NUOVA CRONICA di Giovanni Villani

 

tomo primo

 

LIBRO PRIMO

<I>Questo libro si chiama la Nuova cronica, nel quale si tratta di più cose passate, e spezialmente dell'origine e cominciamento della città di Firenze, poi di tutte le mutazioni ch'ha avute e avrà per gli tempi: cominciato a compilare nelli anni della incarnazione di Iesù Cristo MCCC.</I>

<B>I</B>

 

<I>Comincia il prolago, e il primo libro.</I>

Con ciò sia cosa che per gli nostri antichi Fiorentini poche e nonn-ordinate memorie si truovino di fatti passati della nostra città di Firenze, o per difetto della loro negligenzia, o per cagione che al tempo che Totile <I>Flagellum Dei</I> la distrusse si perdessono scritture, io Giovanni cittadino di Firenze, considerando la nobiltà e grandezza della nostra città a' nostri presenti tempi, mi pare che si convegna di raccontare e fare memoria dell'origine e cominciamento di così famosa città, e delle mutazioni averse e filici, e fatti passati di quella; non perch'io mi senta sofficiente a tanta opera fare, ma per dare materia a' nostri successori di nonn-essere negligenti di fare memorie delle notevoli cose che averranno per gli tempi apresso noi, e per dare esemplo a quegli che saranno delle mutazioni e delle cose passate, e le cagioni, e perché; acciò ch'eglino si esercitino adoperando le virtudi e schifino i vizii, e l'aversitadi sostegnano con forte animo a bene e stato della nostra repubblica. E però io fedelmente narrerò per questo libro in piano volgare, a ciò che li laici siccome gli aletterati ne possano ritrarre frutto e diletto; e se in nulla parte ci avesse difetto, lascio alla correzzione de' più savi. E prima diremo onde fu il cominciamento della detta nostra città, conseguendo per gli tempi infino che Dio ne concederà di grazia; e non sanza grande fatica mi travaglierò di ritrarre e ritrovare di più antichi e diversi libri, e croniche e autori, le geste e' fatti de' Fiorentini compilando in questo; e prima l'orrigine dell'antica città di Fiesole, per la cui distruzione fu la cagione e 'l cominciamento della nostra città di Firenze. E perché l'esordio nostro si cominci molto di lungi, in raccontando in brieve altre antiche storie, al nostro trattato ne pare di nicessità; e fia dilettevole e utile e conforto a' nostri cittadini che sono e che saranno, in essere virtudiosi e di grande operazione, considerando come sono discesi di nobile progenie e di virtudiose genti, come furono gli antichi buoni Troiani, e' valenti e nobili Romani. E acciò che·ll'opera nostra sia più laudebile e buona richeggio l'aiuto del nostro Signore Iesù Cristo, per lo nome del quale ogni opera ha buono cominciamento, mezzo, e fine.

<B>II </B>

 

<I>Come per la confusione della torre di Babello si cominciò ad abitare il mondo.</I>

Noi troviamo per le storie della Bibbia e per quelle degli Asseriani che Nembrotto il gigante fu il primo re, overo rettore e ragunatore di congregazione di genti; ch'egli per la sua forza e séguito signoreggiò tutte le schiatte de' figliuoli di Noè, le quali furono LXXII; ciò furono XXVII quelle che uscirono di Sem il primo figliuolo di Noè, e XXX quelle di Cam il secondo figliuolo di Noè, e XV quelle di Giaffet il terzo figliuolo di Noè. Questo Nembrot fu figliuolo di Cus che fu figliuolo di Can il secondo figliuolo di Noè. E per lo suo orgoglio e forza si credette contrastare a·dDio, dicendo che Idio era signore del cielo, e egli della terra. E acciò che Dio non gli potesse più nuocere per diluvio d'acqua, come avea fatto alla prima etade, sì ordinò di fare la maravigliosa opera della torre di Babel. Onde Iddio, per confondere il detto orgoglio, subitamente mandò confusione in tutti viventi, e che operavano la detta torre fare; e dove tutti parlavano una lingua, ciò era l'ebrea, si variaro in LXXII diversi linguaggi, che l'uno non intendea l'altro. E per cagione di ciò rimase per necessità il lavoro della detta torre, la quale era sì grande che girava LXXX miglia, e era già alta IIIIm passi, e grossa M passi, che ogni passo è braccia III delle nostre. E poi quella torre rimase per le mura della grande città di Babbillonia, la quale è in Caldea, e tanto è a·ddire Babbillonia quanto confusione. E in quella per lo detto Nembrot e per gli suoi furono prima adorati gl'idoli di falsi Idii. E fu cominciata la detta torre, overo mura di Babillonia, VIIc anni apresso che fu il Diluvio, e MMCCCLIIII anni dal cominciamento del secolo infino alla confusione della torre di Babello. E troviamo che si penò a·ffare anni CVII: e le genti viveano in que' tempi lungamente. E nota che in lunga vita, avendo più mogli, aveano molti figliuoli e discendenti, e multiplicaro in molto popolo, tutto fosse disordinato e sanza legge. Della detta città di Babillonia fu prima re che cominciasse battaglie Nino figliuolo Beli, disceso d'Ansur figliuolo di Sem, il quale Nino fece la grande città di Ninive. E poi dopo lui regnò Semiramis sua moglie in Babillonia, che fu la più crudele e dissoluta femmina del mondo, e questa fu al tempo da Abraam.

<B>III</B>

 

<I>Come si dipartì il mondo in tre parti, e della prima detta Asia.</I>

Per cagione della detta confusione convenne di nicessità che' tribi e le schiatte de' viventi ch'allora erano si dipartissero e abitassono diversi paesi. E la prima generale partigione fu che in tre patti si divise il mondo, per le schiatte de' primi tre figliuoli di Noè. La prima e maggiore parte si chiamò Asia, la quale contiene quasi la metade e più di tutta la terra abitata, cioè tutta la parte da levante, cominciando dal mare Occiano e Paradiso terrestro, partendosi dalla parte di settentrione dal fiume di Tanai in Soldania che mette foce in sul mare Maggiore, detto per la Scrittura Pontico; e da la parte di mezzodì si parte e confina al diserto che parte Soria da Egitto, e per lo fiume del Nilo che fa foce a Dammiata in Egitto, e mette capo nel nostro mare. Questa parte d'Asia contiene più province in sé, Camia, e India, e Caldea, e Persia, e Asiria, Mesopotania, Media, Erminia, Giorgia, e Turchia, e Soria, e molte altre province. E questa parte abitaro i discendenti di Sem, il primo figliuolo di Noè.

<B>IV</B>

 

<I>De la seconda parte del mondo detta Africa, e de' suoi confini.</I>

La seconda parte si chiamò Africa, la quale da levante comincia i suoi confini dal sopradetto fiume del Nilo, dal mezzogiorno infino nel ponente a lo stretto di Sibilia e di Setta, cinta e circondata dal mare Uziano, che si chiama il mare di Libia; e dal settantrione confina col nostro mare detto Mittaterreno. Questa parte ha in sé Egitto, Numidia, Moriena, e Barberia, e 'l Garbo, e 'l reame di Setta, e più altre salvatiche province e diserti. Questa parte fu popolata per gli discendenti di Cam il secondo figliuolo di Noè.

<B>V</B>

 

<I>Della terza parte del mondo detta Europia, e de' suoi confini.</I>

La terza parte del mondo si chiama Europia, la quale comincia i suoi confini da levante dal fiume detto Tanai, il qual è in Soldania, overo in Cumania, e mette nel mare de la Tana nominato dal detto fiume, e quel mare si chiama Maggiore; in sul qual mare e parte d'Europia si è parte di Cumania, Rossia, e Bracchia, e Bolgaria, e Alania, stendendosi sopra quel mare infino in Costantinopoli; e poi verso il mezzogiorno Saloniche, e l'isole d'Arcipelago nel nostro mare di Grecia, e tutta Grecia comprende infino in Accaia ov'è la Morea; e poi si torce verso settantrione il mare detto seno Adriatico, chiamato oggi golfo di Vinegia, sopra il quale è parte di Romania verso Durazzo, e la Schiavonia, e alcuno capo d'Ungaria, e stendesi infino ad Istria, e Frioli, e poi torna alla Marca di Trevigi, e a la città di Vinegia; e poi verso il mezzogiorno, agirando il paese d'Italia, Romagna, Ravenna, e la Marca d'Ancona, e Abruzzi, e Puglia, e vanne infino in Calavra a lo 'ncontro a Messina, e l'isola di Cicilia; e poi tornando verso ponente per la riva del nostro mare a Napoli e Gaeta infino a Roma; e poi la Maremma e 'l paese nostro di Toscana infino a Pisa e Genova, lasciandosi allo 'ncontro l'isola di Corsica e di Sardigna, conseguendo la Proenza, apresso la Catalogna, e Araona, e l'isola di Maiolica, e Granata, e parte di Spagna infino allo stretto di Sibilia ove s'afronta con Africa in piccolo spazio di mare; e poi volge a mano diritta in su la riva di fuori del grande mare Uziano, circundando la Spagna, Castello, Portogallo e Galizia verso tramontana, e Navarra, e Brettagna, e Normandia, lasciandosi allo 'ncontro l'isole d'Irlanda; e poi conseguendo, Piccardia, e Fiandra, ed e·reame di Francia, lasciandosi allo 'ncontro verso tramontana, in piccolo spazio di partimento di mare, l'isola d'Inghilterra, che la grande Brettagna fu anticamente chiamata, e l'isola di Scozia con essa. E poi di Fiandra conseguendo verso levante e tramontana, Isilanda, e Olanda, e Frisinlanda, Danesmarche, Norvea, e Pollana, conchiudendo in sé tutta Alamagna, e Boemia, e Ungaria, e Sassogna; e poi è Gozia e Svezia, tornando in Rossia e Cumania al sopradetto confine ove cominciammo del fiume di Tanai. Questa terza parte così confinata ha in sé molte altre province infra terra che non sono nominate in questo, e è del tanto la più popolata parte del mondo, però che tiene al freddo, e è più temperata. Questa Europia prima fu abitata da' discendenti di Giafet il terzo figliuolo di Noè, come faremo menzione apresso nel nostro trattato; e eziandio secondo che racconta Escodio maestro di storie, Noè in persona con Iano suo figliuolo, il quale ebbe poi che fu il Diluvio, ne vennero in questa parte d'Europia nelle parti d'Italia, e là finì sua vita. E Iano vi rimase, e di lui uscirono grandi signori e popoli, e fece molte cose in Italia.

<B>VI</B>

 

<I>Come il re Attalante, nato di quinto grado di Giaffet figliuolo di Noè, prima venne in Europia.</I>

Intra gli altri principali, e che prima arrivasse in questo nostro paese d'Italia, partendosi dalla confusione della torre Babel, fu Attalante, overo Attalo, il quale fu figliuolo di Tagran, o Targoman, che fu figliuolo di Tirras, il quale fu figliuolo di Gomer che fu figliuolo primo di Giaffet. Altri dottori iscrissono che questo Attalo fu de' discendenti di Can, il secondo figliuolo di Noè, in questo modo: che Can ingenerò Cus, e Cus ingenerò Nembrot il gigante, onde è fatta menzione; Nembrot ingenerò Cres, che fu il primo re e abitatore dell'isola di Creti, che per suo nome così fu nominata; Cres ingenerò Cielo, e Cielo ingenerò Saturno, e Saturno generò Iove e Attalo. Di questa nazione furono i re di Grecia, e di Latini, ma non però il detto Attalante, overo Attalo; anzi troviamo che di Saturno nacque Iove, come dice dinanzi, e Tantalo: e quello Iove re di Creti cacciò Saturno suo padre del regno, e venne bene Saturno in Italia, e fece la città di Sutri, detta Saturna, e di lui discesono poi i re di Latini, come innanzi farà menzione. Ma il detto Tantalo fu re in Grecia, e troviamo ch'ebbe grande guerra con Troio re di Troia, e uccise Ganimedes figliuolo di Troio. Ma l'errore dello scrittore fu di Tantalo ad Attalo; ma la vera progenie fu da Attalo, detto Attalante, come dicemmo dinanzi.

<B>VII</B>

 

<I>Come il re Attalante prima edificò la città di Fiesole.</I>

Questo Attalante ebbe una moglie ch'ebbe nome Eletra. Questa Eletra moglie d'Attalo fu figliuola d'uno altro Attalante re, il quale fu de' discendenti di Can, secondo figliuolo di Noè. Quello Attalante abitò in Africa giù nel ponente, quasi di contro a la Spagna; e per lui nominiamo prima il grande monte ch'è là Monte Attalante, che si dice ch'è sì alto che quasi pare tocchi il cielo, onde i poeti in loro versi feciono favole che quello Attalante sostenea il cielo; e ciò fu che fu grande astrolago. E sue VII figliuole si convertiro nelle VII stelle del Tauro, che volgarmente chiamiamo Galulle. L'una di quelle VII sue figliuole fu la sopradetta Eletra moglie d'Attalante re di Fiesole, il quale Attalante con Eletra sua moglie, con molti che 'l seguiro, per agurio e consiglio d'Appollino suo astrolago e maestro, arivò in Italia nel paese di Toscana, il quale era tutto disabitato di gente umana. E cercando per astronomia tutti i confini d'Europia, per lo più sano e meglio asituato luogo che eleggere si potesse per lui, sì si puose in sul monte di Fiesole, il quale gli parve forte per sito e bene posto. E in su quello poggio cominciò e edeficò la città di Fiesole, per consiglio del detto Appollino, il quale trovò per arte di stronomia che Fiesole era nel migliore luogo e più sano che fosse nella detta terza parte del mondo detta Europia; imperò ch'egli è quasi nel mezzo intra' due mari che acerchiano Italia, cioè il mare di Roma e di Pisa che·lla Scrittura chiama Mittaterrena, il mare overo seno Adriatico, che oggi s'appella il golfo di Vinegia. E per cagione de' detti mari e per le montagne che vi sono intorno vi regnano i migliori venti e più sani e purificati che in altra parte, e ancora per le stelle che signoreggiano sopra quello luogo. E la detta città fu fondata sotto ascendente di tale segno e pianeta che dà allegrezza e fortezza a tutti gli abitanti più che in altra parte d'Europia; e come più si sale alla sommità del monte, tanto è più sano e migliore. E nella detta cittade ebbe uno bagno, il quale era chiamato bagno reale, che sanava molte infermitadi; e nella detta cittade venia per maraviglioso condotto delle montagne di sopra a Fiesole acque di fontane finissime e sane, onde la città avea grande abondanza. E fece Attalante murare la detta città di fortissime mura, e di maravigliose pietre e grossezza, e con grandi e forti torri, e una rocca in sulla sommità del monte di grandissima bellezza e fortezza, ove abitava il detto re, sì come ancora si mostra e può vedere per le fondamenta delle dette mura, e per lo sito forte e sano. La detta città di Fiesole multiplicò e crebbe d'abitanti in poco tempo, sicché tutto il paese e molto di lungi a sé signoreggiava. E nota ch'ella fu la prima città edificata nella detta terza parte del mondo chiamata Europia, e però fu nominata <I>Fia sola</I>, cioè prima, sanza altra città abitata nella detta parte.

<B>VIII</B>

 

<I>Come Attalante ebbe tre figliuoli, Italo, e Dardano, e Siccano.</I>

Attalante re di Fiesole, poi ch'ebbe fatta la detta città, ebbe di Eletra sua moglie tre figliuoli; il primo ebbe nome Italo, e per lo suo nome fu i·regno d'Italia nominato, e ne fu signore e re; il secondo figliuolo ebbe nome Dardano, il quale fu il primo cavaliere che cavalcasse cavallo con sella e freno. Alcuni scrissono che Dardano fu figliuolo di Iove re di Creti e figliuolo di Saturno, come adietro è fatta menzione; ma non fu vero, però che Iove rimase in Grecia, e' suoi discendenti ne furo re e signori, e sempre nemici de' Troiani; ma Dardano venne d'Italia, e fu figliuolo d'Attalo, come la storia farà menzione. E Vergilio poeta il conferma nel suo libro dell'Eneidos, quando li Dei dissero ad Enea che cercasse il paese d'Italia, là ond'erano venuti i suoi anticessori ch'aveano edificata Troia, e così fu vero. Il terzo figliuolo d'Attalo ebbe nome Siccano, quasi in nostro volgare sezzaio, il quale ebbe una bellissima figliuola nomata Candanzia. Questo Siccano n'andò nell'isola di Cicilia, e funne il primo abitatore, e per lo suo nome fu prima l'isola chiamata Siccania, e per la varietà di volgari delli abitanti è oggi da·lloro chiamata Sicilia e da noi Italiani Cicilia. Questo Siccano edificò in Cicilia la città di Saragosa, e fecela capo del reame ond'elli fu re e' suoi discendenti apresso per grandissimo tempo, come fanno menzione le storie di Ciciliani, e Virgilio nell'Eneida.

<B>IX</B>

 

<I>Come Italo e Dardano vennero a concordia a cui dovesse rimanere la città di Fiesole e il regno d'Italia.</I>

Morto il re Attalante nella città di Fiesole, rimasero apresso di lui signori Italo e Dardano suoi figliuoli; e essendo ciascuno di loro signori di grande coraggio, e che ciascuno per sé era degno di signoreggiare il regno d'Italia, sì vennero tra·lloro in questa concordia, che dovessero andare con loro sacrificii a sacrificare il loro Idio alto Marti, il quale adoravano. E fatti i sacrificii, il domandarono quale di loro dovesse rimanere signore in Fiesole, e quale di loro dovesse andare a conquistare altri paesi e reami. Dal quale idolo ebbono risposto, o per commessione divina o per artificio diabolico, che Dardano dovesse andare a conquistare altre terre e paesi, e Italo dovesse rimanere in Fiesole e nel paese d'Italia. Al quale comandamento e risponso così aseguiro, che Italo rimase nella signoria; e di lui nacquero grandi signori che apresso di lui signoreggiaro non solamente la città di Fiesole e la provincia intorno, ma quasi tutta Italia, e molte città v'edificaro; e la detta città di Fiesole montò in grande potenzia e signoria, infino che·lla grande città di Roma nonn-ebbe stato e signoria. E con tutta la grande potenzia di Roma, sempre le fu la città di Fiesole nemica e ribella, infino che per gli Romani non fu disfatta, come innanzi farà menzione la vera storia. Lasceremo di più dire al presente di Fiesolani, ch'a luogo e tempo torneremo alla storia, e seguiremo come Dardano si partì di Fiesole, e fu il primo edificatore della grande città di Troia, e l'origine de' re di Troiani, ed eziandio di Romani.

<B>X</B>

 

<I>Come Dardano arrivò in Frisia, e edificò la città di Dardania, che poi fu la grande Troia.</I>

Dardano, com'ebbe comandamento dal risponso del loro Idio, si partì di Fiesole con Appollino maestro e astrolago del suo padre, e con Candanzia sua nipote, e con grande séguito di sua gente, e arrivò nelle parti d'Asia nella provincia che si chiamava Frigia, per lo nome di Friga di discendenti di Giaffet che prima ne fu abitatore; la quale provincia di Frigia si è di là da la Grecia, passate l'isole d'Arcipelago, in terra ferma, che oggi si signoreggia per li Turchi e si dice Turchia. In quello paese il detto Dardano per consiglio e arte del detto Apollino cominciò ad edificare, e fece una città in sulla riva del detto mare di Grecia, a la quale per lo suo nome puose nome Dardania, e ciò fu IIImCC anni dal cominciamento del secolo. E così fu Dardania chiamata mentre Dardano vivette, e eziandio i figliuoli.

<B>XI</B>

 

<I>Come Dardano ebbe uno figliuolo ch'ebbe nome Tritamo che fu padre di Troio, per lo quale la città di Troia fu così chiamata.</I>

Il quale Dardano ebbe uno figliuolo ch'ebbe nome Tritamo: di Tritamo nacque Troio e Toraio; ma Troio fu il più savio e valoroso, e per la sua bontà fu signore e re de la detta città e del paese d'intorno, e con Tantalo re di Grecia, figliuolo che fu di Saturno re di Creti, onde facemmo menzione, ebbe grande guerra. E poi dopo la morte del detto Troio, per la bontà e senno e valentia che in lui era regnata, sì piacque al figliuolo e agli uomeni della sua città che per lo suo nome sempre la detta città fosse chiamata Troia; e a la principale e maestra porta de la città, per la memoria di Dardano, rimanesse il nome che avea prima la città, cioè Dardania.

<B>XII</B>

 

<I>De li re che furono in Troia; e come Troia fu la prima volta distrutta al tempo del re Laumedon.</I>

Del sopradetto Troio, poi che fu morto, rimasono tre figliuoli; il primo ebbe nome Elion, il secondo Ansaraco, il terzo Ganimedes. Il detto Elion edificò in Troia la mastra fortezza e castello reale di magnifica opera, e per lo suo nome Elion fu chiamato. Del detto Elion nacque il re Laumedon, e Titonun che fu padre di Menone, overo Menelao, al cui tempo fu distrutta Troia la prima volta per lo possente Ercore, il quale fu figliuolo della reina Armene figliuola del re Laudan di Creti, e co·llui Iason figliuolo Anson e nepote del re Pelleus di Polopense, e lo re Talamone di Salamine. E ciò fu per cagione del detto re Laumedon, ch'aveva vietato il porto di Troia al detto Ercore e Iason, e fatta loro onta e villania, e volutoli prendere e uccidere, quando Iason andava a l'isola di Colco ov'era il montone col vello dell'oro, come raccontano i poeti; imperò che 'l detto Laumedon si tenea per nemico di Greci, per cagione che 'l re Tantalo avea morto Ganimedes suo zio e figliuolo di Troio, come innanzi faremo menzione. E per la detta antica guerra, allora rinnovellata, fu la prima distruzione di Troia. E per loro fu morto il detto re Laumedon e molta di sua gente, e distrussono e arsono la detta città di Troia. E 'l detto re Talamone, che al detto conquisto fu molto valoroso, rubò e prese Ansiona figliuola del detto re Laumedon, e menollasene in Grecia, e tennela per sua femmina, overo amica.

<B>XIII</B>

 

<I>Come il buono re Priamo reedificò la città di Troia.</I>

Apresso la detta prima distruzione di Troia Priamo figliuolo del re Laumedon, il quale essendo giovane non era allora in Troia, tornò poi con aiuto d'amici, e rifece fare e ristorare di nuovo la detta città di Troia di maggiore sito, e grandezza, e fortezza che nonn-era stata dinanzi, e tutta la gente del paese d'intorno vi ricolse e fece abitare, sì che in piccolo tempo multiplicò e crebbe, e divenne delle maggiori e più possenti città del mondo; ché, secondo raccontano le storie, ella girava LXX de le nostre miglia con popolo innumerabile. Questo re Priamo ebbe della sua moglie Eccuba più figliuoli e figliuole: il primo ebbe nome Ettor, il quale fu valentissimo duca, e signore di grande prodezza e senno; l'altro ebbe nome Paris, e l'altro Deifebo, e Elenus, e 'l buono Troiolus; e IIII figliuole, Creusa moglie che fu d'Enea, e Cassandra, e Polisena, e Elionas, e più altri figliuoli di più altre donne, onde la storia di Troia di loro fa menzione, i quali tutti furono maravigliosi in prodezza d'arme. E apresso buon tempo, essendo la detta città in grande e possente stato, e il re Priamo e' figliuoli in grande signoria, Paris e Troiolus suoi figliuoli, e Eneas suo nipote, e Pollidamas co·lloro compagnia, armarono XX navi, e con quelle navicando, arrivaro in Grecia per vendicare la morte e l'onta de·re Laumedon loro avolo, e la distruzione di Troia, e ruberia di Siona loro zia; e arrivaro ne·regno del re Menelao fratello del re Talamone ch'avea presa Siona, il quale Menelao avea per moglie Elena, la più bella donna che allora fosse al mondo, la quale era ita a una festa di sacrificii in su una loro isola; e veggendola Paris, incontanente innamorò di lei, e presela per forza, e uccisono e rubaro tutti quegli ch'erano a la detta festa e in su quella isola, e tornarsi a Troia. E per molti si dice che la detta reina Elena fu rubata in su l'isola che oggi è chiamata Ischia, e la terra del re Menelao era Baia e Pozzuolo, e 'l paese d'intorno ove è oggi Napoli e Terra detta di Lavoro, che in quegli tempi era abitata da' Greci e detta la Grande Grecia. Ma per quello che troviamo per le vere storie, quella isola ove fu presa Elena fu Citerea, che oggi si chiama il Citri, la quale è in Romania incontro a Malvagia nel paese d'Accaia detto oggi la Morea; e la detta Elena fu serocchia di Castor e di Polluce onde i poeti fanno versi.

<B>XIV</B>

 

<I>Come Troia fu distrutta per gli Greci.</I>

Per la detta ruberia di Elena il re Menelao co·re Talamone e col re Agamenone suo fratello, ch'allora era re di Cicilia, con più altri re e signori di Grecia e di più altri paesi, fecero lega e congiura di distruggere Troia, e raunarono M navi con grandissima moltitudine di genti d'arme a cavallo e a piè, e con esse arrivaro e puosono assedio a la grande città di Troia. Al quale assedio stettero per tempo di X anni, VI mesi, e XV dì; e dopo molte aspre e diverse battaglie, e uccisione e tagliamento di gente dall'una parte e dall'altra, e 'l buono Ettor con più de' figliuoli del re Priamo furono morti in battaglia. La detta città di Troia per tradimento fu presa da' Greci, e di notte v'entraro e rubarla, e misero a fuoco e fiamma, e il detto re Priamo uccisero, e quasi tutta sua famiglia, e di cittadini in grande quantità, sì che pochi ne scamparo. De la quale distruzione Omero poeta, e Virgilio, e Ovidio, e Dario, e più altri savi (chi gli vorrà cercare) ne fecero compiutamente menzione in versi e in prosa; e ciò fu anni CCCCXXX anzi che si cominciasse Roma, e IIIImCCLXV anni dal cominciamento del mondo, e nel tempo che Abdon era iudice del popolo Israel. Di questa distruzione di Troia seguì quasi a tutto il mondo grandi mutazioni, e molti principi di reami usciro delli scampati Troiani, siccome innanzi faremo menzione.

<B>XV</B>

 

<I>Come i Greci che·ssi partirono dall'asedio di Troia quasi tutti arrivarono male.</I>

Distrutta Troia, i Greci che si partiro dall'asedio, la maggiore parte, arrivaro male, chi per fortuna di mare, e chi per discordie e guerre tra·lloro. Lasceremo ora di ciò, e diremo di Troiani che scamparo di Troia come arrivaro, acciò che seguiamo nostra storia, mostrando l'origine di cominciamenti di Romani e poi di noi Fiorentini, come dinanzi promettemmo di narrare.

<B>XVI</B>

 

<I>Come Elenus figliuolo del re Priamo co' figliuoli d'Ettor si partì di Troia.</I>

Intra gli altri che scamparo e si partiro di Troia fu Elenus figliuolo del re Priamo, che non era uomo d'arme, e con Eccuba sua madre, e Cassandra sua serocchia, e con Andromaca moglie che fu di Ettor, e con due figliuoli d'Ettor piccoli garzoni, e con più genti che gli seguiro, arrivaro in Grecia nel paese di Macedonia, e quivi ricevuti da' Greci popolaro il paese e fecero città; che Pirro figliuolo d'Acchille signore del paese prese per moglie Andromaca, moglie che fu d'Ettor di Troia, e di loro usciro poi grandi re e signori.

<B>XVII</B>

 

<I>Come Antinoro e Priamo il giovane partiti di Troia, edificaro la città di Vinegia, e quella di Padova.</I>

Un'altra gente si partì de la detta distruzione: ciò fu Antinoro che fu uno de' maggiori signori di Troia e fu fratello di Priamo e figliuolo del re Laumedon, il quale fu incolpato molto del tradimento di Troia, e Eneas il sentì, secondo che scrive Dario; ma Virgilio al tutto di ciò lo scolpa. Questo Antinoro con Priamo il giovane, figliuolo del re Priamo, ch'era piccolo fanciullo, e scampò della distruzione di Troia con grande séguito di genti, in numero di XIIm, e grande navilio per mare navicando, arrivaro nelle contrade ov'è oggi Vinegia grande città, e in quelle isolette d'intorno si puosero, acciò che fossero franchi e fuori d'ogni altra iurisdizione e signoria d'altra gente, e di quegli scogli furo gli primi abitatori; onde, crescendo poi, si fece la grande città di Vinegia, che prima ebbe nome Antinora per lo detto Antinoro. E poi il detto Antinoro si partì di là e venne ad abitare in terra ferma ove è oggi Padova la grande città, e elli ne fu il primo abitatore e edificatore; e Padova le puose nome perch'era infra paduli, e per lo fiume del Po che vi corre assai presso, che si chiamava Pado. Il detto Antinoro morì e rimase in Padova, e infino al presente nostro tempo si ritrovò il corpo e la sepoltura sua con lettere intagliate, che faceano testimonianza com'era il corpo d'Antinoro; e da' Padovani fu rinnovata sua sepultura, e ancora oggi si vede in Padova.

<B>XVIII</B>

 

<I>Come Priamo il terzo fu re in Alamagna e' suoi discendenti re di Francia.</I>

Priamo il terzo, figliuolo di quello Priamo che con Antinoro avea edificata Vinegia, si partì con grande gente del detto luogo e andonne in Pannonia, cioè Ungheria, e nel paese detto Siccabar; e così la nominaro e popolaro di loro gente, e per la prodezza e virtù del detto Priamo ne fu re e signore. Questa gente erano chiamati Galli, overo Gallici, perch'erano biondi; e stettono nel detto luogo lungo tempo, infino a la signoria di Romani, quando signoreggiavano la Germania, cioè Alamagna, infino al tempo che regnava Valentiniano imperadore intorno gli anni di Cristo CCCLXVII. Allora il detto imperadore per cagione che' detti Galli li ataro conquistare una gente che aveano nome Alani, i quali s'erano rubellati dallo 'mperio di Roma, e per la loro forza li sottomisero a lo 'mperio, il detto imperadore li fece franchi X anni del tributo che doveano dare a' Romani, e d'allora innanzi furono chiamati Franchi, onde poi derivò il nome de' Franceschi. E a quello tempo era loro signore uno ch'avea nome Priamo, disceso per lignaggio del primo Priamo che venne in Siccambra. E morto Valentiniano imperadore, e compiuti i detti X anni, i detti chiamati Franchi rifiutaro di dare il tributo allo 'mperio, e per loro fierezza si rubellaro da' Romani, e feciono loro signore Marcomene figliuolo del detto Priamo, e uscirono del loro paese Siccambra, e entrarono in Alamagna, e in quella conquistaro città e castella assai tra 'l fiume Danubio e quello del Reno, le quali erano alla signoria di Romani; e d'allora innanzi gli Romani non v'ebbono libera signoria. E 'l detto Marcomene regnò nella Magna XXX anni, ma ancora erano pagani. Apresso lui fu re di Franchi Ferramonte suo figliuolo, il quale per forza d'arme entrò nel reame che oggi si chiama Francia, e tolselo a' Romani. E per lo loro nome in latino fu chiamata Gallia, e in comune volgare Francia, e gli uomini Franceschi, derivato dal sopradetto nome di Franchi; e ciò fu nelli anni di Cristo intorno CCCCXVIIII.

<B>XIX</B>

 

<I>Come Ferramonte fu il primo re di Francia, e' suoi discendenti apresso.</I>

Ferramonte primo re di Francia regnò XL anni. Apresso lui regnò Clodius, overo Clodoveo il Capelluto, suo figliuolo XVIII anni, e prese la città di Cambragio e 'l paese d'intorno che teneano li Romani, e cacciolli infino al fiume di Somma in Francia. Apresso lui regnò Meroveo suo figliuolo X anni, e molto avanzò il suo reame. Apresso lui regnò Elderigo suo figliuolo XXVI anni; ma per lo suo male reggimento, usando sua vita in lussuria, fu cacciato da' baroni, e toltali la signoria, e fuggissi nel Reno al re Bazin, e là dimorò in esilio VIII anni; poi fu rappellato da' Franceschi. E ebbe uno figliuolo chiamato Clovis, il quale presso lui regnò XXX anni, e fu uomo di grande valore, che conquistò Alamagna, e Cologna e poi in Francia Orliens e Sassona, e tutte le terre che teneano i Romani. E fu il maggiore e il più possente de' suoi anticessori, e fu il primo re di Francia che fosse cristiano per conforto della sua moglie chiamata Croceia, la quale era cristiana. E essendo il detto Clovis asembiato ad una battaglia contra a li Alamanni, si botò a Cristo, s'egli avesse vittoria per lo suo nome, si farebbe egli e sua gente Cristiano; e per virtù di Cristo così avenne, onde si battezzò per mano di santo Remigio arcivescovo di Rens; e nel battesimo dimenticando la clesima, venne visibilemente da cielo una colomba che in becco l'adusse al beato Remigio; e ciò fu gli anni di Cristo Vc. Apresso il detto Clovis detto Clodoves regnò Lottieri suo figliuolo V anni, e apresso Lottieri regnò Chelperiche suo figliuolo XXIII anni. Questi fu fatto uccidere da la moglie chiamata Fredegonda crudelissima; rimase di lui uno piccolo figliuolo di IIII mesi, il quale ebbe nome Lottieri, e regnò XLII anni. Apresso di lui regnò Godoberto suo figliuolo XIIII anni. Questi fece fare la chiesa di Santo Dionigi in Francia. Apresso lui regnò Clovis suo figliuolo XVII anni. Questi fu di mala vita, e molto abassò il reame; ebbe III figliuoli, Lottieri, Tederigo, e Elderigo. Apresso Clovis regnò Lottieri suo primo figliuolo III anni. Poi fu re Tederigo suo fratello I anno, e fu disposto del reame da' suoi baroni per sua misera vita, e rendési monaco a San Donnisi; e feciono re Elderigo terzo fratello, il quale regnò anni XII. E morto Elderigo, fu tratto della badia di San Donnigi Tederigo monaco, e rifatto re, e regnò poi XII anni, con tutto che poco si sapesse intramettere del reame; anzi il governava uno grande barone di Francia suo balio ch'avea nome Ertaire. Ma il primo Pipino, il quale era de' maggiori signori di Francia figliuolo d'Ancherse, e, per lo suo podere, veggendo male governare il reame, e per essere signore e balio del regno, sì combatté col detto Tederigo re e con Ertaire suo balio, e sconfissegli in battaglia, e uccise il detto Ertaire, e Tederigo re mise in pregione, e vivette III anni. E dopo la sua morte fu fatto re Crovis suo primo figliuolo, e regnò sotto il governo di Pipino, che di tutto era balio sovrano, IIII anni. E dopo lui regnò Ideberto fratello del detto Clovis XVIII anni. E poi regnò Dangoberto suo secondo figliuolo IIII anni. E poi regnò Lottieri il quarto suo figliuolo due anni. E tuttora a la signoria de' detti re era Pipino sovrano balio e governatore di tutta Francia, e fu mentre che fu in vita. E poi regnò Cilpericche figliuolo del detto Lottieri V anni, e suo generale balio fu Carlo Martello figliuolo del primo Pipino, il quale ebbe della sua amica, serocchia di Dodone duca d'Equitania. Questo Carlo Martello fu uomo di grande valore e potenzia, bene aventuroso in battaglia: e conquistò tutta Alamagna, Soavia, e Baviera, e Frigia, e Lotteringia, e recolli sotto il reame di Francia. Del sopradetto Cilpericche fu uno figliuolo chiamato Tederigo, il quale regnò XV anni al governo del detto Carlo Martello. Apresso lui regnò Elderigo suo figliuolo VIIII anni; ma nonn-avea se non il nome, e Carlo la signoria. E poi, morto Carlo Martello, il secondo Pipino figliuolo del detto Carlo fu sovrano balio del reame come era stato il padre. Ilderigo re essendo uomo di poco valore, con volontà del papa Stefano ch'allora regnava, per molti servigi fatti per lo detto Pipino a santa Chiesa, e per Carlo Mattello suo padre, come innanzi farà menzione, e con volontà di tutti gli baroni di Francia, il detto Ilderigo re, sì come uomo disutile al reame, fu disposto de la signoria, e rendési monaco, e morì sanza figliuoli, e in lui fallì il primo lignaggio de' re di Francia della schiatta di Priamo. E disposto il detto Ilderigo re, come detto è di sopra, fu consegrato re di Francia per lo detto papa, e con volontà de' baroni, il buono Pipino; e fu fatto dicreto per lo papa che mai non potesse essere re di Francia altri che di suo lignaggio; e ciò fu gli anni di Cristo VIIcLI.

<B>XX</B>

 

<I>Come il secondo Pipino padre di Carlo Magno fu re di Francia.</I>

Del sopradetto re Pipino discese il buono Carlo Magno suo figliuolo, il quale fu re di Francia e imperadore di Roma; e apresso lui furono VI suoi discendenti imperadori di Roma, e più re di Francia, come innanzi faremo menzione, ove tratteremo del detto Carlo Magno e di suoi discendenti; ma per la loro discordia fallì loro lo 'mperio, e eziandio il diritto stocco reale di Carlo Magno venne meno al tempo d'Ugo Ciappetta duca d'Orliensa, il quale fu poi re di Francia, e sono ancora i suoi discendenti. Onde noi in questo in brieve, quando fia tempo, ne tratteremo, imperò che la loro signoria si mischia molto ne' nostri fatti della città di Firenze, come innanzi faremo menzione. Lasceremo di Franceschi, e torneremo adietro a la vera storia d'Enea di Troia, onde discesono gli re e poi gl'imperadori romani, tornando a nostra materia poi della edificazione di Firenze fatta per gli Romani.

<B>XXI</B>

 

<I>Com'Eneas si partì di Troia e arrivò a Cartagine in Africa.</I>

Ancora si partì de la detta distruzione di Troia Eneas con Anchises suo padre e con Ascanio suo figliuolo nato di Creusa figliuola del grande re Priamo, con séguito di IIImCCC uomini de la migliore gente di Troia, e ricolsonsi in su XXII navi. Questo Enea fu della schiatta reale di Troiani in questo modo: che Ansaraco figliuolo di Troio e fratello d'Ilion, onde al cominciamento è fatta menzione, ingenerò Daphino, e Daphino ingenerò Anchises, e Anchises ingenerò Enea. Questo Enea fu signore di grande valore, savio, e di grande prodezza, e bellissimo del corpo. Quando si partì di Troia co' suoi, con grande pianto, avendo perduta Creusa sua moglie a lo stormo de' Greci, sì n'andò prima all'isola di..., e sacrificio fece ad Appollo Idio del sole, overo idolo, domandando consiglio e risponso in quale parte dovesse andare; dal quale ebbe risponso e comandamento che dovesse andare nel paese e terra d'Italia, là onde prima erano venuti a Troia Dardano e' suoi anticessori, e dovesse intrare in Italia per lo porto, overo foce, del fiume d'Alba; e dissegli per lo detto risponso che dopo molte fatiche di mare e battaglie nella detta terra d'Italia avrebbe moglie e grande signoria, e della sua schiatta sarebbono possenti re imperadori, i quali farebbono grandissime e notabili cose. Udito ciò, Enea fu molto riconfortato per la buona risposta e promessa: incontanente si mise in mare con sue genti e navile, il quale navicando per più tempo ebbe di molte fortune, e arrivò in molti paesi, e prima nella contrada di Macedonia ove erano già Elenus, e la moglie, e 'l figliuolo d'Ettor; e dopo la dolorosa accoglienza per la ricordanza della ruina di Troia, si partiro. E navicando per diversi mari, ora innanzi, e ora adietro, o a traverso, come gente ignoranti del paese d'Italia, né grandi maestri né pedoti di mare non aveano co·lloro che gli guidasse, anzi navicavano quasi come la fortuna e' venti del mare gli menava, sì arrivaro nell'isola di Cicilia, che' poeti chiamano Trinacia, e dove è oggi la città di Trapali iscesono in terra; nel quale luogo Anchises suo padre per molta fatica e vecchiezza passò di questa vita, e nel detto luogo fu soppellito a·lloro maniera con grande solennità. E dopo il grande corrotto fatto per Enea del caro padre, di là si partirono per arrivare in Italia: e per grande fortuna di mare si dipartiro la detta conserva delle navi, e l'una tenne una via, e l'altra un'altra. E l'una delle dette navi con tutta la gente profondò in mare, l'altre arrivaro a li liti d'Africa, non sappiendo l'una dell'altra, là dove si facea la nobile città di Cartagine per la possente e bella reina Dido venuta là di Sidonia, che oggi si chiama Suri; la quale il detto Enea, e Ascanio suo figliuolo, e tutta sua gente delle XXI navi che a quello porto si ritrovaro la detta reina acolse con grande onore, e maggiormente perché la detta reina di grande amore fu presa di Enea incontanente che 'l vide, per modo che per lei vi dimorò Enea più tempo in tanto diletto, che non si ricordava del comandamento degli Dei che dovesse andare in Italia; e per sogno, overo visione, per gli detti Iddei gli fu comandato che più non dovesse dimorare in Africa. Per la qual cosa subitamente con sua gente e navilio si partì di Cartagine; e però la detta reina Dido per lo smaniante amore colla spada del detto Enea ella medesima sé uccise. E chi questa storia più pienamente vorrà trovare legga il primo e secondo libro dell'Eneida che fece il grande poeta Virgilio.

<B>XXII</B>

 

<I>Come Enea arrivò in Italia.</I>

Partito Enea d'Africa, ancora capitò in Cicilia, là dove avea soppellito il padre Anchises, e in quello luogo fece l'anovale del padre con grandi giuochi e sacrificii, e ricevettono grande onore da Anceste allora re di Cicilia, per lo antico parentado di Troiani discendenti di Siccano di Fiesole. Poi si partì di Cicilia e arrivò in Italia nel golfo di Baia, che oggi si chiama Mare Morto, al capo di Miseno, assai presso dov'è oggi Napoli; ne la quale contrada avea boschi e selve grandissime, e per quelle andando Enea, per fatale guida della Sibilla Erittea menato fu a vedere l'inferno e le pene che vi sono, e poi il limbo; e secondo che racconta Virgilio nel VI libro dell'Eneida, vi trovò e conobbe l'ombre, overo imagini dell'anima del suo padre Anchises, e di Dido, e di più altre anime passate. E per lo detto suo padre gli fu mostrato, overo per visione notificato, tutti i suoi discendenti e loro signoria, e quelli che doveano fare la grande città di Roma. E dicesi per gli più che in quello luogo ove fu per la savia Sibilla menato fue per le diverse caverne di Monte Barbaro il quale è sopra Pozzuolo, che ancora al dì d'oggi sono maravigliose e paurose a riguardare; e altri avisano e stimano che per virtù divina o per arte magica ciò fosse mostrato ad Enea in visione di spirito, per significargli le grandi cose che doveano uscire e essere di suoi discendenti. Ma quale che si fosse, come uscì dello inferno, si partì; e intrato in nave, seguendo le piagge e la foce del fiume del Tevero detto Albola, entrò e arrivò, e disceso in terra, per agurio e per segni conobbe ch'era arrivato nel paese d'Italia, che dalli Iddii gli era promesso; e con grande festa e allegrezza fecero fine a le loro fatiche del navicare, e cominciaro a fare loro abitacoli e fortezze di fossi e di legname de le loro navi. E quello luogo fu poi la città d'Ostia; e quella fortezza feciono per tema de' paesani, i quali per paura di loro, sì come gente straniera e da·lloro costumi salvaggia, e per nimici gli trattavano, e più battaglie ebbono co' Troiani per cacciargli del paese, de le quali i Troiani di tutte furono vincitori.

<B>XXIII</B>

 

<I>Come il re Latino signoreggiava Italia, e come Enea ebbe la figliuola per moglie, e tutto il suo regno.</I>

Signoreggiava in quello paese il regno (ond'era principale la città di Laurenzia che era presso dove è ora la città di Terracina, e ancora appare disfatta) il re Latino, il quale fu de' discendenti de·re Saturno che venne di Creti, quando fu cacciato da Iove suo figliuolo, come dinanzi facemo menzione. E quello Saturno arrivò nel paese di Roma che allora signoreggiava Giano, uno de' discendenti di Noè; ma la gente era allora molto grossa, e viveano, quasi come bestie, di frutta e di ghiande, e abitando in caverne. Quello Saturno, savio di scrittura e di costumi, per suo senno e consiglio adirizzò que' popoli a vivere come gente umana, e fecegli lavorare terre e piantare vigne, e edificare case, e terre e città murare, e de la città di Sutri, detta Saturna, fu il primo edificatore, e per lui così ebbe nome; e fu in quella contrada per lo suo studio prima seminato grano, onde quegli del paese l'aveano per uno Idio; e Giano medesimo che n'era signore il fece compagno, e li diede parte nel regno. Questo Saturno regnò in Italia XXXIIII anni, e dopo lui regnò Picco suo figliuolo anni XXXI; e dopo Picco regnò Fauno suo figliuolo XXVIIII anni, e fu morto da' suoi: di Fauno rimase Lavino e Latino. Quello Lavino edificò la città di Lavina; e poco regnò Lavino; e morto lui rimase il regno a Latino, il quale a la città di Lavina mutò il nome in Laurenzia, perché in su la mastra torre nacque uno grande albore d'alloro. Il detto Latino regnò XXXII anni, e fu molto savio, e molto amendò la lingua latina. Questo re Latino avea solamente una figliuola bellissima chiamata Lavina, la quale per la madre era promessa a uno re di Toscana ch'avea nome Turno della città d'Ardea, oggi chiamata Cortona. Toscana ebbe nome il paese e provincia, però che vi furono i primi sacrificatori a l'Idii con fummo d'uncenso, detto tuscio. Venuto Enea nel paese, richiese pace al detto re Latino, e che potesse abitare in esso; dal quale Latino fu ricevuto graziosamente, e non solamente datogli licenzia d'abitarvi, ma gli promise Lavina sua figliuola per moglie, però che per fatale comandamento dell'Iddei avea che·lla dovesse maritare a straniero, e non a uomo del paese. Per la quale cagione, e per avere il retaggio del re Latino, grandi battaglie ebbe da Enea e Turno, e que' di Laurenzia per più tempo; il quale Turno uccise in battaglia il grande e forte gigante Pallas figliuolo di Menandro re di VII colli, ove è oggi Roma, il quale era venuto in aiuto a Enea; e morinne la vergine Cammilla per mano d'Enea, ch'era maravigliosa in arme. Alla fine il detto Enea vincitore dell'ultima battaglia, e morto di sua mano Turno, Lavina ebbe per moglie, la quale molto amava Enea, e Enea lei, e ebbe la metà del regno del re Latino. E dopo la morte del re Latino, che poco vivette poi, Enea ne fu al tutto signore, il quale dopo la morte del re Latino regnò III anni e morìo: il modo non si sa di certo. Queste istorie Virgilio poeta pienamente ne fa menzione nell'Eneidos; e nota che in ogni cittade ch'avesse rinomo o potenzia avea uno re, che a la comparazione de' presenti nostri tempi era ciascuno re di piccolo essere e potenzia.

 

 

<B>XXIV</B>

 

<I>Come Iulio Ascanio figliuolo d'Enea fu re apresso lui, e li re e signori che discesono di sua progenia.</I>

Morto Enea, Iulio Ascanio suo figliuolo rimase signore de·regno de' Latini, e Lavina moglie d'Enea rimase grossa di lui d'uno figliuolo; la quale, per paura che Ascanio suo figliastro non uccidesse lei e la creatura, si fuggì in selve ad abitare con pastori, tanto ch'ella si diliberò, e fece uno figliuolo il quale fu chiamato Silvus Postumus: Silvus, perché nacque in selva; Postumus, perché la madre rimase incinta di lui morto il padre Enea. Quando Ascanio seppe ove Lavina sua matrigna era, e come avea uno figliuolo il quale era suo fratello, mandò per lei e per lo figliuolo che venisse sanza alcuna dottanza; e lei e 'l suo figliuolo venuti, gli trattò benignamente, e a la reina Lavina e al suo figliuolo lasciò la signoria de la città di Laurenzia, e elli edificò la città d'Alba, overo Albania, al tempo di Sansone d'Israel lo forte; la quale Albania è presso dov'è oggi Roma; e di quella fece capo del suo regno, e de' Latini uno co' Troiani. E la detta città fece per agurio, che quando Enea ed elli arrivaro nel paese, in quello luogo ove edificò la detta città, trovaro sotto uno leccio una troia bianca con XXX porcellini bianchi, e però, e per la memoria di Troia la edificò, e puose nome Troia Albania per la sopradetta troia bianca; ma poi gli abitanti la chiamaro pure Albania, onde più re furono apresso, come innanzi faremo menzione. E il detto Ascanio regnò apresso Enea XXXVIII anni, e ebbe due figliuoli; l'uno fu chiamato Iulio, onde nacque la progenia de' Iulii, onde poi furo i re di Roma, e Iulio Cesere, e Catellina, e più nobili Romani sanatori e consoli furo di quella schiatta; l'altro ebbe nome Silvus per lo zio figliuolo di Lavina. Quello Silvo s'inamorò d'una nipote di Lavina, e di lei ebbe uno figliuolo, nel qual partorendo ella morìo, e però gli fu posto nome Bruto; e crescendo poi, disavedutamente in una foresta cacciando uccise Silvus suo padre; il quale per temenza di Silvus Postumus re si fuggìo del paese, e con séguito di sua gente navicando per diversi mari, arrivò nell'isola di Brettagna, che per suo nome, sì come de' primi abitatori e signori, fu così nominata per lui, la quale oggi si chiama Inghilterra: e elli fu l'origine e cominciamento di Brettoni, onde discesero molti grandi e possenti re e signori; intra gli altri il valente Brenno e Bellino fratelli, i quali per loro potenzia sconfissero gli Romani e assediaro Roma, e presolla infino a Campidoglio, e molta persecuzione fecero a' Romani, come racconta Tito Livio maestro di storie. E di loro progenie discese il buono e cortese re Artù onde i ramanzi brettoni fanno menzione; e ancora Gostantino imperadore che dotò la Chiesa fu di loro discendenti; e chi ciò vorrà pienamente trovare cerchi la cronica della badia di Salisbiera in Inghilterra. Ma poi per le disensioni e guerre finìo il legnaggio e signoria di Brettoni, e fu signoreggiata la detta isola e reame da diverse nazioni e genti di Sansogna, e da Fresoni, e di Dannesmarce, e Noverchi, e Ispagnuoli per diversi tempi; ma il legnaggio de' presenti re che sono a' nostri tempi in Inghilterra sono stratti di Guiglielmo Bastardo figliuolo del duca di Normandia, disceso della schiatta di Normandi, il quale per sua prodezza e virtù conquistò Inghilterra, e diliberò da diverse e barbere nazioni che·lla signoreggiavano. Lasceremo di Brettoni e de' re d'Inghilterra, e torneremo a nostra materia.

<B>XXV</B>

 

<I>Come Silvius secondo figliuolo d'Enea fu re apresso Ascanio, e come di lui discesono gli re di Latini, d'Albania, e di Roma.</I>

Dopo la morte di Iulio Ascanio fu signore e re del regno de' Latini Silvius Postumus figliuolo d'Enea e della reina Lavina, come adietro è fatta menzione, e regnò XXVIIII anni con grande senno e prodezza, e dopo lui furo XII re di sua progenia, l'uno apresso l'altro, i quali regnaro CCCL anni, e tutti ebbono sopranome Silvius per lo sopradetto primo Silvius Postumus; ché dopo lui regnò Enea Silvius suo figliuolo XXXII anni, dopo Enea regnò Capis Silvius suo figliuolo XXVIII anni: questi edificò la città di Capova in Campagna; dopo Capis regnò Latino Silvius suo figliuolo L anni, al tempo di David re d'Israel; dopo Latino regnò Alba Silvius suo figliuolo XL anni, al tempo di Salamone; dopo costui regnò Egittus Silvius suo figliuolo XXIIII anni, al tempo di Roboam re di Giudea; dopo costui regnò Carpentus Silvius suo figliuolo XVII anni, al tempo di Giosafat re di Giudea; dopo costui regnò Tiberino Silvius suo figliuolo VIIII anni, al tempo del re Ocotia di Giudea, il quale Tiberino anegò nel fiume d'Albola passandolo, e per lo suo nome fue sempre poi chiamato Tibero; dopo Tiberino regnò Agrippa Silvius suo figliuolo XL anni, al tempo di Ieu re d'Israel; dopo Agrippa regnò Aremolus Silvius suo figliolo XVIIII anni: questi puose intra' monti ov'è ora Roma la signoria degli Albani. Dopo costui regnò Aventino Silvius suo figliuolo XXXVIII anni, e edeficò sopra il monte di Roma che per lui fu chiamato Monte Aventino, e in quello fu soppellito al tempo d'Amasia re di Giudea. Dopo costui regnò Procas Silvius suo figliuolo XXIII anni, al tempo di Ozia re di Giudea; dopo costui regnò Amulus Silvius suo figliuolo XLIIII anni, al tempo di Gioatam re di Giudea, il quale Amulus per sua malizia e forza cacciò de·regno Munitore suo maggiore fratello che dovea essere re, e la figliuola del detto Munitore, che Rea era chiamata, fece rinchiudere in munistero, acciò che di lei non nascesse reda. E essendo ella al servigio del tempio della vergine Vesta, concepette occultamente a uno portato due figliuoli, Romolus e Remolus, dello Iddio Marti di battaglia, come ella confessò e dicono i poeti, o forse più tosto del sacerdote di Marti: e quella trovata in sacrilegio, fu fatta dal detto Emulus soppellire viva viva per lo 'ncesto commesso là ov'è oggi la città di Rieti, che per lo suo nome poi fu Reata appellata; e i detti suoi figliuoli comandò fossero gittati in Tevero; ma da' ministri del re per la innocenzia non furono morti, ma gittati in pruni presso alla riva del Tevero; e quivi, si dice, furono lattati e nutriti da una lupa. Ma trovandogli uno pastore chiamato Faustulus, gli portò a Laurenzia sua moglie che gli nutricasse, e così fece. Questa Laurenzia era bella, e di suo corpo guadagnava come meretrice, e però da' vicini era chiamata Lupa; onde si dice furono nutricati da lupa.

<B>XXVI</B>

 

<I>Come Romulus e Remolus cominciaro la città di Roma.</I>

Dapoi che Romulus e Remolus furono cresciuti in loro etade, per la loro forza e virtude cominciaro a signoreggiare tutti gli altri pastori, e poi sappiendo la loro reale nazione, congregarono ladroni, e fuggitivi, e isbanditi, e gente d'ogni condizione disposta a mal fare, e co·lloro isforzo cominciaro a prendere e signoreggiare il paese, e 'l regno del loro zio Emulus presono per forza e la città d'Albana, e lui uccisero, e ristituirlo a Numitore loro avolo. I quali Romulus e Remolus, lasciata Albana a Numitore, edificaro prima e chiusero di mura la grande e nobile città di Roma, con tutto che prima era in diverse parti in monti e in valli abitata anticamente, e con borghi e villate sparte e fortezze; ma i detti la recaro in una a modo di città, CCCCLIIII anni apresso la struzione di Troia, e IIIImIIIIcLXXXIIII anni dal cominciamento del mondo, quando regnava in Giudea il re Agazim, avendo Romolo XXII anni. E la signoria d'Albana recaro poi in Roma e feciolla capo del reame di Latini, e per lo nome del detto Romulus fu da·llui nominata Roma. E poi il detto Romolus fece morire il suo avolo Numitore per essere al tutto signore, e eziandio Remulus suo fratello, perché passò le mura di Roma contro a suo comandamento. E 'l detto Romolus signoreggiando Roma; infra III anno che l'avea cominciata, non avendo mogli né femmine co·lloro, faccendo pensatamente una festa e giuochi, venutevi le femmine de' Sabini, le presero e ritennero per loro; e poi l'ordinò con leggi e statuti come cittade, e chiamò C, i migliori uomini della città e più antichi, per suoi consiglieri, i quali fece chiamare padri coscritti e sanatori, perché' loro nomi furono per lui fatti scrivere in tavole d'oro. E così regnò Romolo signore e re VIII anni, e in etade di XXX anni, essendo di costa a uno fiume, compreso da una nuvola, non si ritrovò mai, né si seppe di sua morte, se non che per gli savi s'avisa ch'anegasse in quello fiume. Ma i Romani dissono e aveano oppinione che·llo Iddio Marti che·ll'avea creato l'avesse portato intra li Dei in anima e corpo per la sua podestà e signoria. Potete vedere come il comune popolo erano ignoranti del vero Iddio.

<B>XXVII</B>

 

<I>Come Numa Pompilius fu re de' Romani apresso la morte di Romulus.</I>

Morto Romulus sanza nullo erede, fu retta la città di Roma per gli detti C sanatori uno anno; a la fine, per lo comune bene della republica, elessero a re e loro signore Numa Pompilius, che fu etc. Questi fu savio di scienzia e di costumi, ed amendò molto le leggi e lo stato di Roma, e fece tempi ove s'adorassero li loro Idei, e fu uomo d'onesta vita, e recando quasi tutte le città vicine sotto la signoria e legge di Roma per lo suo senno, e dichiarò l'ordine di dodici mesi dell'anno, e 'l bisesto, che prima erano X con grande confusione del corso solare e lunare. E regnò per lo suo senno e virtù sanza avere guerra con niuno vicino XLI anno in grande stato, e pace, e signoria, secondo il piccolo podere ch'allora aveva Roma; e ciò fu al tempo di Zecchia re di Giudea e de' figliuoli Manases.

<B>XXVIII</B>

 

<I>Come furo in Roma VII re, l'uno apresso l'altro infino a Tarquino, e come al suo tempo perderono la signoria.</I>

Apresso Numa Pompilius regnò Tulius Ostilius XXXII anni, al tempo di Manases re di Giudea. Questi fu crudele e guerriere, e fu il primo che portasse porpora e onori reali, e ruppe la pace a' Sabini, e dopo molte battaglie per forza li sottomise a sua signoria; e poi fu morto di folgore. Apresso Tulius regnò Marcus Marcius XXIII anni, al tempo di Iosia re di Giudea, che fu figliuolo de la figliuola del buono re Numa Pompilius, e ebbe grande guerra co' Latini di Laurenzia e d'Albania; a la fine per forza gli recò sotto sua signoria, e a Roma fece il tempio di Iano. Apresso lui regnò Priscus Tarquinus XXXVII anni. Questi agrandì molto Roma, e fece il Campidoglio, e sottomise i Sabini che s'erano rubellati, e fu quegli che prima volle trionfo di sua vittoria, e fece il tempio di Iove, capo di loro Iddei, e regnò al tempo che Nabuccodinosor distrusse Ierusalem e il tempio di Salamone: a la fine fu morto per gli figliuoli del sopradetto Marzio. Apresso costui regnò Servius Tulius XXXIIII anni, al tempo di Sedecchia re di Giudea, e ebbe al suo tempo aspre battaglie co' Sabini, e crebbe la città di Roma assai, e fu il primo che mettesse imposte o dazi, overo censo, nella città di Roma a pagare; alla fine l'uccise Tarquinus Superbus che era suo genero. E nota che poi che Roma fu fondata o richiusa per Romolo, fu caporale regno di sé medesima, e nemica del regno de' Latini e di tutte le città vicine, e sempre ebbe guerra con ciascuna, infino che al tutto l'ebbe sottoposte a sua signoria. Apresso regnò il settimo re di Romani Tarquino Superbo XXIII anni, al tempo di Ciro re di Persia. Questi in tutte sue opere fue pessimo e crudele, e avea uno suo figliuolo ch'avea nome similemente Tarquino e era crudele e dissoluto in lussuria, prendendo per forza quale donna o pulcella gli piacesse in Roma. A la fine, come racconta Valerio e Tito Livio, giacendo per forza co la bella e onesta Lucrezia figliuola di Bruto sanatore, nato per ischiatta di Giulio Ascanio, e consorto per ischiatta del detto re Tarquino, ella per conservagione di sua castità, e dare asempro all'altre, sé medesima uccise innanzi al padre, e al marito e suoi parenti. Onde Roma per lo dissoluto peccato corse e si commosse a romore, e cacciaro il re Tarquino e il figliuolo, e ordinaro e feciono dicreto che mai non avesse più re in Roma, ma che si reggesse a consoli, mutando d'anno in anno col consiglio de' sanatori; e il primo consolo fu il detto Bruto e Lucio Tarquinus grandi cittadini e nobili; e questo fu CCL anni dal cominciamento di Roma, al tempo di Dario figliuolo d'Itaspio re di Persia. E così falliro gli re in Roma, che aveano regnato circa CCXLIIII anni.

<B>XXIX</B>

 

<I>Come Roma si resse lungo tempo per la signoria de' consoli e sanatori infino che Giulio Cesare si fece imperadore.</I>

Rimasa la signoria di Roma a' consoli e sanatori, cacciati gli re, il detto Tarquino re e 'l figliuolo co la forza del re Procena di Toscana, che regnava nella città di Chiusi, feciono molta guerra a' Romani; ma a la fine gli Romani rimasero vincitori. E poi si resse e governò la republica di Roma CCCCL anni per consoli e sanatori, e talora dittatori, che durava V anni loro signoria, e erano quasi come imperadori, che ciò che diceano convenia fosse fatto; e altri ufici diversi, come furono tribuni del popolo, e pretori, e censori, e ciliarche. E in questo tempo ebbe in Roma più diverse mutazioni e guerre e battaglie, non solamente co vicini, ma con tutte le nazioni del mondo; i quali Romani, per forza d'arme e virtù e senno di buoni cittadini, quasi tutte le province e reami e signori del mondo domaro, e recaro sotto loro signoria, e feciono loro tributarie con grandissime battaglie e uccisioni di molti popoli del mondo, e di Romani medesimi, in diversi tempi, quasi innumerabile a contare. E ancora tra' cittadini medesimi per invidia della signoria e questioni da' grandi e popolani, e riposando le guerre di fuori, molte battaglie e tagliamenti per più volte tra' cittadini ebbe; e a giunta a·cciò di tempi in tempi pestilenzie incomportabili ebbono gli Romani; e questo reggimento durò infino a le grandi battaglie che furo tra Iulio Cesare e Pompeo, e poi co' figliuoli, il quale vinto da Cesare, il detto Cesare levò l'uficio de' consoli e dittatori, e egli primo si fece chiamare imperadore. E apresso lui Ottaviano Agusto, che signoreggiò in pace dopo molte battaglie tutto l'universo mondo, al tempo che nacque Iesù Cristo, anni VIIc dopo la dificazione di Roma; e così mostra che Roma si reggesse a signoria di re CCLIIII anni, e di consoli CCCCL anni, sì come di sopra avemo detto, e ancora più distesamente per Tito Livio e più altri autori. Ma nota che la grande potenzia di Romani nonn-era solamente in loro, se·nnon per tanto ch'erano capo e guidatori; ma tutti gli Toscani principalmente, e poi tutti gl'Italiani seguivano nelle guerre e nelle battaglie loro, e erano tutti chiamati Romani. Ma lasceremo omai l'ordine delle storie di Romani e degli imperadori, se non in tanto quanto aparterrà a nostra materia, tornando al nostro proposito della edificazione della città di Firenze, come promettemmo di dire. E avemo fatto sì lungo esordio perché ci era di necessità per mostrare come l'origine de' Romani edificatori de la città di Firenze, sì come appresso farà menzione, fue stratto di nobili Troiani; e l'origine e cominciamento di Troiani nacque e venne da Dardano figliuolo del re Attalante della città di Fiesole, siccome brievemente avemo fatta menzione; e de' discendenti poi nobili Romani e di Fiesolani, per la forza de' Romani, fatto è uno popolo chiamati Fiorentini.

<B>XXX</B>

 

<I>Come in Roma fu fatta la congiurazione per Catellina e suoi seguaci.</I>

Nel tempo ancora che Roma si reggeva a la signoria di consoli, anni da VIcLXXX poi che·lla detta città fu fatta, essendo consolo Marco Tulio Cecerone e Gaius Antonio, e Roma in grande e felice stato e signoria, Catellina nobilissimo cittadino, disceso di sua progenia della schiatta reale di Tarquino, essendo uomo di dissoluta vita, ma prode e ardito in arme, e bello parlatore, ma poco savio, avendo invidia di buoni uomini, ricchi e savi, che signoreggiavano la città, non piacendogli la loro signoria, congiurazione fece con più altri nobili e altri seguaci disposti a mal fare, e ordinò d'uccidere gli consoli e parte de' sanatori, e di disfare loro uficio, e correre, e rubare, e mettere da più parti fuoco nella città, e poi farsene signore. E sarebbegli venuto fatto, se non che fu riparato per lo senno e provedenza del savio consolo Marco Tulio. Così si difese la città di tanta pistilenzia, e trovata la detta congiurazione e tradimento, e per la grandezza e potenza del detto Catellina, e perché Tulio era nuovo cittadino in Roma, venuto il padre da Capova, overo d'un'altra villa di Campagna, non ardì di fare prendere Catellina né giustiziare, come al suo misfatto si convenia; ma per suo grande senno e bello parlare il fece partire della città; ma più di suoi congiurati e compagni, de' maggiori cittadini, e tale dell'ordine de' sanatori che partito Catellina rimasero in Roma, fece prendere, e nelle carcere faccendogli strangolare moriro, sì come racconta ordinatamente il grande dottore Salustio.

<B>XXXI</B>

 

<I>Come Catellina fece ribellare la città di Fiesole a la città di Roma.</I>

Catellina partito di Roma, con parte de' suoi seguaci se ne venne in Toscana, ove Manlius uno de' suoi principali congiurati e capitano era raunato con gente ne la città antica di Fiesole. E venuto là Catellina, la detta città da la signoria de' Romani fece rubellare, raunandovi tutti gli rubelli e sbanditi di Roma e di più altre province, e gente dissoluta e disposta a guerra e a mal fare, e cominciò aspra guerra a Romani. Li Romani, sentendo ciò, ordinaro che Gaius Antonio consolo e Publio Preteus con una milizia di cavalieri e popolo grandissimo venissono in Toscana ad oste contro a la città di Fiesole e contro a Catellina, e mandaro per loro lettere e messaggi a Quintus Metellus che tornava di Francia con grande oste di Romani, che simigliante fosse colla sua forza da l'altra parte all'asedio di Fiesole, e per seguire Catellina e suoi seguaci.

<B>XXXII</B>

 

<I>Come Catellina e' suoi seguaci furono sconfitti da' Romani nel piano di Piceno.</I>

Sentendo Catellina che' Romani venieno per asediarlo nella città di Fiesole, e già era Antonio e Preteius con loro oste nel piano di Fiesole in su la riva del fiume d'Arno, e aveano novelle come Metello era già in Lombardia coll'oste sua di tre legioni che venia di Francia, e veggendo che 'l soccorso che aspettava de' suoi ch'erano rimasi in Roma gli era fallito, diliberò per suo consiglio di non rinchiudersi nella città di Fiesole, ma d'andarne in Francia; e però di quella città si partì con sua gente e con uno signore di Fiesole ch'aveva nome Fiesolano, e fece ferrare i suoi cavagli a ritroso, acciò che pattendosi, le ferrate de' cavagli mostrassono che gente fosse entrata in Fiesole e non uscita, per fare badare i Romani a la città, e poterne andare più salvamente. E di notte partito per ischifare Metello, non tenne il diritto cammino dell'alpi, che noi chiamiamo l'alpe di Bologna, ma si mise per lo piano di costa a le montagne, e arrivò di là ov'è oggi la città di Pistoia nel luogo detto Campo a Piceno, ciò fu di sotto ov'è oggi il castello di Piteccio, per intendimento di valicare per quella via l'alpi Apennine, e riuscire in Lombardia; ma sentendo poi sua partita Antonius e Preteius, incontanente il seguiro co·lloro oste per lo piano, sicché il sopragiunsero nel detto luogo, e Metello d'altra parte fece mettere guardie a' passi delle montagne, acciò che non potesse per quelle passare. Catellina, veggendosi così distretto e che non poteva schifare la battaglia, si mise a la fortuna del combattere egli e' suoi con grande franchezza e ardire, ne la quale battaglia ebbe grande tagliamento di Romani dentro, e di rubelli, e di Fiesolani; a la fine dell'aspra battaglia Catellina fu in quello luogo di Picceno sconfitto e morto con tutta sua gente; e 'l campo rimase a' Romani con dolorosa vittoria, per modo che i detti due consoli, con XX a cavallo scampati sanza più, per vergogna non ardiro tornare in Roma. La qual cosa da' Romani non si potea credere, se prima i sanatori non vi mandaro per vedere il vero; e quello trovato, grandissimo dolore n'ebbe in Roma. E chi questa storia più a pieno vuole trovare legga il libro di Salustio detto Catellinario. I tagliati e' fediti della gente di Catellina scampati di morte della battaglia, tutto fossono pochi, si ridussero ov'è oggi la città di Pistoia, e quivi con vili abitacoli ne furono i primi abitatori per guerire di loro piaghe. E poi per lo buono sito e grasso luogo multiplicando i detti abitanti, i quali poi edificaro la città di Pistoia, e per la grande mortalità e pistolenza che fu presso a quello luogo, e di loro gente e di Romani, le puosero nome Pistoia; e però nonn-è da maravigliare se i Pistolesi sono stati e sono gente di guerra fieri e crudeli intra·lloro e con altrui, essendo stratti del sangue di Catellina e del rimaso di sua così fatta gente, sconfitta e tagliata in battaglia.

<B>XXXIII</B>

 

<I>Come Metello con sue milizie fece guerra a' Fiesolani.</I>

Da poi che Metello, il quale era in Lombardia presso a le montagne dell'alpi Appennine nelle contrade di Modona, udita la sconfitta e morte di Catellina, tostamente venne con sua oste al luogo dov'era stata la battaglia, e veduti i morti, per istupore de la diversa e grande mortalità temette, maravigliandosi come di cosa impossibile. Ma poi egli e la sua gente igualmente ispogliò il campo de' suoi Romani come quello de' nimici, rubando ciò che vi trovaro; e ciò fatto, venne verso Fiesole per assediare la città. I Fiesolani vigorosamente prendendo l'arme, usciro della città al piano, combattendo con Metello e con sua oste, e per forza il ripinsono e cacciaro di là dal fiume d'Arno con grande danno di sua gente, il quale co' suoi in su i colli, overo ripe del fiume, s'acampò; e' Fiesolani co·lloro oste si misero dall'altra parte del fiume d'Arno verso Fiesole.

<B>XXXIV</B>

 

<I>Come Metello e Fiorino sconfissono i Fiesolani in su la riva d'Arno.</I>

Metello la notte vegnente ordinò e comandò che parte della sua gente di lungi dall'oste de' Fiesolani passassono il fiume d'Arno, e si riponessono in aguato tra la città di Fiesole e l'oste de' Fiesolani, e di quella gente fece capitano Fiorino, nobile cittadino di Roma della schiatta..., il quale era suo pretore, ch'è tanto a dire come mariscalco di sua oste; e Fiorino, come per lo consolo fu comandato, così fece. La mattina, al fare del giorno, Metello armato con tutta sua gente, passando il fiume d'Arno, cominciò la battaglia a' Fiesolani, e' Fiesolani difendendo vigorosamente il passo del fiume, e nel fiume d'Arno sosteneano la battaglia. Fiorino, il quale era colla sua gente nell'aguato, come vide cominciata la battaglia, uscì francamente al di dietro al dosso de' Fiesolani che nel fiume combatteano con Metello. I Fiesolani, isproveduti dell'aguato, veggendosi subitamente assaliti per Fiorino di dietro e da Metello dinanzi, isbigottiti gittarono l'armi e fuggiro sconfitti verso la città di Fiesole, onde molti di loro furono morti e presi.

<B>XXXV</B>

 

<I>Come i Romani la prima volta assediaro Fiesole, e come morì Fiorino.</I>

Sconfitti e cacciati i Fiesolani della riva d'Arno, Fiorino pretore co l'oste di Romani puose campo di là dal fiume d'Arno verso la città di Fiesole, che v'aveva due villette, l'una si chiamava villa Arnina, e l'altra Camarte, overo campo o <I>domus</I> Marti, ove i Fiesolani alcuno giorno della semmana faceano mercato di tutte cose co·lloro ville e terre vicine. Il consolo fece con Fiorino dicreto che niuno dovesse vendere né comperare pane, o vino, o altre cose che ad uso di battaglia fossono, se nonne nel campo ov'era posto Fiorino. Dopo questo, Quinto Metello consolo mandò incontanente a Roma che mandassero gente d'arme all'asedio della città di Fiesole: per la quale cosa i sanatori feciono ordine che Iulio Cesare, e Cecerone, e Macrino con più legioni di genti armati dovessero venire all'asedio e distruzzione di Fiesole; i quali venuti, assediaro la detta città. Cesere puose suo campo nel colle che soprastava la cittade; Macrino ne l'altro colle, overo monte; e Cecerone dall'altra parte; e così stettono per VI anni all'asedio della detta città, avendola per lungo asedio e per fame quasi distrutta. E simigliante que' dell'oste, per lungo dimoro e per più difetti scemati ed afieboliti, si partiro dall'asedio, e si ritornaro a Roma, salvo che Fiorino vi rimase all'asedio con sua gente nel piano ov'era prima acampato, e chiusesi di fossi e di steccati a modo di battifolle, overo bastita, e tenea molto afflitti i Fiesolani; e così gli guerreggiò lungo tempo. Poi assicurandosi troppo, e avendogli per niente, e li Fiesolani ripresa alcuna lena, e ricordandosi del male che Fiorino avea loro fatto e faceva, subitamente, e come disperati, si misero di notte con iscale e con ingegni ad assalire il campo, overo battifolle, di Fiorino, e elli e la sua gente con poca guardia, e dormendo, non prendendo guardia de' Fiesolani, furono sorpresi; e Fiorino e la moglie e' figliuoli morti, e tutta sua oste in quello luogo furono quasi morti, che pochi ne scamparono; e il detto castello e battifolle disfatto, e arso, e tutto abattuto per gli Fiesolani.

<B>XXXVI</B>

 

<I>Come per la morte di Fiorino i Romani tornaro all'assedio di Fiesole.</I>

Come la novella fu saputa a Roma, gli consoli e' sanatori e tutto il Comune dolutosi della disaventura avenuta al buono duca Fiorino, incontanente ordinaro che di ciò fosse vendetta, e che oste grandissima un'altra volta tornassero a distruggere la città di Fiesole, intra' quali furono eletti questi duchi: Rainaldo conte, Cecerone, Teberino, Macrino, Albino, Igneo Pompeo, Cesere, Camertino, Sezzio conte tudertino, cioè di Todi, il quale era con Iulio Cesere e di sua milizia. Questi puose suo campo presso a Camarte, quasi ov'è oggi Firenze; Cesere si puose a campo in sul monte che soprastava la città, ch'è oggi chiamato Monte Cecero, ma prima ebbe nome Monte Cesaro per lo suo nome, overo per lo nome di Cecerone; ma innanzi tengono per Cesere, però ch'era maggiore signore nell'oste. Rainaldo puose suo campo in sul monte allo 'ncontro a la città di là dal Mugnone, e per suo nome infino a oggi è così chiamato; Macrino in sul monte ancora oggi nominato per lui; Camertino nella contrada che ancora per gli viventi per lo suo nome è chiamata Camerata. E tutti gli altri signori di sopra nominati, ciascuno puose per sé suo campo intorno a la città, chi in monte e chi in piano; ma di più non rimase propio nome che oggi sia memoria. Questi signori con loro milizie di gente a cavallo e a piede grandissima, assediando la città, con ordine s'apparecchiaro di fare maggiori battaglie a la città che la prima volta; ma per la fortezza della città i Romani invano lavorando, e molti di loro per lo soperchio d'assedio e soperchio di fatica sono morti, que' maggiori signori, consoli e sanatori, quasi tutti si tornaro a Roma: solo Cesere con sua milizia rimase all'asedio. E in quella stanza comandò a' suoi che dovessero andare nella villa di Camarti presso al fiume d'Arno, e ivi edificassero parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, e una sua memoria lasciarlo: questo edificio in nostro volgare avemo chiamato Parlagio. E fu fatto tondo e in volte molto maraviglioso, con piazza in mezzo. E poi si cominciavano gradi da sedere tutto al torno. E poi di grado in grado sopra volte andavano allargandosi infino a la fine dell'altezza, ch'era alto più di LX braccia. E avea due porte, e in questo si raunava il popolo a fare parlamento. E di grado in grado sedeano le genti: al di sopra i più nobili, e poi digradando secondo la dignità delle genti; e era per modo che tutti quegli del parlamento si vedeva l'uno l'altro in viso. E udivasi chiaramente per tutti ciò che uno parlava; e capevavi ad agio infinita moltitudine di genti; e 'l diritto nome era parlatorio. Questo fu poi guasto al tempo di Totile, ma ancora a' nostri dì si ritruovano i fondamenti e parte delle volte presso a la chiesa di San Simone a Firenze, e infino al cominciamento de la piazza di Santa Croce; e parte de' palagi de' Peruzzi vi sono su fondati; e la via ch'è detta Anguillaia, che va a Santa Croce, va quasi per lo mezzo di quello Parlagio.

<B>XXXVII</B>

 

<I>Come la città di Fiesole s'arendé a' Romani, e fu distrutta e guasta.</I>

Stato l'assedio a Fiesole la detta seconda volta, e consumata e affritta molto la cittade sì per fame, e sì perché a·lloro furono tolti i condotti dell'acque e guasti, s'arrendéo la città a Cesere e a' Romani in capo di due anni e quattro mesi e VI dì che vi si puose l'asedio, a patti, chi ne volesse uscire fosse salvo. Presa la terra per li Romani, fu spogliata d'ogni ricchezza, e per Cesere fu distrutta, e tutta infino a' fondamenti abattuta; e ciò fu intorno anni LXXII anzi la Natività di Cristo.

 

 

<B>LIBRO SECONDO</B>

<B>I</B>

 

<I>Qui comincia il secondo libro della edificazione di Firenze la prima volta: come di primo fue edificata la città di Firenze.</I>

Distrutta la città di Fiesole, Cesere con sua oste discese al piano presso alla riva del fiume d'Arno, là dove Fiorino con sua gente era stato morto da' Fiesolani, e in quello luogo fece cominciare ad edificare una città, acciò che Fiesole mai non si rifacesse, e rimandò i cavalieri latini, i quali seco avea, arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani; i quali Latini Tudertini erano appellati. Cesere adunque, compreso l'edificio della città, e messovi dentro due ville dette Camarti e villa Arnina, voleva quella appellare per suo nome Cesaria. Il sanato di Roma sentendolo, non sofferse che per suo nome Cesere la nominasse; ma feciono dicreto e ordinaro che quegli maggiori signori ch'erano stati a la guerra di Fiesole e all'asedio dovessono andare a fare edificare con Cesere insieme, e popolare la detta cittade, e qualunque di loro soprastesse a·lavorio, cioè facesse più tosto il suo edificio, appellasse la cittade di suo nome, o come a·llui piacesse. Allora Macrino, Albino, Igneo Pompeo, Marzio apparecchiati di fornimenti e di maestri, vennero da Roma alla cittade che Cesere edificava, e inviandosi con Cesere si divisono l'edificare in questo modo: che Albino prese a smaltare tutta la cittade, che fue uno nobile lavoro e bellezza e nettezza della cittade, e ancora oggi del detto ismalto si truova cavando, massimamente nel sesto di San Piero Scheraggio, e in porte San Piero, e in porte del Duomo, ove mostra fosse l'antica città. Macrino fece fare il condotto dell'acqua in docce e in arcora, faccendola venire di lungi a la città per VII miglia, acciò che·lla città avesse abondanza di buona acqua da bere, e per lavare la cittade; e questo condotto si mosse infino dal fiume detto la Marina a piè di monte Morello, ricogliendo in se tutte quelle fontane sopra Sesto, e Quinto, e Colonnata. E in Firenze faceano capo le dette fontane a uno grande palagio che si chiamava termine, <I>capud aque</I>, ma poi in nostro volgare si chiamò Capaccia, e ancora oggi in Terma si vede dell'anticaglia. E nota che gli antichi per santade usavano di bere acque di fontane menate per condotti, perché erano più sottili e più sane che quelle de' pozzi, però che pochi, o quasi pochissimi, beveano vino, ma i più acqua di condotto, ma non di pozzo; e pochissime vigne erano allora. Igneo Pompeo fece fare le mura della cittade di mattoni cotti, e sopra i muri della città edificò torri ritonde molto spesse, per ispazio dall'una torre a l'altra di XX cubiti, sicché le torri erano di grande bellezza e fortezza. Del compreso e giro della città non troviano cronica che ne faccia menzione; se non che quando Totile <I>Flagellum Dei</I> la distrusse, fanno le storie menzione ch'ell'era grandissima. Marzio l'altro signore romano fece fare il Campidoglio al modo di Roma, cioè palagio, overo la mastra fortezza della cittade, e quello fu di maravigliosa bellezza; nel quale l'acqua del fiume d'Arno per gora con cavate fogne venia e sotto volte, e in Arno sotterra si ritornava; e la cittade per ciascuna festa dello sgorgamento di quella gora era lavata. Questo Campidoglio fu ov'è oggi la piazza di Mercato Vecchio, di sopra a la chiesa di Santa Maria in Campidoglio: e questo pare più certo. Alcuni dicono che fu ove oggi si chiama il Guardingo, di costa a la piazza ch'è oggi del popolo dal palazzo de' priori, la quale era un'altra fortezza. Guardingo fu poi nomato l'anticaglia de' muri e volte che rimasono disfatte dopo la distruzione di Totile, e stavanvi poi le meretrici. I detti signori, per avanzare l'uno l'edificio dell'altro, con molta sollecitudine si studiavano, ma in uno medesimo tempo per ciascuno fu compiuto; sicché nullo di loro ebbe aquistata la grazia di nominare la città a sua volontà, sì che per molti fu al cominciamento chiamata la piccola Roma. Altri l'appellavano Floria, perché Fiorino fu ivi morto, che fu il primo edificatore di quello luogo, e fu in opera d'arme e in cavalleria fiore, e in quello luogo e campi intorno ove fu la città edificata sempre nasceano fiori e gigli. Poi la maggiore parte degli abitanti furono consenzienti di chiamarla Floria, sì come fosse in fiori edificata, cioè con molte delizie. E di certo così fu, però ch'ella fu popolata della migliore gente di Roma, e de' più sofficienti, mandati per gli sanatori di ciascuno rione di Roma per rata, come toccò per sorte che l'abitassono; e accolsono co·lloro quelli Fiesolani che vi vollono dimorare e abitare. Ma poi per lungo uso del volgare fu nominata Fiorenza: ciò s'interpetra spada fiorita. E troviamo ch'ella fu edificata anni VIcLXXXII dopo l'edificazione di Roma, e anni LXX anzi la Nativitade del nostro signore Iesù Cristo. E nota, perché i Fiorentini sono sempre in guerra e in disensione tra loro, che nonn-è da maravigliare, essendo stratti e nati di due popoli così contrari e nemici e diversi di costumi, come furono gli nobili Romani virtudiosi, e' Fiesolani ruddi e aspri di guerra.

<B>II</B>

 

<I>Come Cesere si partì di Firenze e andonne a Roma, e fu fatto consolo per andare contro a' Franceschi.</I>

Dapoi che·lla città di Firenze fu fatta e popolata, Iulio Cesare irato perché n'era stato il primo edificatore, e avea avuta la vittoria della città di Fiesole, e nonn-avea potuto nominare la cittade per suo nome, sì si partì di quella, e tornossi a Roma, e per suo studio e valore fue eletto consolo, e mandato contro a' Franceschi, ove dimorò per X anni al conquisto di Francia, e d'Inghilterra, e d'Alamagna: e lui tornando con vittoria a Roma, gli fu vietato il triunfo, perché aveva passato il dicreto fatto per Pompeo consolo e' sanatori per invidia, sotto colore d'onestà, che nullo dovesse stare in neuna balia più di V anni. In quale Cesare co le sue milizie tornando con oltremontani, Franceschi, e Tedeschi, e Italiani, Pisani, Pirati, Pistolesi, e ancora co' Fiorentini suoi cittadini, pedoni, e cavalieri, e rombolatori menò seco a fare cittadinesche battaglie, perché gli fu vietato il triunfo; ma più per essere signore di Roma, come lungo tempo avea disiderato, contro a Pompeo e il senato di Roma combattéo. E dopo la grande battaglia tra Cesere e Pompeo, quasi tutti morti furo in Ematia, cioè Tesaglia in Grecia, come pienamente si legge per Lucano poeta, chi le storie vorrà trovare. E Cesere, avuta la vittoria di Pompeo e di molti re e popoli ch'erano in aiuto de' Romani che gli erano nimici, si tornò a Roma, e sì si fece primo imperadore di Roma, che tanto è a dire come comandatore sopra tutti. E apresso lui fue Ottaviano Agustus suo nipote e figliuolo adottivo, il quale regnava quando Cristo nacque, e dopo molte vittorie signoreggiò tutto il mondo in pace; e d'allora innanzi fu Roma a signoria d'imperio, e tenne sotto la sua giuridizione e dello imperio tutto l'universo mondo.

<B>III</B>

 

<I>Come i Romani e gl'imperadori ebbono insegna, e come da·lloro l'ebbe la città di Firenze, e altre cittadi.</I>

Al tempo di Numa Pompilius per divino miracolo cadde in Roma da cielo uno scudo vermiglio, per la qual cosa e agurio i Romani presono quella insegna e arme, e poi v'agiunsono S.P.Q.R. in lettere d'oro, cioè Senato del popolo di Roma: e così dell'origine della loro insegna diedono a tutte le città edificate per loro, cioè vermiglia. Così a Perugia, a Firenze, e a Pisa; ma i Fiorentini per lo nome di Fiorino e della città v'agiunsono per intrasegna il giglio bianco, e' Perugini talora il grifone bianco, e Viterbo il campo rosso, e li Orbitani l'aquila bianca. Ben'è vero che' signori romani, consoli e dittatori, dapoi che l'aguglia per agurio aparve sopra Tarpea, cioè sopra la camera del tesoro di Campidoglio, come Tito Livio fa menzione, si presono l'arme in loro insegne ad aquila; e troviamo che 'l consolo Mario ne la battaglia de' Cimbri ebbe le sue insegne con l'aquila d'argento, e simile insegna portava Catellina quando fu sconfitto da Antonio nelle parti di Pistoia, come recita Salustio. E 'l grande Pompeo la portò in campo azzurro e l'aquila d'argento: e Iulio Cesare la portò il campo vermiglio e l'aquila ad oro, come fa menzione Lucano in versi, dicendo: "Signa parens aquilas, et pila minantia pilas". Ma poi Ottaviano Agusto, suo nipote e successore imperadore, la mutò, e portò il campo ad oro, e l'aquila naturale di colore nero a similitudine della signoria dello imperio, che come l'aquila è sovra ogni uccello, e vede chiaro più ch'altro animale, e vola infino al cielo dell'emisperio del fuoco, così lo 'mperio dé essere sopra ogni signoria temporale. E appresso Ottaviano tutti gli imperadori de' Romani l'hanno per simile modo portata; ma Gostantino, e poi gli altri imperadori de' Greci ritennono la 'nsegna di Iulio Cesare, cioè il campo vermiglio e l'aquila ad oro, ma con due capi. Lasceremo delle insegne del comune di Roma e degl'imperadori, e torneremo a nostra materia sopra i fatti della città di Firenze.

<B>IV</B>

 

<I>Come la città di Firenze fu camera de' Romani e dello imperio.</I>

La città di Firenze in quello tempo era camera d'imperio, e come figliuola e fattura di Roma in tutte cose, e da' Romani abitata; e però de' propii fatti di Firenze a quegli tempi non troviamo cronica né altre storie che ne facciano grande memoria. E di ciò nonn-è da maravigliare, però che' Fiorentini erano sudditi e una co' Romani, e per Romani si trattavano per l'universo mondo, e come i Romani andavano ne' loro eserciti e nelle loro battaglie. E troviamo nelle storia di Giulio Cesare, nel secondo libro di Lucano, quando Cesare assediò Pompeo nella città di Brandizio in Puglia, uno de' baroni e signori della città di Firenze ch'avea nome Lucere era in compagnia di Cesare e fue alla battaglia delle navi a la bocca del porto di Brandizio, valente uomo d'arme e virtudioso; e molti altri Fiorentini furono in quello esercito e battaglie con Cesare e di sua parte; però che quando fue la discordia da Giulio Cesare a Pompeo e del senato di Roma, quegli della città di Firenze e d'intorno al fiume d'Arno tennero la parte di Cesare. E di ciò fa menzione Lucano nel detto libro ove dice in versi:

Vulturnusque celer, notturneque conditor aure

Sarnus, et umbrosae Liris per regna marisque.

E così dimoraro i Fiorentini mentre che' Romani ebbono stato e signoria. Bene si truova per alcuno scritto che uno Uberto Cesare, sopranomato per Iulio Cesare, che fu figliuolo di Catellina, rimaso in Fiesole picciolo garzone dopo la sua morte, egli poi per Iulio Cesare fue fatto grande cittadino di Firenze, e avendo molti figliuoli, egli e poi la sua schiatta furono signori della terra gran tempo, e di loro discendenti furono grandi signori e grandi schiatte in Firenze; e che gli Uberti fossoro di quella progenie si dice. Questo non troviamo per autentica cronica che per noi si pruovi.

<B>V</B>

 

<I>Come in Firenze fu fatto il tempio di Marti, il quale oggi si chiama il Duomo di Santo Giovanni.</I>

Dapoi che Cesere, e Pompeo, e Macrino, e Albino, e Marzio prencipi de' Romani edificatori della nuova città di Firenze si tornarono a Roma, compiuti i loro lavori, la città cominciò a crescere e moltiplicare di Romani e di Fiesolani insieme, che rimasono a l'abitazione di quella; e in poco tempo si fece buona città secondo il tempo d'allora, che gl'imperadori e 'l senato di Roma l'avanzavano a·lloro podere, quasi come un'altra piccola Roma. I cittadini di quella, essendo in buono stato, ordinaro di fare nella detta cittade uno tempio maraviglioso all'onore dello Iddio Marte, per la vittoria che' Romani avieno avuta della città di Fiesole, e mandaro al senato di Roma che mandasse loro gli migliori e più sottili maestri che fossono in Roma, e così fu fatto. E feciono venire marmi bianchi e neri, e colonne di più parti di lungi per mare, e poi per Arno; feciono conducere e macigni e colonne da Fiesole, e fondaro e edificaro il detto tempio nel luogo che si chiamava Camarti anticamente, e dove i Fiesolani faceano loro mercato. Molto nobile e bello il feciono a otto facce, e quello fatto con grande diligenzia, il consecraro allo Iddio Marti, il quale era Idio di Romani, e feciollo figurare innintaglio di marmo in forma d'uno cavaliere armato a cavallo; il puosono sopra una colonna di marmo in mezzo di quello tempio, e quello tennero con grande reverenzia e adoraro per loro Idio mentre che fu il paganesimo in Firenze. E troviamo che il detto tempio fu cominciato al tempo che regnava Ottaviano Agusto, e che fu edificato sotto ascendente di sì fatta costellazione, che non verrà meno quasi in etterno: e così si truova scritto in certa parte, e intagliato nello spazzo del detto tempio.

