevano che il padre potesse sposare Eleonora e legittimare Giovanni, mettendo degli intralci nella successione dinastica. dei Medici al trono di Toscana.
Il timore dei figli legittimi determino' la "soluzione" Panciatichi
La vicenda che coinvolse Carlo Panciatichi e Eleonora degli Albizi a Firenze è una delle tante storie tormentate della corte medicea.
Rappresenta il perfetto intreccio tra la spietata ragion di Stato del Rinascimento, le gelosie dinastiche e la totale assenza di diritti per le donne dell'epoca.
Per evitare rischi dinastici Francesco I e i suoi consiglieri idearono un piano per allontanare definitivamente la donna da corte. Scelsero come strumento del loro piano Carlo Panciatichi, un nobile che si trovava in una posizione disperata:
Su Carlo Panciatichi pendeva una condanna a morte per aver preso parte a una trama politica contro il Granduca Cosimo I de' Medici. La pena venne in seguito commutata.
Per risolvere l' imbarazzo dinastico, a Panciatichi fu imposto di sposare Eleonora degli Albizi nel 1568.
A Carlo fu offerto un patto brutale e insindacabile:La grazia sovrana e la revoca della condanna a morte.Una ricchissima dote di 10.000 scudi fornita dai Medici.
In cambio, avrebbe dovuto sposare Eleonora degli Albizi nel 1568, riconoscere i figli nati o nascituri (per coprire le apparenze) e portarla via da Palazzo Pitti.
L'unione forzata fu ovviamente profondamente infelice.
Costretti a sposarsi per motivi opposti – lei per ordine del sovrano che l'aveva abbandonata a causa delle pressioni familiari, lui per salvarsi la vita – la convivenza nella dimora dei Panciatichi fu un inferno con Carlo, che risentito per il ruolo di "marito di comodo" che gli era stato imposto, maltrattava costantemente Eleonora.
In questa storia importante , s'innesta un episodio per quei tempi di sopraffazione marginale Carlo fu arrestato e imprigionato per aver ucciso un uomo in una rissa domestica o legata a vicende private.
Nel 1572, appena quattro anni dopo il matrimonio forzato con Eleonora degli Albizi, Carlo Panciatichi fu protagonista di un gravissimo fatto di sangue. Durante un violento alterco avvenuto per motivi privati, Panciatichi uccise a colpi di spada un servitore (o, secondo altre cronache dell'epoca, un rivale in una disputa legata agli affari di casa).
Nel 1578, a dieci anni dal matrimonio, Carlo decise di liberarsi definitivamente della moglie. Forte del fatto che il vecchio granduca Cosimo I era ormai morto, Panciatichi accusò formalmente Eleonora di adulterio.
Lo scandalo pubblico fu enorme. Nella Firenze puritana e rigida della Controriforma, una macchia del genere significava la morte civile per una donna. Eleonora venne ripudiata dal marito e, per volere delle autorità e della famiglia degli Albizi (che voleva seppellire la vergogna), fu costretta a subire la reclusione forzata a vita nel monastero di Santa Maria di Fuligno a Firenze (in via Faenza), dove rimase per ben 56 anni fino alla sua morte, spegnendosi ultranovantenne nel 1634, ormai dimenticata da una Firenze che era andata avanti.
Questa la storia vera
Ora la fantasia comincia a tirare in ballo Cecchino e ad utilizzarlo come comprimario
Con cio' ( ripeto ) non e' detto che non sia esistito veramente un Cecchino Carnesecchi morto in un duello
non conosco la fonte
Tragedie medicee di Guglielmo Enrico Saltini 1897



infilato tra la cerchia degli amici del Panciatici
UN CARNESECCHI DISSENNATO : un Carnesecchi delle ruote ( abitante di quel gonfalone ) .........forse lo stesso che altrove e' detto NOFFO
Non so distinguere se Francesco e Noffo ( citato pero' in un altrromanzo ) sono una medesima persona


A Firenze e in Toscana, in epoca medievale e rinascimentale, il nome Nese era un'abbreviazione (ipocoristico per aferesi, cioè il taglio della prima parte del nome) utilizzata principalmente per due nomi storici:
Agnese (al femminile): l'uso più comune. Nei testi antichi e nelle poesie comico-realistiche fiorentine (come in quelle di Rustico Filippi) si ritrova frequentemente la formula "monna Nese" come abbreviativo affettuoso o popolare di monna Agnese.
Agnolo / Anese (al maschile): nei documenti d'archivio e nei registri storici (come il celebre Catasto fiorentino del 1427), il nome compare talvolta riferito anche a individui di sesso maschile, derivando dalla contrazione di Anese o Agnolo.
I fiorentini dell'epoca erano soliti accorciare sistematicamente i nomi propri troncando l'inizio o la fine, dando vita a forme brevi e gergali (es. Cecco per Francesco, Bice per Beatrice, Lapo per Jacopo, Meo per Bartolomeo).
A Firenze, il celebre nome Baccio era il tipico abbreviativo fiorentino per Bartolomeo.Esattamente come accadeva per Nese, i fiorentini dell'epoca amavano storpiare e accorciare i nomi creando degli ipocoristici. Nel caso di Bartolomeo, il meccanismo funzionava così:Bartolomeo veniva prima abbreviato in Bartolaccio (con l'aggiunta del suffisso tipicamente toscano -accio, che all'epoca non aveva per forza un valore dispregiativo, ma spesso accattivante o familiare).
Da Bartolaccio veniva poi eliminata la prima parte, lasciando solo la coda: Baccio.In alcuni casi storici più rari, Baccio è stato usato anche come diminutivo di Giacomo (passando attraverso Jacopo ? Jacopaccio ? Baccio), ma l'associazione principale e quasi assoluta resta con Bartolomeo.
A Firenze, il nome Noffo era l'abbreviazione tipica di Onofrio.Il meccanismo di accorciamento applicato dai fiorentini medievali e rinascimentali ricalca la stessa logica di Nese (per aferesi, ovvero il taglio della parte iniziale del nome):Si partiva da Onofrio.
Nello scritto e nel parlato popolare toscano si tendeva a contrarre la parte centrale o iniziale, modificando il nome prima in forme come Nofrio o Nofrilo. Per raddoppiamento espressivo e affettivo della consonante centrale, tipico della parlata fiorentina, la parola si stabilizzava infine in Noffo.
Tracce nella storia di FirenzeAnche se oggi suona insolito, era un nome molto diffuso tra il Duecento e il Quattrocento. Lo si ritrova spesso nelle cronache storiche e nei registri mercantili:Noffo Dei (registrato anche come Onofrio Dei), importantissimo mercante fiorentino attivo tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo.
Noffo Bonaguide (o Noffo d'Oltrarno), un noto poeta fiorentino di fine Duecento.
Noffo Quintavalle, un cittadino fiorentino che nel 1300 finì al centro delle cronache politiche dell'epoca per aver complottato a Roma insieme a Papa Bonifacio VIII contro il governo di Firenze.
Nelle antiche carte e cronache di Firenze e della Toscana, gli accorciamenti e i soprannomi dei nomi propri erano una vera e propria costante. Il meccanismo più usato era l'aferesi (il taglio della prima parte del nome) combinato con l'uso di suffissi affettuosi in -ccio, -cio, -po o -do.
Ecco una rassegna delle abbreviazioni fiorentine più comuni del Medioevo e del Rinascimento, divise per la loro origine:Nomi nati per "taglio" dell'inizio (Aferesi) Cecco / Ceccho: derivato da Francesco (attraverso il diminutivo Franceschino ? Ceschino ? Cecco).Bice: derivato da Beatrice.
L'esempio più celebre è la Bice Portinari cantata da Dante.Lapo: derivato da Jacopo. Molto frequente (es. il poeta Lapo Gianni o l'architetto Lapo Tedesco).Meo: derivato da Bartolomeo (alternativo a Baccio).Neri: derivato da Ranieri o Mainardo.Vanni: derivato da Giovanni (passando per Giovannino ? Vannino ? Vanni).Nanni: un'altra popolarissima variante per Giovanni.
Maso: derivato da Tommaso (come il celebre pittore Maso di Banco).Dino: derivato da nomi che finivano in -aldino o -ardino (es. Dino Compagni, il cui nome intero era Aldobrandino).
Tano: derivato da Gaetano o Cristofano.
Nomi nati con suffissi toscani (-ccio, -ccio, -po)
Puccio: derivato da Jacopo o Filippo (attraverso Jacopuccio o Filippuccio).
Gano: derivato da Galgano o Cristofano.
Duccio: derivato da nomi che finivano in -ardo o -alduccio (es. Leonarduccio ? Duccio, come il pittore Duccio di Buoninsegna).
Guccio: derivato da Ugo o Uguccione (es. Guccio Gucci, antenato della dinastia della moda, o Guccio di Mannaia).
Gaddo: derivato da Gherardo o Gherardino (es. il pittore Gaddo Gaddi).
Ciardo: derivato da Ricciardo o Bernardo.
Nomi femminili abbreviati
Gemma: spesso usato come ipocoristico di Gemmina o nomi legati a pietre preziose, ma diventato poi nome autonomo (come Gemma Donati, moglie di Dante).
Cilla: derivato da Cecilia o Drusilla.Lapa: derivato da Jacopa (il corrispettivo femminile di Lapo).