<B>VI</B>

 

<I>Racconta del sito della provincia di Toscana.</I>

Quando per noi s'è detto della prima edificazione della città di Firenze e di quella di Pistoia, si è convenevole e di necessità che si dica dell'altre città vicine di Toscana quello che n'avemo trovato per le croniche di loro principii e cominciamenti brievemente, per tornare poi a nostra materia. Narreremo in prima del sito della provincia di Toscana. Toscana comincia da la parte di levante al fiume del Tevero, il quale si muove nell'alpi di Pennino de la montagna chiamata Falterona, e discende per la contrada di Massa Tribara, e dal Borgo San Sipolcro, e poi la Città di Castello, e poi sotto la città di Perugia, e poi appresso di Todi, istendendosi per terra di Sabina e di Roma, e ricogliendo in sé molti fiumi, entra per la città di Roma infino in mare ove fa foce di costa a la città di Ostia, presso a Roma a XX miglia; e la parte di qua dal fiume, che si chiama Trastibero, e il Portico di Santo Pietro di Roma è della provincia di Toscana. E da la parte del mezzogiorno si ha Toscana il mare detto Terreno, che colle sue rive batte la contrada di Maremma, e Piombino, e Pisa, e per lo contado di Lucca e di Luni infino a la foce del fiume della Magra, che mette in mare a la punta della montagna del Corbo di là da Luni e di Serrezzano, da la parte di ponente. E discende il detto fiume della Magra delle montagne di Pennino di sopra a Pontriemoli, tra la riviera di Genova e 'l contado di Piagenza in Lombardia, ne le terre de' marchesi Malaspina. Il quarto confine di Toscana di verso settentrione sono le dette alpi Apennine, le quali confinano e partono la provincia di Toscana da Lombardia e Bologna e parte di Romagna; e gira la detta provincia di Toscana VIIc miglia. Questa provincia di Toscana ha più fiumi: intra gli altri reale e maggiore si è il nostro fiume d'Arno, il quale nasce di quella medesima montagna di Falterona che nasce il fiume del Tevero che va a Roma. E questo fiume d'Arno corre quasi per lo mezzo di Toscana, scendendo per le montagne de la Vernia, ove il beato santo Francesco fece sua penitenzia e romitaggio, e poi passa per la contrada di Casentino presso a Bibbiena e a piè di Poppio, e poi si rivolge verso levante, vegnendo presso a la città d'Arezzo a tre miglia, e poi corre per lo nostro Valdarno di sopra, scendendo per lo nostro piano, e quasi passa per lo mezzo de la nostra città di Firenze. E poi uscito per corso del nostro piano, passa tra Montelupo e Capraia presso a Empoli per la contrada di Greti e di Valdarno di sotto a piè di Fucecchio, e poi per lo contado di Lucca e di Pisa, raccogliendo in sé molti fiumi, passando poi quasi per mezzo la città di Pisa ove assai è grosso, sicché porta galee e grossi legni; e presso di Pisa a V miglia mette in mare; e il suo corso è di spazio di miglia CXX. E del detto fiume d'Arno l'antiche storie fanno menzione: Vergilio nel VII libro dell'Eneidos parlando della gente che fu in aiuto al re Turno incontra Enea di Troia con questi versi: "Sarrastris populos, equa rigat equora Sarnus"; e Paulo Orosio raccontando in sue storie del fiume d'Arno disse che quando Anibal di Cartagine, tornando di Spagna in Italia, passò le montagne d'Apennino, vegnendo sopra i Romani, ove si combattéo in su·lago di Perugia col valente consolo Flamineo da cui fu sconfitto, in quel luogo dice che passando Anibal l'alpi Apennine, per la grande freddura che v'ebbe, discendendo poi in su i paduli del fiume d'Arno sì perdé tutti gli suoi leofanti, che non ne gli rimase se none uno solo, e la maggiore parte de' suoi cavagli e bestie vi moriro; e egli medesimo per la detta cagione vi perdé uno de' suoi occhi del capo. Questo Anibal mostra per nostro arbitrare ch'egli scendesse l'alpi tra Modona e Pistoia, e paduli fossono per lo fiume d'Arno da piè di Firenze insino di là da Signa: e questo si pruova, che anticamente tra Signa e Montelupo nel mezzo del corso del fiume d'Arno, ove si ristrigne in piccolo spazio tra rocce di montagne, aveva una grandissima pietra che si chiamava e chiama Golfolina, la quale per sua grandezza e altezza comprendeva tutto il corso del fiume d'Arno, per modo che 'l facea ringorgare infino assai presso ov'è oggi la città di Firenze, e per lo detto ringorgamento si spandea l'acqua del fiume d'Arno, e d'Ombrone, e di Bisenzo per lo piano sotto Signa, e di Settimo, e di Prato, e di Micciole, e di Campi, infino presso a piè de' monti, faccendo paduli. Ma e' si truova, e per evidente sperienzia si vede, che la detta pietra Golfolina per maestri con picconi e scarpelli per forza fu tagliata e dibassata, per modo che 'l corso del fiume d'Arno calò e dibassò, sicché i detti paduli scemaro e rimasero terra guadagnabile. Bene racconta Tito Livio quasi per simili parole, dicendo che 'l passo, e dove s'acampò Anibal, fu tra la città di Fiesole e quella d'Arezzo. Avisiamo che passasse l'alpi a Pennino per la contrada di Casentino, e paduli poteano simile essere tra l'Ancisa e 'l piano di Fegghine, e potea essere o nell'uno luogo o nell'altro, però che anticamente il fiume d'Arno avea in più luogora rattenute e paduli; ma dove che·ssi fosse, assai avemo detto sopra il nostro fiume d'Arno, per trarre d'ignoranza e fare avisati i presenti moderni viventi di nostra città, e gli strani che sono e saranno. Lasceremo di ciò, e diremo in brieve de la potenzia che anticamente avea la nostra provincia di Toscana, che si confà a la nostra materia.

<B>VII</B>

 

<I>Della potenzia e signoria ch'avea la provincia di Toscana innanzi che Roma avesse stato.</I>

Dapoi ch'avemo detto del sito e confini de la nostra provincia di Toscana, sì ne pare convenevole di dire in brieve dello stato e signoria che Toscana avea anzi che Roma avesse podere. La provincia di Toscana innanzi al detto tempo fu di grande potenzia e signoria. E non solamente lo re di Toscana chiamato Procena, che facea capo del suo reame nella città di Chiusi, il quale col re Tarquino assediò Roma, era signore della provincia di Toscana; ma le sue confine, dette colonne, erano infino a la città d'Adria in Romagna in su il golfo del mare di Vinegia, per lo cui nome anticamente quello mare è detto seno Adriatico; e nelle parti di Lombardia erano i suoi confini e colonne di Toscana infino di là dal fiume di Po e del Tesino, infino al tempo di Tarquino Prisco re de' Romani, che la gente de' Galli, detti oggi Franceschi, e quella de' Germani, detti oggi Tedeschi, di prima passaro in Italia per guida e condotto d'uno Italiano della città di Chiusi, il quale passò i monti per ambasciadore, per fare commuovere gli oltramontani contro a' Romani, e portò seco del vino, il quale dagli oltramontani non era in uso, né conosciuto per bere, però che di là nonn avea mai avuto vino né vigna; il quale vino per gli signori di là assaggiato, parve loro molto buono; e intra l'altre cagioni, con altre grandi impromesse, quella della ghiottornia del buono vino gl'indusse a passare i monti, udendo come Italia era piantadosa di vino, e larga d'ogni bene e vittuaglia. E indussegli ancora il passare di qua, che per lo loro buono stato erano sì cresciuti e multiplicati di gente, che a pena vi poteano capere. Per la qual cosa passando i monti in Italia i Galli e' Germani, de' primi furono Brenno e Bellino, i quali guastarono gran parte di Lombardia e del nostro paese di Toscana, e poi assediaro la città di Roma e presolla infino al Campidoglio, con tutto che innanzi si partissono furono sconfitti in Toscana dal buono Cammillo ribello di Roma, siccome Tito Livio in sue storie fa menzione. E poi più altri signori Gallici, e Germani, e Gotti, e d'altre nazioni barbere passaro in Italia di tempi in tempi, faccendo in Lombardia e in Toscana grandi battaglie co' Romani, come si truovano ordinatamente per le storie che scrisse il detto Tito Livio maestro di storie. Lasceremo de la detta materia, e diremo i nomi delle città e vescovadi della nostra provincia di Toscana.

<B>VIII</B>

 

<I>Questi sono i vescovadi de le città di Toscana.</I>

La chiesa e sedia di San Piero di Roma la qual è di qua dal fiume del Tibero in Toscana, il vescovado di Fiesole, la città di Firenze, la città di Pisa, la qual è arcivescovado per grazia, come in questo fia menzione, la città di Lucca, il vescovado dell'antica città di Luni, la città di Pistoia, la città di Siena, la città d'Arezzo, la città di Perugia, la città di Castello, la città di Volterra, la città di Massa, la città di Grosseto, il vescovado di Soana in Maremma, la città antica di Chiusi, la città d'Orbivieto, il vescovado di Bagnoregio, la città di Viterbo, la città di Toscanella, il vescovado di Castri, la città di Nepi, l'antichissima città di Sutri, la città d'Orti, il vescovado di Civitatensi. Avendo detti i nomi di XXV vescovadi e città di Toscana, diremo in ispezialità del cominciamento e orrigine d'alquante di quelle città famose a' nostri tempi onde sapremo il vero per antiche storie e croniche, tornando poi a nostra materia.

<B>IX</B>

 

<I>Della città di Perugia.</I>

La città di Perugia fu assai antica, e secondo che raccontano le loro croniche, ella fu da' Romani edificata in questo modo: che tornando uno oste de' Romani de la Magna, perch'avea il loro consolo chiamato Persus dimorato al conquisto più tempo che non diceva il dicreto de' Romani, si furono isbanditi e divietati che non tornassono a Roma, sicché rimasono in quello luogo ove è l'uno corno della città di Perugia, siccome esiliati e nemici del Comune. Poi gli Romani mandarono sopra loro una oste, i quali si puosono di contro a·lloro in su l'altro corno per guerreggiargli, siccome ribelli del Comune di Roma; ma ivi stati più tempo, e riconosciuti insieme, si pacificaro l'uno oste e l'altra, e per lo buono sito rimasono abitanti in quello luogo. Poi di due luoghi feciono la città di Perugia, e per lo nome del primo consolo che ivi si puose fu così nominata. Poi pacificatisi co' Romani, furono contenti della città di Perugia, e favoreggiarla assai e diedolle stato, quasi per tenere sotto loro giuridizione le città di quella contrada. Poi Totile <I>Flagellum Dei</I> la distrusse, come fece Firenze e più altre città d'Italia, e fece marterizzare santo Erculano vescovo della detta città.

<B>X</B>

 

<I>Della città di Arezzo.</I>

La città d'Arezzo prima ebbe nome Aurelia, e fu grande città e nobile, e in Aurelia furono anticamente fatti per sottilissimi maestri vasi rossi con diversi intagli di tutte forme di sottile intaglio, che veggendoli parevano impossibili a essere opera umana; e ancora se ne truovano. E di certo ancora si dice che 'l sito e l'aria d'Arezzo genera sottilissimi uomini. La detta città d'Aurelia fu anche distrutta per lo detto Totile, e fecela arare e seminare di sale, e d'allora innanzi fu chiamata Arezzo, cioè città arata.

<B>XI</B>

 

<I>Della città di Pisa.</I>

La città di Pisa fu prima chiamata Alfea. Troviamo mandò aiuto ad Enea contro a Turno, e ciò dice Vergllio nel VI libro dell'Eneidos; ma poi ella fu porto dello 'mperio de' Romani dove s'aduceano per mare tutti gli tributi e censi che li re e tutte le nazioni e paesi del mondo ch'erano sottoposti a' Romani rendeano allo 'mperio di Roma, e là si pesavano, e poi si portavano a Roma; e però che il primo luogo ove si pesava non era sofficiente a tanto strepito, vi si feciono due luoghi ove si pesava, e però si diclina il nome di Pisa in gramatica: <I>pluraliter, nominativo hee Pise</I>; e così per l'uso del porto e detti pesi, genti vi s'acolsono ad abitare, e crebbono e edificaro la città di Pisa poi ad assai tempo dopo l'avenimento di Cristo, con tutto che prima per lo modo detto era per molte genti abitata, ma non come città murata.

<B>XII</B>

 

<I>Della città di Lucca.</I>

La città di Lucca ebbe in prima nome Fridia, e chi dice Aringa; ma perché prima si convertì a la vera fede di Cristo che città di Toscana, e prima ricevette vescovo, ciò fu santo Fridiano, che per miracolo di Dio rivolse il Serchio, fiume presso a la detta città, e diegli termine, che prima era molto pericoloso e guastava la contrada, e per lo detto santo prima fu luce di fede, sì fu rimosso il primo nome e chiamata Luce, e oggi per lo corrotto volgare si chiama Lucca. E truovasi che il detto beato Fridiano vegnendo da Lucca a Firenze in pellegrinaggio per visitare la chiesa ov'è il corpo di santo Miniato a Monte, non potendo entrare in Firenze perché ancora erano pagani, e trovando il fiume d'Arno molto grosso per grandi piove, si mise a passare in su una piccola navicella contro al volere del barcaiuolo, e per miracolo di Dio passò liberamente e tosto, come l'Arno fosse piccolo, e colà dove arrivò fu poi per gli cattolici fiorentini fatta la chiesa di Santo Fridiano per sua devozione.

<B>XIII</B>

 

<I>Della città di Luni.</I>

La città di Luni, la quale è oggi disfatta, fu molto antica, e secondo che troviamo nelle storie di Troia, della città di Luni v'ebbe navilio e genti a l'aiuto de' Greci contra gli Troiani; poi fu disfatta per gente oltramontana per cagione d'una donna moglie d'uno signore, che andando a Roma, in quella città fu corrotta d'avoltero; onde tornando il detto signore con forza la distrusse, e oggi è diserta la contrada e malsana. E nota che·lle marine erano anticamente molto abitate, e quasi infra terra poche città avea e pochi abitanti, ma in Maremma e in Maretima verso Roma a la marina di Campagna avea molte città e molti popoli, che oggi sono consumati e venuti a niente per corruzzione d'aria: che vi fu la grande città di Popolonia, e Soana, e Talamone, e Grosseto, e Civitaveglia, e Mascona, e Lansedonia che furono co la loro forza a l'asedio di Troia; e in Campagna Baia, Pompeia, Cumina, e Laurenza, e Albana. E la cagione perché oggi sono quelle terre de la marina quasi disabitate e inferme, e eziandio Roma peggiorata, dicono gli grandi maestri di stronomia che ciò è per lo moto dell'ottava spera del cielo, che in ogni C anni si muta uno grado verso il polo di settentrione, cioè tramontana, e così farà infino a XV gradi in MD anni, e poi tornerà adietro per simile modo, se fia piacere di Dio che 'l mondo duri tanto; e per la detta mutazione del cielo è mutata la qualità della terra e dell'aria, e dov'era abitata e sana è oggi disabitata e inferma, <I>et e converso</I>. Ed oltre a·cciò naturalmente veggiamo che tutte le cose del mondo hanno mutazione, e vegnono e verranno meno, come Cristo di sua bocca disse, che neuna cosa ci ha stato fermo.

<B>XIV</B>

 

<I>Della città di Viterbo.</I>

La città di Viterbo fu fatta per gli Romani, e anticamente fu chiamata Vegezia, e' cittadini Vegentini. E gli Romani vi mandavano gl'infermi per cagione de' bagni ch'escono del bulicame, e però fu chiamata <I>Vita Erbo</I>, cioè vita agl'infermi, overo città di vita.

<B>XV</B>

 

<I>Della città d'Orbivieto.</I>

La città d'Orbivieto si fu simile fatta per gli Romani, e <I>Urbis Veterum</I> ebbe nome, cioè a dire città de' vecchi, perché gli uomini vecchi di Roma v'erano mandati a stare per migliore aria ch'a Roma per mantenere loro santade; e per lo lungo uso e buono sito ve ne ristettono assai ad abitarla, e popolarla di gente.

<B>XVI</B>

 

<I>Della città di Cortona.</I>

La città di Cortona fue antichissima, fatta al tempo di Giano e de' primi abitanti di Italia; e Turno che si combatté con Enea per Lavina fu re di quella, come detto è dinanzi, e per lo suo nome prima ebbe nome Turna.

<B>XVII</B>

 

<I>Della città di Chiusi</I>

La città di Chiusi simile fu antichissima e potentissima, fatta ne' detti tempi, e assai prima che Roma, e fune signore e re Procena, che col re Tarquino scacciato di Roma fu ad assediare Roma, come racconta Tito Livio.

<B>XVIII</B>

 

<I>Della città di Volterra.</I>

La città di Volterra prima fu chiamata Antonia, e fu molto antica, fatta per gli discendenti d'Italia; e, secondo che si leggono i ramanzi, indi fu il buono Buovo d'Antonia.

<B>XIX</B>

 

<I>Della città di Siena.</I>

La città di Siena è assai nuova città, ch'ella fu cominciata intorno agli anni di Cristo VIcLXX, quando Carlo Martello, padre del re Pipino di Francia, co' Franceschi andavano nel regno di Puglia in servigio di santa Chiesa a contastare una gente che si chiamavano i Longobardi, pagani, e eretici, e ariani, onde era loro re Grimaldo di Morona, e facea suo capo in Benivento, e perseguitava gli Romani e santa Chiesa. E trovandosi la detta oste de' Franceschi e altri oltramontani ov'è oggi Siena, si lasciaro in quello luogo tutti gli vecchi e quegli che non erano bene sani, e che non poteano portare arme, per non menarglisi dietro in Puglia; e quegli rimasi in riposo nel detto luogo, vi si cominciaro ad abitare, e fecionvi due residii a modo di castella, ove è oggi il più alto della città di Siena, per istare più al sicuro; e l'uno abitacolo e l'altro era chiamato <I>Sena</I>, dirivando di quegli che v'erano rimasi per vecchiezza. Poi crescendo gli abitanti, si raccomunò l'uno luogo e l'altro, e però secondo gramatica si diclina in plurali: <I>pluraliter nominativo hee Sene</I>. E dapoi a più tempo crescendo, in Siena ebbe una grande e ricca albergatrice chiamata madonna Veglia. Albergando in suo albergo uno grande legato cardinale che tornava delle parti di Francia a la corte a Roma, la detta donna gli fece grande onore, e non gli lasciò pagare nulla spensaria. Il legato, ricevuta cortesia, la domandò se in corte volesse alcuna grazia. Richieselo la donna divotamente che per lo suo amore procurasse che Siena avesse vescovado; promisele di farne suo podere, e consigliolla che facesse che 'l Comune di Siena facesse ambasciadori, e mandasse al papa a procurallo; e così fu fatto. Il legato sollecitando, il papa udì la petizione, e diede vescovo a' Sanesi, e 'l primo fu messer Gualteramo. E per dotare il vescovado, si tolse una pieve al vescovado d'Arezzo, e una a quello di Perugia, e una a quello di Chiusi, e una a quello di Volterra, e una a quello di Grosseto, e una a quello di Massa, e una a quello d'Orbivieto, e una a quello di Firenze, e una a quello di Fiesole; e così ebbe Siena vescovado, e fu chiamata città: e per lo nome e onore de la detta madonna Veglia, per cui fu prima promossa e domandata la grazia, sì fu sempre sopranomata Siena la Veglia.

<B>XX</B>

 

<I>Torna la storia a' fatti della città di Firenze, e come santo Miniato vi fu martorizzato per Decio imperadore.</I>

Dapoi che brievemente avemo fatta alcuna menzione de le nostre città vicine di Toscana, torneremo a nostra materia a raccontare de la nostra città di Firenze; e sì come innarrammo dinanzi, la detta città si resse grande tempo al governo e signoria degl'imperadori di Roma, e spesso venieno gl'imperadori a soggiornare in Firenze quando passavano in Lombardia, e ne la Magna, e in Francia al conquisto delle province. E troviamo che Decio imperadore l'anno suo primo, ciò fu gli anni di Cristo CCLII, essendo in Firenze sì come camera d'imperio, dimorandovi a suo diletto, e il detto Decio perseguitando duramente i Cristiani dovunque gli sentiva e trovava, udì dire come il beato santo Miniato eremita abitava presso a Firenze con suoi discepoli e compagni, in una selva che si chiamava Arisbotto fiorentina, di dietro là dove è oggi la sua chiesa sopra la città di Firenze. Questo beato Miniato fu figliuolo del re d'Erminia primogenito, e lasciato il suo reame per la fede di Cristo, per fare penitenzia e dilungarsi dal suo regno passò di qua da mare al perdono a Roma, e poi si ridusse nella detta selva, la quale allora era salvatica e solitaria, però che la città di Firenze non si stendea né era abitata di là da l'Arno, ma era tutta di qua, salvo che uno solo ponte v'avea sopra l'Arno, non però dove sono oggi, ma si dice per molti ch'era l'antico ponte de' Fiesolani, il quale era da Girone a Candegghi: e quella era l'antica e diritta strada e cammino da Roma a Fiesole, e per andare in Lombardia e di là da' monti. Il detto Decio imperadore fece prendere il detto beato Miniato, come racconta la sua storia: grandi doni e proferte gli fece fare, sì come a figliuolo di re, acciò che rinegasse Cristo; e elli costante e fermo nella fede non volle suoi doni, ma sofferse diversi martiri; a la fine il detto Decio gli fece tagliare la testa ove è oggi la chiesa di Santa Candida a la Croce al Gorgo; e più fedeli di Cristo ricevettono martirio in quello luogo. E tagliata la testa del beato Miniato, per miracolo di Cristo co le sue mani la ridusse al suo imbusto, e co' suoi piedi andò e valicò l'Arno, e salì in sul poggio dove è oggi la chiesa sua, che allora v'avea uno piccolo oratorio in nome del beato Piero Appostolo, dove molti corpi di santi martiri furono soppelliti; e in quello luogo santo Miniato venuto, rendé l'anima a Cristo, e il suo corpo per gli Cristiani nascosamente fu ivi soppellito; il quale luogo per gli meriti del beato santo Miniato da' Fiorentini, dapoi che furono divenuti Cristiani, fue divotamente venerato, e fattavi una picciola chiesa al suo onore. Ma la grande e nobile chiesa de' marmi che v'è oggi a' nostri tempi troviamo che fue poi fatta per lo procaccio del venerabile padre messere Alibrando vescovo e cittadino di Firenze negli anni di Cristo MXIII, cominciata a dì XXVI del mese d'aprile per comandamento e autorità del cattolico e santo imperadore Arrigo secondo di Baviera e della sua moglie imperatrice santa Cunegonda che in quegli tempi regnava, e diedono e dotarono la detta chiesa di molte ricche posessioni in Firenze e nel contado per l'anime loro, e feciono reparare e reedificare la detta chiesa, sì come è ora, di marmi; e feciono traslatare il corpo del beato Miniato nell'altare il qual è sotto le volte de la detta chiesa con molta reverenza e solennità fatta per lo detto vescovo e chericato di Firenze, con tutto il popolo uomini e donne de la città di Firenze; ma poi per lo Comune di Firenze si compié la detta chiesa, e si feciono le scalee de' macigni giù per la costa, e ordinaro sopra la detta opera di Santo Miniato i consoli dell'arte di Calimala, e che l'avessono in guardia.

 

 

<B>XXI</B>

 

<I>Come santo Crisco e' suoi compagni furono martirizzati nel contado di Firenze.</I>

Ancora in quegli tempi di Decio imperadore, dimorando il detto Decio in Firenze, fece perseguitare il beato Crisco con suoi compagni e discepoli, il quale fu delle parti di Germania gentile uomo, e faceva penitenzia con santo Miniato, prima nella selva d'Arisbotto detta di sopra, e poi in quelle selve di Mugello ov'è oggi la sua chiesa, cioè San Cresci a Valcava; e in quello luogo egli co' suoi seguaci da' ministri di Decio furono martirizzati. Avemo raccontate le storie di questi due santi, acciò che s'abbiano in reverenza e in memoria a' Fiorentini, sì come per la fede di Cristo in questa nostra contrada furono martirizzati, e sono i loro santi corpi. Bene troviamo noi per più antiche croniche che al tempo di Nerone imperadore nella nostra città di Firenze e nella contrada prima fu recata da Roma la verace fede di Cristo per Frontino e Paulino discepoli di santo Piero, ma ciò fu tacitamente e in pochi fedeli, per paura de' vicarii e proposti degl'imperadori, ch'erano idolatri, e perseguivano li Cristiani dovunque gli trovavano; e così dimoraro infino al tempo di Gostantino imperadore e di santo Silvestro papa.

<B>XXII</B>

 

<I>Di Gostantino imperadore e de' suoi discendenti, e le mutazioni che ne furono in Italia.</I>

Troviamo che la nostra città di Firenze si resse sotto la guardia dello imperio de' Romani intorno di CCCL anni, dapoi che prima fu fondata, tenendo legge pagana e cultivando l'idoli, con tutto che assai v'avesse de' Cristiani per lo modo ch'è detto, ma dimoravano nascosi in diversi romitaggi e caverne di fuori da la città, e quegli ch'erano dentro non si palesavano Cristiani per la tema delle persecuzioni che gl'imperadori di Roma, e de' loro vicari e ministri facevano a' Cristiani, infino al tempo del grande Gostantino figliuolo di Gostantino imperadore, e d'Elena sua moglie figliuola del re di Brettagna, il quale fu il primo imperadore cristiano, e adotò la Chiesa di tutto lo 'mperio di Roma, e diede libertà a' Cristiani al tempo del beato Silvestro papa, il quale il battezzò e fece Cristiano, mondandolo della lebbra per virtù di Cristo; e ciò fu negli anni di Cristo intorno CCCXX. Il detto Gostantino fece fare in Roma molte chiese all'onore di Cristo, e abattuti tutti li templi del paganesimo e dell'idoli, e riformata la santa Chiesa in sua libertà e signoria, e ripreso il temporale dello 'mperio della Chiesa sotto certo censo e ordine, se ne andò in Costantinopoli, e per suo nome così la fece nominare, che prima avea nome Bisanzia, e misela in grande stato e signoria: e di là fece sua sedia, lasciando di qua nello 'mperio di Roma suoi patrici, overo censori, cioè vicarii, che difendeano e combatteano per Roma e per lo 'mperio. Dopo il detto Gostantino, che regnò più di XXX anni tra nello 'mperio di Roma e in quello di Gostantinopoli, e' rimasono di lui tre figliuoli, Gostantino, e Gostanzio, e Costante, i quali tra·lloro ebbono guerra e dissensione, e l'uno di loro era Cristiano, ciò fue Gostantino, e l'altro eretico, ciò fue Gostanzio, e perseguitò i Cristiani d'una resia che si cominciò in Gostantinopoli per uno chiamato Arrio, la quale per lo suo nome si chiamò ariana, e molto errore sparse per tutto il mondo e nella Chiesa di Dio. Questi figliuoli di Gostantino per la loro dissensione guastarono molto lo 'mperio di Roma e quasi abandonaro, e d'allora innanzi sempre parve che andasse al dichino e scemando la sua signoria: e cominciaro ad essere due e tre imperadori a una volta, e chi signoreggiava in Gostantinopoli, chi lo 'mperio di Roma, e tale era Cristiano, e tale eretico ariano, perseguitando i Cristiani e la Chiesa; e durò molto tempo, e tutta Italia ne fu maculata. Degli altri imperadori passati, e di quegli che furono poi, non facciamo ordinata memoria, se non di coloro che pertengono a nostra materia; ma chi per ordine gli vorrà trovare, legga la cronica martiniana, e in quella gl'imperadori e li papa che furono per gli tempi troverrà ordinatamente.

<B>XXIII</B>

 

<I>Come la fede cristiana fu prima nella città di Firenze.</I>

Nel tempo che 'l detto grande Gostantino si fece Cristiano, e diede signoria e libertà a la Chiesa, e santo Silvestro papa regnò nel papato palese in Roma, si sparse per Toscana e per tutta Italia, e poi per tutto il mondo la vera fede e credenza di Gesù Cristo. E nella nostra città di Firenze si cominciò a coltivare la verace fede, e abbattere il paganesimo al tempo di... che ne fu vescovo di Firenze, fatto per Silvestro papa; e del bello e nobile tempio de' Fiorentini, ond'è fatta menzione adietro, i Fiorentini levaro il loro idolo, il quale appellavano lo Idio Marti, e puosollo in su un'alta torre presso al fiume d'Arno, e nol vollono rompere né spezzare, però che per loro antiche memorie trovavano che il detto idolo di Marti era consegrato sotto ascendente di tale pianeta, che come fosse rotto o commosso in vile luogo, la città avrebbe pericolo e danno, e grande mutazione. E con tutto che i Fiorentini di nuovo fossono divenuti Cristiani, ancora teneano molti costumi del paganesimo, e tennero gran tempo, e temeano forte il loro antico idolo di Marti; sì erano ancora poco perfetti nella santa fede. E ciò fatto, il detto loro tempio consecrato all'onore d'Iddio e del beato santo Giovanni Batista, e chiamarlo Duomo di Santo Giovanni; e ordinaro che si celebrasse la festa il dì della sua nativitade con solenni oblazioni e che si corresse uno palio di sciamito; e sempre per usanza s'è fatto in quello giorno per gli Fiorentini. E feciono fare le fonti del battesimo in mezzo del tempio ove si battezzavano le genti e' fanciulli, e fanno ancora; e 'l giorno di sabato santo, che si benedice ne le dette fonti l'acqua del battesimo e il fuoco, ordinato che·ssi spandesse il detto fuoco santo per la città a modo che si faceva in Gerusalem, che per ciascuna casa v'andasse uno con una faccellina ad accendere. E di quella solennità venne la dignità ch'hanno la casa de' Pazzi de la grande faccellina, intorno fa di CLXX anni dal MCCC anni addietro, per uno loro antico nomato Pazzo, forte e grande della persona, che portava la maggiore faccellina che niuno altro, e era il primo che prendea il fuoco santo, e poi gli altri da lui. Il detto Duomo si crebbe, poi che fue consecrato a Cristo, ove è oggi il coro e l'altare del beato Giovanni; ma al tempo che 'l detto Duomo fu tempio di Marti, non v'era la detta agiunta, né 'l capannuccio, né la mela di sopra; anzi era aperto di sopra al modo di Santa Maria Ritonda di Roma, acciò che il loro idolo Idio Marti ch'era in mezzo al tempio fosse scoperto al cielo. Ma poi dopo la seconda redificazione di Firenze nel MCL anni di Cristo, si fece fare il capannuccio di sopra levato in colonne, e la mela, e la croce dell'oro ch'è di sopra, per li consoli dell'arte di Calimala, i quali dal Comune di Firenze ebbono in guardia la fabbrica della detta opera di Santo Giovanni. E per più genti che hanno cerco del mondo dicono ch'elli è il più bello tempio, overo duomo, del tanto che si truovi: e a' nostri tempi si compié il lavorio delle storie a <I>moises</I> dipinte dentro. E troviamo per antiche ricordanze che la figura del sole intagliata nello ismalto, che dice: "En giro torte sol ciclos, et rotor igne", fu fatta per astronomia; e quando il sole entra nel segno del Cancro, in sul mezzogiorno, in quello luogo luce per lo aperto di sopra ov'è il capannuccio.

<B>XXIV</B>

 

<I>Della venuta di Gotti e di Vandali in Italia, e come distrussono il paese e assediaro la città di Firenze al tempo di santo Zenobio vescovo di Firenze.</I>

Dapoi che·llo 'mperio de' Romani si traslatò di Roma in Grecia per Gostantino, e quasi fu partito, e talora abandonato per gli suoi successori, venne molto scemando. Per la qual cosa negli anni di Cristo circa IIIIc, regnando nello 'mperio di Roma e di Gostantinopoli Arcadio e Onorio figliuoli di Teodosio, una gente barbera delle parti tra 'l settentrione e levante, delle province che si chiamano Gozia e Svezia, di là dal fiume del Danubio, scese uno signore ch'ebbe nome Alberigo re de' Gotti, con grande seguito della gente di quegli paesi, e per loro forza passaro in Africa, e distrussolla in grande parte, e tornando in Italia, per forza distrussono grande parte di Roma, e la provincia d'intorno ardendo, e uccidendo chiunque loro si parava innanzi, sì come gente pagana e sanza alcuna legge, volendo disfare e abbattere lo 'mperio de' Romani; e in grande parte il consumaro. E poi, negli anni di Cristo IIIIcXV intorno, Rodagio re de' Gotti, successore del detto Alberigo, ancora passò in Italia con innumerabile esercito di gente; venne per distruggere la città di Roma, e guastò molto della provincia di Lombardia e di Toscana. Per la detta cagione gli Romani veggendosi così aflitti, e forte temendo del detto Rodagio che già era in Toscana, e poi si puose all'asedio della loro città di Firenze, mandato per soccorso in Gostantinopoli a lo 'mperadore. Per la qual cosa Onorio imperadore venne in Italia per soccorrere lo 'mperio di Roma, e coll'oste de' Romani venne in Toscana a la città di Firenze per contastare il detto Rodagio, overo Rodagoso, il quale era all'asedio di Firenze con CCm di Gotti e più; il quale per la volontà di Dio spaventò, sentendo la venuta dello 'mperadore Onorio, si ritrassono ne' monti di Fiesole e d'intorno, e ne le valli; e ivi ridotti in arido luogo e non proveduti di vittuaglia, assediati d'intorno a le montagne da Onorio e dall'oste de' Romani, più per miracolo divino che per forza umana (imperciò che a comparazione de' Gotti l'oste dello imperadore Onorio era quasi niente); ma per la fame e sete sofferta per più giorni per li Gotti, s'arendero i Gotti presi, dopo molto grande quantità prima morti di fame, i quali come bestie furono tutti venduti per servi, e per uno danaio diedono l'uno, con tutto che per la fame e disagio che aveano avuto, la maggiore parte si moriro in brieve tempo a danno de' comperatori che gli aveano a soppellire; e Rodagaso, di nascosto fuggito de la sua oste, da' Romani fu preso e morto. E così mostra che niuna signoria né grandezza nonn-ha fermo stato, e che non venga meno; ché sì come anticamente gli Romani andavano per l'universe parti del mondo conquistando e sottomettendosi le province e' popoli sotto loro giuridizione, così per diversi popoli e nazioni furono aflitti e tribulati lungo tempo, come innanzi farà menzione; e quegli che lo 'mperio consumarono furono a la fine distrutti per le loro peccata.

Essendo la nostra provincia di Toscana stata in questa afflizzione, e la città di Firenze per la venuta e assedio de' Gotti in grande tribolazione, sì era in Firenze per vescovo uno santo padre ch'ebbe nome Zenobio. Questi fu cittadino di Firenze, e fue santissimo uomo, e molti miracoli fece Idio per lui, e risucitò morti, e si crede che per gli suoi meriti la città nostra fosse libera da' Gotti, e dopo la sua vita santa molti miracoli fece. E simile santificò co·llui santo Crescenzio e santo Eugenio suo diacano e soddiacano, i quali sono soppelliti i loro corpi santi nella chiesa di Santa Reparata, la quale prima fu nomata Santo Salvadore; ma per la vittoria che Onorio imperadore co' Romani e co' Fiorentini ebbono contra Rodagaso re de' Gotti il dì di santa Reparata, fu a sua reverenza rimosso il nome a la grande chiesa di Santo Salvadore in Santa Reparata, e rifatto Santo Salvadore in vescovado, com'è a' nostri dì. Il detto santo Zenobio morì a San Lorenzo fuori de la città, e recando il suo corpo a Santa Reparata, toccò uno olmo che era secco nella piazza dì Santo Giovanni, e incontanente tornò verde e fiorìo; e per memoria di ciò v'è oggi una croce in su una colonna in quello luogo.

 

 

<B>LIBRO TERZO</B>

<B>I</B>

 

<I>Qui comincia il terzo libro: come la città di Firenze fu distrutta per Totile </I>Flagellum Dei<I> re de' Gotti e de' Vandali.</I>

Negli anni di Cristo CCCCXL, al tempo di santo Leo papa, e di Teodosio e Valentiniano imperadori, nelle parti d'aquilone fu uno re de' Vandali e di Gotti che si chiamava Bela, sopranomato Totile. Questi fu barbaro, e sanza legge, e crudele di costumi e di tutte cose, nato della provincia di Gozia e di Svezia, e per la sua crudeltà uccise il fratello, e molte diverse nazioni di genti per sua forza e potenzia si sottopuose; e poi si dispuose di distruggere e consumare lo 'mperio de' Romani, e disfare Roma; e così per sua signoria raunò innumerabile gente del suo paese, di Svezia, e di Gozia, e poi di Pannonia, cioè Ungaria, e di Dannesmarche, per entrare in Italia. E volendo passare in Italia, da' Romani, e Borgognoni, e Franceschi fu contrastato, e grande battaglia contra lui fatta nelle contrade di Lunina, cioè Frioli e Aquilea, co la maggiore mortalità di gente che mai fosse in neuna battaglia dall'una parte e dall'altra; e fu morto il re di Borgogna, e Totile come sconfitto si tornò in suo paese co la gente che gli era rimasa. Ma poi volendo seguire suo proponimento di distruggere lo 'mperio di Roma, si raunò maggiore esercito di gente che prima, e venne in Italia. E prima si puose ad assedio a la città d'Aquilea e stettevi per tre anni, e poi la prese e arse e distrusse con tutte le genti; e intrato in Italia, per simile modo distrusse Vincenza, e Brescia, e Bergamo, e Milano, e Ticino, e quasi tutte le terre di Lombardia, salvo Modona per gli meriti di santo Giminiano che n'era vescovo, che per quella città trapassando con sua gente, per miracolo di Dio no·lla vide se non quando ne fu fuori, e per lo miracolo la lasciò che no·lla distrusse; e distrusse Bologna, e fece martorizzare santo Procolo vescovo di Bologna, e così quasi tutte le terre di Romagna distrusse. E poi trapassando in Toscana, trovò la città di Firenze poderosa e forte. Udendo la nominanza di quella, e come era edificata da nobilissimi Romani, e era camera dello imperio e di Roma, e come in quella contrada era stato morto Rodagasio re de' Gotti suo anticessore con così grande moltitudine di Gotti, come adietro è fatta menzione, comandò che fosse assediata, e più tempo vi stette invano. E veggendo che per assedio no·lla potea avere, imperciò ch'era fortissima di torri, e di mura, e di molta buona gente, per inganno, e lusinghe, e tradimento s'ingegnò d'averla; ché i Fiorentini aveano continuo guerra colla città di Pistoia. Totile si rimase di guastare intorno a la città, e mandò a' Fiorentini che volea essere loro amico, e in loro servigio distruggere la città di Pistoia, promettendo e mostrando a·lloro grande amore, e di dare loro franchigie con molti larghi patti. I Fiorentini male aveduti (e però furono poi sempre in proverbio chiamati ciechi) credettono a le sue false lusinghe e vane promessioni, apersogli le porte, e misollo nella città lui e sua gente; e albergò nel Campidoglio. Il crudele tiranno essendo nella città con tutta sua forza, e con falsi sembianti mostrava amore a' cittadini, uno giorno fece richiedere a suo consiglio li maggiori e più possenti caporali de la terra in grande quantità. E come giugnevano in Campidoglio, passando ad uno ad uno per uno valico di camera, gli facea uccidere e amazzare, non sentendo l'uno dell'altro, e poi gli facea gittare nelli acquidocci del Campidoglio, cioè la gora d'Arno ch'andava sotterra per lo Campidoglio, acciò che niuno se n'acorgesse. E così ne fece morire in grande quantità, che niente se ne sentiva nella città di Firenze, se non che all'uscita della città ove si scoprivano i detti acquidocci, overo gora, e rientravano inn-Arno, si vedea tutta l'acqua rossa e sanguinosa. Allora la gente s'acorse dello inganno e tradimento; ma fu indarno e tardi, però che Totile aveva fatto armare tutta sua gente, e come s'avide che·lla sua crudelità era scoperta, comandò che corressono la terra uccidendo piccoli e grandi, uomini e femmine; e così fue fatto sanza riparo, però che li cittadini erano sanza arme e isproveduti; e truovasi che in quello tempo avea nella città di Firenze XXIIm d'uomini d'arme, sanza gli vecchi e' fanciugli. La gente della città veggendosi a tale dolore e distruzione venuti, chi potéo scampare il fece, fuggendosi in contado, e nascondendosi in fortezze, e in boschi, e caverne; ma molti e più de' cittadini ne furono morti, e tagliati, e presi, e la città fue tutta spogliata d'ogni sustanzia e ricchezza per gli detti Gotti, Vandali, e Ungari. E poi che Totile l'ebbe così consumata di genti e dell'avere, comandò che fosse distrutta e arsa e guasta, e non vi rimanesse pietra sopra pietra; e così fu fatto, se non che da l'occidente rimase una delle torri che Igneo Pompeo avea edificata, e dal settentrione e dal mezzogiorno una delle porte, e infra la città presso a la porta <I>casa, sive domo</I>, interpetriamo il Duomo di Santo Giovanni, chiamato prima casa di Marti. E di vero mai non fue disfatto, né disfarà in etterno, se non al <I>die iudicio</I>; e così si truova scritto nello ismalto del detto Duomo. E ancora vi rimasono l'alte torri, overo templi, segnati per alfabeto, che così gli troviamo in antiche croniche, le quali non sappiamo interpetrare: ciò sono S <I>e casa</I> P <I>e casa</I> F. Porte IIII avea la città, e VI postierle; e torri di maravigliosa fortezza erano sopra le porte. E l'idolo dello Idio Marti che' Fiorentini levarono del tempio e puosono sopra una torre, allora cadde inn-Arno, e tanto vi stette quanto la città stette disfatta. E così fu distrutta la nobile città di Firenze dal pessimo Totile a dì XXVIII di giugno negli anni di Cristo CCCCL, e anni VcXX da la sua edificazione; e nella detta città fu morto il beato Maurizio vescovo di Firenze a gran tormento per la gente di Totile, e il suo corpo giace in Santa Reparata.

<B>II</B>

 

<I>Come Totile fece reedificare la città di Fiesole.</I>

Distrutta la città di Firenze, Totile se n'andò in sul monte ov'era stata l'antica città di Fiesole, e con sue bandiere, e tende, e trabacche, e quivi s'acampò, e comandò che la detta città si redificasse, e fece bandire che chiunque volesse tornare ad abitare in quella fosse sicuro e franco, giurando a·llui d'essere contra li Romani, e acciò che·lla città di Firenze non si rifacesse mai. Per la quale cosa molti che anticamente erano stati discesi di Fiesole vi tornarono ad abitare, e de' Fiorentini medesimi isfuggiti, che non sapeano ove si dovessono abitare né andare. E così in poco tempo fu rifatta e redificata la città di Fiesole, e fatta forte di mura e di gente, e poi, come prima era, e fu sempre ribella di Roma. E perché noi facciamo in questa nostra storia digressione, lasciando come Firenze rimase diserta e disfatta, e seguendo le storie e' fatti de' Vandali, e de' Gotti, e de' Longobardi, i quali signoreggiarono lungo tempo Roma, e Toscana, e tutta Italia, sì ne pare di nicessità; ché per la loro forza e signoria li Fiesolani non lasciarono rifare Firenze infino che d'Italia non furono cacciati, come innanzi farà menzione, tornando a nostra materia.

<B>III</B>

 

<I>Come Totile si partì di Fiesole per andare verso Roma, e distrusse molte cittadi, e morì di mala morte.</I>

Rifatta la città di Fiesole, Totile si partì di quella, e andonne per Toscana per guastare lo 'mperio, e per andare a Roma, e prese e distrusse la città d'Arezzo, e quella fece arare e seminare di sale; e Perugia assediò più tempo, e per fame l'ebbe e la distrusse, e 'l beato Arcolano vescovo di quella fece strangolare. Simile fece della città di Pisa, e di Lucca, e di Volterra, e di Luni, e Pontriemoli, Parma, Reggio, Bologna, Imola, Faenza, Forlì, Forlimpopolo, e Cesena: tutte queste cittadi, e l'altre di Lombardia nominate, e molte altre città di Campagna e di terra di Roma dal nequissimo Totile furono distrutte, e molti santi monaci e religiosi da·llui e da sua gente furono distrutti e martirizzati, e fece grande persecuzione a' Cristiani, rubando e disertando chiese e munisteri, e quelle disfaccendo; e poi andando per distruggere Roma, in Maremma morìo di repentina morte. Ma alcuno altro dottore scrisse che 'l detto Totile per gli prieghi a Dio di santo Leo papa che allora regnava si partì d'Italia, e cessò la sua pestilenza; imperciò che, per miracolo di Dio, al detto Totile apparve più volte in visione dormendo una ombra con uno viso terribile e spaventoso, minacciandolo che s'egli non facesse il volere del detto santo padre papa Leone, il distruggerebbe. Il quale Totile per paura di ciò reverenza fece al detto papa, e partissi d'Italia sanza apressarsi a la città di Roma, e tornossi in Pannonia; e là venuto, di repentina morte morìo; e alcuno disse che morì in Cingole nella Marca. Ma dove ch'egli morisse, la notte medesima ch'egli morì, apparve per visione di sogno a Marziano imperadore, il quale era in Grecia, che l'arco di Totile era rotto; per la qual cosa intese che Totile era morto, e così si trovò che in quella medesima notte morìo. Questo Totile fu il più crudele e potente tiranno che si truovi; e per la sua iniquissima crudeltà fu chiamato per sopranome <I>Flagellum Dei</I>. E per altri si scrisse che 'l detto sopranome puose santo Benedetto, ch'udendo Totile la sua santità, l'andò a vedere a Montecascino travisato, per vedere se 'l conoscesse. Il beato santo non mai vedutolo, per ispirazione divina il conobbe, e disse: "Tu se' fragello di Dio per pulire le peccata"; comandògli da sua parte che non ispanda più sangue umano, onde poco apresso morìo. E veramente fu flagello di Dio per consumare la superbia de' Romani e de' Taliani per li loro peccati, che in quello tempo erano molto corrotti nello errore della resia ariana, e contra a la vera fede di Cristo, ed idolatri, e di molti altri peccati spiacenti a Dio erano contaminati; e così la divina potenzia pulì i non giusti per lo crudele tiranno non giusto giustamente.

<B>IV</B>

 

<I>Come i Gotti rimasono signori in Italia dopo la morte di Totile.</I>

Vivendo ancora Totile in Italia, Teodorigo, un altro re de' Gotti, si partì di Gozia e distrusse Danesmarce, e poi Lotterige, cioè Brabante e Analdo, e quasi tutta Francia; e passò in Ispagna e tutta la distrusse. E stando in Ispagna udì la morte di Totile, incontanente ne venne in Italia, e co' Vandali, e Gotti, e Ungari, e altre diverse nazioni ch'erano stati con Totile raunò sotto sua signoria, e lasciò in Ispagna Elarico, overo Elario, suo fratello re de' Gotti, il quale comprese e conquistò non solamente Spagna, ma il reame di Navarra, e Proenza, e Guascogna infino a' confini di Francia. Ma poi il detto Elarico fu isconfitto e morto con tutta sua gente da Crovis re di Francia, il quale fu il primo re di Francia che fosse Cristiano; e la detta battaglia fu presso a la città di Pettieri a X leghe, l'anno di Cristo VcX, e distrusse i Gotti per modo che mai non ebbono signoria di là da' monti. Il sopradetto Teodorigo che passò in Italia prese Roma, e tutta Toscana, e Italia, e allegossi con Leone imperadore di Gostantinopoli eretico ariano; il quale Leone passò in Italia, e venne a Roma, e trasse di Roma tutte le 'magini de' Cristiani e arsele in Gostantinopoli, a dispetto del papa e della Chiesa. E quello Leone imperadore e Teodorico re de' Gotti guastaro e consumaro tutta Italia, e le chiese de' fedeli fecero tutte abattere, e lo stato de' Romani e dello 'mperio molto infieboliro. E poi morto Leone imperadore, fu Zeno imperadore, e fu contrario de' costumi e di tutte cose di Leone, e la sua schiatta anullò e consumò, e ebbe guerra co' Gotti ch'erano in Italia. A la fine s'acconciò con pace co·lloro, ma volle per istadico Teodorico il giovane figliuolo di Teodorico re de' Gotti, ch'era garzone e piccolo, e tennelo seco in Gostantinopoli. E Teodorigo re tenne lo 'mperio di Roma per lo detto Zenone imperadore, faccendonegli omaggio, e dandonegli tributo. In questi tempi, circa gli anni di Cristo CCCCLXX, regnando in Gostantinopoli Leone imperadore di Roma, nella grande Brettagna, che ora Inghilterra è chiamata, nacque Merlino profeta (dissesi d'una vergine con concetto overo operazione di demonio), il quale fece in quello paese molte maraviglie per negromanzia, e ordinò la tavola ritonda di cavalieri erranti, al tempo che in Brettagna regnava Uter Pandragone, il quale fu de' discendenti di Bruto nipote d'Enea primo abitatore di quella, come adietro facemmo menzione; e poi rinnovata per lo buono re Artù suo figliuolo, il quale fu signore di grande potenzia e valore, e sopra tutti i signori cortese e grazioso, e regnò grande tempo in felice stato, come i ramanzi di Brettoni fanno menzione, e la cronica martiniana in alcuna parte in questo tempo.

<B>V</B>

 

<I>Come i Gotti furono cacciati la prima volta d'Italia, e come ricoveraro la signoria per lo giovane Teodorico loro re.</I>

Nel detto tempo, intorno gli anni di Cristo CCCCLXV, uno Agustolo (questi fu Teutonico) e prese e occupò lo 'mperio di Roma e d'Italia XV mesi. Ma Edevancer, Greco di Rutina, con Ruteni sua gente venne in Italia, e per forza prese Piagenza e Ticino, e discacciò della signoria il detto Agustolo, e fecesi monaco per paura. Evancer colli suoi Rutini venne a Roma, e ebbe tutta la signoria d'Italia per XIIII anni, e cacciò i Gotti. Sentendo ciò Zeno imperadore che dimorava in Gostantinopoli, mandò contra il detto Edevancer Teodosio giovane, che rimase del padre re de' Gotti, ch'avea XVII anni, e per terra venne per Bolgaria e Ungaria con assai fatica; e Evancer gli si fece allo 'ncontro in Aquilea con tutto lo sforzo d'Italia; quivi si combattero insieme, e Evancer fu sconfitto, e fuggisi con pochi a Roma; ma il popolo di Roma no·llo lasciarono entrare in Roma, ne la città. Teodosio co' Gotti, e Greci, e Ungari seguendolo a Roma, Evancer si fuggìo da Roma a Ravenna; ancora il perseguì Teodosio, e assediollo in Ravenna per tre anni, e presa la città, l'uccise, e distrusse sua gente, negli anni di Cristo CCCCLXXX; e Teodorico rimase re e signore in Italia, avendo lega e amistà con Zeno imperadore di Gostantinopoli, e da' Romani fu ricevuto a grande onore, e paceficamente tenne Roma e Italia grande tempo, e tolse per moglie la figliuola del re di Francia, che Lottieri figliuolo Crovis ebbe nome; ma poi si maculò della resia ariana, e divenne come tiranno, e nimico della Chiesa e di veri Cristiani. Questi fu quello Teodorico il quale mandò in pregione e fece poi morire a Pavia il buono santo Boezio Severino consolo di Roma, perch'egli per bene e stato della republica di Roma e della fede cristiana, il contrastava de' suoi difetti e tirannie, apponendogli false cagioni. Allora il santo Boezio compuose in pregione a Pavia il libro della filosofica consolazione. Poi questo Teodorico perseguitò molto i Cristiani, e molti ne fece morire a petizione degli ariani, e 'l papa Giovanni primo mandò in pregione a Ravenna, e fecelvi per martirio di fame morire con altri che co·llui erano andati in Gostantinopoli a Giustino imperadore cristianissimo, per procurare lo stato della Chiesa e della fede cattolica, e perché Giustino non facesse disfare le chiese degli eretici ariani; però che Teodorico avea minacciati di distruggere tutti gli Cristiani d'Italia, se Iustino offendesse alli ariani. E poi poco appresso il detto Teodorico morì di mala morte, e in visione vide uno santo eremita che il detto papa Giovanni gittava in inferno l'anima del detto Teodorico. Questi fu negli anni VcV. In questi tempi per gli errori della resia ariana e idolatra tutta Italia fu maculata, e Gostantinopoli, e tutta Grecia; e molte mutazioni di papa furono in Roma, e nella Chiesa grandi differenzie e errori, sicché Toscana e tutta Italia languiva sì degli errori de la fede, e sì delle diverse tiranniche signorie de' Gotti e degli altri che signoreggiavano; e crebbe tanto la forza de' Gotti, che occuparo non solamente Lombardia e Toscana e terra di Roma, ma Napoli e 'l regno di Puglia e Cicilia e ancora Africa, crescendo il loro errore, e vivendo sanza legge, e consumando le province e' popoli, tanto che gli Romani si ribellaro e cacciaro gli Gotti di Roma, i quali raunandosi col loro signore vennero all'asedio di Roma negli anni di Cristo VcXXXVIII.

 

 

<B>VI</B>

 

<I>Come i Gotti al tutto furono cacciati d'Italia per Belusiano patrice de' Romani.</I>

I Romani e Italiani veggendosi così consumare e distruggere a' Gotti, mandaro in Gostantinopoli a Iustiniano imperadore che gli dovesse liberare da' Gotti e recare lo 'mperio di Roma in suo stato e franchigia; il quale Iustiniano, udite le richieste de' Romani, e per adirizzare lo 'mperio di Roma, fece patrice de Romani, cioè padre e suo luogotenente e vicario, Belusiano suo nipote, e mandollo in Italia; e Iustiniano rimase in Gostantinopoli, e corresse con grande provedenza tutte le leggi, le quali erano molte confuse e in più volumi, e recolle sotto brevità e con ordine: il quale Belusiano sopradetto fu uomo di grande senno e prodezza, e bene aventuroso in guerra. Prima di Gostantinopoli per mare valicò in Africa, e con vittoria ne cacciò i Gotti e' Vandali che 'l paese occupavano, e poi simile fece in Cicilia; e appresso venne nel Regno e assediò la città di Napoli che si teneano co' Gotti, e per forza la prese, e non solamente uccise i Gotti che v'erano dentro, ma quasi tutti gli Napoletani piccoli e grandi, maschi e femmine, perché ritenevano i Gotti, e con loro aveano compagnia. E poi ne venne verso Roma, la quale era occupata da' Gotti, i quali sentendo la venuta di Belusiano patrice, si partiro da Roma e ridussonsi con tutta loro forza a Ravenna. Belusiano, radirizzato lo stato di Roma e dello imperio, perseguitò i Gotti a Ravenna, e ivi ebbe con loro grande battaglia, e vinseli, e sconfissegli, e cacciogli tutti quasi d'Italia; e poi n'andò inn-Alamagna e in Sassogna, e per forza tutti quegli paesi e province recò a l'obedienza e suggezzione dello 'mperio di Roma, e molto ricoverò lo 'mperio e ridusse in buono stato, e bene aventurosamente e con vittoria in tutte parti vinse e soggiogò i ribelli dello 'mperio, e tenne in buono stato mentre vivette, infino agli anni di Cristo VcLXV, che Iustiniano imperadore e Belusiano moriro bene aventurosamente. E dopo Belusiano fu fatto patrice di Roma Narses per Iustino secondo imperadore successore di Iustiniano; e questo Narses ancora ebbe battaglia in Italia col re de' Gotti, e sconfissegli, e vinsegli, e al tutto gli cacciò d'Italia. E così durò la signoria de' Gotti in Italia anni CXXV con grande stimolo e struggimento de' Romani, e di tutti gl'Italiani, e dello 'mperio di Roma; e così s'adempié la parola del santo Vangelo ove dice: "Io ucciderò il nemico mio col nemico mio". E in questi tempi fu grande sterilità e fame e pestilenzia in tutta Italia. E chi vorrà più stesamente sapere le battaglie e le geste de' Gotti cerchi i·libro che comincia: "<I>Gottorom</I> antichissimi etc.".

<B>VII</B>

 

<I>Della venuta de' Longobardi in Italia.</I>

Essendo Narses patrice di Roma, e signoreggiava lo 'mperio di ponente per Iustino imperadore, sì venne in disgrazia della imperadrice Sofia, moglie di Iustino, e minacciollo di morte, e di farlo privare della sua dignità; per la qual cosa il detto Narses si rubellò dallo imperadore Giustino, e mandò in Pannonia per gli Longobardi, ciò sono Ungari, e col loro re chiamato Rotario fece lega e compagnia contra lo 'mperadore di Gostantinopoli e de' Greci, per torgli lo 'mperio di Roma; e così fu fatto, il quale re di Longobardi venne in Italia negli anni di Cristo VcLXX. E l'abito de' Longobardi che prima vennono in Italia, si aveano raso il capo, e lunga la barba, e lunghi vestimenti e larghi, e di lino gli più, a modo di Frosoni, e le calze sanza peduli infino a' talloni, legate con coregge. Questi Longobardi prima furono di Sassogna; ma soperchio di genti parte di loro si partiro di loro paese, e presono Pannonia, e poi si stesono in Ungaria. E Longobardi ebbono nome per uno indivino chiamato Godan, il quale, venute le mogli de' Longobardi e la moglie del detto indivino per avere consiglio di loro fortuna, per suo consiglio disse che la mattina al levare del sole venissero, e co·lloro capelli avolti al mento. Godan così veggendole, disse: "Chi sono questi Longobardi?"; e però fue il loro primo nome. E poi al tempo e cagione di su detta passaro in Italia, e prima discacciarono di Melano i Melanesi, e simile gli abitanti di Ticino, e' Chermonesi, e' Bresciani, e' Bergamaschi; e in quelle città prima cominciaro ad abitare, e popolaro di loro gente, e poi tutte l'altre città d'intorno, e di quelle di Toscana infino nel regno di Puglia signoreggiaro. E dapoi fu chiamato quello paese Lombardia, e Lombardi per lo nome de' Longobardi; che prima avea nome la provincia Ombria, e di là dal Po Ensobra. E dalla loro venuta innanzi fu asciolto il regno d'Italia dal giogo di quegli di Gostantinopoli; e da quello tempo innanzi gli Romani si cominciaro a reggere per patrici, e durò grande tempo. E 'l detto re de' Longobardi fece suo capo del reame la città di Pavia, e fece molto grandi e notabili cose mentre ch'egli regnò. E stando in Pavia si andò a·llui il santo padre Allesandro, vescovo allora dell'antica città di Fiesole e cittadino di quella, per cagione che 'l signore di Fiesole che n'era sanatore guastava la Chiesa, e occupava le ragioni del vescovado e delle sue chiese soffreganti; il quale Rotario re, con tutto che fosse barbaro e pagano, al detto santo Allesandro fece grande amore e reverenzia, e esaudì la sua petizione, e fecegli brivilegi, e liberò la Chiesa, sì come seppe domandare. Ma il sanatore della città di Fiesole, uomo crudele e malvagio Cristiano, mandò dietro al detto santo Allesandro suoi ministri e famigliari, acciò che gli togliessono la vita; il quale partendosi da Pavia per tornare a Fiesole, da' detti masnadieri e ministri del sanatore di Fiesole fu martorizzato, e per forza gittato e annegato nel fiume del Po. Il cui corpo da' suoi discepoli e compagni fu ritrovato e recato nella città di Fiesole con grande reverenza; e poi per lo beato santo Romolo succedente vescovo di Fiesole, traslatandolo ove è oggi la sua chiesa suso a la rocca, grandissimi e visibili miracoli fece Iddio per lui, e massimamente contro al detto senatore e suoi ministri persecutori de' Cristiani, i quali non solamente perseguitavano i vivi, ma eziandio i corpi morti de' santi non lasciavano soppellire, sì come innanzi la sua storia pienamente fa menzione; il cui santo corpo, e quello del beato santo Romolo, e di più altri martiri e santi sono ancora in Fiesole, e sono molto da reverire; e chiunque in pelligrinaggio vae, per gli meriti de' detti santi corpi hae grandissimi perdoni e indulgenze. Lasceremo alquanto delle cominciate storie de' Longobardi, ch'assai tosto vi torneremo, e diremo d'una nuova e perversa setta che in questi tempi si cominciò oltremare, e ciò fu la legge e setta de' Saracini fatta per Maumetto falso profeta, la quale contaminò quasi tutto il mondo e molto affrisse la nostra fede cristiana.

<B>VIII</B>

 

<I>Del cominciamento della legge e setta de' Saracini fatta per Maometto.</I>

E' ne pare convenevole, dapoi che in brieve corso di scrittura avemo fatta menzione del venimento in Italia della gente de' Gotti e della loro fine, di mettere in questo nostro trattato il cominciamento della setta de' Saracini, la quale fu quasi in questi tempi che' Gotti vennono meno in Italia; e bene ch'ella sia fuori della nostra principale materia de' fatti del nostro paese d'Italia e molto di lungi, sì fu sì grande mutazione del mondo, e donde seguirono poi grandissime persecuzioni a santa Chiesa e a tutti i Cristiani, e eziandio ne sentì per certi tempi la nostra Italia, come si troverrà per innanzi leggendo. E brieve diremo le storie, e la vita, e la fine di Maometto cominciatore della detta malvagia setta de' Saracini, e in parte del cominciamento degli articoli della sua Alcaram, cioè legge, acciò che ciascuno Cristiano che questo leggerà, conosca e non sia ignorante della falsa legge e bestiale de' Saracini, e stia a commendazione della nostra santa cattolica e vangelica fede, ritornando poi a nostra materia.

Ne' detti tempi, quasi intorno di VIc anni di Cristo, nacque nel paese d'Arabia, nato nella città di Lamech, uno falso profeta ch'ebbe nome Maomet, figliuolo Aldimenech, il quale fu negromante. Questi fu disceso dalla schiatta d'Ismalieni, cioè de' discendenti d'Ismael figliuolo d'Abram e d'Agar sua ancella; e con tutto che' Saracini nati de' discendenti d'Ismael si dinominaro da Sara la moglie d'Abram, più degnamente e di ragione dovrebbono essere chiamati Agarini per Agar onde il loro cominciamento nacque. Questo Maomet fu di piccola nazione, e di povero padre o madre; e rimaso piccolo fanciullo sanza padre e madre, fu ricolto e nudrito in Salingia in Arabia con uno sacerdote d'idoli, e co·llui imprese alquanto di negromanzia; e quando il detto Maomet fu in età di sua giovanezza, venne a stare al servigio d'uno ricco mercatante arabo, per menare suoi asini a vittura. E andando giovane garzone con mercatanti in sua vottura, arivò per cammino in una badia di Cristiani, la qual era in sul cammino e confini d'Asiria e Arabia di là dal monte Sinai, ove i mercatanti facieno loro porto e ridotto. In quella avea uno santo eremita cristiano, e avea nome Bahairà, al quale per revelazione divina gli fu mostrato che tra gli mercatanti là venuti avea uno giovane di cui parlava la profezia sopra Ismael nel XVI capitolo del Genesis, che dice: "Egli nascerà uno fiero uomo, che·lla sua mano sarà contra tutti e la mano di tutti sarà contro a·llui, e che sarebbe averso della fede di Cristo e persecutore grandissimo". E quand'egli venne co' mercatanti alla detta badia, dicono i Saracini che 'l primo miracolo che Iddio mostrò per lui fu che crebbe una porta della chiesa, ond'egli entrò maravigliosamente; e se vero fu, sì fu segno manifesto che dovea isquarciare e aprire la porta della santa Chiesa di Roma. E conosciuto il giovane per lo santo padre per gli segni a·llui rivelati, il ritenne seco con pura fe' per ritrallo dell'idolatra, e insegnavagli la vera fe' di Cristo, la quale Maomet molto bene imparava. Ma per lo distino, overo per la forza del nimico dell'umana generazione, Maomet non poté continovare, ma si tornò al suo primo servigio e del suo maestro; col quale apresso crescendo Maomet in bontà, gli diede in guardia il suo maestro i suoi cammelli, e guidare sue mercatantie, le quali bene avrosamente avanzò. E morto il suo signore, e per lo suo buono servigio, a la donna piacque, e ebbe affare di lui; e poi morto il marito, il si fece secondo loro costuma suo marito, e fecelo signore d'ogni sua sustanzia e di molto grande avere. Maomet divenuto di povertà in ricchezza, si montò in grande orgoglio e superbia e in alti intendimenti, e pensossi di potere essere signore di tutti gli Arabi, però ch'erano grossi di senno e di costumi, e nonn-aveano nullo signore, né re, né legge: e egli era savio, malizioso, e ricco. E per fornire suo proponimento, prima si fece profeta, e predicava a quello grosso popolo, i quali vivieno sanza legge. E per avere séguito e podere s'acostò con uomini giovani, poveri e bisognosi, e ch'avieno debito, e con rubatori e disperati, seguendo co·lloro ogni peccato, e vivendo co·lloro a comune di ruberie e d'ogni male aquisto, spezialmente sopra i Giudei, cui molto disamava; e per questo divenne e montò in istato e signoria, e fu molto dottato e tenuto nel paese, e quasi come uno loro re fu temuto per lo podere e senno ch'avea tra quella gente barbera e grossa, e per sua superbia più battaglie ebbe co' signori vicini, e più volte vinse, e fu sconfitto, e in alcuna battaglia perdé de' denti dinanzi. E perché si facea profeta, e nelle dette battaglie in alcune fu sconfitto, onde per falso profeta fu rimprocciato, di che si scusava dicendo che Dio non volea che combattesse, e però il facea perdere, ma come suo messaggio voleva predicasse al popolo e amaestrasse. Il quale predicando, dicea ch'era sopra tutti i profeti, e che dieci angioli per comandamento d'Iddio il guardavano, ed era messo mandato da Dio per dichiarare la legge a' Giudei e a' Cristiani data da Dio a Moises; e quale contradicesse la sua legge fosse morto di spada, e i figliuoli o moglie di quello cotale fossono suoi servi, e tutta loro sustanza in sua signoria: questo fu il primo suo comandamento. Maomet fu di sua natura molto lussurioso, e in ogni villano atto di lussuria grazioso era colle femmine. Dicea che per grazia di Dio e' poteva più generare che XL altri uomini, e però tenea XV mogli e più altre concubine, overo bagasce; e per gelosia le tenea nascose e velate il viso, perché non fossono vedute e conosciute: e per suo essempro si reggono ancora i Saracini di loro mogli. D'altre femmine usava quanto potea o gli piacea, e più volentieri le maritate che l'altre; e di ciò essendo ripreso, e cominciando a dispregiare la sua dottrina e predica, sì fu cacciato co' suoi seguaci della città di Lamecche; per la qual cosa se n'andò ad abitare in un'altra città alquanto diserta ove abitavano Giudei e pagani e idolatri, e dura e salvatica gente, per meglio potere usare la sua falsa dottrina e predica, e commuovergli tutti alla sua legge. E fece fare in quella terra un tempio ov'egli predicava; e per iscusarsi della sua disordinata vita d'avolterio, si fece una legge seguendo la giudaica del vecchio Testamento, che qual femmina fosse trovata in avolterio fosse morta, salvo che co·llui, però ch'avea per comandamento da l'angiolo Gabriello ch'usasse le maritate per potere generare profeti. Ed essendo Maomet vago d'una moglie d'uno suo servo per sue bellezze, e toltala e giaciuto co·llei, il marito la cacciò, e Maomet la si riprese e tenne coll'altre sue femmine; e per conservare il suo avoltero, disse ch'ebbe lettera da·dDio per l'angelo, che facesse legge che quale uomo caccerà la moglie, o apponendole avoltero e no·llo provasse, ch'un altro la si possa prendere; e se 'l primo marito mai la rivolesse, no·lla possa riavere, se prima in sua presenza un altro uomo non giacesse co·llei carnalmente; e allora era purgato il peccato, e ancora il tengono i Saracini. Ancora fece legge ch'a ciascuno fosse lecito d'avere e usare tante mogli e concubine quante ne potesse fornire, per generare figliuoli e crescere il suo popolo; e fece legge che ciascuno potesse usare la sua propia cosa sanza peccato a·ssua volontà e disiderio, e questo trasse del bestiale paganesimo; e fece legge che quale ancella, cioè serva, ingrossasse di Saracino fosse franca; e così retasse il suo figliuolo come quello della moglie; e se fosse Cristiana, o Giudea, o pagana, si potesse partire libera a sua volontà, lasciando al padre di cui avesse aquistato il suo figliuolo. Queste furono le prime leggi che fece Maomet da·ssé medesimo. E avea Maomet la malatia di morbo caduco, che spesso cadea in terra e dibatteasi, e schiumava colla bocca sanza sentimento; e quando il male gli era passato, per coprire il suo difetto, e per fare meglio credere a quella grossa gente il suo errore e falsa dottrina, dicea che ciò gli avenia quando Iddio volea parlare co·llui e amaestrallo delle leggi che desse al popolo, però che nonn-era possibile di vederlo corporalmente; sì i·rapia l'agnolo Gabriello e portavalo in ispirito, e ne·rapire lo spirito avea il corpo suo quella passione. Istando Maomet nel cominciamento di questa sua falsa dottrina, avenne per sudozione del diavolo, volendo corompere la santa fede cattolica, che uno monaco cristiano ch'avea nome Grosius, overo volgare Sergio, il quale era grande cherico in corte di Roma e scienziato, ma per sue male opere e falso errore fu scomunicato e condannato per eretico, il quale per paura del papa si partì di corte, e udendo già la fama di Maomet, passò oltremare, e di là si rinegò la fede di Cristo, e co·male talento, per vendicarsi del papa e de' veri Cristiani, si n'andò in Arabia, e s'acozzò con Maomet, e trovollo al cominciamento ch'egli predicava la sua falsa dottrina, ma ancora non gli era data troppa fede; sì gli mostrò il detto Sergio come la sua legge volea esser meglio ordinata e fondata, acciò che 'l suo popolo gli credesse. E acostandosi con uno Giudeo, simile rinegato di sua legge, famigliare di Maomet, molto savio e segace, i quali rinegati profertisi per consiglieri di Maomet, il quale gli ricevette allegramente, e fecegli molto grandi maestri appo lui, e eglino per loro astuzia feciono grande lui appo il popolo, faccendolo signore e profeta sopra tutti quegli che mai furono, e messo di Dio. E ordinarono insieme la falsa dottrina e mala legge de l'Arcaram, traendo in parte quello ch'a·lloro piacque del vecchio Testamento e de' X comandamenti di Moises, e così del nuovo e vangelico di Cristo, della fede de' Cristiani, e parte della legge pagana idolatra; e raccomunandole insieme colle leggi fatte in prima e poi per Maomet, ne feciono una quarta legge, la quale fu ed è errore e confusione della fede cristiana, e eziandio della giudaica e pagana, mescolando il veleno col mele, cioè con certe parti del buono delle dette leggi che vi missono, mescolato molto del falso errore. La quale falsa legge per lo vizio lascivo e largo della carnalità, e per forza d'arme, corruppe non solamente i grossi Arabi di quello paese, ma il paese d'Asiria, Persia, e Media, Mesoppontania, Soria, e Turchia, e molte altre province d'oriente, e poi l'Egitto, e l'Africa tutta insino in Ispagna, e parte della Proenza; e alcuna volta si distesono in Italia e nel nostro paese di Roma e di Toscana, siccome per questa e altra cronica si potrà trovare. Lasceremo a dire de' falsi articoli della sua legge, ché a questo trattato non ne pare di nicessità, e sono disonesti e abominevoli a farne in questo memoria; ma chi·llo vorrà sapere legga l'Arcam di Maometo, ove tutte le sue costituzioni e dicreti vi sono per ordine. E quando Maometo fu nell'aggio di XL anni, fu per invidia da' suoi medesimi avelenato; e veggendosi venire a morte, comandò che la sua legge fosse oservata, e chi·lla contradicesse fosse morto colla spada; e lasciò che, lui morto, nol dovessono soppellire infino a tre dì, però che di certo avea da Dio che in capo de' tre dì, in anima e in corpo, ne sarebbe portato in cielo dagli angeli. I suoi parenti il tennono XII dì, tanto che forte putire facie il suo corpo, e non fu portato in cielo; ma lui poi imbalsimato, il portarono alla sua città da la Mecca onde fu nato, e in quella nel tempio in una arca messo; e per magistero di ferro con forza di calamita, la detta arca col suo corpo sta sospesa in aria sanza nullo altro tenimento. Al cui corpo di Saracini di diversi paesi vi vengono in pellegrinaggio con grandi oblazioni, e dicono che per la sua santità, per miracolo divino sta così sospeso in aria. Dopo la morte di Maomet molti savi uomini conobbono il falso errore e dottrina di Maomet, ed essere erronica, e da quella si partiro, e molto popolo fu scommosso e ritratto da quella legge. Ma i parenti di Maomet, i quali per la sua signoria erano grandi e potenti, per non perdere loro stato sì ordinaro uno successore di lui al modo del nostro papa, il quale tenesse e guardasse la legge di Maomet, e chiamarlo per sopranome calif. Bene ebbe tra·lloro al cominciamento, per la 'nvidia della signoria, grandissima scisma, e per gara feciono due calif, e l'uno calif dispuose l'altro, e feciono adizioni e correzzioni alla legge prima dell'Alcaram di Maomet; e per questa cagione nacque tra·lloro errore, onde si partirono. I Saracini del levante ritennono la propia legge di Maomet, e feciono loro calif dimorante alla nobile e grande città di Baldacca, e quegli d'Egitto e d'Africa ne feciono un altro i·lloro paese; e tra·lloro fu errore con diverse maniere di legge erroniche l'una dall'altra. Ma nel genero la legge dell'uno calif e dell'altro si concordavano insieme nella larghezza de' diletti carnali e d'altri vizii lascivi; per la qual cosa, come detto è dinanzi, la maggiore parte del mondo n'è contaminata. E nota che per certe profezie si truova, e per grandi astrolaghi s'aferma, che la detta setta de' Saracini dee durare circa ad anni VIIc e allora dé finire e venire meno. Non dichiarirò se cominciasse alla natività di Maomet o alla sua morte, o quando egli diè la legge agli Arabi. Lasceremo dello incominciamento della legge de' Saracini, e de' fatti di Maometto loro profeta, ch'assai in brieve n'avemo detto, e torneremo a nostra matera de' fatti d'Italia, e diremo d'un'altra perversa e barbera gente che nella detta Italia vennoro e signoreggiaro un tempo, che furono chiamati Lungobardi, e di loro principio, e di loro geste, e fine; però che furono grande cagione di non lasciare redificare la nostra città di Firenze per lungo tempo.

<B>IX</B>

 

<I>De' successori di Rotario re de' Lungobardi.</I>

Dopo il detto Rotario re de' Lungobardi, onde adietro facemmo menzione nel capitolo di Narses che gli fece di prima venire in Italia, regnò Gisulfo. Questo Gisulfo fu re di Puglia, e fece suo capo in Benivento, che si chiamava in prima Sannia, e tutta Puglia disabitò quasi de' paesani, e abitò di Longobardi, e feciono la legge che ancora si chiama longobarda, e tengono ancora i Pugliesi e gli altri Italiani, in quella parte dove danno mondualdo, overo in volgare manovaldo, alle donne, quando s'obbrigano in alcuno contratto, e fu buona e giusta legge. Questo Gisulfo assediò Roma e 'l papa, e ebbe due figliuoli: l'uno ebbe nome Alberico che fu re in Lombardia, e l'altro ebbe nome Grimaldo che rimase re in Benivento, e là morìo per torsi sangue, faticando suo braccio in aprire uno arco; e dopo Grimaldo ne fu re Romoldo suo figliuolo, e molta persecuzione feciono alla Chiesa. In Lombardia regnò Alberico e' suoi discendenti apresso, e ebbono grande guerra con quegli della città di Ravenna in Romagna, la quale era la maggiore e la più famosa città d'Italia appresso Roma. E così per grande tempo signoreggiarono Italia i Longobardi, tanto che si convertirono in paesani e abitanti di tutta Italia. E erano di diverse sette, con tutto che fossono battezzati: chi era Cristiano, e chi ariano e d'altri errori, e chi idolatri e pagani; e così stette grande tempo Italia maculata d'errori, e di signoria tirannica per gli Longobardi, e la Chiesa molto abbassata e afflitta. Dopo Alberigo regnò re de' Longobardi Eliprando, il quale fu grande come gigante, e per la grandezza del suo piede si prese la misura delle terre, e chiamasi ancora a' nostri tempi piè d'Eliprando, il quale è poco meno d'uno braccio a la nostra misura, e così è intagliato alla sua sepultura a Pavia. Questo Eliprando fu Cristiano, e mandò in Sardigna a fare ritrovare l'ossa e 'l corpo di santo Agustino, e fecelo recare in Italia, e per divozione infino a Genova con grande processione venne incontro, e poi in Pavia le ripuose a grande onore e solennità negli anni di Cristo VIIcXXV.

<B>X</B>

 

<I>Come Carlo Martello venne di Francia in Italia a richesta della Chiesa contro a' Lungobardi e l'origine della città di Siena.</I>

Nel tempo del detto Eliprando, tutto che fosse cristiano, ma per la sua avarizia, e per volere occupare le ragioni della Chiesa santa, e per consiglio dello 'mperadore di Gostantinopoli, cominciò guerra co' Romani e con papa Gregorio terzo, e con tutto suo isforzo venne ad assediare il detto papa a Roma, egli di verso Lombardia, e Grimaldo re de' Sanniti e Pugliesi con suo isforzo di Puglia, negli anni di Cristo VIIcXXXV. Per la qual cosa, fatto concilio in Roma, la Chiesa co' Romani mandarono in Francia per soccorso a Carlo Martello, il quale Carlo fu figliuolo di Pipino grande barone di Francia e de' XII peri, il quale governava tutto il reame e lo re medesimo; e simile fece il detto Carlo Martello, che il re che allora era, chiamato Ciperic, avea solamente il nome, ma Carlo la forza e la signoria: e fu figliuolo della serocchia di Dodone re d'Equitania, e poi fu padre del buono re Pipino padre che fu di Carlo Magno; e Martello avea sopranome però che 'l portava in sopransegna. E in fatti fu martello, però che per sua prodezza percosse tutta Alamagna, Sassogna, Soavia, Baviera, e Danismarce infino i·Norvea, Inghilterra, Equitania, e Navarra, e Spagna, e Borgogna, e Proenza, e tutte le mise sotto la sua signoria, e gli fece suoi tributarii. Poi a la richiesta del detto papa passò in Italia infino in Puglia, e liberò Roma e la Chiesa dall'ocupazioni de' Longobardi. E dicesi che in quel tempo, intorno gli anni di Cristo VIIcXL, fu il cominciamento dell'abitazione del luogo ove è oggi la città di Siena per la gente vecchia e non sana che passò con Carlo Martello, i quali rimasono in quello luogo, come adietro è fatta menzione della edificazione di Siena.

<B>XI</B>

 

<I>Come Eraco Lungobardo re di Puglia tornò all'ubidienza di santa Chiesa.</I>

Dopo la morte d'Aliprando succedette Eraco che regnò in Puglia. Questo Eraco somigliante al suo anticessore ricominciò guerra colla Chiesa e con papa Zaccheria; e vegnendo a Roma negli anni di Cristo VIIcL con tutto suo isforzo di Puglia e di Lombardia, per distruggere Roma e 'l paese d'intorno, per lo detto papa fu predicato per modo che Idio ispirò in lui la sua grazia, e convertissi a l'ubidienza di santa Chiesa egli e la moglie e' figliuoli, e passò oltremare contra a' Saracini e' pagani. Per la nostra fede cristiana fece di grandi e notabili cose con grande vittoria contra Cosdre re di Persia, e diliberò di pregione i Cristiani di Gerusalem e di Soria presi per lo detto Cosdre re; e raquistò la santa croce di Cristo che 'l detto re di Persia avea tolta di Gerusalem per dispetto de' Cristiani; e però s'ordinò per santa Chiesa la festa dell'asaltazione della santa croce. E oltre a·cciò, tornato d'oltremare, il detto Eraco per l'amore di Cristo lasciò ogni signoria mondana, e rendési monaco, e finì in santa vita. E la statua del metallo ch'è in Barletta in Puglia fece fare a sua similitudine al tempo che regnava in grolia mondana. E in questi tempi si trovò di prima lo strumento della campana per uno maestro della città di Nola in Campagna, e però fu chiamata <I>campana a campania</I>, e alcuni la chiamaro nola, e la prima fu recata a Roma e posta nel portico di San Giovanni Laterano di piccola e grossa forma. Ma poi cresciute e migliorate, fue ordinato per santa Chiesa si sonasse con quelle, a onore di Dio, l'ore del dì e della notte.

<B>XII</B>

 

<I>Come Telofre re de' Longobardi perseguitò santa Chiesa, e come il re Pipino a richiesta di papa Stefano venne di Francia, e sconfisselo e preselo.</I>

Apresso del re Eraco succedette nel reame di Lombardia e in quello di Puglia insieme Aristolfo, detto in latino Telofre, fratello del detto Eraco. Questi fu signore di grande potenzia, e crudele, e nimico di santa Chiesa e de' Romani; e per consiglio de' malvagi e ribelli Romani, prese Toscana e la valle di Spuleto, e distrussele, e toglieva censi per ogni capo d'uomo; e fece congiura con Leone e Gostantino suo figliuolo imperadori di Gostantinopoli, e a sua richesta passaro a Roma, e presolla con Telofre insieme, e rubarolla, e arsono le chiese e' santi luoghi, e portarne in Gostantinopoli le ricchezze di Roma, e tutte le imagini delle chiese di Roma, e per dispetto del papa e della Chiesa, e vergogna de' Cristiani, l'arse tutte in fuoco, e molti fedeli Cristiani distrussero e consumaro in Roma e in tutta Italia. Per la qual cosa Stefano papa secondo gli scomunicò, e tolse per amenda del misfatto a lo 'mperio il regno di Puglia e di Cicilia, e stabilì per dicreto che sempre fosse di santa Chiesa. E poi non potendo riparare a la forza de' detti tiranni ed a tanta aflizzione, in persona n'andò in Francia a Pipino prencipe e governatore de' Franceschi a richiederlo e pregare che venisse in Italia a difendere santa Chiesa contro Telofre re de' Lombardi, e fece al detto Pipino molti brivilegi e grazie, e fecelo e confermò re di Francia, e dispuose Ilderigo re ch'era della prima schiatta, però ch'era uomo di niuno valore, e rendési monaco. Il quale Pipino, fedele e amatore di santa Chiesa, il ricevette con grande onore, e poi con tutto suo isforzo col detto papa Stefano passò in Italia negli anni di Cristo VIIcLV, e col detto Telofre re de' Lombardi ebbe grandi battaglie. A la fine per forza d'arme e di sua gente il detto Telofre fu vinto e sconfitto dal buono re Pipino, e fece le comandamenta del papa e di santa Chiesa, e ogni amenda, com'egli e' suoi cardinali seppono divisare; e lasciò alla Chiesa per patti e brivilegi il reame di Puglia e di Cicilia, e 'l Patrimonio di Santo Piero. E venuto il detto Pipino in Roma col detto papa, furono ricevuti a grande onore da' Romani; e 'l detto Pipino fu fatto patrice di Roma, cioè luogotenente d'imperio, e padre della repubblica de' Romani. E rimessa Roma e santa Chiesa in sua libertà e in buono stato, si tornò in Francia, e finì sua vita a grande onore; e succedette a·llui re di Francia Carlo Magno suo figliuolo.

<B>XIII</B>

 

<I>Come Disidero figliuolo di Telofre ricominciò guerra a santa Chiesa; per la qual cosa Carlo Magno passò in Italia e sconfisselo, e prese e distrusse la signoria de' Lungobardi.</I>

Partito il re Pipino d'Italia e tornato in Francia, si riposò in alcuno tranquillo la Chiesa di Roma e 'l paese d'intorno uno tempo, per l'accordo che Pipino avea fatto con Telofre re di Lombardia, e per la vittoria avuta contra lui; ma morto Telofre, Desiderio suo figliuolo succedette a·llui, il quale maggiormente che 'l padre fu nemico e persecutore di santa Chiesa, e ruppe la pace, e allegossi con Gostantino che fu figliuolo di Leone imperadore di Gostantinopoli, e colle sue forze fece cominciare guerra in Puglia, e Disiderio dall'altra parte in Toscana, troppo maggiore che 'l suo padre nonn-avea di prima fatta. Per la qual cosa Adriano papa, che allora governava santa Chiesa, mandò in Francia per Carlo Magno figliuolo di Pipino che venisse in Italia a difendere la Chiesa dal detto Disiderio e da' suoi seguaci; il quale Carlo re di Francia passò in Lombardia negli anni di Cristo VIIcLXXV, e dopo molte battaglie e vittorie avute contra Disiderio, si·ll'asediò nella città di Pavia; e quella per assedio vinta, prese il detto Disiderio, e' figliuoli, e la moglie, salvo che 'l maggiore figliuolo ch'avea nome Algife si fuggì in Gostantinopoli a Gostantino imperadore, e sempre guerreggiò. Preso Disiderio, e la moglie, e' figliuoli, Carlo Magno gli fece fare la fedeltà a santa Chiesa, e simile a tutti gli baroni e città d'Italia; e poi ciò fatto, il detto Disiderio, e la moglie, e' figliuoli mandò in Francia pregioni, e là morirono tutti in pregione, e così fallì la signoria de' re de' Lombardi, detti prima Lungobardi, ch'era durata CCV anni in Italia, per la forza de' Franceschi e del buono Carlo Magno, che mai poi nonn-ebbe re in Lombardia. Bene rimasero le schiatte de' signori, e de' baroni, e borgesi stratti di Longobardi ed i·Lombardia e in Puglia; e ancora oggi ne sono in nostro volgare certi antichi gentili uomini che noi chiamiano cattani lombardi, derivato da' detti Longobardi che n'erano stati signori d'Italia. Carlo Magno, avuta la detta vittoria, venne a Roma, e dal detto Adriano e da' Romani fu ricevuto a grande triunfo e onore. E apressandosi Carlo Magno a Roma, vedendo la santa città di Roma di su Montemalo, discese da cavallo, e per reverenza venne a piè infino a Roma; e là giugnendo, le porte della città e di tutte le chiese basciò, e a ciascuna chiesa oferse riccamente. E giunto in Roma, fu fatto patrice di Roma, e egli adirizzò lo stato di santa Chiesa, e de' Romani, e di tutta Italia, e rimise in loro franchigia e libertade, abattute in tutte parti le forze dello 'mperadore di Gostantinopoli, e del re de' Lombardi, e di loro seguaci. E confermò a la Chiesa ciò che Pipino suo padre l'avea dotato; e oltre a·cciò dotò la Chiesa del ducato di Spuleto e di Benivento. E nel regno di Puglia ebbe più battaglie contro a' Longobardi e ribelli di santa Chiesa, e assediò e distrusse la città di Lacedonia ch'è in Abruzzi tra l'Aquila e Sermona, e assediò e vinse Tuliverno il forte castello a l'entrare di Terra di Lavoro, e più altre terre del Regno che teneano ribelli di santa Chiesa, e tutti gli sottomise a sua signoria. E ciò fatto, lasciando Roma e tutta Italia in pacifico stato e sotto sua signoria, bene aventurosamente intese a perseguitare i Saracini ch'aveano occupato Proenza, e Navarra, e Spagna, e colla forza de' suoi dodici baroni e peri di Francia, chiamati paladini, tutti gli conquise e distrusse, e passò oltremare a richiesta dello 'mperadore Michele di Gostantinopoli e del patriarca di Gerusalem, e conquistò la Terrasanta e Gerusalem, che·ll'occupavano i Saracini, e aquistò a lo 'mperadore di Gostantinopoli tutto lo 'mperio di levante, il quale aveano occupato i Saracini e' Turchi. E tornando in Gostantinopoli, lo imperadore Michele gli volle donare molti grandissimi tesori, nulla volle prendere, se non il legno de la santa croce e 'l chiovo di Cristo, lo quale in Francia ne recò, ed è oggi in Parigi. E tornato in Francia, signoreggiò per sua prodezza e virtude non solamente il reame di Francia, ma tutta Alamagna, Proenza, Navarra, e Spagna, e tutta Italia.

<B>XIV</B>

 

<I>Della progenia di Carlo Magno, e di suoi successori.</I>

E imperciò che questo Carlo Magno fu di grande affare, e fu per sua prodezza e bontà rifatta la nostra città di Firenze, come innanzi faremo menzione, volemo brievemente fare memoria de' suoi discendenti che furono imperadori e re di Francia, infino che fallì la sua schiatta al tempo d'Ugo Ciappetta duca d'Orliens. Apresso Carlo Magno regnò imperadore e re di Francia Luis suo figliuolo XXVI anni; poi fu Lottieri suo figliuolo imperadore, come innanzi faremo menzione, e Carlo il Calvo l'altro figliuolo di Luis fu re di Francia anni XXXIIII. A la fine, morto Lottieri suo fratello, fu il detto Carlo il Calvo imperadore due anni, e l'altro figliuolo del sopradetto Luis, che per lui Luis ebbe nome, fu re di Baviera e d'Alamagna, e di là rimasono re i suoi discendenti. Poi morto Carlo il Calvo, fu re di Francia Luis il Balbo suo figliuolo due anni. Questi nonn-ebbe lo 'mperio, ma fu imperadore Luis figliuolo di Lottieri imperadore, come innanzi faremo menzione. Poi di questo Luis il Balbo re di Francia rimase la moglie incinta d'uno figliuolo ch'ebbe nome Carlo il Semprice: di questo Luis il Balbo rimasono ancora due figliuoli grandi, l'uno ebbe nome Luis, e l'altro Carlo Magno; ma non furono di diritto maritaggio nati. Questi regnarono V anni, e furono morti; e dopo la loro morte gli baroni diedono il reame a Carlo il Grosso imperadore, che fu figliuolo di Carlo il Calvo, e regnò, essendo imperadore, V anni re di Francia. Questi fu quello Carlo che pacificò gli Normandi, e fece parentado co·lloro, e fecegli diventare Cristiani, e diede loro Normandia, come innanzi farà menzione. Ma poi questo Carlo divenne sì malato, ch'era perduto del corpo e della mente, onde per necessità fu disposto dello 'mperio e del reame, e per gli baroni dello 'mperio fu eletto uno Arnolfo imperadore, come innanzi nella storia degli 'mperadori farà menzione; ma non fu de·legnaggio di Carlo, né poi non ne fu niuno imperadore francesco. I baroni di Francia, disposto Carlo il Grosso, di concordia feciono re di Francia Ugo, overo Oddo, figliuolo Ruberto conte d'Angieri, e regnò VIIII anni, e fu buono uomo e dolce, e nudrì onorevolmente Carlo il Grosso ch'era malato e disposto. Ma essendo il detto Oddo in Guascogna, i baroni di Francia fecioro re Carlo il Semplice figliuolo adpostumo che fu di Luis il Balbo della diritta schiatta reale; onde sappiendo ciò Oddo, crucciato venne di Guascogna in Francia, e fece grande guerra per V anni, e poi si morì. Questo Carlo il Semplice regnò re XXVII anni; ma essendo lui re, parte de' baroni di Francia feciono re Ruberto fratello del sopradetto Oddo d'Angieri, e ebbono grande guerra ne·reame; a la fine il detto Ruberto fu sconfitto e morto da Carlo. Ma poi il detto Carlo il Semplice fu preso da Ruberto conte di Vermandos, ch'era de·legnaggio di Ruberto ch'era stato re, e in pregione il tenne a Perona tanto che morì. Ma lui preso, la moglie di Carlo, ch'era serocchia del re d'Inghilterra, se n'andò al fratello con uno suo figliuolo ch'ebbe nome Luis. Poi gli baroni di Francia feciono loro re Ridolfo figliuolo del duca di Borgogna, e regnò due anni; ma lui morto, i baroni mandarono inn-Inghilterra per lo giovane Luis figliuolo di Carlo il Semplice e feciollo re di Francia. Questo Luis regnò in Francia XXVII anni. Questi ebbe per moglie la serocchia del primo Otto della Magna imperadore, e ebbene due figliuoli, Lottieri e Carlo il Grande; poi negli anni VIIIIcXLVII fu il detto Luis preso nella città di Leone sopra Rodano da Ugo il Grande suo nimico. Ma ciò sappiendo Otto imperadore, venne in Francia con innumerabile oste, e prese la città di Leone, e trasse di pregione il re Luis suo cognato, e poi puose l'assedio alla città di Parigi, ove era il detto Ugo il Grande, e rendési egli e la città a la mercé del detto Otto, e paceficò insieme con Luis re, e rimase Luis in sua signoria. Ma lui morto, fu fatto re di Francia Lottieri suo figliuolo, il quale regnò XXXI anno, e ebbe guerra co' Fiaminghi, e vinsegli, e prese il ducato del Loreno ch'era dello 'mperio, onde Otto secondo imperadore suo cugino ebbe guerra co·llui, e corse il reame di Francia. A la fine fecioro pace, e lasciò a lo 'mperio il Loreno. Poi morto Lottieri, fu fatto re Luis suo figliuolo, ma non vivette che uno anno, e rimase sanza reda; e gli baroni di Francia feciono loro re Ugo Ciappetta duca d'Orliens gli anni di Cristo VIIIIcLXXXXVIII. Allora fallì la signoria della schiatta di Pipino e di Carlo Magno. Bene rimase in vita, regnando Ugo Ciappetta, Carlo il Grande fratello che fu di Lottieri e zio dell'ultimo Luis, il quale fece gran guerra a Ugo Ciappetta; ma alla fine fu il detto Carlo sconfitto e morto, e rimase il reame paceficamente a Ugo e a sue rede: e regnò i·legnaggio di Pipino re di Francia anni CCXXXVI. Avendo detto brievemente il corso e signoria de' successori e discendenti di Carlo Magno i quali apresso lui furono re di Francia, e tali imperadori di Roma, infino che fallì il loro lignaggio, sì·nn'è di nicessità di dire ancora di quello ch'adoperaro gl'imperadori franceschi, però che si mischia molto alla nostra materia per le novità della nostra provincia d'Italia e della Chiesa di Roma che furo a·lloro tempi; e però torneremo adietro, come Carlo Magno re di Francia fu fatto imperadore di Roma, e poi degli altri imperadori di suo legnaggio che furono appresso.

<B>XV</B>

 

<I>Come Carlo Magno re di Francia fu fatto imperadore di Roma.</I>

Carlo Magno tornato d'oltremare in Francia, come detto avemo, e avendosi sottoposto Alamagna, Italia, e Spagna, e Proenza, i malvagi Romani co' possenti Lombardi e Toscani si rubellaro dalla Chiesa, e in Roma presono papa Leone terzo che allora regnava, andando alla processione delle Letanie, e abacinarogli gli occhi, e tagliaro la lingua, e cacciarollo di Roma. E come piacque a·dDio per miracolo divino, e sì come innocente e santo, riebbe la vista degli occhi e la loquela del parlare, e andonne in Francia a Carlo Magno, pregandolo che venisse a Roma a rimettere la Chiesa in sua libertà; il quale Carlo, a richiesta del detto papa Leone, co·llui insieme venne a Roma, e rimise il papa e la Chiesa in suo stato e libertade, e fece grande vendetta di tutti i ribelli e nemici di santa Chiesa per tutta Italia. Per la qual cosa il detto Leone papa co' suoi cardinali e concilio generale, e con volontà de' Romani, per le virtudiose e sante operazioni fatte per lo detto Carlo Magno in istato di santa Chiesa e di tutta Cristianitade, per dicreto levaro lo 'mperio di Roma a' Greci, e elessero il detto Carlo Magno imperadore de' Romani, siccome dignissimo dello 'mperio; e per lo detto papa Leone fu consacrato e coronato in Roma gli anni di Cristo VIIIcI con grande solennità e onore il dì di Pasqua. Il quale Carlo bene aventurosamente imperiò anni XIIII e mesi uno e dì IIII, signoreggiando in tutto lo 'mperio del ponente, e le province dette di sopra, e eziandio lo 'mperadore di Gostantinopoli era a sua obbedienzia; e fece edificare tante badie quante lettere ha nell'abicì, cominciando il nome di ciascuna per la sua lettera. E coronato Luis suo figliuolo dello 'mperio e del reame di Francia, dando tutto suo tesoro a' poveri per Dio in questo modo, ch'egli lasciò il terzo di suo tesoro, il quale era infinito, a tutti i poveri di Cristianità mendicanti, e le due parti lasciò a dispensare a tutti i suoi arcivescovi di suo Imperio e di suo reame, acciò che·lli partissono intra gli loro vescovi, e a tutte chiese, monisteri, e spedali. E questi sono i nomi degli arcivescovadi e vescovi principali cui fece suoi esecutori: quello di Roma, ciò fu il papa, l'arcivescovo di Ravenna, e quello di Melano, e 'l patriarca d'Aquilea, e quello di Grado, e 'l vescovo di Firenze, in Italia; in Alamagna, a l'arcivescovo di Cologna, a quello di Maganza, a quello di Trievi; a quello di Legge, a quello di Senso, a quello di Bisenzona, a quello di Leone, a quello di Vienna in Borgogna; a quello di Ruem, a quello di Rens, a quello del Torso, a quello di Burgi, in Francia; a quello di Garent, a quello di Riens, in Navarra; a quello di Bordello, in Guascogna; e questo troviamo per le sue croniche. E ciò fatto, santamente rendé l'anima a Cristo nella terra d'Aquisgran in Alamagna, e là fu soppellito a grande reverenza, cioè ad Asia la Cappella. Ciò fu gli anni di Cristo VIIIcXIIII, e vivette LXXII anni; e molti segni appariro innanzi a sua morte, come raccontano le sue croniche de' fatti di Francia. Questo Carlo acrebbe molto la Chiesa santa e la Cristianità a lungi e apresso, e fu uomo di grande virtù.

<B>XVI</B>

 

<I>Come apresso Carlo Magno fu imperadore Lodovico suo figliuolo.</I>

Dopo la morte di Carlo Magno succedette allo 'mperio di Roma il re di Francia Lodovico suo figliuolo anni XXV. Questo Lodovico ebbe in prima grande guerra con due suoi fratelli, ciò furo Carlo e Pipino; e l'uno gli rubellò la Magna, e l'altro Spagna; e poi le rivinse loro per forza, e finirono male. Ebbe il detto Luis tre figliuoli: il primo Lottieri, e fecelo signore in Italia e luogotenente dello 'mperio; il secondo ch'ebbe nome Pipino fece re d'Equitania; il terzo, detto Luis, fece re di Baviera d'Alamagna; e dicesi che quegli della casa di Baviera sono stratti di quello lignaggio. Poi ebbe Luis d'un'altra moglie uno figliuolo ch'ebbe nome Carlo il Calvo, e fu poi re di Francia XXXIIII anni, e a la fine fu imperadore due anni, morto Lottieri imperadore suo fratello. Poi tutti gli detti figliuoli di Luis col loro padre distrussono Brettagna. Poi nacque disensione grande tra·llui e' figliuoli, i quali si rubellaro da Luis, e allegaronsi col papa, il quale papa Ghirigoro quarto colli suoi cardinali il dispuosono dello 'mperio per certe false accuse fatte contra lui, e rendési monaco in San Marco in Sansona; il quale papa quello anno medesimo trovando il vero, si ripenté e rimiselo in sua dignità, e' figliuoli medesimi si riconobbono, e tornaro a la sua obbidenzia.

<B>XVII</B>

 

<I>Come i Saracini di Barberia passarono in Italia e furono isconfitti e tutti morti.</I>

Al tempo di questo Luis, overo Lodovico, re di Francia e imperadore, e di Grigorio papa, per alquanti grandi uomini di Roma e scellerati e fuori d'ogni fede, per loro tirannia vollono guastare lo 'mperio, con giura e ordine di certi grandi Toscani: mandarono al soldano de' Saracini che venisse a Roma e possedesse Italia; i quali Saracini passarono con grande navilio in Italia, e fu sì grande moltitudine che copria la terra come i grilli, e corsoro e guastaro Cicilia e Puglia, e assediaro Roma e presono la parte della città Leonina ov'è la chiesa di San Piero, e di quella feciono stalla di cavagli, e disfeciono la chiesa di San Piero e di San Paolo, e più altre di fuori di Roma, e poi tutta Toscana guastaro. Il detto papa Gregorio mandò per soccorso in Francia a Lodovico imperadore, e in Lombardia al marchese di Monferrato; il quale Guido marchese co' Lombardi prima venne, e poi Lodovico co' Franceschi; e dopo molte battaglie e spargimento di sangue i Saracini cacciarono d'Italia, e andandone in Africa, in alto mare per la tempesta tutti annegaro; e ciò fu negli anni di Cristo VIIIcXXXV.

<B>XVIII</B>

 

<I>Ancora come i Saracini passarono in Calavra e' Normandi in Francia.</I>

Dopo il detto Lodovico imperiò Lottieri anni X. Questo Lottieri simigliante ebbe guerra co' fratelli per volere il reame di Francia che tenea Carlo il Calvo, e combatté co·lloro, e fu sconfitto in Alzurro; per la qual cosa lo 'mperio molto abassò, che i possenti Lombardi e Italiani no·llo ubbidieno, ma si recarono a tiranno, e signoreggiavano chi più potea. E per questa cagione i Saracini anche a richiesta de' tiranni passarono in Italia, in Puglia, e in Calavra; e' Normandi, ciò furono Noverchi di Norvea, per mare passaro in Gallia, e distrussono quasi tutta Francia; e ciò fu negli anni di Cristo VIIIcXLVII, onde lo 'mperio di Roma e 'l reame di Francia molto abassò. Per la qual cosa Lottieri per dolore lo 'mperio e parte de·reame che tenea dal fiume de lo Scalto a·Reno lasciò al figliuolo, e fecesi monaco e religioso di santa vita. A costui tempo Leone papa quarto rifece la chiesa di San Piero e di San Paolo, e tutte le chiese di Roma disfatte da' Saracini, e fece le mura della città detta Leonina intorno a San Piero, e per suo nome così fu chiamata.

<B>XIX</B>

 

<I>Come e in cui fallì lo 'mperio e reame di Francia alla progenia di Pipino.</I>

Dopo Lottieri imperiò Luis secondo suo figliuolo XXI anno. Questi ebbe molte battaglie co' Romani e co' Toscani, perché nonn-ubbidieno lo 'mperio; e al suo tempo il reame di Francia ebbe molte aversità da' Normandi. Dopo costui fu imperadore Carlo secondo figliuolo di Luis primo, detto Carlo Calvo. Questi venne a Roma, e per podere di sua moneta che spese a' possenti Romani e a papa Giovanni ottavo si fece coronare imperadore, e non regnò che XXI mese; e in questo tempo Luis di Baviera suo fratello gli fece guerra, e gli occupò parte dello 'mperio a' confini di Francia. Questo Carlo rifece tutte le chiese disfatte da' Saracini in Italia, e cacciogli di Cicilia; e tornando Carlo Calvo la seconda volta da Roma, fu da uno medico giudeo avelenato, e morì a Vercelli in Lombardia, e 'l suo corpo da' suoi fu portato in Francia a Santo Dionisio. E dopo il detto Carlo il Calvo succedette a·llui Carlo il terzo, il quale fu chiamato Carlo il Grosso, e imperiò anni XII, e degli ultimi XII anni gli V anni fu imperadore e re di Francia, però ch'era morto Luis il Semplice suo zio re di Francia a figliuoli sanza reda. Ma al fine il detto Carlo il Grosso amalòe, per modo che quasi era perduto, sì che per nicessità da' baroni fu disposto dello imperio e del reame. Al tempo di costui i Normandi e quegli di Danesmarce distrussero e guastaro gran parte di Francia e d'Alamagna, per la qual cosa il detto Carlo il Grosso, innanzi che fosse perduto de la malatia, andò contra le dette genti con tutto suo isforzo infino in Alamagna. I Normandi veggendo la potenzia dello 'mperadore, si pacificaro co·llui, e il loro re tolse per moglie la sua cugina figliuola che fu di Luis il Semplice re di Francia, e per mano del detto Carlo si fece battezzare Cristiano, e tutte sue genti per lui si feciono Cristiani; e non volendo tornare in loro paesi, sì diede loro il detto Carlo ad abitare la contrada e paese che allora si chiamava Laida Serna, la quale per loro nome e poi sempre fu chiamata Normandia, e ciò fu negli anni di Cristo VIIIcLXXXX; e il primo duca de' Normandi ebbe nome Ruberto, del cui lignaggio discesono valenti signori, come innanzi faremo menzione.

<B>XX</B>

 

<I>Di quello medesimo, e come regnaro appresso i·lignaggio d'Ugo Ciappetta.</I>

Appresso che fu disposto dello 'mperio, come detto avemo, Carlo il Grosso, i baroni elessero imperadore Arnolfo, overo Arnoldo, uno barone di Francia, ma non fu del lignaggio di Carlo il Magno. Questi regnò XII anni, ma poco si travagliò de' fatti d'Italia, se non in tanto che per sua forza fece fare papa Sergio il terzo, il quale fece nella Chiesa molte grandi mutazioni contra i suoi anticessori, come la cronica martiniana fa menzione. Questo Arnolfo combatté in Maganza con Danesmarce e Normandi, e vinsegli e cacciogli, che XL anni Alamagna e Francia aveano soggiogata. Questi a la fine per malizia divenne perduto, e lo 'mperio de' Romani ch'era appo' Franceschi al suo tempo fallì e venne meno, gli anni di Cristo VIIIIcI. E non solamente fallì lo 'mperio a' Franceschi, ma eziandio la signoria d'Alamagna al suo figliuolo e successore gli anni di Cristo VIIIIcX, che Currado primo tedesco ne fu fatto re, e fallì a' Franceschi la signoria di Spagna, e di Navarra, e Proenza, e non passò anni LXXX ch'al tutto fallì i·legnaggio di Carlo Magno, che non furono re di Francia dal tempo di Ugo Ciappetta duca d'Orliens, come adietro facemmo menzione, gli anni di Cristo VIIIIc e così mostra che VII fossero gl'imperadori franceschi, che vi furono de·legnaggio del buono Pipino. Durò lo 'mperio apo' Franceschi discendenti di Carlo Magno per C anni, e per loro discordie finìo in loro lo 'mperio, e ritornò agl'Italiani; però che nonn-atavano gli Romani dalle ingiurie de' Lombardi e de' Toscani, né 'l papa, né·lla Chiesa da' tiranni che·lla perseguieno; e dove i loro anticessori aveano fatto le chiese e dotate riccamente, per loro erano distrutte e rubate. Avemo detto sì lungamente dello imperio e de' re de' Franceschi, lasciando nostra materia de' fatti di Firenze, per continuare le novitadi e persecuzioni ch'a·lloro tempi ebbono gli Romani e quasi tutta Italia da' Saracini, e dalle discordie de' Lombardi ch'ebbono colla Chiesa; per la qual cosa la città di Firenze, di poco tempo rifatta, per le dette aversitadi poco acrebbe o venne in istato. Lasceremo le storie de' Franceschi e torneremo a nostra materia adietro, per contare come la città di Firenze fu rifatta e ristorata al tempo del buono Carlo Magno; ma prima diremo di suo averso stato innanzi ch'ella fosse rifatta.

<B>XXI</B>

 

<I>Come la città di Firenze istette guasta e disfatta CCCL anni.</I>

Dopo la distruzione della città di Firenze fatta per Totile <I>Flagellum Dei</I>, come adietro è fatta menzione, stette così disfatta e diserta intorno di CCCL anni per lo male stato di Roma e dello 'mperio, il quale prima da' Gotti e Vandoli, e poi da' Longobardi e Greci e Saracini e Ungari fue perseguitato e abassato, come adietro è fatta menzione. Ben v'avea ov'era stata Firenze alcuno borgo e abitanti intorno al Duomo di Santo Giovanni, per cagione che' Fiesolani vi faceano mercato un dì della settimana, e chiamavavi Campo Marti per l'antico nome, però che prima sempre da' Fiesolani era loro mercato, e così chiamato anzi che Firenze si facesse. Avenne per più volte, infra 'l detto tempo che la città era guasta e disfatta, che que' cotanti abitanti de' borghi e del mercato, coll'aiuto di certi nobili del contado che anticamente erano stati stratti de' Fiorentini primi cittadini, e di quegli di villaggi intorno, vollero più volte richiudere de' fossi e di steccati alcuna parte della città intorno al Duomo; ma per quegli della città di Fiesole, e col loro aiuto i conti da Mangone, e di Montecarelli, e da Certaldo, e di Capraia, ch'erano tutti d'uno lignaggio co' conti da Santa Fiore stratti di Lungobardi, si mettevano a riparo e contasto, e non lasciavano rifare; ma quello che·ssi facea, per forza, vegnendo armati e possenti, il faceano abattere e disfare, sicché per questa cagione, per l'aversitadi ch'aveano i Romani, siccome adietro è fatta menzione, e perché i Fiesolani sempre si tennono co' Gotti, e poi co' Longobardi, e con tutti i ribelli e nemici dello 'mperio di Roma e di santa Chiesa, e erano per la loro forza sì possenti e grandi che non n'aveano contasto da niuno loro vicino, non sofferieno che·lla città di Firenze si rifacesse; e per questo modo stette lungo tempo, infino che Dio puose fine all'aversità della città di Firenze, e recolla a salute della sua reparazione, come per noi si tratterà nel seguente capitolo, e quarto libro.

 

 

<B>LIBRO QUARTO</B>

<B>I</B>

 

<I>Qui comincia i·quarto libro: come la città di Firenze fu redificata colla potenzia di Carlo Magno e de' Romani tornando alquanto adietro.</I>

Avenne, come piacque a·dDio, che al tempo del buono Carlo Magno imperadore di Roma e re di Francia, di cui adietro avemo fatta lunga memoria, dapoi ch'ebbe abbattuta la tirannica superbia de' Longobardi, e de' Saracini, e degl'infedeli di santa Chiesa, e messa Roma e lo 'mperio in buono stato e in sua libertà, siccome adietro è fatta menzione, certi gentili e nobili del contado di Firenze, che si diceano che caporali furono i filii Giovanni, e' filii Guineldi, e' filii Ridolfi, stratti degli antichi nobili cittadini della prima Firenze, si congregarono insieme con quegli cotanti abitanti del luogo ove fu Firenze, ed altri loro seguaci abitanti nel contado di Firenze, e ordinaro di mandare a Roma ambasciadori de' migliori di loro a Carlo imperadore, e a papa Leone, e a' Romani, e così fu fatto; pregandogli che si dovessono ricordare della loro figliuola la città di Firenze, la quale fu guasta e distrutta da' Gotti e Vandali in dispetto de' Romani, a ciò ch'ella si rifacesse, e che a·lloro piacesse di dare forza di gente d'arme a riparare i Fiesolani e loro seguaci nemici de' Romani, che·lla città di Firenze non lasciavano redificare. I quali ambasciadori da Carlo imperadore, e dal papa, e da' Romani onorevolemente furono ricevuti, e la loro petizione accettata benignamente e volentieri; e incontanente lo 'mperadore Carlo Magno vi mandòe le sue forze di gente d'arme a cavallo e a piede in grande quantità; e' Romani feciono dicreto e ordine che come i loro anticessori aveano fatta e popolata prima la città di Firenze, così v'andassero a redificare e abitare delle migliori schiatte di Roma, e di nobili e di popolo, e così fue fatto. Con quell'oste dello 'mperadore Carlo Magno e de' Romani vi vennono quanti maestri avea in Roma, per più tosto murarla e afforzarla; e dietro a·lloro gli seguì molta gente; e tutti i contadini di Firenze, e de' fuggiti cittadini di quella d'ogni parte, sentendo la novella, si raunaro coll'oste de' Romani e dello imperadore per redificare la città; e giunti ov'è oggi la nostra città, in su l'anticaglia e calcinacci disfatti s'acamparono con trabacche e padiglioni. I Fiesolani e' loro seguaci veggendo l'oste dello 'mperadore e de' Romani sì grande e possente, non s'ardiro a combattere co·lloro, ma tegnendosi a la fortezza della loro città di Fiesole e a·lloro castella d'intorno, davano quanto sturbo poteano alla detta redificazione. Ma il loro podere fu niente apo la forza de' Romani, e dell'oste dello imperadore, e de' raunati discendenti de' Fiorentini; e così cominciaro a rifare la città di Firenze, non però della grandezza ch'era stata in prima, ma di minore sito, come apresso farà menzione, acciò che più tosto fosse murata e afforzata, e fosse riparo come battifolle della città di Fiesole; e ciò fu negli anni di Cristo VIIIcI a l'entrata del mese d'aprile. E dicesi che gli antichi aveano oppinione che di rifarla non s'ebbe podere, se prima non fu ritrovata e tratta d'Arno la imagine di marmo consecrata per gli primi edificatori pagani per nigromanzia a Marte, la quale era stata nel fiume d'Arno dalla distruzione di Firenze enfino a quello tempo; e ritrovata, la puosero in su uno piliere in su la riva del detto fiume, ov'è oggi il capo del ponte Vecchio. Questo nonn-affermiamo, né crediamo, però che·cci pare oppinione di pagani e d'aguri, e non di ragione, ma grande simplicità, ch'una sì fatta pietra potesse ciò adoperare; ma volgarmente si dicea per gli antichi che mutandola convenia che·lla città avesse grande mutazione. E dissesi ancora per gli antichi che' Romani per consiglio de' savi astrolagi, al cominciamento che rifondaron Firenze, presono l'ascendente di tre gradi del segno dell'Ariete, termine di Giovi e faccia di [...], essendo il sole nel grado della sua esaltazione, e la pianeta di Mercurio congiunta a grado col sole, e la pianeta di Marti in buono aspetto dell'ascendente, acciò che·lla città multiplicasse per potenzia d'arme, e di cavalleria, e di popolo sollecito e procaccianti in arti, e in mercatantie e in ricchezze, e germinasse d'assai figliuoli e grande popolo. E in quegli tempi, secondo che·ssi dice, gli antichi Romani, e tutti i Toscani, e gl'Italici, tutto fossero Cristiani battezzati, ancora teneano certe orlique a costume di pagani, e seguieno i loro cominciamenti secondo la costellazione; con tutto che questo non s'afermi per noi, però che costellazione nonn-è di nicessità, né può costrignere il libero albitrio degli uomini né 'l giudicio d'Iddio, ma secondo i meriti e peccati de' popoli. In alcuna operazione pare che·ssi dimostra la 'nfruenza della costellazione detta, che·lla città di Firenze è sempre in grandi mutazioni e dissimulazioni e in guerra, e talora in vittoria, e talora il contrario, e sono i cittadini di quella frequentati in mercatantie e in arti. Ma la nostra oppinione è che·lle discordie e mutazioni de' Fiorentini sieno come dicemmo al cominciamento di questo trattato: la nostra città fue popolata da due diversi popoli in ogni costume, siccome furono i nobili, e crudi, e aspri Romani e Fiesolani; per la qual cosa nonn-è maraviglia se la nostra città è sempre in guerra, e mutazioni, e disensioni, e disimulazioni.

<B>II</B>

 

<I>Della forma e grandezza che fu redificata la città di Firenze.</I>

La città nuova di Firenze si cominciò a deficare per gli Romani, come detto è di sopra, di piccolo sito e giro, figurandola al modo di Roma, secondo la picciola impresa; e cominciossi dalla parte di levante a la porta di San Piero, la quale fu ove furono le case di messere Bellincione Berti di Ravignani, nobile e possente cittadino, tutto ch'oggi sieno venuti meno, onde per retaggio della contessa Gualdrada sua figliuola, e moglie del primo conte Guido, rimasono a conti Guidi suoi discendenti, quando si feciono cittadini di Firenze, e poi le venderono a' Cerchi neri, uno casato di Firenze; e da la detta porta fu uno borgo infino a San Piero Maggiore, al modo di Roma, e da quella porta seguirono le mura in verso il Duomo, come tiene oggi la grande ruga che va a San Giovanni infino al vescovado; e ivi avea un'altra porta che·ssi chiamava porta del Duomo, e chi·lla chiamò porta del vescovo; e di fuori di quella porta fue edificata la chiesa di Santo Lorenzo, al modo ch'è in Roma San Lorenzo fuor le mura; e dentro a quella porta è San Giovanni, siccome in Roma San Giovanni Laterano. E poi conseguendo come a Roma, da quella parte [fecero] Santa Maria Maggiore; e poi da Sa·Michele Berteldi infino alla terza porta di San Brancazio, ove sono oggi le case de' Tornaquinci; e Santo Brancazio era fuori della città, e apresso San Paolo, a modo di Roma, da l'altro lato della città incontro a San Piero, come in Roma. E poi dalla detta porta di San Brancazio conseguendo ov'è oggi la chiesa di Santa Trinita ch'era fuori delle mura, e ivi presso ebbe una postierla chiamata Porta Rossa, che ancora a' nostri tempi la ruga ha ritenuto il nome. E poi si volgieno le mura ove sono oggi le case degli Scali per la via di Terma infino in porte Sante Marie, passato alquanto Mercato Nuovo, e quella era la quarta mastra porta, la quale era allo incontro delle case che sono oggi degl'Infangati dall'una parte, e di sopra alla detta porta era la chiesa di Santa Maria chiamata Sopra porta, che poi quando si disfece la detta porta, cresciuta la città, si trasmutò la detta chiesa dov'è oggi. E 'l borgo di Santo Apostolo era di fuori della città, e così Santo Stefano, al modo di Roma; e di là da Santo Stefano, in sulla fine della ruga mastra di porta Santa Maria, fecero e edeficarono uno ponte con pile di macigni fondato in Arno, che poi fu chiamato il ponte Vecchio, e è ancora; e fu assai più stretto che nonn-è ora, e fu il primo ponte che si facesse in Firenze. E dalla porta di Santa Maria seguieno le mura infino al castello Altrafonte, ch'era in sul corno della città sopra il fiume d'Arno, seguendo poi dietro a la chiesa di San Piero Scheraggio, che così si chiamava per uno fossato, overo fogna, che ricoglieva quasi tutta l'acqua piovana della città ch'andava in Arno, che·ssi chiamava lo Scheraggio.

E dietro alla chiesa di San Piero Scheraggio avea una postierla che·ssi chiamava porta Peruzza, e di là seguivano le mura per la grande ruga infino alla via del Garbo, e ivi avea un'altra postierla; e poi dietro alla Badia di Firenze ritornavano le mura a la porta San Piero. E di così piccolo sito si rifece la nuova Firenze con buone mura e spesse torri, con quattro porte mastre; ciò sono dette porta San Piero, porta del Duomo, porta San Brancazio, e porta Santa Maria, le quali erano quasi inn-una croce; e in mezzo della città era Santo Andrea, al modo com'è in Roma, e Santa Maria in Campidoglio; e quello ch'è oggi Mercato Vecchio era il mercato di Campidoglio, al modo di Roma. E la città era partita in quartieri, ciò sono le dette quattro porte; ma poi quando si crebbe la città, si recòe a sei sesti, siccome numero perfetto, che s'agiunse il sesto d'Oltrarno dapoi che s'abitò; e disfatta la porta di Santa Maria, si levò il nome, e si divise come vae la mastra strada; e dall'una parte si fece il sesto di San Piero Scheraggio, e dall'altra parte quello di Borgo; ed alle tre prime parti rimase il nome di sesti, siccome hanno infino a' nostri tempi. E feciono capo il sesto d'Oltrarno, acciò che andasse in oste colla 'nsegna del ponte, e poi San Piero Scheraggio colla 'nsegna del carroccio, il quale carroccio di marmi fu recato da Fiesole, ed è nella fronte della detta chiesa di San Piero; e poi Borgo colla insegna del becco, imperciò che in quello sesto stavano tutti i beccari e di loro mestiere, e erano a que' tempi molto innanzi nella città; San Brancazio appresso colla insegna della branca di leone, per lo nome; e porta del Duomo apresso colla insegna del Duomo; e porta San Piero da sezzo colla insegna delle chiavi. E dove fu de' primi sesti abitati in Firenze, fu messo a l'andare dell'oste a la dietroguardia imperciò che in quello sesto sempre aveva la migliore cavalleria e gente d'arme della città anticamente.

<B>III</B>

 

Come Carlo Magno venne in Firenze e brivileggiolla, e fece fare Santo Appostolo.

Rifatta la nuova città di Firenze nel piccolo spazio e forma, e nel tempo che detto è adietro, i capitani che v'erano per lo 'mperadore e per lo Comune di Roma l'ordinaro di popolare di gente, e come anticamente alla prima edificazione di Firenze, l'ordine fu fatto a Roma, che delle migliori schiatte de' Romani nobili e popolari vi dovessero rimanere per cittadini in Firenze, così fu fatto alla seconda reparazione, e fu dato a ciascuno ricca posessione. E troviamo per le croniche di Francia che poi che·lla città di Firenze fu rifatta per lo modo che detto è, Carlo Magno imperadore e re di Francia, partitosi di Roma e tornandosi oltramonti, soggiornò in Firenze, e fece e tenne gran festa e solennità il dì della Pasqua della Resurressione, gli anni di Cristo VIIIcV, e fece in Firenze assai cavalieri, e fece fondare la chiesa di Santo Appostolo in Borgo, e quella dotò riccamente a onore di Dio e di santi appostoli; e alla sua partita di Firenze brivileggiò la città, e fece franco e libero il Comune e' cittadini di Firenze, e tre miglia d'intorno, sanza pagare niuna taglia o spesa, salvo danari XXVI per focolare ciascuno anno. E per simile modo fece franchi tutti i cittadini d'intorno che dentro volessero tornare ad abitare, e' forestieri; per la qual cosa molti vi tornaro ad abitare; e in piccolo tempo per lo buono sito e agiato luogo, per lo fiume, e per lo piano, la detta piccola Firenze fu bene popolata e forte di mura e di fossi pieni d'acqua. E ordinaro che·lla detta città si reggesse e governasse al modo di Roma, cioè per due consoli e per lo consiglio di cento sanatori; e così si resse gran tempo, come apresso farà menzione. Bene ebbono lungo tempo i detti cittadini di Firenze molto affanno e guerra, sì per gli Fiesolani, ch'erano loro così di presso nemici, e sempre s'adastiavano, e erano in continua guerra insieme, e apresso per la venuta che' Saracini feciono in Italia al tempo degl'imperadori franceschi, come adietro è fatta menzione, che molto aflissono il paese, e poi per le diverse mutazioni ch'ebbe Roma e tutta Italia, sì per le discordie de' papi, e sì degl'imperadori italiani, i quali furono in continua guerra colla Chiesa. Per la qual cosa il nome della città di Firenze e la sua forza stette per ispazio di CC anni sanza potersi dilatare o crescere, stando ne' suoi piccoli termini. Ma con tutta la guerra e fatica, sempre multiplicava in popolo e in forza, e poco curavano la guerra de' Fiesolani, od altra aversitade di Toscana; che con tutto che·lla sua forza e signoria si stendesse poco di fuori della città, però che 'l contado era tutto incastellato e occupato da nobili e possenti che non obbedieno la città, e tali erano colla città di Fiesole, pure la città dentro era unita de' cittadini, e era forte di sito e di mura e di fossi pieni d'acqua, e dentro a la detta piccola città ebbe in poco tempo appresso più di CL torri di cittadini, d'altezza di CXX braccia l'una, sanza quelle della città; e per l'altezza delle molte torri ch'erano allora in Firenze si dice ch'ella si mostrava da lungi e di fuori la più bella e rigogliosa città del suo piccolo sito che si trovasse; e in questo spazio di tempo fu molto bene abitata, e piena di palagi e di casamenti e grande popolo, secondo il tempo d'allora. Lasceremo ora alquanto de' fatti di Firenze, e brievemente racconteremo gl'imperadori italiani che regnarono in que' tempi, apresso la vacazione de' Franceschi, che·cc'è di nicessità, imperciò che per la loro signoria molte mutazioni ebbe in Italia, tornando poi a nostra materia.

<B>IV</B>

 

Come e perché lo 'mperio di Roma tornò agl'Italiani.

Come noi avemo detto dinanzi, lo 'mperio di Roma durò alla signoria de' Franceschi intorno di C anni, nel quale tempo ebbe VII imperadori franceschi da Carlo Magno infino ad Arnolfo, che fu la fine de' Franceschi; e per cagione delle loro discordie venne meno la loro potenzia, e di Francia e d'Alamagna, com'è fatta menzione. E perché non poteano aiutare la Chiesa e' Romani dalle ingiurie e forze de' possenti Lombardi, sì ordinaro per dicreto che·lla degnità dello 'mperio non fosse più de' Franceschi, ma tornasse agl'Italiani. E 'l primo imperadore italiano fu Luigi figliuolo del re di Puglia, nato per madre della figliuola di Luigi secondo imperadore che fu de' Romani e re di Francia, onde adietro è fatta menzione. Questi fu coronato negli anni di Cristo VIIIIcI, e regnò VI anni. Questo Luis ebbe battaglie con Berlinghieri che signoreggiava allora in Italia, e cacciollo di signoria; ma poi il detto Luis fu preso a Verona e fue accecato, e 'l detto Berlinghieri fu rimesso in signoria, e fatto imperadore in Italia, e regnò IIII anni, e molte battaglie ebbe co' Romani, e fu prode in arme. E al suo tempo fu il primo re de' Romani in Alamagna, apresso la signoria de' Franceschi, ch'ebbe nome Currado di Sasogna, sicché l'uno regnava in Italia, e l'altro in Alamagna. E in questo tempo i Saracini passaro in Italia, e guastaron Puglia e Calavra, e sparsonsi guastando per molte parti d'Italia infino a Roma; ma ivi da' Romani furono contastati e sconfitti, e tornarsi in Puglia. Dopo il detto Currado regnò in Alamagna Arrigo suo figliuolo duca di Sassogna, il quale fu padre del primo Otto, il primo imperadore d'Alamagna che signoreggiasse in Italia, e fosse per lo papa consagrato, siccome innanzi farà menzione. Dopo il primo Berlinghieri detto di sopra che fu imperadore italiano imperiò il secondo Berlinghieri suo figliuolo VIIII anni. In questo tempo papa Giovanni decimo di Tosigliano con Alberigo marchese suo fratello andaro in Puglia contro a' Saracini, e co·lloro ebbono battaglia al fiume del Gariliano, e bene aventurosamente gli sconfissono, e cacciaro di Puglia. Poi tornati a Roma, discordia nacque tra 'l papa e 'l detto marchese, onde il marchese fu cacciato di Roma, il quale per cruccio mandò suoi ambasciadori agli Ungari, e fecegli passare in Italia; i quali con grande multitudine venuti, quasi tutta Toscana e terra di Roma distrussono e guastarono, uccidendo maschi e femmine, e ogni tesoro portarono via; ma poi da' Romani furono cacciati, e ogni anno per vendetta per gli Romani s'andava in Ungheria a guerreggiargli. E appresso regnò Lottieri in Italia VII anni, e al suo tempo fu grande discordia e guerra in Italia, e la città di Genova fu presa e distrutta da' Saracini d'Africa negli anni di Cristo VIIIIcXXXII, e uccisono e presono gli uomini, e tutto il loro tesoro e cose ne portaro in Africa. E l'anno dinanzi che' Saracini passassero apparve in Genova una fontana che largamente gittò sangue, il quale fu segno de la loro futura distruzione. Apresso Lottieri regnò imperadore in Italia il terzo Berlmghieri con Alberto suo figliuolo XI anni. Questi furono Romani, e signoreggiaro aspramente Italia; e prese Alunda imperadrice, moglie che fu di Lottieri imperadore suo anticessore, e misela in pregione, acciò che non si maritasse a signore che gli togliesse lo 'mperio e la signoria per lo suo eretaggio.

<B>V</B>

 

<I>Come Otto primo di Sassogna passò in Italia a richesta della Chiesa, e abatté la signoria degl'imperadori italici.</I>

Ma Otto re d'Alamagna a richiesta del papa e della Chiesa, per le discordie del detto Berlinghieri, e de' Romani, e de' tiranni d'Italia, si mosse d'Alamagna passando in Italia con grande potenza, e cacciò dello 'mperio Berlinghieri, e trasse di pregione la detta imperadrice, e isposolla a moglie nella città di Pavia, la quale donna fue di grande bellezze; ma poi il detto Berlinghieri tornò nella grazia d'Otto e rendégli la signoria di Lombardia, salvo la Marca Trivigiana, e Verona, e Aquilea che ritenne a sé, e tornossi in Alamagna. E di là ebbe il detto Otto molte battaglie cogli Ungari e sconfissegli, e vinsegli e recò a sua signoria. Ma dimorando lui in Alamagna, poi il detto Alberto figliuolo di Berlinghieri per sua signoria e forza, col séguito de' nobili e possenti Romani, fece fare papa Ottaviano suo figliuolo, che fu nomato papa Giovanni duodecimo, il quale fu uomo di mala vita, tegnendo piuvicamente le femmine, e cacciava e uccellava come uomo laico, e più cose ree e furiose fece; per la qual cosa i cardinali e 'l chericato di Roma, e' prencipi d'Italia, per la vergogna che 'l detto papa Giovanni facea a santa Chiesa, e Berlinghieri dall'altra parte facea le ree opere in Lombardia, mandarono ambasciadori sagretamente per lo detto Otto re in Alamagna, che passasse ancora in Italia a correggere la Chiesa, e adirizzare lo 'mperio, che Berlinghieri e Alberto guastavano; il quale Otto con grande potenzia venne in Lombardia, e prese il detto Berlinghieri, e mandollo in pregione in Baviera, e quivi vilmente finì sua vita. E Alberto si fuggì d'Italia per paura d'Otto, e il suo figliuolo papa Giovanni fu disposto; e nel detto Berlinghieri e Alberto suo figliuolo finì lo 'mperio agl'Italici, il quale per VI imperadori era durato LIIII anni, poi che vacarono i Franceschi, e mai poi non fu nullo imperadore d'Italia; e tornò lo 'mperio agli Alamanni, come innanzi faremo menzione; e ciò fu negli anni di Cristo intorno di VIIIIcLV. In quello tempo che regnarono nello 'mperio i Franceschi, e poi gl'Italiani, apresso la morte del buono Carlo Magno, molte diverse mutazioni ebbe nella Chiesa, che talora furono due papi a un'ora, e talora tre; e cacciando l'uno l'altro, e faccendo morire, e talora accecare, per la forza ch'aveano l'uno più che·ll'altro, chi dallo 'mperadore che regnava, e chi da' possenti Romani e dagli altri tiranni d'Italia, onde grande tempo fu in tribolazione e in iscisma la Chiesa; e con questo molte guerre, disensioni e battaglie ebbe per tutta Italia in diversi tempi. Per la qual cosa lo stato e la signoria de' Romani venne ogni dì calando e diminuendo, onde la nostra città di Firenze, ch'era camera de' Romani e dello 'mperio, per le sopradette guerre e aflizzioni non potea spirare né mostrare sue forze in tutto il detto tempo, però che i Fiesolani nemici di loro così vicini sempre teneano cogl'imperadori e cogli altri signori e tiranni ch'erano ribegli e nimici della Chiesa e de' Romani; e' Fiesolani la città di Firenze continuo faceano guerreggiare e guerreggiavano, acciò che Firenze non potesse né crescere né sopramontare a·lloro. Ma come piacque a·dDio, con tutta la guerra de' Fiesolani, e degli altri imperadori, e ribelli de' Romani, la città di Firenze sempre cresceva a poco a poco e multiplicava, e Fiesole venia calando e diminuendo, e molta buona gente di Fiesole lasciaro l'abitare della città del poggio, e tornaro a l'agio del piano e del fiume ad abitare in Firenze, imparentandosi co' Fiorentini; e maggiormente quando cessò la signoria degli imperadori italiani e tornò agl'imperadori d'Alamagna, i quali erano fedeli e divoti di santa Chiesa, e abattero i tiranni di Toscana e di Lombardia; e in quegli tempi la città di Firenze crebbe e allargossi assai, e vinse per ingegno di guerra la città di Fiesole, e disfecela, come innanzi farà menzione. Lasceremo al presente a parlar di ciò, infino che tempo sarà, e cominceremo il quinto libro, come lo 'mperio di Roma tornò agli Alamanni, e quegli che regnaro per gli tempi, e quello che fecero, mischiandovi tuttora le storie e' fatti de' Fiorentini, come incorsono nella loro signoria, che ne fia di nicessità a volerle dirittamente ritrarre e raccontare.

 

<B>LIBRO QUINTO</B>

<B>I</B>

 

<I>Qui comincia il quinto libro: come la lezione dello 'mperio di Roma venne agli Alamanni, e come Otto primo di Sassogna fu consegrato imperadore.</I>

Regnando nel papato Giovanni duodecimo figliuolo d'Alberto imperadore, come adietro è fatta menzione, e guastando la Chiesa per le sue ree opere, fue per parte de' cardinali rimandato per Otto re d'Alamagna per levare il detto papa di signoria, e fare lui imperadore; per la qual cosa il detto papa, sappiendo ciò, a Giovanni suo diacano cardinale ch'avea ordinato ciò e trattato fece mozzare il naso, e a un altro Giovanni soddiacano ch'ave' scritto le lettere fece tagliare la mano. Per la qual cosa, e per le pessime opere di Berlinghieri e d'Alberto, faceano in Lombardia e in Toscana, Otto con tutta sua forza passò ancora in Italia, e abatté al tutto la signoria de' detti imperadori in Lombardia, come in parte fu detto dinanzi. E poi venne in Toscana, e da' Lucchesi e da' Fiorentini fu ricevuto onorevolemente, e soggiornò assai in Lucca, e alquanto in Firenze; poi se n'andò a Roma, e da' Romani fu ricevuto a grande gloria e triunfo; il quale giunto a Roma, fece disporre e cacciare del papato il detto Giovanni papa, il quale poi morì vilmente e in avolterio, e fece eleggere papa Leone ottavo, il quale per la malvagità de' Romani fece decreto che niuno papa fosse fatto sanza l'asentimento dello 'mperadore. E veggendo il papa e tutto il chericato che·lla Chiesa non si potea difendere, né avere sua libertà per la retà de' malvagi Romani e de' tiranni d'Italia che·ll'occupavano, sanza l'aiuto e forza degli Alamanni, e conoscendo la bontà e valore e potenzia del detto Otto re, per dignissimo fue per lo popolo di Roma e per la Chiesa eletto imperadore, e consegrato e coronato in Roma dal detto papa Leone a grande gloria, negli anni di Cristo VIIIIcLV, il quale fece molti doni a santa Chiesa. Questo Otto fu di Sassogna, e regnò imperadore XII anni, faccendo grandi e buone opere in esaltamento della Chiesa e dello 'mperio, e pacificò tutta Italia; e ciò fatto, si tornò in Alamagna colla sua moglie Alunda, della quale avea avuto uno figliuolo, ch'ebbe nome simigliante al padre Otto secondo. Ma tornato lui in Alamagna, per gli malvagi Romani fu disposto papa Leone, e feciono papa Benedetto V, della qual cosa, sappiendolo Otto, molto isdegnato e crucciato tornòe a Roma con sua forza, e assediolla; per la qual cosa i Romani per avere sua pace gli rendero preso il detto Benedetto papa, e rimise in sedia Leone, che prima era stato papa, e tornossi in Alamagna, e menonne il detto Benedetto, il quale morì vilmente. E dopo molte pietose e buone opere, e fatti ricchi monasterii, il detto Otto si morì in Alamagna. Questo Otto amendò molto tutta Italia, e mise in pace e buono stato, e abatté le forze de' tiranni; e al suo tempo assai de' suoi baroni rimasono signori in Toscana e in Lombardia. Intra gli altri fu il cominciamento de' conti Guidi, il quale il primo ebbe nome Guido, che 'l fece conte Palatino, e diedegli il contado di Modigliana in Romagna; e poi i suoi discendenti furono quasi signori di tutta Romagna, infino che furono cacciati di Ravenna, e tutti morti dal popolo di Ravenna per loro oltraggi, salvo uno picciolo fanciullo ch'ebbe nome Guido, sopranomato Sangue, per gli suoi che furono tutti in sangue morti; il quale poi per lo 'mperadore Otto quarto fu fatto signore in Casentino, e questi fu quegli che tolse per moglie in Firenze la contessa Gualdrada, figliuola che fu del buono messere Bellincione Berti de' Ravignani onorevole cittadino di Firenze. Ancora troviamo che 'l detto Otto primo soggiornava in Firenze quando andava e tornava a Roma, e mise amore e piacquegli la città, e perch'era stata sempre figliuola della città di Roma e fedele allo 'mperio, sì·lla favorò e brivileggiò, e dielle infino in sei miglia di contado. E quando tornò in Alamagna, de' suoi baroni vi rimasero e furono cittadini; e intra gli altri fu quegli ch'ebbe nome Uberto, onde si dice che nacque la casa e progenia degli Uberti, e per suo nome così fu nomata; e un altro barone ch'ebbe nome Lamberto, che si dice che discesono i Lamberti: questo però non affermiamo; e più altri di sua gente de' migliori baroni, e di quegli d'Otto secondo, rimasono in Toscana in signoria, onde poi sono stratti molti lignaggi in Firenze di gentili uomini, e molte terre d'Italia. Questo Otto primo brivileggiò i Lucchesi che potessero battere moneta d'oro e d'ariento, e però la loro moneta è improntata del suo nome. Dapoi che morì Otto primo fu fatto imperadore Otto secondo suo figliuolo, il quale regnò XV anni. Al tempo di questo Otto uno papa Giovanni tredecimo, che·ll'avea coronato, fue preso da Piero prefetto di Roma e messo in Castello Santo Angelo, e poi si fu cacciato in Campagna; ma il detto Otto il rimise in sedia, e molti Romani che di ciò ebbono colpa fece morire di mala morte, e molti ne mandò presi in Sassogna. Al tempo di costui i Saracini e' Greci presono Calavra, il quale andò loro incontro con grande oste di Romani, e Tedeschi, e Lombardi, e Pugliesi; ma per mala condotta, e perché i Romani e' Beneventani si fuggiro, fue sconfitto con grande danno de' Cristiani, e egli preso da' corsali greci; ma per ingegno e promesse si fece menare in Cicilia; essendovi arrivato co·lloro, essendo conosciuto, tutti gli fece morire di mala morte. E poi il detto Otto assediò Benivento, e prese la terra e guastolla per lo loro tradimento, e trassene il corpo di santo Bartolomeo appostolo, e recollo a Roma per portarlo in Sassogna; ma tornato a Roma morìo poco appresso, e nell'isola di Roma lasciò il detto corpo di santo Bartolomeo.

<B>II</B>

 

<I>Del terzo Otto imperadore, e del marchese Ugo che fece la Badia di Firenze.</I>

Dopo la morte del secondo Otto fue eletto imperadore Otto terzo suo figliuolo, e coronato per papa Gregorio quinto negli anni di Cristo VIIIIcLXXVIIII, e regnò questo Otto XXIIII anni. Poi che fue incoronato andòe in Puglia in pellegrinaggio al Monte Santo Angelo, e poi si tornò per la via di Francia in Alamagna, lasciando Italia in buono stato e pacefico. Ma lui tornato in Alamagna, Crescenzo consolo e signore di Roma cacciò il detto Gregorio del papato, e misevi uno Greco, ch'era vescovo di Piagenza, molto savio; ma sentendo ciò Otto imperadore, molto crucciato con sua forza tornò in Italia, e assediò in Roma il detto Crescenzo e 'l suo papa in Castello Santo Angelo, che là entro s'erano fuggiti; il quale per assedio ebbe il detto castello, e Crescenzo fece dicollare, e papa Giovanni XVI trarre gli occhi e tagliare le mani, e rimise in sedia il suo papa Gregorio che di nazione era suo parente; e lasciando Roma e Italia in buono stato, si tornò in suo paese in Alamagna, e di là morì bene aventurosamente. Col detto Otto terzo venne in Italia il marchese Ugo: credo che fosse marchese di Brandimborgo, però che in Alamagna nonn-ha altro marchesato. A costui piacque sì la stanza di Toscana, spezialmente de la nostra città di Firenze, ch'egli ci fece venire la moglie, e in Firenze fece suo dimoro, sì come vicario d'Otto imperadore. Avenne, come piacque a·dDio, ch'andando lui a una caccia nella contrada di Bonsollazzo, per lo bosco si smarrì da sua gente, e capitò, a la sua avisione, a una fabbrica dove s'usa di fare il ferro. Quivi trovando uomeni neri e sformati che in luogo di ferro parea che tormentassono con fuoco e con martella uomeni, domandò che ciò era. Fugli detto ch'erano anime dannate, e che a simile pena era condannata l'anima del marchese Ugo per la sua vita mondana, se non tornasse a penitenzia; il quale con grande paura si raccomandòe a la vergine Maria, e cessata la visione, rimase sì compunto di spirito, che tornato in Firenze, tutto suo patrimonio d'Alamagna fece vendere, e ordinò e fece fare sette badie: la prima fu la Badia di Firenze a onore di santa Maria; la seconda quella di Bonsollazzo, ove vide la visione; la terza fece fare ad Arezzo; la quarta a Poggibonizzi; la quinta alla Verruca di Pisa; la sesta a la Città di Castello; l'ultima fu quella di Settimo: e tutte queste badie dotò riccamente, e vivette poi colla moglie in santa vita, e nonn-ebbe nullo figliuolo, e morì nella città di Firenze il dì di santo Tommaso gli anni di Cristo MVI, e a grande onore fu soppellito alla Badia di Firenze. E vivendo il detto marchese Ugo, fece in Firenze molti cavalieri della schiatta de' Giandonati, de' Pulci, de' Nerli, de' conti da Gangalandi, e di quegli della Bella, i quali tutti per suo amore ritennero e portarono l'arme sua adogata rossa e bianca con diverse intransegne.

<B>III</B>

 

<I>De' VII prencipi d'Alamagna ch'hanno a eleggere lo 'mperadore.</I>

Morto Otto il terzo, per cagione che·llo 'mperio era andato per lignaggio in tre Otti, l'uno figliuolo dell'altro, si parve a Sergio papa quarto, e a' cardinali, e a' prencipi di Roma che·llo 'mperio fosse alla lezione degli Alamanni, imperciò ch'erano possenti genti, e grande braccio del Cristianesimo; ma che d'allora innanzi lo 'mperio andasse per elezione del più degno, confermandosi poi per la Chiesa, essendo aprovato degno: e furono per dicreto ordinati sette lettori dello 'mperio in Alamagna, e ch'altri non potesse degnamente essere eletto imperadore, se non per gli detti prencipi. Ciò furono l'arcivescovo di Maganza cancelliere d'Alamagna, l'arcivescovo di Trievi cancelliere in Gallia, l'arcivescovo di Cologna cancelliere in Italia, il marchese di Brandimborgo camerlingo, il duca di Sassogna che gli porta la spada, e 'l conte Palatino del Reno che oggi succede per retaggio al duca di Baviera, e servelo a tavola del primo messo, e 'l re di Boemme che 'l serve della coppa: e sanza lui consentire non vale la lezione. E fecesi dicreto che per cagione che gli Alamanni aveano tutta la lezione dello 'mperio d'Alamagna, non potesse essere papa o cardinale, per levare le disensioni del papato; ma non s'attenne. E imperò che, dapoi che·llo 'mperio venne al tutto agli Alamanni, sì seguiremo omai d'imperadore in imperadore, e simile de' papa, quanto regnò ciascuno, e brievemente le sue operazioni, imperciò che in questi tempi la nostra città di Firenze cominciò ad avere stato e potenzia per le revoluzioni de' detti imperadori; e per le disensioni che talora ebbono col papa e colla Chiesa, molte mutazioni e parti ebbe nella nostra città di Firenze, come innanzi per gli tempi faremo menzione ordinatamente. E ancora n'è di nicessità di fare memoria degli re di Francia e di Puglia, imperciò che molto si mischia la loro signoria alla nostra materia per le novità che seguiranno appresso; e però in brieve per lo primo capitolo ne faremo menzione.

<B>IV</B>

 

<I>Della progenia delli re di Francia che discesono d'Ugo Ciappetta.</I>

Ugo Ciappetta, come addietro facemmo menzione, fallito i·lignaggio di Carlo Magno, fu re di Francia nelli anni di Cristo VIIIIcLXXXVII. Questo Ugo fu duca d'Orliens (e per alcuno si scrive che fur sempre i suoi antichi e duchi e di grande lignaggio), figliuolo d'Ugo il Grande, e nato per madre della serocchia d'Otto primo della Magna; ma per gli più si dice che 'l padre fu uno grande e ricco borgese di Parigi stratto di nazione di bucceri, overo mercatante di bestie; ma per la sua grande ricchezza e potenzia, vacato il ducato d'Orliens, e rimasene una donna, sì l'ebbe per moglie, onde nacque il detto Ugo Ciappetta, il quale fu molto savio e possente, e reame di Francia tutto si governava per lui; e fallito i·legnaggio di Carlo Magno, come fatta è menzione, si fece fare re, e regnò XX anni. Questo Ugo Ciappetta e suo legnaggio sempre portarono il campo azzurro e fioredaliso d'oro, e truovasi che Carlo Magno portò mezza l'arme dello 'mperio, cioè il campo ad oro e l'aguglia nera, e l'altra metà fioridaliso; ma in San Donigi di Francia si trovarono insegne vecchie reali, il campo azzurro con ispronelle ad oro; non si sa se furono del legnaggio di Carlo, o de' primi re venuti di Siccambria. Apresso Ugo Ciappetta regnò Uberto suo figliuolo XII anni, e fu uno grande cherico inniscrittura, e molto cattolico e santo. Poi regnò Arrigo suo figliuolo XXX anni; e poi regnò Filippo suo figliuolo XLVIIII anni; poi regnò Luis il Grosso suo figliuolo XXXI anno; poi regnò Luis il Pietoso suo figliuolo XLIII anni, e fu col nome il fatto, pietoso e buono, e con tutte le virtù. Questi ebbe per moglie la contessa di Ciarte, la qual fu discesa de·legnaggio di Carlo Magno, imperò che fu nata della casa di Normandia, della qual donna ebbe uno figliuolo ch'ebbe nome Filippo il Bornio, il quale regnò XLIIII anni. Questo Filippo fu uomo di grande valore, e molto acrebbe il reame. Prima il conte di Fiandra, che·ll'avea levato a' fonti, co li più de' baroni di Francia si rubellò; il quale per suo senno e prodezza tutti gli ridusse a sua signoria, e per lo detto fallo tolse al conte di Fiandra Vermandosi e Piccardia. Questo Filippo andò al conquisto d'oltremare col re Riccardo d'Inghilterra, e vinse Acri in Soria; poi ebbe discordia col re Riccardo per moneta che gli avea prestata al passaggio, onde avea pegno la duchea di Normandia per CCm di libbre di parigini; e quando la venne a ricogliere, non volle il re di Francia altro che parigini piccioli, come dicea la carta; e non potendosi trovare al termine, si trasattò Normandia, e recolla a sua sugezzione, onde grande guerra fu poi tra·lloro, che 'l detto re Riccardo s'allegò contra il re Filippo con Ferrante conte di Fiandra, e con Otto quarto re de' Romani; il quale, in uno medesimo giorno, Filippo re combatté col detto Otto e Ferrante al ponte al Bovino in Fiandra, e sconfissegli, e prese Ferrante, e Otto si fuggì; e Luis figliuolo del detto re Filippo ebbe battaglie in Paito contro al re d'Inghilterra e altri baroni, e sconfissegli, e recò sotto la sua signoria Paito, Guascogna, Torena, e Angieri, e Chiermonte; alla fine lasciò grande tesoro per limosina alla terra d'oltremare, e morì negli anni di Cristo MCCXVI. Apresso Filippo il Bornio regnò il detto Luis suo figliuolo tre anni. Questo Luis ebbe quattro figliuoli della reina Biancia figliuola del re di Spagna: il primo fu il buono re santo Luis che succedette a·llui re di Francia; il secondo Ruberto il primo conte d'Artese; il terzo fu Alfarante che fu conte di Pittieri e di Lanzone; il quarto fu il buono Carlo conte d'Angiò e poi di Proenza, e poi per suo valore e prodezza fu re di Cicilia e di Puglia, come innanzi farà menzione la storia al trattato di Federigo imperadore e di Manfredi re suo figliuolo. Il detto santo re Luis regnò XLVIII anni, e sconfisse il re d'Inghilterra e 'l conte della Marcia, e andò oltremare a Damiata, e là preso alla Mensura con Carlo suo fratello, e morìvi il conte d'Artese, e ricomperarsi dal soldano grande tesoro; e poi fu al passaggio di Tunisi, e là morì santamente gli anni di Cristo MCCLXX. Dopo il re santo Luis regnò Filippo suo figliuolo XIIII anni, e questi fu quegli che fece il passaggio in Araona, e là morì. Questo re Filippo ebbe della figliuola del re d'Araona due figliuoli: il primo fu Filippo il Bello, il quale fu il più bello Cristiano che·ssi trovasse al suo tempo (questi regnò re in Francia XXVIII anni a' nostri tempi); l'altro fu Carlo di Valois, detto Carlo Sanzaterra, che assai mutazioni fece a la nostra città di Firenze, come innanzi al suo tempo farà menzione. Questo re Filippo il Bello ebbe tre figliuoli: il primo fu Luis re di Navarra per retaggio della madre; il secondo Filippo conte di Pittieri; il terzo Carlo conte della Marcia; e morto il padre negli anni di Cristo MCCCXV, furono tutti e tre re di Francia l'uno apresso l'altro in picciolo tempo. Avemo raccontato sì per ordine gli re di Francia e di Puglia discesi de·legnaggio d'Ugo Ciappetta, perché contando le nostre storie di Firenze, e dell'altre province e terre d'Italia, si possono meglio intendere. Lasceremo de' Franceschi, e torneremo a nostra materia degl'imperadori di Roma e de' fatti di Firenze.

<B>V</B>

 

<I>Come Arrigo primo fu fatto imperadore.</I>

Dapoi che fu morto il terzo Otto imperadore gli elettori della Magna si elessono nello 'mperio Arrigo primo duca di Baviera; e questi fu stratto del legnaggio di Carlo Magno, sì come adietro facemmo menzione, e ciò fu negli anni di Cristo MIII, e regnò XII anni e VI mesi bene aventurosamente in ogni battaglia contro a' suoi nemici in Alamagna, e in Buemmia, e in Italia, e fece tornare alla fede di Cristo Stefano re d'Ungheria e tutto suo reame, e dégli per moglie la serocchia. Questi fu il primo Arrigo imperadore, ma il secondo fu re della Magna; e però si scorda la cronica nel nomare gli Arrighi; ove dice IIII vuole dire III, così lo terzo secondo, quanto allo 'mperio. Questo Arrigo e la sua moglie, ch'ebbe nome santa Cunegonda, stettero e conservaro insieme virginitade, overo castitade, e molti miracoli feciono dopo la loro morte. Questo imperadore e la detta sua moglie stettero in Firenze, e feciono reedificare la chiesa di Santo Miniato, siccome adietro facemmo menzione. Lasceremo alquanto a raccontare gli 'mperadori, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze, come ne' detti tempi, e con volontà del detto imperadore Arrigo, i Fiorentini presono e abbatterono la città di Fiesole, e crebbesi la città di Firenze.

<B>VI</B>

 

<I>Come al tempo del detto Arrigo i Fiorentini presono la città di Fiesole, e feciolla disfare.</I>

Ne' detti tempi, regnando imperadore Arrigo primo, quegli della città di Firenze erano molto cresciuti di gente e di podere secondo il loro piccolo sito, e massimamente per lo favore e aiuto d'Otto primo imperadore, e del secondo e terzo Otto suo figliuolo e nipote, che sempre favoreggiarono la città di Firenze; e come la città di Firenze cresceva, la città di Fiesole sempre calava, avendo al continuo guerra e nimistà insieme; ma per lo forte sito e fortezza di mura e di torri che avea la città di Fiesole, invano si travagliavano i Fiorentini di conquistarla, con tutto che fossero più genti, e di maggiore amistà e aiuto, anzi erano continuo guerreggiati da' Fiesolani. Ma veggendo ciò i Fiorentini, che per forza no·lla poteano aquistare, sì·ssi intreguarono co' Fiesolani, e lasciarono il guerreggiare tra·lloro; e di triegua in triegua si cominciarono a dimesticare insieme, e usare l'uno cittadino nella città dell'altro, e imparentarsi insieme, e picciola guardia facea l'uno dell'altro. I Fiorentini veggendo che·lla loro città di Firenze nonn-avea podere di fare grande montata, avendo sopra capo sì fatta fortezza com'era la città di Fiesole, provedutamente e segretamente una notte misono aguato di loro gente armati da più parti di Fiesole. I Fiesolani essendo assicurati da' Fiorentini e non prendendosi guardia, la mattina della loro festa principale di santo Romolo, aperte le porte, essendo disarmati i Fiesolani, i Fiorentini entrando nella città sotto titolo di venire alla festa, quando ve n'ebbe dentro buona quantità, gli altri armati ch'erano nell'aguato presono le porte della città; e fatto cenno a Firenze, come era ordinato, tutta l'oste e potenzia de' Fiorentini vennero a cavallo e a piè al monte, e entrarono nella città di Fiesole, e corsolla tutta sanza uccidere quasi gente, o fare altro danno, se non a chi si contendesse. I Fiesolani veggendosi subitamente e improviso sopresi da' Fiorentini, parte di coloro che poterono si fuggirono in su la rocca, la quale era fortissima, e tennersi lungo tempo apresso. La città di sotto alla rocca essendo presa e corsa per gli Fiorentini, e prese le fortezze e le genti che·ssi contendeano, l'altro minuto popolo s'arenderono a patti che non fossono morti né rubati di loro cose, faccendo i Fiorentini loro volontà di disfarla, rimanendo il vescovado in sua giuridizione. Allora i Fiorentini patteggiarono che chi volesse uscire della città di Fiesole e venire ad abitare in Firenze potesse venire sano e salvo con tutti i suoi beni e cose, e andare in altra parte che gli piacesse; per la qual cosa in grande quantità ne scesoro ad abitare in Firenze, onde poi furono e sono grandi schiatte in Firenze; altri n'andarono ad abitare intorno per lo contado ove aveano loro villate e possessioni. E ciò fatto, e la città vota di genti e di cose, i Fiorentini la feciono abattere tutta e disfare, salvo il vescovado e certe altre chiese, e la rocca, che·ssi tenea ancora e non s'arendeva a' detti patti; e ciò fu negli anni di Cristo MX, e recarne i Fiorentini e' Fiesolani che·ssi feciono cittadini di Firenze tutte le dignità e colonne, e tutti gl'intagli de' marmi che lassù erano, e il carroccio del marmo ch'è in San Piero Scheraggio in Firenze.

 

 

<B>VII</B>

 

<I>Come molti Fiesolani tornarono ad abitare in Firenze e fecionsi uno popolo co' Fiorentini.</I>

Essendo disfatta la città di Fiesole, salvo il castello della rocca, come detto è di sopra, molti Fiesolani ne vennoro ad abitare in Firenze e feciono uno popolo co' Fiorentini, e per la loro venuta convenne che·ssi crescesse di mura e di giro la città di Firenze, come innanzi farà menzione. E acciò che' Fiesolani venuti ad abitare in Firenze fossono con più fede e amore co' Fiorentini, sì raccomunarono l'arme de' detti Comuni, e feciono allora l'arme dimezzata vermiglia e bianca, come ancora a' nostri tempi si porta in su il carroccio e nello oste de' Fiorentini. Il vermiglio fu l'antica arme che i Fiorentini ebbono da' Romani, come adietro è fatta menzione, che soleano usare iv'entro il giglio bianco; e 'l bianco fu l'antica arme de' Fiesolani, ma avevavi dentro una luna cilestra: ma nella detta arme comune levarono il giglio bianco e la luna, e fu pur dimezzata; e feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una signoria di due consoli cittadini e consiglio del senato, ciò era di C uomini i migliori della città, com'era l'usanza data da' Romani a' Fiorentini. E così crebbe molto in quegli tempi la città di Firenze e di popolo e di potenzia per lo disfacimento della città di Fiesole, e per li Fiesolani che vennono ad abitare in Firenze, ma però nonn-era di grande popolo a comparazione ch'ella è a' nostri tempi; che·lla città di Firenze era di piccolo sito, come fatto è menzione, e ancora si vede al primo giro, e non v'avea abitanti il quarto ch'è oggi. I Fiesolani erano molto scemati, e alla disfazione di Fiesole molto si sparsono, e chi andò in una parte e chi in una altra; ma i più ne vennoro a Firenze, e pur fu grossa città al tempo d'allora; ma per quello troviamo, con tutti i Fiesolani non furono la metà ch'è oggi a' nostri dì. E nota perché i Fiorentini sono sempre in scisma, e in parti, e in divisioni tra·lloro, che nonn-è da maravigliare: l'una ragione si è perché la città fu reedificata, come fu detto al capitolo della sua reedificazione, sotto la signoria e influenzia della pianeta di Marti che sempre conforta guerre e divisioni; l'altra ragione più certa e naturale si è che' Fiorentini sono oggi stratti di due popoli così diversi di modi, e sempre per antico erano stati nemici, siccome del popolo de' Romani e di quello de' Fiesolani; e ciò potemo vedere per isperienza vera, e per le diverse mutazioni e partigioni e sette che dapoi che' detti due popoli furono congregati in uno avennero in Firenze di tempi in tempi, come in questo libro omai più stesamente farà menzione.

<B>VIII</B>

 

<I>Come la città di Firenze crebbe lo cerchio, prima di fossi e steccati, poi di mura.</I>

Dapoi che' Fiesolani tornarono in grande parte ad abitare in Firenze, come detto è dinanzi, la città s'empié più di gente e di popolo, e crescendo in borghi e abituri di fuori della vecchia e piccola città, poco tempo appresso convenne di nicessità che·lla città si crescesse di cerchio, prima di fossi e di steccati; e poi al tempo d'Arrigo terzo imperadore si feciono le mura, acciò che·lle borgora e acrescimenti di fuori per le guerre che apparieno in Toscana per cagione del detto Arrigo non potessono essere presi né guasti, e la città più tosto assediata da' nemici. E però a quel tempo, negli anni di Cristo MLXXVIII, come innanzi incidendo le storie d'Arrigo terzo farà menzione, cominciarono i Fiorentini le nuove mura, cominciando dalla parte del levante alla porta di San Piero Maggiore, la quale fu alquanto dietro alla detta chiesa, mettendo il borgo di San Piero Maggiore e la chiesa detta dentro alle nuove mura. E poi ristrignendosi dalla parte di tramontana, poco di lungi al detto borgo fece gomito ad una postierla che·ssi chiamò la porta Albertinelli per una schiatta ch'era in quel luogo, che così fu chiamata; poi seguendo insino alla porta di borgo San Lorenzo, mettendo la detta chiesa dentro alle mura; e poi appresso ebbe due postierle, l'una alla forca di campo Corbolini, e l'altra si chiamò poi la porta del Baschiera; conseguendo poi insino alla porta di San Paolo, e appresso seguendo insino alla porta alla Carraia, a la quale fece fine il muro in su l'Arno, ove poi si cominciò e fece uno ponte che·ssi chiama il ponte alla Carraia per lo nome di quella porta; e poi seguendo le mura non però troppe alte in su la riva d'Arno, mettendo dentro ciò ch'era di fuori alle mura vecchie, ciò era il borgo di San Brancazio, e quello di Parione, e quello di Santo Appostolo, e quello di porte Sante Marie insino al ponte Vecchio; e poi appresso in su la riva d'Arno insino al castello Altrafonte. Di là si partirono alquanto le mura dalla riva d'Arno, sicché vi rimase via in mezzo, e due postierle onde s'andava al fiume. Poi faceano tanto e volgeano ove è oggi la coscia del ponte Rubaconte, e ivi alla rivolta avea una porta che·ssi chiamava la porta de' Buoi, perché ivi di fuori si facea il mercato de' buoi, che poi fu nomata la porta di messere Ruggieri da Quona, però che i detti da Quona quando vennero ad abitare alla città si puosono in su la detta porta. Poi seguirono le mura dietro a Sa·Iacopo tra·lle fosse, perché era in su' fossi, insino ov'è oggi il capo della piazza dinanzi alla chiesa de' frati minori detta Santa Croce; e quivi avea una postierla ch'andava all'isola d'Arno, poi seguendo le dette mura per linea diritta sanza niuna porta o postierla, ritornando insino a San Piero Maggiore ove cominciano. E così ebbe la città nuova di Firenze di qua dall'Arno V porte per gli V sesti, una porta per sesto, e più postierle, com'è fatta menzione. Oltrarno si avea tre borghi, i quali tutti e tre cominciavano al ponte Vecchio di là da Arno: l'uno si chiamava e chiama ancora borgo Pidiglioso, perch'era abitato di vile gente, e era in capo del detto borgo una porta che·ssi chiamava la porta a Roma, ove sono oggi le case de' Bardi presso a Santa Lucia de' Magnoli e passato il ponte Vecchio, e per quella via s'andava a Roma per lo cammino da Fegghine e d'Arezzo; altre mura non avea al detto borgo se non il dosso delle case di costa al poggio. L'altro borgo era quello di Santa Felicita, detto il borgo di Piazza, che avea una porta ove è oggi la piazza di San Filice, onde va il cammino a Siena; e un altro borgo che·ssi chiamava di Sa·Iacopo, che avea una porta ove sono oggi le case de' Frescobaldi, che andava il cammino a Pisa. A' detti tre borghi del sesto d'Oltrarno non avea altre mura se non le porte dette e' dossi delle case di dietro che chiudeano le borgora con giardini e ortora di dietro. Ma da poi che·llo 'mperadore Arrigo terzo venne ad oste a·fFirenze, i Fiorentini feciono murare Oltrarno, cominciando a la detta porta a Roma montando adietro al borgo a la costa di sotto a San Giorgio, e poi riuscieno dietro a Santa Felicita, rinchiudendo il borgo di Piazza e quello di Sa·Iacopo, e quasi come andavano i detti borghi; ma poi si feciono le mura d'Oltrarno al poggio più alte, come sono ora, al tempo che di prima i Ghibellini signoreggiarono la città di Firenze, come faremo menzione a luogo e a tempo. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e tratteremo degl'imperadori che furono appresso il primo Arrigo, che·cci sono di nicessità a raccontare per conseguire la nostra storia.

<B>IX</B>

 

<I>Come Currado primo fu fatto imperadore.</I>

Dopo la morte d'Arrigo primo imperadore fu eletto e consegrato Currado primo per Benedetto papa ottavo negli anni di Cristo MXV. Questi fu di Soavia, e regnò nello 'mperio XX anni, e quando egli passò in Italia, non possendo avere la signoria di Melano, sì·ll'assediò infino ne' borghi; ma prendendo la corona del ferro di fuori di Melano in una chiesa, cantando la messa, sì venne uno grande tuono e saetta in quella chiesa, e alquanti ne morirono; e levato l'arcivescovo che cantava la messa dall'altare, disse a Currado imperadore che visibilemente vide santo Ambruogio che fortemente il minacciava se non si partisse dall'assedio di Melano; e egli per quella amonizione si levò da oste, e fece pace co' Melanesi. Questi fu giusto uomo, e fece molte leggi, e tenne lo 'mperio in pace lungo tempo. Bene andò in Calavra contro a' Saracini ch'erano venuti a guastare il paese, e co·lloro combattéo, e con grande spargimento di sangue de' Cristiani gli cacciò e conquise. Questo Currado si dilettò assai della stanza della città di Firenze quando era in Toscana, e molto l'avanzò, e più cittadini di Firenze si feciono cavalieri di sua mano e furono al suo servigio. E acciò che si sappia chi erano i nobili e possenti cittadini in quegli tempi nella città di Firenze, brievemente ne faremo menzione.

<B>X</B>

 

<I>De' nobili ch'erano nella città di Firenze al tempo del detto imperadore Currado: prima di quegli d'intorno al Duomo.</I>

Come adietro è fatta menzione, la prima reedificazione della picciola Firenze era divisa per quartieri, cioè per quattro porte; e acciò che noi possiamo meglio dichiarire i nobili legnaggi e case che a' detti tempi, disfatta Fiesole, erano in Firenze grandi di podere, sì gli conteremo per gli quartieri ove abitavano. E prima quegli della porta del Duomo, che fu il primo ovile e stazzo della rifatta Firenze, e dove tutti i nobili cittadini di Firenze la domenica facieno riparo e usanza di cittadinanza intorno al Duomo, e ivi si faceano tutti i matrimoni e paci, e ogni grandezza e solennità di Comune: e appresso porta San Piero, e poi porta San Brancazio, e porta Sante Marie. E porte del Duomo erano abitanti il legnaggio de' filii Giovanni, e quegli de' filii Guineldi, che furono i primi che reedificarono la città di Firenze, onde poi sono discesi molti lignaggi di nobili in Mugello e in Valdarno e in città assai, che oggi sono popolari e quasi venuti a fine: furono i Barucci che stavano da Santa Maria Maggiore, che oggi sono venuti meno; bene furono di loro legnaggio gli Scali e' Palermini. Erano ancora nel detto quartiere Arrigucci, e' Sizii, e' figliuoli della Tosa. Questi della Tosa furono uno legnaggio co' Bisdomini, e padroni e difenditori del vescovado; ma partissi uno di loro da' suoi di porta San Piero, e tolse per moglie una donna chiamata la Tosa, che n'ebbe lo retaggio, onde dirivò quello nome. Eravi quelli della Pressa che stavano tra' Chiavaiuoli, gentili uomini.

<B>XI</B>

 

<I>Delle case de' nobili del quartiere di porta San Piero.</I>

Nel quartiere di porta San Piero erano i Bisdomini che, come di sopra è detto, e' sono padroni del vescovado, e gli Alberighi, che fu loro la chiesa di Santa Maria Alberighi da casa i Donati, e oggi non n'è nullo; i Ravignani furono molto grandi, e abitavano in sulla porta San Piero, che furono poi le case de' conti Guidi, e poi de' Cerchi, e di loro per donna nacquero tutti i conti Guidi, come adietro è fatta menzione, della figliuola del buono messere Bellincione Berti: a' nostri dì è venuto tutto meno quello legnaggio. I Galligari, e Chiarmontesi, e Ardinghi che abitano in Orto San Michele, erano molto antichi; e simile i Giuochi che oggi sono popolani, che abitavano da Santa Margherita; Elisei che simile sono oggi popolani, che stanno presso a Mercato Vecchio; e in quello luogo abitavano i Caponsacchi, che furono grandi Fiesolani; i Donati, overo Calfucci, che tutti furono uno legnaggio, ma i Calfucci vennoro meno; e quegli della Bella di San Martino anche divenuti popolani; e il legnaggio degli Adimari i quali furono stratti di casa i Cosi, che oggi abitano in Porta Rossa, e Santa Maria Nipotecosa feciono eglino; e bene che sieno oggi il maggiore legnaggio di quello sesto e di Firenze, non furono però in quelli tempi de' più antichi.

<B>XII</B>

 

<I>Di quegli del quartiere di porta San Brancazio.</I>

Nel quartiere della porta di San Brancazio erano grandissimi e potenti la casa de' Lamberti, nati per loro antichi della Magna; gli Ughi furono antichissimi, i quali edificarono Santa Maria Ughi, e tutto il poggio di Montughi fu loro, e oggi sono spenti; i Catellini furono antichissimi, e oggi non n'è ricordo: dicesi che' figliuoli Tieri per bastardo nati fossono di loro lignaggio; i Pigli gentili uomini e grandi in quegli tempi, Soldanieri, e Vecchietti; molto antichi furono quegli dell'Arca, e oggi sono spenti; e' Migliorelli, che oggi sono niente; e' Trinciavelli da Mosciano furono assai antichi.

<B>XIII</B>

 

<I>Di quegli del grande quartiere di porta Santa Maria e di San Piero Scheraggio.</I>

Nel quartiere della porta Sante Marie, ch'è oggi nel sesto di San Piero Scheraggio, e quello di Borgo, avea molto possenti e antichi legnaggi. I maggiori erano gli Uberti, nati e venuto il loro antico della Magna, che abitavano ov'è oggi la piazza de' priori e 'l palagio del popolo; i Fifanti, detti Bogolesi, abitavano in sul canto di porte Sante Marie, e' Galli, Cappiardi, Guidi, e Filippi che oggi sono niente allora erano grandi e possenti, abitavano in Mercato Nuovo; e simile i Greci, che fu loro tutto il borgo de' Greci, oggi sono finiti e spenti, salvo che n'ha in Bologna di loro legnaggio; Ormanni che abitavano ov'è oggi il detto palagio del popolo, e chiamansi oggi Foraboschi. E dietro a San Piero Scheraggio, ove sono oggi le case de' figliuoli Petri, furono quegli della Pera, overo Peruzza, e per loro nome la postierla che ivi era si chiamava porta Peruzza: alcuno dice che' Peruzzi che sono oggi furono stratti di quello legnaggio, ma non l'affermo. I Sacchetti che abitano nel Garbo furono molto antichi; intorno a Mercato Nuovo erano grandi i Bostichi, e quegli della Sannella, e Giandonati, e Infangati; in borgo Santo Appostolo erano grandi Gualterotti e Importuni, che oggi sono popolani; i Bondelmonti erano nobili e antichi cittadini in contado, e Montebuoni fu loro castello, e più altri in Valdigrieve; prima si puosono Oltrarno, e poi tornarono in Borgo. I Pulci, e' conti da Gangalandi, Ciuffagni, e Nerli d'Oltrarno furono ad un tempo grandi e possenti con Giandonati e con quegli della Bella insieme nomati di sopra; e dal marchese Ugo che fece la Badia di Firenze ebbono l'arme e la cavalleria, imperciò che intorno a·llui furono molto grandi.

<B>XIV</B>

 

<I>Come in quegli tempi era poco abitato Oltrarno.</I>

Avemo nomati i nobili e possenti cittadini che a' tempi dello imperadore Currado primo erano di rinnomea e di stato in Firenze; altri più legnaggi v'avea di più piccolo affare che non se ne facea rinnomea, e oggi sono fatti grandi e possenti; e degli antichi nomati di sopra sono calati, e tali venuti meno, che a' nostri dì apena n'è ricorso se non per questa nostra cronica. Oltrarno nonn-avea in quegli tempi gente di lignaggio né di rinnomo, però che, come avemo detto addietro, e' nonn-era della città antica, ma borghi abitati di vili e minute genti. Lasceremo ora di raccontare de' fatti di Firenze infino che fia tempo e luogo, quando i Fiorentini cominciarono a mostrare loro potenzia, e diremo brievemente degl'imperadori che furono dopo Currado primo, e della contessa Mattelda, e di Ruberto Guiscardo che conquistò in quegli tempi Puglia e Cicilia, che di raccontare di tutti ci è di nicessità per le mutazioni che n'avennero in Italia e poi alla nostra città di Firenze.

<B>XV</B>

 

<I>Come fu fatto imperadore Arrigo secondo detto terzo, e le novità che furono al suo tempo.</I>

Dopo la morte del detto Currado fu eletto imperadore Arrigo secondo: e chi disse figliuolo, ma e' fu pure genero del detto Currado imperadore, e figliuolo del conte Leopoldo Palatino di Baviera nipote del primo Arrigo. Questo Arrigo fu profetato la notte ch'egli nacque in questo modo: che 'l detto Currado essendo egli cacciando, arrivato di notte solo in una foresta in povera casa, ove abitava il padre e la madre isfuggiti e in bando dello 'mperio per micidio, ove il detto Arrigo nacque, vegnendogli in visione che 'l detto nato fanciullo sarebbe suo genero e succederebbe allo 'mperio, Currado, credendo che fosse figliuolo di villano, non conoscendo il conte suo padre, per disdegno il comandò a uccidere nella foresta; e i suoi famigliari per volontà di Dio lo lasciarono vivo, rapportando che·ll'aveano morto. E poi crebbe in bontà e inn-istato, sicché nella corte del detto Currado fu al servigio il detto Arrigo; e ricordandosi lo 'mperadore di lui, e riconoscendolo per certi indizii e segnali di lui, il mandò alla moglie con lettere che 'l facesse uccidere incontanente; e per uno prete con cui albergò in cammino, come piacque a·dDio, sì levò delle lettere quelle parole contamente, e mise che gli desse la figliuola per moglie, e così fu fatto; e il distino premesso da Dio pure seguì. Con tutti i contasti di Currado, questo Arrigo fu coronato negli anni di Cristo MXL, e regnò XVII anni. Questo Arrigo imperadore passò in Italia, e lui coronato a Roma da papa Clemente secondo, il quale papa il detto imperadore fece fare, e dispuose tre papi ch'erano in questione; l'uno si chiamò papa Benedetto nono, l'altro papa Silvestro terzo, l'altro papa Gregorio sesto; e aveano l'uno l'altro disposto e cacciato di Roma. Poi ciò fatto, il detto Arrigo si andò nel Regno per guerreggiare in Puglia e in Campagna tra' signori insieme; sì prese Pandolfo prencipe di Capova e menolne in Alamagna, e mise in signoria un altro Pandolfo conte di Tarentino, e poi si tornò nella Magna dimorando poco in Italia. Per la qual cosa il paese d'Italia si commosse molto in guerra l'uno signore contra l'altro, e' Romani tra·lloro, e rubarono la Chiesa, e le sue possessioni, e cose, e pellegrini. Ma essendo in quegli tempi tornato in istato papa Gregorio sesto, di Roma cacciò papa Clemente ch'era uomo di poco valore; come signore laico con armata mano difese e racquistò le giuridizioni, possessioni, e cose della Chiesa; e ebbe guerra e battaglia col detto Arrigo che·ll'avea disposto, e soprastogli; e tutto fosse per questa cagione uomo di sangue, sì fece buona fine e con santo repentimento, mostrando a' suoi frati cardinali che ciò che avea fatto era per ricoverare lo stato di santa Chiesa, e non per niuna singulare propietà di sua avarizia, assegnando per autorità di santa Scrittura come i cherici al bisogno si debbono mettere come muro dinanzi alle battaglie a difensione della fede e di santa Chiesa. E Idio mostrò miracoli per lui; ché lui morto, i cardinali e l'altro chericato di Roma no·llo voleano soppellire in San Piero in luogo sagro, ma missollo di fuori dalle reggi, siccome alla sua fine ordinò, perch'era stato uomo di sangue, che se Idio mostrasse miracolo in lui, che 'l seppellissono dentro alla chiesa. E ciò fatto, e chiuse e serrate le porte di San Piero, subitamente venne uno turbo con uno vento sì impetuoso che per forza levò le porte della chiesa, e portolle in coro. Allora conosciuto il miracolo del santo uomo, sì 'l soppellirono nella chiesa con grande solennità e reverenzia.

<B>XVI</B>

 

<I>Come Arrigo terzo fu fatto imperadore, e le novità d'Italia che furono al suo tempo, e come la corte di Roma fu in Firenze.</I>

Apresso la morte d'Arrigo secondo fu eletto imperadore Arrigo terzo, detto quarto quanto in nome di re, ma terzo ch'ebbe corona d'imperio, negli anni di Cristo MLV, e regnò nello imperio XLVIIII anni. Questi fu figliuolo dell'altro Arrigo di Baviera. Al tempo di costui ebbe molte novità in Italia e in Firenze, come faremo menzione. Al suo tempo fu fame e mortalità per tutto il mondo, e nel cerchio della luna apparve la pianeta di Venus chiara e aperta, e mai non si vide in tale aspetto. Questo Arrigo fece fare per sua fortezza papa Vittorio nato d'Alamagna, il quale papa nella città di Firenze fece concilio negli anni di Cristo MLVIIII, e molti vescovi dispuose per loro peccati di fornicazioni e di simonia. E partendosi la corte di Firenze, e 'l detto papa andando in Alamagna allo 'mperadore Arrigo, ricevuto a grande onore, poco appresso sì morìo. E dopo lui fu fatto papa nella città di Firenze per gli cardinali papa Stefano nato di Lotteringa in Brabante: vivette da X mesi, e morì nella detta città di Firenze, e nella chiesa maggiore di Santa Reparata fu sepulto. E dopo lui fu fatto per forza papa Benedetto vescovo di Velletro, e poi fu in capo de' VIIII mesi cacciato del papato e morì. E dopo lui fu fatto papa il vescovo di Firenze ch'era di Borgogna, essendo la corte nella città di Siena, e fu chiamato papa Niccolaio secondo, e regnò tre anni e mezzo, e morì in Roma. E dopo a·llui regnò papa Allessandro nato di Melano XI anni e mezzo, ma al suo tempo i Lombardi feciono un altro papa, chiamato Calduco vescovo di Parma, e contra Allessandro venne due volte colla forza de' Lombardi a Roma per avere il papato, ma niente gli valse. Alla fine papa Allessandro a richiesta d'Arrigo imperadore andò a Mantova, e là fece concilio, e chetarsi le riotte e scisme ch'erano nella Chiesa; e questo Allessandro rimase papa, e tornossi a Roma, e là morì; e poi fu papa Gregorio settimo. In questi tempi infino gli anni di Cristo MLXXVIII, essendo la città di Firenze assai agrandita e montata in istato per l'essere della corte di Roma che più tempo vi stette, e per la guerra che·ssi cominciò al tempo del detto papa Gregorio tra lo 'mperadore Arrigo e la Chiesa e la contessa Mattelda, come innanzi farà menzione, i Fiorentini feciono il secondo cerchio di mura alla città, ov'erano i fossi e steccati, come addietro è fatta menzione nel capitolo della detta edificazione.

<B>XVII</B>

 

<I>Come santificò santo Giovanni Gualberti cittadino di Firenze e padre dell'ordine di Valembrosa.</I>

Al tempo del detto Arrigo imperadore fu uno gentile uomo del contado di Firenze nato di messere Gualberto cavaliere de' signori da Petroio di Valdipesa, il quale avea nome Giovanni. Questi essendo laico e in guerra co' suoi vicini, i quali aveano morto uno suo fratello, vegnendo a Firenze con sua compagnia armati a cavallo, trovò il nimico suo che aveva morto il fratello, assai presso della chiesa di San Miniato a Monte; il quale suo nimico veggendosi sorpreso, si gittò in terra a' piedi di Giovanni Gualberti, faccendogli croce delle braccia, cheggendogli mercé per Iesù Cristo che fu posto in croce. Il quale Giovanni compunto da Dio, ebbe pietà e misericordia del nemico, e perdonogli, e menollo a offerere nella chiesa di Santo Miniato dinanzi al Crocifisso. Della quale misericordia Iddio mostrò aperto miracolo, che veggente tutti il Crocifisso si chinò al detto Giovanni Gualberti, e a·llui fece grazia di lasciare il secolo e convertirsi a religione, e fecesi monaco nella detta chiesa di Santo Miniato. Ma poi trovando l'abate simoniaco e peccatore, se n'andò come eremita nell'alpe di Valembrosa, e quivi gli crebbe la grazia d'Iddio e la sua santità, che, come piacque a·dDio, fu il primo cominciatore di quella badia e santo ordine, onde poi molte badie sono scese in Toscana e in Lombardia, e molti santi monaci. E egli vivendo, e poi, fece molti miracoli, come racconta la sua leggenda, e fu molto tenuto chiaro di fede e di vita da papa Stefano ottavo, e poi da papa Gregorio settimo; e passò di questa vita alla badia di Pasignano gli anni di Cristo MLXXIII, e dal detto papa Gregorio fu poi con grande divozione calonizzato.

<B>XVIII</B>

 

<I>Innarrazione di più cose che furono a questi tempi. </I>

In questi tempi, gli anni di Cristo MLXX, passò in Italia Ruberto Guiscardo duca de' Normandi, il quale per sua prodezza e senno fece grandi cose, e operò in servigio di santa Chiesa contro ad Arrigo terzo imperadore che·lla perseguitava, e contro Allessio imperadore, e contro a' Viniziani, come appresso faremo menzione; per la qual cosa egli fu fatto signore di Cicilia e di Puglia colla confermagione di santa Chiesa, e gli suoi discendenti appresso infino al tempo d'Arrigo di Soavia, padre di Federigo secondo, ne furono re e signori. E simigliante in questi medesimi tempi si fu la valente e savia contessa Mattelda, la quale regnava in Toscana e in Lombardia e quasi di tutto fu donna, e molte grandi cose fece al suo tempo per santa Chiesa, sicché mi pare ragione e che·ssi convegna dire di loro cominciamento e stato in questo nostro trattato, imperciò che molto si mischia a' fatti della nostra città di Firenze per le successioni che de' loro fatti seguirono in Toscana. E prima diremo di Ruberto Guiscardo e poi della contessa Mattelda, e' loro prencipii e le loro operazioni brievemente, tornando poi a nostra materia e fatti della nostra città di Firenze, i quali per acrescimento e operazioni de' Fiorentini cominciò a moltiplicare e a istendere la fama di Firenze per l'universo mondo, più che non era stato per lo addietro; e imperciò quasi per necessità ne conviene nel nostro trattato [raccontare] più universalmente da quinci innanzi de' papi, e degl'imperadori, e de' re, e di più province del mondo le novità e cose state per gli tempi, imperciò che molto riferiscono alla nostra materia, e perché il sopradetto terzo Arrigo imperadore fu cominciatore dello scandalo dalla Chiesa allo 'mperio, e poi Guelfi e Ghibellini, onde si cominciarono le parti d'imperio e della Chiesa in Italia, le quali crebbono tanto che tutta Italia n'è maculata e quasi tutta Europia, e molto mali, e pericoli, e distruggimenti, e mutazioni ne sono seguitate alla nostra città e a tutto l'universo mondo, sì come innanzi conseguendo nel nostro trattato per li tempi faremo menzione. E cominceremo omai al di sopra d'ogni carta a segnare gli anni <I>Domini</I> seguendo di tempo in tempo ordinatamente, acciò che più apertamente si possano ritrovare le cose passate.