Piera: derivato da Pietra o Petronilla.
Ghita
il nome Vieri è la celebre e tipica abbreviazione fiorentina di Ulivieri (o Oliverio / Oliviero).Il meccanismo di contrazione linguistica è lo stesso visto per gli altri nomi (aferesi con adattamento fonetico):Si partiva dal nome Ulivieri (molto diffuso in Toscana e legato al ramo d'olivo, simbolo di pace). Nel parlato popolare la prima parte del nome è stata tagliata, lasciando solo la coda: Vieri.
Cecco per Francesco, Bindo per Iacopo o Pippo per Filippo. Segue quindi la regola classica toscana della caduta della prima sillaba
nella Firenze del Duecento e Trecento, Bindo nasceva come diminutivo per aferesi (la caduta della prima parte del nome) di importanti nomi medievali di origine germanica o longobarda che terminavano in -brando o -bandino, tra cui: Aldobrandino Ildebrando Bandino (come il celebre Cardinale Bandino Panciatichi ) Nel corso del tempo, la forma abbreviata divenne così comune da trasformarsi in un nome proprio autonomo, diffusissimo tra la nobiltà e il popolo della Toscana. Da questo uso massiccio è nato anche il diffusissimo cognome toscano Bindi (che significa originariamente "i figli di Bindo").
Nello storpiarsi della lingua, a Firenze e in Toscana è nato anche il modo di dire ironico "Rimandare a San Bindo". Poiché San Bindo non esiste nel calendario, l'espressione significa rimandare qualcosa a una data che non arriverà mai (il giorno di San Bindo si festeggerebbe, per scherzo, "tre giorni dopo il Giudizio Universale").
Alessandro Ademollo da non scambiarsi con Agostinono Ademollo della Marietta dei Ricci
Alessandro Felice Ademollo (Firenze, 20 novembre 1826 – Firenze, 22 giugno 1891
crittore, studioso di storia, con particolare interesse per la storia del teatro, fece i suoi primi studi nelle Scuole Pie di Firenze ed iniziò la sua attività letteraria collaborando a periodici toscani del periodo preunitario quali «Il Commercio» (1847-1848) e «Il Popolano» (1848). Nel 1848 fondò con Leopoldo Redi, Paolo e Carlo Lorenzini, Pilade Tosi e altri, «Il Lampione», che divenne ben presto molto popolare.
Dopo la restaurazione lorenese, nel 1853, l'Ademollo si dedicò alla critica drammatica; collaborò all'«Arte» ed allo «Scaramuccia» di Firenze, al «Fanfulla della Domenica» e alla «Nuova Antologia» di Roma, alla «Scena» di Lucca, alla «Revue Franco-italienne», all'«Europe Artiste» e al «Messager» di Parigi.
Nel 1860 fu nominato a Torino consigliere della Corte dei Conti, ma continuò a dedicarsi agli studi storici e alle ricerche d'archivio, volte a mettere in luce aspetti poco noti della società italiana, e particolarmente la storia dei secoli XVII-XVIII in Roma. Frutto di questi studi, fondati su un'attenta lettura delle fonti documentarie, sono i numerosissime saggi e opuscoli che egli pubblicò tra il 1875 e il 1886. Pubblicò inoltre numerosi altri saggi relativi alla storia del teatro in Roma e in Firenze.
Le opere “Eleonora degli Albizi: storia del secolo XVI”, ed anche " Sforza Almeni" ( un cortigiano che sembra sia stato ucciso da Cosimo I per aver rivelato le sue tresche amorose ) sono riassunte nella rivista Nuova Antologia di Guido Biagi
Eleonora degli Albizi fu una donna che ebbe un ruolo importante nella vita del Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici. Nata a Firenze nel 1543, apparteneva a una famiglia nobile e influente, gli Albizi, che erano stati rivali dei Medici nel secolo precedente. Eleonora era figlia di Luigi degli Albizi e di Nannina Soderini, e aveva una bellezza e una grazia che colpirono il Granduca, che la prese come amante nel 1565.
Cosimo era rimasto vedovo da due anni, dopo la morte della sua seconda moglie Camilla Martelli, e cercava una nuova compagna. Eleonora gli diede due figli illegittimi: una bambina, nata nel 1566 e morta poco dopo, e un maschio, Giovanni, nato nel 1567. Giovanni de’ Medici fu un personaggio avventuroso e famoso, che si distinse come condottiero e come mecenate delle arti.
Nel 1612 i Medici, attraverso Don Giovanni de' Medici (1567-1621) figlio naturale del Granduca Cosimo I e Leonora degli Albizi, ebbero al loro servizio una compagnia dell'Arte, la Compagnia dei Confidenti,
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