<B>XIX</B>

 

<I>Di Ruberto Guiscardo e di suoi discendenti i quali furono re di Cicilia e di Puglia.</I>

Adunque, come addietro è fatto menzione, nel tempo di Carlo imperadore che detto è Carlo il Grosso, che imperiò negli anni <I>Domini</I> VIIIcLXXX insino in VIIIcLXXXII, i Normanni pagani venuti di Norvea, in Alamagna e in Francia passarono, con guerra strignendo e tormentando i Galli e' Germani. Carlo con potente mano contro a' Normanni venne, e fatta la pace e confermata per matrimonio, i·re de' Normanni battezzato, e del sacro fonte dal detto Carlo ricevuto fu; e alla perfine non potendo Carlo i Normanni di Francia cacciare, concedette loro regioni ch'è di là dalla Seccana, chiamata Lada Serna, la qual parte insino a oggi è detta Normandia per gli detti Normandi, nella qual terra infino d'allora il duca per lo re vi sono mutati. Fu dunque il primo duca Ruberto, a cui succedette il figliuolo suo Guiglielmo, il quale generò Ricciardo, e Ricciardo ingenerò il secondo Ricciardo. Questo Ricciardo ingenerò Ricciardo e Ruberto Guiscardo, il quale Ruberto Guiscardo non fu duca di Normandia, ma fratello del duca Ricciardo. Questi secondo l'usanza loro, però che minore figliuolo era, non ebbe la signoria del ducato, e imperò volendo spermentare la sua bontà, povero e bisognoso in Puglia venne, e era in quel tempo duca in Puglia Ruberto nato del paese, al quale Ruberto Guiscardo vegnendo, prima suo scudiere, e poi da·llui fatto cavaliere. Adunque venuto Ruberto Guiscardo a questo duca Ruberto, molte vittorie con prodezze contro a' nemici mostrò, il quale aveva guerra col prenze di Salerno, e guidardonato magnificamente tornò in Normandia: le dilizie e le ricchiezze di Puglia recò in fama, ornati i cavagli con freni d'oro e con ferri d'argento ferrati, in testimonio di ciò sì com'era; per la qual cosa provocati a sé più cavalieri, seguendo questa cosa per cuvidigia di ricchezze e di gloria, tornando in Puglia tostamente, seco gli menò, e stette apo il duca di Puglia fedelmente contro a Gottifredi duca de' Normanni; e non lungo tempo poi, Ruberto duca di Puglia vegnendo a la morte, di volontà di suoi baroni nel ducato il fece successore, e come promesso gli avea, la figliuola prese a moglie, gli anni di Cristo MLXXVIII. E poco tempo passato, Alesso imperadore di Gostantinopoli, che Cicilia e parte di Calavra aveva occupata, e' Viniziani vinse, e tutto il regno di Puglia e di Cicilia prese; e avegna che contro alla Chiesa romana questo facesse a cui il regno di Puglia era propia possessione, e la contessa Mattelda era contro a Ruberto Guiscardo, guerra facesse in servigio di santa Chiesa; ma Ruberto riconciliato alla perfine colla Chiesa di sua volontà, fatto ne fu signore. E non molto poscia Gregorio settimo, assediato co' cardinali da Arrigo quarto imperadore nel Castello di Santo Angelo, vegnendo a Roma, e cacciato per forza il detto Arrigo co l'antipapa suo il quale avea fatto per sua forza, dall'asedio il papa e' cardinali diliberò, e il papa nel palagio di Laterano rimise, puniti gravemente i Romani che contro a papa Gregorio favore allo 'mperadore Arrigo e al papa per lui fatto aveano dato. Questo Ruberto Guiscardo duca di Puglia faccendo una volta caccia, seguitando una bestia al profondo d'una selva, e ignorando quello che avenisse di lui e compagni, e dov'egli fosse e che facesse non potendolo sapere, veggendo adunque Ruberto appressata la notte, abbandonata la bestia che seguitava, a casa procacciava reddire; e tornando, trovò nella selva uno lebbroso che stantemente aiuto gli domandava; e quando alcuna cosa gli dicesse, rispuose al lebbroso che non faccea a·ssé utile penitenzia, ma egli vorrebbe innanzi portare ogni incarico e ogni gravamento; e domandando al lebbroso che volesse, disse: "Voglio che dopo voi mi pognate a cavallo"; acciò che forse abbandonato nella selva, le bestie no·llo divorassono. Allora Ruberto dopo sé nel cavallo lietamente il ricevette; e come cavalcando procedessero, a cotal conte così il lebbroso disse: "Tanto freddo aghiaccia le mie mani, che se nelle tue carni no·lle riscaldo a cavallo non mi potrò tenere". Allora quegli al lebbroso concedette che sicuramente sotto i suoi panni le mani ponesse, e le carni sue e le membra contentasse sanza nulla paura. E terza volta il lebbroso ancora per misericordia richeggendolo, in sella il puose, e egli venendo in groppa, il lebbroso abracciava, e insino alla sua propia camera il menava, e nel suo propio letto il puose; e acciò che si riposasse, diligentemente il collogò, non sentendolo alcuno della sua famiglia. E come la festa della cena fatta fosse, detto alla moglie che nel letto suo avea allogato il lebbroso, la moglie incontanente alla camera andò, a sapere se quello povero infermo volesse cenare; la camera sanza libamina trovò tanto odorifera, come se di tutte le cose odorifere fosse piena, sì fattamente che mai Ruberto né la moglie tanto odore mai non sentirono, e·lebbroso cerco che venuto v'era, non conobbero, maravigliandosi oltre misura il marito e la moglie di tanta maraviglia; ma con reverenzia e con tremore Iddio l'uno e l'altro addimandano che debbia loro rivelare che ciò sia. E il seguente dì per visione apparve Cristo a Ruberto dicendo che sé in forma di lebbroso gli s'era mostrato, acciò che provasse la sua pietà; e anunziogli che della sua moglie avrebbe figliuoli, de' quali l'uno imperadore, l'altro re, il terzo duca sarebbe. Di questa promessione confortato Ruberto, abattuti i rubelli di Puglia e di Cicilia, di tutto aquistò la signoria, e ebbe V figliuoli: Guiglielmo, che prese per moglie la figliuola d'Alesso imperadore de' Greci, e fu dello 'mperio di colui duca e possessore, ma morì sanza figliuoli (questi si dice che fu Guiglielmo il quale fu detto Lungaspada; ma questo Lungaspada molti dicono che non fu del legnaggio di Ruberto Guiscardo, ma della schiatta de' marchesi di Monteferrato); e 'l secondo figliuolo di Ruberto Guiscardo, Boagdinos, che fu in prima duca di Taranto; il terzo fu Ruggieri duca di Puglia, che dopo la morte del padre fu coronato re di Cicilia da papa Onorio secondo; il quarto figliuolo di Ruberto Guiscardo fu Arrigo duca de' Normandi; il quinto figliuolo Ricciardo conte Cicerat, credo della Terra. Questo Ruberto Guiscardo dopo molte e nobili cose in Puglia fatte, per cagione di divozione dispuose di volere andare in Gerusalem in peregrinaggio; e detto gli fu in visione che morrebbe in Gerusalem. Dunque acomandato il regno a Ruggieri suo figliuolo, prese per mare il viaggio verso Gerusalem, e pervenendo in Grecia al porto che si chiamò poi Porto Guiscardo per lui, cominciò ad agravare di malatia; e confidandosi nella rivelazione che fatta gli fu, in niuno modo temea di morire. E era incontro al detto porto una isola, alla quale per cagione di ripigliare forza e riposo si fece portare, e portatolo, là non migliorava, ma quasi forte agravava. Allora domandò come si chiamava quella isola; e risposto gli fu per gli marinai che per l'antica Gerusalem si chiama. La qual cosa udita, incontanente certificato della sua morte, divotamente tutte le cose che alla salute dell'anima s'appartengono acconciò, e morì grazioso a·dDio, negli anni di Cristo MCX; il quale regnò in Puglia XXXIII anni. Queste cose di Ruberto Guiscardo in alcuna cronica parte se ne leggono, e parte a coloro n'udì narrare i quali le storie del regno di Puglia pienamente seppono.

<B>XX</B>

 

<I>De' successori di Ruberto Guiscardo che furono re di Cicilia e di Puglia.</I>

Apresso, Ruggieri figliuolo del duca Ruberto Guiscardo generò l'altro Ruggieri; e questo Ruggieri dopo la morte del padre fatto re di Cicilia, generò Guiglielmo e Costanzia sua serocchia. Questo Guiglielmo onoratamente e magnamente il regno di Cicilia possedette, e ebbe per moglie la figliuola del re di Inghilterra, e di lei nonn-avendone né figliuolo né figliuola, e con ciò sia cosa che morto Ruggieri il padre, adempiuta già la signoria del regno di Guiglielmo, alcuna profezia divolgata fu che Costanzia sua serocchia in distruzione e ruina reggerebbe il reame di Cicilia; onde il re Guiglielmo chiamati gli amici e' savi suoi, adomandò consiglio di quello che avesse a·ffare della serocchia sua Costanzia; e fu consigliato dalla maggiore parte di coloro che se volesse che·lla signoria reale fosse sicura, che·lla facesse morire. Ma intra gli altri uno ch'avea nome Tancredi duca di Taranto, il quale era stato nipote di Ruberto Guiscardo della serocchia che·ssi crede che fosse moglie di Bagnamonte principe d'Antioccia, questi contradicendo il detto degli altri, umiliò il re Guiglielmo che innocentemente non facesse morire la donna; e così fu fatto che·lla detta Costanzia fosse riservata da morte; la quale non voluntariamente, ma per temenza di morte, quasi come monaca si nutricava in alcuno munistero di monache. Morto Guiglielmo, Tancredi sopradetto succedette a Guiglielmo nel regno, e recatolo a·ssé sanza volontà della Chiesa di Roma, alla quale la ragione di quello regno e la propietà pertenea. Questo Tancredi, di natural senno amaestrato, fu molto pieno di scienzia, e ebbe una moglie più bella che·lla Sibilla, donna sanza urba secondo l'oppinione di molti, della quale generò due figliuoli e tre figliuole: il primo fu chiamato Ruggieri, il quale vivendo il padre fu fatto re, e morissi; il secondo fu Guiglielmo il giovane, il quale vivendo il padre fu fatto re, e morto il padre alquanto tenne il regno. Intra queste cose vivendo Tancredi e regnando, Costanzia serocchia del re Guiglielmo era, già forse d'età di L anni, del corpo non della mente monaca nella città di Palermo. Nata adunque discordia intra re Tancredi e l'arcivescovo di Palermo, forse per questa cagione che Tancredi le ragioni della Chiesa occupava, pensò adunque l'arcivescovo come il regno di Cicilia potesse trasmutare ad altro signore, e trattò segretamente col papa che Gostanzia si maritasse ad Arrigo duca di Soavia figliuolo di Federigo maggiore; e Arrigo presa per moglie, a cui il regno parea ch'apartenesse di ragione, imperadore fu coronato da papa Cilestrino. Questo Arrigo, morto Tancredi, entrò nel regno di Puglia e molti punì di quegli che con Tancredi s'erano tenuti, e che favore gli aveano dato, e che alla reina Costanzia aveano portata ingiuria, e vergogna aveano fatta contro a la nobilità del suo onore. Questa Costanzia fu madre di Federigo secondo, il quale del romano imperio non nudritore, ma più tosto Federigo che a distruzione il recò, siccome pienamente ne' suoi fatti aparirà. Morto adunque Tancredi, il regno rimase al suo figliuolo Guiglielmo, giovane d'età e di senno; ma Arrigo entrato nel regno col suo esercito gli anni di Cristo MCLXXXXVII, pace non vera col giovane re Guiglielmo prese d'avere, e lui frodolentemente pigliando e occultamente, pochi sentendolo, in Soavia colla serocchia inn-iscacciamento mandò, e privatolo degli occhi, ivi infino alla morte il fece sotto guardia guardare. Con questo Guiglielmo figliuolo di Tancredi furono tre serocchie, cioè Alberia, Costanzia, e Madama. Morto Arrigo imperadore, e Guiglielmo il giovane castrato e tratti gli occhi morto, Filippo duca di Soavia queste tre figliuole di Tancredi re, a preghiere della moglie che fu figliuola dello 'mperadore Manovello di Costantinopoli, e liberatele dello esilio e della carcere, le lasciò andare. E Alberia, overo Aceria, tre mariti ebbe. Il primo fu conte Gualtieri di Brenna fratello del re Giovanni, del quale nacque Gualterano conte d'Ioperi, a cui il re di Cipri diede la figliuola per moglie; morto il conte Gualtieri dal conte Tribaldo Tedesco, Albira si fece a moglie il conte Iacopo di Tricario, del quale ebbe il conte Simone e madonna Adalitta; e costui morto, papa Onorio Albira per moglie diede al conte Tigrimo Palatino conte in Toscana, e per dote gli diede il contado di Letia e di Montescaglioso nel regno di Puglia. Ma Costanzia fu moglie di Marchesono duca de' Viniziani. La terza serocchia che Madama ebbe nome marito non ebbe. Queste furono cose de' successori di Ruberto Guiscardo nel regno di Cicilia e di Puglia infino a Gostanzia madre di Federigo imperadore figliuolo del re Arrigo; e così mostra che signoreggiassono il regno di Cicilia e di Puglia Ruberto Guiscardo e' suoi successori CXX anni. Lasceremo de' re di Cicilia e di Puglia, e diremo chi fu la valente contessa Mattelda.

<B>XXI</B>

 

<I>Della contessa Mattelda.</I>

La madre della contessa Mattelda è detto che fu figliuola d'uno che regnò in Costantinopoli imperadore, nella cui corte fu uno Italiano di nobili costumi e di grande lignaggio e liberale, e amaestrato nell'armi, destro e dotato di tutti doni, sì come quegli in cui i·legnaggio chiaramente suole militare. Per tutte queste cose era a tutti amabile, e grazioso in costumi. Cominciando a guardare la figliuola dello 'mperadore, occultamente di matrimonio si congiunse, e prese i gioelli e la pecunia che poterono avere, e co·llui in Italia si fuggì, e prima pervennono nel vescovado di Reggio in Lombardia, e di questa donna e del marito nacque la valente contessa Mattelda; ma il padre della detta donna, cioè lo 'mperadore di Costantinopoli, che non avea altra figliuola, assai fece cercare come la potesse trovare, e trovata fu da coloro che·lla cercavano nel detto luogo; e richiesta da·lloro che tornasse al padre che·lla rimariterebbe a qualunque principe volesse, rispuose costui sopra tutti avere eletto, e che impossibile sarebbe che abandonato costui, mai con altro uomo sì congiugnesse. E nunziate queste cose allo 'mperadore, mandò incontanente lettere e confermamento del matrimonio, e pecunia sanza novero, e comandò che·ssi comperasse castella e ville per cheunque pregio si potessono trovare, e nuove edificazioni fare. E comperarono nel detto luogo tre castella, cioè, insieme, molto presso, per la quale pressezza Reggio quelle Tre Castella volgarmente chiama. E non molto di lungi da' detti tre castelli la donna edificare fece una rocca nel monte da non potere essere combattuta, la qual si chiamava Canossa, ove poi la contessa fondò uno nobile munistero di monache e dotollo. Questo ne' monti; ma nel piano fece Guastalla e Suzzariani, e lungo il fiume del Po comperò, e più munisteri edificò, e più nobili ponti fece sopra i fiumi di Lombardia. E anche Carfagnana e la maggiore parte del Frignano, e nel vescovado modonese si dice che furono le sue possessioni, e nel bolognese Orzellata e Medicina, grandi ville e spaziose, di suo patrimonio furono, e molte altre n'ebbe in Lombardia; e in Toscana castella fece e la torre a Polugiano pertinenti alla sua signoria; e molti nobili uomini largamente datò; loro sotto fio vassalli si fece; in diversi luoghi molti munisteri e edificò; molte chiese cattedrali e non cattedrali dotò. E alla perfine morto il padre e la madre della contessa Mattelda, e ella rimasa ereda, si diliberò di maritare; e inteso la fama e la persona e l'altre cose d'uno nato di Soavia che avea nome Gulfo, solenni messi mandò a·llui e legittimi procuratori, che intra·llui e lei, avegna che non fossono presenti, i patti del matrimonio confermassono, e ratificassono il luogo ove si doveano fare le nozze; l'anello si diede al castello nobile de' conti Cinensi, avegna che oggi sia distrutto. E vegnendo Gulfo al detto castello, la contessa Mattelda con molta cavalleria gli andò incontro, e con molta letizia ivi sono le feste delle nozze fatte. Ma tosto la trestizia succedette a quella allegrezza, quando il contratto matrimonio non annodato si manifestò per lo mancamento dello ingenerare, il quale spezialmente è detto d'essere la volontà del matrimonio, però che Gulfo la moglie carnalmente non potea conoscere né altra femmina per friggidità naturale, o per altro impedimento perpetuo impedito; ma impertanto volendo ricoprire la sua vergogna, diceva a la moglie che questo gli aveniva per malie che fatte gli erano per alcuno che invidiava gli suoi felici avenimenti. Ma la contessa Mattelda piena di fede dinanzi di Dio e dinanzi dagli uomini magnanimi, di questi malificii nulla intendendo, schernita sé per lo marito tenendo, la camera sua e tutti gli ornamenti e letti e vestimenti e tutte cose comandò che·ssi votassero, e la mensa nuda fece apparecchiare, e chiamato Gulfo suo marito tutto spogliata di vestimenti, e' crini del capo diligentemente scrinati, questa disse: "Niune malie essere possono, meni e usa il nostro congiuramento". E quegli non potendo, allora gli disse la contessa: "Alle nostre grandezze tu presummisti di fare inganno; per lo nostro onore a te perdonanza concediamo, ma comandianti sanza dimoranza che·tti debbi partire, e alle tue propie case ritornare; la qual cosa se di fare ti starai, sanza pericolo di morte non puoi scampare"; e egli spaventato di paura, confessata la verità, avacciò il suo ritorno in Soavia. La contessa adunque tacendo, temendo lo 'nganno, e gli altri incarichi del matrimonio avendo in odio, la sua vita infino a la morte in castità trasportò; e attendendo ad opere di pietà, molte chiese e monisteri e spedali edificò e dotò; e due volte con grande oste in servigio della Chiesa e in suo soccorso potentemente venne, l'una volta contro a Normandi che 'l ducato di Puglia violentemente alla Chiesa aveano tolto, e i confini di Campagna guastavano, i quali la contessa Mattelda divota figliuola di san Piero con Gottifredi duca di Spuleto cacciò infino ad Aquino al tempo d'Allessandro papa secondo di Roma; l'altra volta contra ad Arrigo terzo di Baviera imperadore combattéo e vinselo; e poi altra volta contra ad Arrigo quarto suo figliuolo combattéo per la Chiesa in Lombardia e vinselo al tempo di papa Calisto secondo. E questa fece testamento, e tutto il suo patrimonio sopra l'altare di San Piero offerse, e la Chiesa di Roma ne fece erede; e non molto appresso morì in Dio, e sepulta è nella chiesa di Pisa, la quale magnamente avea dotata. Morta la contessa nell'anno della Natività di Cristo MCXV. Lascereno della contessa Mattelda, e torneremo adietro a seguire la storia d'Arrigo terzo di Baviera imperadore.

<B>XXII</B>

 

<I>Ancora come Arrigo terzo di Baviera ricominciò guerra contra la Chiesa.</I>

Il detto imperadore Arrigo fu molto savio e malizioso. Per meglio signoreggiare Roma, in tutta Italia sì mise parte e disensione nella Chiesa, tegnendo setta contro al papa con certi cardinali e altri cherici; e a sua petizione uno grande Romano chiamato..., figliuolo di Celso, prese il papa la notte di Natale, quando cantava la prima messa in Santa Maria Maggiore, e miselo in pregione in una sua torre; ma il popolo di Roma quella medesima notte il liberarono, e disfeciono la detta torre, e cacciarono di Roma il detto figliuolo di Celso, però che 'l detto Gregorio papa era uomo di santa vita. Per la quale cosa il detto papa Gregorio settimo in concilio di CX vescovi scomunicò il detto Arrigo imperadore che volea rompere l'unione di santa Chiesa; ma poi vegnendo il detto imperadore in Lombardia alla misericordia del detto papa per molti dì a piedi scalzo in su la neve e in su il ghiaccio, appena gli fu perdonato, ma però non fu mai amico della Chiesa, ma sempre la ditraeva e occupava, e dava le 'nvestiture delle chiese contro al volere del papa. Per la qual cosa, stando egli in Italia, gli elettori della Magna elessono re de' Romani Ridolfo duca di Sassogna, e per aventura il papa ne fu consenziente; onde Arrigo imperadore richiese il detto papa Gregorio che scomunicasse i detti elettori per la detta elezione. Il detto papa nol volle fare, se prima non intendesse a ragione; per la qual cosa Arrigo isdegnato se n'andò in Alamagna, e battaglia fece col detto Ridolfo e vinselo, e poi tornò in Lombardia. E nella città di Brescia raunata la sua corte con XXIIII vescovi e altri prelati che 'l seguivano e erano ribelli del papa, si fece processo contro al detto papa Gregorio come a·llui piacque, più che con ragione. E per quello processo dispuosono il detto papa, e anullò e cassò tutte le sue operazioni, e fece eleggere un altro papa che avea nome Silibero arcivescovo di Ravenna, e fecelo chiamare papa Chimento, e col detto papa venne a Roma, e là il fece consegrare al vescovo di Bologna e a quello di Modona e a quello di Cervia, faccendolo adorare e fare grande reverenzia, e da·llui si fece ricoronare dello imperio; e perciò il primo e il diritto papa Gregorio co' suoi cardinali scomunicato da capo il detto Arrigo e privatolo dello imperio, siccome persecutore della Chiesa, asolvette tutti i suoi baroni di fio e di saramento; per la qual cosa il detto Arrigo assediò il detto papa co' suoi cardinali col favore de' Romani in Castello Santo Angelo, il quale mandato per soccorso in Puglia al buono Ruberto Guiscardo, il quale incontanente venne a Roma con grande oste, e il detto Arrigo col suo papa per tema di Ruberto si partirono dallo assedio, e guastarono per battaglie e arsono la città Leonina, cioè dal lato di San Piero di qua dal Tevero, e infino in Campidoglio; e non potendo resistere alla forza del detto Ruberto Guiscardo e di sua gente, fuggissi col detto suo papa alla città di Siena; e poi il detto Ruberto liberato papa Gregorio e i cardinali, gli mise in sedia e in signoria nel palazzo di Laterano, e molti Romani che furono colpevoli delle dette cose punì gravemente in avere e in persona. E poi il detto papa Gregorio se n'andò nel Regno col detto Ruberto Guiscardo, e morì nella città di Salerno santamente, faccendo Idio assai miracoli per lui. E appresso lui fu fatto papa Vittorio, il quale non vivette più che XVI mesi, e fu avelenato; e poi fu eletto papa Urbano secondo negli anni di Cristo MLXXXXVIIII.

<B>XXIII</B>

 

<I>Come il detto Arrigo imperadore assediò la città di Firenze.</I>

Negli anni di Cristo MLXXX, tornando il sopradetto Arrigo imperadore da Siena per andarsene in Lombardia, trovando che' Fiorentini teneano la parte della Chiesa e del detto papa Gregorio, e non voleano obbedire né aprire le porte al detto imperadore per le sue ree opere, sì si puose ad oste alla città di Firenze dalla parte ove oggi si chiama Cafaggio, e dov'è oggi la chiesa de' Servi Sante Marie infino a l'Arno, e fece gran guasto a la detta città; e statovi più tempo, e date molte battaglie alla terra, e tutto adoperato invano, imperciò che·lla città era fortissima, e' cittadini bene in concordia e in comune, assalito il suo campo da·lloro, se ne levò a modo di sconfitta, e lasciò tutto il suo campo e arnesi; e ciò fu nel detto anno a dì XXI di luglio. E per lo detto imperadore Arrigo si cominciò a dividere tutta Italia in parte di Chiesa e d'imperio; e partito il detto Arrigo di Toscana, si tornò in Lombardia, e di là ebbe grande guerra colla contessa Mattelda, la quale era divota figliuola di santa Chiesa, e ebbe battaglie co·llui e sconfisselo in campo, e poi lui mal capitato in Lombardia, se n'andò in Alamagna, e poi morì in pregione scomunicato, ove il mise il figliuolo suo medesimo chiamato Arrigo quarto.

XXIV

 

Come in questi tempi fu il gran passaggio oltremare.

Negli anni di Cristo MLXXXVIIII, essendo papa Urbano secondo, i Saracini di Soria presono la città di Gerusalem, e uccisono molti Cristiani, e molti ne menarono per ischiavi; per la qual cosa il detto papa Urbano fatto concilio generale prima a Chieramonte in Avernia, e poi al Torso in Torena alla sommossa di Piero romito, santa persona, tornato lui di Gerusalem colle dette novelle. E in questo tempo apparve in cielo la stella comata, la quale, secondo che dicono i savi astrolagi, significa gran cose e mutazioni di regni. E certo così seguì poco apresso, che per la presura di Gerusalem quasi tutto il ponente si sommosse a prendere la croce per andare al passaggio d'oltremare, e andovvi innumerabile popolo a cavallo e a piede, più di CCm d'uomini del reame di Francia, e della Magna, e di Proenza, e di Spagna, e di Lombardia, e di Toscana, e della nostra città di Firenze, e di Puglia, intra' quali furono questi signori principi: Gottifredi di Buglione duca del Loreno (questi fu capitano generale, e fu valente uomo e di gran senno e valore); Ugo fratello del re Filippo primo di Francia; Baldovino e Guistasso frategli del detto Gottifredi di Buglione; Anselmo conte de·Ribuamonte, Ruberto conte di Fiandra; Stefano conte di Brois; Rinieri conte di San Gilio; Buiamonte duca di Puglia, e più altri signori e baroni; e passarono per mare, ma i più per terra per la via di Gostantinopoli con molto affanno. E prima presono la città d'Antioccia, e poi più altre in Soria, e Ierusalem, e tutte le città e castella della Terrasanta, e più battaglie ebbono co' Saracini, delle quali bene aventurosamente ebbono vittoria i Cristiani. E 'l detto Gottifredi fu re di Ierusalem, ma per sua umiltà, perché Cristo v'ebbe corona di spine, non volle in suo capo corona d'oro. Ma chi a pieno queste storie vorrà sapere legga i·libro del detto passaggio, ove sono distinte ordinatamente. E in questo tempo fatto il conquisto intorno gli anni di Cristo MCXX, si cominciarono le magioni del tempio e dello spedale di Ierusalem.

XXV

 

Come i Fiorentini cominciarono a crescere il loro contado.

Negli anni di Cristo MCVII, essendo la nostra città di Firenze molto montata e cresciuta di popolo, di genti, e di podere, ordinarono i Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la loro signoria, e qualunque castello o fortezza non gli ubbidisse, di fargli guerra. E nel detto anno prima presero per forza Monte Orlandi ch'era di sopra da Gangalandi e certi cattani il teneano, i quali non volendo ubbidire alla città di Firenze furono distrutti, e il castello disfatto e abattuto.

XXVI

 

<I>Come i Fiorentini vinsono e disfeciono il castello di Prato.</I>

E nel detto tempo e anno medesimo i Pratesi si rubellarono contra a' Fiorentini, onde i Fiorentini v'andarono ad oste per comune, e per assedio il vinsono e disfeciollo. Ma in quegli tempi Prato era di picciolo sito e podere, che di pochi tempi dinanzi s'erano levati d'uno poggio, ch'è tra Prato e Pistoia presso a Montemurlo, che·ssi chiamava Chiavello, ove in prima abitavano com'uno casale e villate, e erano fedeli de' conti Guidi, e per loro danari si ricomperarono, e puosonsi in quello luogo ov'è oggi la terra di Prato, per essere in luogo franco da signori; e Prato gli puosono nome, però che dove è oggi la terra avea allora uno bello prato il quale comperarono, e ivi si puosono ad abitare.

XXVII

 

Come fu eletto imperadore Arrigo quarto di Baviera, e come perseguitò la Chiesa.

Nel detto anno MCVII fu eletto per gli prencipi elettori della Magna il re de' Romani Arrigo IIII di Baviera figliuolo del sopradetto Arrigo terzo, e regnò anni XV; e se 'l padre fu nimico di santa Chiesa, come detto avemo, sì fu questo Arrigo maggiormente, che negli anni di Cristo MCX passando in Italia per venire a Roma per la corona, sì mandò suoi ambasciadori a lettere a papa Pasquale che allora regnava nel papato, e a' suoi cardinali, ch'egli volea essere amico e fedele di santa Chiesa, e volea rifiutare e restituire al papa tutte le 'nvestiture de' vescovi e abati e altri cherici, le quali il padre od altri suoi anticessori aveano tolti alla Chiesa. Ciò era che in Alamagna e in Italia in più parti si metteano e confermavano i vescovadi e gli altri prelati cui e come loro piacea; onde erano nate le discordie tra gl'imperadori e la Chiesa. E queste cose fare, promettea di confermare per suo saramento e de' suoi baroni; per la qual cosa il detto papa Pasquale il confermò a essere imperadore. E lui vegnendo a Roma per la via che viene di verso Montemalo, tutto il chericato col popolo di Roma gli si fece incontro, con grande processione e triunfo; e 'l detto papa e' suoi cardinali parati l'attendeano in su i gradi dinanzi a la chiesa di San Piero; e giunto il detto Arrigo, per reverenzia basciò il piè al papa, e poi il papa il basciò in bocca in segno di pace e d'amore in su la porta detta Argentea, e insieme a mano a mano entrando in San Piero, e giunti in su la porta chiamata Profica, il detto papa domandò al detto Arrigo il saramento il quale gli avea promesso, di rendere le 'nvestiture de' vescovi e prelati. Onde fatta il papa la detta richesta, il detto Arrigo consigliatosi alquanto in disparte co' suoi baroni, subitamente a la sua gente d'arme fece pigliare il detto papa e' cardinali, e col favore de' malvagi Romani, sì come il tradimento era ordinato, gli fece mettere in pregione; e simigliantemente avea in Alamagna guerreggiato molto col padre Arrigo terzo, e vintolo in battaglia, e messolo in pregione nella città di Legge, e ivi fattolo morire. Poi stato il detto papa Pasquale e' suoi cardinali alquanto in pregione, sì fu accordo da·llui al detto Arrigo; e trattolo di pregione, e non potendo fare altro, lasciò ad Arrigo le 'nvestiture, e giurò egli e' suoi cardinali di non iscomunicarlo per offese ch'avesse loro fatte, e comunicossi il papa co·llui del corpo di Cristo per più fermezza di pace, e sì 'l coronò imperadore di fuori dalla città di Roma. E dapoi che 'l detto papa fu preso, si levarono tre papi contra lui, non degnamente, in diversi tempi: l'uno ebbe nome Alberto, l'altro Agnulfo, e l'altro Teodorico; ma ciascuno regnò poco, e ebbono piccolo podere contra il detto papa Pasquale. Ma morto Pasquale, fu per gli cardinali eletto papa Gelasio; ma per cagione che 'l detto Arrigo non sentì la detta lezione, né vi fu presente, sì si fece uno suo papa uno Spagnuolo chiamato Bordino; per la qual cosa il detto papa Gelasio co' suoi cardinali per paura d'Arrigo si fuggirono a Gaeta ond'egli era nato, e poi si misono per mare infino in Proenza, e andarne in Francia per aiuto al re di Francia; ma in quello viaggio morìo il detto papa a la città d'Amiaco, e lui morto, per gli cardinali fue fatto di concordia papa Calisto secondo di Borgogna, il quale papa Calisto iscomunicò il detto Arrigo imperadore e suoi seguaci, sì come persecutore di santa Chiesa, e tornando verso Roma per Proenza e per Lombardia e per Toscana, da tutti fu ricevuto sì come degno papa, e fattogli grande reverenza. Sentendo la sua venuta Bordino, il papa ch'avea fatto Arrigo imperadore, per paura si fuggì di Roma a Sutri; ma per gli Romani fu in Sutri assediato e preso, e menato a Roma in diligione in su uno cammello col viso volto addietro a la groppa, e legatagli in mano la coda del cammello, e misollo in pregione nella rocca di Fummone in Campagna, e ivi morìo.

XXVIII

 

Come a la fine il detto Arrigo quarto imperadore tornò all'obedienza di santa Chiesa.

Il sopradetto imperadore Arrigo fatta molta guerra a la Chiesa, e stato ancora vinto in battaglia in Lombardia da l'antidetta contessa Mattelda come fu il padre, si tornò a coscienza, e al detto papa Calisto rassegnò tutte le 'nvestiture de' vescovi e arcivescovi e abati per anella e pasturali, e rifiutonne ogni ragione e usanza ch'egli o suoi antichi n'avessero presa dalla Chiesa, e ristituìo il Patrimonio di San Piero e ogni possessione ch'egli o sua gente aveano prese o vendute della Chiesa o delle chiese, per cagione della guerra avuta colla detta Chiesa, e con papa Pasquale, e co gli altri; onde il detto papa Calisto fece pace co·llui e ricomunicollo; ma poco vivettono appresso lo 'mperadore e 'l detto papa, e dicesi per le genti che per cagione che 'l detto Arrigo s'era male portato del padre, che per giusto giudicio morìo sanza niuna reda né figliuolo, né maschio né femmina, gli anni di Cristo MCXXV; e succedette a·llui Lottieri di Sassogna; e in lui finiro gl'imperadori della casa di Baviera, che IIII Arrighi aveano tenuto lo 'mperio l'uno appresso l'altro, e suti li tre molto contrarii a santa Chiesa. Lasceremo ora alquanto degl'imperadori e papa, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze, ch'assai cominciaro a·ffare i Fiorentini delle novità e guerre a' loro vicini per accrescere loro stato.

XXIX

 

Come i Fiorentini isconfissero il vicario d'Arrigo quarto imperadore.

Negli anni di Cristo MCXIII i Fiorentini feciono oste a Montecasciolo, il quale facea guerra alla città, e avealo rubellato messere Ruberto Tedesco, vicario dello 'mperadore Arrigo in Toscana, e stava con sue masnade in Samminiato del Tedesco; e però era Samminiato sopranomato del Tedesco, però che' vicari degl'imperadori ch'erano co le loro masnade de' Tedeschi stavano nella detta terra a guerreggiare le città e castella di Toscana che non ubbidissero gl'imperadori; il quale messere Ruberto fu da' Fiorentini sconfitto e morto, e 'l castello preso e disfatto.

<B>XXX</B>

 

<I>Come nella città di Firenze per due volte s'apprese il fuoco, onde arse quasi gran parte della città.</I>

Negli anni di Cristo MCXV, del mese di maggio, s'apprese il fuoco in borgo Santo Appostolo, e fu sì grande e impetuoso che buona parte della città arse con grande danno de' Fiorentini. E in quello anno medesimo morì la buona contessa Mattelda. E l'anno appresso del MCXVII anche si prese il fuoco in Firenze, e buonamente ciò che non fu arso al primo fuoco arse al secondo, onde i Fiorentini ebbono grande pestilenzia, e non sanza cagione e giudicio di Dio; imperciò che·lla città era malamente corrotta di resia, intra l'altre della setta degli epicuri per vizio di lussuria e di gola, e era sì grande parte che intra' cittadini si combatteva per la fede con armata mano in più parti di Firenze, e durò questa maladizione in Firenze molto tempo infino alla venuta delle sante religioni di santo Francesco e di santo Domenico, le quali religioni per gli loro santi frati, commesso loro l'oficio della eretica pravità per lo papa, molto la stirparo in Firenze, e in Milano, e in più altre città di Toscana e di Lombardia al tempo del beato Pietro martiro, che da' paterini in Milano fu martirizzato, e poi per gli altri inquisitori. E per l'arsione de' detti fuochi in Firenze arsono molti libri e croniche che più pienamente facieno memoria delle cose passate della nostra città di Firenze, sicché poche ne rimasono; per la qual cosa a noi è convenuto ritrovarle in altre croniche autentiche di diverse città e paesi, quelle di che in questo trattato è fatto menzione in gran parte.

<B>XXXI</B>

 

<I>Come i Pisani presono Maiolica, e' Fiorentini guardarono la città di Pisa.</I>

Negli anni di Cristo MCXVII i Pisani feciono una grande armata di galee e di navi, e andarono sopra l'isola di Maiolica che·lla teneano i Saracini; e come fu partita la detta armata di Pisa e già raunata insieme sopra Vada per fare loro viaggio, i Lucchesi per comune vennero a oste sopra Pisa per prendere la terra. I Pisani avendo la novella, per paura che' Lucchesi non occupassono la terra, non ardivano d'andare innanzi col loro stuolo, e ritrarresi della 'mpresa non pareva loro onore al grande spendio e apparecchiamento ch'aveano fatto; presono per consiglio di mandare loro ambasciadori a' Fiorentini, i quali erano in quegli tempi molto amici i detti Comuni, e pregaro che piacesse loro di guardare loro la cittade, confidandosi di loro come di loro intimi amici e cari fratelli. Per la qual cosa i Fiorentini accettarono di servirgli, e di fare loro guardare la città da' Lucchesi e da tutta gente; per la qual cosa il Comune di Firenze vi mandò gente d'arme assai a cavallo e a·ppiede, e puosonsi ad oste di fuori da la città a due miglia, e per onestà delle loro donne non vollono entrare in Pisa, e mandaro bando che nullo non entrasse nella città sotto pena della persona: uno v'entrò, sì fu condannato a impiccare. I Pisani vecchi ch'erano rimasi in Pisa, pregando i Fiorentini che per loro amore gli dovessero perdonare; no·llo vollono fare. E i Pisani contradissero, e pregaro che almeno in su il loro terreno nol facessono morire, onde segretamente i Fiorentini dell'oste feciono a nome del Comune di Firenze comperare uno campo di terra da uno villano, e in su quello rizzarono le forche, feciono la giustizia per mantenere il loro decreto. E tornata l'oste de' Pisani dal conquisto di Maiolica, rendero molte grazie a' Fiorentini, e domandaro quale segnale del conquisto volessono, o le porte del metallo, o due colonne del profferito ch'aveano recate e tratte di Maiolica. I Fiorentini chiesono le colonne, e' Pisani le mandaro in Firenze coperte di scarlatto; e per alcuno si disse che innanzi che le mandassero per invidia le feciono affocare; e le dette colonne sono quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni.

<B>XXXII</B>

 

<I>Come i Fiorentini presero e disfecero la rocca di Fiesole.</I>

Negli anni di Cristo MCXXV i Fiorentini puosono oste a la rocca di Fiesole, che ancora era in piede e molto forte, e tenealla certi gentili uomini cattani stati della città di Fiesole, e dentro vi si riduceano masnadieri e sbanditi e mala gente che alcuna volta faceano danno alle strade e al contado di Firenze, e tanto vi stettero all'assedio che per difalta di vittuaglia s'arendéo, che per forza mai non s'arebbe avuta, e feciolla tutta abbattere e disfare infino alle fondamenta, e feciono decreto che mai in su Fiesole non s'osasse rifare niuna fortezza.

<B>XXXIII</B>

 

<I>Ove si pigliano le misure delle miglia del contado di Firenze.</I>

La misura delle miglia del contado di Firenze si prendono ed è loro termine de le V sestora che sono di qua da l'Arno a la chiesa, overo Duomo, di Santo Giovanni; e del contado di là dal fiume d'Arno si prendono alla coscia del ponte Vecchio di qua da l'Arno dal piliere dov'è la figura di Mars. E questa fue l'antica consuetudine de' Fiorentini; e il migliaio si fu mille passini, che ogni passino si è tre braccia a la nostra misura.

<B>XXXIV</B>

 

<I>Come Ruggieri duca di Puglia ebbe guerra co la Chiesa e poi si riconciliò col papa, e come poi furono in Roma due papi a uno tempo.</I>

In questi tempi, gli anni di Cristo MCXXV, regnando papa Onorio secondo, nato di Bologna, i baroni di Puglia quasi si rubellarono da Ruggieri duca di Puglia e figliuolo di Ruberto Guiscardo, e con lusinghe il detto papa condussono infino a Aquino per fare torre il regno a Ruggieri; ma Ruggieri co le sue forze sconfisse l'oste del papa con grande dannaggio di sua gente; e ciò fatto, il detto Ruggieri non ne montò in superbia, ma con grande umilità venne al papa e gittoglisi a' piedi chiedendogli misericordia, e il papa gli puose il calcio in sul collo e disse il verso del Saltero che dice: "Super aspidem et basaliscum ambulabis, et conculcabis leonem et draconem". E ciò detto, gli perdonò, e fecelo levare, e basciollo in segno di pace. Il quale Ruggieri mostrò al detto papa come i suoi baroni falsamente gli aponeano, e com'egli era fedele di santa Chiesa com'era stato il padre; onde il papa lui confermò il regno, e coronollo del reame di Cicilia, e grande vendetta fece de' suoi ribelli. Poi morto il detto papa Onorio, fu eletto papa Innocenzio secondo gli anni di Cristo MCXXX. Questi fue Romano, e regnò papa XIII anni; ma alla sua lezione nacque in Roma grande scisma nella Chiesa, imperciò che uno messere Piero ch'era cardinale figliuolo di Pietro Leone possente Romano, per forza si fece fare papa e chiamossi Innacreto, e con sua forza combatté papa Innocenzio e suoi cardinali nelle case degl'Infragnipani di Roma. Quello messere Pietro Leone ispogliò tutte le chiese di Roma d'ogni tesoro sacro per farne moneta, il quale tesoro fue infinito, e con quello corruppe molti Romani contra Innocenzio papa, il quale non possendo stare in Roma per la forza di quello figliuolo di Pietro Leoni, iscomunicatolo, cassò ogni suo ordine; se n'andòe in Francia in su due galee co' suoi cardinali, e da Luis il Grosso re di Francia furono ricevuti onorevolemente. E consecrò re il detto Luis, e egli promise d'atare la Chiesa con tutta sua forza. Ma essendo papa Innocenzio in Francia, fu eletto imperadore Lottieri di Sassogna, il quale con grande potenzia di gente di suo paese passò in Italia e menonne seco il detto papa Innocenzio e' cardinali, e con molti vescovi e arcivescovi ch'erano stati al concilio, prima a Chieramonte in Alvernia e poi al Loreno, e rimise in Roma in sedia e signoria il detto papa, e per forza cacciò di Roma Pietro Leoni e tutti i suoi seguaci, e poi prese la corona dello 'mperio per mano del detto papa Innocenzio negli anni di Cristo MCXXX. Questo Lottieri regnò re de' Romani e imperadore XI anni, e fue cristianissimo e fedele di santa Chiesa, e per cagione che Ruggieri figliuolo del primo Ruggieri ch'era stato figliuolo di Ruberto Guiscardo, essendo re di Cicilia e di Puglia, avendo tenuta la setta di figliuolo Petro Leoni contra il detto papa Innocenzio, questo Lottieri imperadore con papa Innocenzio insieme, e coll'armata de' Pisani e de' Genovesi, passaro nel regno di Puglia per mare e per terra sopra il detto Ruggieri che s'era rubellato dal papa e dalla Chiesa, e lui colla detta forza cacciarono di Puglia; e fuggissi in Cicilia; e toltogli il regno, feciono duca di Puglia il conte Cammone, ma poco regnò, che poi tornò la signoria al figliuolo di Ruggieri, ciò fu il buono re Guiglielmo, come innanzi faremo menzione. E per cagione dell'aiuto che' Genovesi e' Pisani feciono a la Chiesa sopra il duca di Puglia, in generale concilio in Roma fu fatto grazia d'arcivescovado a la città di Genova, dandosi più vescovadi in sua signoria della riviera di Genova e di Lombardia. E simile fece a' Pisani, dandogli sotto lui certi vescovadi di Sardigna, e quello di Massa in Maremma, e quello di Grosseto. E ciò fatto, il detto Lottieri imperadore bene aventurosamente si tornò in Alamagna, e poco appresso morì, e fu eletto re de' Romani Currado secondo di Sassogna negli anni di Cristo MCXXXVIII, e regnò XV anni, ma non fu coronato a Roma dello imperio.

<B>XXXV</B>

 

<I>Conta del secondo passaggio d'oltremare.</I>

Nel tempo del sopradetto Currado re de' Romani furono tre papi a Roma l'uno appresso l'altro: papa Celestino secondo regnò VII mesi; e poi fu Luzio primo, ancora vivette poco; poi fu papa Eugenio di Pisa che regnò anni VIII e mesi. Al tempo di questo papa, gli anni di Cristo MCXLVII, Luis il Pietoso re di Francia per amenda d'una guerra ch'egli a torto avea presa col re di Navarra per torreli Campagna, sì promise d'andare al soccorso della Terrasanta, e per la sua andata si commosse tutto il suo reame per andare oltremare, e richiese il detto Currado re de' Romani che gli piacesse d'imprendere co·llui il detto passaggio, e egli l'accettò allegramente, e mandarono pregando il detto papa Eugenio che passasse in Francia a·lloro dare la croce, e così fece; e coronò il detto re Luis. E poi crociati i detti re Currado e re Luis tra' confini d'Alamagna e di Francia per comandamento del detto papa per mano di santo Bernardo abate di Chiaravalle, i Franceschi e' Tedeschi, innumerabile gente, passarono per mare con CC navi, e i più per terra per Ungaria e Pannonia in Grecia, ma con molto affanno per la retà de' Greci, che per fargli morire o amalare mischiavano la calcina colla farina, onde molti ne moriro. E poi co' Turchi in Turchia ebbono grande contasto, e fecero più battaglie. Bene aventurosamente vinsono contra' Saracini, ma poco vi dimoraro, che Luis prima si tornò in Francia, e poi Currado in Alamagna, e sanza venire a Roma, e di là si morìo sanza benedizione imperiale. E 'l papa Eugenio dopo molte buone opere fatte morìo a Roma gli anni di Cristo MCLIIII. E dopo lui succedette papa Anastasio IIII, ma vivette poco più d'uno anno. E poi fu papa Adriano IIII, che coronò il primo Federigo imperadore. Torneremo alle novità che furono in Firenze in questo tempo che noi avemo intralasciato per seguire nostro trattato.

<B>XXXVI</B>

 

<I>Come i Fiorentini disfecero il castello di Montebuoni.</I>

Negli anni di Cristo MCXXXV, essendo in piè il castello di Montebuono, il quale era molto forte e era di que' della casa de' Bondelmonti, i quali erano cattani e antichi gentili uomini di contado, e per lo nome del detto loro castello avea nome la casa Bondelmonti; e per la fortezza di quello, e che la strada vi correa a piè, coglievano pedaggio; per la qual cosa a' Fiorentini non piacea né voleano sì fatta fortezza presso a la città, si v'andarono ad oste del mese di giugno e ebbollo, a patti che 'l castello si disfacesse, e l'altre possessioni rimanessero a' detti cattani, e tornassero ad abitare in Firenze. E così cominciò il Comune di Firenze a distendersi, e colla forza più che con ragione, crescendo il contado e sottomettendosi a la giuridizione ogni nobile di contado, e disfaccendo le fortezze.

<B>XXXVII</B>

 

<I>Come i Fiorentini furono sconfitti a Montedicroce da' conti Guidi.</I>

Negli anni di Cristo MCXLVI, avendo i Fiorentini guerra co' conti Guidi, imperciò che colle loro castella erano troppo presso a la città, e Montedicroce si tenea per loro e facea guerra; per la qual cosa, per arte, de' Fiorentini v'andarono ad oste co·lloro soldati, e per troppa sicurtade non faccendo buona guardia furono sconfitti dal conte Guido vecchio e da·lloro amistà Aretini e altri, del mese di giugno. Ma poi gli anni di Cristo MCLIIII i Fiorentini tornaro a oste a Montedicroce, e per tradimento l'ebbono, e disfeciollo infino alle fondamenta; e poi le ragioni che v'aveano i conti Guidi venderono al vescovado di Firenze, non possendole gioire né averne frutto. E d'allora innanzi non furono i conti Guidi amici del Comune di Firenze, e simile gli Aretini che gli aveano favorati.

<B>XXXVIII</B>

 

<I>Come i Pratesi furono sconfitti da' Pistolesi a Carmignano.</I>

Negli anni di Cristo MCLIIII, avendo guerra i Pratesi co' Pistolesi per lo castello di Carmignano, e essendovi cavalcati i Pratesi colle masnade e aiuto de' Fiorentini, sì vi furo sconfitti da' Pistolesi. Lasceremo alquanto de' nostri fatti di Firenze, imperciò che infra XVI anni appresso poche notevoli cose v'ebbe, e cominceremo il sesto libro, e diremo del primo Federigo imperadore, il quale egli e le sue rede feciono di grandi e diverse mutazioni in Italia, e a la Chiesa di Roma, e a la nostra città di Firenze; onde molto ne cresce matera, siccome innanzi faremo per gli tempi menzione.

 

<B>LIBRO SESTO</B>

<B>I</B>

 

<I>Qui comincia il VI libro: come il primo Federigo detto di Stuffo di Soave fu imperadore di Roma, e de' suoi discendenti; conseguendo i fatti di Firenze che furono a loro tempi e di tutta Italia.</I>

Dopo la morte di Currado di Sassogna re de' Romani fue eletto imperadore Federigo Barbarossa detto Federigo Grande, overo primo, della casa di Soave, e chi il sopranomò di Stuffo. Questi, rimesse le boci degli elettori in lui, si chiamò sé medesimo, e poi passò in Italia, e fu coronato a Roma per papa Adriano quarto gli anni di Cristo MCLIIII, e regnò anni XXXVII che re de' Romani e che imperadore. Questo Federigo fu largo e bontadoso, facondioso e gentile, e in tutti suoi fatti glorioso. A la prima fue amico di santa Chiesa al tempo del detto papa Adriano, e fece rifare Tiboli che era disfatto, ma il dì medesimo che fu coronato da' Romani a la sua gente ebbe grande zuffa e battaglia nel prato di Nerone, ove il detto imperadore era attendato, a grande danno de' Romani, e dentro nel Portico di San Piero; e quello tutto arse e disfece, cioè la parte di Roma ch'è intorno a San Piero. Questi poi tornando in Lombardia il primo anno del suo imperiato, perché la città di Spuleto no·ll'ubbidìo, imperciò ch'era della Chiesa, vi si puose ad oste, e vinsela, e tutta la fece disfare; e per volere occupare le ragioni della Chiesa, tosto si fece nimico; ché dopo la morte d'Adriano papa gli anni di Cristo MCLVIIII fu fatto papa Allessandro terzo di Siena, che regnò XXII anni: questi, per mantenere la giuridizione di santa Chiesa, ebbe grande guerra col detto Federigo imperadore, e per più tempo; il quale imperadore gli fece fare incontro IIII antipapi scismatici in diversi tempi, l'uno appresso l'altro, che i tre furono cardinali. Il primo fu Attaviano che·ssi fece chiamare Vittorio; il secondo Guido di Chermona che si fece chiamare Pasquale; il terzo fu Giovanni Strumense che si fece chiamare Calisto; il quarto ebbe nome Landone il quale si fece chiamare Innocenzo; onde nella Chiesa di Dio ebbe grande scisma e afflizzione, imperciò che questi papi colla forza di Federigo imperadore teneano tutto il Patrimonio San Piero e 'l ducato, che 'l detto papa Allessandro non avea nulla signoria. Ma il detto papa Allessandro contro a tutti valentemente pugnò, e gli scomunicò: i quali tutti l'uno appresso l'altro, lui regnando, moriro di mala morte. Ma regnando eglino colla forza di Federigo, il detto diritto papa Allessandro, non potendo stare in Roma, se n'andò colla corte in Francia al re Luis il Pietoso, il quale il ricevette graziosamente. E dicesi in Francia che vegnendo il detto papa Allessandro a Parigi celatamente con poca compagnia a guisa d'uno picciolo prelato, incontanente che fu a San Moro presso di Parigi, non avendo del papa novella niuna, per divino miracolo si levò una boce: "Ecco il papa, ecco il papa!"; e cominciaro a sonare le campane, e lo re col chericato e popolo di Parigi gli si fece incontro, onde il papa si maravigliò forte, però che nullo sapea di sua venuta; e ringraziò Idio, e palesossi al re e al popolo, e cominciò a segnare. E poi in Francia fece il detto papa concilio generale a la città del Torso in Torena, nel quale scomunicò il detto Federigo e dispuose dello 'mperio, e assolvette tutti i suoi baroni di suo saramento, e dispuose quegli della casa della Colonna di Roma, che mai né eglino né loro successori potessono avere dignità in santa Chiesa, però ch'al tutto si tennero all'aiuto e favore del detto Federigo contra la Chiesa. E in quello concilio tutti gli re e signori di ponente si promisero e allegarono con Luis re di Francia a l'aiuto del detto papa Allessandro e di Santa Chiesa contro a Federigo detto, e simile molte città di Lombardia si rubellaro al detto Federigo: ciò fu Milano, e Chermona, e Piagenza, e tennero col papa e colla Chiesa. Per la qual cosa il detto Federigo passando per la Lombardia per andare in Francia contra Luis re che riteneva papa Allessandro, trovando la città di Melano che gli s'era ribellata, sì·ll'asediò e per lungo assedio l'ebbe l'anno di Cristo MCLXII del mese di marzo, e fecele disfare le mura, e ardere tutta la città, e arare e seminare di sale; e' corpi di tre re, overo magi, che vennoro ad adorare Cristo per lo segno della stella, i quali erano nella città di Milano in tre tombe cavate di profferito, gli fece trarre di Milano e mandargline a Cologna, onde tutti i Lombardi furono molto crucciosi. E poi passando i monti per distruggere il reame di Francia collo aiuto del re di Buem e con quello di Dazia, cioè Dannesmarce, entrò in Borgogna; ma lo re Luis di Francia coll'aiuto d'Arrigo re d'Inghilterra suo genero, e con più signori e baroni furono a contradiallo, sicché per la grazia d'Iddio non ebbe nullo podere, né v'aquistò terra, ma per difetto di vittuaglia si tornaro adietro quegli re in loro paesi, e Federigo in Italia. E faccendo guerreggiare i Romani perché s'erano tornati dalla parte della Chiesa e di papa Allessandro, essendo i detti Romani a oste a Toscolano, per lo cancelliere del detto Federigo colle sue masnade de' Tedeschi furono sconfitti ne·luogo detto Monte del Porco, e molti Romani presi, e morti sì grande quantità che nelle carra tornarono morti a Roma per soppellirli; e questa sconfitta si dice che fue per tradimento de' Colonnesi, i quali furono sempre collo imperadore e contro alla Chiesa, onde furono per lo papa privati d'ogni benificio temporale e spirituale; e per la detta sconfitta i Romani cacciarono di Roma i Colonnesi, e disfeciono loro una antica e bellissima fortezza che si chiamava l'Agosta, la quale si dice che fece fare Cesare Agusto; e ciò fu gli anni di Cristo MCLXVII. E ciò fatto, lo 'mperadore venne all'assedio di Roma per distruggerla, e aveala molto stretta. I Romani feciono al chericato di Roma prendere la testa di santo Piero e quella di santo Paolo, e portarle a processione per tutta Roma; per la qual cosa i Romani si crocciaro tutti contra lo 'mperadore, e 'l primo che·lla prese fue messere Matteo Rosso il vecchio degli Orsini, avolo che fu di papa Niccola terzo, e per vecchiezza avea lasciate l'armi e preso abito di penitenzia; e per questa cagione lasciò l'abito e riprese l'armi, onde molto fue commendato; e per questa cagione egli e' suoi vennero in grazia della Chiesa, e agrandiro molto. Apresso il detto messere Matteo prese la croce Gianni Buovo, grande cittadino di Roma, e poi tutti gli altri con grande animo e volontà; per la qual cosa, sentendolo lo 'mperadore, o per paura, ma più per miracolo de' beati appostoli, subito si partì dall'assedio di Roma con sua gente, e tornossi a Viterbo, e la città di Roma fu liberata.

<B>II</B>

 

<I>Come papa Allessandro tornò di Francia a Vinegia, e lo 'mperadore venne a le sue comandamenta.</I>

Poi appresso stato il detto papa Allessandro lungamente in Francia, colla forza del re di Francia e di quello d'Inghilterra tornò colla corte sua in Italia per mare, e capitando in Cicilla, dal re Guiglielmo che allora n'era re, divotamente fu ricevuto e favorato, riconoscendosi fedele di santa Chiesa, e che·ll'isola tenea da·llui; per la qual cosa il detto papa il ne confermò re di Cicilia, e rendégli Puglia, onde il detto re Guiglielmo col suo navilio per mare l'acompagnò infino a la città di Vinegia, nella quale volle andare il detto papa per più sicurtà di lui, acciò che Federigo imperadore nol potesse offendere; e per favorare i fedeli di santa Chiesa di Lombardia fece sua stanza nella detta città di Vinegia, e da' Viniziani reverentemente fu ricevuto e onorato; per lo cui favore i Milanesi rifeciono la città di Milano gli anni di Cristo MCLXVIII. Poi poco tempo apresso i Milanesi coll'aiuto de' Piagentini e di Chermonesi e d'altre città di Lombardia che obbedieno santa Chiesa feciono una terra in Lombardia, quasi per una bastita e battifolle, incontro alla città di Pavia, che sempre fu contra Milano, e si tenea collo imperio; e quella città fatta, per onore del detto papa Allessandro, e perché fosse più famosa, la chiamarono Allessandra; e poi fu sopranomata de la Paglia, a dispregio, per quegli di Pavia; e a priego de' Lombardi le diede il papa vescovo, e dispuose quello di Pavia e tolsegli la dignità del palio e della croce, imperciò che sempre avea tenuto con Federigo imperadore contro a la Chiesa.

<B>III</B>

 

<I>Come lo 'mperadore Federigo Barbarossa si riconciliò co la Chiesa, e passò oltremare, e là morìo.</I>

Veggendosi lo 'mperadore Federigo molto abbassato di suo stato e signoria, e molte città di Lombardia e di Toscana ribellarsi da·llui, e teneansi colla Chiesa e col papa Allessandro, il quale era molto montato in istato col favore del re di Francia e di quello d'Inghilterra e di Guiglielmo re di Cicilia, si procacciò di riconciliarsi colla Chiesa e col papa, acciò che al tutto non perdesse l'onore dello 'mperio, e con solenni ambasciadori mandò a Vinegia a papa Allessandro a dimandare pace, promettendo di fare ogni amenda a santa Chiesa; il quale dal detto papa fue esaudito benignamente. Per la qual cosa il detto Federigo andòe a Vinegia, e gittossi a' piè del detto papa a misericordia. Allora il detto papa gli puose il piede ritto in sul collo, e disse il verso del Saltero che dice: "Super aspidem et basaliscum ambulabis, et conculcabis leonem et draconem", e lo 'mperadore rispuose: "Non tibi set Petro", e 'l papa rispuose: "Ego sum vicarius Petri"; e poi gli perdonò ogni offesa ch'avesse fatta a santa Chiesa, faccendo ristituire ciò che tenesse di santa Chiesa; e così promise e fece con patti, che ciò che·ssi trovasse che·lla Chiesa in quello dì tenesse nel Regno a perpetuo fosse di santa Chiesa; e trovossi che Benivento; e questo fu l'origine perché la Chiesa tiene per sua la città di Benivento. E ciò fatto, il pacificò co' Romani e con Manuello imperadore di Gostantinopoli, e con Guiglielmo re di Cicilia, e co' Lombardi, e per amenda e penitenzia gl'impuose, ed elli promise, d'andare oltremare al soccorso della Terrasanta, imperciò che 'l Saladino soldano di Babillonia avea ripresa Ierusalem, e più altre terre che teneano i Cristiani; e così fece. Poi il detto Federigo, lui crocciato, gli anni di Cristo MCLXXXVIII con grandissima oste d'Alamagna si partìo, e andò per terra per Ungaria e Gostantinopoli infino in Erminia; ma giunto il detto Federigo in Erminia, essendo di state e grande caldo, bagnandosi a diletto in uno piccolo fiume chiamato il fiume del Ferro, disaventuratamente affogò; e ciò si crede che fosse per giudicio di Dio per le molte persecuzioni che fece a santa Chiesa: e di lui rimase uno figliuolo il quale ebbe nome Arrigo che 'l fece eleggere re de' Romani innanzi che passasse oltremare negli anni di Cristo MCLXXXVI; e morto il detto Federigo, la moglie col figliuolo e colla loro gente, tutto che molta ne morisse in quello viaggio, si tornaro di Soria in ponente sanza niuno acquisto fatto. Torneremo omai alla nostra matera de' fatti di Firenze e d'altre cose che furono al tempo che regnò il detto Federigo; ma prima diremo del re Filippo di Francia e del re Ricciardo d'Inghilterra ch'andarono oltremare al soccorso della Terrasanta in questo medesimo tempo.

<B>IV</B>

 

<I>Come il re di Francia e quello d'Inghilterra andarono oltremare al passaggio.</I>

E nel detto passaggio lo re Filippo il Bornio di Francia e lo re Ricciardo d'Inghilterra con molti conti e baroni di Francia, e d'Inghilterra, e di Proenza, e d'Italia, crociati, passaro per mare in Soria, e assediaro e presero la città di Tolomaida, detta Acri, che la teneano i Saracini, e quella ebbono per assedio; ma molta di loro buona gente vi moriro di pestilenzia d'infermitade; e in questo viaggio s'incominciò grande discordia tra 'l detto re Filippo il Bornio e 'l re Ricciardo d'Inghilterra. L'una cagione fu perché il re Ricciardo volea la signoria d'Acri, siccome il re Filippo, e assai avea operato al conquisto; appresso, perché il re Filippo gli tolse, tornato lui in Francia, la ducea di Normandia per forza per CCm di livre di parigini che gli avea prestati quando andò oltremare sopra la detta Normandia, e no·lla lasciò ricogliere, come toccammo adietro nel capitolo ove raccontammo il lignaggio e' discendenti de' presenti re di Francia. Ma imperciò che gli antichi del re Ricciardo d'Inghilterra e poi gli suoi successori feciono di grandi cose le quali si mischiano molto a la nostra matera, e ancora perché sono stati possenti re tra' Cristiani, si è convenevole che in questo si racconti di loro progenia, e come furono distratti de·lignaggio de' Normandi, siccome fue il buono Ruberto Guiscardo, come di lui avemo adietro fatta menzione, in questo modo: che il primo duca di Normandi che fu Cristiano, fatto per lo 'mperadore Carlo il Grosso e re di Francia, come adietro è fatta menzione; del detto Ruberto nacque Guiglielmo detto Spadalunga; di Guiglielmo nacque Ruberto e Ricciardo; di Ricciardo nacque Ricciardo che fu padre di Ruberto Guiscardo re di Puglia; e di Ruberto che rimase duca di Normandia nacque Ruberto il Bastardo che l'acquistò in questo modo: credendosi giacere con una figliuola d'uno suo ricco borgese la quale molto gli piacea, la madre per iscampare la vergogna de la figliuola trovòe una molto bella damigella povera che molto si somigliava colla figlia, e quella inniscambio di lei mise in camera col detto duca Ruberto, onde nacque il detto Guiglielmo il Bastardo; e la notte che la madre il generò le venne in visione che di corpo l'usciva una quercia e crescea tanto che i suoi rami si stendeano insino inn-Inghilterra; e veramente fu avisione di vera profezia, come diremo appresso. E perché bastardo fosse, nonn-è da tacere di lui, che come fue in etade, e seppe di sua nazione, incontanente si mise in fatti d'arme, e fu maraviglioso in prodezza e senno e in cortesia, e per sua valentia passò in Inghilterra, e combatté con Raul che allora n'era re istratto di Spagna, e lui vinse e uccise in battaglia, e fecesi re d'Inghilterra gli anni di Cristo MLXVI, e regnòe XXVI anni. E dopo lui regnòe Guiglielmo suo figliuolo, e dopo Guiglielmo regnòe Arrigo suo figliuolo, il quale ebbe per moglie la figliuola del re Luis il Pietoso re di Francia; e questo Arrigo fue col detto re Luis e con papa Allessandro incontro a Federigo primo imperadore quando venne in Borgogna, come è fatta menzione. Questo Arrigo fue quegli che fece uccidere il beato Tommaso arcivescovo di Conturbiera, perch'egli il riprendea de' suoi vizii, e togliea le decime della santa Chiesa; onde Idio fece grande giudicio, che poco appresso cavalcando per Parigi col re Luis, gli si traversò uno porco tra' piè del cavallo e fecelo cadere, e subitamente della caduta morìo. Di lui rimase uno figliuolo ch'ebbe nome Stefano; dopo Stefano regnòe un altro Arrigo, il quale ebbe due figliuoli, il re Giovane e lo re Ricciardo. Questo re Giovane fue il più cortese signore del mondo, e ebbe guerra col padre per indotta d'alcuno suo barone, ma poco vivette, e di lui non rimase reda. Dopo il re Giovane regnò il re Ricciardo, quegli onde al cominciamento facemmo menzione che andò oltremare al passaggio col re Filippo di Francia e fu pro' d'arme e valoroso, e egli assieme con XII altri baroni di Francia e d'Inghilterra tenne il passo al Saladino soldano di Babilonia con tutto suo esercito. Di Ricciardo nacque Arrigo suo figliuolo che regnò appresso lui, ma fue sempice uomo e di buona fe' e di poco valore. Del detto Arrigo nacque il buono re Adoardo che a' nostri presenti tempi regna, il quale fece di gran cose, come innanzi per gli tempi faremo menzione. Lasceremo le storie de' detti signori, e torneremo a' nostri fatti di Firenze.

<B>V</B>

 

<I>Come i Fiorentini sconfissono gli Aretini.</I>

Negli anni di Cristo MCLXX i Fiorentini fecero oste sopra gli Aretini perch'erano stati co' conti Guidi contro al Comune di Firenze; e uscendo gli Aretini loro incontro, da' Fiorentini furono sconfitti del mese di novembre, e poi feciono accordo co' Fiorentini con onorevoli patti per lo Comune di Firenze, e promisero di non essere loro incontro per neuna cagione, e riebbono i loro pregioni.

<B>VI</B>

 

<I>Come si cominciò la prima guerra da' Fiorentini a' Sanesi.</I>

Nel detto tempo si cominciò guerra tra' Fiorentini e' Sanesi per cagione delle castella che confinano co·lloro in Chianti, che ciascuno Comune si volea dilatare, e crescere il suo contado, e del castello di Staggia; e per questa cagione i Fiorentini presono ad aiutare quegli di Montepulciano da' Sanesi che gli guerreggiavano; e andarono i Fiorentini infino là per fornirlo; e tornando da fornirlo, i Sanesi si fecero loro incontro al castello d'Asciano, e qui si combatterono, e furono sconfitti da' Fiorentini, e molti de' Sanesi presi e morti vi furono; e ciò fu del mese di giugno gli anni di Cristo MCLXXIIII.

<B>VII</B>

 

<I>Come di prima fu edificato il nobile e forte castello di Poggibonizzi e quello di Colle di Valdelsa.</I>

Nel detto tempo essendo colà ov'è oggi la terra di Poggibonizzi al piano uno ricco borgo che si chiamava il borgo di Marti, per cagione che diceano ch'erano stati stratti di parte de' martirizzati di Catellina ribelli del popolo di Roma, che in quello luogo s'erano rimasi, scampati de la battaglia di Piceno, overo di Piteccio, e tornando l'oste di su detta de' Fiorentini da la vittoria d'Asciano, alcuno giovane fiorentino isforzò nel detto borgo una pulcella; onde tutta la terra si commosse a zuffa contra i Fiorentini, e alquanti ve ne rimasono morti, e assai fediti e vergognati; per la quale offesa quegli del borgo di Marti, impauriti de' Fiorentini, feciono lega e giura con VIII castella e Comuni vicini, e per essere più sicuri e forti al riparo della potenzia de' Fiorentini, sì ordinarono di concordia di disfare le loro terre, e di porresi in su il bello poggio ove fu poi il detto castello, in sul quale era una selva d'uno terrazzano ch'avea nome Bonizzo, e dal detto il suo nome fu derivato; e questo in brieve tempo ripuosono e afforzaro, però che il luogo da sua natura è forte e agiato e bello, e partirlo ad abituro in VIIII contrade, come si fece di VIIII terre, e in ciascuna contrada ripuosono la chiesa principale de la loro antica terra onde s'erano levati, e quello di ricche mura e porte e torri di pietre adornarono, e fu sì forte e bello, e fornito di molti e ricchi abitanti, ch'elli curavano poco i Fiorentini o altri loro vicini; e per contradio de' Fiorentini s'allegarono co Sanesi, e poi diede molta briga a' suoi vicini e a' Fiorentini, come innanzi per gli tempi fareno menzione. E nota che 'l detto poggio è de' meglio assituati che sia in Italia, e appunto il bilico è in mezzo la provincia di Toscana. Afforzato il detto castello, i Fiorentini ne furono molto crucciati, e con due castelletta di Valdelsa loro vicini e contradi de' Poggibonizzesi s'accostaro, e recarlo a·lloro lega, e colle forze de' Fiorentini ordinaro e feciono porre il castello di Colle di Valdelsa colà dov'è oggi, per fare battifolle a Poggibonizzi; e di quelle due castelletta e con altre ville d'intorno il popolaro, e la prima pietra che·ssi mise a fondarlo, la calcina fue intrisa del sangue che si segnaro delle braccia i sindachi a·cciò mandati per lo Comune di Firenze, a perpetua memoria e segno d'amicizia e fratellanza di quelli di Colle al Comune di Firenze, e certo per isperienzia poi sempre è istato quello Comune come figliuolo di quello di Firenze.

<B>VIII</B>

 

<I>De' grandi fuochi che furono nella città di Firenze.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXVII s'apprese il fuoco nella città di Firenze a dì V d'agosto, e arse da piè del ponte Vecchio infino a Mercato Vecchio. E poi nel detto anno medesimo s'apprese il fuoco a Sammartino del Vescovo, e arse infino a Santa Maria Ughi e infino al Duomo di Santo Giovanni con grandissimo danno della città, e non sanza giudizio di Dio, imperciò che' Fiorentini erano venuti molto superbi per le vittorie avute sopra i loro vicini, e tra loro molto ingrati a·dDio, e con altri disonesti peccati. E in questo anno cadde per soperchia piena del fiume d'Arno il ponte Vecchio, che ancora fu segno di future aversitadi alla nostra città.

<B>IX</B>

 

<I>Come in Firenze si cominciò battaglia cittadina tra gli Uberti e la signoria de' consoli.</I>

Imperciò che nel detto medesimo anno si cominciò in Firenze disensione e guerra grande tra' cittadini, che mai non era più stata in Firenze, e ciò fu per troppa grassezza e riposo mischiato colla superbia ingratitudine, ché quelli della casa degli Uberti ch'erano i più possenti e maggiori cittadini di Firenze co·lloro seguaci nobili e popolari cominciaro guerra co' consoli ch'erano signori e guidatori del Comune a certo tempo e con certi ordini, per la 'nvidia della signoria che nonn-era a·lloro volere. E fu sì diversa e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì l'uno, si combatteano i cittadini insieme in più parti della città da vicinanza a vicinanza, com'erano le parti, e aveano armate le torri, che n'avea nella città in grande numero, alte C e CXX braccia. E in quelli tempi per la detta guerra assai torri di nuovo vi si muraro per le comunitadi delle contrade, de' danari comuni delle vicinanze, che si chiamavano le torri delle compagnie. E sopra quelle faceano mangani e manganelle per gittare l'uno a l'altro, ed era asserragliata la terra in più parti. E durò questa pestilenzia più di due anni, onde molta gente ne morì, e molto pericolo e danno ne seguì alla città; ma tanto venne poi in uso quello guerreggiare tra' cittadini, che l'uno dì si combatteano, e l'altro mangiavano e beveano insieme, novellando delle virtudi e prodezze l'uno dell'altro che si faceano a quelle battaglie. E quasi per istraccamento e rincrescimento si rimasono per loro medesimi del combattere, e si pacificarono, e rimasero i consoli in loro signoria; ma a la fine pur criarono, e poi partoriro le maladette parti che furono appresso in Firenze, siccome innanzi per li tempi faremo menzione.

<B>X</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono il castello di Montegrossoli.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXXII, rimase le battaglie cittadine in Firenze, i Fiorentini feciono oste al castello di Montegrossoli in Chianti e presollo per forza. E quell'anno valse lo staio del grano fiorini VIII, che fu a quello tempo grande caro, imperciò che allora correa in Firenze una moneta d'argento, che si chiamavano fiorini, di danari XII l'uno, che oggi varrebbono a la presente piccola moneta per lega e per peso l'uno danaio tre.

<B>XI</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono il castello di Pogna.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXXIIII, del mese di giugno, i Fiorentini assediarono il castello di Pogna perché non volea obedire al Comune di Firenze, e era molto forte, e guerreggiava la contrada di Valdelsa infino a la Pesa; ed era di gentili uomini cattani che si chiamavano i signori di Pogna.

<B>XII</B>

 

<I>Come Federigo primo imperadore tolse il contado a la città di Firenze e a più altre città di Toscana.</I>

Nel detto anno di Cristo MCLXXXIIII Federigo primo imperadore andando di Lombardia in Puglia, passò per la nostra città di Firenze a dì XXXI di luglio del detto anno, e in quella soggiornato alquanti dì, e fattagli querimonia per gli nobili del contado, come il Comune di Firenze avea prese per forza e occupate molte loro castella e fortezze contra l'onore dello 'mperio, sì tolse al Comune di Firenze tutto il contado e la signoria di quello infino alle mura, e per lo contado facea stare per le villate suoi vicarii che rendeano ragione e faceano giustizia; e simile fece a tutte l'altre città di Toscana ch'aveano tenuta la parte della Chiesa quando egli ebbe la guerra con papa Allessandro, salvo che non tolse il contado né alla città di Pisa né a quella di Pistoia che tennero co·llui. E in questo anno il detto Federigo assediò la città di Siena, ma no·ll'ebbe. E queste novitadi fece alle dette città di Toscana, imperciò che nonn-erano state di sua parte, sì che, con tutto che s'era pacificato colla Chiesa e venuto a la misericordia del detto papa, come adietro è fatta menzione, non lasciò di partorire il suo male volere contro alle città ch'aveano ubbidita a la Chiesa; e così stette la città di Firenze sanza contado IIII anni, infino che 'l detto Federigo andòe al passaggio d'oltremare ove annegò, come addietro facemmo menzione.

<B>XIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini si crociaro e andarono oltremare al conquisto di Dammiata, e però ne liberò il contado loro.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXXVIII, essendo commossa quasi tutta la Cristianità per andare al soccorso della Terrasanta, vegnendo in Firenze l'arcivescovo di Ravenna legato del papa a predicare la croce per lo detto passaggio, molta buona gente di Firenze presono la croce dal detto arcivescovo a San Donato tra le Torri, overo a San Donato a Torri di là da Rifredi, overo il munistero delle Donne, però che 'l detto arcivescovo era dell'ordine di Cestella; e ciò fu a dì II del mese di febbraio del detto anno. E furono sì grande quantità i Fiorentini, che feciono oste oltremare per loro, e furono al conquisto della città di Dammiata, e de' primi che presono la terra, e per insegna ne recarono uno stendale vermiglio che ancora è nella chiesa di San Giovanni, e per la detta devozione e susidio fatto per gli Fiorentini per santa Chiesa e per la Cristianità dal papa Gregorio e dallo imperadore Federigo detto fu renduta la giurisdizione del contado a la città di Firenze, di lungi a la città di Firenze X miglia.

<B>XIV</B>

 

<I>Come i Fiorentini ebbono il braccio del beato appostolo santo Filippo.</I>

Nel tempo che regnava in Gostantinopoli lo 'mperadore Manuello, cristianissimo e obbediente a santa Chiesa, si maritò una sua nipote figliuola del fratello, la quale avea nome Isabella, al re di Gerusalem e di Cipri, e dielle intra gli altri doni e gioelli in sua dote l'orlique del beato Filippo appostolo. Avenne che uno messere monaco di Firenze era cancelliere del patriarca di Ierusalem, e poi fu per sua bontà fatto arcivescovo d'Acri al tempo che il soldano Saladino prese la città di Ierusalem; ma poi ripresa la Terrasanta per gli Cristiani, il detto arcivescovo tornò oltremare, e fu fatto per lo papa patriarca di Ierusalem. E sappiendo come la detta Isabella reina di Ierusalem avea la detta santa reliquia, disiderando d'averla per onorare la sua città di Firenze, la domandò a la detta reina, assegnandole come nonn-era lecito a donna che fosse al secolo sì santa reliquia tenere infra le sue gioie mondane, ma si convenia che fosse in parte ove fosse venerata a Dio; per la qual cosa la detta reina la donò al detto patriarca. E ciò sappiendo il vescovo di Firenze, ch'avea nome messere Piero, ne scrisse più lettere al detto patriarca cittadino di Firenze, che gli piacesse di mandare la detta santa reliquia in Firenze. Avvenne che 'l detto patriarca amalòe a morte, e commise a uno messere Rinieri di Firenze priore del Sepolcro e suo cappellano che 'l detto braccio mandasse a Firenze; ma il capitolo de' calonaci di Ierusalem nol voleva lasciare portare. A la fine il sopradetto vescovo di Firenze mandòe oltremare per lo detto braccio uno messere Gualterotto calonaco di Firenze, il quale con molta istanzia e studio adoperò tanto col detto priore del Sepolcro, ch'egli ebbe il detto santo braccio, e recollo in Firenze l'anno di Cristo MCLXXXX, essendo rettore di Firenze il conte Ridolfo da Capraia; al quale per lo vescovo di Firenze con tutto il chericato, e col detto rettore con tutto il popolo, uomini e femmine, andarono incontro a processione incontro al detto braccio, e con grande solennità recato fu in Firenze, e messo nell'altare di Santo Giovanni Batista, il quale fece molti e aperti miracoli in più cittadini di Firenze, i quali a la sua venuta ebbono fede e devozione.

<B>XV</B>

 

<I>Come il papa pacificò i Pisani e' Genovesi per fornire il passaggio d'oltremare.</I>

Nel detto anno MCLXXXVIII, per cagione del detto passaggio, il detto papa Gregorio, essendone molto sollecito, venne in Pisa e per acconcio del detto passaggio pacificòe i Pisani co' Genovesi, ch'aveano avuto gran guerra insieme per l'isola di Sardigna; e in Pisa morì il detto papa in questo anno, e poco vivette papa. E da papa Allessandro detto adietro insino a questo Gregorio fue papa Lucio di Toscana, e sedette papa da IIII anni, ma poco fece al suo tempo; e poi fu papa Urbano di Lombardia che fue papa da due anni. E questo Urbano cominciò in Italia l'ordine di questo passaggio, e papa Gregorio il seguì mentre che vivette papa, che fu poco più d'uno anno; ma poi papa Clemente di Roma il mise a seguizione, e partissi il detto passaggio d'Italia del mese di febbraio MCLXXXVIIII. Lasceremo alquanto de' papa che furono, e de' nostri fatti di Firenze, e diremo d'Arrigo di Soavia figliuolo del sopradetto Federigo, e le novità che furono al suo tempo.

<B>XVI</B>

 

<I>Come Arrigo di Soavia fu fatto imperadore per la Chiesa, e datagli per moglie Gostanza reina di Cicilia.</I>

Arrigo di Soavia figliuolo che fu del grande Federigo, come dicemmo dinanzi, vivendo il padre il fece eleggere re de' Romani; ma, tornato Arrigo d'oltremare, e riformato in Alamagna la sua signoria, sì passò in Italia, e venne a Roma a richiesta del papa Clemente, e da' Romani fu ricevuto onorevolmente, imperciò ch'egli concedette loro la città di Toscolano e il suo contado, ch'erano stati ribelli de' Romani, la quale città da' Romani fu tutta disfatta e abbattuta, e mai poi non si rifece. E vegnendo a Roma il detto Arrigo, trovò morto il detto papa Clemente che per lui avea mandato, e eletto papa Cilestino, nato di Roma, per li cardinali, al quale il detto Arrigo si fue a la sua consecrazione, la quale fu il dì di Pasqua di Risoresso d'aprile, gli anni di Cristo MCLXXXXII; e vivette papa anni VI, e mesi VIII, e dì XI. E fatto papa Celestino, il secondo dìe della sua consecrazione coronò il detto Arrigo imperadore. E in prima che 'l detto Arrigo si partisse da la Magna, avendo la Chiesa discordia con Tancredi re di Cicilia e di Puglia, figliuolo che fu dell'altro Tancredi nipote per femmina di Ruberto Guiscardo, siccome nel capitolo ove trattammo del detto Ruberto facemmo menzione, per cagione ch'egli, siccome dovea, fedelmente non rispondea del censo a la Chiesa, e promutava vescovi e arcivescovi a sua volontà, in vergogna del papa e della Chiesa, il detto papa Clemente trattò coll'arcivescovo di Palermo di torre il regno di Cicilia e di Puglia al detto Tancredi, e fece ordinare al detto arcivescovo che Gostanza serocchia che fu del re Guiglielmo, e diritta ereda del reame di Cicilia, la quale era monaca in Palermo, siccome adietro facemmo menzione, e era già d'età di più di L anni, sì·lla fece uscire dal munistero, e dispensò in lei ch'ella potesse essere al secolo e usare matrimonio; e di nascoso il detto arcivescovo fattala partire di Cicilla e venire a Roma, la Chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo imperadore, onde poco appresso nacque Federigo secondo imperadore, che fece tante persecuzioni a la Chiesa, come innanzi nel suo trattato diremo. E non sanza cagione e giudicio di Dio dovea riuscire sì fatto ereda, essendo nato di monaca sacra, e in età di lei di più di LII anni, ch'è quasi impossibile a natura di femmina a portare figliuolo, sicché nacque di due contrarii, allo spirituale, e quasi contra ragione al temporale. E troviamo quando la 'mperadrice Gostanza era grossa di Federigo, s'avea sospetto in Cicilia e per tutto il reame di Puglia che per la sua grande etade potesse essere grossa; per la qual cosa quando venne a partorire fece tendere uno padiglione in su la piazza di Palermo, e mandare bando che qual donna volesse v'andasse a vederla, e molte ve n'andarono e vidono, e però cessò il sospetto.

<B>XVII</B>

 

<I>Come lo 'mperadore Arrigo conquistò il regno di Puglia.</I>

Come il detto Arrigo fu coronato imperadore, e isposata Gostanza imperadrice, onde ebbe in dota il reame di Cicilia e di Puglia con consentimento del papa e della Chiesa, e rendendone il censo usato, e già nato Federigo suo figliuolo, incontanente con sua oste e colla moglie n'andòe nel Regno, e vinse tutto il paese infino a la città di Napoli, ma que' di Napoli non si vollono arrendere, onde Arrigo vi puose l'assedio, e stettevi tre mesi. E nella detta oste fue tanta pestilenzia d'infermità e di mortalità, che 'l detto Arrigo e la moglie v'infermaro, e della sua gente vi morì la maggiore parte; onde per necessità si levò dal detto assedio con pochi quasi inn-isconfitta, e infermo tornò a Roma, e la 'mperadrice Gostanza per malatia presa ne l'oste poco appresso si morìo, e lasciò Federigo suo figliuolo piccolino in guardia e in tutela di santa Chiesa. Poi il detto Arrigo imperadore fatta venire nuova gente da la Magna e riformato suo stato, un'altra volta passò nel Regno con grande oste gli anni di Cristo MCLXXXXVI. Il quale regno di Puglia e reame di Cicilia signoreggiava Guiglielmo il giovane, figliuolo ch'era stato di Tancredi re, e era giovane di tempo e di senno, il quale ingannato dal detto Arrigo, sotto trattato di pace, il fece prendere con tre sue serocchie, e mandollo in pregione in Alamagna; e 'l detto Guiglielmo fece accecare degli occhi e castrare, acciò che mai non potesse generare figliuoli, e in pregione vilmente finì sua vita; ma le serocchie, morto Arrigo, da Filippo suo fratello furono dilibere di pregione per lo modo che addietro di loro facemmo menzione nella fine del legnaggio di Ruberto Guiscardo.

<B>XVIII</B>

 

<I>Come Arrigo imperadore si ribellò da la Chiesa e funne persecutore, e com'egli morìo.</I>

Dapoi che Arrigo fece prendere il detto re Guiglielmo, il reame ebbe sanza gran contasto, e tutti quegli che gli erano stati incontro uccise e disperse crudelmente; e quand'elli fu al tutto signore del reame, sì seguì l'orme del padre d'essere ingrato a santa Chiesa, e non solamente ingrato, ma persecutore, che più vescovi e arcivescovi e altri prelati fece nel suo regno morire, occupando le chiese e mettendovi cui a·llui piaceva, e non rispondendo del censo alla Chiesa. Per la qual cosa papa Innocenzo terzo, il quale fu di Campagna e succedette a Celestino, scomunicò il detto Arrigo e' suoi seguaci. E lui regnato nello imperio VIII anni, morì scomunicato nella città di Palermo gli anni di Cristo MCC, e di lui rimase Federigo piccolo fanciullo, come detto è dinanzi, il quale dalla Chiesa, siccome sua madre e buona tutrice, il detto pupillo fu guardo e conservo il suo regno, non guardando al misfatto del padre.

<B>XIX</B>

 

<I>Come Otto IIII di Sassogna fue eletto imperadore.</I>

Morto Arrigo imperadore, contasto grande fu intra gli elettori d'Alamagna d'eleggere re de' Romani; e partiti tra·lloro, feciono due lezioni. L'una parte elesse Filippo duca di Soavia fratello del detto Arrigo, e l'altra parte elessono Otto di Sassogna; ma Filippo vincea per aiuto e forza de' baroni d'Alamagna a essere re de' Romani. Ma il sopradetto papa Innocenzo favorava Otto, perché Filippo non fosse, perch'era stato fratello d'Arrigo ch'avea perseguitata la Chiesa. E in questo contasto, per frode dell'antigrado, il detto Filippo fu morto, e fue con favore della Chiesa confermato il detto Otto a re de' Romani l'anno MCCIII. E credendo la Chiesa avere migliorato stato per fare imperadore il detto Otto, troppo lo peggiorò; che se Arrigo fu contra la Chiesa reo, questo Otto fue pessimo, siccome innanzi nel tempo che regnò faremo menzione. Lasceremo a·ddire alquanto d'Otto imperadore infino che sarà tempo, e torneremo a·ddire de' fatti di Firenze, e dell'altre novità dell'universo mondo che furono al tempo d'Arrigo, toccando in brieve di cose notabili: e da qui innanzi ne tratteremo al generale, imperciò che·cci pare di nicessità in gran parte, che per le diverse parti che nacquono in Italia per le discordie dalla Chiesa agl'imperadori, quasi tutto il mondo ne fu poi commosso e contaminato, e l'una novità risurse del rimbalzo dell'altra. E perché la nostra città di Firenze venne crescendo di fama e d'essere e di potenza, quasi le più delle notabili novità de' Cristiani in alcuna parte si riferiscono a' nostri fatti di Firenze.

<B>XX</B>

 

<I>Come iscurò tutto il corpo del sole.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXXXII, a dì XXII di giugno, iscurò tutto il corpo del sole, e durò d'alquanto dopo terza infino a la nona; la qual cosa secondo il detto de' savi astrolagi è segno di grandi novitadi future tra' Cristiani.

<B>XXI</B>

 

<I>Come i Samminiatesi disfecero la loro terra per discordia.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXXXVII i terrazzani del castello di Samminiato del Tedesco per loro discordie si disfeciono la detta loro terra, e tornaro ad abitare al piano a piede di Samminiato nel borgo detto San Giniegio e in quello di Santa Gonda per essere più a l'agio del piano e dell'acqua, e presso del fiume d'Arno e di quello d'Elsa, credendosi ivi fare una grande cittade, ma il loro intendimento tosto venne vano.

<B>XXII</B>

 

<I>Come i Fiorentini comperarono Montegrossoli.</I>

Nel detto anno i Fiorentini comperaro il castello di Montegrossoli in Chianti da certi cattani cui era, che lungamente aveano fatta guerra a' Fiorentini, e andatavi più volte l'oste de' Fiorentini, come addietro è fatta menzione. E in questo medesimo anno fue generale pace in tutta Italia; e allora era consolo in Firenze Compagno degli Arrigucci.

<B>XXIII</B>

 

<I>Come fu fatto papa Innocenzo terzo.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXXXVIII fu fatto papa Innocenzo terzo nato di Campagna, e regnò papa più di XVII anni, e fu savio e valente uomo in iscienzia di scrittura, e savio naturale di costumi; e al suo tempo furono molte cose, come innanzi farà menzione. Questi fu quegli che iscomunicò lo 'mperadore Arrigo, e fece fare Otto di Sassogna imperadore.

<B>XXIV</B>

 

<I>Come si comincio l'ordine de' frati minori.</I>

Al tempo del detto papa Innocenzo si cominciò la santa ordine de' frati minori, onde fu cominciatore il beato Francesco nato della città d'Ascesi nel ducato, e per questo papa fu accettata e approvata la detta ordine con privilegio, imperciò che tutta fu fondata in umilità, e carità, e povertà, seguendo in tutto il santo Vangelio di Cristo, e schifando ogni delizia umana. E 'l detto papa in visione vide santo Francesco sostenere sopra i suoi omeri la chiesa di Laterano, sì come poi per simile modo vide di santo Domenico; la quale visione fue figura e profezia come per loro si dovea sostenere santa Chiesa e la fede di Cristo.

<B>XXV</B>

 

<I>Come si cominciò l'ordine de' frati predicatori.</I>

E al tempo ancora del detto papa, similemente si cominciò l'ordine de' frati predicatori, onde fu cominciatore il beato Domenico nato di Spagna, ma al suo tempo no·lla confermò, con tutto che in avisione avvenne al detto papa che la chiesa di Laterano gli cadea adosso, e 'l beato Domenico la sostenea in su le sue spalle. E per questa visione era disposto di confermarla, ma sopravennegli la morte, e il suo successore appresso papa Onorio la confermò, gli anni di Cristo MCCXVI. E vere furono le visioni del sopradetto Innocenzo di santo Francesco e di santo Domenico, che·lla Chiesa di Dio cadea per molti errori e per molti dissoluti peccati, non temendo Iddio; e 'l detto beato Domenico per la sua santa scienza e predicazione gli corresse, e fune il primo stirpatore degli eretichi; e 'l beato Francesco per la sua umilità e vita appostolica e di penitenzia corresse la vita lascibile, e ridusse i Cristiani a penitenzia e a vita di salute. E veramente la Sibilla Irtea, seguendo questi tempi, profetizzò di queste due sante ordini, dicendo che due stelle orierebbono in alluminando il mondo.

<B>XXVI</B>

 

<I>Come i Fiorentini disfecioro il castello di Frondigliano.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXXXVIIII, essendo consoli della città di Firenze conte Arrighi della Tosa e' suoi compagni, i Fiorentini assediaro il castello di Frondigliano, che s'era rubellato e facea guerra al Comune di Firenze, e presollo e disfeciollo infino alle fondamenta, e mai non si rifece. E nel detto anno i Fiorentini puosono oste a Simifonti, il quale era molto forte, e non ubbidia alla città.

<B>XXVII</B>

 

<I>Come i Samminiatesi disfeciono San Giniegio, e tornarono ad abitare al poggio.</I>

Negli anni di Cristo MCC i Samminiatesi disfeciono il borgo a San Giniegio ch'era nel piano di Samminiato, ed era molto ricco e bene abitato; e per più fortezza si tornaro ad abitare al poggio; e rifare il castello di Samminiato il quale aveano disfatto poco tempo dinanzi, sicché in corto tempo feciono due follie.

<B>XXVIII</B>

 

<I>Come i Franceschi e' Viniziani presono Gostantinopoli.</I>

Nel detto anno MCC molti baroni franceschi ch'erano mossi per andare oltremare al soccorso della Terrasanta, con navilio de' Viniziani e 'l marchese di Monferrato e più altri baroni d'Italia, sì s'accordaro, trovandosi quasi in sul verno infra l'isole d'Arcipelago in Grecia, di guerreggiare i Greci infino alla primavera, imperciò che per loro frode e malizie aveano per più volte fatto grande danno e impedimento a' Latini, che per loro paese andavano al passaggio d'oltremare. E così assaliro la nobile città di Gostantinopoli per mare e per terra, e per forza la presono, e Baldovino conte di Fiandra per universale accordo di tutti i baroni e de' Viniziani, per la sua bontà, senno, e valore, ne fu coronato imperadore. Ma poco duròe il detto imperio, che fu sconfitto e morto da' Cumani. E chi queste storie vorrà più pienamente trovare legga il libro del conquisto d'oltremare, ove sono distesamente. E per questo conquisto ritengono i Viniziani il titolo di parte del detto imperio.

<B>XXIX</B>

 

<I>Come i Tartari scesono le montagne di Gog e Magog.</I>

Negli anni di Cristo MCCII la gente che si chiamano i Tartari usciro dalle montagne di Gog e Magog, chiamate in latino Monti di Belgen; i quali si dice che furono stratti di quegli tribi d'Isdrael che il grande Allessandro re di Grecia, che conquistò tutto il mondo, per loro brutta vita gli rinchiuse in quelle montagne, acciò che non si mischiassono con altre nazioni, e ivi per viltà di loro e vano intendimento, vi stettono rinchiusi da Allessandro infino a questo tempo, credendosi che l'oste d'Allessandro sempre vi fosse; imperciò ch'egli per maestrevole artificio sopra i monti ordinò trombe grandissime si dificiate, che ad ogni vento trombavano con grande suono. Ma poi si dice che per gufi che nelle bocche di quelle trombe feciono nidio, e stopparono i detti artificii per modo che rimase il detto suono, e per questa cagione hanno i gufi in grande reverenzia, e per leggiadria portano i grandi signori di loro le penne del gufo in capo, per memoria che stopparo le trombe e artificii detti. Per la qual cosa il detto popolo, il quale come a guisa di bestie viveano, e erano multiplicati in innumerabile numero, sì si cominciarono a sicurare, e certi di loro a passare i detti monti; e trovando come sopra le montagne non avea gente, se none il vano inganno delle trombe turate, scesono al piano e al paese d'India ch'era fruttifero, e ubertoso, e dolce; e tornando e rapportando al loro popolo e genti le dette novelle, allora si congregaro insieme, e feciono per divina visione loro imperadore e signore uno fabbro di povero stato, il quale avea nome Cangius, il quale in su un povero feltro fu levato imperadore; e come fu fatto signore, fu chiamato il sopranome Cane, cioè in loro lingua imperadore. Questi fu molto valoroso e savio, e per suo senno e valentia uscì con tutto quello popolo de le dette montagne, e ordinogli a decine e a centinaia e a migliaia, con capitani acconci a combattere; e per essere più obbedito, prima a' maggiori di sua gente fece per suo comandamento uccidere a ciascuno il suo figliuolo primogenito di loro mano; e quando si vide così obbedito, e dato suo ordine a la sua gente, entrò in India, e vinse il Presto Giovanni, e sottomisesi tutto il paese. E ebbe più figliuoli, che appresso lui feciono di grandi conquisti, e quasi di tutta la parte d'Asia i populi e li re si misono sotto loro signoria, e parte d'Europia inverso Cumania, e Alania, e Bracchia infino al Danubio. E' discendenti de' figliuoli del detto Cangius Cane sono oggi signori intra' Tartari. Questi non hanno ordinata legge, che chi è stato di loro Cristiano, e chi Saracino, ma i più pagani idolatri. Avemo raccontato di loro nascimento e movimento, imperciò che in così piccolo tempo mai gente non fece sì gran conquisto, né nullo popolo né setta nonn-ha tanta signoria, podere, e ricchezza. E chi delle loro geste vorrà meglio sapere cerchi il libro di frate Aiton, signore del Colco d'Erminia, il quale fece ad istanza di papa Chimento quinto, e ancora il libro detto Milione, che fece messere Marco Polo di Vinegia, il quale conta molto di loro podere e signoria, imperciò che lungo tempo fu tra·lloro. Lasceremo de' Tartari, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze.

<B>XXX</B>

 

<I>Come i Fiorentini disfecero il castello di Simifonti e quello di Combiata.</I>

Negli anni di Cristo MCCII, essendo consolo in Firenze Aldobrandino Barucci da Santa Maria Maggiore, che furono molto antichi uomini, co la sua compagnia i Fiorentini ebbono il castello di Simifonti, e feciollo disfare, e il poggio apropiare al Comune, però che lungamente avea fatta guerra a' Fiorentini. E ebbollo i Fiorentini per tradimento per uno da San Donato in Poci, il quale diede una torre, e volle per questa cagione egli e' suoi discendenti fossono franchi in Firenze d'ogni incarico, e così fu fatto, con tutto che prima nella detta torre, combattendola, fu morto da' terrazzani il detto traditore. E nel detto anno i Fiorentini andarono ad oste al castello di Combiata, ch'era molto forte in sul capo del fiume della Marina verso il Mugello, il quale era de' cattani della contrada che non voleano obbedire il Comune e facevano guerra; e disfatti i detti castelli, feciono dicreto che mai non si dovessono rifare.

<B>XXXI</B>

 

<I>Disfacimento di Montelupo, e come i Fiorentini ebbono Montemurlo.</I>

Negli anni di Cristo MCCIII, essendo consolo in Firenze Brunellino Brunelli de' Razzanti e suoi compagni, i Fiorentini disfeciono il castello di Montelupo perché non volea ubidire al Comune. E in questo anno medesimo i Pistolesi tolsono il castello di Montemurlo a' conti Guidi; ma poco appresso, il settembre, v'andarono ad oste i Fiorentini in servigio de' conti Guidi, e riebborlo, e renderlo a' conti Guidi. E poi nel MCCVII i Fiorentini feciono fare pace tra' Pistolesi e' conti Guidi; ma poi non possendo bene difendere i conti da' Pistolesi Montemurlo, però ch'era loro troppo vicino, e aveanvi fatto appetto il castello del Montale, sì 'l vendero i conti Guidi al Comune di Firenze libbre Vm di fiorini piccioli, che sarebbono oggi Vm fiorini d'oro; e ciò fu gli anni di Cristo MCCVIIII. Ma i conti da Porciano mai non vollono dare parola per la loro parte a la vendita.

<B>XXXII</B>

 

<I>Come i Fiorentini elessono di prima podestade.</I>

Negli anni di Cristo MCCVII i Fiorentini ebbono di prima signoria forestiera, che infino allora s'era retta la città sotto signoria de' consoli cittadini, de' maggiori e migliori della città, con consiglio del senato, cioè di cento buoni uomini; e quelli consoli al modo di Roma tutto guidavano, e governavano la città, e rendeano ragione, e facevano giustizia: e durava il loro officio uno anno. E erano quattro consoli mentre che·lla città fu a quartieri, per ciascuna porta uno; e poi furono VI quando la città si partì a sesti. Ma gli antichi nostri non faceano menzione de' nomi di tutti, ma dell'uno di loro di maggiore stato e fama, dicendo: al tempo di cotale consolo e de' suoi compagni. Ma poi cresciuta la città e di genti e di vizii, e faceansi più malifici, sì s'accordaro per meglio del Comune, acciò che i cittadini nonn-avessono sì fatto incarico di signoria, né per prieghi, né per tema, o per diservigio, o per altra cagione non mancasse la giustizia, sì ordinaro di chiamare uno gentile uomo d'altra città, che fosse loro podestà per uno anno, e rendesse le ragioni civili con suoi collaterali e giudici, e facesse l'esecuzione delle condannagioni e giustizie corporali. E 'l primo che fu podestà in Firenze fu nel detto anno Gualfredotto da Milano, e abitò al vescovado, imperciò che ancora non ave' in Firenze palazzo di Comune. E però non rimase la signoria de' consoli, ritegnendo a·lloro l'aministragione d'ogn'altra cosa del Comune. E per la detta signoria si resse la cittade infino al tempo che·ssi fece il primo popolo in Firenze, come innanzi faremo menzione; e allora si criò l'officio degli anziani.

<B>XXXIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini sconfissono i Sanesi a Monte Alto.</I>

Nel detto anno, a la signoria di Gualfredotto di Milano il primo anno, i Fiorentini ricominciaro guerra co' Sanesi, però che' Sanesi aveano ricominciata guerra a Montepulciano e Monte Alcino contra i patti della pace; per la qual cosa i Fiorentini andarono a oste in su quello di Siena al castello di Montalto. I Sanesi per soccorrere il detto castello combattero co' Fiorentini, e furono sconfitti, e molti morti; e presi ne vennero in Firenze MCCC Sanesi; e' Fiorentini ebbono il detto Montalto e disfeciollo.

<B>XXXIV</B>

 

<I>Come i Sanesi richiesono di pace i Fiorentini ed ebbolla.</I>

Apresso, l'anno MCCVIII, il secondo anno della signoria del detto Gualfredotto, essendo rifermato, i Fiorentini feciono oste sopra i Sanesi, e disfeciono Rugomagno loro castello, e andarono infino a Rapolano nel contado di Siena, menandone grande preda e molti pregioni; ma poi l'anno nel MCCX i Sanesi non potendo più durare la guerra co' Fiorentini, e per riavere i loro pregioni, richiesono pace a' Fiorentini, e quetarono Montepulciano e Monte Alcino e tutte le castella che' Fiorentini aveano prese sopra loro. E in quello tempo era consolo in Firenze messer Catalano della Tosa e sua compagnia. Lasceremo alquanto a dire de' fatti di Firenze, e diremo d'Otto il quarto di Sassogna imperadore, e quello che fece al suo tempo.

<B>XXXV</B>

 

<I>Come Otto quarto fu coronato imperadore, e come si fece nimico e persecutore di santa Chiesa.</I>

Otto quarto di Sassogna fue eletto re de' Romani, per lo modo detto addietro, quando fu eletto Filippo di Soavia, il quale fu morto. Ma questo Otto, a petizione e studio di papa Innocenzio terzo, fu confermato re de' Romani l'anno di Cristo MCCIII, ma però non venne incontanente a Roma per molta guerra li surse in Alamagna, sì che Italia stette sanza imperio da XII anni; ma tratte a fine Otto le guerre d'Alamagna, passò in Italia, e dal sopradetto papa Innocenzo fu coronato l'anno di Cristo MCCX. Ma incontanente ch'ebbe la corona dello 'mperio, ove la Chiesa e 'l detto papa si credeano fosse amico e difenditore, si fece nemico e persecutore, e a' Romani incominciò incontanente guerra, e contra volontà del detto papa e della Chiesa passò in Puglia, e prese gran parte del Regno, il quale la Chiesa guardava siccome tutrice e madre di Federigo il giovane, figliuolo che fu dello 'mperadore Arrigo di Soavia e di Gostanza imperadrice. Per la qual cosa il detto papa scomunicò il detto Otto e dispuose dello imperio in uno grande concilio che fece in Roma, e mandò in Alamagna per lo giovane Federigo, e colla forza della Chiesa raquistò il Regno e Cicilia. E 'l detto Otto si tornò in Alamagna, e di là per contradio della Chiesa fece lega e congiura col conte Ferrante di Fiandra, e con quello di Bari e di Bologna, e più altri baroni di Francia, i quali s'erano rubellati al re Filippo il Bornio re di Francia. E essendo il detto re acampato contra il detto imperadore e gli altri signori, quasi tutti i suoi baroni il voleano abandonare; per la qual cosa fece uno altare nel campo, e trassesi la corona in presenza de' suoi baroni e puoselavi suso, e disse: "Donatela a chi è più degno di me, e io l'obbedirò volentieri". I baroni vedendo la sua umilità, si rivolsono e promisogli d'essere leali e fedeli a la battaglia. Il quale re Filippo avendo con seco riconciliati i suoi baroni, col detto Otto imperadore, e Ferrante conte di Fiandra, e gli altri rubelli, battaglia di campo fece al ponte a Bovino a' confini di Fiandra, là dove ebbe molta gente francesca e tedesca morta. A la fine il detto buono re Filippo per la grazia di Dio ebbe vittoria, e però che si ritenne in una schiera con Vc cavalieri vecchi e indurati in battaglie e tornianti, de' quali parte di loro non intesono se non a rompere le schiere co' destrieri, sanza fedire colpi, e così ruppono i Tedeschi; e prese il detto conte Ferrante di Fiandra, e tolsegli Artese e Vermandois; e Otto imperadore a gran periglio e vergogna fuggì con poca di sua gente del campo, e grande danno ricevette di sua gente; e ciò fu gli anni di Cristo MCCXIIII. E il dì medesimo essendo il giovane Luis figliuolo del detto re Filippo a oste in Paico, battaglia ebbe col re Arrigo d'Inghilterra e' suoi allegati che da l'altra parte venieno sopra il re di Francia, e lui vinse e sconfisse. E in quello giorno medesimo essendo il conte di Barzellona e di Valenza, onde furono poi i suoi discendenti re d'Aragona, ad assedio de la città di Carcasciona che vi cosava ragione, la quale tenea il detto re di Francia e eravi dentro il conte di Monforte con buona gente, il quale uscì fuori vigorosamente, e assalì improviso e sconfisse l'oste de' Catalani, e fu preso il conte di Barzellona, e per gli Franceschi tagliatagli la testa. Per le quali tre sì grandi e bene aventurose vittorie molto sormontò il re di Francia, e prese Paico e la Roccella e molto acrebbe suo reame.

<B>XXXVI</B>

 

<I>Come vivendo Otto fu eletto imperadore Federigo secondo di Soavia a richiesta della Chiesa di Roma.</I>

Essendo il detto Otto nimico della Chiesa e disposto per concilio generale dello 'mperio, la Chiesa ordinò colli elettori d'Alamagna ch'egli elessono a re de' Romani Federigo il giovane re di Cicilia, il quale era in Alamagna, e contra il detto Otto ebbe grande vittoria. E poi il detto Otto tornato a coscienza, andòe al passaggio di Dammiata oltremare, e di là morìo, e rimase Federigo colla elezione. E poi al tempo d'Onorio terzo papa, che succedette a Innocenzo detto di sopra, il detto Federigo d'Alamagna venne a Vinegia, e poi per mare nel suo regno di Puglia, e poi a Roma; e dal detto papa Onorio e da' Romani fu ricevuto a grande onore, e coronato imperadore, come innanzi nel suo trattato faremo menzione. Lasceremo alquanto dello 'mperadore, e diremo de' fatti de' Fiorentini che furono infino alla sua coronazione.

<B>XXXVII</B>

 

<I>Come morì il conte Guido vecchio, e di sua progenia.</I>

Negli anni di Cristo MCCXIII morì il conte Guido vecchio, del quale rimasono cinque figliuoli, ma l'uno morìo e lasciò reda della sua parte quegli ch'ebbono Poppi, però che di lui non rimasono figliuoli; poi de' quattro figliuoli sono discesi tutti i conti Guidi. Questo conte Guido, la sua progenia si dice che anticamente furono d'Alamagna grandi baroni, i quali passarono con Otto primo imperadore, il quale diede loro il contado di Modigliana in Romagna, e di là rimasono; e poi i loro discendenti per loro podere furono signori quasi di tutta Romagna, e faceano loro capo in Ravenna, ma per soperchi ch'egli usarono a' cittadini di loro donne, e d'altre tirannie, a romore di popolo furono cacciati in uno giorno, corsi, e morti in Ravenna, che nullo ne campò piccolo o grande, se none uno picciolino fanciullo ch'avea nome Guido, il quale era a Modigliana a balìa, il quale fu sopranomato Guido Besangue per lo molesto de' suoi, come nelle storie d'Otto imperadore adietro facemmo menzione. Questo Guido fu padre del detto conte Guido vecchio, onde poi tutti i conti Guidi sono discesi. Questo conte Guido vecchio prese per moglie la figliuola di messere Bellincione Berti de' Ravignani, ch'era il maggiore e 'l più onorato cavaliere di Firenze, e le sue case succedettono poi per retaggio a' conti, le quali furono a porta San Piero in su la porta vecchia. Quella donna ebbe nome Gualdrada, e per bellezza e bello parlare di lei la tolse, veggendola in Santa Reparata coll'altre donne e donzelle di Firenze. Quando lo 'mperadore Otto quarto venne in Firenze, e veggendo le belle donne della città che in Santa Reparata per lui erano raunate, questa pulcella più piacque allo 'mperadore; e 'l padre di lei dicendo allo 'mperadore ch'egli avea podere di fargliele basciare, la donzella rispuose che già uomo vivente la bascerebbe se non fosse suo marito, per la quale parola lo 'mperadore molto la commendò; e il detto conte Guido preso d'amore di lei per la sua avenentezza, e per consiglio del detto Otto imperadore, la si fece a moglie, non guardando perch'ella fosse di più basso lignaggio di lui, né guardando a dote; onde tutti i conti Guidi sono nati del detto conte e della detta donna in questo modo; che, come dice di sopra, ne rimasono IIII figliuoli che·nne discesono rede. In primo ebbe nome Guiglielmo, di cui nacque il conte Guido Novello e 'l conte Simone. Questi furono Ghibellini, ma per oltraggi che Guido Novello fece al conte Simone suo fratello per la parte del suo patrimonio, si fece Guelfo e s'allegò co' Guelfi di Firenze, e di questo Simone nacque il conte Guido da Battifolle. L'altro figliuolo ebbe nome Ruggieri, onde nacquero il conte Guido Guerra e 'l conte Salvatico; e questi tennero parte guelfa. L'altro ebbe nome Guido da Romena, onde sono discesi quegli da Romena, gli quali sono stati Guelfi e Ghibellini. L'altro fu il conte Tegrimo, onde sono quegli da Porciano, e sempre furono Ghibellini. Il sopradetto Otto imperadore privileggiò il detto conte Guido della signoria di Casentino. Avemo sì lungo parlato del detto conte Guido, bene che in altra parte avessimo trattato del cominciamento di suo lignaggio, però che fue valente uomo, e di lui sono tutti i conti Guidi discesi, e perché' suoi discendenti molto si mischiarono poi de' fatti di Firenze, come per gli tempi faremo menzione.

<B>XXXVIII</B>

 

<I>Come si cominciò parte guelfa e ghibellina in Firenze.</I>

Negli anni di Cristo MCCXV, essendo podestà di Firenze messere Gherardo Orlandi, avendo uno messer Bondelmonte de' Bondelmonti nobile cittadino di Firenze promesse a·ttorre per moglie una donzella di casa gli Amidei, onorevoli e nobili cittadini; e poi cavalcando per la città il detto messer Bondelmonte, ch'era molto leggiadro e bello cavaliere, una donna di casa i Donati il chiamò, biasimandolo della donna ch'egli avea promessa, come nonn era bella né sofficiente a·llui, e dicendo: "Io v'avea guardata questa mia figliuola"; la quale gli mostrò, e era bellissima; incontanente per <I>subsidio diaboli</I> preso di lei, la promise e isposò a moglie. Per la qual cosa i parenti della prima donna promessa raunati insieme, e dogliendosi di ciò che messer Bondelmonte aveva loro fatto di vergogna, sì presono il maladetto isdegno onde la città di Firenze fu guasta e partita; che di più causati de' nobili si congiuraro insieme di fare vergogna al detto messer Bondelmonte per vendetta di quella ingiuria. E stando tra·lloro a consiglio in che modo il dovessero offendere, o di batterlo o di fedirlo, il Mosca de' Lamberti disse la mala parola "Cosa fatta capo ha", cioè che fosse morto: e così fu fatto; ché la mattina di Pasqua di Risurresso si raunaro in casa gli Amidei da Santo Stefano, e vegnendo d'Oltrarno il detto messere Bondelmonte vestito nobilemente di nuovo di roba tutta bianca, e in su uno palafreno bianco, giugnendo a piè del ponte Vecchio dal lato di qua, apunto a piè del pilastro ov'era la 'nsegna di Mars, il detto messer Bondelmonte fue atterrato del cavallo per lo Schiatta degli Uberti, e per lo Mosca Lamberti e Lambertuccio degli Amidei assalito e fedito, e per Oderigo Fifanti gli furono segate le vene e tratto a·ffine; e ebbevi co·lloro uno de' conti da Gangalandi. Per la qual cosa la città corse ad arme e romore. E questa morte di messere Bondelmonte fu la cagione e cominciamento delle maladette parti guelfa e ghibellina in Firenze, con tutto che dinanzi assai erano le sette tra' nobili cittadini e le dette parti, per cagione delle brighe e questioni dalla Chiesa allo 'mperio; ma per la morte del detto messere Bondelmonte tutti i legnaggi de' nobili e altri cittadini di Firenze se ne partiro, e chi tenne co' Bondelmonti che presono la parte guelfa e furonne capo, e chi cogli Uberti che furono capo de' Ghibellini; onde alla nostra città seguì molto di male e ruina, come innanzi farà menzione, e mai non si crede ch'abbia fine, se Idio nol termina. E bene mostra che 'l nemico dell'umana generazione per le peccata de' Fiorentini avesse podere nell'idolo di Mars, che i Fiorentini pagani anticamente adoravano, ché a piè della sua figura si commise sì fatto micidio, onde tanto male è seguito alla città di Firenze. I maladetti nomi di parte guelfa e ghibellina si dice che·ssi criarono prima in Alamagna, per cagione che due grandi baroni di là aveano guerra insieme, e aveano ciascuno uno forte castello l'uno incontro all'altro, che l'uno avea nome Guelfo e l'altro Ghibellino, e durò tanto la guerra, che tutti gli Alamanni se ne partiro, e l'uno tenea l'una parte, e l'altro l'altra; e eziandio infino in corte di Roma ne venne la questione, e tutta la corte ne prese parte, e l'una parte si chiamava quella di Guelfo, e l'altra quella di Ghibellino: e così rimasero in Italia i detti nomi.

 

 

<B>XXXIX</B>

 

<I>Delle case e de' nobili che divennero Guelfi e Ghibellini in Firenze.</I>

Per la detta divisione questi furono i legnaggi de' nobili che a quello tempo furono e divennoro Guelfi in Firenze, contando a sesto a sesto, e simile i Ghibellini. Nel sesto d'Oltrarno furono Guelfi i Nerli gentiluomini, tutto fossero prima abitanti in Mercato vecchio, la casa de' Giacoppi detti Rossi, non però di grande progenia d'antichità, e già cominciavano a venire possenti i Frescobaldi, i Bardi, e' Mozzi, ma di piccolo cominciamento; Ghibellini nel sesto d'Oltrarno, de' nobili, i conti da Gangalandi, Obbriachi, e' Mannelli. Nel sesto di San Piero Scheraggio, i nobili che furono Guelfi, la casa de' Pulci, i Gherardini, i Foraboschi, i Bagnesi, i Guidalotti, i Sacchetti, e' Manieri, e quegli da Quona consorti di quegli da Volognano, i Lucardesi, i Chiermontesi, e' Compiobesi, i Cavalcanti; ma di poco tempo erano stratti di mercatanti. Nel detto sesto furono i Ghibellini la casa degli Uberti, che ne fu capo di parte, i Fifanti, gl'Infangati, e Amidei, e quegli da Volognano, e' Malespini, con tutto che poi per gli oltraggi degli Uberti loro vicini eglino e più altri legnaggi di San Piero Scheraggio si feciono Guelfi. Nel sesto di Borgo furono Guelfi la casa de' Bondelmonti, e furonne capo, la casa de' Giandonati, i Gianfigliazzi, la casa degli Scali, la casa de' Gualterotti, e quella degl'Importuni; i Ghibellini del detto sesto, la casa degli Scolari, che furono di ceppo consorti de' Bondelmonti, la casa de' Iudi, quella de' Galli, e' Cappiardi. Nel sesto di San Brancazio furono Guelfi i Bostichi, i Tornaquinci, i Vecchietti; i Ghibellini del detto sesto furono i Lamberti, i Soldanieri, i Cipriani, i Toschi, e gli Amieri, e Palermini, e Megliorelli, e Pigli, con tutto che poi parte di loro si fecioro Guelfi. Nel sesto di porte del Duomo furono in quegli tempi di parte guelfa i Tosinghi, gli Arrigucci, gli Agli, i Sizii; i Ghibellini del detto sesto, i Barucci, i cattani da Castiglione e da Cersino, gli Agolanti, i Brunelleschi; e poi si feciono Guelfi parte di loro. Nel sesto di porte San Piero furono de' nobili guelfi gli Adimari, i Visdomini, i Donati, i Pazzi, que' della Bella, gli Ardinghi, e' Tedaldi detti que' della Vitella; e già i Cerchi cominciavano a·ssalire in istato, tutto fossono mercatanti. I Ghibellini del detto sesto, i Caponsacchi, i Lisei, gli Abati, i Tedaldini, i Giuochi, i Galigari; e molte altre schiatte d'orrevoli cittadini e popolani tennero l'uno coll'una parte e l'altro coll'altra, e si mutaro per gli tempi d'animo e di parte, che sarebbe troppa lunga matera a raccontare. E per la detta cagione si cominciaro di prima le maladette parti in Firenze; con tutto che di prima assai occultamente, pure era parte tra' cittadini nobili, che chi amava la signoria della Chiesa e chi quella dello 'mperio, ma però inn-istato e bene del Comune tutti erano in concordia.

<B>XL</B>

 

<I>Come fu presa la città di Dammiata per gli Cristiani, e poi perduta.</I>

Nell'anno MCCXV papa Innocenzo celebrò generale concilio a Roma per fare passaggio oltremare al soccorso della Terrasanta, e più ordini fece, ma poco appresso morì. E l'anno MCCXVI fu fatto papa Onorio terzo nato di Roma, il quale seguì poi il detto passaggio, ove andarono molti Romani, e Italiani, e Fiorentini, e andovvi d'oltramonti Otto imperadore, e più altri baroni d'Alamagna e di Francia l'anno MCCXVIII. E assediaro la città di Dammiata in Egitto per due anni, e dopo grande danno di mortalità de' Cristiani, che vi moriro il detto Otto e molta di sua gente, e l'anno appresso ebbono Dammiata per forza; e la 'nsegna del Comune di Firenze, il campo rosso e 'l giglio bianco, fu la prima che·ssi vide in sulle mura di Dammiata, per virtù de' pellegrini fiorentini che furono de' primi combattendo a vincere la terra; e ancora per ricordanza il detto gonfalone si mostra per le feste nella chiesa di San Giovanni. E vinta Dammiata per gli Cristiani, tutti i Saracini vi furono morti e presi; ma poco la tennero i Cristiani, per disensione che avenne tra·legato del papa e' signori franceschi ch'aveno fatto il conquisto, per tale modo che l'anno di Cristo MCCXXI per assedio la rendero i Cristiani a' Saracini, riavendo i loro pregioni.

<B>XLI</B>

 

<I>Come i Fiorentini fecero giurare alla città tutti i contadini e si cominciò il ponte nuovo da la Carraia.</I>

Negli anni di Cristo MCCXVIII, essendo podestà di Firenze Otto da Mandella di Milano, i Fiorentini feciono giurare tutto il contado alla signoria del Comune, che prima la maggiore parte si tenea a signoria de' conti Guidi, e di quegli di Mangone, e di quegli di Capraia, e da Certaldo, e di più cattani che 'l s'aveano occupato per privilegi, e tali per forza degl'imperadori. E in questo anno si cominciaro a fondare le pile del ponte alla Carraia.

<B>XLII</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono Mortennana, e compiési il ponte nuovo detto dalla Carraia.</I>

Negli anni di Cristo MCCXX, essendo podestà di Firenze messer Ugo del Grotto di Pisa, i Fiorentini andarono a oste sopra uno castello degli Squarcialupi che·ssi chiamava Mortennana, il quale era molto forte; ma per forza e ingegno si vinse; e quegli che per suo ingegno l'ebbe fu fatto a perpetuo franco d'ogni gravezza di Comune, e egli e' suoi discendenti; e 'l detto castello fu tutto disfatto infino alle fondamenta. E in questo anno medesimo si compié di fare il ponte alla Carraia, il quale si chiamava il ponte Nuovo, però che allora la città di Firenze nonn-avea che due ponti, cioè il ponte Vecchio e questo detto Nuovo.

<B>LIBRO SETTIMO</B>

<B>I</B>

 

<I>Qui comincia il VII libro: come Federigo secondo fue consecrato e fatto imperadore, e le grandi novitadi che furono.</I>

Negli anni di Cristo MCCXX, il dì di santa Cecilia di novembre, fue coronato e consecrato a Roma a imperadore Federigo secondo re di Cicilia, figliuolo che fu dello 'mperadore Arrigo di Soavia e della imperadrice Gostanza, per papa Onorio terzo a grande onore. Al cominciamento questi fu amico della Chiesa, e bene dovea esser; tanti benefici e grazie avea dalla Chiesa ricevute, ché per la Chiesa il padre suo Arrigo ebbe per moglie Gostanza reina di Cicilla, e in dote il detto reame e·regno di Puglia, e poi morto il padre, rimanendo piccolino fanciullo, dalla Chiesa, come da madre, fu guardato e conservato, e eziandio difeso il suo reame, e poi fattolo re de' Romani eleggere contro a Otto quarto imperadore, e poi coronato imperadore, come di sopra è detto. Ma elli figliuolo d'ingratitudine, non riconoscendo santa Chiesa come madre, ma come nemica matrigna, in tutte le cose le fu contrario e perseguitatore, egli e' suoi figliuoli, quasi più che' suoi anticessori, sì come innanzi faremo di lui menzione. Questo Federigo regnò XXX anni imperadore, e fue uomo di grande affare e di gran valore, savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte cose; seppe la lingua latina, e la nostra volgare, tedesco, e francesco, greco, e saracinesco, e di tutte virtudi copioso, largo e cortese in donare, prode e savio in arme, e fue molto temuto. E fue dissoluto in lussuria in più guise, e tenea molte concubine e mammoluchi a guisa de' Saracini: in tutti diletti corporali volle abbondare, e quasi vita epicuria tenne, non faccendo conto che mai fosse altra vita. E questa fu l'una principale cagione perché venne nemico de' cherici e di santa Chiesa. E per la sua avarizia di prendere e d'occupare le giuridizioni di santa Chiesa per male dispenderle, e molti monasteri e chiese distrusse nel suo regno di Cicilia e di Puglia, e per tutta Italia, sicché, o colpa de' suoi vizii e difetti, o de' rettori di santa Chiesa che co·llui non sapessono o non volessono praticare, né esser contenti ch'elli avessero le ragioni dello 'mperio, per la qual cosa sottomise e percosse santa Chiesa; overo che Idio il permettesse per giudicio divino, perché i rettori della Chiesa furono operatori ch'egli nascesse della monaca sagra Gostanza, non ricordandosi delle persecuzioni che Arrigo suo padre e Federigo suo avolo aveano fatte a santa Chiesa. Questi fece molte notabili cose al suo tempo, che fece a tutte le caporali città di Cicilia e di Puglia uno forte e ricco castello, come ancora sono in piede, e fece il castello di Capovana in Napoli, e le torri e porta sopra il ponte del fiume del Volturno a Capova, le quali sono molto maravigliose, e fece il parco dell'uccellagione al Pantano di Foggia in Puglia, e fece il parco della caccia presso a Gravina e a Melfi a la montagna. Il verno stava a Foggia, e la state a la montagna a la caccia a diletto. E più altre notabili cose fece fare: il castello di Prato, e la rocca di Samminiato, e molte altre cose, come innanzi faremo menzione. E ebbe due figliuoli della sua prima donna, Arrigo e Currado, che ciascuno a sua vita fece l'uno appresso l'altro eleggere re de' Romani; e della figliuola del re Giovanni di Ierusalem ebbe Giordano re, e d'altre donne ebbe il re Federigo, onde sono discesi il legnaggio di coloro che si chiamano d'Antioccia, il re Enzo e lo re Manfredi, che assai furono nimici di santa Chiesa. E alla sua vita egli e' figliuoli vivettono e signoreggiaro con molta gloria mondana, ma alla fine egli e' suoi figliuoli per gli loro peccati capitaro e finiro male, ed ispensesi la sua progenia, sì come innanzi faremo menzione.

<B>II</B>

 

<I>La cagione perché si cominciò la guerra da' Fiorentini a' Pisani.</I>

A la detta coronazione dello 'mperadore Federigo si ebbe grande e ricca ambasceria di tutte le città d'Italia; e di Firenze vi fue molta buona gente, e simile di Pisa. Avvenne che uno grande signore romano ch'era cardinale, per fare onore a' detti ambasciadori, convitò a mangiare gli ambasciadori di Firenze, e andati al suo convito, uno di loro veggendo uno bello catellino di camera al detto signore, sì gliele domandò; e il detto signore disse che mandasse per esso a sua volontà. Poi il detto cardinale il dì appresso convitò gli ambasciadori di Pisa, e per simile modo uno de' detti ambasciadori invaghì del detto catellino, e domandollo in dono. Il detto cardinale non ricordandosi come l'avea donato all'ambasciadore di Firenze, il promise a quello di Pisa. E partiti dal convito, l'ambasciadore di Firenze mandò per lo catellino, e ebbelo. Poi vi mandò quello di Pisa, e trovò come l'aveano avuto gli ambasciadori di Firenze: recarlosi in onta e in dispetto, non sappiendo com'era andato il detto dono del catellino. E trovandosi per Roma insieme i detti ambasciadori, richeggendo il catellino, vennero insieme a villane parole, e di parole si toccaro; onde gli ambasciadori di Firenze furono alla prima soperchiati e villaneggiati dalle persone, però che cogli ambasciadori pisani avea L soldati di Pisa. Per la qual cosa tutti i Fiorentini ch'erano intorno alla corte del papa e dello 'mperadore, ch'erano in gran quantità (e ancora ve n'andarono assai di Firenze per volontà, onde fu capo messer Oderigo de' Fifanti), s'accordarono e assaliro i detti Pisani con aspra vendetta. Per la qual cosa scrivendo eglino a Pisa come erano stati soperchiati e vergognati da' Fiorentini, incontanente il Comune di Pisa fece arrestare tutta la roba e mercatantia de' Fiorentini che si trovò in Pisa, ch'era in buona quantità. I Fiorentini per fare ristituire a' loro mercatanti, più ambascerie mandaro a Pisa, pregando che per amore dell'amistà antica dovessono ristituire la detta mercatantia. I Pisani non l'assentiro, dando cagione che la detta mercatantia era barattata. Alla fine s'agecchiro a tanto i Fiorentini, che mandarono pregando il Comune di Pisa che in luogo della mercatantia mandassero almeno altrettante some di qual più vile cosa si fosse, acciò che quella onta non facessono a·lloro, e il Comune di Firenze de' suoi danari ristituirebbe i suoi cittadini; e se ciò non volessono fare, che protestavano che più non poteano durare l'amistà insieme, e che comincerebbono loro guerra; e questa richesta durò per più tempo. I Pisani per loro superbia, parendo loro esser signori del mare e della terra, rispuosono a' Fiorentini che qualunque ora eglino uscissono a oste rammezzerebbono loro la via. E così avenne che' Fiorentini, non possendo più sostenere l'onta e 'l danno che faceano loro i Pisani, cominciaro loro guerra. Questo cominciamento e cagione della detta guerra, com'è detto di sopra, sapemo il vero da antichi nostri cittadini, che i loro padri furono presenti a queste cose, e ne feciono loro ricordo e memoria.

<B>III</B>

 

<I>Come i Pisani furono sconfitti da' Fiorentini a Castello del Bosco.</I>

Avenne che gli anni di Cristo MCCXXII i Fiorentini s'apparecchiaro d'andare ad oste sopra la città di Pisa, e partiti di Firenze del mese di luglio, i Pisani, come aveano promesso, si feciono loro allo 'ncontro a·luogo detto Castello del Bosco nel contado di Pisa. Quivi s'afrontaro insieme, e fuvi grande battaglia. A la fine i Pisani vi furono sconfitti da' Fiorentini a dì XXI di luglio del detto anno, e molti ne furono morti, e presi ne vennoro a Firenze per numero MCCC uomini, e de' migliori della città di Pisa; e così si mostra per giudicio d'Iddio che' Pisani avessono quella disciplina per la loro superbia, arroganza, e ingratitudine. Avemo sì lungamente detto sopra questa matera da' Fiorentini a' Pisani, perché sia notorio a ciascuno il cominciamento di tanta guerra e dissensione che ne seguì appresso, e grandi aversità e battaglie e pericoli in tutta Italia, e massimamente in Toscana, e alla città di Firenze e di Pisa; e cominciossi per così vil cosa, come fu per la contenza d'uno piccolo cagniuolo, il qual si può dire che fosse diavolo in ispezie di catellino, perché tanto male ne seguìo, come per innanzi faremo menzione.

<B>IV</B>

 

<I>Come i Fiorentini andarono ad oste a Fegghine, e feciono l'Ancisa.</I>

Negli anni di Cristo MCCXXIII quegli del castello di Fegghine in Valdarno, il quale era molto forte e possente di genti e di ricchezze, sì si rubellaro, e non vollono ubbidire al Comune di Firenze; per la qual cosa nel detto anno, essendo podestà in Firenze messere Gherardo Orlandi, i Fiorentini per comune feciono oste a Figghine, e guastarla intorno, ma non l'ebbono; e per battifolle, overo bastita, tornando l'oste de' Fiorentini a Firenze, sì puosono i Fiorentini il castello di l'Ancisa, acciò ch'al continuo colle masnade de' Fiorentini fosse guerreggiato il castello di Fegghine.

<B>V</B>

 

<I>Come i Fiorentini fecero oste sopra Pistoia, e guastarla intorno.</I>

Negli anni di Cristo MCCXXVIII, essendo podestà di Firenze messer Andrea da Perugia, i Fiorentini feciono oste sopra la città di Pistoia col carroccio; e ciò fu perché i Pistolesi guerreggiavano e trattavano male quegli di Montemurlo; e guastò la detta oste intorno alla città infino alle borgora, e disfeciono le torri di Montefiore ch'erano molto forti; e 'l castello di Carmignano s'arendé al Comune di Firenze. E nota che in su la rocca di Carmignano avea una torre alta LXX braccia, e ivi su due braccia di marmo, che faceano le mani le fiche a Firenze, onde per rimproccio usavano gli artefici di Firenze quando era loro mostrata moneta o altra cosa, diceano: "No·lla veggo, però che m'è dinanzi la rocca di Carmignano"; e per questa cagione feciono i Pistolesi le comandamenta de' Fiorentini, sì come seppono divisare i Fiorentini, e feciono disfare la detta rocca di Carmignano.

<B>VI</B>

 

<I>Come i Sanesi ricominciaro la guerra a' Fiorentini per Montepulciano.</I>

Negli anni di Cristo MCCXXVIIII i Sanesi ruppono la pace a' Fiorentini, imperciò che contra i patti della detta pace i Sanesi feciono oste sopra Montepulciano del mese di giugno nel detto anno. Per la qual cosa il settembre vegnente, essendo podestà di Firenze messer Giovanni Bottacci, i Fiorentini feciono oste sopra i Sanesi, e guastarono il loro contado infino a la pieve a Sciata verso Chianti, e disfeciono Montelisciai, uno loro castello presso a Siena a tre miglia. E poi l'anno appresso, essendo podestà di Firenze Otto da Mandella di Milano, i Fiorentini fecero generale oste sopra Siena a dì XXI di maggio l'anno MCCXXX, e menaro il carroccio, e valicaro la città di Siena, e andarono a San Chirico a Rosenna, e disfeciono il bagno a Vignone. E poi andaro per la valle d'Orcia infino a Radicofani, e passaro le Chiane per guastare i Perugini, perché aveano favorati i Sanesi, domandando giuridizione del lago, per ragione che v'avea la Badia di Firenze per privilegio del marchese Ugo. Ma i Perugini richesto l'aiuto de' Romani, i Fiorentini si partiro di sopra il contado di Perugia, e tornaro in su quello di Siena, e disfeciono da XX tra castella e gran fortezze, e tagliaro il pino da Montecellese, e tornando si puosono a Siena a campo, e per forza combattero l'antiporte, e ruppero i serragli, e entraro ne' borghi della città, e menarne presi a Firenze più di MCC uomini. In questo anno MCCXXX i Fiorentini andarono ad oste a Caposelvoli in Valdambra a le confine d'Arezzo, imperciò che facea guerra in Valdarno nel contado di Firenze co la forza degli Aretini, e sì era della diocesi di Fiesole e del distretto di Firenze, e presollo, e disfeciollo.

<B>VII</B>

 

<I>D'uno grande miracolo ch'avenne a Santo Ambruogio in Firenze del corpo di Cristo.</I>

Nel detto anno MCCXXVIIII, il dì di san Firenze, dì XXX di dicembre, uno prete della chiesa di Santo Ambruogio di Firenze ch'avea nome prete Uguiccione, avendo detta la messa e celebrato il sacrificio, e per vecchiezza non asciugò bene il calice; per la qual cosa il dì appresso prendendo il detto calice, trovovvi dentro vivo sangue appreso e incarnato, e ciò fu manifesto a tutte le donne di quello munistero, e a tutti i vicini che vi furono presenti, e al vescovo, e a tutto il chericato, e poi si palesò tra tutti i Fiorentini, i quali vi trassono a vedere con grande devozione, e trassesi il detto sangue del calice, e misesi in una ampolla di cristallo, e ancora si mostra al popolo con grande reverenza.

<B>VIII</B>

 

<I>Ancora della guerra da' Fiorentini a' Sanesi.</I>

Negli anni di Cristo MCCXXXII i Sanesi presono Montepulciano, e disfeciono le mura e tutte le fortezze de la terra, imperciò che quelli di Montepulciano per mantenersi in loro libertade si erano in lega e compagnia co' Fiorentini. Per la qualcosa i Fiorentini andaro ad oste sopra i Sanesi, essendo podestà di Firenze messer Iacopo da Perugia, e guastarono molto del loro contado, e puosono oste al castello di Querciagrossa, presso a Siena a quattro miglia, il quale era molto forte, e per forza d'edifici s'arendero; e avuto il castello, il feciono tutto disfare, e gli uomini che v'erano dentro menaro pregioni a Firenze.

<B>IX</B>

 

<I>Di novità da Firenze.</I>

Nel detto anno s'apprese il fuoco in Firenze da casa i Caponsacchi presso di Mercato Vecchio, onde arsono molte case, e arsono uomini e femmine e fanciulli XXII, onde fu grande danno.

<B>X</B>

 

<I>Ancora della guerra di Siena.</I>

L'anno appresso MCCXXXIII i Fiorentini feciono grande oste sopra la città di Siena, e assediarla dalle tre parti, e con molti difici vi gittaro dentro pietre assai, e per più dispetto e vergogna vi manganarono asini e altra bruttura.

<B>XI</B>

 

<I>Ancora della guerra co' Sanesi.</I>

Apresso, l'anno MCCXXXIIII i Fiorentini ancora rifeciono oste sopra i Sanesi, e mossesi di Firenze a dì IIII di luglio, essendo podestà di Firenze messer Giovanni del Giudice di Roma, e stettono in oste sopra il loro contado LIII dì, e disfeciono Asciano e Orgiale, con XLIII tra castella e ville e grandi fortezze, onde i Sanesi ricevettono gran dannaggio.

<B>XII</B>

 

<I>Di novità di Firenze.</I>

Nel detto anno, per pasqua di Natale, s'apprese il fuoco in Firenze nel borgo di piazza Oltrarno, e quasi arse tutto con grandissimo danno. E nota quanta pestilenzia la nostra città ha ricevuta di fuochi appresi, che quasi tra più volte il più della città è stato arso e rifatto.

<B>XIII</B>

 

<I>Come fu fatta pace da' Fiorentini a' Sanesi.</I>

Negli anni di Cristo MCCXXXV, essendo podestà di Firenze messer Compagnone del Poltrone, apparecchiandosi i Fiorentini di fare sopra la città di Siena maggiore oste che per gli anni passati non aveano fatta, e' Sanesi veggendosi molto guasti del loro contado, e la loro forza e potenza molto affiebolita, sì richiesono di pace i Fiorentini, la quale fu esaudita e ferma con patti, che' Sanesi alle loro spese rifacessono Montepulciano, e quetassollo d'ogni ragione e domanda, e alle loro spese, a·ppetizione de' Fiorentini, fornissono il castello di Monte Alcino, il quale era in lega co' Fiorentini, e riebbono i loro pregioni; la quale guerra pienamente era durata VI anni, onde i Fiorentini ebbono grande onore. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze e del paese intorno, faccendo incidenzia, tornando addietro, per raccontare de' fatti, e dell'opere, e guerre dello 'mperadore Federigo alla Chiesa di Roma; le quali novitadi furono sì grandi, che bene sono da notare, imperciò che furono commovimento quasi a tutto il mondo, onde molto ne cresce materia di dire.

<B>XIV</B>

 

<I>Come lo 'mperadore Federigo venne in discordia colla Chiesa.</I>

Dapoi che Federigo secondo fue coronato da papa Onorio, come detto avemo addietro, nel suo cominciamento fu amico della Chiesa, ma poco tempo appresso per la sua superbia e avarizia cominciò ad esurpare le ragioni della Chiesa in tutto suo imperio, e nel reame di Cicilia e di Puglia, promutando vescovi, e arcivescovi, e altri prelati, e cacciandone quegli messi per lo papa, e faccendo imposte e taglie sopra i cherici a vergogna di santa Chiesa; per la qual cosa da papa Onorio detto che·ll'avea coronato fue citato e ammonito che lasciasse a santa Chiesa le sue giuridizioni, e rendesse il censo. Il quale imperadore veggendosi in grande potenzia e stato, sì per la forza degli Alamanni e per quella del reame di Cicilia, e ch'era signore del mare e della terra, e temuto da tutti i signori de' Cristiani, e eziandio da' Saracini, e veggendosi abracciato de' figliuoli che della prima donna figliuola dell'antigrado d'Alamagna avea, Arrigo e Currado, il quale Arrigo già avea fatto coronare in Alamagna re de' Romani, e Currado era duca di Soavia, e Federigo d'Antioccia suo primo figliuolo naturale fece re, e Enzo suo figliuolo naturale era re di Sardigna, e Manfredi prenze di Taranto, non si volle dechinare all'obedienza della Chiesa, anzi fu pertinace, vivendo mondanamente in tutti i diletti corporali. Per la qual cosa dal detto papa Onorio fu scomunicato gli anni di Cristo..., e per ciò non lasciò di perseguire la Chiesa, ma maggiormente occupava le sue ragioni, e così stette nimico della Chiesa e di papa Onorio infino che vivette. Il quale papa passò di questa vita gli anni di Cristo MCCXXVI, e dopo lui fu fatto papa Gregorio nono nato d'Alagna di Campagna, il quale regnò papa anni XIIII; il quale papa Gregorio ebbe collo imperadore Federigo grande guerra, imperciò che·llo 'mperadore in nulla guisa volea lasciare le ragioni e giuridizioni di santa Chiesa, ma maggiormente l'occupava, e molte chiese del Regno fece abattere e disertare, faccendo imposte gravi a' cherici, e alle chiese. E' Saracini, i quali erano in sulle montagne di Trapali in Cicilia, per esser più al sicuro dell'isola, e dilungati da' Saracini della Barberia, e ancora per tenere per loro in paura i suoi suditi del regno di Puglia, con ingegno e promesse gli trasse di quelle montagne, e misegli in Puglia in una antica città diserta, che anticamente fue in lega co' Romani, e fue disfatta per gli Sanniti, cioè per quelli di Benevento, la quale allora si chiamava Licera, e oggi si chiama Nocera, e furono più di XXm uomini d'arme, e quella città rifeciono molto forte; i quali più volte corsono le terre di Puglia e guastarle. E quando il detto imperadore Federigo ebbe guerra colla Chiesa, gli fece venire sopra il ducato di Spuleto, e assediaro in quel tempo la città d'Ascesi, e feciono gran danno a santa Chiesa. Per la qual cosa il detto papa Gregorio confermò contra lui le sentenzie date per papa Onorio suo predecessore, e di nuovo gli diè sentenzia di scomunicazione gli anni di Cristo...

<B>XV</B>

 

<I>Come fu fatto accordo da papa Gregorio e lo 'mperadore Federigo.</I>

Avenne in que' tempi, dapoi che 'l soldano e' Saracini d'Egitto ripresono la città di Dammiata, e quella di Ierusalem, e gran parte della Terrasanta, il re Giovanni ch'era allora re di Ierusalem, il quale fu del legnaggio del conte di Brenna, e per sua bontà essendo oltremare ebbe per moglie la figliuola che fu del re Almerigo re di Ierusalem, della schiatta di Gottifredi di Buglione, ch'era reda, e per lei era re di Ierusalem, veggendo la Terrasanta in male stato per la soperchia forza de' Saracini, passò in ponente per avere aiuto dal papa e da la Chiesa, e dallo imperadore Federigo, e dal re di Francia, e dagli altri re di Cristianità, e trovò papa Gregorio detto di sopra co la Chiesa a Roma molto tribolato da Federigo imperadore; e mostrando al detto papa il grande bisogno che·lla Terrasanta avea d'aiuto e di soccorso, e come Federigo imperadore era quegli che più vi potea operare di bene per la sua gran forza e podere ch'egli avea in mare e in terra, sì cercò pace tra la Chiesa e 'l detto imperadore, acciò ch'egli andasse oltremare al passaggio, e il papa gli perdonasse l'offese fatte alla Chiesa e ricomunicasselo. Il quale accordo fu fatto per lo detto re Giovanni, ch'era savio e valoroso signore. E oltre a·cciò fatta la detta pace, il detto papa Gregorio diè per moglie allo 'mperadore Federigo, ch'era morta la sua prima donna, la figliuola del detto re Giovanni ch'era reda del reame di Ierusalem per la madre, e promise e giurò il detto imperador di difendere il detto papa e la Chiesa da' malvagi mani, che tutto dì erano ribelli contra la Chiesa per loro avarizia, e poi d'andare oltremare con tutta sua forza al passaggio ordinato per lo detto papa. E fatta la detta pace, la figliuola del re Giovanni venne di Soria a Roma, e lo 'mperadore la sposò con gran festa per mano del detto papa Gregorio, e di lei ebbe tosto uno figliuolo ch'ebbe nome Giordano, ma poco tempo vivette. Ma per l'opera del nimico dell'umana generazione, trovando Federigo corrotto in vizio di lussuria, si giacque con una cugina della detta imperadrice e reina, ch'era pulcella e di sua camera privata; e la 'mperadrice lasciando, e trattandola male, sì si dolfe al re Giovanni suo padre dell'onta e vergogna che Federigo le facea, e avea fatto della nipote. Per la qual cosa il re Giovanni crucciato, di ciò dolendosi allo 'mperadore, e ancora minacciandolo, lo 'mperadore batté la moglie, e misela in pregione, e mai poi non istette co·llei; e secondo che·ssi disse, tosto la fece morire. E lo re Giovanni, il quale era in Puglia, tutto governatore per la Chiesa e per lo 'mperadore a·ffare fornire e apparecchiare lo stuolo del passaggio che dovea andare oltremare, si·ll'acommiatò del Regno, onde molto isconciò il passaggio per la detta discordia. Poi il re Giovanni tornò a Roma al papa, dogliendosi molto di Federigo, e andossene in Lombardia, e da' Lombardi molto fue onorato, e ubbidieno lui più che·llo 'mperadore; onde grande parte e sette si cominciaro in Lombardia e in Toscana, che molte terre si teneano dalla parte della Chiesa e del re Giovanni e altre collo imperadore. Poi lo re Giovanni andòe in Francia e inn Inghilterra, e grande aiuto ebbe da tutti que' signori per lo passaggio, e per mantenere le terre d'oltremare che·ssi teneano per gli Cristiani.

<B>XVI</B>

 

<I>Come la Chiesa ordinò il passaggio oltremare, ond'era capitano lo 'mperadore Federigo, il quale mosso lo stuolo si tornòe addietro.</I>

Infra questo tempo papa Gregorio con grande sollecitudine formò l'apparecchiamento del passaggio d'oltremare. Per lo detto papa Gregorio sì richiese lo 'mperadore Federigo che attenesse la promessa e saramento fatto a la Chiesa, d'andare oltremare con uno legato cardinale, e egli fosse signore dello stuolo in mare e in terra. Il quale imperadore fece tutto l'apparecchiamento, e collo stuolo de' Cristiani si partì di Brandizio in Puglia gli anni di Cristo MCCXXXIII, e come lo stuolo fu alquanto infra mare e mosso a piene vele, lo 'mperadore Federigo segretamente fece volgere la sua galea, e tornossi in Puglia, sanza andare oltremare, egli e gran parte di sua gente. Per la qual cosa il papa e tutta la Chiesa indegnati dell'opere e falli di Federigo, tegnendo ch'egli avesse ingannata e tradita la Chiesa e tutta la Cristianità, e messo in grande pericolo le bisogne e 'l soccorso della santa terra d'oltremare, il detto papa Gregorio scomunicò da capo il detto imperadore Federigo, gli anni di Cristo MCCXXXIII. Questo ritorno che·llo 'mperadore fece, e non seguire il passaggio giurato, egli medesimo e chi·llo volle difendere disse ch'avea sentito che come fosse oltremare, il papa e la Chiesa col re Giovanni gli dovea rubellare il regno di Cicilia e di Puglia. Altri dissono che 'l detto imperadore al continuo s'intendea col soldano di Babbillonia per lettere e messaggi e grandi presenti, e ch'egli mandò con patti fatti e fermi che s'egli rompesse il detto grande passaggio (temendo forte de' Cristiani), che a·ssua volontà il metterebbe in signoria e sagina del reame di Ierusalem sanza colpo di spada; le quali di su dette cagioni e l'una e l'altra pareano esser il vero, per le cose che avennero appresso; imperciò che con tutta la pace e accordo fatto da la Chiesa allo 'mperadore, sempre di ciascuna parte rimase la mala volontà, e maggiormente nello 'mperadore, per la sua superbia.

<B>XVII</B>

 

<I>Come lo 'mperadore Federigo passòe oltremare, e fece pace col soldano, e riebbe Ierusalem contra volontà della Chiesa.</I>

Poi gli anni di Cristo MCCXXXIIII lo 'mperadore Federigo fatta sua armata e grande apparecchiamento, sanza richiedere il papa o la Chiesa, o nullo altro signore de' Cristiani, si mosse di Puglia e andonne oltremare più per avere la signoria di Ierusalem, come gli avea promessa il soldano, che per altro benificio di Cristianità; e ciò apparve apertamente, ché giunto lui in Cipri, e mandato in Soria innanzi il suo maliscalco con parte di sua gente, non intese a guerreggiare i Saracini, ma i Cristiani; ché tornando i pellegrini d'una cavalcata fatta sopra i Saracini con grande preda e molti pregioni, il detto maliscalco combatté co·lloro, e molti n'uccise, e rubò loro tutta la preda. E questo si disse che fece per lo trattato che·llo 'mperadore tenea col soldano, stando lui in Cipri, che spesso si mandavano ambasciadori e ricchi presenti. E ciò fatto, lo 'mperadore n'andòe in Acri, e volle disfare il tempio d'Acri a' Tempieri, e fece torre loro castella, e mandòe suoi ambasciadori a papa Gregorio, che gli piacesse di ricomunicarlo, imperciò ch'avea fatta sua penitenza e saramento; dal quale papa non fu intesa sua petizione e richesta, imperciò che al papa e alla Chiesa era palese per lettere e per messaggi venuti di Soria dal legato del papa, e dal patriarca di Ierusalem, e dal mastro del Tempio, e da quello dello Spedale, e da più altri signori di là, che·llo imperadore non facie in Soria nullo beneficio comune de' Cristiani, né co' signori ch'erano di là non consigliava al racquisto della Terrasanta, ma istava in trattati col soldano e co' Saracini. E al detto trattato e accordo diede compimento abboccandosi a parlamento col soldano, nel quale il soldano gli fece molta reverenza, dicendogli: "Tu se' Cesare de' Romani, maggiore signore di me". L'accordo fu tra·lloro in questo modo, che 'l soldano gli rendé a queto la città di Ierusalem, salvo il tempio <I>Domini</I> che volle rimanesse a la guardia de' Saracini, acciò che vi si gridasse la salà, e chiamasse Maometto; e lo 'mperadore l'asentì per dispetto e mala volontà ch'avea co' Tempieri, e lasciogli il soldano tutto il reame di Ierusalem, salvo il castello chiamato il Craito di Monreale, e più altre castella fortissime alle frontiere, e erano la chiave e l'entrata del reame. A la qual pace non fu consenziente il legato del papa cardinale, né 'l patriarca di Ierusalem, né Tempieri, né gli Spedalieri, né gli altri signori di Soria, né capitani de' pellegrini, imperciò che a·lloro parve falsa pace, e a danno e vergogna de' Cristiani, e a sconcio del racquisto della Terrasanta. Ma però lo 'mperadore Federigo non lasciò, ma co' suoi baroni e col mastro maggiore de la magione degli Alamanni andò in Ierusalem, e fecesi coronare in mezza quaresima, gli anni di Cristo MCCXXXV. E ciò fatto, sì mandò suoi ambasciatori in ponente a significarlo al papa, e al re di Francia, e a più altri re e signori, com'era coronato, e possedea il reame di Ierusalem; de la qual cosa il papa e tutta la Chiesa ne furono crucciosi a morte, conoscendo come ciò era falsa pace, e con inganno a piacere del soldano, acciò che' pellegrini ch'erano iti al passaggio nol potessono guerreggiare. E videsi apertamente, ché poco appresso che Federigo fu tornato in ponente i Saracini ripresono Ierusalem e quasi tutto il paese che 'l soldano gli avea renduto, a grande danno e vergogna de' Cristiani; e rimase la Terrasanta e la Soria in peggiore stato che no·lla trovò.

<B>XVIII</B>

 

<I>Come lo 'mperadore tornò d'oltremare perché gli era rubellato il Regno, e come ricominciò la guerra colla Chiesa.</I>

Come papa Gregorio seppe la falsa pace fatta per lo 'mperadore Federigo e col soldano, a vergogna e danno de' Cristiani, incontanente ordinò col re Giovanni, il quale era in Lombardia, che colla forza della Chiesa entrasse con gente d'arme nel regno di Puglia a rubellare il paese a Federigo imperadore; e così fece, e gran parte del Regno ebbe a' suoi comandamenti e della Chiesa. Incontanente che Federigo ebbe oltremare la novella, lasciò il suo maliscalco, il quale non intese ad altro ch'a guerreggiarsi co' baroni di Soria per occupare loro città e signoria, che' loro anticessori con grande affanno e dispendio e spargimento di sangue aveano conquistato sopra i Saracini, e combattési col re Arrigo di Cipri e co' baroni di Soria, e sconfissegli a saetta; ma poi fue egli sconfitto in Cipri, e perdé quasi tutto il reame di Ierusalem in poco tempo, ché 'l ripresono i Saracini per la discordia ch'era tra 'l detto maliscalco e gli altri signori cristiani. E chi queste storie vorrà meglio sapere le troverrà distesamente nel libro del conquisto. Lasceremo omai de' fatti d'oltremare, e diremo di Federigo, il quale con due galee solamente, gli anni di Cristo MCCXXXVI, arrivò al castello d'Astone in Puglia, la quale fu la prima terra che gli s'arrendé. E lui arrivato in Puglia, raunò le sue forze, e cominciarsi le terre a ritornare alla sua signoria; e mandò in Alamagna per Currado suo figliuolo e per lo duca d'Ostericchi, i quali con gente grande vennero in Puglia, e per la loro forza tutto il paese che gli s'era rubellato racquistaro, e più; che 'l Patrimonio San Piero, e il ducato di Spuleto, che sono propio retaggio della Chiesa, e la Marca d'Ancona, e la città di Benevento, camera della Chiesa, occupò, menando in loro oste i Saracini di Nocera, tutto tolsono a santa Chiesa, e 'l papa Gregorio quasi assediaro in Roma, e con dispendio di moneta fatto per Federigo a certi malvagi nobili romani avrebbe preso il detto papa Gregorio in Roma, il quale accorgendosi di ciò, trasse di Santo Santoro di Laterano la testa de' beati appostoli Pietro e Paulo, e con essi in mano, con tutti i cardinali, vescovi, e arcivescovi, e altri prelati ch'erano in corte, e col chericato di Roma, con solenni digiuni e orazioni andò per tutte le principali chiese di Roma a processione; per la quale devozione e miracolo de' detti santi appostoli il popolo di Roma fu tutto rivocato a la difensione del papa e della Chiesa, e quasi tutti si crucciaro contra Federigo, dando il detto papa indulgenza e perdono di colpa e di pena. Per la qual cosa Federigo, che di queto si credeva intrare in Roma e prendere il detto papa, sentita la detta novitade, temette del popolo di Roma e si ritrasse in Puglia, e il detto papa fu liberato, con tutto che molto fosse afflitto dal detto imperadore, però ch'egli tenea tutto il Regno e Cicilia, e avea preso il ducato di Spuleto, e Campagna, e il Patrimonio Santo Piero, e la Marca, e Benevento, come detto è di sopra, e distruggea in Toscana e in Lombardia tutti i fedeli di santa Chiesa.

 

 

<B>XIX</B>

 

<I>Come lo 'mperadore Federigo fece che' Pisani presono in mare i parlati della Chiesa che venieno al concilio.</I>

Papa Gregorio veggendo la Chiesa di Dio così tempestata da Federigo imperadore, ordinò di fare a Roma concilio generale, e mandò in Francia due legati cardinali, l'uno fu messer Iacopo vescovo di Pilestrino, e l'altro messer Oddo vescovo di Porto detto il cardinale Bianco, acciò che richiedessono il re Luis di Francia e quello d'Inghilterra d'aiuto contra Federigo, e che sommovessono tutti i prelati d'oltremonti a venire al concilio, per dare sentenzia contra Federigo. I quali legati sollicitamente fecero loro legazione, e predicando contro a Federigo, tutto il ponente scommossono contra lui. E 'l cardinale Bianco ne venne innanzi con molti prelati, arcivescovi, e vescovi, e abati, i quali arrivarono a Nizza in Proenza, e poco appresso vi venne e arrivò l'altro cardinale di Pilestrino, imperciò che per Lombardia non poterono avere il cammino, ché Federigo avea a sua gente fatti prendere i passi e le strade in Toscana e in Lombardia. Per la qual cosa papa Gregorio mandò a' Genovesi che co·lloro navilio, alle spese della Chiesa, dovessono levare i detti cardinali e parlati da Nizza, e conducergli per mare a Roma; la quale cosa fu fatta, ch'egli armaro in Genova che galee, e che uscieri, e batti, e barcosi, in quantità di LX legni, onde fu ammiraglio messere Guiglielmo Ubbriachi di Genova. Lo 'mperadore Federigo, il quale non dormia a perseguitare santa Chiesa, mandò Enzo suo figliuolo bastardo con galee armate del Regno a Pisa, e mandò a' Pisani che dovessono armare galee, e intendere col detto Enzo a prendere i detti parlati; i quali armaro XL galee di molta buona gente, onde fue ammiraglio messer Ugolino Buzzaccherini di Pisa; e sentendo la venuta de' legni de' Genovesi, si feciono loro incontro tra Porto Pisano e l'isola di Corsica. E ciò sentendo i cardinali, e' parlati, e' signori ch'erano in sull'armata de' Genovesi, pregarono l'amiraglio che tenesse la via di fuori dall'isola di Corsica per ischifare l'armata de' Pisani, non sentendo la loro armata con tante galee di corso e da battaglia, e molti legni grossi carichi di cavalli, e d'arnesi, e di cherici, e di gente disutile a battaglia. Messere Guiglielmo Obbriaco, ch'era di nome e di fatto e uomo di testa e di poco senno, non volle seguire quello consiglio, ma per sua superbia e disdegno de' Pisani si volle conducere alla battaglia, la quale fu aspra e dura, ma tosto fu sconfitta l'armata de' Genovesi da' Pisani, onde furono presi i detti legati cardinali e prelati, e molti n'anegaro e gittaro in mare sopra lo scoglio, overo isoletta, che si chiama la Meloria, presso a Porto Pisano, e gli altri ne menarono presi nel Regno, e più tempo gli tenne lo 'mperadore in diverse pregioni; e ciò fu gli anni di Cristo MCCXXXVII. Per la qual cosa la Chiesa di Dio ricevette grande danno e persecuzione; e se non fossono i messaggi del re Luis di Francia, e le minacce, se non lasciasse i parlati di suo reame, Federigo non gli avrebbe mai diliberi; ma per paura della forza de' Franceschi, quegli ch'erano rimasi in vita poveramente diliberò di pregione, ma molti ne moriro innanzi per diverse pregioni, fame, e disagi. Per la detta presura furono scomunicati i Pisani, e tolto loro ogni benificio di santa Chiesa, e cominciossene la prima guerra tra Genovesi e' Pisani; onde poi Iddio per lo suo giudicio, de' Pisani per la forza de' Genovesi fece giusta e aspra vendetta, come innanzi farà menzione.

<B>XX</B>

 

<I>Come i Melanesi furono sconfitti dallo 'mperadore.</I>

Poi che Federigo imperadore si fu partito dall'asedio di Roma e tornato in Puglia, come addietro facemmo menzione, ebbe novelle come la città di Milano, e Parma, e Bologna, e più altre terre di Lombardia e di Romagna s'erano rubellate dalla sua signoria, e teneano parte colla Chiesa; per la qual cosa si partì dal Regno, e andonne colle sue forze in Lombardia, e là fece molta guerra alle cittadi che si teneano colla Chiesa. A la fine i Melanesi con tutta loro forza, e del legato del papa, e di tutta la lega di Lombardia, che teneano colla Chiesa, s'afrontaro a battaglia col detto imperadore al luogo detto Cortenuova, e dopo la grande battaglia Melanesi e tutta loro oste furono sconfitti, gli anni di Cristo MCCXXXVII, onde ricevettono gran danno di morti e de' presi; e prese il carroccio loro, e la loro podestà ch'era figliuolo del dogio di Vinegia, e lui e molti nobili di Milano e di Lombardia ne mandò presi in Puglia, e la detta podestà fece impiccare a Trani in Puglia sopra un'alta torre a la marina, e gli altri pregioni, cui fece morire a tormento, e cui in crudeli carcere. Per la detta vittoria lo 'mperadore ricoverò la sua signoria, e assediò Brescia con più di VIm cavalieri, e furonvi i Guelfi e' Ghibellini di Firenze a gara al servigio dello 'mperadore, e poi l'ebbe a patti; e simile tutte le città e terre di Lombardia, salvo Parma e Bologna; e montò in grande superbia e signoria, e 'l papa e·lla Chiesa e tutti i suoi seguaci n'abassaro molto in tutta Italia. Per la qual cosa poco tempo appresso papa Gregorio quasi per dolore infermò, e poi morì a Roma gli anni di Cristo MCCXXXVIIII; e dopo lui fu fatto papa Celestino nato di Milano, ma non vivette che XVII dì nel papato, e vacò la Chiesa sanza pastore XX mesi in mezzo, imperciò che era tanta la forza di Federigo, che non lasciava fare papa, se non fosse a sua volontà. E di ciò era grande contasto nella Chiesa, che' cardinali erano tornati a picciolo numero per le tribolazioni e aversitadi ch'avea avuta la Chiesa dal detto Federigo, e che era sì infiebolita la forza e la baldanza della Chiesa, che non ardivano gli cardinali a fare più ch'allo 'mperadore piacesse, e a fare il suo volere non s'accordavano e non piaceva loro.

<B>XXI</B>

 

<I>Come Federigo imperadore assediò e prese la città di Faenza.</I>

Nella detta vacazione, cioè gli anni di Cristo MCCXL, Federigo imperadore tribolando e perseguendo tutte le terre e città e signori che si teneano a la fedeltà e obbedienza di santa Chiesa, sì entrò nella contea di Romagna, la quale si dicea ch'era di ragione di santa Chiesa, e quella ribellò e tolse per forza, salvo che si tenne la città di Faenza, a la quale stette con sua oste all'asedio VII mesi, e poi l'ebbe a patti; e nel detto asedio ebbe gran difalta e di vittuaglia e di moneta, e poco vi fosse più dimorato all'assedio, era stancato. Ma lo 'mperadore per suo senno, fallitagli la moneta, e impegnati i suoi gioelli e vasellamenti, e più moneta non potea rimedire, sì ordinò di dare a' suoi cavalieri e a chi servia l'oste una stampa in cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta, sì come la valuta d'uno agostaro d'oro; e quelle stampe promise di fare buone per la detta valuta a chiunque poi l'arecasse al suo tesoriere, e fece bandire che ogni maniera di gente per tutte vittuaglie le prendesse sì come moneta d'oro, e così fu fatto, e in questo modo civanzò la sua oste. E poi avuta la città di Faenza, a chiunque avea delle dette stampe gli cambiò ad agostari d'oro, i quali valea l'uno la valuta di fiorini uno e quarto; e dall'uno lato dell'agostaro improntato era il viso dello 'mperadore a modo di Cesari antichi, e da l'altro una aguglia, e era grosso, e di carati XX di fine paragone, e questa molto ebbe grande corso al suo tempo e poi assai nella detta oste. Furono i Fiorentini, Guelfi e Ghibellini, in servigio dello imperadore.

<B>XXII</B>

 

<I>Come lo 'mperadore fece pigliare il re Arrigo suo figliuolo.</I>

In questi medesimi tempi, con tutto che prima si cominciasse, Arrigo Sciancato, primogenito del detto Federigo imperadore, il quale avea fatto eleggere da' lettori d'Alamagna re de' Romani, come addietro fatta è menzione, veggendo egli che·llo 'mperadore suo padre facie ciò che potea di contradio a santa Chiesa, de la qual cosa prese conscienzia, e più volte riprese il padre, ch'egli faceva male. Della qual cosa lo 'mperadore il si recò a contradio, e non amandolo né trattandolo come figliuolo, fece nascere falsi accusatori che 'l detto Arrigo gli volea fare rubellazione, a petizione della Chiesa, di suo imperio; per la qual cosa, o vero o falso che fosse, fece prendere il detto suo figliuolo re Arrigo e due suoi figliuoli piccoli garzoni, e mandogli in Puglia in diverse carcere, e in quelle il fece morire a inopia a grande tormento, i figliuoli poi fé morire Manfredi. Lo 'mperadore mandò inn Alamagna, e di capo fece eleggere re de' Romani succedente a·llui Currado suo secondo figliuolo; e ciò fu gli anni di Cristo MCCXXXVI. Poi alquanto tempo lo 'mperadore fece abbacinare il savio uomo maestro Piero da le Vigne, il buono dittatore, opponendogli tradigione; ma ciò gli fu fatto per invidia di suo grande stato. Per la qual cosa il detto per dolore si lasciò tosto morire in pregione, e chi disse ch'egli medesimo si tolse la vita.

<B>XXIII</B>

 

<I>Come si cominciò la guerra tra papa Innocenzio quarto e lo 'mperadore Federigo.</I>

Avenne poi, come piacque a·dDio, che fu eletto papa messer Ottobuono dal Fiesco, de' conti da Lavagna di Genova, il quale era cardinale, e fu fatto papa per lo più amico e confidente che·llo 'mperadore Federigo avesse in santa Chiesa, acciò che accordo avesse dalla Chiesa a·llui, e fu chiamato papa Innocenzio quarto. E ciò fu gli anni di Cristo MCCXLI, e regnò papa anni XI, e riempié la Chiesa di molti cardinali di diversi paesi di Cristianità. E come fu eletto papa, fu recata la novella allo 'mperadore Federigo per grande festa, sappiendo ch'egli era suo grande amico e protettore. Ma ciò udito lo 'mperadore, si turbò forte, onde i suoi baroni si maravigliarono molto. E que' disse: "Non vi maravigliate, però che di questa elezione avemo molto disavanzato; ch'egli ci era amico cardinale, e ora ci fia nimico papa"; e così avenne, ché come il detto papa fu consecrato, sì fece richiedere allo 'mperadore le terre e le giuridizioni che tenea della Chiesa, della quale richesta lo 'mperadore il tenne più tempo in trattato d'accordo, ma tutto era vano e per inganno. A la fine veggendosi il detto papa menare per ingannevoli parole, a danno e vergogna di lui e di santa Chiesa, divenne più nimico di Federigo imperadore che nonn-erano stati i suoi anticessori; e veggendo che la forza dello imperadore era sì grande che quasi tutta Italia tirannescamente signoreggiava, e' cammini tutti presi, e per sue guardie guardati, che nullo potea venire a corte di Roma sanza sua volontà e licenza, e 'l detto papa veggendosi per lo detto modo così assediato, sì ordinò segretamente per gli suoi parenti di Genova, e fece armare XX galee, e subitamente le fece venire a Roma, e ivi su montò con tutti i cardinali e con tutta la corte, e di presente si fece portare alla sua città di Genova sanza contasto niuno; e soggiornato alquanto in Genova, se n'andò a Leone sovra Rodano per la via di Proenza; e ciò fu gli anni di Cristo MCCXLI.

<B>XXIV</B>

 

<I>Della sentenzia che papa Innocenzo diede al concilio a·lLeone sovra Rodano sopra Federigo imperadore.</I>

Come papa Innocenzo fue a Leone, ordinò concilio generale nel detto luogo, e fece richiedere per l'universo mondo vescovi e arcivescovi e altri prelati, i quali tutti vi vennero. E vennollo a vedere infino a la badia di Crugnì in Borgogna il buono re Luis di Francia, e poi venne infino al concilio a·lLeone, ove sé e 'l suo reame proferse al servigio del detto papa e di santa Chiesa contra Federigo imperadore, e contra chi fosse nimico di santa Chiesa, e crociossi per andare oltremare. E partito il re Luis, il papa fece nel detto concilio più cose in bene della Cristianità, e canonizzò più santi, come fa menzione la cronica martiniana nel suo trattato. E ciò fatto, il detto papa fece citare il detto Federigo, che personalmente dovesse venire al detto concilio, sì come in luogo comune, a scusarsi di XIII articoli provati contro a·llui di cose fatte contra a la fede di Cristo e contra a santa Chiesa. Il quale imperadore non vi volle comparire, ma mandovvi suoi ambasciadori e proccuratori, il vescovo di Freneborgo d'Alamagna, e frate Ugo mastro della magione di Santa Maria degli Alamanni, e il savio cherico e maestro Piero da le Vigne del Regno, i quali scusando lo 'mperadore come nonn-era potuto venire per malatia e disagio di sua persona, ma pregando il detto papa e' suoi frati che gli dovessono perdonare, e ch'egli tornerebbe a misericordia, e renderebbe ciò che occupava della Chiesa, e profersono, se 'l papa gli volesse perdonare, s'obbligava che infra uno anno adoperrebbe sì che 'l soldano de' Saracini renderebbe a' suoi comandamenti la Terrasanta d'oltremare. E 'l detto papa udendo le 'nfinte scuse e vane proferte dello 'mperadore, domandò i detti ambasciadori se di ciò fare aveano autentico mandato, li quali appresentaro piena procura a tutto promettere e obbligare sotto bolla d'oro del detto imperadore. E come il papa l'ebbe a·ssé, in pieno concilio e presenti i detti ambasciadori, abbominò Federigo di tutti i detti XIII articoli colpevole, e per ciò confermare disse: "Vedete, fedeli Cristiani, se Federigo tradisce santa Chiesa e tutta Cristianità, che secondo il suo mandato egli proffera infra uno anno di fare rendere la Terrasanta al soldano; assai chiaramente si mostra che 'l soldano la tiene per lui, a vergogna di tutti i Cristiani". E ciò detto e sermonato, fece piuvicare il processo incontro al detto impradore, e condannollo e scomunicollo siccome eretico e persecutore di santa Chiesa, agravandolo di più crimini disonesti contra lui provati, e privollo della signoria dello 'mperio, e del reame di Cicilla, e di quello di Ierusalem, assolvendo d'ogni fedeltà e saramento tutti i suoi baroni e sudditi, iscomunicando chiunque l'ubbidisse, o gli desse aiuto o favore, o più il chiamasse imperadore o re. E il detto processo fu fatto al detto concilio a Leone sopra Rodano gli anni di Cristo MCCXLV, dì XVII di luglio. Le principali ragioni perché Federigo fu condannato furono IIII: la prima imperciò che, quando la Chiesa lo 'nvestì del reame di Cicilla e di Puglia, e poi dello 'mperio, giurò a la Chiesa dinanzi a' suoi baroni, e dinanzi allo 'mperatore Baldovino di Costantinopoli, e a·ttutta la corte di Roma di difendere santa Chiesa in tutti suoi onori e diritti contra tutte genti, e di dare il debito censo, e ristituire tutte le possessioni e giuridizioni di santa Chiesa; delle quali cose fece il contradio, e fu ispergiuro, e tradimento commise, e infamò villanamente a torto papa Gregorio VIIII e' suoi cardinali per sue lettere per l'universo mondo. La seconda cosa fu che ruppe la pace fatta da·llui alla Chiesa, non ricordandosi della perdonanza a·llui fatta delle scomuniche e degli altri misfatti per lui operati contra santa Chiesa; e quegli che furono colla Chiesa contro a·llui in quella pace giurò e promise di mai non offendere, e elli fece tutto il contradio; che tutti gli disperse, o per morte o per esilio, loro e loro famiglie, levando loro possesioni, e non ristituì a' Tempieri né agli Spedalieri le loro magioni per lui occupate, le quali per patti della pace avea promessi di ristituire e rendere, e lasciò per forza vacanti XI arcivescovadi, con molti vescovadi e badie nello imperio e nel reame, i quali non lasciava a quegli che degnamente erano eletti per lo papa tenere né coltivare, faccendo forze e torzioni alle sacre persone, recandoli a piati dinanzi a' suoi balii e corti secolari. La terza causa fu per sacrilegio che fece, che per le galee di Pisa e per lo figliuolo re Enzo fece pigliare i cardinali e molti parlati in mare, come detto è in adietro, e di quegli mazzerare in mare, e tenere morendo in diverse e aspre carcere. La quarta causa fu perch'egli fu trovato e convinto in più articoli di resia di fede; e di certo egli non fu cattolico Cristiano, vivendo sempre più a suo diletto e piacere, che a ragione, o a giusta legge, e participando co' Saracini: sempre usò poco o niente la Chiesa e 'l suo oficio, e non facie limosina; sì che non sanza grandi cagioni e evidenti fue disposto e condannato; e con tutto che molta molestia e persecuzione facesse a santa Chiesa, come fue condannato, ogni onore e stato e potenzia e grandezza in poco di tempo Idio gli levò, e gli mostrò la sua ira, sì come innanzi faremo menzione. E perché molti fecero questione chi avesse il torto della discordia, o la Chiesa o lo 'mperadore, udendo le sue scuse per le sue lettere, a·cciò rispondo e dico, manifestamente e per divino miracolo, ma più miracoli si mostrarono, che 'l torto fu dello 'mperadore, imperciò che aperti e visibili giudicii Idio mostrò per la sua ira a Federigo e a sua progenia.

<B>XXV</B>

 

<I>Come il papa e la Chiesa feciono eleggere nuovo imperio contra Federigo disposto imperadore.</I>

E disposto e condannato il detto Federigo, com'è detto di sopra, il papa mandò agli elettori d'Alamagna che hanno a eleggere il re de' Romani, che dovessono sanza indugio fare nuova elezione d'imperio, e così fue fatto; ch'eglino elessono Guiglielmo conte d'Olanda e antigrado, valente signore, al quale la Chiesa diè le sue forze, e fecegli rubellare gran parte d'Alamagna, e diede indulgenza e perdono, sì come andasse oltremare, a chi fosse contro al detto Federigo; onde in Alamagna ebbe grande guerra tra 'l detto eletto re Guiglielmo d'Olanda e 'l re Currado figliuolo del detto Federigo. Ma poco durò di là la guerra, ché si morì il detto re Guiglielmo gli anni di Cristo..., e regnò in Alamagna Currado detto, il quale il padre Federigo imperadore avea fatto eleggere re, come faremo menzione. Di questa sentenzia Federigo appellò al successore di papa Innocenzo, e mandò sue lettere e messaggi per tutta la Cristianità, dolendosi della detta sentenzia, e mostrando com'era iniqua, come appare per la sua pistola la quale dittò il detto maestro Piero da le Vigne, che comincia detta la salutazione: "Avegna che noi crediamo che parole della innanzi corritrice novella etc.". Ma considerando la verità del processo e dell'opere di Federigo fatte contro a la Chiesa, e della sua dissoluta e non cattolica vita, egli fu colpevole e degno della privazione, per le ragioni dette nel detto processo, e poi per l'opere commesse per lo detto Federigo appresso la sua privazione; che se prima fue, e era stato crudele e persecutore di santa Chiesa e de' suoi fedeli in Toscana e in Lombardia, appresso fu maggiormente infino che vivette, come innanzi faremo menzione. Lasceremo alquanto la storia de' fatti di Federigo, ritornando addietro, ove lasciammo, a' fatti di Firenze, e dell'altre notevoli novitadi avenute per gli tempi per l'universo mondo, ritornando poi all'opere e alla fine del detto Federigo e de' suoi figliuoli.

<B>XXVI</B>

 

<I>Incidenza, e diremo de' fatti di Firenze.</I>

Negli anni di Cristo MCCXXXVII, essendo podestà di Firenze messer Rubaconte da Mandello da Milano, si fece in Firenze il ponte nuovo, e elli fondò con sua mano la prima pietra, e gittò la prima cesta di calcina; e per lo nome della detta podestà fu nomato il ponte Rubaconte. E alla sua signoria si lastricarono tutte le vie di Firenze, che prima ce n'avea poche lastricate, se non in certi singulari luoghi, e mastre strade lastricate di mattoni; per lo quale acconcio e lavorio la cittade di Firenze divenne più netta, e più bella, e più sana.

<B>XXVII</B>

 

<I>Come e quando scurò tutto il sole.</I>

L'anno appresso, ciò fu MCCXXXVIII a dì III di giugno, iscurò il sole tutto a·ppieno nell'ora di nona, e durò scurato parecchie ore, e del giorno si fece notte; onde molte genti ignoranti del corso del sole e dell'altre pianete si maravigliaro molto, e con grande paura e spavento molti uomini e femmine in Firenze, per la tema della non usata novità, tornaro a confessione e penitenzia. Dissesi per gli astrolaghi che la detta scurazione anunziò la morte di papa Gregorio, che morì l'anno appresso, e l'abassamento e scuritade ch'ebbe la Chiesa di Roma da Federigo imperadore, e molto danno de' Cristiani, come poi fu appresso.

<B>XXVIII</B>

 

<I>Della venuta de' Tartari nelle parti d'Europia infino in Alamagna.</I>

Nel detto anno MCCXXXVIIII i Tartari, i quali erano scesi di levante, e presa Turchia e Cumania, sì passaro in Europia, e feciono due parti di loro, l'una andòe nel reame da·pPollonia, e l'altra gente entraro in Ungaria, e colle dette nazioni ebbono dure e aspre battaglie; ma alla fine il fratello del re d'Ungaria ch'avea nome Filice, duca di Colmano in Pannonia, e lo re Arrigo da·pPollonia uccisono e sconfissono in battaglia, e tutta la gente, sì uomini come femmine e fanciulli, misono alle spade e a morte; per la qual cagione i detti due così grandi paesi e reami furono quasi diserti d'abitanti. E dopo lo stimolo de' Tartari, quegli cotanti che di loro mano scamparono, fu sì grande e sì crudele fame nel paese, che la madre per la fame mangiava il figliuolo, e gran parte polvere d'uno monte che v'era, come diciamo gesso, in luogo di farina mangiavano. E guasti i Tartari quelli paesi, scorsono infino in Alamagna, e volendo passare il grande fiume del Danubio in Ostericchi, chi di loro con navi e, co·lloro cavagli, e chi con otri pieni di vento, si misono nel fiume; e difesi con saette e altri ingegni e armi al passo del detto fiume, onde forati gli otri colle saette da' paesani, quasi tutti annegaro, e furono morti sanza potere ritornare adietro; e così finìo la loro pestilenzia, non sanza infinito e gravissimo danno de' Cristiani di quegli paesi lontani da·nnoi. E di questa venuta de' Tartari fu sì grande e spaventevole fama, che infino in questo nostro paese si temea fortemente di loro, che non passassono in Italia.

<B>XXIX</B>

 

<I>D'uno grande miracolo di tremuoto ch'avvenne in Borgogna.</I>

Nel detto anno avvenne nella Borgogna imperiale, nella contrada di..., per diversi tremuoti certe montagne si dipartirono, e per ruina nelle valli somersero; onde tutte le villate di quelle valli furono sommerse, ove morirono più di Vm persone.

<B>XXX</B>

 

<I>D'uno grande miracolo che si trovò in Ispagna.</I>

Nel detto tempo e anno avenne uno miracolo in Ispagna, il quale è bene da notare, e per ogni Cristiano d'avere in reverenzia, e bene che sia in altre croniche, da recarlo in memoria in questo: ché regnando Ferrante re di Castello e di Spagna, nella contrada di Tolletta, uno Giudeo cavando una ripa per crescere una sua vigna, sotterra trovò uno grande sasso, il quale di fuori era tutto saldo e sanza neuna fessura, e rompendo il detto sasso, il trovò dentro vacuo, e dentro al vacuo, quasi imarginato col sasso, vi trovò uno libro con fogli sottili, quasi di legno, ed era di volume quasi com'uno saltero: iscritto era di tre lingue, greca, ebraica, e latina, e contenea in sé tre membri del mondo, da Adam infino ad Anticristo, le propietà degli uomini che doveano essere al mondo ne' detti isvariati tempi. Il principio del terzo mondo, overo secolo, puose così: "Nel terzo mondo nascerà il figliuolo di Dio d'una vergine ch'avrà nome Maria, il quale patirà morte per salute dell'umana generazione"; le quali cose leggendo il detto Giudeo, incontanente con tutta sua famiglia divenne Cristiano, e si feciono battezzare. E ancora era scritto a la fine del detto libro che nel tempo che Ferrante re regnerà in Castella si troverebbe il detto libro: lo quale miracolo veduto per molta gente degni di fede, fu rapportato al detto re, e fattane memoria, e grande reverenza. E 'l detto libro fu traslatato e isposto, e molte grandi profezie e vere vi si trovaro. E di certo si disse, e si dee credere, che ciò fosse opera fatta per la volontà di Dio. E simile miracolo si trovò in Gostantino sesto, i quali miracoli sono molto efficaci e affermativi a la nostra fede.

<B>XXXI</B>

 

<I>Come fue fatto e poi disfatto il borgo a San Giniegio.</I>

Negli anni di Cristo MCCXL fue rifatto il borgo a San Giniegio a piè di Samminiato per quegli della terra, per lo buono sito e trapasso, il quale era in sul cammino di Pisa; ma poi l'anno MCCXLVIII, l'ultimo di giugno, fue disfatto per modo che mai più non si rifece.

<B>XXXII</B>

 

<I>Come i Tartari sconfissono i Turchi.</I>

Negli anni di Cristo MCCXLIIII Hoccata Cane imperadore de' Tartari mandò Bacho suo secondo figliuolo contra il soldano d'Alappo e contra quello di Turchia, ch'avea nome Givatadin, con XXXm Tartari a cavallo, e nel luogo chiamato Cosadach fue dura e aspra battaglia tra' detti Tartari e' Turchi, e certi Cristiani ch'erano al soldo del soldano. A la fine il soldano e sua gente furono sconfitti, e più di XXm Saracini vi furono tra morti e presi.

<B>XXXIII</B>

 

<I>Come di prima fu cacciata la parte guelfa di Firenze per gli Ghibellini e la forza di Federigo imperadore.</I>

Ne' detti tempi, essendo Federigo in Lombardia, e essendo disposto del titolo dello imperio per papa Innocenzio, come detto avemo, in quanto potéo si mise a distruggere in Toscana e in Lombardia i fedeli di santa Chiesa in tutte le città ov'ebbe podere. E prima cominciò a volere stadichi di tutte le città di Toscana, e tolse de' Ghibellini e de' Guelfi, e mandogli a Sa·Miniato del Tedesco; ma ciò fatto, fece lasciare i Ghibellini e ritenere i Guelfi, i quali poi abandonati, come poveri pregioni, di limosine in Samminiato stettono lungo tempo. E imperciò che la nostra città di Firenze in quelli tempi nonn-era delle meno notabili e poderose d'Italia, sì volle in quella spandere il suo veleno e fare partorire le maladette parti guelfa e ghibellina, che più tempo dinanzi erano incominciate per la morte di messer Bondelmonte, e prima, sì come adietro facemmo menzione. Ma bene che poi fossono le dette parti tra' nobili di Firenze, e spesso si guerreggiassono tra loro di propie nimistadi, e erano in setta per le dette parti e si teneano insieme, e quegli che si chiamavano Guelfi amavano lo stato del papa e di santa Chiesa, e quegli che si chiamavano Ghibellini amavano e favoravano lo 'mperadore e suoi seguaci, ma però il popolo e Comune di Firenze si mantenea in unitade, a bene e onore e stato della repubblica. Ma il detto imperadore mandando sodducendo per suoi ambasciadori e lettere quegli della casa delli Uberti ch'erano caporali di sua parte, e loro seguaci che si chiamavano Ghibellini, ch'elli cacciassono della cittade i loro nemici che si chiamavano Guelfi, profferendo loro aiuto de' suoi cavalieri; sì fece a' detti cominciare dissensione e battaglia cittadina in Firenze, onde la città si cominciò a scominare, e a·ppartirsi i nobili e tutto il popolo, e chi tenea dall'una parte, e chi dall'altra; e in più patti della città si combattero più tempo. Intra gli altri luoghi, il principale era per gli Uberti alle loro case, ch'erano ov'è oggi il gran palagio del popolo: si raunavano co' loro seguaci, e combattiesi, co' Guelfi del sesto di San Piero Scheraggio, ond'erano capo quegli dal Bagno, detti Bagnesi, e' Pulci, e' Guidalotti, e tutti i seguaci di parte guelfa di quello sesto; e ancora gli Guelfi d'Oltrarno su per le pescaie passando, gli venieno a soccorrere quando erano combattuti dagli Uberti. L'altra puntaglia era in porte San Piero, ond'erano capo de' Ghibellini i Tedaldini, perch'aveano più forti casamenti di palagi e torri, e co·lloro teneano Caponsacchi, Lisei, Giuochi, e Abati, e Galigari, e erano le battaglie con quegli della casa de' Donati, e con Visdomini, e Pazzi, e Adimari. E l'altra puntaglia era in porte del Duomo a la torre di messer Lancia de' cattani da Castiglione, e da Cersino, ond'erano capo de' Ghibellini con Agolanti e Bruneleschi, e molti popolari di loro parte, contra i Tosinghi, Agli, e Arrigucci. E l'altra punga e battaglia era in San Brancazio, ond'erano capo per gli Ghibellini i Lamberti, e Toschi, Amieri, Cipriani, e Megliorelli, e con molto seguito di popolo, contra i Tornaquinci, e Vecchietti, e Pigli, tutto che parte de' Pigli erano Ghibellini. E' Ghibellini faceano capo in San Brancazio a la torre dello Scarafaggio de' Soldanieri; e di quella venne a messer Rustico Marignolli, ch'avea la 'nsegna de' Guelfi, cioè il campo bianco e 'l giglio vermiglio, uno quadrello nel viso, ond'egli morìo; e il dì che' Guelfi furono cacciati, e innanzi che si partissono, armati il vennono a soppellire a San Lorenzo; e partiti i Guelfi, i calonaci di San Lorenzo tramutaro il corpo, acciò che' Ghibellini nol disotterrassono e facessone strazio, però ch'era uno grande caporale di parte guelfa. E l'altra forza de' Ghibellini era in Borgo, ond'erano capo gli Scolari, e Soldanieri, e Guidi, contra i Bondelmonti, Giandonati, Bostichi, e Cavalcanti, Scali, e Gianfigliazzi. Oltrarno erano tra gli Ubbriachi e' Mannelli (e altri nobili di rinnomo non n'avea, se none di case de' popolari), incontro a' Rossi e' Nerli. Avenne che·lle dette battaglie duraro più tempo, combattendosi a' serragli, overo isbarre, da una vicinanza ad altra, e alle torri l'una a l'altra (che molte n'avea in Firenze in quegli tempi, e alte da C braccia in suso); e con manganelle, e altri difici si combatteano insieme di dì e di notte. In questo contasto e battaglie Federigo imperadore mandò a Firenze lo re Federigo suo figliuolo bastardo, con XVIc di cavalieri di sua gente tedesca. Sentendo i Ghibellini ch'egli erano presso a Firenze, presono vigore, e con più forza e ardire pugnando contra i Guelfi, i quali nonn-aveano altro aiuto, né attendeano nullo soccorso, perché la Chiesa era a Leone sopra Rodano oltremonti, e la forza di Federigo era troppo grande in tutte parti in Italia. E in questo usarono i Ghibellini una maestria di guerra, che a casa gli Uberti si raunava il più della forza de' detti Ghibellini, e cominciandosi le battaglie ne' sopradetti luoghi, sì andavano tutti insieme a contastare i Guelfi, e per questo modo gli vinsono quasi in ogni parte della città, salvo nella loro vicinanza contra il serraglio de' Guidalotti e Bagnesi, che più sostennono; e in quello luogo si ridussono i Guelfi, e tutta la forza de' Ghibellini contra loro. Alla fine veggendosi i Guelfi aspramente menare, e sentendo già la cavalleria di Federigo imperadore in Firenze, entrato già lo re Federigo con sua gente la domenica mattina, sì si tennero i Guelfi infino al mercolidì vegnente. Allora non potendo più resistere a la forza de' Ghibellini, si abandonarono la difenza, e partirsi della città la notte di santa Maria Candellara gli anni di Cristo MCCXLVIII. Cacciata la parte guelfa di Firenze, i nobili di quella parte si ridussono parte nel castello di Montevarchi in Valdarno, e parte nel castello di Capraia; e Pelago, e Ristonchio, e Magnale, infino a Cascia per gli Guelfi si tenne, e chiamossi la Lega; e in quelli faceano guerra a la cittade e al contado di Firenze. Altri popolani di quella parte si ridussono per lo contado a·lloro poderi e di loro amici. I Ghibellini che rimasono in Firenze signori colla forza e cavalleria di Federigo imperadore sì riformaro la cittade a·lloro guisa, e feciono disfare da XXXVI fortezze de' Guelfi, che palagi e grandi torri, intra le quali fu la più nobile quella de' Tosinghi in su Mercato Vecchio, chiamato il Palazzo, alto LXXXX braccia, fatto a colonnelli di marmo, e una torre con esso alta CXXX braccia. Ancora mostraro i Ghibellini maggiore empiezza, per cagione che i Guelfi faceano di loro molto capo a la chiesa di San Giovanni, e tutta la buona gente v'usava la domenica mattina, e faceansi i matrimoni. Quando vennero a disfare le torri de' Guelfi, intra l'altre una molto grande e bella ch'era in sulla piazza di San Giovanni a l'entrare del corso degli Adimari, e chiamavasi la torre del Guardamorto, però che anticamente tutta la buona gente che moria si soppelliva a San Giovanni, i Ghibellini faccendo tagliare dal piè la detta torre, sì·lla feciono puntellare per modo che, quando si mettesse il fuoco a' puntelli, cadesse in su la chiesa di Santo Giovanni; e così fu fatto. Ma come piacque a Dio, per reverenza e miracolo del beato Giovanni, la torre, ch'era alta CXX braccia, parve manifestamente, quando venne a cadere, ch'ella schifasse la santa chiesa, e rivolsesi, e cadde per lo diritto della piazza, onde tutti i Fiorentini si maravigliaro, e il popolo ne fu molto allegro. E nota che poi che·lla città di Firenze fu rifatta, non v'era disfatta casa niuna, e allora si cominciò la detta maladizione di disfarle per gli Ghibellini. E ordinaro che della gente dello 'mperadore ritennero VIIIc cavalieri tedeschi al loro soldo, onde fu capitano il conte Giordano. Avvenne che infra l'anno medesimo che' Guelfi furono cacciati di Firenze quegli ch'erano a Montevarchi furono assaliti da le masnade de' Tedeschi che stavano in guernigione nel castello di Gangareta nel mercatale del detto Montevarchi, e di poca gente fue aspra battaglia, infino nell'Arno, dagli usciti guelfi di Firenze a' detti Tedeschi; a la fine i Tedeschi furono sconfitti, e gran parte di loro furono tra morti e presi; e ciò fu dì..., gli anni di Cristo MCCXLVIII.

<B>XXXIV</B>

 

<I>Come l'oste di Federigo imperadore fu sconfitta da' Parmigiani e dal legato del papa.</I>

In questo tempo Federigo imperadore si puose ad assedio a la città di Parma in Lombardia, imperciò ch'erano rubellati dalla sua signoria e teneano colla Chiesa, e dentro in Parma era il legato del papa con gente d'arme a cavallo per la Chiesa in loro aiuto. Federigo con tutte le sue forze e quelle de' Lombardi v'era intorno, e stettevi per più mesi, e giurato aveva di non partirsi mai, se prima non l'avesse; e però avea fatto incontro a la detta città di Parma una bastita a modo d'un'altra cittade con fossi, e steccati, e torri, e case coperte e murate, a la quale puose nome Vittoria; e per lo detto assedio avea molto ristretta la città di Parma, e era sì assottigliata di fornimento di vittuaglia, che poco tempo si poteano più tenere, e ciò sapea bene lo 'mperadore per sue spie; e per la detta cagione quasi gli tenea come gente vinta, e poco gli curava. Avenne, come piacque a Dio, che uno giorno lo 'mperadore, per prendere suo diletto, si andò in caccia con uccegli e con cani, con certi suoi baroni e famigliari, fuori di Vittoria; i cittadini di Parma avendo ciò saputo per loro spie, come gente avolontata, ma più come disperata, uscirono tutti fuori di Parma armati, popolo e cavalieri, a una ora, e vigorosamente da più parti assaliro la detta bastita di Vittoria. La gente dello 'mperadore improvisi, e non con ordine, e con poca guardia, come coloro che non curavano i nemici, veggendosi così sùbiti e aspramente assaliti, e non essendovi il loro signore, non ebbono nulla difesa, anzi si misono in fugga e inn-isconfitta; e sì erano tre cotanti cavalieri e genti a piè che quegli di Parma; ne la quale sconfitta molti ne furono presi e morti, e lo 'mperadore medesimo sappiendo la novella, con gran vergogna si fuggìo a Chermona; e' Parmigiani presono la detta bastita, ove trovarono molto guernimento e vittuaglia, e molte vasellamenta d'argento, e tutto il tesoro che·llo 'mperadore aveva in Lombardia, e la corona del detto imperadore, la quale i Parmigiani hanno ancora nella sagrestia del loro vescovado, onde furono tutti ricchi; e spogliato il detto luogo della preda, vi misero fuoco, e tutto l'abattero, acciò che mai non v'avesse segno di cittade, né di bastita; e ciò fu il primo martedì di febbraio, gli anni di Cristo MCCXLVIII.

<B>XXXV</B>

 

<I>Come i Guelfi usciti di Firenze furono presi nel castello di Capraia.</I>

Poco tempo appresso lo 'mperadore si partì di Lombardia, e lasciovvi suo vicario generale Enzo re di Sardigna suo figliuolo naturale, con gente assai a cavallo, sopra la taglia de' Lombardi, e venne in Toscana, e trovò che·lla parte de' Ghibellini, che signoreggiavano la città di Firenze, del mese di marzo s'erano posti ad assedio al castello di Capraia, nel quale erano i caporali delle maggiori case de' nobili guelfi usciti di Firenze. Lo 'mperadore vegnendo in Toscana, non volle entrare nella città di Firenze, né mai v'era entrato, ma se ne guardava, che per suoi aguri, overo detto d'alcuno demonio, overo profezia, trovava ch'egli dovea morire in Firenze, onde forte temea; ma passò all'oste, e andossene a soggiornare nel castello di Fucecchio, e la maggior parte di sua gente lasciò all'asedio di Capraia, il quale castello per forte assedio e fallimento di vittuaglia non possendosi più tenere, feciono quegli d'entro consiglio di patteggiare, e avrebbono avuto ogni largo patto ch'avessono voluto; ma uno calzolaio uscito di Firenze, ch'era stato uno grande anziano, non essendo richesto al detto consiglio, isdegnato si fece alla porta, e gridò a quegli dell'oste che·lla terra non si potea più tenere; per la qual cosa quegli dell'oste non vollono intendere a patteggiare, onde quegli d'entro, come gente morta, s'arrendero a la mercé dello imperadore; e ciò fu del mese di maggio, gli anni di Cristo MCCXLVIIII. E' capitani de' detti Guelfi era il conte Ridolfo di Capraia e messer Rinieri Zingane de' Bondelmonti; e rapresentati a Fucecchio allo 'mperadore, tutti gli ne menò seco pregioni in Puglia, e poi per lettere a ambasciadori mandatigli per gli Ghibellini di Firenze, a tutti quegli delle gran case nobili di Firenze fece trarre gli occhi, e poi mazzerare in mare, salvo messer Rinieri Zingane: perché 'l trovò savio e magnanimo no·llo volle fare morire, ma fecelo abacinare degli occhi, e poi in su l'isola di Montecristo come religioso finì sua vita. E 'l sopradetto calzolaio da quegli di fuori fu guarentito, il quale, tornati poi i Guelfi in Firenze, egli vi ritornò, e riconosciuto in parlamento, a grido di popolo fu lapidato, e vilmente per gli fanciulli strascinato per la terra, e gittato a' fossi.

<B>XXXVI</B>

 

<I>Come il re Luis di Francia fue sconfitto e preso da' Saracini a la Monsura in Egitto.</I>

Nel detto tempo essendo il buono Luis re di Francia andato oltremare con grande stuolo e passaggio di navilio, e in sua compagnia Ruberto conte d'Artese e Carlo conte d'Angiò suoi fratelli, con tutta la baronia di Francia, puosono in Egitto con allegro cominciamento, ma con tristo fine; che nella loro venuta ebbono di presente la città di Dammiata, e poi volendo andare per forza d'arme al Caro e Babbillonia d'Egitto, ov'era il soldano e tutto suo podere, come furono al luogo detto la Monsura, avendo avute più battaglie e assalti da Saracini, e di tutte essendo vincitori i Franceschi, il soldano conoscendo ch'egli erano in quella parte ch'a·llui piaceva, maestrevolmente fece rompere in più parti gli argini del fiume del Calice, ch'esce dal fiume del Nilo, i quali argini sono a modo di quelli che sono sopra il fiume del Po in Lombardia; e rotti i detti argini, il fiume che soprasta alle pianure d'Egitto incontanente allagò tutto il piano dov'era l'oste de' Franceschi per tale modo che molti n'anegaro, e non potevano andare a neuno salvamento, né riconoscere via o cammino, né avere mercato né vittuaglia; onde gran parte dell'oste chi morì di fame e chi affogò in acqua, e tutti i loro cavalli e bestiame moriro. Per la qual cosa di nicessità quegli che scampati erano s'arendero a pregioni al soldano e a' Saracini, e fu preso il detto re Luis e Carlo conte d'Angiò suo fratello con molti baroni; e morìvi Ruberto conte d'Artese. Ma come piacque a Dio, avuti i Cristiani la detta aversità, il detto Luis e' suoi baroni tosto trovarono pace e redenzione da' Saracini, ché rendendo la città di Dammiata, e pagando CCm di parigini furono liberi; ma Carlo si fuggì colla guardia ch'avea nome Ferzacata. La detta scofitta fue a dì XXVII di marzo, gli anni di Cristo MCCL. E come lo re Luis e gli suoi baroni furono ricomperati, e pagata la detta moneta, si tornarono in ponente; e per ricordanza della detta presura, acciò che vendetta ne fosse fatta o per Luis o per li suoi, lo re Luis fece fare nella moneta del tornese grosso dal lato della pila le bove da pregioni. E nota che quando questa novella venne in Firenze, signoreggiando i Ghibellini, ne feciono festa e falò, secondo che si dice. Lasceremo a parlare de' Franceschi, e torneremo a nostra materia, a dire de' fatti di Firenze, e di Federigo imperadore, e della sua fine.

<B>XXXVII</B>

 

<I>Come lo re Enzo figliuolo di Federigo imperadore fue sconfitto e preso da' Bolognesi.</I>

Negli anni di Cristo MCCL, del mese di maggio, lo re Enzo figliuolo di Federigo imperadore, essendo rimaso generale vicario e capitano della taglia in Lombardia, venne ad oste sopra la città di Bologna, i quali si teneano colla Chiesa di Roma, ed eravi il legato del papa con gente d'arme al soldo della Chiesa. I Bolognesi uscirono fuori vigorosamente, popolo e cavalieri, incontra il detto re Enzo, e combattersi co·llui, e sconfissollo e presollo nella detta battaglia con molta di sua gente, e lui misono in carcere in una gabbia di ferro, e in quella con grande misagio finì sua vita a grande dolore.

<B>XXXVIII</B>

 

<I>Come certi Ghibellini di Firenze furono sconfitti nel borgo di Fegghine dagli usciti guelfi</I>

Per la partita che·llo 'mperadore fece di Toscana, e per la sconfitta ch'ebbe lo re Enzo da' Bolognesi, come detto avemo, la forza dello 'mperio cominciò alquanto a calare in Toscana e in Lombardia; e quegli che teneano parte guelfa e della Chiesa cominciarono a prendere forza e vigore. Avenne che essendo il vicario dello 'mperadore co' Fiorentini ghibellini ad assedio al castello d'Ostina in Valdarno, il quale gli usciti guelfi di Firenze aveano rubellato, e essendo grande parte de la detta oste nel borgo di Fegghine per guardia, acciò che' Guelfi ch'erano co·lloro amistade in Montevarchi raunati non potessono venire a soccorrere il detto castello d'Ostina, i detti Guelfi partendosi di Montevarchi la notte di santo Matteo di settembre, gli anni di Cristo MCCL, vennero e entraro ne' detti borghi di Fegghine, e subitamente assalendo la detta gente, per la notte ch'era, e sùbito assalto, sanza nulla difenza furono sconfitti, e la maggiore parte morti e presi per le case; e la mattina vegnente si levò l'oste villanamente da Ostina, e tornò in Firenze.

<B>XXXIX</B>

 

<I>Come in Firenze si fece il primo popolo per riparare le forze e le 'ngiurie che facieno i Ghibellini.</I>

Tornata la detta oste in Firenze, si ebbe infra' cittadini grande ripitio, imperciò che i Ghibellini che signoreggiavano la terra gravavano il popolo d'incomportabili gravezze, libbre e imposte; e con poco frutto, che' Guelfi erano già isparti per lo contado di Firenze, e teneano molte castella, e faceano guerra alla cittade, e oltre a·cciò quegli della casa degli Uberti e tutti gli altri nobili ghibellini tiranneggiavano il popolo di gravi torsioni e forze e ingiurie. Per la qual cosa i buoni uomini di Firenze raunandosi insieme a romore, e feciono loro capo a la chiesa di San Firenze; e poi per la forza degli Uberti non v'ardiro a stare, sì n'andarono a stare a la chiesa de' frati minori a Santa Croce, e ivi stando armati, non s'ardivano di tornare a·lloro case, acciò che dagli Uberti e gli altri nobili, avendo lasciate l'arme, non fossono rotti, e da le signorie condannati. Sì n'andaro armati alle case delli Anchioni da San Lorenzo, ch'erano molto forti, e qui armati durando, co·lloro forza feciono XXXVI caporali di popolo, e levarono la signoria a la podestà ch'allora era in Firenze, e tutti gli uficiali rimossono. E ciò fatto, sanza contasto sì ordinarono e feciono popolo con certi nuovi ordini e statuti, e elessono capitano di popolo messer Uberto da Lucca; e fu il primo capitano di Firenze; e feciono XII anziani di popolo, due per ciascuno sesto, i quali guidavano il popolo e consigliavano il detto capitano, e ricogliensi nelle case della Badia sopra la porta che vae a Santa Margherita, e tornavansi alle loro case a mangiare e a dormire. E ciò fu fatto a dì XX d'ottobre, gli anni di Cristo MCCL, e in quello dì si diedono per lo detto capitano XX gonfaloni per lo popolo a certi caporali partiti per compagnie d'arme e per vicinanze, e a più popoli insieme, acciò che quando bisognasse, ciascuno dovesse trarre armato al gonfalone della sua compagnia, e poi co' detti gonfaloni trarre al detto capitano del popolo. E feciono fare una campana, la quale tenea il detto capitano in su la torre del Leone; e 'l gonfalone principale del popolo, ch'avea il capitano, era dimezzata bianca e vermiglia. Le 'nsegne de' detti gonfaloni erano queste: nel sesto d'Oltrarno, il primo si era il campo vermiglio e la scala bianca; il secondo, il campo bianco con una ferza nera; il terzo, il campo azzurro iv'entro una piazza bianca con nicchi vermigli; il quarto, il campo rosso con uno dragone verde. Nel sesto di San Piero Scheraggio, il primo fu il campo azzurro e uno carroccio giallo, overo a oro; il secondo, il campo giallo con uno toro nero; il terzo, il campo bianco con uno leone rampante nero; il quarto, era pezza gagliarda, cioè a liste a traverso bianche e nere: questa era di San Pulinari. Nel sesto di Borgo, il primo era il campo giallo e una vipera, overo serpe verde; il secondo, il campo bianco e una aguglia nera; il terzo, il campo verde con uno cavallo isfrenato covertato a bianco e a croce rossa. Nel sesto di San Brancazio, il primo, il campo verde con uno leone naturale rampante; il secondo, il campo bianco con uno leone rampante rosso; il terzo, il campo azzurro con uno leone rampante bianco. In porte del Duomo, il primo, il campo azzurro con uno leone a oro; il secondo, il campo giallo con uno drago verde; il terzo, il campo bianco con uno leone rampante azzurro incoronato. Nel sesto di porte San Piero, il primo, il campo giallo con due chiavi rosse; il secondo, a ruote acerchiate bianche e nere; il terzo, il di sotto a vai e di sopra rosso. E come ordinò il detto popolo le 'nsegne e gonfaloni in città, così fece in contado a tutti i pivieri il suo ch'erano LXXXXVI; e ordinargli a leghe, acciò che·ll'una atasse l'altra, e venissero a città e in oste quando bisognasse. Per questo modo s'ordinò il popolo vecchio di Firenze, e per più fortezza di popolo ordinaro e cominciaro a fare il palagio il quale è di dietro a la Badia, e in su la piazza di San Pulinari, cioè quello ch'è di pietre conce colla torre; ché prima non avea palagio di Comune in Firenze, anzi stava la signoria ora in una parte de la città e ora in altra. E come il popolo ebbe presa signoria e stato, sì ordinaro per più fortezza di popolo che tutte le torri di Firenze, che ce n'avea grande quantità alte CXX braccia, si tagliassono e tornassono alla misura di L braccia e non più, e così fu fatto; e delle pietre si murò poi la città oltrarno.

<B>XL</B>

 

<I>Delle insegne per guerra ch'usava il Comune di Firenze.</I>

Poi ch'avemo detto de' gonfaloni e insegne del popolo, è convenevole che facciamo menzione di quelle de' cavalieri e della guerra, e come i sesti andavano per ordine nell'osti. La 'nsegna della cavalleria del sesto d'Oltrarno era tutta bianca; quella di San Piero Scheraggio a traverso nera e gialla, e ancora oggi l'usano i cavalieri in loro sopransegne ad armeggiare; quello di Borgo addogato per lungo bianco e azzurro; quello di San Brancazio tutto vermiglio; quello di porte del Duomo era...; quello di porte San Piero era tutto giallo. Le 'nsegne dell'oste erano le prime del Comune dimezzate bianche e vermiglie: queste aveva la podestà. Quelle della posta dell'oste e guardia del carroccio erano due, l'uno campo bianco e croce piccola rossa, l'altro per contrario campo rosso e croce bianca. Quello del mercato era...; quelle de' balestrieri erano due, l'una il campo bianco, e l'altra vermiglio, in ciascuno il balestro; e per simile modo quelle de' pavesari, l'uno gonfalone bianco col pavese vermiglio e il giglio bianco, e l'altro rosso col pavese bianco e 'l giglio rosso; e quegli degli arcadori l'uno bianco e l'altro rosso, iv'entro gli archi; quello della salmeria era bianco col mulo nero; e quello de' ribaldi bianco co' ribaldi dipinti in gualdana e giucando. Queste insegne de' cavalieri e dell'oste si davano sempre il dì di Pentecosta ne la piazza di Mercato Nuovo, e per antico così ordinate, e davansi a' nobili e popolani possenti per la podestà. I sesti quando andavano tre insieme, era ordinato Oltrarno Borgo, e San Brancazio, e gli altri tre insieme: e quando andavano a due sesti insieme, andava Oltrarno e San Brancazio, San Piero Scheraggio e Borgo, porte del Duomo e porte San Piero; e questo ordine fu molto antico. Lasceremo degli ordini di Firenze, e diremo della morte di Federigo imperadore, che molto fu utole e bisognevole a santa Chiesa, e al nostro Comune.

<B>XLI</B>

 

<I>Come lo 'mperadore Federigo morì a Firenzuola in Puglia.</I>

Nel detto anno MCCL, essendo Federigo imperadore in Puglia nella città di Fiorenzuola a l'uscita d'Abruzzi, si amalò forte, e già del suo aguro non si seppe guardare, che trovava che dovea morire in Firenze, e come dicemmo adietro, per la detta cagione mai non volle entrare in Firenze, né in Faenza; ma male seppe interpetrare la parola mendace del dimonio, che gli disse si guardasse che morrebbe in Firenze, e elli non si guardò di Fiorenzuola. Avenne che agravando de la detta malatia, essendo co·llui uno suo figliuolo bastardo ch'avea nome Manfredi, disiderando d'avere il tesoro di Federigo suo padre, e la signoria del Regno e di Cicilia, e temendo che Federigo di quella malatia non iscampasse o facesse testamento, concordandosi col suo segreto ciamberlano, promettendoli molti doni e signoria, con uno pimaccio che a Federigo puose il detto Manfredi in su la bocca, sì·ll'afogò; e per lo detto modo morì il detto Federigo disposto dello 'mperio e scomunicato da santa Chiesa, sanza penitenzia, o nullo sagramento di santa Chiesa. E per questo potemo notare la parola che Cristo disse nel Vangelio: "Voi morrete nelle peccata vostre"; che così avenne a Federigo, il quale fu così nimico di santa Chiesa, ch'egli fece morire la moglie e Arrigo re suo figliuolo, e... e videsi sconfitto e preso Enzo suo figliuolo, e egli dal suo figliuolo Manfredi vilmente morto e sanza penitenza; e ciò fu il dì di santa Lucia di dicembre, gli anni detti MCCL. E lui morto, Manfredi detto prese la guardia del reame e tutto il tesoro, e 'l corpo di Federigo fece portare e soppellire nobilemente alla chiesa di Monreale di sopra a la città di Palermo in Cicilia, e a la sua sepultura volendo scrivere molte parole di sua grandezza e podere, e grandi cose fatte per lui, uno cherico Trottano fece questi brievi versi, i quali piacquero molto a Manfredi e agli altri baroni, e fecegli intagliare nella detta sepultura, gli quali diceano:

Si probitas, sensus, virtutum gratia, census,

Nobilitas orti possint resistere morti,

Non foret extintus Federicus qui iacet intus.

E nota che in quello tempo che lo 'mperadore Federigo morìo avea mandato in Toscana per tutti gli stadichi di Guelfi per fargli morire; e andando in Puglia, quando furono in Maremma, seppono novelle della morte di Federigo, le guardie per paura gli lasciarono; i quali ricoverarono in Campiglia, e di là tornarono a Firenze e nell'altre terre di Toscana molto poveri e bisognosi.

<B>XLII</B>

 

<I>Come il popolo di Firenze rimisono per pace i Guelfi in Firenze.</I>

La notte medesima che morì Federigo imperadore morì il podestà che per lui era in Firenze, ch'avea nome messer Rinieri da Montemerlo, che dormendo nel letto suo gli cadde adosso una volta ch'era sopra la camera, e ciò fu in casa gli Abati. E ciò fu bene segnale che nella città di Firenze dovea morire la sua signoria, e così avenne assai tosto; ché essendo levato popolo in Firenze per le forze e oltraggi de' nobili ghibellini, come avemo detto adietro, e vegnendo in Firenze novelle de la morte del detto Federigo, pochi giorni appresso, il popolo di Firenze rappellò e rimisono in Firenze la parte de' Guelfi che fuori n'erano cacciati, faccendo loro fare pace co' Ghibellini; e ciò fu a dì VII di gennaio, gli anni di Cristo MCCL.

<B>XLIII</B>

 

<I>Come al tempo del detto popolo i Fiorentini sconfissono i Pistolesi, e poi cacciarono certe case di Ghibellini di Firenze.</I>

Molto esultò la parte della Chiesa e parte guelfa per tutta Italia e per la morte dello 'mperadore, e la parte d'imperio e ghibellina abassò, imperciò che papa Innocenzo tornò d'oltre i monti colla corte a Roma, favorando i fedeli della Chiesa. Avenne che del mese di luglio, gli anni di Cristo MCCLI, il popolo e Comune di Firenze feciono oste a la città di Pistoia, ch'erano loro ribelli, e combattero co' detti Pistolesi, e sconfissongli a Monte Robbolini con grande danno de' morti e de' presi de' Pistolesi. E allora era podestà di Firenze messer Uberto da Mandella di Milano. E per cagione che la maggiore parte delle case de' Ghibellini di Firenze non piacea la signoria del popolo, perché parea loro che favorassono più ch'a·lloro non piacea i Guelfi, e per lo passato tempo erano usi di fare le forze e tiranneggiare per la baldanza dello 'mperadore, sì non vollono seguire il popolo né 'l Comune a la detta oste sopra Pistoia; anzi in detto e in fatto la contradiaro per animosità di parte, imperciò che Pistoia in quelli tempi si reggea a parte ghibellina; per la quale cagione e sospetto, tornata l'oste da Pistoia vittoriosamente, le dette case de' Ghibellini di Firenze furono cacciati e mandati fuori della città per lo popolo di Firenze il detto mese di luglio MCCLI. E cacciati i caporali de' Ghibellini di Firenze, il popolo e gli Guelfi che dimoraro a la signoria di Firenze si mutaro l'arme del Comune di Firenze; e dove anticamente si portava il campo rosso e 'l giglio bianco, si feciono per contradio il campo bianco e 'l giglio rosso, e' Ghibellini si ritennero la prima insegna; ma·lla insegna antica del Comune dimezzata bianca e rossa, cioè lo stendale ch'andava nell'osti in sul carroccio, non si mutò mai. Lasceremo alquanto de' fatti de' Fiorentini, e diremo alquanto della venuta del re Currado figliuolo dello 'mperadore Federigo.

<B>XLIV</B>

 

<I>Come lo re Currado figliuolo di Federigo imperadore venne d'Alamagna in Puglia, e ebbe la segnoria del reame di Cicilia, e come morì.</I>

Come il re Currado d'Alamagna seppe la morte dello 'mperadore Federigo suo padre, s'aparecchiò con grande compagnia per passare in Puglia e in Cicilia, per possedere il detto Regno, del quale Manfredi suo fratello bastardo s'era fatto vicario generale e signoreggiava tutto, salvo la città di Napoli e di Capova, i quali s'erano rubellati per la morte di Federigo, e tornati a l'ubbidenza della Chiesa. E per cagione della morte del detto Federigo molte cittadi di Lombardia e di Toscana aveano fatta mutazione, e tornate all'obedienza della Chiesa. Non si volle il detto Currado mettere a passare per terra, ma lui arrivato nella Marca di Trevigi, fece co' Viniziani apparecchiare grande navilio, e di là per mare con tutta sua gente arrivò in Puglia gli anni di Cristo MCCLI. E con tutto che Manfredi fosse cruccioso della sua venuta, perché intendea a esser signore del detto Regno, a Currado suo fratello fece grande accoglienza, rendendogli molto onore e reverenza. E come fue in Puglia, sì fece oste sopra la città di Napoli, la quale prima da Manfredi prenze di Salerno per V volte era stata osteggiata e assediata, e no·ll'avea potuta vincere, ma Currado con sua grande oste per lungo assedio ebbe la cittade, salvi le persone e la terra.

Ma Currado non attenne loro i patti, ma come fu in Napoli sì fece disfare le mura e tutte le fortezze di Napoli; e simigliantemente fece a la città di Capova che s'era rubellata, e in poco di tempo tutto il Regno recò sotto la sua signoria, abbattendo ogni ribello, o che fosse amico o seguace di santa Chiesa; e non solamente i laici, ma i religiosi e le sacre persone, fece morire per tormenti, rubando le chiese, e abbattendo chi non era della sua obbedienza, e promovendo i benefici, come fosse papa, sì che se Federigo suo padre fue persecutore di santa Chiesa, questo Currado, se fosse vivuto lungamente, sarebbe stato peggiore. Ma come piacque a Dio, poco appresso infermò di grande malatia, ma non però mortale, e faccendosi curare a medici fisiziani, Manfredi suo fratello, per rimanere signore, il fece a' detti medici per moneta e gran promesse avelenare in uno cristeo, e per tale sentenzia di Dio, per opera del fratello, di tale morte morìo sanza penitenzia e scomunicato gli anni di Cristo MCCLII. E di lui rimase in Alamagna uno picciolo figliuolo ch'ebbe nome Curradino, nato per madre della figlia del duca di Baviera.

<B>XLV</B>

 

<I>Come Manfredi figliuolo naturale di Federigo prese la signoria del regno di Cicilia e di Puglia, e fecesi coronare re.</I>

Morto Currado detto re della Magna, Manfredi rimase signore e balio di Cicilia e del Regno, con tutto che per la morte di Currado alquante terre del Regno si rubellassono, e papa Innocenzo quarto con grande oste della Chiesa si mise nel Regno per racquistare la terra che tenea Manfredi contra volontà della Chiesa, e sì come scomunicato. E come la detta oste della Chiesa fu entrata nel Regno, tutte le città e castella infino a Napoli s'arendero al detto papa; ma poco lui dimorato in Napoli, infermò e passò di questa vita gli anni di Cristo MCCLII, e nella città di Napoli fue soppellito. E per la morte del detto papa, e per la vacazione che dopo lui ebbe la Chiesa, che più di due anni stette sanza pastori, Manfredi racquistò tutto il Regno, e crebbe molto la sua forza e lungi e appresso; e con grande studio s'intendea con tutte le città d'Italia, ch'erano Ghibellini e fedeli dello imperio, e aiutavagli co' suoi cavalieri tedeschi, faccendo co·lloro taglia e compagnia in Toscana e in Lombardia. E quando il detto Manfredi si vide in gloria e inn-istato, si pensò di farsi fare re di Cicilia e di Puglia, e perché ciò gli venisse fatto, si recò ad amici con ispendio, e doni, e promesse, e ufici, i maggiori baroni de·Regno. E sappiendo come del re Currado suo fratello era rimaso uno suo figliuolo chiamato Curradino, il quale per ragione era diritto erede del reame di Cicilia, e era in Alamagna a la guardia della madre, sì si pensò una frodolente malizia per esser re, ch'elli raunò tutti i baroni del Regno, e propuose loro quello ch'avesse a·ffare della signoria, con ciò fosse cosa che elli avesse novelle come il suo nipote Curradino era grave infermo, e da non potere mai reggere reame; onde per gli suoi baroni fue consigliato che mandasse suoi ambasciadori in Alamagna a sapere dello stato di Curradino, e se fosse morto o infermo. Infino allora consigliavano che Manfredi fosse fatto re. A·cciò s'accordò Manfredi, come colui che tutto avea ordinato fittiziamente, e mandati i detti ambasciadori a Curradino e a la madre con ricchi presenti e grandi proferte. I quali ambasciadori giunti in Soavia, trovarono il garzone che la madre ne facea gran guardia, e co·llui tenea più altri fanciulli di gentili uomini vestiti di sua roba: dimandando i detti ambasciadori Curradino, la madre temendo di Manfredi, sì mostrò loro uno de' detti fanciulli. E quegli con ricchi presenti gli feciono doni e reverenzia, intra' quali doni furono de' confetti di Puglia avelenati, e quello garzone prendendone, tosto morìo. Eglino credendo Curradino avere morto di veleno, si partirono d'Alamagna, e come furono tornati in Vinegia, feciono fare alla loro galea vele di panno nero e tutti gli arredi neri, e eglino si vestiro a nero; e sì come giunsono in Puglia feciono sembiante di grande dolore, sì come da Manfredi erano amaestrati. E rapportato a Manfredi e a' baroni tedeschi del Regno come Curradino era morto, e fatto per Manfredi sembiante di grande corrotto, a grido de' suoi amici e di tutto il popolo, sì come avea ordinato, fu eletto re di Cicilla e di Puglia, e a Monreale in Cicilia si fece coronare gli anni di Cristo MCCLV.

 

 

<B>XLVI</B>

 

<I>De la guerra che fu tra papa Allessandro e lo re Manfredi.</I>

Dopo la morte di papa Innocenzo e della sua vacazione fu eletto papa Allessandro quarto, nato della città d'Alagna di Campagna, gli anni di Cristo MCCLV, e sedette nel papato anni VII, mesi, e dì. Il qual papa Allessandro avendo inteso come Manfredi s'era coronato re di Cicilia contra la volontà di santa Chiesa, per lo detto papa fu richesto Manfredi che lasciasse la signoria del Regno e di Cicilia, il quale non volle intendere né ubidire; per la qual cosa il detto papa prima lo scomunicò e privò. E poi mandò contro a·llui Otto cardinale legato con grande oste della Chiesa, e prese molte terre della marina di Puglia, ciò fu la città di Sipanto, e il Monte Santagnolo, e Barletta, e Bari, infino a Otranto in Calavra; ma poi la detta oste per la morte del detto legato tornò in vano, e Manfredi riprese e racquistò tutto; e ciò fu gli anni di Cristo MCCLVI. Il detto re Manfredi fue nato per madre d'una bella donna de' marchesi Lancia di Lombardia, con cui lo 'mperadore ebbe affare; e fu bello del corpo, e come il padre, e più, dissoluto in ogni lussuria; sonatore e cantatore era, volentieri si vedea intorno giocolari e uomini di corte, e belle concubine, e sempre si vestìo di drappi verdi; molto fue largo e cortese e di buon'aire, sì ch'egli era molto amato e grazioso; ma tutta sua vita fue epicuria, non curando quasi Idio né santi, se non al diletto del corpo. Nimico fu di santa Chiesa, e di cherici e de' religiosi, occupando le chiese, come il suo padre e più; ricco signore fu, sì del tesoro che gli rimase dello 'mperadore e del re Currado suo fratello, e per lo suo regno ch'era largo e fruttuoso. E egli, mentre che vivette, con tutte le guerre ch'ebbe colla Chiesa, il tenne in buono stato, sì che 'l montò molto di ricchezze e in podere per mare e per terra. Per moglie ebbe la figliuola del dispoto di Romania, ond'ebbe figliuoli e figliuole. L'arme che prese e portò fue quella dello 'mperio, salvo ove lo 'mperadore suo padre portò il campo ad oro e l'aguglia nera, egli portò il campo d'argento e l'aguglia nera. Questo Manfredi fece disfare la città di Sipanto in Puglia, perché per gli paduli che l'erano intorno non era sana, e non avea porto; e di quelli cittadini fece ivi presso a due miglia, in su la roccia e in luogo d'avere buono porto, fece fondare una terra, la quale per suo nome la fece chiamare Manfredonia, la quale ha oggi il migliore porto che sia da Vinegia a Brandizio. E di quella terra fue Manfredi Bonetta, conte camerlingo del detto re Manfredi, uomo di gran diletto, sonatore e cantatore, il quale per sua memoria fece fare la grande campana di Manfredonia, la qual è la più grande che si truovi di larghezza, e per la sua grandezza non può sonare. Lasceremo alquanto a parlare di Manfredi infino che luogo e tempo sarà, e torneremo ove lasciammo adietro a nostra materia de' fatti di Firenze, e di Toscana, e di Lombardia, con tutto ch'assai si mischiaro co' fatti del detto re Manfredi in più cose.

<B>XLVII</B>

 

<I>Come i Fiorentini sconfissono gli Ubaldini in Mugello.</I>

Negli anni di Cristo MCCLI i signori della casa degli Ubaldini co·lloro amistadi di Ghibellini e di Romagnuoli aveano fatta gran raunanza in Mugello per fare oste a Monte Accianico, che ancora non era loro. I Fiorentini vi cavalcaro, e sconfissono i detti Ubaldini con gran danno di loro e di loro amistà.

<B>XLVIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono Montaia, e misono in isconfitta le masnade de' Sanesi e de' Pisani.</I>

Nel detto anno essendo i Ghibellini usciti di Firenze entrati con masnade di Tedeschi, e rubellato al Comune di Firenze il castello di Montaia in Valdarno, e cavalcatovi i cavalieri delle quattro sestora di Firenze, che v'erano andati per porvi l'oste, i Ghibellini colla forza delle masnade de' Tedeschi non lasciarono acampare i Fiorentini, ma da' detti Ghibellini e Tedeschi furono rotti e cacciati. Per la qual cosa i Fiorentini per comune, popolo e cavalieri, co' Lucchesi e loro amistade del mese di gennaio v'andaro ad oste, e non lasciarono per lo forte tempo e grandissime nevi ch'erano allora che non tenessono l'assedio intorno intorno al castello, per modo che non vi potea entrare né uscire persona, gittandovi dentro più difici. Al soccorso del detto castello vennoro le masnade de' cavalieri di Siena e di Pisa, con popolo assai del contado di Siena, che allora si teneano a parte ghibellina; per la qual venuta de' Sanesi e de' Pisani si ricominciò la guerra da·lloro a' Fiorentini. E loro venuti, colle loro forze si puosono a campo a la badia a Coltobuono presso a Montaia a uno miglio. I Fiorentini ordinati i loro battifolli intorno al castello di pedoni e di buone guardie, la cavalleria di Firenze con certi pedoni eletti lasciarono l'assedio, e francamente s'adirizzaro contro a' Pisani e' Sanesi per combattere, non lasciando per le nevi né per la salita del poggio. Veggendo ciò i nimici, sanza attendere i Fiorentini si fuggiro vilmente in isconfitta con grande danno di loro e di loro arnesi; e veggendo ciò quegli del castello, s'arendero a pregioni, i quali tutti ne furono menati legati in Firenze, e 'l castello disfatto e abattuto; e ciò fu del detto mese di gennaio, essendo podestà di Firenze messere Filippo degli Ugoni da Brescia.

<B>XLIX</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono Tizzano e poi sconfissono i Pisani al Ponte ad Era, avendo i Pisani sconfitti i Lucchesi.</I>

Nel detto anno MCCLII i Fiorentini andaro per comune ad oste a Pistoia, e guastarla intorno, e puosono l'assedio al loro castello di Tizzano, e ebbollo a patti a dì XXIIII di giugno nel detto anno. E essendo la detta oste de' Fiorentini a Tizzano, ebbono novelle come i Pisani coll'aiuto de' Sanesi aveano sconfitti i Lucchesi a Montetopoli; incontanente compiero i patti e ebbono il castello, e si levaro da oste, e passaro in Valdarno per seguire i Pisani e loro oste, i quali sopragiunsono al Ponte ad Era, e quivi ebbe grande battaglia. A la fine i Pisani furono sconfitti, e' Lucchesi, che gli aveano legati pregioni, legaro e presono i Pisani, e la caccia fu infino a la badia a San Savino presso a Pisa a tre miglia, onde molti ne furono morti de' Pisani e de' Sanesi, e presi più di IIIm, i quali ne vennero legati a Firenze, sanza quegli che ne menarono i Lucchesi; e fu presa la podestà di Pisa, ch'avea nome messer Angiolo di Roma. E ciò fu al tempo ch'era podestà di Firenze messere Filippo delli Ugoni di Brescia, il primo dì del mese di luglio nel detto anno MCCLII.

<B>L</B>

 

<I>Come fu fatto il ponte a Santa Trinita.</I>

In questo tempo essendo la città di Firenze per la signoria del popolo in felice stato, si fece il ponte sopra l'Arno di Santa Trinita a casa i Frescobaldi oltrarno; e in ciò adoperò molto il procaccio di Lamberto Frescobaldi, il quale era nel popolo grande anziano, ed egli e' suoi venuti in grande stato e ricchezza.

<B>LI</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono il castello di Fegghine.</I>

Nel detto tempo, essendo gli usciti ghibellini di Firenze col conte Guido Novello della casa de' conti Guidi e ritratti nel castello di Fegghine, il quale era molto forte, e rubellatolo al Comune di Firenze, essendo l'oste de' Fiorentini fuori sopra i Pisani, come detto è di sopra, tornata la detta oste vittoriosamente in Firenze, incontanente sanza soggiorno andarono e puosonsi ad oste a Fegghine, e a quella dirizzarono difici, e diedonvi aspre battaglie; alla fine s'arendero a patti d'andarne sani e salvi il conte co' forestieri, e' Ghibellini usciti di tornare in Firenze per pace; e ciò fu perché più casati guelfi ch'erano terrazzani di Fegghine, non piacendo loro la signoria de' Ghibellini, cercaro il detto trattato. E chi disse che quegli della casa de' Franzesi, per moneta ch'ebbono da' Fiorentini, aveano ordinato di dare loro il castello; per la qual cosa il conte e gli usciti di Firenze vennero a' detti patti. E partitone il conte e sua gente, la terra fue contra' patti rubata e arsa e abattuta; e ciò fu alla signoria del detto messer Filippo degli Ugoni, del mese d'agosto gli anni di Cristo MCCLII.

<B>LII</B>

 

<I>Come i Sanesi furono sconfitti da' Fiorentini a Monte Alcino.</I>

Nel detto tempo, essendo l'oste de' Fiorentini a Fegghine, i Sanesi andarono ad oste a Monte Alcino, il qual era raccomandato del Comune di Firenze per gli patti della pace tra' Fiorentini e' Sanesi, e molto aveano istretto il castello con battaglie e difici; e ciò sentendo i Fiorentini, incontanente v'andarono al soccorso, e combattero co' Sanesi, e sconfissongli, e molti ne furono morti e presi, e per gli Fiorentini fue guernito Monte Alcino; ed era podestà di Firenze il detto messer Filippo degli Ugoni; ciò fu gli anni di Cristo MCCLII del mese di settembre. E tornaro in Firenze con grande vittoria di più battaglie di campo, vinte e più terre e castella; ma a quello tempo i Fiorentini erano uniti per lo buono popolo, e andavano in persona a cavallo e a piè nell'osti, e con cuore e con franchezza, sicché di tutte patti bene aventurosamente in questo anno recarono triunfo e vittoria in Firenze.

<B>LIII</B>

 

<I>Come di prima si feciono in Firenze i fiorini dell'oro.</I>

Tornata e riposata l'oste de' Fiorentini colle vittorie dette dinanzi, la cittade montò molto inn-istato e in ricchezze e signoria, e in gran tranquillo: per la qual cosa i mercatanti di Firenze, per onore del Comune, ordinaro col popolo e comune che·ssi battesse moneta d'oro in Firenze; e eglino promisono di fornire la moneta d'oro, che in prima battea moneta d'ariento da danari XII l'uno. E allora si cominciò la buona moneta d'oro fine di XXIIII carati, che si chiamano fiorini d'oro, e contavasi l'uno soldi XX; e ciò fu al tempo del detto messere Filippo degli Ugoni di Brescia, del mese di novembre gli anni di Cristo MCCLII. I quali fiorini, gli otto pesavano una oncia, e dall'uno lato era la 'mpronta del giglio, e dall'altro il san Giovanni. Per cagione della detta nuova moneta del fiorino d'oro, sì·cci acadde una bella novelletta, e da dovere notare. Cominciati i detti nuovi fiorini a spargersi per lo mondo, ne furono portati a Tunisi in Barberia; e recati dinanzi al re di Tunisi, ch'era valente e savio signore, sì gli piacque molto, e fecene fare saggio, e trovata di fine oro, molto la commendò, e fatta interpetrare a' suoi interpetri la 'mpronta e scritta del fiorino, trovò dicea: "Santo Giovanni Batista"; e dal lato del giglio: "Fiorenzia". Veggendo era moneta di Cristiani, mandò per gli mercatanti pisani che allora erano franchi e molto innanzi al re (e eziandio i Fiorentini si spacciavano in Tunisi per Pisani), e domandogli che città era tra' Cristiani quella <I>Florenza</I> che faceva i detti fiorini. Rispuosono i Pisani dispettosamente e per invidia, dicendo: "Sono nostri Arabi fra terra", che tanto viene a dire come nostri montanari. Rispuose saviamente il re: "Non mi pare moneta d'Arabi; o voi Pisani, quale moneta d'oro è la vostra?". Allora furono confusi e non seppono rispondere. Domandò se tra·lloro era alcuno di Florenza; trovovisi uno mercatante d'Oltrarno ch'avea nome Pera Balducci, discreto e savio. Lo re lo domandò dello stato e essere di Firenze, cui i Pisani faceano loro Arabi; lo quale saviamente rispuose, mostrando la potenzia e la magnificenzia di Fiorenza, e come Pisa a comparazione non era di podere né di gente la metà di Firenze, e che non aveano moneta d'oro, e che il fiorino era guadagnato per gli Fiorentini sopra loro per molte vittorie. Per la qual cagione i detti Pisani furono vergognati, e lo re per cagione del fiorino, e per le parole del nostro savio cittadino, fece franchi i Fiorentini, e che avessono per loro fondaco d'abitazione e chiesa in Tunisi, e privilegiogli come i Pisani. E questo sapemo di vero dal detto Pera, uomo degno di fede, che·cci trovammo co·llui in compagnia all'uficio del priorato.

<B>LIV</B>

 

<I>Come i Fiorentini feciono oste a Pistoia, e ebborla, e poi la città di Siena, e presono più loro castella.</I>

Negli anni di Cristo MCCLIII i Fiorentini feciono oste sopra la città di Pistoia, che si tenea a parte ghibellina, e guastarla intorno intorno, per modo che neuno ne potea uscire. I Pistolesi veggendosi così assediati, sanza speranza di soccorso o aiuto neuno, sì s'arrenderono, a patti di rimettere i loro usciti guelfi in Pistoia, e che i Fiorentini vi facessono uno castello il quale fosse in sulla porta che viene da Firenze, e quello si facesse guardare per gli Fiorentini; e così fue fatto forte e bello, con tutto che assai dispiacesse a' Pistolesi; ma tuttora si tenne per gli Fiorentini infino che durò il buono popolo vecchio. Ma dopo la sconfitta da Monte Aperti, tornati i Ghibellini in Pistoia, si disfece il detto castello per gli Pistolesi. E tornata la detta felice oste a Firenze, incontanente andarono sopra la città di Siena, e diedono il guasto, e andarono infino al castello di Monte Alcino ch'è di là da Siena, e contra la forza de' Sanesi guernirono il detto castello, imperciò ch'era a·lloro lega e accomandagione; e presono Rapolano e più altre castella e fortezze de' Sanesi, e tornarono in Firenze con grande onore; e a quello era podestà di Firenze messer Paolo da Soriano.

<B>LV</B>

 

<I>Come i Fiorentini feciono oste a Siena, e' Sanesi feciono le comandamenta, e fue pace tra·lloro.</I>

Nell'anno seguente MCCLIIII, essendo podestà di Firenze messer Guiscardo da Pietrasanta di Milano, i Fiorentini feciono oste per comune sopra la città di Siena, e puosono il campo e assedio al castello di Montereggione; e di certo l'avrebbono avuto, però che i Tedeschi che 'l guardavano erano in trattato di renderlo per libbre Lm di soldi XX il fiorino d'oro; e trovato gli anziani in una notte solo XX cittadini che ciascuno ne proferse M, sanza quegli delle minori somme; sì erano allora i cittadini in buona disposizione per lo bene del comune! Ma i Sanesi per non perdere Montereggioni feciono le comandamenta de' Fiorentini, e fue fatta pace tra·lloro e' Sanesi, e al tutto quetaro a' Fiorentini il castello di Monte Alcino.

<B>LVI</B>

 

<I>Come i Fiorentini ebbono ii castello di Poggibonizzi e quello di Mortenana.</I>

Nel detto anno partitasi la detta bene aventurosa oste de' Fiorentini di su il contado di Siena, sì ebbono il castello di Poggibonizzi a patti, e poi il castello di Mortenana degli Isquarcialupi ebbono per forza e per ingegno, ch'era rubellato da' Fiorentini; e coloro che prima v'entrarono dentro furono fatti franchi in perpetuo da' Fiorentini.

<B>LVII</B>

 

<I>Come i Fiorentini sconfissono i Volterrani e combattendo presono la città di Volterra.</I>

Come la detta oste si partì da Poggibonizzi, sanza tornare in Firenze, andò sopra la città di Volterra che·lla teneano i Ghibellini, e giugnendo la detta oste su per le piagge e vigne di Volterra guastando, per intendimento che come l'avessono guasta tornarsi a Firenze, con ciò fosse che·lla città di Volterra fosse delle più forti terre d'Italia, avenne, come piacque a Dio, una bella e improvisa vittoria a' Fiorentini; che' Volterrani, veggendo l'oste presso a le porte della loro città, con grande rigoglio e baldanza tutta la buona gente de la terra usciro fuori a la battaglia sanza niuno buono ordine di guerra o capitaneria, e assaliro i Fiorentini molto aspramente, e assai gli danneggiaro per lo vantaggio della scesa dal poggio. Ma il buono popolo de' Fiorentini vigorosamente sostennero la battaglia; e cominciato l'asalto, la cavalleria de' Fiorentini pinse al poggio all'aiuto del popolo che combatteano co' Volterrani, per modo che per forza gli misono in volta e in isconfitta. E fuggendo i Volterrani per ricoverare nella città, ch'erano le porte aperte, i Fiorentini mischiati co' Volterrani, combattendo co·lloro e cacciando insieme, sanza grande contasto si misono dentro a le porte; e quegli ch'erano a la guardia, veggendo i loro cittadini tornare in isconfitta, si misono a la fugga per modo che, ingrossando la gente de' Fiorentini, presono le porte, e le fortezze di sopra guerniro di loro gente, e entrato dentro, incontanente corsono la città sanza contasto niuno, anzi vennono loro incontro il vescovo con tutto il chericato della città colle croci in mano, e le donne della città scapigliate, gridando pace e misericordia. Per la qual cosa i Fiorentini, entrati nella terra, non vi lasciarono fare nulla ruberia, né micidio, né altro malificio, se non che a·lloro guisa riformaro la signoria, e poi ne mandarono fuori i caporali de' Ghibellini; e questo fue del mese d'agosto gli anni di Cristo MCCLIIII, a la detta signoria di messere Guiscardo da Pietrasanta.

<B>LVIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini andaro ad oste sopra Pisa, e' Pisani feciono le loro comandamenta.</I>

Come i Fiorentini ebbono riformata la città di Volterra a·lloro volontà, sanza tornare in Firenze, la loro bene aventurosa oste andarono sopra la città di Pisa. I Pisani avendo intese le vittorie de' Fiorentini, e la presa della forte città di Volterra, isbigottiti molto, mandarono loro ambasciadori a l'oste de' Fiorentini colle chiavi in mano in segno d'umiltà, per trattare di pace, e fare il piacere de' Fiorentini; la qual pace fue accettata in questo modo: che' Fiorentini a perpetuo fossono franchi in Pisa, sanza pagare niente di gabella né di niuno diritto di nulla mercatantia che entrasse o uscisse in Pisa per mare o per terra, e che i Pisani terrebbono il peso di Firenze, e la misura de' panni, e una lega di moneta, e di non essere contradi né fare guerra a' Fiorentini, né dare aiuto privato o palese a' loro nemici; e per patto domandaro la terra di Piombino o 'l castello di Ripafratta. E sentendo ciò i Pisani furono molto crucciosi, spezialmente perché i Fiorentini non prendessero Piombino per cagione del porto, e disdire non poteano la richesta de' Fiorentini. Uno Pisano ch'avea nome Vernagallo disse: "Se noi vogliamo ingannare i Fiorentini, mostrianne più teneri di Ripafratta che di Piombino, e eglino per prendere più tosto quello che più ci spiaccia, e per infestamento de' Lucchesi, prenderanno Ripafratta"; e così avenne, e Ripafratta presono, e poco appresso i Fiorentini la donaro a' Lucchesi. E ciò fu poco senno per gli Fiorentini, ch'avendo Piombino, e porto in mare, e la signoria di Volterra, troppo n'acrescea la città di Firenze. E per ciò tenere fermo, diedono i Pisani a' Fiorentini cinquanta stadichi de' migliori uomini di Pisa, i quali ne vennero in Firenze; ma poco tempo i detti Pisani attennero la detta pace. E ciò fatto per gli Fiorentini, la detta felice e bene aventurosa oste tornò in Firenze con grande trionfo e onore; e ciò fu del mese di settembre, gli anni di Cristo MCCLIIII, essendo podestà di Firenze il detto messer Guiscardo da Pietrasanta di Milano. E il detto anno fue per gli Fiorentini chiamato l'anno vittorioso; che ciò che per la detta oste s'imprese di fare venne loro bene fatto, e con grande vittoria e onore. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novitadi state ne' detti tempi in diverse parti brievemente.

<B>LIX</B>

 

<I>Come il grande Cane de' Tartari si fece Cristiano, e mandò sua oste col fratello sopra i Saracini in Soria.</I>

Negli anni di Cristo MCCLIIII Mango, nipote che fu de Occota Cane imperadore de' Tartari, a richesta e amaestramento del re Aiton d'Ermenia si fece battezzare Cristiano, e col detto re d'Ermenia mandò Haloon suo fratello con grandissimo esercito di Tartari a cavallo per conquistare la Terrasanta, e renderla a' Cristiani. E vegnendo per lo reame di Persia, isconfisse il calif di Baldacca, ciò era il papa de' Saracini, e prese il detto calif e la città di Baldracca, che anticamente fue la grande Babbillonia chiamata, e 'l detto calif mise in pregione nella camera del suo tesoro medesimo, la quale era la più ricca d'oro e d'argento e di pietre preziose che fosse al mondo, e per avarizia non avea soldati, cavalieri, e genti a sua difenzione. Per la qual cosa il detto imperadore de' Tartari gli disse che del suo tesoro che s'avea serbato convenia che mangiasse, e vivesse sanza altra vivanda; e così tra quello tesoro morì di fame: e ciò fu gli anni di Cristo MCCLVI. Appresso il detto Haloon col re d'Ermenia discesono in Soria, vegnendo conquistando le province e terre di Saracini, e per forza presono la città d'Alappo, e quella di Damasco, e Antioccia, che teneano i Saracini; e il soldano d'Alappo fu preso, e tutto suo paese distrutto; e ciò fu gli anni di Cristo MCCLX. Ma ciò fatto, non compié di racquistare Gerusalem, perch'ebbe novelle che Mango Cane imperadore suo fratello era morto; e per essere egli gran Cane, cioè in nostra lingua grande imperadore, tornò in suo paese, e lasciòe il conquisto della detta Terrasanta.

<B>LX</B>

 

<I>Come si cominciò la prima guerra tra' Genovesi e' Viniziani.</I>

Negli anni di Cristo MCCLVI si cominciò nella città d'Acri in Soria la guerra tra' Genovesi e' Viniziani, per cagione che ciascuno di loro Comuni vi volea essere il maggiore, e per la possessione di San Sabe d'Acri, che ciascuno la volea; onde derivò molto di male per gli tempi appresso, come di loro fatti faremo menzione. In quella riotta i Viniziani furono soperchiati da' Genovesi, ma ivi a due anni, ciò fu nel MCCLVIII, trovandosi in Acri l'armata de' Genovesi, ch'erano L galee e IIII navi, furono sconfitti dall'armata de' Viniziani, e prese XXIIII galee, e morti più di MDCC Genovesi; e disfeciono i Viniziani la ruga de' Genovesi e una loro bella torre che si chiamava la Mongioia, e recarne delle pietre infino in Vinegia: era loro amiraglio uno di quegli da ca' Corino.

<B>LXI</B>

 

<I>Come il conte Guido Guerra cacciò la parte ghibellina d'Arezzo, e come i Fiorentini la vi rimisono.</I>

Negli anni di Cristo MCCLV i Fiorentini in servigio delli Orbitani, i quali aveano guerra co' Viterbesi e cogli altri loro vicini ghibellini e fedeli dello 'mperio e di Manfredi, mandarono loro inn-aiuto Vc cavalieri, onde feciono capitano il conte Guido Guerra de' conti Guidi; e giunto lui in Arezzo colla detta cavalleria, sanza volontà o mandato del Comune di Firenze, cacciò d'Arezzo la parte ghibellina, i quali Aretini erano in pace co' Fiorentini. Per la qual cosa il popolo di Firenze, adirato contro al detto conte, v'andarono ad oste ad Arezzo, e tanto vi stettono ch'egli ebbono la terra a·lloro comandamento, e rimisonvi i Ghibellini, e 'l detto conte se ne partì; ma vi si volle prima dagli Aretini libbre XIIm, i quali i Fiorentini prestarono al Comune di Arezzo, ma non so s'elli si riebbono mai. E in questo tempo messer Alamanno de la Torre di Milano era podestà di Firenze.

<B>LXII</B>

 

<I>Come i Pisani ruppono la pace; e come i Fiorentini gli sconfissono al ponte al Serchio.</I>

Negli anni di Cristo MCCLVI, ancora essendo podestà di Firenze il detto messer Alamanno, i Pisani per caldo e sodducimento del re Manfredi ruppono la pace ch'era tra·lloro e' Fiorentini e' Lucchesi, e andarono sopra il contado di Lucca a oste al castello del ponte al Serchio. Per la qual cosa i Fiorentini andaro ad oste sopra Pisa da la parte di Lucca al soccorso del detto castello; e quivi assaliti i Pisani da' Fiorentini e Lucchesi, furono rotti e sconfitti, e molti morti, e presi più di IIIm, e annegati nel fiume del Serchio in grande quantità. E ciò fatto, i Fiorentini vennero ad oste a Pisa infino a Sa·Iacopo in Valdiserchio, e quivi tagliaro uno grande pino, e battero in sul ceppo del detto pino i fiorini d'oro; e per ricordanza quelli che in quello luogo furono coniati ebbono per contrasegna tra' piedi di santo Giovanni quasi come uno trefoglio, a guisa d'uno piccolo albero; e de' nostri dì ne vedemmo noi assai di quelli fiorini. I Pisani vedendosi così sconfitti e assediati, feciono pace co' Fiorentini e co' Lucchesi, con ogni reverenza e patti che' Fiorentini seppono divisare. Intra gli altri patti vollono i Fiorentini in servigio de' Lucchesi, e ancora per avere libera la piaggia del Motrone per le loro mercatantie, che 'l castello del Motrone, che 'l teneano i Pisani, fosse a·lloro comandamento, o fatto o disfatto, come piacesse al popolo di Firenze; e così fu promesso per gli Pisani. E essendo sopra·cciò tenuto segreto consiglio tra·ll'uficio degli anziani del popolo di Firenze, fu preso partito che 'l Mutrone si dovesse disfare per lo migliore, e il dì appresso si dovea in publico parlamento sentenziare. I Pisani temendo che' Fiorentini non giudicassero che rimanesse fatto a la signoria de' Lucchesi, sì mandarono incontanente in Firenze uno segreto e discreto cittadino con danari assai a dispendere per ciò riparare. E trovando in Firenze il più grande anziano e possente in popolo e in Comune (era Aldobrandino Ottobuoni, uno franco popolano da San Firenze), segretamente gli fece parlare a uno suo amico, profferendogli di dare IIIIm fiorini d'oro e più, se ne volesse, e egli adoperasse che 'l Mutrone si disfacesse. Il buono anziano Aldobrandino udendo la promessa, non fece come cupido o avaro, ma come leale e virtudioso cittadino; e avisandosi che il consiglio preso il dì dinanzi per lui e per gli altri anziani di disfare il Mutrone era al piacere de' Pisani, e potea esser danno de' Fiorentini e de' Lucchesi, si tornò al consiglio sanza scoprire la promessa che gli era stata fatta, e consigliò per belle e utili ragioni il contrario, cioè che 'l Mutrone non si disfacesse; e così fu preso e stanziato. E nota lettore la virtù di tanto cittadino, che non essendo troppo ricco d'avere, ebbe in sé tanta continenza e sincerità per lo suo Comune, che più non ebbe del tanto il buono romano Fabbrizio del tesoro a·llui proferto per gli Sanniti; e però ne pare degna cosa di fare di lui memoria, per dare buono esemplo a' nostri cittadini che sono e che saranno, d'essere leali al loro Comune, e d'amare meglio memoria di fama di virtù che·lla corruttibile pecunia. Il detto Aldobrandino, come piacque a Dio, poco tempo appresso morì in tanta buona fama per le sue virtudiose opere fatte per lo popolo e 'l Comune: per non essere ingrato feciono grande onore al suo corpo e a la sua memoria, che alle spese del Comune feciono fare nella chiesa di Santa Reparata uno monimento di marmo levato più che niuno altro, e in quello soppellire il suo corpo a grande onore; e nel detto sepolcro feciono intagliare questi versi:

Fons est suppremus Aldibrandinus amenus

Ottoboni natus, a bono civita datus.

E poi dopo la sconfitta da Monte Aperti, tornati i ghibellini in Firenze, e rotto il popolo, certi per empiezza di parte feciono abattere la detta sepultura, e trarne il corpo morto di tre anni passati, e farlo strascinare per la città e gittare a' fossi. E però ancora nota gli atti della fallace fortuna a ricevere la sua memoria indegnamente sì fatta vergogna, dopo tanto degno onore ricevuto per lui a la sua vita e a la sua morte; ma faccendo comparazione a la sua buona fama e opere di virtù, le quali non si possono torre per la fallace ventura, ogni non dovuta vergogna fatta al suo corpo fu corona perpetua della sua buona fama, e obrobrio e vergogna degl'iniqui e malvagi operanti.

<B>LXIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini disfecero la prima volta il castello di Poggibonizzi.</I>

Negli anni di Cristo MCCLVII, essendo podestà di Firenze Matteo da Coreggia di Parma, i Fiorentini avendo sospetto del castello di Poggibonizzi, perché teneano parte ghibellina e d'imperio, ed erano in lega co' Sanesi, che allora nonn-erano amici de' Fiorentini, sì v'andarono i Fiorentini subitamente, e entrati nel castello, presono la terra per disfare le mura e fortezze. Per la qual cosa i Poggibonizzesi, ch'erano per loro grande Comune, vennero a·fFirenze colle coregge in collo a chiedere mercé al Comune di Firenze, che 'l castello non fosse disfatto; ma invano furono le loro richeste, che 'l castello per gli Fiorentini fue abattuto e disfatto.

<B>LXIV</B>

 

<I>Incidenza, raccontando uno grande miracolo del corpo di Cristo ch'avenne nella città di Parigi.</I>

Ne' detti tempi, regnando in Francia il buono re Luis, avenne uno grande miracolo del corpo di Cristo; che celebrando uno prete il sacramento in una cappella di Parigi presso a la sala del re, come piacque a Dio, apparve in sulle mani del prete a la vista de le genti, in luogo dell'ostia sacra, uno piccolo fanciullo molto bello e grazioso, il quale veduto da molti, pregaro il prete il sostenesse infino che al re Luis fosse fatto assapere, e che 'l venisse a vedere; così fece, onde molta quantità di gente entrasse a vedere. E essendo ciò detto al re Luis, e ch'egli v'andasse a vederlo, rispuose: "Vadalo a vedere chi nol crede, ch'io il veggio tuttavia nel mio cuore"; per la quale risposta fue commendato molto il re di grandissimo senno e di cattolica fede.

<B>LXV</B>

 

<I>Come il popolo di Firenze cacciò la prima volta i Ghibellini di Firenze, e la cagione perché.</I>

Negli anni di Cristo MCCLVIII, essendo podestà di Firenze messere Iacopo Bernardi di Porco, all'uscita del mese di luglio quegli della casa degli Uberti co·lloro séguito de' Ghibellini, per sodducimento di Manfredi, ordinarono di rompere il popolo di Firenze, perché parea loro che pendessono in parte guelfa. Iscoperto il detto trattato per lo popolo, fatti richiedere e citare da la signoria, non vollono comparire né venire dinanzi, ma la famiglia della podestà da·lloro furono duramente fediti e percossi. Per la qual cosa il popolo corse ad arme, e a·ffurore corsono alle case degli Uberti, ov'è oggi la piazza del palagio del popolo e de' priori, e uccisorvi Schiattuzzo degli Uberti, e più loro masnadieri e famigliari; e fue preso Uberto Caini degli Uberti e Mangia degl'Infangati, i quali per loro confessata la congiura in parlamento, in Orto Sa·Michele fu loro tagliata la testa; e gli altri della casa degli Uberti con più altre case de' Ghibellini uscirono di Firenze. I nomi delle case di rinnomo ghibelline ch'uscirono di Firenze furono queste: gli Uberti, i Fifanti, i Guidi, li Amidei, i Lamberti, gli Scolari, e parte degli Abati, Caponsacchi, Migliorelli, Soldanieri, Infangati, Ubriachi, Tedaldini, Galigari, que' della Pressa, Amieri, que' da Cersino, e' Razzanti, e più altre case e schiatte di popolari e grandi scaduti, che tutti non si possono nominare, e altre case de' nobili di contado; e andarne a Siena, la quale si reggea a parte ghibellina, e erano nemici de' Fiorentini: e furono disfatti i loro palagi e torri, che n'aveano assai, e di quelle pietre si murarono le mura da San Giorgio Oltrarno, che 'l popolo di Firenze fece in quelli tempi cominciare per la guerra de' Sanesi. E poi del mese di settembre prossimo del detto anno il popolo di Firenze fece pigliare l'abate di Valembrosa, il quale era gentile uomo de' signori di Beccheria di Pavia in Lombardia, essendoli apposto che a petizione de' Ghibellini usciti di Firenze trattava tradimento, e quello per martiro gli fece confessare, e scelleratamente nella piazza di Santo Appolinare gli feciono a grido di popolo tagliare il capo, non guardando a sua dignità, né a ordine sacro. Per la qual cosa il Comune di Firenze e' Fiorentini dal papa furono scomunicati; e dal Comune di Pavia, ond'era il detto abate, e da' suoi parenti i Fiorentini che passavano per Lombardia ricevevano molto danno e molestia. E di vero si disse che 'l religioso uomo nulla colpa avea, con tutto che di suo legnaggio fosse grande Ghibellino. Per lo quale peccato, e per molti altri fatti per lo scellerato popolo, si disse per molti savi che Iddio per giudicio divino permise vendetta sopra il detto popolo a la battaglia e sconfitta da Monte Aperti, come innanzi faremo menzione. Il detto popolo di Firenze, che in quegli tempi resse la città, fue molto superbo e d'alte e grandi imprese, e in molte cose fue molto trascotato; ma una cosa ebbono i rettori di quello, che furo molto leali e diritti a Comune; e perché uno ch'era anziano fece ricogliere e mandollo in sua villa uno cancello ch'era stato della chiusa del Leone, e andava per lo fango per la piazza di San Giovanni, sì ne fu condannato in libbre M, e sì come frodatore delle cose del Comune.

 

 

<B>LXVI</B>

 

<I>Come gli Aretini presono e disfeciono Cortona.</I>

Negli anni di Cristo MCCLVIIII, essendo podestà d'Arezzo messere Stoldo Giacoppi de' Rossi di Firenze, per suo senno e valentia menò gli Aretini, e di notte con iscale entraro in Cortona, la quale era molto fortissima, ma per la mala guardia la perdero i Cortonesi; e gli Aretini disfeciono le mura e le fortezze, e feciogli loro suggetti; onde i Fiorentini, i quali erano a·lloro lega, furono molto crucciosi, e recarsi che gli Aretini avessono rotta loro pace.

<B>LXVII</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono e disfeciono il castello di Gressa.</I>

Per la detta cagione i Fiorentini, il febbraio vegnente del detto anno, andarono ad oste a uno castello del vescovo d'Arezzo, ch'avea nome Gressa, molto forte con due cinte di mura, in Casentino, e quello per forza e per assedio ebbono, e poi il feciono disfare. Era podestà di Firenze messer Danese Crevelli di Milano.

<B>LXVIII</B>

 

<I>Come il popolo di Firenze prese i castelli di Vernia e di Mangone.</I>

E poi tornata la detta oste, incontanente andaro ad oste sopra il castello di Vernia de' conti Alberti, e quello per assedio ebbono e disfeciono; e presono il castello di Mangona, e le genti e' fedeli feciono giurare a la fedeltà e ubidenza del popolo e Comune di Firenze, dando ogn'anno per san Giovanni certo censo al Comune. La cagione di ciòe fue che essendo il conte Allessandro, che di ragione n'era signore, piccolo garzone, il conte Nepoleone suo consorto e Ghibellino, imperciò ch'egli era a la sua guardia del popolo di Firenze, sì gli tolsono le dette castella, e guerreggiavano i Fiorentini; e per lo popolo di Firenze per lo modo detto furono racquistate; per la qual cosa rinvestironne poi il conte Allessandro, quando i Guelfi tornarono in Firenze: non vogliendo esser figliuolo d'ingratitudine, sì donò e fece testamento <I>intervivos</I>, che se' due suoi figliuoli Nerone e Alberto morissono sanza rede maschi e legittimi, lasciava i detti Vernia e Mangone a la massa della parte guelfa di Firenze; e ciò fu gli anni di Cristo MCCLXXIII.

<B>LXIX</B>

 

<I>Incidenza, de' fatti che furono in Firenze al tempo del popolo</I>

Al tempo del detto popolo di Firenze fu al Comune presentato uno bellissimo e forte leone, il quale era inchiuso nella piazza di Santo Giovanni. Avenne che per mala guardia di quelli che 'l custodiva uscì il detto leone della sua stia correndo per la terra, onde tutta la città fu commossa di paura. Capitò inn-Orto Sammichele, e quivi prese uno fanciullo e tenealsi tra le branche. Udendolo la madre che non avea più, e questo fanciullo le rimase in ventre quando il padre gli fu morto, come disperata, con grande pianto scapigliata corse contra il leone, e trassegli il fanciullo tra·lle branche; e' leone nullo male fece né a la donna né al fanciullo se non ch'egli guatò, e ristettesi. Fu questione qual caso fosse, o la gentilezza della natura del leone, o la fortuna riserbasse la vita del detto fanciullo perché poi facesse la vendetta del padre, com'elli fece, e fu poi chiamato Orlanduccio del leone di Calfette. E nota ch'al tempo del detto popolo, e in prima, e poi a gran tempo, i cittadini di Firenze viveano sobri, e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti costumi e leggiadrie grossi e ruddi; e di grossi drappi vestieno loro e loro donne, e molti portavano le pelli scoperte sanza panno, e colle berrette in capo, e tutti colli usatti in piede, e le donne fiorentine co' calzari sanza ornamenti, e passavansi le maggiori d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto d'Ipro, o di Camo, cinta ivi su d'uno scaggiale a l'antica, e uno mantello foderato di vaio col tassello sopra, e portavallo in capo; e le comuni donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio per lo simile modo; e libbre C era comune dota di moglie, e libbre CC o CCC era a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le più delle pulcelle aveano XX o più anni anzi ch'andassono a marito. Di sì fatto abito e di grossi costumi erano allora i Fiorentini, ma erano di buona fe' e leali tra·lloro e al loro Comune; e colla loro grossa vita e povertà feciono maggiori e più virtudiose cose, che non sono fatte a' tempi nostri con più morbidezza e con più ricchezza.

<B>LXX</B>

 

<I>Come il Paglialoco imperadore de' Greci tolse Gostantinopoli a' Franceschi e a' Viniziani.</I>

Nel detto anno di Cristo MCCLVIIII la città di Gostantinopoli, la quale fue conquistata per gli Franceschi e per gli Viniziani, come adietro facemmo menzione, essendone imperadore Baldovino nato della casa di Fiandra, Paglialoco imperadore de' Greci colla forza de' Genovesi, i quali con loro galee e navilio l'ataro per dispetto de' Viniziani loro nemici, fue presa, e cacciatine i Franceschi, e' Viniziani, e tutti i Latini; e mai poi non n'ebbono signoria. E a' Genovesi donò il Paglialoco molto tesoro, e diede per loro stanza la terra che·ssi chiama Pera, la quale è presso di Gostantinopoli in sul corno del golfo, non fidandosi ch'eglino né altri Latini avessono fortezza in Gostantinopoli.

<B>LXXI</B>

 

<I>D'una grandissima battaglia che fu tra gli re d'Ungaria e quello di Buem.</I>

Nell'anno MCCLX, essendo grande discordia tra 'l re d'Ungaria e quello di Buem per certe terre infra·lloro confini, il re d'Ungaria entròe nel reame di Buem con più di LXXXm uomini a cavallo, che Ungheri, e Cumani, e Bracchi, e Alani, la maggiore parte pagani. Lo re di Buem si fece loro incontro con più di Cm uomini a cavallo; ma nota che tutti vanno a cavallo in su ogni ronzino, ferrato o isferrato, si nominano per cavalieri; ma infra questi n'ebbe bene VIIm a grandi cavagli coverti di maglia di ferro. E cominciata la grande battaglia a' confini de' detti reami, per la moltitudine e discorso de' cavagli si levò sì grande polvere, che di mezzodì si fece sì oscura l'aria, che l'uno non conoscie l'altro. Alla fine essendo il re d'Ungaria duramente fedito, gli Ungari si misono in fugga, e al trapasso d'una riviera più di XIIIIm si dice che n'anegaro. E dopo la detta sconfitta il re di Buem entrato in Ungaria, per solenni ambasciadori dagli Ungari fu richesto di pace, il quale raunate le terre ond'era il contasto, si fermòe con matrimonio tra·lloro.

<B>LXXII</B>

 

<I>Come il grande tiranno Azzolino di Romano fu sconfitto da' Chermonesi; e morì in pregione.</I>

Nel detto anno MCCLX Azzolino di Romano, cioè d'uno castello di trivigiana, dal marchese Palavigino e da' Chermonesi nel contado di Milano, presso al ponte di Casciano in sul fiume d'Adda, avendo con seco più di MD cavalieri, e andava per torre la città di Milano, fue sconfitto, e fedito, e preso; delle quali fedite in pregione morìo, nel castello di Solcino nobilemente fue soppellito. Elli trovava per sua profezia ch'egli dovea morire in uno castello del contado di Padova ch'avea nome Basciano, e in quello non entrava; e quando si sentì fedito, domandò come si chiamava il luogo; fugli detto Casciano; allora disse: "Casciano Basciano tutto è uno"; e giudicossi morto. Questo Azzolino fue il più crudele e ridottato tiranno che mai fosse tra' Cristiani, e signoreggiò per sua forza e tirannia, essendo di sua nazione della casa di Romano gentile uomo, grande tempo tutta la Marca di Trivigi, e la città di Padova, e gran parte di Lombardia; e' cittadini di Padova molta gran parte consumò, e acceconne pur de' migliori e de' più nobili in grande quantità, e togliendo le loro possesioni, e mandandogli mendicando per lo mondo, e molti altri per diversi martìri e tormenti fece morire, e a una ora XIm Padovani fece ardere, e per la innocenzia del loro sangue, per miracolo, mai poi in quello non nacque erba niuna. E sotto l'ombra d'una rudda e scellerata giustizia fece molti mali, e fue uno grande fragello al suo tempo nella Marca Trevigiana e in Lombardia, per pulire il peccato de la loro ingratitudine. A la fine, come piacque a Dio, vilmente da men possente gente della sua fue sconfitto e morto, e tutta la sua gente si sperse, e la sua signoria venne meno e suo legnaggio.

<B>LXXIII</B>

 

<I>Come furono eletti re di Romani il re di Castello e Ricciardo conte di Cornovaglia.</I>

Nel detto anno, essendo d'assai tempo prima per gli elettori dello 'mperio eletti per discordia due imperadori, l'una parte (ciò furono tre de' lettori) elessono il re Alfonso di Spagna, e l'altra parte degli elettori elessono Ricciardo conte di Cornovaglia e fratello del re d'Inghilterra; e perché il reame di Boemia era in discordia, e due se ne faceano re, ciascuno diede la sua boce a la sua parte. E per molti anni era stata la discordia de' due eletti, ma la Chiesa di Roma più favoreggiava Alfonso di Spagna, acciò ch'egli colle sue forze venisse ad abattere la superbia e signoria di Manfredi; per la qual cagione i Guelfi di Firenze gli mandarono ambasciadori per somuoverlo del passare, promettendogli grande aiuto acciò che favorasse parte guelfa. E l'ambasciadore fue ser Brunetto Latini, uomo di grande senno e autoritade; ma innanzi che fosse fornita l'ambasciata, i Fiorentini furono sconfitti a Monte Aperti, e lo re Manfredi prese grande vigore e stato in tutta Italia, e 'l podere della parte della Chiesa n'abassò assai, per la qual cosa Alfonso di Spagna lasciò la 'mpresa dello 'mperio, e Ricciardo d'Inghilterra no·lla seguìo.

<B>LXXIV</B>

 

<I>Come gli usciti ghibellini di Firenze mandaro in Puglia al re Manfredi per soccorso.</I>

In questi tempi i Ghibellini scacciati di Firenze (ed erano nella città di Siena, e da' Sanesi erano male aiutati contra i Fiorentini, imperciò che non aveano podere contra la loro potenzia) sì ordinarono tra·lloro di mandare loro ambasciadori in Puglia al re Manfredi per soccorso. I quali andati, pure de' migliori e più caporali di loro, più tempo seguendo, Manfredi no·lli spacciava, né udiva la loro richesta, per molte bisogne ch'avea a·ffare. A la fine volendosi partire, e prendendo commiato da·llui molto male contenti, Manfredi promise loro di dare cento cavalieri tedeschi per loro aiuto. I detti ambasciadori turbatisi della prima proferta, e traendosi a consiglio di fare loro risposta, quasi per rifiutare sì povero aiuto, vergognandosi di tornare a Siena, ch'aveano speranza che desse loro aiuto di più di VIc cavalieri, messer Farinata degli Uberti disse: "Non vi sconfortate, e non rifiutiamo niuno suo aiuto, e sia piccolo quanto si vuole; facciamo che di grazia mandi co·lloro la sua insegna, che venuti a Siena, noi la metteremo in tale luogo, che converrà ch'egli ce ne mandi anche"; e così avenne. E preso il savio consiglio del cavaliere, accettaro la profetta di Manfredi, graziosamente pregandolo che al capitano di loro desse la sua insegna; e così fece. E tornati in Siena con sì piccolo aiuto, grande scherna ne fu fatta da' Sanesi, e grande isbigottimento n'ebbono gli usciti di Firenze, attendendo troppo maggiore aiuto e sussidio da Manfredi.

<B>LXXV</B>

 

<I>Come il Comune e popolo di Firenze feciono una grande oste infino a le porte di Siena col carroccio.</I>

Avenne che gli anni di Cristo MCCLX, del mese di maggio, il popolo e Comune di Firenze feciono oste generale sopra la città di Siena, e menarvi il carroccio. E nota che 'l carroccio che menava il Comune e popolo di Firenze era uno carro in su quattro ruote tutto dipinto vermiglio, e aveavi su commesse due grandi antenne vermiglie, in su le quali stava e ventilava il grande stendale dell'arme del Comune, ch'era dimezzato bianco e vermiglio, e ancora oggi si mostra in San Giovanni; e tiravalo uno grande paio di buoi coverti di panno vermiglio, che solamente erano diputati a·cciò, e erano dello spedale di Pinti, e 'l guidatore era franco in Comune. Questo carroccio usavano i nostri antichi per trionfo e dignità; e quando s'andava in oste, e' conti vicini e' cavalieri il traevano dell'opera di San Giovanni, e conduciello in su la piazza di Mercato Nuovo, e posato per me' uno termine che ancora v'è d'una pietra intagliata a carroccio, sì·ll'acomandavano al popolo. E' popolani il guidavano nell'osti, e a quello erano diputati in guardia i migliori e più forti e virtudiosi popolani a piè della cittade; e a quello s'amassava tutta la forza del popolo. E quando l'oste era bandita, uno mese dinanzi dove dovesse andare, si ponea una campana in su l'arco di porte Sante Marie, ch'era in sul capo di Mercato Nuovo; e quella al continuo era sonata di dìe e di notte, e per grandigia di dare campo al nimico ov'era bandita l'oste, che s'apparecchiasse. E chi la chiamava Martinella, e chi la campana degli asini. E quando l'oste de' Fiorentini andava, si sponeva dell'arco, e poneasi in su uno castello di legname in su uno carro, e al suono di quella si guidava l'oste. Di queste due pompe del carroccio e della campana si reggea la signorevole superbia del popolo vecchio e de' nostri antichi nell'osti. Lasceremo di ciò, e torneremo come i Fiorentini feciono sopra i Sanesi, che presono il castello di Vico, e quello di Mezano, e Casciole, ch'erano de' Sanesi, e puosonsi a oste a Siena presso a l'antiporta al munistero di Santa Petronella, e fecionvi fare ivi presso, in su uno poggetto rilevato che si vedea dalla cittade, una torre, ove teneano la campana; e a dispetto de' Sanesi, e a ricordanza di vittoria, ripiena di terra, vi piantarono suso uno ulivo, il quale infino a' nostri dì ancora v'era. Avenne in quello assedio che gli usciti di Firenze uno giorno diedono mangiare a' Tedeschi di Manfredi, e fattigli bene avinazzare e innebbriare, a romore caldamente gli feciono armare e montare a cavallo per fargli assalire l'oste de' Fiorentini, promettendo loro grandi doni e paga doppia; e ciò fu fatto cautamente per gli savi, seguendo il consiglio di Farinata degli Uberti preso infino in Puglia. I Tedeschi forsennati e caldi di vino uscirono fuori di Siena, e vigorosamente assaliro il campo de' Fiorentini, e perch'erano improvisi e con poca guardia, avendo la forza de' nemici per niente, con tutto che' Tedeschi fossono poca gente, in quello assalto feciono all'oste grande danno; e molti del popolo e della cavalleria in quello sùbito assalto feciono mala vista fuggendo, per tema che gli assalitori non fossono maggiore gente. Ma alla fine ravveggendosi, presono l'arme e la difenza contra i Tedeschi; e di quanti n'uscirono di Siena non ne scampò niuno vivo, che tutti furono morti e abbattuti, e la 'nsegna di Manfredi presa e strascinata per lo campo, e recata in Firenze; e ciò fatto, poco appresso si tornò l'oste de' Fiorentini in Firenze.

<B>LXXVI</B>

 

<I>Come i Sanesi e gli usciti ghibellini di Firenze ebbono dal re Manfredi i·lloro aiuto il conte Giordano con VIIIc Tedeschi.</I>

I Sanesi e gli usciti di Firenze veggendo la mala pruova che' Fiorentini aveano fatta per l'asalto di sì pochi cavalieri tedeschi, avisaro che avendone maggior quantità, sarebbono vincitori de la guerra. Incontanente si providono di moneta, e accattaro da la compagnia de' Salimbeni, ch'allora erano mercatanti, XXm fiorini d'oro, e puosono loro pegno la rocca a Tentennana, e più altre castella del Comune, e rimandarono loro ambasciadori in Puglia co la detta moneta al re Manfredi dicendo come la sua poca gente di Tedeschi per loro grande vigore e valentia s'erano messi ad assalire tutta l'oste de' Fiorentini, e gran parte di quella messa in fugga, ma se più fossono stati, aveano la vittoria; ma per la poca gente ch'erano, tutti erano rimasi morti al campo, e la sua insegna strascinata e vergognata per lo campo, e in Firenze e intorno. A·cciò dissono quelle ragioni che seppono meglio per ismuovere Manfredi, il quale intesa la novella fu crucciato, e co la moneta de' Sanesi, che pagaro la metade per tre mesi, e a suo soldo, mandò in Toscana il conte Giordano suo maliscalco con VIIIc cavalieri tedeschi co detti ambasciadori, i quali giunsono in Siena a l'uscita di luglio, gli anni di Cristo MCCLX; e da' Sanesi furono ricevuti a gran festa, e eglino e tutti i Ghibellini di Toscana ne presono grande vigore e baldanza. E giunti in Siena, incontanente i Sanesi bandirono oste sopra il castello di Monte Alcino, il quale era accomandato del Comune di Firenze, e mandaro per aiuto a' Pisani e a tutti i Ghibellini di Toscana, sì che co' cavalieri di Siena, e cogli usciti di Firenze, e co' Tedeschi, e loro amistade, si trovarono con XVIIIc di cavalieri in Siena, che la maggiore parte erano Tedeschi.

<B>LXXVII</B>

 

<I>Come gli usciti ghibellini di Firenze ordinaro d'ingannare e fare tradire il Comune e popolo di Firenze.</I>

Li usciti di Firenze, per cui trattato e opera il re Manfredi avea mandato il conte Giordano con VIIIc cavalieri tedeschi, si pensarono ch'elli aveano fatto niente, se non attraessono i Fiorentini fuori a campo, imperciò che' sopradetti Tedeschi nonn-erano pagati per più di tre mesi, e già n'era passato più d'uno e mezzo colla loro venuta; né moneta nonn-aveano da più conducergli, né attendeano da Manfredi; e passando il tempo di loro soldo, sanza fare alcuna cosa si tornavano in Puglia, con grande pericolo di loro stato. Ragionaro che ciò non si potea fornire sanza maestria e inganno di guerra, la quale industria fu commessa in messer Farinata degli Uberti e messer Gherardo Ciccia de' Lamberti. Costoro sottilemente ordinarono due savi frati minori loro messaggi al popolo di Firenze, e innanzi gli acozzaro con VIIII de' più possenti di Siena, i quali infintamente feciono veduta a' detti frati come spiacea loro la signoria di messer Provenzano Salvani, ch'era il maggiore del popolo di Siena, e che volentieri darebbono la terra a' Fiorentini, avendo Xm fiorini d'oro, e che venissono con grande oste sotto cagione di fornire Monte Alcino, e andassono infino in sul fiume d'Arbia; e allora co la forza di loro e di loro seguaci darebbono a' Fiorentini la porta di Santo Vito, ch'è nella via d'Arezzo. I frati, sotto questo inganno e tradimento, vennero a Firenze con lettere e suggegli de' detti, e feciono capo agli anziani del popolo, e profersono che recavano gran cose per onore del popolo e Comune di Firenze; ma la cosa era sì sagreta, che si volea sotto saramento manifestare a pochi. Allora gli anziani elessono di loro lo Spedito di porte San Piero, uomo di grande opera e ardire, ed era de' principali guidatori del popolo, e co·llui messer Gianni Calcagni di Vacchereccia; e fatto il saramento in su l'altare, i frati discopersono il detto trattato, e mostrarono le dette lettere. I detti due anziani, che gli portava più volontà che fermezza, diedono fede al trattato, e incontanente si trovaro i detti Xm fiorini d'oro, e si misono in diposito, e raunarono consiglio di grandi e di popolo, e misono innanzi che di nicessità bisognava di fare oste a Siena per fornire Monte Alcino, maggiore che nonn-era stata quella di maggio passato a Santa Petornella. I nobili de le gran case guelfe di Firenze, e 'l conte Guido Guerra ch'era co·lloro, non sappiendo il falso trattato, e sapeano più di guerra che' popolani, conoscendo la nuova masnada de' Tedeschi ch'era venuta in Siena, e la mala vista che fece il popolo a Santa Petornella quando i cento Tedeschi gli asaliro, non parea loro la 'mpresa sanza grande pericolo. E ancora sentendo i cittadini variati d'animi, e male disposti a fare più oste, rendero savio consiglio, che per lo migliore l'oste non procedesse al presente per le ragioni di su dette, e ancora mostrando come per poco costo si potea fornire Monte Alcino, e prendeallo a fornire gli Orbitani, e assegnando come i detti Tedeschi non aveano paga per più di tre mesi, e già aveano servito mezzo il tempo, e lasciandogli stentare sanza fare oste, tosto sarebbono straccati e tornerebbonsi in Puglia, e' Sanesi e gli usciti di Firenze rimarrebbono in peggiore stato che di prima. E 'l dicitore fu per tutti messer Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, cavaliere savio e prode e di grande autoritade; e di largo consigliava il migliore. Il sopradetto Spedito anziano, uomo molto prosuntuoso, compiuto il suo consiglio, villanamente il riprese, dicendo si cercasse le brache, s'aveva paura. E messer Tegghiaio gli rispuose ch'al bisogno non ardirebbe di seguirlo nella battaglia colà ov'egli si metterebbe. E finite le dette parole, poi si levò messere Cece de' Gherardini per dire il simigliante ch'avea detto messer Tegghiaio: gli anziani gli comandaro che non dicesse, e era pena libbre C, chi aringasse contra il comandamento degli anziani. Il cavaliere le volle pagare per contradire la detta andata: non vollono gli anziani, anzi raddoppiarono la pena; ancora volle pagare, e così infino libbre CCC; e quando ancora volle dire e pagare, fu comandamento pena la testa; e così rimase. Ma per lo popolo superbo e traccurato si vinse il peggiore, che la detta oste presentemente e sanza indugio procedesse.

<B>LXXVIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini feciono oste per fornire Monte Alcino, e furono sconfitti dal conte Giordano e da' Sanesi a Monte Aperti.</I>

Preso il mal consiglio per lo popolo di Firenze che l'oste si facesse, richiesono loro amistadi d'aiuto, i quali, i Lucchesi vennero per comune popolo e cavalieri, e' Bolognesi, e' Pistolesi, e' Pratesi, e' Volterrani, e' Saminiatesi, e San Gimignano, e Colle di Valdelsa ch'erano in taglia col Comune e popolo di Firenze; e in Firenze aveva VIIIc cavallate de' cittadini, e più di Vc soldati. E raunata la detta gente in Firenze, si partì l'oste all'uscita d'agosto, e menarono per pompa e grandigia il carroccio, e una campana che si chiamava Martinella in su uno carro con uno castello di legname a ruote, e andarvi quasi tutto il popolo colle insegne delle compagnie, e non rimase casa né famiglia di Firenze, che non v'andasse pedone a piè o a cavallo, il meno uno per casa, e di tali due, e più, secondo ch'erano potenti. E quando si trovaro in sul contado di Siena al luogo ordinato in sul fiume d'Arbia, nel luogo detto Monte Aperti, con Perugini e Orbitani che là s'aggiunsono co' Fiorentini, si ritrovaro più di IIIm cavalieri e più di XXXm pedoni. In questo apparecchio dell'oste de' Fiorentini, i sopradetti maestri del trattato ch'erano in Siena, acciò che pienamente venisse fornito, anche mandarono a Firenze altri frati a trattare tradimento con certi grandi e popolani ghibellini ch'erano rimasi in Firenze, e doveano venire per comune nell'oste, che come fossono assembiati, si dovessono da più parti fuggire delle schiere, e tornare dalla loro parte, per isbigottire l'oste de' Fiorentini, parendo a·lloro avere poca gente a comparazione de' Fiorentini; e così fu fatto. Avenne che, essendo la detta oste in su i colli di Monte Aperti, e' savi anziani guidatori dell'oste e del trattato attendeano che per gli traditori d'entro fosse loro data la porta promessa. Uno grande popolare di Firenze di porte San Piero, ch'era Ghibellino, e avea nome il Razzante, avendo alcuna cosa spirato dell'attendere dell'oste de' Fiorentini, con volontà de' Ghibellini del campo ch'erano al tradimento, gli fu commesso ch'entrasse in Siena, ond'egli si fuggì a cavallo del campo per fare assapere agli usciti di Firenze come si dovea tradire la città di Siena, e come i Fiorentini erano bene in concio, e con molta potenza di cavalieri e di popolo, e per dire a que' d'entro che non s'avisassono a battaglia. E giunto in Siena, e scoperte queste cose a' detti messer Farinata e messer Gherardo trattatori, sì gli dissono: "Tu ci uccideresti, se tu ispandessi queste novelle per Siena, imperciò che ogni uomo faresti impaurire, ma vogliamo che dichi il contrario; imperciò che se ora ch'avemo questi Tedeschi non si combatte, noi siamo morti, e mai non ritorneremo in Firenze; e per noi farebbe meglio la morte e d'essere isconfitti, ch'andare più tapinando per lo mondo"; e facea per loro di mettersi a la fortuna della battaglia. Il Razzante assettato da' detti, intese e promise di così dire; e con una ghirlanda in capo, co' detti a cavallo, mostrando grande allegrezza, venne al parlamento al palagio ov'era tutto il popolo di Siena, e' Tedeschi, e l'altre amistadi; e in quello con lieta faccia disse le novelle larghe da parte de' Ghibellini e traditori del campo, e come l'oste si reggea male, e erano male guidati, e peggio in concordia, e che assalendogli francamente, di certo erano sconfitti. E fatto il falso rapporto per Razzante, a grido di popolo si mossono tutti ad arme dicendo: "Battaglia, battaglia!". I Tedeschi vollono promessa di paga doppia, e così fue fatto; e loro schiera misono innanzi all'asalto per la detta porta di San Vito, che dove' a' Fiorentini essere data; e gli altri cavalieri e popolo usciro appresso. Quando quegli dell'oste ch'attendeano che fosse loro data la porta vidono uscire i Tedeschi e l'altra cavalleria e popolo fuori di Siena inverso loro con vista di combattere, sì·ssi maravigliarono forte e non sanza isbigottimento grande, veggendo il sùbito avenimento e assalto non proveduto; e maggiormente gli fece isbigottire che più Ghibellini ch'erano nel campo a cavallo e a piè, veggendo appressare le schiere de' nemici, com'era ordinato il tradimento, si fuggirono da l'altra parte; e ciò furono di que' della Pressa, e degli Abati, e più altri. E però non lasciarono i Fiorentini e l'altra loro amistade di fare loro schiere, e attendere la battaglia. E come la schiera de' Tedeschi rovinosamente percosse la schiera de' cavalieri de' Fiorentini ov'era la 'nsegna della cavalleria del Comune, la quale portava messer Jacopo del Naca della casa de' Pazzi di Firenze, uomo di grande valore, il traditore di messer Bocca degli Abati, ch'era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Jacopo e tagliogli la mano co la quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente. E ciò fatto, la cavalleria e popolo veggendo abattuta la 'nsegna, e così traditi da·lloro, e da' Tedeschi sì forte assaliti, in poco d'ora si misono inn-isconfitta. Ma perché la cavalleria di Firenze prima s'avidono del tradimento, non ne rimasono che XXXVI uomini di nome di cavallate tra morti e presi. Ma la grande mortalità e presura fue del popolo di Firenze a piè, e di Lucchesi, e Orbitani, però che si rinchiusono nel castello di Monte Aperti, e tutti furono presi; ma più di MMD ne rimasono al campo morti, e più di MD presi pur de' migliori del popolo di Firenze di ciascuna casa, e di Lucca, e degli altri amici che furono a la detta battaglia. E così s'adonò la rabbia dell'ingrato e superbio popolo di Firenze; e ciò fu uno martedì, a dì IIII di settembre, gli anni di Cristo MCCLX; e rimasevi il carroccio, e la campana detta Martinella, con innumerabile preda d'arnesi di Fiorentini e di loro amistade. E allora fu rotto e annullato il popolo vecchio di Firenze, ch'era durato in tante vittorie e grande signoria e stato per X anni.

<B>LXXIX</B>

 

<I>Come i Guelfi di Firenze dopo la detta sconfitta si partirono di Firenze, e andarsene a Lucca.</I>

Venuta in Firenze la novella della dolorosa sconfitta, e tornando i miseri fuggiti di quella, si levò il pianto d'uomini e di femmine in Firenze sì grande, ch'andava infino a cielo; imperciò che non avea casa niuna in Firenze, piccola o grande, che non vi rimanesse uomo morto o preso; e di Lucca e del contado ve ne rimasono gran quantità, e degli Orbitani. Per la qual cosa i caporali de' Guelfi, nobili e popolari, ch'erano tornati dalla sconfitta, e quegli ch'erano in Firenze, isbigottiti e impauriti, e temendo degli usciti che venieno da Siena colle masnade tedesche; e' Ghibellini ribelli e confinati ch'erano fuori della cittade cominciarono a tornare nella terra; per la qual cosa i Guelfi, sanz'altro commiato o cacciamento, colle loro famiglie piagnendo uscirono di Firenze, e andarsene a Lucca, giuovedì a dì XIII di settembre, gli anni di Cristo MCCLX. Queste furono le principali case guelfe ch'uscirono di Firenze: del sesto d'Oltrarno, i Rossi, e' Nerli, e parte de' Mannelli, i Bardi, e' Mozzi, e' Frescobaldi; gli popolani del detto sesto case notabili, Canigiani, Magli, e Machiavelli, Belfredelli, e Orciolini, Aglioni, Rinucci, Barbadori, e Battimammi, e Soderini, e Malduri, e Amirati. Di San Piero Scheraggio, i nobili: Gherardini, Lucardesi, Cavalcanti, Bagnesi, Pulci, Guidalotti, Malispini, Foraboschi, Manieri, quelli da Quona, Sacchetti, Compiobbesi; i popolani: Magalotti, Mancini, Bucelli, e quelli della Vitella. Del sesto di Borgo, i nobili: i Bondelmonti, Scali, Spini, Gianfigliazzi, Giandonati, Bostichi, Altoviti, i Ciampali, Baldovinetti e altri. Del sesto di San Brancazio, i nobili: Tornaquinci, Vecchietti, e' Pigli parte di loro, Minerbetti, Becchenugi, e Bordoni e altri. Di porte del Duomo: i Tosinghi, Arrigucci, Agli, Sizii, Marignolli, e ser Brunetto Latini e' suoi, e più altri. Di porte San Piero: Adimari, Pazzi, Visdomini, e parte de' Donati; dal lato delli Scolari rimasono que' della Bella, i Carri, i Ghiberti, i Guidalotti di Balla, i Mazzocchi, gli Uccellini, Boccatonde; e oltre a questi molti confinati grandi e popolani per ciascuno sesto. E della partita molto furono da riprendere i Guelfi, imperciò che·lla città di Firenze era molto forte di mura e di fossi pieni d'acqua, e da poterla bene difendere e tenere; ma il giudicio di Dio per punire le peccata conviene che faccia suo corso sanza riparo; e a cui Idio vuole male gli toglie il senno e l'accorgimento. E partiti i Guelfi il giuovidì, la domenica vegnente a dì XVI di settembre, gli usciti di Firenze ch'erano stati a la battaglia a Monte Aperti, col conte Giordano e colle sue masnade de' Tedeschi, e cogli altri soldati de' Ghibellini di Toscana, arricchiti delle prede de' Fiorentini e degli altri Guelfi di Toscana, entrarono nella città di Firenze sanza contasto neuno. E incontanente feciono podestà di Firenze per lo re Manfredi Guido Novello de' conti Guidi dal dì a calen di gennaio vegnente a due anni; e tenea ragione nel palagio vecchio del popolo da San Pulinari, ed era la scala di fuori. E poco tempo appresso fece fare la porta Ghibellina, e aprire quella via di fuori, acciò che per quella via che risponde al palagio potesse avere entrata e uscita al bisogno, per mettere in Firenze i suoi fedeli di Casentino a guardia di lui e della terra; e perché si fece al tempo de' Ghibellini, la porta e la via ebbe sopranome Ghibellina. Questo conte Guido fece giurare tutti i cittadini che rimasono in Firenze la fedeltà del re Manfredi, e per patti promessi a' Sanesi fece disfare cinque castella del contado di Firenze ch'erano alle loro frontiere; e rimase in Firenze per capitano di guerra, e vicario generale per lo re Manfredi, il detto conte Giordano colle masnade de' tedeschi al soldo de' Fiorentini, i quali molto perseguitarono i Guelfi in più parti in Toscana, come innanzi faremo menzione; e tolsono tutti i loro beni, e disfeciono molti palagi e torri de' Guelfi, e misono in comune i loro beni. Il detto conte Giordano fu gentile uomo di Piemonte in Lombardia, e parente della madre del re Manfredi; e per la sua prodezza, e perch'era molto fedele di Manfredi, e di vita e di costumi così mondano com'egli, il fece conte e li diè terra in Puglia, e di piccolo stato il mise in grande signoria.

<B>LXXX</B>

 

<I>Come la novella della sconfitta de' Fiorentini fu in corte di papa, e la profezia che ne disse il cardinale Bianco.</I>

Come in corte di Roma venne la novella della sopradetta sconfitta, il papa e' cardinali, ch'amavano lo stato di santa Chiesa, n'ebbono grande dolore e compassione, sì per gli Fiorentini, e sì perché di ciò montava lo stato e podere di Manfredi nimico della Chiesa; ma il cardinale Attaviano degli Ubaldini ch'era Ghibellino ne fece gran festa; onde ciò veggendo il cardinale Bianco, il qual era grande astrolago e maestro di nigromanzia, disse: "Se 'l cardinale Attaviano sapesse il futuro di questa guerra de' Fiorentini, e' non farebbe questa allegrezza". Il collegio de' cardinali il pregaro che dovesse dichiarire più in aperto. Il cardinale Bianco non volea dire, perché parlare del futuro gli pareva inlicito a la sua dignità, ma i cardinali pregarono tanto il papa che gliele comandasse sotto ubbidienza ch'egli il dicesse. Avuto il detto comandamento, disse in brieve sermone: "I vinti vittoriosamente vinceranno, e in etterno non saranno vinti". Ciò s'interpetrò che' Guelfi vinti e cacciati di Firenze vittoriosamente tornerebbono innistato, e mai in etterno non perderebbono loro stato e signoria di Firenze.

<B>LXXXI</B>

 

<I>Come i Ghibellini di Toscana ordinarono di disfare la città di Firenze, e come messer Farinata degli Uberti la difese.</I>

Per lo simile modo ch'uscirono i Guelfi di Firenze, così feciono quegli di Prato, e di Pistoia, e di Volterra, e di Samminiato, e di San Gimignano, e di più altre terre e castella di Toscana, le quali tornarono tutte a parte ghibellina, se non fu la città di Lucca, la quale si tenne a parte guelfa uno tempo, e fu rifuggio de' Guelfi di Firenze, e degli altri usciti di Toscana. I quali Guelfi di Firenze feciono loro istanza in Lucca in borgo intorno a San Friano; e la loggia dinanzi a San Friano feciono i Fiorentini. E ritrovandosi i Fiorentini in quello luogo, messer Tegghiaio Aldobrandi veggendo lo Spedito che nel consiglio gli avea detta villania, e che si cercasse le brache, s'alzò e trassesi de' caviglioni V fiorini d'oro ch'avea, e mostrogli allo Spedito che di Firenze era uscito assai povero; disse per rimproccio: "Vedi com'io ho conce le brache? A questo hai tu condotto te e me e gli altri per la tua audacia e superbia signoria". Lo Spedito rispuose: "E voi perché·cci credavate?". Avemo di queste piccole e vili parole fatta menzione per assempro che niuno cittadino, e massimamente i popolani o di piccolo affare, quando ha signoria non dee essere troppo ardito o prosuntuoso. In questo tempo i Pisani, e' Sanesi, e gli Aretini col detto conte Giordano e cogli altri caporali ghibellini di Toscana ordinaro di fare parlamento a Empoli, per riformare lo stato di parte ghibellina in Toscana, e fare taglia; e così feciono. E però che al conte Giordano convenia tornare in Puglia al re Manfredi, per mandato del detto Manfredi fue ordinato suo vicario generale e capitano di guerra in Toscana il conte Guido Novello de' conti Guidi di Casentino e di Modigliana, il quale per parte disertò il conte Simone suo fratello, e 'l conte Guido Guerra suo consorto, e tutti quegli del suo lato che teneano parte guelfa; e disposto era al tutto di cacciarne chi Guelfo fosse di Toscana. E nel detto parlamento tutte le città vicine, e' conti Guidi, e' conti Alberti, e que' da Santa Fiore, e gli Ubaldini, e tutti i baroni d'intorno propuosono e furono in concordia, per lo migliore di parte ghibellina, di disfare al tutto la città di Firenze, e di recarla a borgora, acciò che mai di suo stato non fosse rinnomo, fama, né podere. A la quale proposta si levò e contradisse il valente e savio cavaliere messer Farinata degli Uberti, e nella sua diceria propuose gli antichi due grossi proverbi che dicono: "Com'asino sape, così minuzza rape" e "Vassi capra zoppa, se 'l lupo no·lla 'ntoppa"; e questi due proverbi rinestò in uno, dicendo. "Com'asino sape, sì va capra zoppa; così minuzza rape, se 'l lupo no·lla 'ntoppa"; recando poi con savie parole assempro e comparazioni sopra il grosso proverbio, com'era follia di ciò parlare, e come gran pericolo e danno ne potea avenire; e s'altri ch'egli non fosse, mentre ch'egli avesse vita in corpo, colla spada in mano la difenderebbe. Veggendo ciò il conte Giordano, e l'uomo, e della autoritade ch'era messer Farinata, e il suo gran seguito, e come parte ghibellina se ne potea partire e avere discordia, sì·ssi rimase, e intesono ad altro; sicché per uno buono uomo cittadino scampò la nostra città di Firenze da tanta furia, distruggimento, ruina. Ma poi il detto popolo di Firenze ne fu ingrato, male conoscente contra il detto messer Farinata, e sua progenia e lignaggio, come innanzi faremo menzione; ma per la sconoscenza dello ingrato popolo, nondimeno è da commendare e da·ffare notabile memoria del virtudioso e buono cittadino, che fece a guisa del buono antico Cammillo di Roma, come racconta Valerio, e Tito Livio.

<B>LXXXII</B>

 

<I>Come il conte Guido vicario colla taglia de' Ghibellini di' Toscana andarono sopra Lucca, e ebbono Santa Maria a Monte, e più castella.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXI il conte Guido Novello vicario per lo re Manfredi in Firenze, co la taglia di parte ghibellina di Toscana, feciono oste sopra il contado di Lucca del mese di settembre, e furono IIIm cavalieri tra Toscani e Tedeschi, e popolo grandissimo. E ebbono Castello Franco, e Santa Croce, e puosono assedio a Santa Maria a Monte, e a quello stettono per tre mesi; e poi per difalta di vittuaglia s'arendero a patti, salvi avere e persone. E poi ebbono Montecalvi, e 'l Pozzo; e poi tornarono all'asedio di Fucecchio, che v'erano dentro il fiore di tutti gli usciti guelfi di Toscana, e a quello stettono all'assedio, gittandovi più difici, e con molti ingegni e assalti, per XXX dì. A la fine per la buona gente che dentro v'era, e bene guernito, ma maggiormente per grande acquazzone (che 'l terreno d'intorno, ch'è forte, per la piova male si può osteggiare), convenne si partisse l'oste, e nol poterono avere; e sì vi fu intorno all'assedio le masnade de' Tedeschi ch'erano a la taglia de' Ghibellini di Toscana, ch'erano M cavalieri, onde Guido Novello era vicario generale per lo re Manfredi, e tutta la forza de' Ghibellini di Firenze, e di Pisa, e di Siena, e d'Arezzo, e di Pistoia, e di Prato, e dell'altre città e castella di Toscana; e compiuta la detta oste, si tornarono a Firenze.

<B>LXXXIII</B>

 

<I>Come gli usciti guelfi di Firenze mandarono loro ambasciadori in Alamagna per sommuovere Curradino contra Manfredi.</I>

In questi tempi veggendosi gli usciti guelfi di Firenze, e dell'altre terre di Toscana, esser così perseguiti da la forza di Manfredi e de' Ghibellini di Toscana, e veggendo che nullo signore si levava contra la forza di Manfredi, e eziandio la Chiesa avea piccolo podere contra·llui, sì·ssi pensarono di mandare loro ambasciadori nella Magna a sommuovere lo picciolo Curradino contro a Manfredi suo zio, che falsamente gli tenea il regno di Cicilia e di Puglia, profferendogli grande aiuto e favore. E così fu fatto, ché de' maggiori usciti di Firenze v'andarono per ambasciadori con quegli del Comune di Lucca; e per gli usciti guelfi di Firenze v'andò messer Bonaccorso Bellincioni degli Adimari e messer Simone Donati. E trovarono Curradino sì piccolo garzone, che la madre in nulla guisa acconsentìo di lasciarlo partire da sé, con tutto che di volere e d'animo era grande contro a Manfredi, e avealo per nimico e ribello di Curradino. E tornando i detti ambasciadori d'Alamagna, per insegna e arra della venuta di Curradino, si feciono donare la sua mantellina foderata di vaio, la quale recata a Lucca, grande festa ne fu fatta per gli Guelfi, e mostravasi in San Friano di Lucca com'una santuaria. Ma non sapeano il futuro distino i Guelfi di Toscana, come il detto Curradino dovea esser loro nemico.

<B>LXXXIV</B>

 

<I>Come gli usciti guelfi di Firenze presono Signa, ma poco la tennono.</I>

L'anno appresso MCCLXII i Guelfi usciti di Firenze e gli altri usciti di Toscana, essendo l'oste e la taglia de' Ghibellini tornati tutti a·lloro terre, per alcuno trattato ch'aveano in Firenze, subitamente partiti da Lucca, una notte entrarono in Signa e presono la terra, e quella intendeano afforzare; onde in Firenze ebbe grande romore e sombuglio. Il conte Guido incontanente mandò a Pisa, e a Siena, e all'altre terre vicine per soccorso di genti, e incontanente vennero con grande cavalleria. Gli usciti guelfi sentendo loro venuta, non s'ardirono di restare in Signa, ma si partirono e tornarono in Lucca; e ciò fu del mese di...

<B>LXXXV</B>

 

<I>Come il conte Guido vicario colla taglia di Toscana e colla forza de' Pisani feciono oste sopra Lucca, per la qual cosa i Lucchesi s'accordaro a pace, e cacciarono di Lucca gli usciti guelfi.</I>

La state appresso il detto vicario co' Fiorentini, co' Pisani, e l'altre amistà della taglia de' Ghibellini di Toscana, a petizione de' Pisani, feciono oste sopra le terre e castella de' Lucchesi, ed ebbono Castiglione, e sconfissonvi i Lucchesi, e gli usciti guelfi di Firenze; e messer Cece de' Bondelmonti vi fu preso, e miselsi in groppa messer Farinata degli Uberti: chi dice per iscamparlo. Messer Piero Asino degli Uberti gli diede d'una mazza di ferro in testa, e in groppa del fratello l'uccise; onde furono assai ripresi. E dopo la detta sconfitta il conte Guido co' Pisani e' Ghibellini di Firenze ebbono il castello di Nozano, e ponte al Serchio, e Rotaia; e Serrezzano s'arrendé a·lloro. I Lucchesi veggendosi così assalire e spogliare di loro castella, e per riavere i loro pregioni, che ancora n'avea in Siena della sconfitta di Monte Aperti grande quantità, e pur de' migliori, e veggendo che degli usciti guelfi delle terre di Toscana non aveano altro che briga, e impaccio, e danno per la loro povertà, segretamente feciono trattato col vicario di Manfredi di cacciare gli usciti guelfi di Firenze e dell'altre terre di Toscana, di Lucca, e di riavere i loro pregioni e le loro castella, e di tenere alla taglia, e prendere vicario, mantenendosi in unitade e in pacifico stato, sanza cacciare di Lucca parte alcuna. E così fu fatto e fermo l'accordo, e sì segreto, che nullo uscito ne sentì nulla, che bene l'avrebbono sturbato. E subitamente fu a tutti comandato che sotto pena dell'avere e della persona che dovessono isgombrare Lucca e 'l contado infra i tre dì; onde gli sventurati Guelfi usciti di Firenze e dell'altre terre guelfe di Toscana, sanz'altro rimedio o misericordia, convenne loro uscire di Lucca e del contado colle loro famiglie; imperciò che di presente furono in Lucca le masnade tedesche, e fatto capitano per lo vicario messer Gozello da Ghianzuolo; per la qual cosa molte gentili donne mogli degli usciti di Firenze per niccessità in su l'alpe di San Pellegrino, che sono tra Lucca e Modona, partoriro loro figliuoli, e con tanto esilio e miseria se n'andarono alla città di Bologna; e ciò fu del mese di..., gli anni di Cristo MCCLXIII. Ben si dice per molti antichi che l'uscita de' Guelfi di Firenze di Lucca fu cagione di loro ricchezza, perciò che molti Fiorentini usciti n'andarono oltremonti in Francia a guadagnare, che prima non erano mai usati, onde poi molte ricchezze ne reddiro in Firenze; e cadeci il proverbio che dice: "Bisogno fa prod'uomo". E partiti i Guelfi di Lucca, non rimase città né castello in Toscana, picciolo o grande, che non tornasse a parte ghibellina. In questi tempi, essendo il conte Guido Novello signore in Firenze, tutta la camera del Comune votò, e trassene tra più volte assai bellissime balestra e altri guernimenti da oste, e mandonnegli a Poppi in Casentino suo castello.

<B>LXXXVI</B>

 

<I>Come gli usciti guelfi di Firenze e gli altri usciti di Toscana cacciarono i Ghibellini di Modona, e poi di Reggio.</I>

Venuti nella città di Bologna i miseri Guelfi cacciati di Firenze e di tutte le terre di Toscana, che niuna se ne tenea a parte guelfa, più tempo stettono in Bologna con grande soffratta e povertà, chi a soldo a piè, e chi a cavallo, e chi sanza soldo. Avenne in quegli tempi che quegli della città di Modona, la parte guelfa co' Ghibellini, vennono a disensione e battaglia cittadinesca tra·lloro, com'è usanza delle terre di Lombardia di raunarsi e di combattersi in su la piazza del Comune: più dì stettono afrontati l'uno contra l'altro sanza soprastare l'una parte l'altra. Avenne che' Guelfi mandarono per soccorso a Bologna, e spezialmente agli usciti guelfi di Firenze, i quali incontanente, come gente bisognosa e che per loro facie guerra, sì v'andarono a piè e a cavallo, come meglio ciascuno potéo. E giunti a Modona, per gli Guelfi fu data loro una porta, e messi dentro; e incontanente, venuti in su la piazza di Modona, come gente virtudiosa, e disposta ad arme e a guerra, si misono a la battaglia contro a' Ghibellini, i quali poco sostennero, che furono sconfitti, e morti, e cacciati della terra, e rubate le loro case, e beni; delle quali prede i detti usciti di Firenze guelfi e dell'altra Toscana molto ingrassaro, e si forniro di cavagli e d'arme, che n'aveano grande bisogno; e ciò fu gli anni di Cristo MCCLXIII. E stando in Modona, poco tempo appresso, per simile modo come fece Modona, si cominciò battaglia nella città di Reggio in Lombardia tra' Guelfi e' Ghibellini; e mandato per gli Guelfi di Reggio per soccorso agli usciti guelfi di Firenze ch'erano in Modona, incontanente v'andarono, e feciono capitano di loro messere Forese degli Adimari. E entrati in Reggio, furono in su la piazza a la battaglia, la quale molto durò, imperciò che' Ghibellini di Reggio erano molto possenti, e intra gli altri v'avea uno chiamato il Caca da Reggio, e ancora per ischerne del nome di lui si fa menzione in motti. Questi era grande quasi com'uno gigante, e di maravigliosa forza, e con una mazza di ferro in mano, nullo gli s'ardiva ad appressare che non abbattesse in terra o morto o guasto, e per lui era ritenuta quasi tutta la battaglia. Veggendo ciò i gentili uomini di Firenze usciti, si elessono tra·lloro XII de' più valorosi, e chiamaronsi gli XII paladini, i quali colle coltella in mano si strinsono adosso al detto valente uomo, il quale dopo molto grande difesa, e molti de' nimici abattuti, sì fu aterrato e morto in su la piazza; e sì tosto come i Ghibellini vidono atterrato il loro campione, si misono in fuga e in sconfitta, e furono cacciati di Reggio. E se gli usciti guelfi di Firenze e dell'altre terre di Toscana arricchirono delle prede de' Ghibellini di Modona, maggiormente aricchirono di quelle de' Ghibellini di Reggio; e tutti s'incavallaro, sicché in poco tempo, standosi in Reggio e in Modona, furono più di CCCC a cavallo di buona gente d'arme bene montati, e vennono a grande bisogno e sussidio di Carlo conte d'Angiò e di Proenza, quando passò in Puglia contra Manfredi, come innanzi faremo menzione.

Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze e degli usciti guelfi, e torneremo alle novitadi che ne' detti tempi furono tra la Chiesa di Roma e Manfredi.

<B>LXXXVII</B>

 

<I>Come Manfredi perseguitò papa Urbano e la Chiesa co' suoi Saracini di Nocera, e come fu predicata la croce contro a·lloro.</I>

Per la sconfitta de' Fiorentini e degli altri Guelfi di Toscana a Monte Aperti, come detto avemo adietro, lo re Manfredi montò in grande signoria e stato, e tutta la parte imperiale di Toscana e di Lombardia molto n'asaltò; e la Chiesa e' suoi divoti e fedeli n'abassarono molto in tutte parti. Avenne che molto poco tempo appresso, nel detto anno MCCLX, papa Allessandro passò di questa vita nella città di Viterbo, e vacò la Chiesa sanza pastore V mesi per discordia de' cardinali. Poi elessono papa Urbano il IIII, della città di Tresi di Campagna in Francia, il quale fue di vile nazione, siccome figliuolo d'uno ciabattiere, ma valente uomo fu, e savio. Ma la sua elezione fu in questo modo: egli era in corte di Roma povero cherico, e piativa una sua chiesa che gli era tolta, di libbre XX di tornesi l'anno; i cardinali per loro discordia serrarono con chiavi ov'erano rinchiusi, e feciono tra·lloro dicreto segreto che 'l primo cherico che picchiasse la porta fosse papa. Come piacque a·dDio, questo Urbano fu il primo, e dove piativa la povera chiesa di libbre XX di tornesi, ebbe l'universale Chiesa, come dispuose Idio, al modo della elezione del beato Niccolaio. Perché fu miracolosa la elezione, n'avemo fatta menzione e memoria; il quale fu consecrato gli anni di Cristo MCCLXI. Questi trovando la Chiesa in grande abassamento per la forza di Manfredi, il quale occupava quasi tutta Italia, e l'oste de' suoi Saracini di Nocera avea messa nelle terre del Patrimonio di San Piero, sì predicò croce contro a·lloro, onde molta gente fedeli si crucciaro, e andarono ad oste contra loro; per la qual cosa i detti Saracini si fuggirono in Puglia; ma però non lasciava Manfredi di continuo fare perseguitare il papa e la Chiesa a' suoi fedeli e masnade; e egli stava quando in Cicilia e quando in Puglia a grande delizia e in grandi diletti, seguendo vita mondana e epicurea, ad ogni suo piacere, tenendo più concubine, vivendo lussuriosamente, e non parea che curasse né Dio né santi. Ma Idio giusto signore, il quale per grazia indugia il suo giudicio a' peccatori perché si riconoscano, ma alla fine non perdona chi non ritorna a·llui, tosto mandò la sua maladizione e ruina a Manfredi, quando egli si credea esser in maggiore stato e signoria, come innanzi faremo menzione.

<B>LXXXVIII</B>

 

<I>Come la Chiesa di Roma elesse Carlo di Francia a esser re di Cicilia e di Puglia.</I>

Essendo il detto papa Urbano e la Chiesa così abbassata per la potenzia di Manfredi, e li eletti due imperadori (ciò era quello di Spagna e quello d'Inghilterra) nonn-aveano concordia né potenzia di passare in Italia, e Curradino figliuolo del re Currado, a cui apartenea per retaggio il regno di Cicilia e di Puglia, era sì piccolo garzone, che non potea ancora venire contro a Manfredi, il detto papa per infestamento di molti fedeli della Chiesa, i quali per le forze di Manfredi erano cacciati di loro terre, e spezialmente per gli usciti guelfi di Firenze e di Toscana che al continuo erano seguendo la corte, compiagnendosi a' piè del papa, il detto papa Urbano fece uno grande concilio de' suoi cardinali e di molti prelati, e propuose come la Chiesa era soggiogata da Manfredi, e come sempre quegli di sua casa e lignaggio erano stati nimici e persecutori di santa Chiesa, non essendo grati di molti benifici ricevuti, che, quando a·lloro paresse, avea pensato di trarre santa Chiesa di servaggio, e di recarla in suo stato e libera; e ciò potea esser, chiamando Carlo conte d'Angiò e di Proenza, figliuolo del re di Francia, e fratello del buono re Luis, il quale era il più sofficiente prencipe di prodezza d'arme e d'ogni virtù che fosse al suo tempo, e di sì possente casa come quella di Francia, e che fosse campione di santa Chiesa, e re di Cicilia e di Puglia, raquistandola dal re Manfredi, il quale la tenea per forza inlicitamente, e era scomunicato e dannato, e contro a la volontà di santa Chiesa, e come suo ribello; e egli si confidava tanto nella prodezza del detto Carlo e della baronia di Francia, che 'l seguiterebbono, ch'egli non dubitava ch'egli non contastasse Manfredi, e gli togliesse la terra e il regno tutto in poco tempo, e mettesse la Chiesa in grande stato. Al quale consiglio s'accordarono tutti i cardinali e prelati, e così elessono il detto Carlo a re di Cicilia e di Puglia, egli e' suoi discendenti insino in quarta di sua generazione appresso a lui; e fermata la elezione, gli mandarono il decreto; e ciò fu gli anni di Cristo MCCLXIII.

<B>LXXXIX</B>

 

<I>Come Carlo conte d'Angiò e di Proenza accettò la elezione fattagli di Puglia e di Cicilia per la Chiesa di Roma.</I>

Come la detta elezione fu portata in Francia al detto Carlo per lo cardinale Simone dal Torso, sì n'ebbe consiglio col re Luis di Francia, e col conte d'Artese, e con quello di Lanzone suoi fratelli, e cogli altri grandi baroni di Francia, e per tutti fu consigliato ch'al nome di Dio dovesse fare la detta impresa in servigio di santa Chiesa, e per portare onore di corona e di reame. E lo re Luis di Francia suo maggiore fratello gli proferse aiuto di gente e di tesoro; e simigliante gli profersono tutti i baroni di Francia. E la donna sua, ch'era figliuola minore del buono conte Ramondo Berlinghieri di Proenza, per la quale ebbe in retaggio la detta contea di Proenza, come sentì la elezione del conte Carlo suo marito, per esser reina si impegnò tutti i suoi gioegli, e richiese tutti i baccellieri d'arme di Francia e di Proenza, che fossono alla sua bandiera, e a farla reina. E ciò fece maggiormente per uno dispetto e sdegno, che poco dinanzi le sue tre maggiori serocchie, che tutte erano reine, l'aveano fatto, di farla sedere uno grado più bassa di loro, onde con grande duolo se ne richiamò a Carlo suo marito, il quale le rispuose: "Datti pace, ch'io ti farò tosto maggiore reina di loro"; per la qual cosa ella procacciò e ebbe la migliore baronia di Francia al suo servigio, e quegli che più adoperarono nella detta impresa. E così intese Carlo al suo apparecchiamento con ogni sollecitudine e podere, e rispuose al papa e a' cardinali per lo detto legato cardinale, come avea accettata la loro elezione, che sanza guari d'indugio passerebbe in Italia con forte braccio e grande potenzia alla difensione di santa Chiesa e contro a Manfredi, per cacciarlo della terra di Cicilia e di Puglia; della quale novella la Chiesa e tutti suoi fedeli, e chiunque era di parte guelfa, si confortarono assai e presono grande vigore. Come Manfredi sentì la novella, si provide al riparo di gente e di moneta, e colla forza della parte ghibellina di Lombardia e di Toscana, ch'erano in sua lega e compagnia, ordinò taglia e guernimento di più gente assai che prima nonn-aveano, e fecene venire della Magna per suo riparo, acciò che 'l detto Carlo né sua gente di Francia non potessono entrare in Italia né passare a Roma; e con moneta e con promesse si recò gran parte de' signori e delle città d'Italia sotto sua signoria, e in Lombardia fece suo vicario il marchese Palavigino di Piemonte suo parente, che molto il somigliava di persona e di costumi. E simigliante fece apparecchiare grande guardia in mare di galee armate de' suoi Ciciliani e Pugliesi, e de' Pisani ch'erano in lega con lui, e poco dottava la venuta del detto Carlo, il quale chiamavano per dispetto Carlotto. E imperciò che a Manfredi parea esser, e era, signore del mare e della terra, e la sua parte ghibellina era al di sopra e signoreggiava Toscana e Lombardia, la sua venuta avea per niente.

<B>XC</B>

 

<I>Incidenza, raccontando del buono conte Ramondo di Proenza.</I>

Poi che nel capitolo di sopra avemo contato della valente donna, moglie che fu del re Carlo e figliuola del buono conte Ramondo Berlinghieri di Proenza, è ragione ch'alcuna cosa in brieve diciamo del detto conte, onde il re Carlo rimase reda. Il conte Ramondo fu gentile signore di legnaggio, e fu d'una progenia di que' della casa d'Araona, e di quella del conte di Tolosa; per retaggio fu sua la Proenza di qua dal Rodano. Signore fu savio e cortese, e di nobile stato, e virtuoso, e al suo tempo fece onorate cose, e in sua corte usarono tutti i gentili uomini di Proenza, e di Francia, e Catalogna per la sua cortesia e nobile stato; e molte cobbole e canzoni provenzali di gran sentenzie fece. Arrivò in sua corte uno romeo che tornava da Sa·Jacopo, e udendo la bontà del conte Ramondo, ristette in sua corte, e fu sì savio e valoroso, e venne tanto in grazia al conte, che di tutto il fece maestro e guidatore; il quale sempre in abito onesto e riligioso si mantenne, e in poco tempo per sua industria e senno radoppiò la rendita di suo signore in tre doppi, mantenendo sempre grande e onorata corte. E avendo guerra col conte di Tolosa per confini di loro terre (e il conte di Tolosa ch'era il maggiore conte del mondo, e sotto sé avea XIIII conti), per la cortesia del conte Ramondo, e per lo senno del buono romeo, e per lo tesoro ch'egli gli avea raunato, ebbe tanti baroni e cavalieri, ch'egli venne al disopra della guerra, e con onore. Quattro figliuole avea il conte e nullo figliuolo maschio. Per lo senno e procaccio del buono romeo, prima gli maritò la maggiore al buono re Luis di Francia per moneta, dicendo al conte: "Lasciami fare, e non ti gravi il costo, che se tu mariti bene la prima, tutte l'altre per lo suo parentado le mariterai meglio, e con meno costo". E così venne fatto, che incontanente il re d'Inghilterra per esser cognato del re di Francia tolse l'altra per poca moneta; appresso il fratello carnale essendo eletto re de' Romani, simile tolse la terza; la quarta rimanendo a maritare, disse il buono romeo: "Di questa voglio che abbi uno valente uomo per figliuolo, che rimanga tua reda"; e così fece. Trovando Carlo conte d'Angiò, fratello del re Luis di Francia, disse: "A costui la da', ch'è per esser il migliore uomo del mondo", profetando di lui; e così fu fatto. Avenne poi per invidia, la quale guasta ogni bene, che' baroni di Proenza appuosono al buono romeo ch'egli avea male guidato il tesoro del conte, e feciongli domandare conto; il valente romeo disse: "Conte, io t'ho servito gran tempo, e messo di picciolo stato in grande, e di ciò per lo falso consiglio di tue genti se' poco grato; io venni in tua corte povero romeo, e onestamente del tuo sono vivuto: fammi dare il mio muletto, e 'l mio bordone, e scarsella, com'io ci venni, e quetoti ogni servigio". Il conte non volea si partisse; per nulla volle rimanere, e com'era venuto, così se n'andò, che mai non si seppe onde si fosse, né dove s'andasse: avisossi per molti che fosse santa anima la sua.

 

 

<B>XCI</B>

 

<I>Come in quegli tempi apparve una grande stella comata, e le sue significazioni.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXIIII, del mese d'agosto, apparve in cielo una stella comata con grandi raggi e chioma dietro, che levandosi dall'oriente con grande luce infino ch'era al mezzo il cielo, inverso l'occidente, la sua chioma risplendea, e durò tre mesi: ciò fu infino del mese di novembre. E la detta stella comata significò diverse novitadi in più parti del secolo; e molti dissono ch'apertamente significò la venuta del re Carlo di Francia, e la mutazione che seguì l'anno appresso del regno di Cicilia e di Puglia, il quale si trasmutò per la sconfitta e morte del re Manfredi della signoria de' Tedeschi a quella de' Franceschi; e simigliante molte mutazioni e traslazioni di parti, per cagione di quella del Regno, avennero a più città di Toscana e di Lombardia, come innanzi faremo menzione. E come s'apruovi che queste stelle comate significano mutazioni di regni, per gli antichi autori in loro versi, si mostra per Istazio poeta, nel primo suo libro di Tebe, ove disse: "Bella quibus populis que mutat regni comete". E Lucano nel primo suo libro disse: "Sideris et terris mutante regna comete". Ma questa intra l'altre significazioni fu evidente e aperta, che come la detta stella apparve, papa Urbano amalò d'infermità, e la notte che la detta cometa venne meno si passò il detto papa di questa vita nella città di Perugia, e là fu soppellito; della cui morte alquanto tardò la venuta di Carlo, e Manfredi e' suoi seguaci furono molto allegri, avisando che morto il detto papa Urbano ch'era Francesco, s'impedisse la detta impresa di Carlo. E vacò la Chiesa sanza pastore V mesi; ma come piacque a·dDio, fu fatto papa Clemente IIII della città di San Gilio in Proenza, il quale fu buono uomo e di santa vita per orazioni, e digiuni, e limosine, tutto che prima fosse suto laico, e avesse avuto moglie e figliuoli, cavaliere e grande avogado in ogni consiglio del re di Francia; ma morta la moglie, si fece cherico, e fu vescovo dal Poi, e appresso arcivescovo di Nerbona, e poi cardinale di Savina, e regnò presso di IIII anni, e molto fu favorevole alla venuta del detto Carlo, e rimise santa Chiesa in buono stato. Lasceremo alquanto del papa e dell'altre novità d'Italia, imperciò che tutte seguiro all'avento del detto Carlo e de' suoi successori, e le novità che furono quasi per tutto il mondo.

 

<B>LIBRO OTTAVO</B>

<B>I</B>

 

<I>Qui comincia il VIII libro, il quale tratta dell'avenimento del re Carlo, e di molte mutazioni e novitadi che ne seguirono appresso.</I>

Carlo figliuolo secondo che fu di Luis Piacevole re di Francia, e nipote del buono re Filippo il Bornio suo avolo, onde facemmo menzione adietro, e fratello del buono re Luis di Francia, e di Ruberto conte d'Artese, e d'Infons conte di Pettieri, tutti e quattro fratelli, furono nati della reina Biancia figliuola del re Alfons di Spagna. Il detto Carlo conte d'Angiò per retaggio del padre, e conte di Proenza di qua dal Rodano per retaggio della moglie, figliuola del buono conte Ramondo Berlinghieri, sì come per lo papa e per la Chiesa fu eletto re di Cicilia e di Puglia, sì s'apparecchiò di cavalieri e di baroni per fornire sua impresa e passare in Italia, come innarrammo dinanzi. Ma acciò che più apertamente si possa sapere per quegli che sono a venire come questo Carlo fu il primo origine de' re di Cicilia e di Puglia stratti della casa di Francia, sì direno alquanto delle sue virtù e condizioni; ed è bene ragione di far memoria di tanto signore, e tanto amico e protettore e difenditore di santa Chiesa e della nostra città di Firenze, sì come innanzi faremo menzione. Questo Carlo fu savio, di sano consiglio, e prode in arme, e aspro, e molto temuto e ridottato da tutti i re del mondo, magnanimo e d'alti intendimenti, in fare ogni grande impresa sicuro, in ogni aversità fermo, e veritiere d'ogni sua promessa, poco parlante, e molto adoperante, e quasi non ridea se non poco, onesto com'uno religioso, e cattolico; aspro in giustizia, e di feroce riguardo; grande di persona e nerboruto, di colore ulivigno, e con grande naso, e parea bene maestà reale più ch'altro signore. Molto vegghiava e poco dormiva, e usava di dire che dormendo tanto tempo si perdea. Largo fu a' cavalieri d'arme, ma covidoso d'aquistare terra, e signoria, e moneta, d'onde si venisse, per fornire le sue imprese e guerre. Di gente di corte, minestrieri o giucolari, non si dilettò mai. La sua arme era quella di Francia, cioè il campo azzurro e fioridaliso d'oro, e di sopra uno rastrello vermiglio: tanto si divisava da quella del re di Francia. Questo Carlo quando passò in Italia era d'età di XLVI anni, e regnò re di Cicilia e di Puglia, come faremo menzione innanzi, anni XVIIII. Ebbe della moglie due figliuoli e più figliuole: il primo ebbe nome Carlo secondo, e fu sciancato alquanto, e fu prenze di Capova, e appresso del primo Carlo suo padre fu re di Cicilia e di Puglia, come innanzi faremo menzione; l'altro ebbe nome Filippo, il quale per la moglie fu prenze della Morea, ma morì giovane, e sanza figliuoli, però che si guastò a tendere uno balestro. Lasceremo alquanto della progenie del buono re Carlo, e seguiremo nostra storia del suo passaggio in Italia e d'altre cose conseguenti a quello.

<B>II</B>

 

<I>Come i Guelfi usciti di Firenze ebbono l'arme da papa Chimento, e come seguirono la gente francesca del conte Carlo.</I>

In questi tempi i Guelfi usciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana, i quali s'erano molto avanzati per la presura ch'aveano fatta della città di Modona e di Reggio, come addietro facemmo menzione, sentendo come il conte Carlo s'apparecchiava di passare in Italia, sì si misono con tutto loro podere in arme e in cavagli, isforzandosi ciascuno giusta sua possa, e feciono più di CCCC buoni uomini a cavallo gentili di lignaggio, e provati in arme, e mandarono loro ambasciadori a papa Chimento, acciò che gli raccomandasse al conte Carlo eletto re di Cicilia, e profferendosi al servigio di santa Chiesa; i quali dal detto papa furono ricevuti graziosamente, e proveduti di moneta e d'altri benifici; e volle il detto papa che per suo amore la parte guelfa di Firenze portasse sempre la sua arme propia in bandiera e in suggello, la quale era, e è, il campo bianco con una aguglia vermiglia in su uno serpente verde, la quale portarono e tennero poi, e fanno insino a' nostri presenti tempi; bene v'hanno poi agiunto i Guelfi uno giglietto vermiglio sopra il capo dell'aquila. E con quella insegna si partirono di Lombardia in compagnia de' cavalieri franceschi del conte Carlo quando passarono a Roma, come appresso faremo menzione; e fu della migliore gente, e che più adoperarono d'arme ch'avesse del tanto il re Carlo alla battaglia contro a Manfredi. Lasceremo alquanto degli usciti guelfi di Firenze, e diremo della venuta del conte Carlo e di sua gente.

<B>III</B>

 

<I>Come il conte Carlo si partì di Francia, e per mare si passò di Proenza a Roma.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXV Carlo conte d'Angiò e di Proenza, fatta sua raunata di baroni e di cavalieri di Francia, e di moneta per fornire suo viaggio, e fatta sua mostra, si lasciò il conte Guido di Monforte capitano e guidatore di MD cavalieri franceschi, i quali dovessono venire a Roma per la via di Lombardia. E fatta la festa della Pasqua della Resurressione di Cristo col re Luis di Francia e cogli altri suoi fratelli e amici, subitamente si partì di Parigi con poca compagnia: sanza soggiorno venne a Marsilia in Proenza, là dove avea fatte apparecchiare XXX galee armate, in su le quali si ricolse con alquanti baroni che di Francia avea menato seco, e con certi de' suoi baroni e cavalieri provenzali, e misesi in mare per venire a Roma a grande pericolo; però che 'l re Manfredi colle sue forze avea fatte armare in Genova, e in Pisa, e nel Regno più di LXXX galee, le quali stavano in mare alla guardia, acciò che 'l detto Carlo non potesse passare. Ma il detto Carlo, come franco e ardito signore, si mise a passare, non guardando agli aguati de' suoi nimici, dicendo uno proverbio, overo sentenzia di filosofo, che dice: "Buono studio rompe rea fortuna". E ciò avenne al detto Carlo bene a bisogno; ché essendo colle sue galee sopra il mare di Pisa, per fortuna di mare si sciarrarono, e Carlo con III delle sue galee, per forza straccando, arrivò a Porto Pisano. Sentendo ciò il conte Guido Novello, ch'allora era in Pisa vicaro del re Manfredi, s'armò colle sue masnade di Tedeschi per cavalcare a Porto, e prendere il conte Carlo; i Pisani presono loro punto, e chiusono le porte della città, e furono ad arme, e mossono questione al vicario, che rivoleano il cassero del Mutrone ch'egli tenea per gli Lucchesi, il quale era a·lloro molto caro e bisognevole; e così convenne che fosse fatto innanzi si potesse partire. E per lo detto intervallo e dimoro, quando il conte Guido partito di Pisa e giunto a Porto, il conte Carlo, cessata alquanto la fortuna, e con grande sollecitudine fatte racconciare le sue galee, e messosi in mare, di poco dinanzi s'era partito di Porto, e cessato tanto pericolo e isventura: e così come piacque adDio, passando poi assai di presso del navilio del re Manfredi, prendendo alto mare, arrivò colla sua armata sano e salvo alla foce del Tevero di Roma del mese di maggio del detto anno, la cui venuta fu tenuta molto maravigliosa e sùbita, e dal re Manfredi e da sua gente appena si potea credere. Giunto Carlo a Roma, da' Romani fu ricevuto a grande onore, imperciò che non amavano la signoria di Manfredi, e incontanente fu fatto sanatore di Roma per volontà del papa e del popolo di Roma. Con tutto che papa Chimento fosse a Viterbo, li diede ogni aiuto e favore contro a Manfredi, spirituale e temporale; ma per cagione che·lla sua cavalleria che venia di Francia per terra, per molti impedimenti apparecchiati per le genti di Manfredi in Lombardia, penarono molto a giugnere a Roma, come faremo menzione, sicché al conte Carlo convenne soggiornare a Roma, e in Campagna, e a Viterbo tutta quella state, nel quale soggiorno provide e ordinò come potesse entrare nel Regno con sua oste.

 

 

<B>IV</B>

 

<I>Come il conte Guido di Monforte colla cavalleria del conte Carlo passò per Lombardia a Roma.</I>

Il conte Guido di Monforte colla cavalleria che 'l conte Carlo gli lasciò a guidare, e colla contessa moglie del detto Carlo, e co' suoi cavalieri si partirono di Francia del mese di giugno del detto anno. E questi furono i caporali de' baroni col conte di Monforte: messer Boccardo conte di Vandomo, e messere Giovanni suo fratello, messer Guido di Bieluogo vescovo d'Alsurro, messere Filippo di Monforte, messere Guiglielmo e messer Piero di Bielmonte, messer Ruberto di Bettona primogenito del conte di Fiandra il quale era genero del conte Carlo, messer Gilio il Bruno conastabolo di Francia, maestro e balio del detto Ruberto, il maliscalco di Mirapesce, messere Guiglielmo lo Stendardo, messer Gianni di Bresiglia maliscalco del conte Carlo, cortese e valente cavaliere; e feciono la via di Borgogna e di Savoia, e passarono le montagne di Monsanese; e arrivati nella contrada di Torino e d'Asti, dal marchese di Monferrato ch'era signore di quello paese furono ricevuti onorevolmente, perché 'l detto marchese tenea colla Chiesa, e era contro a Manfredi; e per lo suo condotto, e coll'aiuto de' Melanesi, si misono a passare la Lombardia tutti in arme, e cavalcando schierati, e con molto affanno di Piemonte infino a Parma, però che 'l marchese Palavigino parente di Manfredi, colla forza de' Chermonesi e dell'altre città ghibelline di Lombardia ch'erano in lega con Manfredi, era a guardare i passi con più di IIIm cavalieri, che Tedeschi e che Lombardi. Alla fine, come piacque a·dDio, veggendosi assai di presso le dette due osti al luogo detto...., i Franceschi passarono sanza contasto di battaglia, e arrivarono alla città di Parma. Bene si disse che uno messer Buoso della casa di que' da Duera di Chermona, per danari ch'ebbe da' Franceschi, mise consiglio per modo che l'oste di Manfredi non fosse al contasto al passo, com'erano ordinati, onde poi il popolo di Chermona a·ffurore distrussono il detto legnaggio di quegli da Duera. Giunti i Franceschi alla città di Parma, furono ricevuti graziosamente; e gli usciti guelfi di Firenze e dell'altre città di Toscana, con più di CCCC cavalieri, onde aveano fatto loro capitano il conte Guido Guerra de' conti Guidi, andarono loro incontro infino a Mantova. E quando i Franceschi si scontrarono con gli usciti guelfi di Firenze e di Toscana, parve loro sì bella gente e sì riccamente a cavagli e ad arme, che molto si maravigliarono che usciti di loro terre potessono esser così nobilemente adobbati, e la loro compagnia ebbono molto cara de' detti nostri usciti. E poi gli scorsono e condussono per Lombardia a Bologna, e per Romagna, e per la Marca, e per lo Ducato, che per Toscana non poterono passare, però che tutta era a parte ghibellina e alla signoria di Manfredi; per la qual cosa misono molto tempo in loro viaggio, sicché prima fu l'entrante del mese di dicembre del detto anno MCCLXV, che giugnessono a Roma; e giunti loro alla città di Roma, il conte Carlo fu molto allegro, e gli ricevette a gran festa e onore.

<B>V</B>

 

<I>Come lo re Carlo fu coronato in Roma re di Cicilia, e come incontanente si partì con sua oste per andare incontro al re Manfredi.</I>

Come la cavalleria del conte Carlo fu giunta a Roma, sì intese a prendere sua corona, e il dì della Befania, gli anni detti MCCLXV, per due cardinali legati e mandati dal papa fue consecrato in Roma e coronato del reame di Cicilia e di Puglia, egli e la donna sua, a grande onore; e sì tosto come fu finita la festa della sua coronazione, sanza alcuno soggiorno si mise al camino con sua oste per la via di Campagna inverso il regno di Puglia; e Campagna ebbe assai tosto grande parte sanza contasto al suo comandamento. Lo re Manfredi sentendo la loro venuta, del detto Carlo, e poi della sua gente, com'era passata per difalta della sua grande oste ch'era in Lombardia, fu molto cruccioso: incontanente mise tutto suo studio alla guardia de' passi del Regno, e al passo al ponte a Cepperano mise il conte Giordano e quello di Caserta, i quali erano della casa di quegli d'Aquino, e con genti assai a piè e a cavallo, e in San Germano mise grande parte di sua baronia, Tedeschi e Pugliesi, e tutti i Saracini di Nocera coll'arcora e balestra e con molto saettamento, confidandosi più in quello riparo che inn-altro, per lo forte luogo e per lo sito, che dall'una parte ha grandi montagne e dall'altra paduli e marosi, ed era fornito di vittuaglia e di tutte cose bisognevoli per più di due anni. Avendo fatto il re Manfredi di fornimento a' passi, come detto avemo, sì mandò suoi ambasciadori al re Carlo, per trattare co·llui triegue o pace; ed isposta loro ambasciata, il re Carlo di sua bocca volle fare la risposta, e disse in sua lingua in francesco: "Ales e dite moi a le sultam de Nocere: o gie metterai lui en enferne o il mettra moi em paradis"; ciò vuole dire: "Io non voglio altro che·lla battaglia, ove o io ucciderò lui, o egli me"; e ciò fatto, sanza soggiorno si mise al cammino. Avenne che giunto il re Carlo con sua oste a Fresolone in Campagna, iscendendo verso Cepperano, il detto conte Giordano che a quello passo era a guardia, veggendo venire la gente del re per passare, volle difendere il passo; il conte di Caserta disse ch'era meglio a lasciarne prima alquanti passare, sì gli avrebbono di là dal passo sanza colpo di spada. Il conte Giordano credendo che consigliasse il migliore, aconsentì, ma quando vide ingrossare la gente, ancora volle assalirgli con battaglia; allora il conte di Caserta, il quale era nel trattato, disse che·lla battaglia era di gran rischio, imperciò che troppi n'erano passati. Allora il conte Giordano veggendo sì possente la gente del re, abandonarono la terra e 'l ponte, chi dice per paura, ma i più dissono per lo trattato fatto da·re al conte di Caserta, imperciò ch'egli nonn-amava Manfredi, però che per la sua disordinata lussuria per forza avea giaciuto colla moglie del conte di Caserta, onde da·llui si tenea forte ontato, e volle fare questa vendetta col detto tradimento. E a questo diamo fede, però che furono de' primi egli e' suoi che s'arrenderono al re Carlo, e lasciato Cepperano, non tornaro a l'oste del re Manfredi a San Germano, ma si tennero in loro castella.

 

 

<B>VI</B>

 

<I>Come il re Carlo, avuto il passo di Cepperano, ebbe per forza la terra di San Germano.</I>

Come lo re Carlo e sua oste ebbono preso il passo di Cepperano, presono Aquino sanza contasto, e per forza ebbono la rocca d'Arci, ch'è delle più forti tenute di quello paese; e ciò fatto, si misono a campo coll'oste a San Germano. Quegli della terra per lo forte luogo, e perch'era bene fornito di genti e di tutte cose, aveano per niente la gente del re Carlo, ma per dispregio, a·lloro ragazzi che menavano i cavagli a l'acqua faceano spregiare, e dire onta e villania, chiamando: "Ov'è il vostro Carlotto?". Per la qual cosa i ragazzi de' Franceschi si misono a badaluccare e a combattere con quegli d'entro, per la qual cosa tutta l'oste de' Franceschi si levò a romore. E temendo che 'l campo non fosse assalito, tutti furono ad arme i Franceschi subitamente, correndo inverso la terra; quegli d'entro non prendendosi di ciò guardia, non furono così tosto tutti a l'arme. I Franceschi con grande furore assalirono la terra, e dando battaglia da più parti; e chi migliore schermo non potea avere, ismontando de' cavagli, e levando loro le selle, e con esse in capo andavano sotto le mura e torri della terra. Il conte di Vandomo con messer Gianni suo fratello, e co·lloro bandiera, i quali furono de' primi che s'armarono, seguirono i ragazzi di que' d'entro ch'erano usciti al badalucco, e cacciandogli, co·lloro insieme si misono dentro per una postierla ch'era aperta per ricoglierli; e ciò non fu sanza grande pericolo, imperciò che·lla porta era bene guardata da più gente d'arme, e rimasonvene e morti e fediti di quegli che seguivano il conte di Vandomo e 'l fratello; ma eglino per loro grande ardire e virtù pur vinsono la punga a la porta per forza d'arme, e entrarono dentro, e incontanente la loro insegna misono in su le mura. E de' primi che gli seguirono furono gli usciti guelfi di Firenze, ond'era capitano il conte Guido Guerra, e la 'nsegna portava messer Stoldo Giacoppi de' Rossi: i quali Guelfi alla presa del detto San Germano si portarono maravigliosamente e come buona gente, per la qual cosa quegli di fuori presono cuore e ardire, e chi meglio poteva si mettea dentro alla terra. Quegli d'entro, vedute le 'nsegne de' nemici in su le mura, e presa la porta, molti ne fuggirono, e pochi ne stettono alla difensione; per la qual cosa la gente del re Carlo combattendo ebbono la terra di San Germano a dì X di febbraio MCCLXV, e fu tenuta grandissima maraviglia, per la fortezza della terra, e piuttosto fattura di Dio che forza umana, perché dentro v'avea più di M cavalieri e più di Vm pedoni, intra' quali avea molti arcieri saracini di Nocera; ma per una zuffa che la notte dinanzi, come a Dio piacque, surse tra' Cristiani e' Saracini, della quale i Saracini furono soperchiati, il giorno appresso non furono in fede alla difensione della terra; e questa infra l'altre fu bene una delle cagioni perché perderono la terra di San Germano. Delle masnade di Manfredi furono assai morti e presi, e la terra tutta corsa e rubata per li Franceschi, e ivi soggiornò lo re e sua oste alquanto per prendere riposo, e per sapere gli andamenti di Manfredi.

 

 

<B>VII</B>

 

<I>Come lo re Manfredi andò a Benivento, e come ordinò sue schiere per combattere col re Carlo.</I>

Lo re Manfredi intesa la novella della perdita di San Germano, e tornandone la sua gente sconfitti, fu molto isbigottito, e prese suo consiglio quello ch'avesse a·ffare, il quale fu consigliato per lo conte Calvagno, e per lo conte Giordano, e per lo conte Bartolomeo, e per lo conte camerlingo, e per gli altri suoi baroni ch'egli con tutto suo podere si ritraesse alla città di Benivento per forte luogo, e per avere la signoria di prendere la battaglia a sua posta, e per ritrarsi inverso Puglia, se bisognasse, e ancora per contradiare il passo al re Carlo, imperciò che per altra via non potea entrare in Principato e a Napoli, né passare in Puglia se non per la via di Benivento; e così fu fatto. Lo re Carlo sentendo l'andata di Manfredi a Benivento, incontanente si partì da San Germano, per seguirlo con sua oste, e non tenne il cammino diritto di Capova, e per Terra di Lavoro, imperciò che al ponte di Capova non avrebbe potuto passare, per la fortezza ch'è in su il fiume delle torri del ponte, e il fiume è grosso; ma si mise a passare il fiume del Voltorno presso a Tuliverno, ove si può guadare, e tenne per la contrada d'Alifi, e per aspri cammini delle montagne di beneventana, e sanza soggiorno, e con grande disagio di muneta e di vittuaglia, giunse all'ora di mezzogiorno a piè di Benevento, alla valle d'incontro alla città, per ispazio di lungi di due miglia alla riva del fiume di Calore, che corre a piè di Benevento. Lo re Manfredi veggendo apparire l'oste del re Carlo, avuto suo consiglio, prese partito del combattere, e d'uscire fuori a campo con sua cavalleria, per assalire la gente del re Carlo anzi che si riposassono; ma in ciò prese mal partito, che se fosse atteso uno o due giorni, lo re Carlo e sua oste erano morti e presi sanza colpo di spada, per difalta di vivanda per loro e per gli loro cavagli; ché 'l giorno dinanzi che giugnessono a piè di Benevento, per nicessità di vittuaglia, molti di sua oste convenne vivesse di cavoli, e' loro cavagli di torsi, sanza altro pane, o biada per gli cavagli, e la moneta per dispendere era loro fallita. Ancora era la gente e forza del re Manfredi molto sparta, che messer Currado d'Antioccia era in Abruzzi con gente, il conte Federigo era in Calavra, il conte di Ventimiglia era in Cicilia: che se avesse alquanto atteso crescevano le sue forze; ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno. Manfredi uscito di Benevento con sua gente, passò il ponte ch'è sopra il detto fiume di Calore, nel piano ove si dice Santa Maria della Grandella, il luogo detto la pietra a Roseto; ivi fece tre battaglie overo schiere: l'una fu di Tedeschi di cui si rifidava molto, e erano bene MCC cavalieri, ond'era capitano il conte Calvagno; la seconda era di Toscani e Lombardi, e anche Tedeschi, in numero di M cavalieri, la quale guidava il conte Giordano; la terza fu de' Pugliesi co' Saracini di Nocera, la quale guidava lo re Manfredi, la quale era di MCCCC cavalieri, sanza i pedoni e gli arcieri saracini ch'erano in grande quantità.

 

 

<B>VIII</B>

 

<I>Come il re Carlo ordinò sue schiere per combattere col re Manfredi.</I>

Lo re Carlo veggendo Manfredi e sua gente venuti a campo per combattere, ebbe suo consiglio di prendere la battaglia il giorno o d'indugiarla. Gli più de' suoi baroni consigliarono del soggiorno infino a la mattina vegnente, per riposare i cavagli dell'affanno avuto per lo forte cammino, e messer Gilio il Bruno conastabole di Francia disse il contrario, e che indugiando, i nimici prenderanno cuore e ardire, e a·lloro potea al tutto fallire la vivanda, e che se altri dell'oste no·lla volesse la battaglia, egli solo col suo signore Ruberto di Fiandra e con sua gente si metterebbe alla ventura del combattere, avendo fidanza in Dio d'avere la vittoria contra' nemici di santa Chiesa. Veggendo ciò il re Carlo, s'attenne e prese il suo consiglio, e per la grande volontà ch'avea del combattere, disse con alta voce a' suoi cavalieri: "Venus est le iors ce nos avons tant desiré"; e fece sonare le trombe, e comandò ch'ogni uomo s'armasse e apparecchiasse per andare alla battaglia, e così in poca d'ora fu fatto. E ordinò, sì come i suoi nemici, a petto di loro tre schiere principali: la prima schiera era de' Franceschi in quantità di M cavalieri, ond'erano capitani messer Filippo di Monforte e 'l maliscalco di Mirapesce; la seconda lo re Carlo col conte Guido di Monforte, e con molti de' suoi baroni e cavalieri della reina, e co' baroni e cavalieri di Proenza, e Romani, e Campagnini, ch'erano intorno di VIIIIc cavalieri, e le 'nsegne reali portava messer Guiglielmo lo Stendardo, uomo di grande valore; la terza fu guidatore Ruberto conte di Fiandra col suo maestro Gilio maliscalco di Francia, con Fiamminghi, e Bramanzoni, e Annoieri, e Piccardi, in numero di VIIc cavalieri. E di fuori di queste schiere furono gli usciti guelfi di Firenze con tutti gl'Italiani, e furono più di CCCC cavalieri, de' quali molti di loro delle maggiori case di Firenze si feciono cavalieri per mano del re Carlo in su il cominciare della battaglia; e di questa gente, Guelfi di Firenze e di Toscana, era capitano il conte Guido Guerra, e la 'nsegna di loro portava in quella battaglia messer Currado da Montemagno di Pistoia. E veggendo il re Manfredi fatte le schiere, domandò della schiera quarta che gente erano, i quali comparivano molto bene inn-arme e in cavagli e in arredi e sopransegne; fugli detto ch'erano la parte guelfa usciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana. Allora si dolfe Manfredi dicendo: "Ov'è l'aiuto ch'io hoe dalla parte ghibellina, ch'io ho cotanto servita, e messo in loro cotanto tesoro?", e disse: "Quella gente", cioè la schiera de' Guelfi, "non possono oggi perdere"; e ciò venne a dire, s'egli avesse vittoria ch'egli sarebbe amico de' Guelfi di Firenze, veggendogli sì fedeli al loro signore e a·lloro parte, e nemico de' Ghibellini.

<B>IX</B>

 

<I>Come la battaglia dal re Carlo al re Manfredi fu, e come il re Manfredi fu sconfitto e morto.</I>

Ordinate le schiere de' due re nel piano della Grandella per lo modo detto dinanzi, e ciascuno de' detti signori amonita la sua gente di ben fare, e dato il nome per lo re Carlo a' suoi, "Mongioia, cavalieri", e per lo re Manfredi a' suoi, "Soavia, cavalieri", il vescovo d'Alsurro, siccome legato del papa, asolvette e benedisse tutti quelli dell'oste del re Carlo, perdonando colpa e pena, però ch'essi combatteano in servigio di santa Chiesa. E ciò fatto, si cominciò l'aspra battaglia tra le prime due schiere de' Tedeschi e de' Franceschi, e fu sì forte l'asalto de' Tedeschi, che malamente menavano la schiera de' Franceschi, e assai gli feciono rinculare adietro, e presono campo. E 'l buono re Carlo veggendo i suoi così malmenare, non tenne l'ordine della battaglia di difendersi colla seconda schiera, avisandosi che se la prima schiera de' Franceschi ove avea tutta sua fidanza fosse rotta, piccola speranza di salute attendea dell'altre; incontanente colla sua schiera si mise al soccorso della schiera de' Franceschi contro a quella de' Tedeschi; e come gli usciti di Firenze e loro schiera vidono lo re Carlo fedire alla battaglia, si misono appresso francamente, e feciono maravigliose cose d'arme il giorno, seguendo sempre la persona del re Carlo; e simile fece il buono Gilio il Bruno conastabile di Francia con Ruberto di Fiandra con sua schiera, e da l'altra parte fedì il conte Giordano colla sua schiera, onde la battaglia fu aspra e dura, e grande pezza durò, che non si sapea chi avesse il migliore; però che gli Tedeschi per loro virtude e forza colpendo di loro spade, molto danneggiavano i Franceschi. Ma subitamente si levò uno grande grido tra·lle schiere de' Franceschi, chi che 'l si cominciasse, dicendo: "Agli stocchi, agli stocchi, a fedire i cavagli!"; e così fu fatto, per la qual cosa in piccola d'ora i Tedeschi furono molto malmenati e molto abattuti, e quasi inn isconfitta volti. Lo re Manfredi, lo quale con sua schiera de' Pugliesi stava al soccorso dell'oste, veggendo gli suoi che non poteano durare la battaglia, sì confortò la sua gente della sua schiera, che 'l seguissono alla battaglia, da' quali fu male inteso, però che la maggiore parte de' baroni pugliesi e del Regno, in tra gli altri il conte camerlingo, e quello della Cerra, e quello di Caserta e altri, o per viltà di cuore, o veggendo a loro avere il peggiore, e chi disse per tradimento, come genti infedeli e vaghi di nuovo signore, si fallirono a Manfredi, abandonandolo e fuggendosi chi verso Abruzzi e chi verso la città di Benevento. Manfredi rimaso con pochi, fece come valente signore, che innanzi volle in battaglia morire re, che fuggire con vergogna; e mettendosi l'elmo, una aquila d'argento ch'egli avea ivi su per cimiera gli cadde in su l'arcione dinanzi. E egli ciò veggendo isbigottì molto, e disse a' baroni che gli erano dal lato in latino: "<I>Hoc est signum Dei</I>, però che questa cimiera appiccai io colle mie mani in tal modo che non dovea potere cadere". Ma però non lasciò, ma come valente signore prese cuore, e incontanente si mise alla battaglia, non con sopransegne reali per non esser conosciuto per lo re, ma come un altro barone, lui fedendo francamente nel mezzo della battaglia. Ma però i suoi poco duraro, che già erano in volta: incontanente furono sconfitti, e lo re Manfredi morto in mezzo de' nemici, dissesi per uno scudiere francesco, ma non si seppe il certo. In quella battaglia ebbe gran mortalità d'una parte e d'altra, ma troppo più della gente di Manfredi. E fuggendo del campo verso Benevento, cacciati da quegli dell'oste del re Carlo, infino nella terra, che·ssi facea già notte, gli seguirono, e presono la città di Benevento, e quegli che fuggieno. Molti de' baroni caporali del re Manfredi rimasono presi: intra gli altri furono presi il conte Giordano, e messer Piero Asini degli Uberti, i quali il re Carlo mandò in pregione in Proenza, e di là d'aspra morte in carcere gli fece morire. Gli altri baroni pugliesi e tedeschi ritenne in pregione in diversi luoghi nel Regno. E pochi dì apresso la moglie del detto Manfredi e' figliuoli e la suora, i quali erano in Nocera de' Saracini in Puglia, furono renduti presi al re Carlo, i quali poi morirono in sua pregione. E bene venne a Manfredi e a sue rede la maladizione d'Iddio, e assai chiaro si mostrò il giudizio d'lddio in lui, perch'era scomunicato e nimico e persecutore di santa Chiesa. Nella sua fine, di Manfredi si cercò più di tre giorni, che non si ritrovava, e non si sapea se fosse morto, o preso, o scampato, perché nonn-avea avuto a la battaglia indosso armi reali. Alla fine per uno ribaldo di sua gente fu riconosciuto per più insegne di sua persona in mezzo il campo ove fu la battaglia. E trovato il suo corpo per lo detto ribaldo, il mise traverso in su uno asino, vegnendo gridando: "Chi acatta Manfredi, chi acatta Manfredi?"; il quale ribaldo da uno barone del re fu battuto, e recato il corpo di Manfredi dinanzi al re, fece venire tutti i baroni ch'erano presi, e domandato ciascuno s'egli era Manfredi, tutti temorosamente dissono di sì. Quando venne il conte Giordano sì si diede delle mani nel volto piagnendo e gridando: "Omè, omè, signore mio!"; onde molto ne fu commendato da' Franceschi, e per alquanti de' baroni del re fu pregato che gli facesse fare onore alla seppultura. Rispuose il re: "Si feisse ie volontiers, s'il non fust scomunié"; ma imperciò ch'era scomunicato, non volle il re Carlo che fosse recato in luogo sacro; ma appiè del ponte di Benevento fu soppellito, e sopra la sua fossa per ciascuno dell'oste gittata una pietra, onde si fece grande mora di sassi. Ma per alcuni si disse che poi per mandato del papa il vescovo di Cosenza il trasse di quella sepultura, e mandollo fuori del Regno, ch'era terra di Chiesa, e fu sepolto lungo il fiume del Verde a' confini del Regno e di Campagna: questo però nonn-affermiamo. Questa battaglia e sconfitta fu uno venerdì, il sezzaio di febbraio, gli anni di Cristo MCCLXV.

<B>X</B>

 

<I>Come lo re Carlo ebbe la signoria de' Regno e di Cicilia, e come don Arrigo di Spagna venne a·llui.</I>

Come il re Carlo ebbe sconfitto e morto Manfredi, la sua gente furono tutti ricchi delle spoglie del campo, e maggioremente de' signoraggi e de' baronaggi che teneano i baroni di Manfredi, che in poco tempo appresso tutte le terre del Regno, di Puglia e gran parte di quelle dell'isola di Cicilia feciono le comandamenta del re Carlo; delle quali baronie, e signoraggi, e fii de' cavalieri rinvestì a tutti coloro che·ll'aveano servito, Franceschi, e Provenzali, e Latini, ciascuno secondo il suo grado. E quando il re Carlo venne in Napoli, da' Napoletani fu ricevuto come signore a grande onore, e ismontò al castello di Capova, il quale avea fatto fare lo 'mperadore Federigo, nel quale trovò il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro di terì spezzato, il quale si fece venire innanzi, e porre in su' tappeti ov'era egli e la reina e messer Beltram del Balzo; e fece venire bilance, e disse a messer Beltram che 'l partisse. Il magnanimo cavaliere disse: "Che a gie a fer de balance a departir vostre tesor?", ma co' piedi vi salì suso, e co' piedi ne fece tre parti: "L'una parte", disse, "sia di monsignor lo re, e l'altra di madama la reina, e l'altra sia de' vostri cavalieri"; e così fu fatto. Lo re veggendo la magnanimità di messere Beltram, incontanente gli diede la contea d'Avellino, e fecenelo conte. E poco appresso a·re non piacque d'abitare nel castello di Capova, perch'era abitato al modo tedesco; ordinò che si facesse castello nuovo al modo francesco, il quale è presso a San Piero in Castello da l'altra parte di Napoli. E poco tempo appresso tutti i baroni pugliesi, i quali lo re avea presi alla battaglia, fece scapolare, e a molti rendé loro terre e retaggi, per avere più l'amore di que' del paese; della qual cosa, di gran parte, fece il peggiore per la rea uscita che poco tempo appresso gli feciono certi de' detti baroni pugliesi, siccome innanzi faremo menzione. Avenne poco tempo appresso, il seguente anno che il re Carlo ebbe il reame e signoria di Cicilia e di Puglia, che don Arrigo figliuolo secondo del re di Spagna cugino del re Carlo, nato di serocchia e di fratello, il quale era stato in Africa a' soldi del re di Tunisi, udendo lo stato del re suo cugino, passò di Tunisi in Puglia con più di VIIIc cavalieri spagnuoli, molto bella e buona gente; il quale don Arrigo dal re Carlo fu ricevuto graziosamente, e ritenuto a' suoi soldi, e in luogo di lui il fece senatore di Roma, e guardia di tutte le terre di Campagna e dal Patrimonio. Ma il detto don Arrigo, il quale da Tunisi era tornato ricco di danari, per bisogno del re Carlo gli prestò, si dice, XLm dobble d'oro, le quali non riebbe mai, onde nacque poi grande scandalo tra·lloro, come innanzi faremo menzione. E intra l'altre cagioni della discordia da don Arrigo e lo re fu che don Arrigo procacciava colla Chiesa d'avere l'isola di Sardigna, e lo re Carlo la volea per sé; e per la discordia no·ll'ebbe né·ll'uno né·ll'altro; e per questo isdegno don Arrigo si fece nimico, e in parte nonn-ebbe il torto, che lo re Carlo avea bene tanta terra, che bene dovea volere che 'l suo cugino avesse quella poca, ma per l'avarizia e invidia nol volle a vicino; e don Arrigo disse: "Per lo cor Dio, o el mi matrà, o io il matrò". Lasceremo ora alquanto de' fatti del re Carlo, e diremo d'altre cose che furono in quelli tempi, tornando a nostra materia de' fatti di Firenze,, che per la vittoria del re Carlo ebbe grandi mutazioni.

 

 

<B>XI</B>

 

<I>Come i Saracini di Barberia passarono inn-Ispagna, e come vi furono sconfitti.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXVI grandissimo esercito di numero di Saracini passarono d'Africa per lo stretto di Sibilia per racquistare la Spagna e l'Araona, e agiunti co' Saracini di Granata, i quali ancora abitavano in Ispagna, grande danno feciono a' Cristiani. Ma sentendo ciò lo re di Spagna, col re di Portogallo e con quello d'Araona raunati insieme, e con molti altri Cristiani di croce segnati per indulgenzia di colpa e pena data per lo papa e per la Chiesa di Roma, co' detti Saracini ebbono grande battaglia, e dopo molto sangue de' Cristiani sparto, i Saracini furono sconfitti e morti, che quasi di quegli che passarono non ne campò niuno che non fosse morto o preso, e simile molti di quelli di Granata. E nota che come i Cristiani fanno loro podere di raquistare la Terrasanta per boti, per promesse, e lasci di moneta, o prendere croce, e pellegrinaggi per indulgenzia de' loro peccati, per simile modo fanno i Saracini per racquistare la Spagna, e per mantenere la terra di Granata, la quale ancora tengono di qua da mare i Saracini a grande obbrobbio e vergogna de' Cristiani.

<B>XII</B>

 

<I>Come i Fiorentini ghibellini assediarono Castello Nuovo in Valdarno, e come se ne partirono a modo di sconfitti.</I>

Ne' tempi che il re Carlo fu coronato a Roma, come è fatta menzione, il vescovo d'Arezzo, ch'era degli Ubertini, tutto fosse Ghibellino, perché non era in accordo cogli Aretini, né col conte Guido Novello vicario per Manfredi in Toscana, perché gl'ingiuriavano il vescovado e sue terre, sì diede in guardia le sue castella agli usciti guelfi di Firenze, i quali per lo favore della venuta del re Carlo feciono gran guerra in Valdarno a' Ghibellini che teneano Firenze, e aveano preso Castelnuovo in Valdarno. Per la qual cosa le masnade de' Fiorentini ch'erano col conte Guido Novello, con gente a piè assai, e con certi caporali ghibellini cittadini di Firenze, v'andarono ad oste, e a quello diedono più battaglie per modo che quasi più non si potea tenere, se non fosse il senno e sagacità di guerra ch'usò messer Uberto Spiovanato de' Pazzi di Valdarno del lato guelfo, ch'era capitano in quello castello, il quale prese e levò uno suggello di cera intero d'una lettera ch'egli avea avuta dal detto vescovo suo zio d'altra materia, e fece fare una lettera, dicendo come francamente si dovesse tenere, imperciò che di presente avrebbono soccorso di VIIIc cavalieri franceschi del re Carlo, e rimise il suggello a quella, e miselasi in borsa di seta con altre lettere e con danari. E uscito fuori ad uno badalucco, cautamente la borsa si tagliò e lasciolla; la quale da' nemici trovata, fu portata a' capitani, e letta la detta lettera, diedono fede alla venuta de' Franceschi. Incontanente presono partito di levarsi da oste, e per la fretta si partiro a modo di sconfitta, co·lloro danno e vergogna tornato in Firenze; per la qual cosa quasi tutte le terre di Valdarno si rubellarono a' Ghibellini. In questi tempi venne in Firenze uno Saracino ch'avea nome Buzzeca, ed era il migliore maestro di giucare a scacchi, e in su il palagio del popolo dinanzi al conte Guido Novello giucò a un'ora a tre scacchieri co' migliori maestri di scacchi di Firenze, cogli due a mente, e coll'uno a veduta; e gli due giuochi vinse, e l'uno fece tavola; la qual cosa fu tenuta grande maraviglia.

<B>XIII</B>

 

<I>Come in Firenze si feciono i XXXVI e come si diede ordine e gonfaloni a l'arti.</I>

Come la novella fu in Firenze e per Toscana della sconfitta di Manfredi, i Ghibellini e i Tedeschi cominciarono ad invilire e avere paura in tutte parti, e' Guelfi usciti di Firenze ch'erano ribelli, e tali a' confini per lo contado e in più parti, cominciarono a invigorire e a prendere cuore e ardire. E faccendosi presso alla città, ordinarono dentro alla terra novità e mutazioni, per trattati co' loro amici d'entro, che s'intendeano con loro, e vennero infino ne' Servi Sancte Marie a fare consiglio, avendo speranza di loro gente ch'erano stati alla vittoria col re Carlo, i quali attendeano con gente de' Franceschi in loro aiuto; onde il popolo di Firenze ch'era più Guelfo che Ghibellino d'animo per lo danno ricevuto, chi di padre, chi di figliuolo, e chi di fratelli, alla sconfitta di Monte Aperti, simile cominciarono a rinvigorire, e a mormorare, e parlare per la città, dogliendosi delle spese e incarichi disordinati che riceveano dal conte Guido Novello e dagli altri che reggeano la terra. Onde quegli che reggeano la città di Firenze a parte ghibellina, sentendo nella città il detto subuglio e mormorio, e avendo paura che 'l popolo non si rubellasse contro a·lloro per una cotale mezzanità, e per contentare il popolo, elessono due cavalieri frati godenti di Bologna per podestadi di Firenze, che l'uno ebbe nome messer Catalano de' Malavolti, e l'altro messer Loderigo delli Andalò, e l'uno era tenuto di parte guelfa, ciò era messer Catalano, e l'altro di parte ghibellina. E nota che' frati godenti erano chiamati cavalieri di santa Maria, e cavalieri si faceano quando prendeano quello abito, che·lle robe aveano bianche e uno mantello bigio, e l'arme il campo bianco e la croce vermiglia con due stelle, e doveano difendere le vedove e' pupilli, e intramettersi di paci; e altri ordini, come religiosi, aveno. E il detto messer Loderigo ne fu cominciatore di quello ordine; ma poco durò, che seguiro al nome il fatto, cioè d'intendere più a godere ch'ad altro. Questi due frati per lo popolo di Firenze furono fatti venire, e misongli nel palagio del popolo d'incontro a la Badia, credendo che per l'onestà dell'abito fossono comuni, e guardassono il Comune di soperchie spese; i quali, tutto che d'animo di parte fossono divisi, sotto coverta di falsa ipocresia furono in concordia più al guadagno loro propio ch'al bene comune; e ordinarono XXXVI buoni uomini mercatanti e artefici, de' maggiori e migliori che fossono nella cittade, i quali dovessono consigliare le dette due potestadi, e provedere alle spese del Comune; e di questo novero furono de' Guelfi e de' Ghibellini, popolani e grandi non sospetti, ch'erano rimasi in Firenze alla cacciata de' Guelfi. E raunavansi i detti XXXVI a consigliare ogni dì per lo buono stato comune della città nella bottega e corte de' consoli di Calimala, ch'era a piè di casa i Cavalcanti in Mercato Nuovo, i quali feciono molti buoni ordini e stato comune della terra, intra' quali ordinarono che ciascuna delle VII arti maggiori di Firenze avessono consoli e capitudini, e ciascuna avesse suo gonfalone e insegna, acciò che se nella città si levasse niuno con forza d'arme, sotto i loro gonfaloni fossono a la difesa del popolo e del Comune. E le 'nsegne delle VII arti maggiori furono queste: i giudici e notari, il campo azzurro e una stella grande ad oro; i mercatanti di Calimala, cioè de' panni franceschi, il campo rosso con una aguglia ad oro in su uno torsello bianco; i cambiatori, il campo vermiglio e fiorini d'oro iv'entro seminati; l'arte della lana, il campo vermiglio iv'entro uno montone bianco; i medici e speziali, il campo vermiglio iv'entro santa Maria col figliuolo Cristo in collo; l'arte de' setaiuoli e merciari, il campo bianco e una porta rossa iv'entro per lo titolo di porte Sante Marie; i pillicciai, l'arme a vai, e nell'uno capo uno <I>agnus Dei</I> in campo azzurro. L'altre V seguenti alle maggiori arti s'ordinarono poi quando si criò in Firenze l'uficio de' priori dell'arti, come a tempo più innanzi faremo menzione; e fu loro ordinato, per simile modo delle VII arti, gonfaloni e arme. Ciò furono i baldrigari, ciò sono mercatanti di ritaglio di panni fiorentini, calzaiuoli, e pannilini, e rigattieri, la 'nsegna bianca e vermiglia; i beccari, il campo giallo e un becco nero; i calzolai, atraverso listata bianca e nero, chiamata pezza gagliarda; i maestri di pietre e di legname, il campo rosso iv'entro la sega, e la scure, e mannaia, e piccone; i fabbri e ferraiuoli, il campo bianco e tanaglie grandi nere.

<B>XIV</B>

 

<I>Come in Firenze si levò il secondo popolo, per la quale cagione il conte Guido Novello co' caporali ghibellini uscirono di Firenze.</I>

Per le dette novitadi fatte in Firenze per le dette due podestadi e per gli XXXVI, i grandi Ghibellini di Firenze, com'erano Uberti, e Fifanti, e Lamberti, e Scolari, e gli altri delle grandi case ghibelline, presono sospetto di parte, parendo loro che' detti XXXVI sostenessono e favorassono i Guelfi popolani ch'erano rimasi in Firenze, e ch'ogni novità fosse contro a parte. Per questa gelosia, e per la novella della vittoria del re Carlo, il conte Guido Novello mandò per genti a tutte l'amistà vicine, come furono Pisani, Sanesi, Aretini, Pistolesi, e Pratesi, e Volterrani, Colle, e Sangimignano, sì che con VIc Tedeschi ch'avea si trovarono in Firenze con MD cavalieri. Avenne che per pagare le masnade tedesche ch'erano col conte Guido Novello capitano della taglia, il quale volea che si ponesse una libbra di soldi X il centinaio, i detti XXXVI cercavano altro modo di trovare danari con meno gravezza del popolo, e per questa cagione aveano indugiato alquanti dì più che non parea al conte e agli altri grandi Ghibellini di Firenze; per lo sospetto preso per gli ordini fatti per lo popolo, i detti grandi ordinarono di mettere la terra a romore, e disfare l'oficio de' detti XXXVI col favore della grande cavalleria ch'avea il vicario in Firenze, e armatisi, i primi che cominciarono furono i Lamberti, che co·lloro masnadieri armati uscirono di loro case in Calimala, dicendo: "Ove sono questi ladroni de' XXXVI, che noi gli taglieremo tutti per pezzi?"; i quali XXXVI erano allora al consiglio insieme nella bottega ove i consoli di Calimala teneano ragione sotto casa i Cavalcanti in Mercato Nuovo. Sentendo ciò i XXXVI si partirono dal consiglio, e incontanente si levò la terra a romore, e serrarsi le botteghe, e ogni uomo fu a l'arme. Il popolo si ridusse tutto nella via larga di Santa Trinita, e messer Gianni de' Soldanieri si fece capo del popolo per montare inn-istato, non guardando al fine, che dovea riuscire a sconcio di parte ghibellina e suo dammaggio, che sempre pare sia avenuto in Firenze a chi s'è fatto capo di popolo; e così armati a piè di casa i Soldanieri s'amassarono i popolani in grandissimo numero, e feciono serragli a piè della torre de' Girolami. Il conte Guido Novello con tutta la cavalleria e con grandi Ghibellini di Firenze furono in arme e a cavallo in su la piazza di San Giovanni, e mossonsi per andare contro al popolo, e schierarsi a la 'ncontra del serraglio in su i calcinacci delle case de' Tornaquinci, e feciono vista e saggio di combattere, e alcuno Tedesco a cavallo si mise infra il serraglio; il popolo francamente si tenne difendendo colle balestra, e gittando dalle torri e case. Veggendo ciò il conte, che non poteano diserrare il popolo, volse le 'nsegne, e con tutta la cavalleria ritornò in su la piazza di San Giovanni, e poi venne al palagio nella piazza di San Pulinari, ov'erano le due podestadi, messer Catalano e messer Loderigo frati godenti, e tenea la cavalleria da porte San Piero infino a San Firenze. Il conte domandava le chiavi delle porti della città per partirsi della terra, e per tema non gli fosse gittato delle case; e per sua sicurtà si mise il conte dall'uno lato Uberto de' Pulci, e dall'altro Cerchio de' Cerchi, e di dietro Guidingo Savorigi, ch'erano de' detti XXXVI e de' maggiori della terra. I detti due frati gridando del palagio, e chiamando con grandi grida i detti Uberto e Cerchio ch'andassono a·lloro, acciò che pregassono il conte che·ssi tornasse all'albergo e non si dovesse partire, ch'eglino aqueterebbono il popolo, e farebbono che' soldati sarebbono pagati: il conte entrato in gelosia e in paura del popolo più che non gli bisognava, non si volle attendere, ma volle pur le chiavi delle porti, e ciò mostrò che fosse più opera di Dio che altra cagione; che quella cavalleria sì grande e possente non combattuti, non cacciati, né acommiatati, né forza di nimici non era contro a·lloro; che perché il popolo fosse armato e raunato insieme, erano più per paura che per offendere al conte e a sua cavalleria, e tosto sarebbono aquetati, e tornati a·lloro case, e disarmati. Ma quando è presto il giudicio di Dio è aparecchiata la cagione. Il conte avute le chiavi, essendo grande silenzio, fece gridare se v'erano tutti i Tedeschi: fu risposto di sì; appresso disse de' Pisani, e simile di tutte le terre della taglia, e risposto di tutti di sì, disse al suo banderaio che si movesse colle 'nsegne; e così fu fatto. E tennero la via larga da San Firenze, e dietro da Santo Piero Scheraggio, e da San Romeo alla porta vecchia de' Buoi, e quella fatta aprire, il conte con tutta sua cavalleria n'uscì, e tenne su per li fossi dietro a Sa·Jacopo, e dalla piazza di Santa Croce, ch'allora nonn avea case, e per lo borgo di Pinti; e in quello fu loro gittato de' sassi; e volsonsi per Cafaggio, e la sera se n'andarono in Prato; e ciò fu il dì di santo Martino, a dì XI di novembre, gli anni di Cristo MCCLXVI.

<B>XV</B>

 

<I>Come il popolo rimise i Guelfi in Firenze, e come poi ne cacciarono i Ghibellini.</I>

Giunto in Prato il conte Guido Novello con tutta sua cavalleria e con molti caporali ghibellini di Firenze, furono ravisati ch'egli aveano fatta gran follia a partirsi della città di Firenze sanza colpo di spada od essere cacciati; e parve loro avere mal fatto, e presono per consiglio di tornare a Firenze la mattina vegnente, e così feciono; e giunsono tutti armati e schierati in su l'ora di terza a la porta del ponte alla Carraia ov'è oggi il borgo d'Ognesanti, ch'allora non v'avea case, e domandarono che fosse loro aperta la porta. Il popolo di Firenze fu ad arme, e per tema che rientrando il conte colla sua cavalleria in Firenze non volesse fare vendetta, e correre la terra, s'accordarono di non aprire, ma di difendere la terra, la quale era molto forte di mura e di fossi pieni d'acqua alle cerchie seconde. E volendosi strignere alla porta, furono saettati e fediti; e dimorati infino dopo nona, né per lusinghe né per minacce non poterono tornare dentro. Si tornarono tristi e scornati a Prato, e tornando per cruccio diedono battaglia al castello di Capalle, e no·ll'ebbono. E venuti in Prato, ebbono tra·lloro di molti ripitii; ma dopo cosa male consigliata e peggio fatta invano è il pentere. I Fiorentini rimasi riformarono la terra, e mandarono fuori le dette due podestadi frati godenti di Bologna, e mandarono ad Orbivieto per aiuto di gente, e per podestà e capitano; i quali Orbitani mandarono C cavalieri alla guardia della terra: e messer Ormanno Monaldeschi fu podestà, e un altro gentile uomo d'Orbivieto ne fu capitano del popolo. E per trattato di pace il gennaio vegnente il popolo rimise in Firenze i Guelfi e' Ghibellini, e feciono fare tra·lloro più matrimonii e parentadi. Intra li quali questi furono i maggiorenti, che messer Bonaccorso Bellincioni degli Adimari diede per moglie a messer Forese suo figliuolo la figliuola del conte Guido Novello, e messer Bindo suo fratello tolse una degli Ubaldini, e messer Cavalcante de' Cavalcanti diede per moglie a Guido suo figliuolo la figliuola di messer Farinata degli Uberti, e messer Simone Donati diede la figliuola a messer Azzolino di messer Farinata degli Uberti; per gli quali parentadi gli altri Guelfi di Firenze gli ebbono tutti a sospetti a parte; e per la detta cagione poco durò la detta pace, ché tornati i detti Guelfi in Firenze, sentendosi poderosi della baldanza della vittoria ch'aveano avuta col re Carlo contro a Manfredi, segretamente mandarono in Puglia al detto re Carlo per gente e per uno capitano, il quale mandò il conte Guido di Monforte con VIIIm cavalieri franceschi; e giunse in Firenze il dì della Pasqua di Risoresso, gli anni di Cristo MCCLXVII. E sentendo i Ghibellini la sua venuta, la notte dinanzi uscirono di Firenze sanza colpo di spada, e andarsene a Siena, e chi a Pisa, e inn-altre castella. I Fiorentini guelfi diedono la signoria della terra al re Carlo per X anni; e mandatagli la elezione libera e piena con mero e misto imperio per solenni ambasciadori, lo re rispuose che de' Fiorentini volea il cuore e la loro buona volontà, e non altra giuridizione; tuttora a priego del Comune la prese simplicemente; al quale reggimento vi mandava d'anno in anno suoi vicarii e XII buoni uomini cittadini che col vicario reggeano la cittade. E puossi notare in questa cacciata de' Ghibellini che fu in quello medesimo dì di Pasqua di Risoresso ch'eglino aveano commesso il micidio di messere Bondelmonte de' Bondelmonti, onde si scoprirono le parti in Firenze, e se ne guastò la città; e parve che fosse giudicio d'Iddio, che mai poi non tornarono inn-istato.

<B>XVI</B>

 

<I>Come, cacciati i Ghibellini di Firenze, si riformò la città d'ordini e di consigli.</I>

Tornata parte guelfa in Firenze, e venuto il vicario overo podestà per lo re Carlo, che 'l primo fu messer...., e fatti XII buoni uomini a modo ch'anticamente faceano gli anziani che reggeano la repubblica, sì riformarono il consiglio di C buoni uomini di popolo, sanza la diliberazione de' quali nulla grande cosa né spesa si potea fare; e poi che per quello consiglio si vincesse, andava a partito a pallottole al consiglio delle capitudini dell'arti maggiori, e a quello della credenza, ch'erano LXXX. Questi consiglieri, che col generale erano CCC, erano tutti popolani e Guelfi: poi vinti a' detti consigli, convenia il dì seguente le medesime proposte rimettere al consiglio della podestà, ch'era il primo di LXXXX uomini grandi e popolani, e co·lloro ancora le capitudini dell'arti, e poi il consiglio generale, ch'erano CCC uomini d'ogni condizioni, e questi si chiamavano i consigli opportuni; e in quegli si davano le castellanerie, dignità, ufici piccoli e grandi; e ciò ordinato, feciono àrbitri, e corressono tutti statuti e ordinamenti, e ordinarono ogni anno si facessono. In questo modo s'ordinò lo stato e corso del Comune e del popolo di Firenze alla tornata de' Guelfi; e camerlenghi della pecunia feciono religiosi di Settimo e d'Ognesanti di sei in sei mesi.

<B>XVII</B>

 

<I>Come i Guelfi di Firenze ordinarono gli ordini di parte.</I>

In questi tempi, cacciati i Ghibellini di Firenze, i Guelfi che vi tornarono, avendo tra·lloro questioni per gli beni de' Ghibellini ribelli, sì mandarono loro ambasciadori a corte a papa Urbano e al re Carlo, che gli dovesse ordinare. Il quale papa Urbano e il re Carlo per loro stato e pace gli ordinarono in questo modo, che de' beni fossono fatte tre parti: l'una fosse del Comune; l'altra fu diputata per amenda de' Guelfi ch'erano stati disfatti e rubelli; l'altra fu diputata a la parte guelfa certo tempo; ma poi tutti i detti beni rimasono a la parte, onde ne cominciarono a·ffare mobile, e ogni dì il cresceano, per avere da dispendere quando bisognasse per la parte; del quale mobile, udendolo il cardinale Attaviano degli Ubaldini, disse: "Dapoi che' Guelfi di Firenze fanno mobile, già mai non vi tornano i Ghibellini". E feciono per mandato del papa e del re i detti Guelfi tre cavalieri rettori di parte, e chiamargli prima consoli de' cavalieri, e poi gli chiamarono capitani di parte; e durava il loro uficio due mesi, a tre sesti a tre sesti, e raunarsi a' loro consigli nella chiesa nuova di Santa Maria sopra Porta, per lo più comune luogo della città, e dov'ha più case guelfe intorno. E feciono loro consiglio segreto di XIIII, e il maggiore consiglio di LX grandi e popolani, per lo cui scruttino s'eleggessono i capitani di parte e gli altri uficiali. E chiamarono tre grandi e tre popolani priori di parte, i quali sono sopra l'ordine e guardia della moneta della parte, e uno che tenesse il suggello, e uno sindaco accusatore de' Ghibellini. E tutte loro segrete cose dipongono alla chiesa de' Servi Sante Marie. Per simili ordini e capitani feciono gli usciti ghibellini. Assai avemo detto degli ordini di parte, e torneremo a' fatti comuni, e altre cose.

<B>XVIII</B>

 

<I>Come il soldano de' Saracini prese Antioccia.</I>

Ne' detti tempi, gli anni di Cristo MCCLXVII, il soldano di Babbillonia con suo esercito de' Saracini corse e guastò quasi tutta l'Erminia, ch'erano e sono Cristiani; e poi si puose ad assedio alla città d'Antioccia, ch'era delle famose terre del mondo, e era de' Cristiani, e quella prese per forza del mese di maggio, e quanti Cristiani, uomini e femmine e fanciulli, v'erano dentro, furono morti e presi e menati per ischiavi, onde per tutta Cristianità n'ebbe grande dolore; ma per lo peccato per gli Cristiani s'intendea più alle guerre tra·lloro per le maladette parti, ch'al benificio comune di fare guerra co' Saracini.

<B>XIX</B>

 

<I>Come i Guelfi di Firenze presono il castello di Santellero con molti ribelli ghibellini.</I>

Nel detto anno di Cristo MCCLXVII, del mese di giugno, essendo di poco cacciata la parte ghibellina di Firenze, una gente de' detti Ghibellini, pur de' migliori e caporali, si rinchiusono co·lloro masnade nel castello di Santo Ellero, onde fu loro capitano messer Filippo da Quona, overo da Volognano, e cominciarono guerra a la città di Firenze. Per la qual cosa i Fiorentini guelfi v'andarono ad oste le due sestora, e andovvi il maliscalco del re Carlo con tutta la cavalleria de' Franceschi ch'erano co·llui, e per battaglia ebbono il detto castello, nel quale avea rinchiusi bene VIIIc uomini, che·lla maggiore parte furono morti e tagliati, e parte presi; e rimasonvi di quegli della casa degli Uberti, e de' Fifanti, e Scolari, e di quegli da Volognano, e di più altre case ghibelline uscite di Firenze, e loro seguaci, onde i Ghibellini ricevettono gran dammaggio, e allora perderono anche i Ghibellini Campi di Firacchi, e Gressa; e dicesi che uno giovane degli Uberti il quale era fuggito in sul campanile, veggendo che non potea scampare, per non venire a mano de' Bondelmonti suoi nemici, si gittò di sua volontà del campanile in terra, e morì. E Geti da Volognano fu menato preso con altri suoi consorti, e messo nella torre del palagio; e però poi sempre fu chiamata la Volognana.

<B>XX</B>

 

<I>Come molte città e terre di Toscana tornarono a parte guelfa.</I>

In quegli tempi che·lla città di Firenze tornò a parte guelfa, e furonne cacciati i Ghibellini, e venuto in Toscana il maliscalco del re Carlo, come adietro avemo fatta menzione, molte delle terre di Toscana tornarono a parte guelfa, e cacciarono i Ghibellini, come fu la città di Lucca, e di Pistoia, e Volterra, e Prato, e San Gimignano, e Colle, e feciono taglia co' Fiorentini, ond'era capitano il maliscalco del re Carlo con VIIIc cavalieri franceschi, e non rimase a parte ghibellina se non la città di Pisa e di Siena; e così in poco di tempo si rivolse lo stato in Toscana e in molte terre di Lombardia di tornare a parte guelfa e della Chiesa, ch'erano a parte ghibellina e d'imperio, per la sconfitta del re Manfredi e vittoria del re Carlo. E però non dee niuno porre fede o speranza in queste signorie e stati mondani, che sono dati a' tempi secondo la disposizione di Dio, e secondo i meriti o peccati delle genti; e questo vedemo per provati esempli, e in tra gli altri questo fu uno di quegli che fu assai visibile, che in poco di tempo essendo Toscana quasi tutte città e castella a parte ghibellina, e simile Lombardia, e quasi de' Guelfi non n'era ricordo, tornarono a parte guelfa.

<B>XXI</B>

 

<I>Come il maliscalco del re Carlo co' Fiorentini feciono oste a Siena, e come il re venne in Firenze, e prese Poggibonizzi.</I>

Nel detto tempo, del mese di luglio, gli anni di Cristo MCCLXVII, il maliscalco del re Carlo con sua gente e cavalleria di Firenze ricominciarono guerra a' Sanesi per l'offesa ricevuta a Monte Aperti, e imperciò ch'aveano ritenuti i Ghibellini usciti di Firenze, e favoreggiavagli, onde faceano guerra nel contado di Firenze, e andarono a oste sopra Siena. E stando ad oste sopra quello di Siena, gli usciti ghibellini di Firenze con masnade tedesche ch'erano in Siena e in Pisa, per trattato de' Ghibellini e terrazzani del castello di Poggibonizzi, entrarono nel detto castello di Poggibonizzi, il quale era al poggio molto forte. Per la qual cagione il detto maliscalco coll'oste si partì del contado di Siena, e infra il terzo dì si puose ad oste al detto castello di Poggibonizzi, e' Fiorentini vi cavalcarono per comune in mezzo luglio, e simigliante vi venne gente di tutte le terre di Toscana ch'erano a lega co' Fiorentini a parte guelfa, e isteccarlo intorno intorno, e con torri e difici di legname, acciò che la gente che v'erano rinchiusi dentro non ne potessono uscire né avere soccorso, e gittandovi dentro con molti difici. E essendo al detto assedio, lo re Carlo essendo fatto per lo papa e per la Chiesa generale vicario di Toscana, mentre che imperio vacasse, sì venne di Puglia in Toscana, e il presente mese di agosto con sua baronia entrò in Firenze, il quale da' Fiorentini fu ricevuto a grande onore come loro signore, andandogli incontro il carroccio e molti armeggiatori. E in Firenze soggiornò VIII dì, e fece più gentili uomini di Firenze cavalieri, e appresso in persona con tutta sua cavalleria volle andare nell'oste a Poggibonizzi, perché sentiva che' Pisani, e' Sanesi, e gli altri Ghibellini faceano grande raunata di gente a cavallo e a piè per soccorrere la gente ch'era assediata in Poggibonizzi; e al detto assedio si stette IIII mesi. Alla fine per difalta di vittuaglia il detto castello di Poggibonizzi s'arendé al re in mezzo dicembre MCCLXVII, salvi l'avere e le persone, giurando i forestieri e' terrazzani di non essergli mai incontro. E avuto il castello, vi soggiornò XV giorni, e misevi podestà, e fecevi cominciare una fortezza, ma non si compié poi, per molto affare del re e del Comune di Firenze.

<B>XXII</B>

 

<I>Come il re Carlo co' Fiorentini andarono a oste sopra la città di Pisa.</I>

Partito il re Carlo da oste da Poggibonizzi co' Fiorentini, sì cavalcarono sopra la città di Pisa, e prese molte castella con grande danno de' Pisani, e ebbe Porto Pisano, e fecelo disfare, e abattere le torri del porto. E poi del mese di febbraio, nel detto anno MCCLXVII, lo re Carlo andò a Lucca, e poi in servigio de' Lucchesi assediò il castello del Mutrone ch'era fortissimo di mura grossissime, e invano vi sarebbe stato assai, senno che fece vista di cavallo e di tagliarlo da piè, ma in sei mesi non se ne sarebbe venuto a fine; ma per ingegno e inganno la notte faceano recare calcinacci d'altra parte, e il dì lo faceano gittare fuori, mostrando che fosse del tagliamento del muro del castello, per la qual cosa quegli d'entro impauriti s'arenderono, salve le persone; e usciti del castello, e vedute le cave, s'avidono dello 'nganno. E avuto il re il detto castello, sì 'l donò a' Lucchesi.

<B>XXIII</B>

 

<I>Come il giovane Curradino figliuolo del re Currado venne d'Alamagna in Italia contro al re Carlo.</I>

Istando lo re Carlo in Toscana, i Ghibellini usciti di Firenze co' Pisani e' Sanesi sì feciono lega e compagnia, e ordinaro con don Arrigo di Spagna, il quale era sanatore di Roma, fatto già nemico del re Carlo suo cugino; e con certi baroni di Puglia e di Cicilia fece congiurazione e cospirazione di rubellargli certe terre di Cicilia e di Puglia, e di mandare in Alamagna, e fare sommuovere Curradino figliuolo che fu del re Currado figliuolo dello 'mperatore Federigo, che passasse in Italia per torre Cicilia e il Regno al re Carlo. E così fu fatto, che subitamente in Puglia si rubellò Nocera de' Saracini, e Aversa in Terra di Lavoro, e molte terre in Calavra, e in Abruzzi quasi tutte, se non fu l'Aguglia, e in Cicilia quasi tutta o gran parte dell'isola di Cicilia, se non fu Messina e Palermo. E don Arrigo rubellò Roma, e tutta Campagna, e 'l paese d'intorno; e' Pisani, e' Sanesi, e l'altre terre ghibelline gli mandarono di loro danari Cm fiorini d'oro per sommuovere il detto Curradino, il quale molto giovane, di XVI anni, si mosse d'Alamagna a contradio della madre, ch'era figliuola del duca d'Osteric, che per la sua giovanezza nol volea lasciare venire. E giunse a Verona del mese di febbraio, gli anni di Cristo MCCLXVII, con molta baronia e buona gente d'arme d'Alamagna in sua compagnia; e dicesi il seguiro infino a Verona presso a Xm uomini tra a cavallo e ronzini, e per necessità di moneta gran parte si tornò in Alamagna; ma de' migliori si ritenne da IIImD cavalieri tedeschi. E di Verona passò per Lombardia, per la via di Pavia venne nella riviera di Genova, e arrivò di là da Saona a la piaggia di Varagine, e ivi entrò in mare, e per la forza de' Genovesi co·lloro navilio di XXV galee passò per mare a Pisa, e là giunse di maggio MCCLXVIII, e da' Pisani e da tutti i Ghibellini d'Italia fu ricevuto a grande onore, quasi come imperadore. La sua cavalleria venne per terra passando le montagne di Pontriemoli, e arrivarono a Serrezzano, che si tenea per gli Pisani, e poi feciono la via della marina con iscorta infino a Pisa. Lo re Carlo sentendo come Curradino era passato in Italia, e sentendo la rubellazione delle sue terre di Cicilia e di Puglia fatta per gli baroni del Regno traditori, i quali i più avea lasciati di pregione, e per don Arrigo di Spagna, sì si partì incontanente di Toscana, e a grandi giornate n'andò in Puglia, e in Toscana lasciò messer Guiglielmo di Berselve suo maliscalco, e co·llui messer Guiglielmo lo Stendardo con VIIIc cavalieri franceschi e provenzali, per mantenere le città di Toscana a sua parte, e per contastare Curradino che non potesse passare. E sentendo papa Chimento la venuta di Curradino, sì gli mandò suoi messi e legati, comandando sotto pena di scomunicazione ch'egli non dovesse passare, né essere contra lo re Carlo campione e vicario di santa Chiesa. Il quale Curradino però non lasciò sua impresa, né volle obbedire i comandamenti del papa, parendogli avere giusta causa, e che 'l Regno e Cicilia fosse sua e di suo patrimonio; e però cadde in sentenzia di scomunicazione della Chiesa, la quale ebbe a dispetto, e poco curò; ma istando lui in Pisa, raunò moneta e genti, e tutti i Ghibellini e chi era di parte imperiale si ridusse a·llui, onde gli crebbe grandissima forza. E stando in Pisa, venne a oste sopra la città di Lucca, la quale si tenea per la parte di santa Chiesa, e eravi dentro il maliscalco del re Carlo con sua gente, e il legato del papa e della Chiesa, e colla forza de' Fiorentini e degli altri Guelfi di Toscana e di più gente di croce segnati, i quali per predicazione, e indulgenzia, e perdoni dati dal papa e da' suoi legati erano venuti contra Curradino. E stette sopra Lucca dieci dì a oste; e aboccarsi insieme per combattere le dette due osti a Pontetetto a due miglia presso di Lucca, ma non combattero, ma ciascuno schifò la battaglia, e era in mezzo la Guiscianella, e però si tornaro chi a Pisa e chi a Lucca.

<B>XXIV</B>

 

<I>Come il maliscalco del re Carlo fu sconfitto al ponte a Valle per la gente di Curradino.</I>

Poi si partì Curradino con sua gente di Pisa, e venne a Poggibonizzi, il quale come i terrazzani sentirono la venuta di Curradino in Pisa si rubellarono dal re Carlo e dal Comune di Firenze, e gli mandarono le chiavi infino a Pisa. E poi di Poggibonizzi n'andò in Siena, e da' Sanesi ricevuto a grande onore; e soggiornando in Siena, il maliscalco del re Carlo ch'avea nome, come detto avemo, messer Guiglielmo di Berselve, con sua gente si partì da Firenze il dì di santo Giovanni di giugno per andare ad Arezzo per impedire gli andamenti di Curradino; e da' Fiorentini furono scorti e acompagnati infino a Montevarchi e voleagli acompagnare infino ad Arezzo, sentendo il cammino dubbioso, e temendo d'aguato per lo contado d'Arezzo. Il detto maliscalco rendendosi di soperchio sicuro di sua gente, non volle più condotto di Fiorentini, inanzi al passare si mise messer Guiglielmo lo Stendardo con CCC cavalieri bene armati e in concio, e passò sano e salvo. Il maliscalco con Vc de' suoi cavalieri, non prendendosi guardia e sanza ordine, e i più di sua gente disarmata, si mise a passare, e quando giunse al ponte a Valle, ch'è in su l'Arno presso a Laterino, uscì loro adosso uno aguato della gente di Curradino, i quali sentendo l'andamento del detto maliscalco, erano partiti di Siena per lo condotto degli Ubertini e d'altri Ghibellini usciti di Firenze, e sopragiunti al detto ponte, i Franceschi non proveduti e sanza gran difesa furono sconfitti e morti, e presi la maggiore parte, e quegli che fuggirono verso il Valdarno nel contado di Firenze furono così presi e rubati come da' nimici; e il detto messer Guiglielmo maliscalco, e messer Amelio di Corbano, e più baroni e cavalieri, furono presi e menati in Siena a Curradino; e ciò fu il dì appresso la festa di san Giovanni, a dì XXV del mese di giugno, gli anni di Cristo MCCLXVIII. Della quale sconfitta e presura la gente del re Carlo e tutti quegli di parte guelfa ne sbigottirono molto, e Curradino e sua gente ne montarono in grande superbia e baldanza, e quasi aveano per niente i Franceschi; e sentendosi ciò nel Regno, si rubellarono assai terre al re Carlo. E ne' detti tempi il re Carlo era ad assedio alla città di Nocera de' Saracini in Puglia, la quale s'era rubellata, acciò che l'altre terre della marina di Puglia, che tutte erano sommosse, non gli si ribellassono.

<B>XXV</B>

 

<I>Come Curradino entrò in Roma, e poi con sua oste passò nel regno di Puglia.</I>

Soggiornato Curradino alquanto in Siena, sì n'andò a Roma, e da' Romani e da don Arrigo senatore fu ricevuto a grande onore a guisa d'imperadore, e in Roma fece sua raunata di gente e di moneta, e spogliò il tesoro di San Piero e d'altre chiese di Roma per fare danari, e trovossi in Roma con più di Vm cavalieri tra Tedeschi e Italiani con quegli di don Arrigo senatore, fratello del re di Spagna, ch'avea seco bene VIIIc buoni cavalieri spagnuoli. E sentendo Curradino che 'l re Carlo era a oste in Puglia alla città di Nocera, e molte delle terre e baroni del Regno erano rubellati, e dell'altre in sospetto, sì gli parve tempo accettevole d'entrare nel Regno, e partissi da Roma a dì X d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXVIII, col detto don Arrigo e con sua compagnia e baronia, e con molti Romani; e non fece la via di Campagna, però che seppe che 'l passo da Cepperano era guernito e guardato: sì non si volle mettere alla contesa, ma fece la via delle montagne tra l'Abruzzi e Campagna per Valle di Celle, ove non avea guardie né guernigione, e sanza niuno contasto passò e arrivò nel piano di San Valentino nella contrada detta Tagliacozzo.

<B>XXVI</B>

 

<I>Come l'oste di Curradino e quella del re Carlo s'affrontarono per combattere a Tagliacozzo.</I>

Lo re Carlo sentendo come Curradino era partito di Roma con sua gente per entrare nel Regno, si levò da oste da Nocera, e con tutta sua gente a grandi giornate venne incontro a Curradino, e alla città dell'Aquila in Abruzzi attese sua gente. E stando lui nell'Aquila, e tenendo consiglio cogli uomini della terra, amonendogli fossono fedeli e leali, e fornissono l'oste, uno savio villano e antico si levò, e disse: "Re Carlo, non tenere più consigli, e non schifare uno poco di fatica, acciò che tu ti possi riposare sempre; togli ogni dimoranza, e va' contra il nimico, e nol lasciare prendere più campo, e noi ti saremo leali e fedeli". Lo re udendosi sì saviamente consigliare, sanza nullo indugio o più parole di là si partìo per la via traversa delle montagne, e acozzossi assai di presso all'oste di Curradino nel luogo e piano di San Valentino, e nonn-avea in mezzo se non il fiume del... Lo re Carlo avea di sua gente, tra Franceschi e Provenzali e Italiani, meno di IIIm cavalieri, e veggendo che Curradino avea troppa più gente di lui, per lo consiglio del buon messere Alardo di Valleri, cavaliere francesco di grande senno e prodezza, il quale di quegli tempi era arrivato in Puglia tornando d'oltremare dalla Terrasanta, sì disse al re Carlo se volesse essere vincitore gli convenia usare maestria di guerra più che forza. Il re Carlo confidandosi molto nel senno del detto messer Alardo, al tutto gli commise il reggimento dell'oste e della battaglia; il quale ordinò della gente del re tre schiere, e dell'una fece capitano messer Arrigo di Cosance, grande di persona e buono cavaliere d'arme: questi fu armato colle sopransegne reali in luogo della persona de·re, e guidava Provenzali, e Toscani, e Lombardi, e Campagnini. L'altra schiera furono de' Franceschi, onde furono capitani messer Gianni di Crarì e messer Guiglielmo lo Stendardo. E mise i Provenzali a la guardia del ponte del detto fiume, acciò che l'oste di Curradino non potesse passare sanza disavantaggio della battaglia. Il re Carlo col fiore della sua baronia, di quantità di VIIIc cavalieri, fece riporre in aguato dopo uno colletto in una vallea, e col re Carlo rimase il detto messer Alardo di Valleti con messer Guiglielmo di Villa, e Arduino prenze della Morea, cavaliere di grande valore. Curradino dall'altra parte fece di sua gente tre schiere: l'una de' Tedeschi, ond'egli era capitano col dogi d'Osteric, e con più conti e baroni; l'altra degl'Italiani, onde fece capitano il conte Calvagno con alquanti Tedeschi; l'altra fu di Spagnuoli, ond'era capitano don Arrigo di Spagna loro signore. In questa stanza, l'una oste appetto a l'altra, i baroni del Regno ribelli del re Carlo fittiziamente, per fare isbigottire lo re Carlo e sua gente, feciono venire nel campo di Curradino falsi ambasciadori molto parati, con chiavi in mano e con grandi presenti, dicendo ch'egli erano mandati dal Comune dell'Aquila per dargli le chiavi e signoria della terra, sì come suoi uomini e fedeli, acciò che gli traesse della tirannia del re Carlo. Per la qual cosa l'oste di Curradino e egli medesimo, stimando fosse vero, feciono grande allegrezza; e sentito ciò nell'oste del re Carlo, n'ebbe grande isbigottimento, temendo non fallisse loro la vittuaglia che veniva loro di quella parte, e l'aiuto di quegli dell'Aquila. Lo re medesimo sentendo ciò, n'entròe in tanta gelosia, che di notte tempore si partì con pochi dell'oste in sua compagnia, e venne all'Aquila la notte medesima, e faccendo domandare le guardie delle porte per cui si tenea la terra, rispuosono: "Per lo re Carlo"; il quale entrato dentro sanza ismontare de' cavagli, amonitigli di buona guardia, incontanente tornò all'oste, e fuvi la mattina a buona ora, e per l'affanno dell'andare e tornare la notte lo re Carlo dall'Aquila si posava e dormiva.

<B>XXVII</B>

 

<I>Come Curradino e sua gente furono sconfitti dal re Carlo.</I>

Curradino e sua oste avendo vana speranza che l'Aquila fosse ribellata al re Carlo, con grande vigore e grida, fatte le sue schiere, si strinse a valicare il passo del fiume per combattere col re Carlo. Lo re Carlo, con tutto si posasse, come detto avemo, sentendo il romore de' nimici, e com'erano inn-arme per venire a la battaglia, incontanente fece armare e schierare sua gente per l'ordine e modo che dinanzi facemmo menzione. E stando la schiera de' Provenzali, la quale guidava messer Arrigo di Consancia, alla guardia del ponte, contastando a don Arrigo di Spagna e a sua gente il passo, gli Spagnuoli si misono a passare il guado della riviera ch'era assai piccolo, e incominciarono a inchiudere la schiera de' Provenzali, che difendeano il ponte. Curradino e l'altra sua oste veggendo passati gli Spagnuoli, si mise a passare il fiume, e con grande furore assaliro la gente del re Carlo, e in poca d'ora ebbono barattati e sconfitti la schiera de' Provenzali; e 'l detto messer Arrigo di Consancia colle 'nsegne del re Carlo abattute, e egli morto e tagliato; credendosi don Arrigo e' Tedeschi avere la persona del re Carlo, perché vestiva le sopransegne reali, tutti gli s'agreggiarono adosso. E rotta la detta schiera de' Provenzali, simile feciono di quella de' Franceschi e degl'Italiani, la quale guidava messer Gianni di Crarì, e messer Guiglielmo lo Stendardo, però che·lla gente di Curradino erano per uno due che quegli del re Carlo, e fiera gente e aspra in battaglia: e veggendosi la gente del re Carlo così malmenare, si misono in fugga e abandonarono il campo. I Tedeschi si credettero avere vinto, che non sapeano dell'aguato del re Carlo, si cominciarono a spandere per lo campo, e intendere a la preda e alle spoglie. Lo re Carlo era in sul colletto di sopra alla valle, dov'era la sua schiera, con messer Alardo di Valleri e col conte Guido di Monforte per riguardare la battaglia, e veggendo la sua gente così barattare, prima l'una schiera e poi l'altra, e venire in fugga, moria a dolore, e volea pure fare muovere la sua schiera per andare a soccorrere i suoi. Messer Alardo, maestro dell'oste e savio di guerra, con grande temperanza e con savie parole ritenne assai lo re, dicendo che per Dio sì sofferisse alquanto, se volesse l'onore della vittoria, però che conoscea la covidigia de' Tedeschi, come sono vaghi delle prede, per lasciargli più spartire dalle schiere, e quando gli vide bene sparpagliati, disse al re: "Fa' muovere le bandiere, ch'ora è tempo"; e così fu fatto. E uscendo la detta schiera della valle, Curradino né' suoi non credeano che fossono nimici, ma che fossono di sua gente, e non se ne prendeano guardia. E vegnendo lo re con sua gente stretti e serrati, al diritto se ne vennero ov'era la schiera di Curradino co' maggiori di suoi baroni, e quivi si cominciò la battaglia aspra e dura, con tutto che poco durasse, però che·lla gente di Curradino erano lassi e stanchi per lo combattere, e non erano tanti cavalieri schierati ad assai quanti quegli del re, e sanza ordine di battaglia, però che·lla maggiore parte di sua gente, chi era cacciando i nemici, e chi ispartito per lo campo per guadagnare preda e pregioni, e la schiera di Curradino per lo improviso assalto de' nimici tuttora scemava, e quella del re Carlo tuttora cresceva per gli primi di sua gente ch'erano fuggiti della prima sconfitta, conoscendo le 'nsegne del re si metteano in sua schiera, sicché in poca d'ora Curradino e sua gente furono sconfitti. E quando Curradino s'avide che·lla fortuna della battaglia gli era incontro, e per consiglio de' suoi maggiori baroni, si mise alla fugga egli, e 'l dogi d'Osteric, e il conte Calvagno, e il conte Gualferano, e 'l conte Gherardo da Pisa, e più altri. Messere Alardo di Valleri veggendo fuggire i nimici, con grandi grida dice e pregava lo re e' capitani della schiera non si partissono né seguissono caccia de nimici né altra preda, temendo che·lla gente di Curradino non si ranodasse, o niuno aguato uscisse fuori, ma stessono fermi e schierati in sul campo; e così fu fatto. E venne bene a bisogno, che don Arrigo co' suoi Spagnoli e altri Tedeschi i quali aveano seguita la caccia de' Provenzali e Italiani, i quali aveano prima sconfitti per una valle, e non aveano veduta la battaglia del re Carlo e la sconfitta di Curradino, alla ricolta che fece di sua gente, e ritornando al campo, veggendo la schiera del re Carlo, credette che fosse Curradino e sua gente; sì scese il colle dov'era ricolto per venire a' suoi, e quando si venne appressando conobbe le 'nsegne de' nimici, e come ingannato si tenne confuso; ma com'era valente signore, si strinse a schiera, e serrò colla sua gente per tale modo che 'l re Carlo e' suoi, i quali per l'afanno della battaglia erano travagliati, non s'ardirono di fedire alla schiera di don Arrigo, e per non recare in giuoco vinto a partito stavano aringati l'una schiera appetto a l'altra buona pezza. Il buono messer Alardo veggendo ciò, disse al re che bisognava di fargli dipartire da schiera per rompergli: lo re gli commise facesse a suo senno. Allora prese de' migliori baroni della schiera del re da XXX in XL, e uscirono della schiera faccendo sembianti che per paura si fuggissono, siccome gli avea amaestrati. Gli Spagnuoli veggendogli con più delle bandiere di quegli signori si metteano in volta e in vista di fuggire, con vana speranza cominciarono a gridare: "E' sono in fugga!", e cominciarono a dipartirsi da schiera e volergli seguire. Lo re Carlo veggendo schiarire e aprire la schiera degli Spagnuoli e altri Tedeschi, francamente si misono a fedire tra·lloro; e messer Alardo co' suoi saviamente si raccolsono e tornarono alla schiera. Allora fu la battaglia aspra e dura; ma gli Spagnuoli erano bene armati, per colpi di spade non gli poteano aterrare, e spesso al loro modo si rannodavano insieme. Allora i Franceschi cominciarono con gridare ad ire, e a prendelli a braccia, e abattergli de' cavagli a modo de' torniamenti; e così fu fatto, per modo che in poca d'ora gli ebbono rotti, e sconfitti, e messi in fugga, e molti ve ne rimasono morti.

Don Arrigo con assai de' suoi si fuggì in Montecascino, e diceano che 'l re Carlo era sconfitto. L'abate ch'era signore di quella terra conobbe don Arrigo, e a' segnali di loro com'erano fuggiti, sì fece prendere lui e gran parte di sua gente. Lo re Carlo con tutta sua gente rimasono in sul campo armati e a cavallo infino alla notte per ricogliere i suoi e per avere de' nemici piena e sicura vittoria. E questa sconfitta fu la vilia di santo Bartolomeo a dì XXIII d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXVIII. E in quello luogo fece poi fare lo re Carlo una ricca badia per l'anime della sua gente morta, che si chiama Santa Maria della Vittoria, nel piano di Tagliacozzo.

<B>XXVIII</B>

 

<I>Della avisione ch'avenne a papa Chimento della sconfitta di Curradino.</I>

Avenne grande maraviglia che, essendo stata la detta sconfitta di Curradino, la vilia di santo Bartolomeo, e era già notte anzi che 'l certo si sapesse a cui fosse rimaso il campo colla vittoria, per le molte riprese e variazioni ch'ebbe la detta battaglia, la mattina per tempo vegnente della festa di santo Bartolomeo, essendo papa Chimento in Viterbo, e sermonava, e vegnendoli subitamente uno pensiero per lo quale parve al popolo che contemplasse uno buono pezzo lasciando la materia del sermone, levato della detta contemplazione disse: "Correte, correte alle strade a prendere i nimici di santa Chiesa, che sono sconfitti e morti"; e della detta sconfitta nulla novella né messo era venuto al papa, né potea venire in così corto spazio di tempo come una notte, però che da Viterbo al luogo dove fu la battaglia avea più di C miglia; e fu l'altro giorno, inanzi che nullo messaggio ne venisse in corte; ma di certo si disse per gli savi che in corte erano che il papa l'ebbe per ispirazione divina, e egli era uomo di santa vita.

<B>XXIX</B>

 

<I>Come Curradino con certi suoi baroni furono presi dal re Carlo, e fece loro tagliare la testa.</I>

Curradino col dogio d'Ostaric e con più altri, i quali del campo erano fuggiti co·llui, sì arrivarono alla piaggia di Roma in su la marina a una terra ch'ha nome Asturi, ch'era degl'Infragnipani di Roma, gentili uomini; e in quella arrivati, feciono armare una saettia per passare in Cicilia, credendo scampare dal re Carlo, e in Cicilia, che era quasi tutta rubellata a lo re, ricoverare suo stato e signoria. Essendo loro già entrati in mare sconosciuti nella detta barca, uno de' detti Infragnipani ch'era in Asturi, veggendo ch'erano gran parte Tedeschi, e begli uomini, e di gentile aspetto, e sappiendo della sconfitta, sì s'avisò di guadagnare e d'esser ricco, e però i detti signori prese; e saputo di loro esser, e com'era tra quegli Curradino, sì gli menò al re Carlo pregioni, per gli quali lo re gli donò terra e signoraggio a la Pilosa, tra Napoli e Benevento. E come lo re ebbe Curradino e que' signori in sua balia, prese suo consiglio quello ch'avesse a·ffare. Alla fine prese partito di fargli morire, e fece per via di giudicio formare inquisizione contro a·lloro, come a traditori della corona e nemici di santa Chiesa; e così fu fatto; che a dì.... fu dicollato Curradino, e 'l duca d'Osteric, e 'l conte Calvagno, e 'l conte Gualferano, e 'l conte Bartolomeo e due suoi figliuoli, e 'l conte Gherardo de' conti da Doneratico di Pisa in sul mercato di Napoli lungo il ruscello dell'acqua che corre di contra alla chiesa de' frati del Carmino; e non sofferse il re che fossono soppelliti in luogo sacro, ma in su il sabbione del mercato, perch'erano scomunicati. E così in Curradino finì il legnaggio della casa di Soave, che fu in così grande potenzia d'imperadori e di re, come adietro è fatta menzione. Ma di certo si vede per ragione e per isperienza che chiunque si leva contra santa Chiesa e è scomunicato conviene che·lla fine sia rea per l'anima e per lo corpo; e però è sempre da temere la sentenza della scomunicazione di santa Chiesa giusta o ingiusta, che assai aperti miracoli ne sono stati, chi legge l'antiche croniche, e per questa il può vedere per gl'imperadori e signori passati, che furono ribelli e persecutori di santa Chiesa. Della detta sentenzia lo re Carlo ne fu molto ripreso, e dal papa, e da' suoi cardinali, e da chiunque fu savio, però ch'egli avea preso Curradino e' suoi per caso di battaglia, e non per tradimento, e meglio era a tenerlo pregione che farlo morire. E chi disse che 'l papa l'asentì; ma non ci diamo fede, perch'era tenuto santo uomo. E parve che·lla innocenzia di Curradino, ch'era di così giovane etade a giudicarlo a morte, Iddio ne mostrasse miracolo contra lo re Carlo, che non molti anni appresso Iddio gli mandò di grandi aversitadi quando si credea essere in maggiore stato, sì come innanzi nelle sue storie faremo menzione. Al giudice che condannò Curradino Ruberto figliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, com'ebbe letta la condannagione, gli diede d'uno stocco, dicendo ch'a·llui nonn-era licito di sentenziare a morte sì grande e gentile uomo; del quale colpo il giudice, presente lo re, morì, e non ne fu parola, però che Ruberto era molto grande apo lo re, e parve al re e a tutti i baroni ch'egli avesse fatto come valente signore. Don Arrigo di Spagna, il quale era de' pregioni del re, però ch'egli era suo cugino carnale, e perché l'abate di Montecascino che·ll'avea dato preso al re, per non essere inregolare, per patti l'avea dato che nol farebbe morire, nol fece giudicare il re a morte, ma condannollo a perpetuale carcere, e mandollo in pregione al castello del Monte Sante Marie in Puglia; molti degli altri baroni di Puglia e d'Abruzzi ch'erano stati contro a lo re Carlo e suoi ribelli fece morire con diversi tormenti.

<B>XXX</B>

 

<I>Come lo re Carlo raquistò tutte le terre di Cicilia e di Puglia che gli s'erano rubellate.</I>

Lo re Carlo avuta la vittoria contra Curradino, tutte le terre del regno di Puglia ch'erano rubellate s'arrenderono al re sanza contasto; e molti de' caporali ribelli che·ll'aveano ribellate gli fece morire di mala morte. E in Cicilia mandò incontanente il conte Guido di Monforte, e messer Filippo suo fratello, e messer Guiglielmo di Belmonte, e messer Guiglielmo lo Stendardo, suoi baroni, con grande armata di galee e con grande compagnia di cavalieri franceschi e provenzali per racquistare le terre dell'isola, le quali quasi tutte s'erano rubellate dal re, salvo che Messina e Palermo; ed erane capitano uno messer Currado, detto Caputo overo d'Antioccia, de' discendenti dello 'mperadore Federigo, il quale con suo seguito de' rubelli mantenea le terre rubellate contro al re Carlo, e fecegli grande guerra. Ma come i detti signori furono in Cicilia, e per la vittoria che 'l re avea avuta contra Curradino, molte delle terre s'arrenderono a' detti signori, e assediarono il detto Currado nel castello di Santo Orbe, il quale per assedio vinsono, e 'l detto Currado presono, e feciongli cavare gli occhi, e poi il feciono impiccare. E morto il detto Currado e i più de' caporali rubelli suoi seguaci, tutte le terre dell'isola furono all'ubidenza del re Carlo. E ciò fatto, riformò il reame di Cicilia e di Puglia in buono e pacifico stato, e guidardonò i suoi baroni che·ll'aveano servito di terre e di signoraggi. Lasceremo alquanto de' fatti del re Carlo, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze.

<B>XXXI</B>

 

<I>Come i Fiorentini sconfissono i Sanesi a piè di Colle di Valdelsa.</I>

Gli anni di Cristo MCCLXVIIII, del mese di giugno, i Sanesi, ond'era governatore messer Provenzano Salvani di Siena, col conte Guido Novello, colle masnade de' Tedeschi e di Spagnuoli, e cogli usciti ghibellini di Firenze e dell'altre terre di Toscana, e colla forza de' Pisani, i quali erano in quantità di MCCCC cavalieri e da VIIIm pedoni, sì vennono ad oste al castello di Colle di Valdelsa, il quale era alla guardia de' Fiorentini; e ciò feciono, perché i Fiorentini il maggio dinanzi erano venuti a oste e guastare Poggibonizzi. E postosi a campo a la badia a Spugnole, e venuta la novella in Firenze il venerdì sera, il sabato mattina messer Giambertaldo vicario del re Carlo per la taglia di Toscana si partì di Firenze colle sue masnade, il quale allora avea in Firenze da IIIIc cavalieri franceschi; e sonando la campana, i Guelfi di Firenze seguendolo a cavallo e a piedi, giunsono in Colle la cavalleria la domenica sera, e trovarsi intorno di VIIIc cavalieri, o meno, con poco popolo, però che così tosto come i cavalieri non poterono giugnere a Colle. Avenne che i·lunedì mattina vegnente, il dì di santo Bartolomeo di giugno, sentendo i Sanesi la venuta della cavalleria di Firenze, si levarono da campo dalla detta badia per recarsi in più salvo luogo. Messer Giambertaldo veggendogli mutare il campo, sanza attendere più gente, passò colla cavalleria ch'avea il ponte, e schierata sua gente colla cavalleria di Firenze, e quello popolo che v'era giunto, e' Colligiani (ma per la sùbita venuta de' Fiorentini nullo ordine aveano di capitani d'oste, né d'insegna del Comune), e prendendo messer Giambertaldo la 'nsegna del Comune di Firenze, e richeggendo i cavalieri di Firenze che v'erano di tutte le case guelfe, ch'alcuno di loro la prendesse, e nullo si movea a prenderla, o per viltà o per gara l'uno dell'altro, e stato gran pezza alla contesa, messer Aldobrandino della casa de' Pazzi francamente si trasse avanti e disse: "Io la rendo a l'onore d'Iddio, e di vittoria del nostro Comune"; onde fu molto comendato in franchezza, e incontanente mosse, e tutta la cavalleria seguendolo, e francamente percosse alla schiera de' Sanesi; e tutto che non fosse tenuta troppo savia e proveduta capitaneria di guerra, come ardita e franca gente, bene aventurosamente, come piacque a·dDio, ruppono e sconfissono i Sanesi e loro amistà, ch'erano quasi due cotanti cavalieri e popolo grandissimo, onde molti ne furono morti e presi; e se dalla parte de' Fiorentini fossono giunti e stati alla battaglia i loro pedoni, non ne campava quasi niuno de' Sanesi. Il conte Guido Novello si fuggì, e messer Provenzano Salvani signore e guidatore dell'oste de' Sanesi fu preso, e tagliatogli il capo, e per tutto il campo portato fitto in su una lancia. E bene s'adempié la profezia e revelazione che gli avea fatta il diavolo per via d'incantesimo, ma no·lla intese; ch'avendolo fatto costrignere per sapere come capiterebbe in quella oste, mendacemente rispuose, e disse: "Anderai e combatterai, vincerai non, morrai alla battaglia, e la tua testa fia la più alta del campo"; e egli credendo avere la vittoria per quelle parole, e credendo rimanere signore sopra tutti, non fece il punto alla fallace, ove disse: "Vincerai no, morrai etc."; e però è grande follia a credere a sì fatto consiglio come quello del diavolo. Questo messer Provenzano fu grande uomo in Siena al suo tempo dopo la vittoria ch'ebbono a Monte Aperti, e guidava tutta la città, e tutta parte ghibellina di Toscana facea capo di lui, e era molto presentuoso di sua volontà. In questa battaglia si portò il detto messere Giambertardo come valente signore in pugnare contro a' nimici, e simigliantemente la sua gente, e tutti Guelfi di Firenze, faccendo grande uccisione de' nimici per vendetta di loro parenti e amici che rimasono alla sconfitta a Monte Aperti; quasi nullo o pochi ne menarono a pregioni, ma gli misono a morte e alle spade; onde la città di Siena, a comparazione del suo popolo, ricevette maggiore danno de' suoi cittadini in questa sconfitta, che non fece Firenze a quella di Monte Aperti, e lasciarvi tutto il loro arnese. Per la qual cosa, poco tempo appresso, i Fiorentini rimisono in Siena i Guelfi usciti, e cacciarne i Ghibellini, e pacificarsi l'uno Comune coll'altro, rimagnendo poi sempre amici e compagni. E in questo modo ebbe fine la guerra tra' Fiorentini e' Sanesi, che tanto tempo era durata.

<B>XXXII</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono il castello d'Ostina in Valdarno.</I>

Nel detto anno, del mese di settembre, essendo rubellato il castello d'Ostina in Valdarno, e entrativi i Ghibellini usciti di Firenze co' Pazzi di Valdarno, i Fiorentini v'andarono ad oste, e stettonvi infino a l'ottobre, e per difalta di vittuaglia non potendosi più tenere, e quegli d'entro uscendone una notte, furono quasi tutti morti e presi, e' Fiorentini ebbono il castello e disfeciollo.

<B>XXXIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini in servigio de' Lucchesi andarono a oste sopra Pisa.</I>

Partita l'oste de' Fiorentini da Ostina, i Fiorentini con messer Giambertaldo maliscalco del re Carlo, in servigio de' Lucchesi andarono ad oste a Castiglione di Valdiserchio, e poi infino alle mura di Pisa, e presono il castello d'Asciano per forza; e' Lucchesi, per ricordanza e vergogna de' Pisani, presso alla città di Pisa feciono battere loro moneta e tornarono sani e salvi.

<B>XXXIV</B>

 

<I>Come fu grande diluvio d'acqua, e rovinarono il ponte a Santa Trinita e quello dalla Carraia.</I>

Nel detto anno MCCLXVIIII, la notte di calen di ottobre fu sì grande diluvio di pioggia d'acqua da cielo col continuo piovere due notti e uno dì, che tutti i fiumi d'Italia crebbono più che crescessono mai; e 'l fiume Arno uscì de' suoi termini sì disordinatamente, che gran parte della città di Firenze allagò, e ciò fu la cagione per più legname che 'l fiume menava, il quale ristette e s'atraversò al piè del ponte a Santa Trinita per modo che l'acqua del fiume ringorgava sì adietro che si spandea per la città, onde molte persone annegarono e molte case rovinarono. Alla fine fu sì forte l'empito del corso del fiume, che fece rovinare il detto ponte di Santa Trinita, e ancora per lo sgorgare di quello l'empito dell'acqua e del legname percosse e fece rovinare quello dalla Carraia: e come furono rovinati e caduti, l'altezza del corso del fiume, ch'era per lo detto ringorgamento e rattenuta, rabassò, e cessò la piena dell'acqua ch'era sparta per la cittade.

<B>XXXV</B>

 

<I>Come a certi nobili ribelli di Firenze furono tagliate le teste.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXX, fatto l'accordo e pace tra 'l Comune di Firenze e quello di Siena, e rimessivi i Guelfi, e cacciatine i Ghibellini, messer Azzolino e Neracozzo e Conticino della casa degli Uberti, e messer Bindo de' Grifoni da Fegghine rubelli di Firenze, co·lloro compagnia partendosi da Siena per andarsene in Casentino, furono presi e menati in Firenze, e scritto in Puglia al re Carlo quello ch'a·llui piacesse se ne facesse; il quale per sua lettera mandò a messer Bernardo d'Ariano, podestà per lo re in Firenze, che sì come traditori della corona fossono giudicati: a' quali fue loro tagliate le teste il dì di santo Michele di maggio. E la mattina, quando s'andavano a giudicare, Neracozzo domandò messer Azzolino: "Ove andiamo noi?". Rispuose il cavaliere: "A pagare uno debito che·cci lasciarono i nostri padri"; salvo che Conticino, il quale, perch'era giovane, fu mandato nel Regno preso, e morì in pregione nelle torri di Capova.

<B>XXXVI</B>

 

<I>Come i Fiorentini presono il castello di Piano di Mezzo in Valdarno, e come disfeciono Poggibonizzi.</I>

Nel detto anno, del mese di giugno, i Fiorentini andarono ad assedio al castello di Piano di Mezzo, ch'era de' Pazzi di Valdarno, rubellato per loro e per gli usciti di Firenze contra il Comune di Firenze, il quale per assedio s'arrendé a patti, salve le persone, i quali se n'uscirono fuori; e' Fiorentini ebbono il castello, e feciollo abattere e disfare; e simile il castello di Ristuccioli de' Pazzi, ch'era molto forte castello. E ciò fatto, e tornato l'oste de' Fiorentini in Firenze, i Fiorentini cavalcarono a Poggibonizzi, e feciono abattere e disfare tutto il castello, e recare a borgo al piano con licenza del re Carlo; però che nulla convenenza, che promisono per gli patti al re Carlo e Comune di Firenze, non voleano attenere, e sempre riteneano i ribelli di Firenze, e aveano lega colle terre ghibelline di Toscana. Questo Poggibonizzi fu il più bello castello, e de' più forti d'Italia, e posto quasi nel bilico di Toscana, e era con belle mura e torri, e con molte belle chiese, e pieve, e ricca badia, e con bellissime fontane di marmo, e acasato e abitato di genti com'una buona città; ma per la loro superbia, però che·ssi voleano essere per loro sì come castello d'imperio, e contastare il Comune di Firenze, fue abattuto e toltogli ogni giurisdizione.

<B>XXXVII</B>

 

<I>Come lo re Luis di Francia fece il passaggio a Tunisi nel quale morìo.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXX il buono Luis re di Francia, il quale era cristianissimo e di santa vita e opere, non tanto quanto s'appartiene a secolare, essendo re di sì grande reame e potenzia, ma come religioso, sempre operando in favore di santa Chiesa e della Cristianitade, e nonn ispaventandosi delle grandi fatiche e spendio, il quale fece al passaggio d'oltremare, quando egli e' frategli furono presi alla Monsura de' Saracini, come addietro facemmo menzione, come piacque a·dDio si puose in cuore d'andare ancora sopra i Saracini e nimici de' Cristiani; e così con grande effetto e opera mise a seguizione, prendendo la croce, e raunando tesoro, e sommovendo tutta la baronia, e cavalieri, e buona gente di suo reame. E ciò fatto, si mosse di Parigi, e andonne in Proenza, e di là con grande navilio si partì del suo porto dell'Agua Morta in Proenza con tre suoi figliuoli, Filippo, Gianni, e Luis, e col re di Navarra suo genero, e con tutti caporali suoi, conti, duchi, e baroni del reame di Francia, e fuori del reame suoi amici. E per la sua andata il seguì poi Adoardo figliuolo del re d'Inghilterra con molti Inghilesi, e Scotti, e Fresoni, e Alamanni, di più di XVm cavalieri, il quale stuolo, e croceria fu quasi d'inumerabile gente a cavallo e a piede, e stimarsi CCm d'uomini da battaglia. E credendo prendere il migliore, si diliberarono d'andare sopra il regno di Tunisi, avisandosi se quello si prendesse per gli Cristiani, era in parte molto mediata da potere più leggermente prendere poi il regno d'Egitto, e da tagliare, e al tutto impedire la forza de' Saracini del reame di Setta, e eziandio quello di Granata. E passò il detto stuolo sani e salvi co·lloro navilio, e arrivarono al porto dell'antica città di Cartagine, ch'è di lungi da Tunisi da XV miglia, e quella Cartagine, ch'alcuna parte n'era rifatta e afforzata per gli Saracini per la guardia del porto, per gli Cristiani fu assai tosto presa per forza. E volendo andare la detta oste alla città di Tunisi, come piacque a Dio, per le peccata de' Cristiani si cominciò una grande corruzzione d'aria in quelle marine, e massimamente nell'oste de' Cristiani non costumati all'aria, e per gli disagi, e per lo soperchio di gente, e delle bestie; per la qual cosa prima vi morì Gianni figliuolo del detto re Luis, e poi il cardinale d'Albano, che v'era per lo papa, e poi infermò e morì il detto buono re Luis con grandissima quantità di conti e di baroni, e infinita gente di popolo vi morirono. Onde la Cristianità ricevette grandissimo danno, e la detta oste fu quasi tutta scerrata, e venuta quasi al niente, sanza colpo de' nimici. E come il detto re Luis non bene aventurato fosse nelle dette imprese sopra i Saracini, ma per la sua anima bene aventuroso morisse, lo re di Navarra ch'era presente al cardinale Toscolano per sue lettere lo scrisse, che nella sua infermità non cessava di lodare Idio, e ispesso dicendo questa orazione: "Fa' noi, Signore, le cose prosperevoli del mondo avere in odio, e nessuna aversità temere". Ancora adorava per lo popolo il quale ave' menato seco, dicendo: "Sia, Signore, del popolo tuo santificatore e guardiano"; e l'altre parole che seguitano alla detta orazione. E alla fine quando venne a morte, levò gli occhi a cielo, e disse: "Introibo in domum tuam, adorabo ad templum santum tuum, et confitebor nomini tuo"; e ciò detto, morì in Cristo. E sentendo la sua morte la sua oste fu molto turbata, e' Saracini molto rallegrati; ma in questo dolore fu fatto Filippo suo figliuolo re di Francia; e lo re Carlo fratello del detto re Luis, il quale egli vivendo ave' mandato per lui, venne di Cicilia, e arrivò a Cartagine con grande navilio e con molta gente e rinfrescamento, onde l'oste de' Cristiani riprese grande vigore, e' Saracini paura. E con tutto che·ll'oste de' Saracini fosse cresciuta d'inumerabile gente, che di tutte parti erano venuti gli Arabi a·lloro soccorso, e fossono troppi più che' Cristiani, mai non s'ardirono di venire a battaglia affrontata co' Cristiani; ma con aguati e ingegni venieno, e faceano loro molto molesto. Intra gli altri fu questo l'uno, che la detta contrada è molto sabbionosa, e quando è secco fa molta polvere: onde i Saracini quando traeva vento contra l'oste de' Cristiani, in grandissimo numero di loro genti stavano in su' monti ov'era il detto sabbione, calpitandolo co' cavalli e co' piedi il facevano muovere, onde facea all'oste molta molestia e affanno; ma piovendo acqua da cielo cessò la detta pestilenzia, e lo re Carlo co' Cristiani, apparecchiati difici di diverse maniere per mare e per terra, si strinse per combattere la città di Tunisi; e di certo si disse, s'avessono seguito, in brieve tempo avrebbono avuta la terra per forza, o il re di Tunisi co' suoi Turchi e Arabi l'avrebbe abandonata.

<B>XXXVIII</B>

 

<I>Come il re Carlo patteggio accordo col re di Tunisi e partissi lo stuolo.</I>

Lo re di Tunisi co' suoi Saracini veggendo in mal punto, e temendo di perdere la città e 'l paese d'intorno, si feciono cercare pace col re Carlo, e cogli altri signori con grandi e larghi patti, a la qual pace il re Carlo intese e diede compimento per lo 'nfrascritto modo: prima, che tutti i Cristiani ch'erano pregioni in Tunisi, o in tutto quello reame, fossono liberi, e che monisteri e chiese per gli Cristiani si potessono edificare, e in quelle l'oficio sacro si potesse celebrare; e che per gli frati minori e predicatori e per altre persone eclesiastiche si potesse liberamente predicare il Vangelio di Cristo; e qual Saracino si volesse battezzare e tornare alla fede di Cristo, liberamente il potesse fare; e tutte le spese che i detti re avessono fatte pienamente fossono loro rendute; e oltre a·cciò il re di Tunisi fosse tributario di dare ogni anno a Carlo re di Cicilia XXm dobble d'oro, e molti altri patti, che sarebbono lunghi a dire. Di questa pace alcuni dissono che 'l re Carlo e gli altri signori la faceano per lo migliore, e considerando il loro male stato della corruzzione dell'aria e mortalità de' Cristiani, che il re di Navarra, morto il re Luis, si partì malato dell'oste e morì in Cicilia, e morì il legato del papa cardinale, e la Chiesa di Roma in quelli tempi vacava di pastore, che dovea provedere a tutto, e Filippo novello re di Francia si voleva partire dell'oste e tornare in Francia col corpo del padre. Altri dierono colpa al re Carlo, che 'l fece per avarizia, per avere innanzi per la detta pace sempre a tributario il re di Tunisi in sua spezialtà; che 'l regno di Tunisi fosse conquistato per lo stuolo de' Cristiani, ch'era poi a parte del re di Francia, e di quello d'Inghilterra, e di quello di Navarra, e di quello di Cicilia, e della Chiesa di Roma, e di più altri signori ch'erano al conquisto. E potrebbe essere stata l'una cagione e l'altra; ma quale si fosse, compiuto il detto accordo, si partì la detta oste da Tunisi, e arrivati col loro navilio nel porto di Trapali in Cicilia, come piacque a·dDio, sì grande fortuna avenne, essendo il navilio nel detto porto, che sanza nulla redenzione la maggiore parte perirono, e ruppe l'uno legno l'altro, ove tutto l'arnese di quello oste si perdé, ch'era d'inumerabile valuta, e molte genti vi perirono. E per molti si disse che ciò avenne per gli peccati de' Cristiani, e perché aveano fatto accordo co' Saracini per cuvidigia di moneta, potendo vincete e conquistare Tunisi e 'l paese.

<B>XXXIX</B>

 

<I>Come fu fatto papa Ghirigoro X a Viterbo, e come vi fu morto Arrigo figliuolo del re d'Inghilterra.</I>

Arrivato lo detto stuolo de' Cristiani in Cicilia, sì vi soggiornarono alquanto per guerire i malati, e prendere rinfrescamento, e rifare loro navilio; e quelli re e signori furono assai onorati da Carlo re di Cicilia; e poi si partirono di Cicilia, e lo re Carlo co·lloro ne vennero per lo regno di Puglia, e per Calavra a Viterbo, ov'era la corte della Chiesa in vacazione, e a Viterbo soggiornarono i detti re Filippo di Francia, e Carlo di Cicilia, e Adoardo e Arrigo suo fratello e figliuoli del re d'Inghilterra, per fare che' cardinali ch'erano in discordia eleggessono buono pastore per riformare l'apostolica sedia. E non potendo avere concordia di niuno di loro ch'erano presenti, elessono papa Gregorio X di Piagenza, il quale era cardinale e legato in Soria alla Terrasanta, e lui eletto, tornato d'oltremare fu consecrato papa gli anni di Cristo MCCLXXII. Essendo i sopradetti signori in Viterbo, avenne una laida e abominevole cosa sotto la guardia del re Carlo: che essendo Arrigo fratello d'Adoardo figliuolo del re Ricciardo d'Inghilterra in una chiesa alla messa, celebrandosi a quell'ora il sacrificio del corpo di Cristo, Guido conte di Monforte, il quale era per lo re Carlo vicario in Toscana, non guardando reverenza di Dio né del re Carlo suo signore, uccise di sua mano con uno stocco il detto Arrigo, per vendetta del conte Simone di Monforte suo padre, morto a sua colpa per lo re d'Inghilterra. E di ciò è bene da farne notevole memoria. Regnando inn-Inghilterra Arrigo padre del buono Adoardo, fu uomo di semplice vita, sicché i baroni l'aveano per niente, perch'egli mandò per lo detto conte Simone suo parente che gli guidasse il reame, ch'Adoardo era giovane. Questi era molto temuto e ridottato; e come si vide il reggimento del reame in mano, come fellone e traditore, gli oppuose falsamente che il re avesse fatte certe inique leggi contra il popolo, e mise lui e Adoardo in pregione, nella torre di Dovero, e teneasi il reame. La reina... zia per madre d'Adoardo, per volerlo scampare, sappiendo che per ogni Pasqua il conte Simone venia a Dovero, e traeva Adoardo della torre e facealo cavalcare seco, e come si partia il facea rimettere in pregione con grande e stretta guardia, eziandio di lettere, la savia reina mandò a Dovero una savia e bella damigella che sapea operare di gioelli, borse, e carnieri. Adoardo veggendola si prese di lei, e tanto adoperò colle guardie, che gli menarono la detta damigella, e volendola toccare, gli disse: "Io ci sono per altro"; e trasse fuori lettere gli mandava la reina, avisandolo del suo scampo e salute; e per quelle l'avisò come gli mandava per uno nostro Fiorentino cozzone, ch'avea nome Persona Fulberti, con belli destrieri, e uno batto armato con molti remi, avisandolo come avesse a·ffare. Ora, com'era usato per la Pasqua, il conte Simone venne a Dovero, e tratto Adoardo della torre, e provando i destrieri del detto cozzone, Adoardo con licenza del conte salì in su il migliore, menandolo a grandi rote; alla fine prese campo, e dilungossi, e venne al porto, e trovò apparecchiato il batto. Lasciato il cavallo, su vi salìo, e arrivò in Francia, e poi coll'aiuto del re di Francia, di Fiandra, di Brabante, e della Magna, con grande stuolo passò in Inghilterra, e combatté col conte Simone, e sconfisselo, e prese una coppa, e fecelo tranare, e poi impiccare, e diliberò il padre; e quegli morto, fu Adoardo coronato re d'Inghilterra a grande onore. Tornando a nostra principale materia, come per la detta vendetta fu morto il conte Arrigo, conte di Cornovaglia, fratello del re Adoardo, come dicemmo dinanzi, onde la corte si turbò forte, dando di ciò grande riprensione al re Carlo, che ciò non dovea sofferire, se·ll'avesse saputo, e se no·ll'avesse saputo no·llo dovea lasciare scampare sanza vendetta. Ma il detto conte Guido proveduto di compagnia di gente d'arme a cavallo e a piè, non solamente gli bastò d'avere fatto il detto micidio; perché uno cavaliere il domandò che egli avea fatto, e egli rispuose: "Ie a fet ma vengianze"; e quello cavaliere disse: "Comant? Vostre pere fu trainé"; incontanente tornò nella chiesa, e prese Arrigo per gli capelli, e così morto il tranò infino fuori della chiesa villanamente; e fatto il detto sacrilegio, e omicidio, si partì di Viterbo, e andonne sano e salvo in Maremma nelle terre del conte Rosso suo suocero. Per la morte del detto Arrigo Adoardo suo fratello molto cruccioso e isdegnato contro a·re Carlo si partì di Viterbo, e vennesene con sua gente per Toscana, e soggiornò in Firenze, e fece cavalieri più cittadini, donando loro cavagli e tutti arredi di cavalieri nobilemente, e poi se n'andò inn-Inghilterra, e 'l cuore del detto suo fratello in una coppa d'oro fece porre in su una colonna in capo del ponte di Londra sopra 'l fiume di Tamisi, per memoria agl'Inghilesi del detto oltraggio ricevuto. Per la qual cosa Adoardo poi che fu re, mai non fu amico del re Carlo, né di sua gente. Per simile modo si partì Filippo re di Francia con sua gente, e passò, e albergò più giorni in Firenze; e giunto in Francia, soppellito il corpo del buono re Luis suo padre a grande onore, e' si fece coronare con grande solennità a Rens.

<B>XL</B>

 

<I>Come i Tartari scesono in Turchia, e come ne cacciarono i Saracini.</I>

Nel detto anno MCCLXX Banducdar soldano de' Saracini, dopo la presa ch'egli avea fatta della città d'Antioccia, gran parte del reame d'Erminia, passò con suo esercito in Turchia, la quale si tenea per gli Tartari, e per forza e per tradimento la raquistò, e' Tartari che·ll'abitavano ne cacciò; per la qual cosa lo re d'Erminia andò per soccorso alla grande città del Torigi ad Abaga Cane figliuolo che fu Aloon signore de' Tartari, onde adietro facemmo menzione. E fornita sua ambasciata, il detto Abaga Cane, il quale era molto amico de' Cristiani e nimico de' Saracini, il ricevette onorevolemente, e l'anno appresso venne con suo esercito di Tarteri col detto re d'Erminia in Turchia. E 'l detto soldano sentendo la venuta de' Tarteri, si partì, e abandonò la Turchia, per la qual cosa i Tarteri ebbono la signoria della Turchia e d'Erminia, e volle il detto Abaga Cane dare a' Cristiani e a·re d'Erminia la detta Turchia. Lo re d'Erminia non sentendosi poderoso, e la Chiesa e' signori di ponente per le loro guerre l'aiutavano male, riprese il suo reame d'Erminia, e lasciò a' Tartari la Turchia, la quale non molto tempo appresso per difetto de' Cristiani, e spezialmente de' Greci che vi sono vicini, i Saracini la ripresono.

<B>XLI</B>

 

<I>Come lo re Enzo figliuolo dello imperadore Federigo morì in pregione in Bologna.</I>

L'anno appresso MCCLXXI, del mese di marzo, il re Enzo, figliuolo che fu di Federigo imperadore, morì nella pregione de' Bolognesi, nella quale era stato lungo tempo, e fu soppellito da' Bolognesi onorevolemente a la chiesa di San Domenico in Bologna, e in lui finìo la progenia dello imperadore Federigo. Ben si dice ch'ancora n'era uno figliuolo che fu de·re Manfredi, il quale stette lungamente nella pregione del re Carlo nel castello dell'Uovo a Napoli, e in quello per vecchiezza e disagio accecato della vista miseramente finìo sua vita.

<B>XLII</B>

 

<I>Come papa Ghirigoro colla corte venne in Firenze, e fece fare pace tra' Guelfi e' Ghibellini.</I>

Negli anni MCLXXII Gregorio decimo di Piagenza, tornato lui della legazione d'oltremare, fu consegrato e coronato papa, e per lo grande affetto e volontà ch'egli avea del soccorso della Terrasanta, e che generale passaggio si facesse oltremare, incontanente che fu fatto papa, ordinò concilio generale a·lLeone sopra Rodano in Borgogna, e fece che per suo mandato gli elettori dello 'mperio d'Alamagna elessono re de' Romani Ridolfo conte di Furimborgo, il quale era valente uomo d'arme, tutto che fosse di piccola potenza; ma per sua prodezza conquistò Soavia e Osteric: e [in] Osteric che vacava per lo dogio che fu morto con Curradino dal re Carlo fece dogio Alberto suo figliuolo. Il sopradetto papa l'anno appresso la sua coronazione si partì colla corte da Roma per andare a Leone su Rodano al concilio per lui ordinato, e entrò in Firenze co' suoi cardinali, e collo re Carlo, e collo imperadore Baldovino di Gostantinopoli, il quale fu del legnaggio della casa prima di Fiandra. Questo Baldovino fu figliuolo d'Arrigo fratello del primo Baldovino, che conquistò Gostantinopoli co' Viniziani, come addietro facemmo menzione. E col papa e col re Carlo vennero in Firenze e più altri signori e baroni a dì di XVIII di giugno, gli anni di Cristo MCCLXXIII, e da' Fiorentini furono ricevuti onorevolemente. E piaccendogli la stanza di Firenze per l'agio dell'acqua, e per la sana aria, e che la corte avea ogni agiamento, sì ordinò di soggiornare e di fare la state in Firenze. E trovando lui che sì buona città, com'era Firenze, era guasta per cagione delle parti, che n'erano fuori i Ghibellini, volle che tornassono in Firenze, e facessono pace co' Guelfi, e così fu fatta; e a dì II di luglio nel detto anno il detto papa co' suoi cardinali, e col re Carlo, e col detto imperadore Baldovino, e con tutta la baronia e gente della corte, e congregato il popolo di Firenze nel greto d'Arno a piè del capo del ponte Rubaconte, fatti in quello luogo grandi pergami di legname ove stavano i detti signori, in presenzia di tutto il popolo diede sentenzia, sotto pena di scomunicazione chi la rompesse, e sopra la differenzia ch'era tra la parte guelfa e la ghibellina, faccendo basciare in bocca i sindachi di ciascuna parte, e fare pace, e dare mallevadori e stadichi; e tutte le castella che' Ghibellini teneano renderono in mano del re Carlo, e gli stadichi ghibellini andarono in Maremma a la guardia del conte Rosso. La qual pace poco durò, sì come appresso faremo menzione. E quello dì il detto papa fondò la chiesa di Santo Gregorio, e per lo suo nome così la titolòe, la qual feciono fare quegli della casa de' Mozzi, i quali erano mercatanti del papa e della Chiesa, e in picciolo tempo venuti in grande ricchezza e stato, e ne' loro palagi in capo del ponte Rubaconte di là da Arno abitò il detto papa, mentre soggiornò in Firenze; e lo re Carlo abitò al giardino de' Frescobaldi, e lo 'mperadore Baldovino al vescovado. Ma al quarto dì appresso il papa si partì di Firenze, e andonne a soggiornare in Mugello col cardinale Attaviano ch'era della casa degli Ubaldini, da' quali fu ricevuto, e fatto grande onore. Alla fine della state si partì il papa, e' suo' cardinali, e il re Carlo, e andarne oltremonti a Leone sopra Rodano in Borgogna. E la cagione perché il papa si partì così tosto di Firenze si fu che avendo fatti venire in Firenze i sindachi della parte ghibellina, e fattigli basciare in bocca pace faccendo, come detto avemo, co' sindachi de' Guelfi, e rimasi in Firenze per dare compimento a' contratti della pace, e tornando ad albergo a casa i Tebalducci in Orto Sammichele, o vero o non vero che fosse, a·lloro fu detto che 'l maliscalco del re Carlo a petizione de' grandi Guelfi di Firenze gli farebbe tagliare per pezzi, se non si partissono di Firenze. Alla quale cagione diamo fede per la iniquità delle parti; e incontanente si partirono di Firenze, e andarsene, e fu rotta la detta pace; onde il papa si turbò forte, e partissi di Firenze lasciando la città interdetta, e andonne, come detto avemo, in Mugello; e col re Carlo per questa cagione rimase in grande isdegno.

<B>XLIII</B>

 

<I>Come papa Ghirigoro fece concilio a Leone sopra Rodano.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXIIII papa Gregorio celebrò concilio a Leone sopra Rodano del mese di maggio infino a dì IIII d'agosto, nel quale concilio Paglialoco imperadore de' Greci e il patriarca di Gostantinopoli si riconciliarono colla Chiesa di Roma, promettendo di correggersi di certi errori che i detti Greci hanno tenuti, e seguire per innanzi secondo la nostra fede e ordini della santa Chiesa romana, tutto che poi no·llo attenessono come promisono. E tutto questo riconciliamento fece il papa co' Greci per acconcio del passaggio d'oltremare, ordinato per lui al detto concilio, ond'egli ave' grande affezzione e studio. Ma per lo riconciliamento col Paglialoco e co' Greci lo re Carlo fu molto contrario e cruccioso, per amore dello 'mperadore Baldovino, suo genero della figliuola, al quale di ragione di conquisto sucedea il detto imperio; e lo re Carlo ch'avea già impreso ad atargliele racquistare, onde crebbe lo sdegno tra lui e 'l papa cominciato in Firenze, come di sopra facemmo menzione. Per lo quale riconciliamento de' Greci il detto papa confermò il detto Paglialoco imperadore dello 'mperio di Gostantinopoli, e confermò Ridolfo conte di Furimborgo eletto re de' Romani, signore di gran valore, tutto fosse di piccolo lignaggio, e ch'egli era degno dello 'mperio di Roma, e acciò ch'egli venisse per la corona a Roma, e fosse capitano e imperadore del passaggio d'oltremare, e ch'egli venisse più tosto, il papa gli promise e dipuose de' danari della Chiesa apo le compagnie di Firenze e di Pistoia, i quali erano mercatanti del papa e della Chiesa, CCm di fiorini d'oro nella città di Melano; e il detto Ridolfo promise sotto pena di scomunicazione d'essere in Melano infra certo tempo; la quale promessione per sue imprese e guerre d'Alamagna non venne, e non passò i monti, e mai nonn-ebbe la corona, né·lla benedizione dello 'mperio, ma rimase scomunicato; e per avere poi sua pace col papa e colla Chiesa, e esser ricomunicato, sì privileggiò la contea di Romagna, come potea di ragione, alla Chiesa di Roma, e da indi innanzi la possedette la Chiesa per sua. E nel detto concilio il detto papa ordinò il passaggio generale d'oltremare a ricovero della Terrasanta, e che·lle decime si ricogliessono per tutta la Cristianità sei anni in susidio del detto passaggio, e diede la croce, e ordinò si desse la croce per tutta Cristianità per lo detto passaggio, perdonando colpa e pena chi·lla prendesse, o v'andasse, o mandasse; e vietò l'usura, e scomunicò chi·lla facesse piuvica, e vietò tutte l'ordini de' frati mendicanti, salvo che'll'ordine de' frati minori e predicatori; confermò i romitani, e' carmellini si riservò sospesi. E molte altre costituzioni e decreti utili per la Chiesa vi si feciono, e vietò i soperchi ornamenti delle donne per tutta la Cristianità.

<B>XLIV</B>

 

<I>Come la parte ghibellina fu cacciata di Bologna.</I>

Nel detto anno MCCLXXIIII, a dì II del mese di giugno, la parte ghibellina di Bologna, detti Lambertacci per uno casato che n'era capo così chiamato, furono cacciati di Bologna; e ciò fu per cagione e sospetto che·lla parte ghibellina era molto cresciuta in Romagna, e poco innanzi cacciata la parte guelfa di Faenza; alla quale cacciata de' Ghibellini di Bologna i Fiorentini vi mandarono in servigio de' Guelfi gente d'arme a cavallo; ma il popolo di Bologna non gli lasciarono entrare nella terra, ma si feciono loro incontro in su il Reno; e fuvi morto il cavaliere della podestà di Firenze ch'era capitano de' detti cavalieri, dicendo i Bolognesi che non voleano che i Fiorentini guastassono la loro città, siccom'eglino aveano guasta Firenze. La quale sopradetta parte ghibellina di Bologna si ridusse in Faenza; per la qual cosa i Bolognesi il settembre vegnente andarono ad oste alla città di Faenza, e guastarla intorno, onde i Ghibellini di Romagna colli usciti di Bologna feciono loro capitano di guerra Guido conte di Montefeltro, savio e sottile d'ingegno di guerra più che niuno che fosse al suo tempo.

<B>XLV</B>

 

<I>Come giudice di Gallura con certi Guelfi fu cacciato di Pisa.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXIIII Giovanni giudice del giudicato di Gallura, grande e possente cittadino di Pisa, con suo séguito d'alquanti Guelfi di Pisa, per oltraggio di sua signoria, e perché il popolo di Pisa si tenea a parte d'imperio, fue cacciato di Pisa. Per la qual cosa il detto giudice si legò co' Fiorentini, e co' Lucchesi, e cogli altri Guelfi della taglia di Toscana; e co·lloro insieme del mese d'ottobre andarono ad oste sopra il castello di Montetopoli, il quale ebbono a patti, uscendone i forestieri sani e salvi, e 'l castello rimase al detto giudice di Gallura, il quale poco vivette, perché il maggio seguente, gli anni di Cristo MCCLXXV, morì nel castello di Samminiato.

<B>XLVI</B>

 

<I>D'uno grande miracolo ch'avenne in Baldacca e Mansul oltremare.</I>

Negli anni di Cristo MCLXXV avenne uno grande e bello miracolo, del quale è bene da farne menzione in questa nostra opera, in adificazione della nostra santa fede. Egli era in que' tempi uno califfo de' Saracini in Baldacca e 'n Mansul, molto savio e litterato, e nimico e persecutore de' Cristiani, che in quello paese n'avea assai; e trovando egli per lo Vangelo di santo Matteo, ove Cristo disse a' suoi discepoli che chi avesse tanta fede quant'uno granello di senape, e nel suo nome comandasse a uno monte si levasse di suo luogo e si ponesse altrove, sì il farebbe essere; trovando questo argomento, per confondere i Cristiani, sì richiese i vescovi e' caporali de' Cristiani, e mostrò loro il detto Vangelio, e se 'l volessono aprovare, tutti dissono di sì. Allora comandò loro che "infra X dì voi comandiate a uno grande monte ch'era in quello luogo si levasse e si riponesse in altra parte, e se ciò non farete, voi sete sanza fede al vostro Iddio, e falsi Cristiani, e voglio che rinneghiate Cristo e facciatevi Saracini, e se non, sì vi farò tutti morire di mala morte". Ricevuto l'aspro e crudele comandamento, non sapeano che·ssi dire né che·ssi fare, ma con grandi pianti e dolori, come gente giudicata a morte, ricorsono alla misericordia d'lddio, e alla penitenzia, digiuni, e orazioni di dì e di notte. Infra quegli giorni più volte venne in visione a uno santo vescovo che uno povero ciabattiere, che aveva pure uno occhio, gli doveva liberare: manifestollo al popolo, e cercossi del ciabattiere, e trovossi; il quale era uomo di santa vita, e ciò ch'egli avanzava di sua povera arte, fornita miseramente sua vita, dava per Dio a' poveri, e l'occhio ch'egli avea meno perdé, che calzando una bella Cristiana gli venne tentazione di carnalità, onde si scandalizzò molto, e ricordandosi del Vangelio di Cristo, ove disse: "Se 'l tuo occhio ti scandalizza, sì il ritrai", ed egli prendendo il semplice della lettera, con una lesina si punse l'occhio, onde il perdé. E venuto il termine del comandamento del calif, furono raunati tutti i Cristiani, uomini e femmine e fanciulli, colle croci innanzi, nel piano dov'era al di sopra il detto monte, i quali erano in quantità di più di Cm, co' Saracini e Turchi armati intorno a cavallo e a piè per distruggergli. Richiesto il ciabattiere di fare il priego a·dDio, si disdicea come indegno e peccatore; ma per la piatà e pianto del popolo s'inginocchiò, e disse in piagnendo: "Signore Idio onipotente. io ti priego che tu facci grazia e misericordia a questo tuo popolo, e mostri a questi miscredenti la virtù del tuo figliuolo Iesù Cristo, e dimostri visibile miracolo, acciò che sia glorificato il tuo santo nome"; e ciò detto, comandò al monte che per la virtù di Cristo si dovesse mutare, il quale con grandi tremuoti, e spaventevole tempo di tuoni e baleni e venti, si mosse, e si ripuose ove fu comandato; onde il detto popolo cristiano con grande letizia furono liberi, ringraziando e magnificando Iddio. Per lo quale visibile miracolo molti de' Saracini si feciono Cristiani, e 'l califfo medesimo al segreto; e quando venne a morte gli si trovò la santa croce a collo, e vivuto dopo il miracolo in santa vita.

Lasceremo de' fatti d'oltremare, e torneremo a quegli d'Italia.

<B>XLVII</B>

 

<I>Come il conte Ugolino con tutto il rimanente de' Guelfi fu cacciato di Pisa.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXV il conte Ugolino della casa de' Gherardeschi di Pisa, col rimanente de' possenti Guelfi di Pisa, fu cacciato di Pisa del mese di maggio; per la qual cosa s'allegò co' Fiorentini, e Lucchesi, e l'altra taglia de' Guelfi di Toscana, e andarono ad oste sopra la città di Pisa del mese di luglio prossimo, e guastarono Vicopisano, e ebbono più castella de' Pisani; e la detta oste fu fatta contra il comandamento del papa, per la qual cosa fece contra loro scomunicazione e interdetto.

<B>XLVIII</B>

 

<I>Come i Bolognesi furono sconfitti al ponte a San Brocolo dal conte da Montefeltro e da' Romagnuoli.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXV, del mese di giugno, i Bolognesi per comune andarono ad oste in Romagna sopra la città di Forlì e quella di Faenza, perché riteneano i loro usciti ghibellini; e di loro era capitano messer Malatesta da Rimine; dalla parte de' Romagnuoli era capitano il conte Guido da Montefeltro, il quale col podere de' Ghibellini di Romagna, e cogli usciti di Bologna, e cogli usciti ghibellini di Firenze, ond'era capitano messer Guiglielmino de' Pazzi di Valdarno, si feciono loro incontro al ponte a San Brocolo aboccandosi a battaglia; nel quale aboccamento la cavalleria de' Bolognesi non resse, ma quasi sanza dare colpo si misono alla fugga, chi dice per loro viltà, e chi dice perché il popolo di Bologna, il quale trattava male i nobili, furono contenti i nobili di lasciargli al detto pericolo; e 'l conte da Panago, ch'era co' nobili di Bologna, quando si partì dal popolo di Bologna, disse per rimproccio: "Leggi gli statuti, popolo marcio". Il quale popolo abandonato da·lloro cavalleria, si tennero amassati in su il campo grande pezza del giorno, difendendosi francamente. Alla perfine il conte da Montefeltro fece venire le balestra grosse, le quali il conte Guido Novello, ch'era podestà di Faenza, aveva tratte della camera del Comune di Firenze quando ne fu signore, e con quelle balestra saettando alle loro schiere, le partì, e le ruppe, e sconfisse, onde molti cittadini di Bologna ch'erano a piè in quella oste furono morti e presi.

<B>XLIX</B>

 

<I>Come i Pisani furono sconfitti da' Lucchesi al castello d'Asciano.</I>

Nel detto anno, a dì II di settembre, i Lucchesi col conte Ugolino e cogli altri usciti guelfi di Pisa, e con soldati di Firenze, e col vicaro del re Carlo in Toscana, ch'avea nome..., andarono ad oste sopra la città di Pisa contra il comandamento del papa, e sconfissono i Pisani al castello d'Asciano presso Pisa a III miglia, onde molti Pisani vi furono morti e presi, e 'l detto castello rimase a' Lucchesi.

<B>L</B>

 

<I>Della morte di papa Ghirigoro e di tre altri papi appresso.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXV, a dì XVIII di dicembre, papa Ghirigoro X tornando dal concilio da Leone sopra Rodano, arrivò nel contado di Firenze, e per cagione che·lla città di Firenze era interdetta, e gli uomini di quella scomunicati, perché nonn-aveano oservata la sentenzia della pace ch'avea fatta tra' Guelfi e' Ghibellini, come dicemmo adietro, sì non volle entrare in Firenze, ma per ingegno fu guidato di fuori delle vecchie mura; e chi disse che non potéo fare altro, perché 'l fiume d'Arno era per piogge sì grosso ch'egli no·llo poté guadare, ma di nicessità gli convenne passare per lo ponte Rubaconte, sicché non aveggendosi, e non potendo altro fare, entrò in Firenze; mentre passò per lo ponte e per lo borgo di San Niccolò, ricomunicò la terra, e andò segnando la gente, e come ne fu fuori, lasciò lo 'nterdetto, e scomunicò da capo la città, con malo animo dicendo il verso del Saltero che dice: "In camo et freno maxillas eorum constringe etc."; onde i Guelfi che reggeano Firenze ebbono grande sospetto e paura. E partitosi il detto papa di Firenze, n'andò ad albergare a la badia a Ripole, e di là sanza soggiorno se n'andò ad Arezzo; e giunto lui in Arezzo, cadde malato, e come piacque a·dDio, passò di questa vita a dì X del seguente mese di gennaio, e in Arezzo fu soppellito a grande onore; della cui morte i Guelfi di Firenze furono molto allegri, per la mala volontà che 'l detto papa avea contra loro. Morto il papa, incontanente i cardinali furono rinchiusi, e a dì XX del detto mese di gennaio chiamarono papa Innocenzio quinto nato di Borgogna, il quale era stato frate predicatore, e allora era cardinale; e vivette papa infino al giugno vegnente, sì che poco fece, e morì alla città di Viterbo, e in quella fu soppellito onorevolemente. E appresso lui, a dì XII di luglio, fu chiamato messere Ottobuono cardinale dal Fiesco della città di Genova, il quale non vivette che XXXVIIII dì nel papato, e fu chiamato papa Adriano quinto, e fu soppellito in Roma. E appresso lui, del presente mese di settembre, fu eletto papa maestro Piero Spagnuolo cardinale, il quale fu chiamato papa Giovanni XXI, e non vivette papa che VIII mesi e dì; che dormendo in sua camera in Viterbo gli cadde la volta di sopra adosso, e morìo, e fu soppellito in Viterbo a dì XX di maggio MCCLXXVII; e vacò la Chiesa VI mesi. E nel presente anno fu grandissimo caro di tutte vittuaglie, e valse lo staio del grano soldi XV da soldi XXX il fiorino. E nota una grande e vera visione che avenne della morte del detto papa a uno nostro Fiorentino mercatante della compagnia degli speziali, ch'avea nome Berto Forzetti, della quale è bene da fare menzione. Il detto mercatante avea uno vizio naturale di diversa fantasia, che sovente fra sonno dormendo si levava in su il letto a sedere, e parlava diverse maraviglie; e più ancora, che essendo da' desti ch'erano co·llui domandato di quello ch'egli parlava, rispondea a proposito, e tuttavia dormia. Avenne che·lla notte che morìo il detto papa, essendo il detto in nave in alto pelago, e andava in Acri, si levò e gridò: "Omè! Omè!". E' compagni si destarono, e domandarlo ch'egli avesse. Rispuose: "Io veggio uno grandissimo uomo nero con una grande mazza in mano, e vuole abattere una colonna in su ched è una volta". E poco stante rigridò, e disse: "Egli l'hae abattuta, ed è morto"; fu domandato: "Chi?", rispuose: "Il papa". I detti suoi compagni misono in iscritta le parole, e la notte; e giunti loro in Acri, poco tempo appresso vi vennono novelle della morte del detto papa, che apunto in quella notte avenne. E io scrittore ebbi di ciò testimonianza da quegli mercatanti ch'erano presenti col detto in su la detta nave, e udirono il detto Berto, i quali erano uomini di grande autorità e degni di fede, e la fama di ciò fu per tutta la città nostra. Poi fu eletto papa Niccola III di casa gli Orsini di Roma, ch'avea nome propio messer Gianni Guatani cardinale, il quale vivette papa II anni e VIIII mesi e mezzo. Avemo detto de' sopradetti papi, perché in XVI mesi morirono IIII papi. Lasceremo di dire alquanto de' detti papi, e diremo delle cose che furono a·lloro tempo in Firenze e per l'universo mondo.

<B>LI</B>

 

<I>Come i Fiorentini e' Lucchesi sconfissono i Pisani al fosso Arnonico.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXVI, del mese di giugno, i Fiorentini e' Lucchesi, a sommossa del conte Ugolino e degli altri usciti guelfi di Pisa, col maliscalco del re Carlo ch'avea nome..., in quantità di MD cavalieri e popolo assai, andarono ad oste sopra Pisa verso il Ponte ad Era, e i Pisani, per tema de' Fiorentini, aveano fatto di nuovo uno grande fosso poco di là dal Ponte ad Era, presso di Pisa a VIII miglia, il quale era lungo più di X miglia, e mettea in Arno, e chiamavasi il fosso Arnonico; e a quello aveano fatti ponti e fortezze di steccati e bertesche, e di là da quello i Pisani stavano co·lloro oste alla difensione. E giuntavi l'oste de' Fiorentini, combattendo il detto fosso, alcuna parte di loro gente a piè e poi a cavallo di lungi all'oste valicarono per punga il detto fosso lungo l'Arno. I Pisani incontanente che sentirono che' nemici aveano valicato il fosso, si misono alla fugga e inn-isconfitta, onde l'oste tutta valicò cacciando i Pisani infino a Pisa; onde molti ne furono morti e in grande quantità presi; per la quale sconfitta i Pisani feciono le comandamenta de' Fiorentini e pace, e rimisono i Pisani il detto conte Ugolino e tutti i loro usciti guelfi.

<B>LII</B>

 

<I>Come furono sconfitti i signori della Torre di Melano.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXVI, a dì XX del mese di gennaio, furono sconfitti i signori della Torre di Milano a Cortenuova dal marchese di Monferrato e da' nobili cattani, e varvassori, e dagli altri loro seguaci e usciti di Milano, e furono morti due di quegli della Torre in quella battaglia, e presi VI, e eglino e tutta loro parte, i quali teneano a parte guelfa, furono cacciati di Milano, e tornovvi l'arcivescovo, ch'era de' Visconti, e suoi consorti, e gli altri nobili, e ogni altro uscito; e fu fatto capitano del popolo di Milano messer Maffeo Visconti fratello dell'arcivescovo in questo modo: che tornati i nobili in Milano, furono eletti IIII capitani, i capi delle maggiori case di Milano, messer Maffeo Visconti, messer Otto da Mandello figliuolo di messer Rubaconte, uno di quegli da Posterla, e uno di quegli da Castiglione, e ciascuno dovea essere uno anno; ma il primo fu messer Maffeo per riverenzia dell'arcivescovo, ch'era suo fratello. Poi infra l'anno l'arcivescovo adoperò che Otto fu fatto capitano di Piagenza, e l'altro da Postierla di Pavia, e quello da Castiglione di Lodi: e così in capo del termine rimase signore e capitano messer Maffeo Visconti colla forza e senno dell'arcivescovo; e poi durò molto tempo in signoria, e di fuori quelli della Torre. E nota che' signori della Torre erano la maggiore e la più possente casa d'avere e di persone che fosse in Italia o in nulla cittade, e di loro era il patriarca Ramondo d'Aquilea, il quale regnò XXVI anni patriarca, e colla sua forza e per loro medesimi metteano MD cavalieri in campo sanza il podere del Comune di Milano, ond'erano al tutto signori, e spezialmente del popolo. E cacciatine i nobili cattani e varvassori, e in quella signoria regnarono uno buono tempo, onde prima fu capitano del popolo di Milano messer Alamanno della Torre, figliuolo che fu di messer Martino e fratello del patriarca, e fu buono uomo e giusto, e amato da tutti; poi fu capitano messer Nappo, overo Nepoleon, suo fratello, e cominciò a tirannezzare; e poi fu capitano messer Francesco loro fratello, il quale fu pessimo in tutte cose, e per lo suo soperchio e oltraggi alla sua signoria furono sconfitti e perderono lo stato, come detto è di sopra.

<B>LIII</B>

 

<I>Come il re Filippo di Francia fece pigliare tutti i prestatori italiani.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXVII, a dì XXIIII d'aprile, in uno giorno il re Filippo di Francia fece pigliare tutti i prestatori italici di suo reame, e eziandio de' mercatanti, sotto colore che usura non s'usasse in suo paese, accomiatandogli del reame per lo divieto ch'avea fatto papa Ghirigoro al concilio di Leone; ma ciò mostra che facesse più per covidigia di moneta che per altra onestade, però che gli fece finire per libbre LXm di parigini, di soldi X il fiorino d'oro, e poi la maggiore parte si rimasono al paese come di prima a prestare.

<B>LIV</B>

 

<I>Come fu fatto papa Niccola terzo degli Orsini, e quello che fece al suo tempo.</I>

Nel detto anno, come alcuna cosa ricordammo adietro, fu fatto papa messer Gianni Guatani, cardinale di casa degli Orsini di Roma, il quale mentre fu giovane cherico e poi cardinale fu onestissimo e di buona vita, e dicesi ch'era di suo corpo vergine; ma poi che fue chiamato papa Niccola III, fu magnanimo, e per lo caldo de' suoi consorti imprese molte cose per fargli grandi, e fu de' primi, o il primo papa, nella cui corte s'usasse palese simonia per gli suoi parenti; per la qual cosa gli agrandì molto di possessioni e di castella e di moneta sopra tutti i Romani in poco tempo ch'egli vivette. Questo papa fece VII cardinali romani, i più suoi parenti, intra gli altri, a priego di messer Gianni capo della casa della Colonna suo cugino, fece cardinale messer Jacopo della Colonna, acciò che' Colonnesi non s'apprendessono all'aiuto degli Anibaldeschi loro nemici, ma fossono in loro aiuto; e fu tenuta gran cosa, però che·lla Chiesa avea privati tutti i Colonnesi, e chi di loro progenia fosse, d'ogni benificio eclesiastico infino al tempo di papa Allessandro terzo, però ch'aveano tenuto collo imperadore Federigo primo contra a la Chiesa. Appresso il detto papa fece fare i nobili e grandi palazzi papali di Santo Piero; ancora prese tenza col re Carlo per cagione che 'l detto papa fece richiedere lo re Carlo d'imparentarsi co·llui, volendo dare una sua nipote per moglie a uno nipote del re, il quale parentado il re non volle asentire, dicendo: "Perch'egli abbia il calzamento rosso, suo lignaggio nonn-è degno di mischiarsi col nostro, e sua signoria nonn-era retaggio"; per la qual cosa il papa contro a·llui isdegnato, e poi non fu suo amico, ma in tutte cose al sagreto gli fu contrario, e del palese gli fece rifiutare il sanato di Roma e il vicariato dello imperio, il quale avea dalla Chiesa <I>vacante imperio</I>; e fugli molto contra in tutte sue imprese, e per moneta che·ssi disse ch'ebbe dal Paglialoco aconsentì e diede aiuto a favore al trattato e rubellazione ch'al re Carlo fu fatta dell'isola di Cicilia, come innanzi faremo menzione; e tolse alla Chiesa Castello Santo Angelo, e diello a messer Orso suo nipote. Ancora il detto papa si fece privileggiare per la Chiesa la contea di Romagna e la città di Bologna a Ridolfo re de' Romani, per cagione ch'egli era caduto in amenda alla Chiesa della promessa ch'egli aveva fatta a papa Ghirigoro al concilio da·lLeone su Rodano quando il confermò, cioè di passare in Italia per fornire il passaggio d'oltremare, come adietro facemmo menzione; la qual cosa nonn-avea fatta per altre sue imprese e guerre d'Alamagna. Né questa dazione e brivilegiare alla Chiesa il contado di Romagna e la città di Bologna né potea né dovea fare di ragione; intra l'altre, perché il detto Ridolfo non era pervenuto alla benedizione imperiale: ma quello che' cherici prendono, tardi sanno tendere. Incontanente che 'l detto papa ebbe privilegio di Romagna, sì-nne fece conte per la Chiesa messer Bertoldo degli Orsini suo nipote, e con forza di cavalieri e di gente d'arme il mandò in Romagna, e co·llui per legato messer fra Latino di Roma cardinale ostiense suo nipote, figliuolo della suora, nato de' Brancaleoni, ond'era il cancelliere di Roma per retaggio; e ciò fece per trarre la signoria di mano al conte Guido di Montefeltro, il quale tirannescamente la si tenea e signoreggiava; e così fu fatto, per modo che in poco tempo quasi tutta Romagna fu alla signoria della Chiesa, ma non sanza guerra e grande spendio della Chiesa, come innanzi diremo a·lluogo e a tempo.

 

 

<B>LV</B>

 

<I>Come lo re Ridolfo de la Magna sconfisse e uccise lo re di Buem.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXVII, essendo grande guerra tra·re Ridolfo della Magna e lo re di Buemme per cagione che nol volea ubbidire né fare omaggio, per la qual cosa il re Ridolfo eletto imperadore con grandissimo oste andò sopra il detto re di Buem, il quale gli si fece incontro con grandissima cavalleria, e dopo la dura e aspra battaglia che fu tra così aspre genti d'arme, come piacque a·dDio il detto re di Buem nella detta battaglia fu morto, e la sua gente sconfitta, nella quale innumerabile cavalleria furono morti e presi, e quasi tutto il reame di Buem Ridolfo ebbe a sua signoria. E ciò fatto, col figliuolo del detto re di Buem fece pace, faccendolsi prima venire a misericordia; e stando il re Ridolfo in sedia in uno grande fango, e quello di Buem stava dinanzi a·llui ginocchione innanzi a tutti i suoi baroni; ma poi lui riconciliato, il re Ridolfo gli diede la figliuola per moglie, e rendégli il reame; e ciò fu a dì XXVI d'agosto del detto anno. Questo re Ridolfo fu di grande affare, e magnanimo, e pro' in arme, e bene aventuroso in battaglie, molto ridottato dagli Alamanni e dagli Italiani; e se avesse voluto passare in Italia, sanza contasto n'era signore. E mandocci suoi ambasciadori l'arcivescovo di Trievi, e fu in Firenze negli anni MCCLXXX, significando sua venuta, onde i Fiorentini non sapeano che si fare; e se fosse passato, di certo l'avrebbono ubbidito. E lo re Carlo, ch'era così possente signore, il temette forte; e per essere bene di lui, diede a Carlo Martello, figliuolo del figliuolo, la figliuola del detto re Ridolfo per moglie.

<B>LVI</B>

 

<I>Come il cardinale Latino per mandato del papa fece la pace tra' Guelfi e' Ghibellini di Firenze, e tutte l'altre della città.</I>

In questi tempi i grandi Guelfi di Firenze riposati delle guerre di fuori con vittorie e onori, e ingrassati sopra i beni de' Ghibellini usciti, e per altri loro procacci, per superbia e invidia cominciarono a riottare tra·lloro, onde nacquero in Firenze più brighe e nimistadi tra' cittadini, mortali, e di fedite. Intra l'altre maggiori era la briga tra·lla casa degli Adimari dall'una parte, ch'erano molto grandi e possenti, e dall'altra parte i Tosinghi, e la casa de' Donati, e quella de' Pazzi legati insieme contro agli Adimari, per modo che quasi tutta la città n'era partita, e chi tenea coll'una parte e chi coll'altra; onde la città e parte guelfa n'era in grande pericolo. Per la qual cosa il Comune e' capitani della parte guelfa mandarono loro ambasciadori solenni a corte a papa Niccola, che mettesse consiglio e 'l suo aiuto a pacificare i Guelfi di Firenze insieme; se non, parte guelfa si dovidea, e cacciava l'uno l'altro. E per simile modo gli usciti ghibellini di Firenze mandarono loro ambasciadori al detto papa e pregarlo e richiederlo ch'egli mettesse a seguizione la sentenzia della pace data per papa Ghirigoro nono tra·lloro e' Guelfi di Firenze. Per le sopradette cagioni il detto papa provide e confermò la detta sentenzia, e ordinò paciato e legato e commise le dette questioni a frate Latino cardinale, ch'era in Romagna per la Chiesa, uomo di grande autorità e scienza, e grande apo il papa, il quale per lo mandamento del papa si partì di Romagna, e giunse in Firenze con CCC cavalieri della Chiesa a dì VIII del mese d'ottobre, gli anni di Cristo MCCLXXVIIII, e da' i Fiorentini e dal chericato fu ricevuto a grande onore e processione, andandogli incontro il carroccio, e molti armeggiatori; e poi il detto legato il dì di santo Luca Vangelista, nel detto anno e mese, fondò e benedisse la prima pietra della nuova chiesa di Santa Maria Novella de' frati predicatori, ond'egli era frate; e in quello luogo de' frati trattò e ordinò generalmente le paci tra tutti i cittadini, Guelfi con Guelfi, e poi da' Guelfi a' Ghibellini. E la prima fu tra gli Uberti e' Bondelmonti (e fu la terza pace), salvo che' figliuoli di messer Rinieri Zingane de' Bondelmonti no·llo assentiro, e furono scomunicati per lo legato, e isbanditi per lo Comune. Ma per loro non si lasciò la pace; che poi il legato bene aventurosamente del mese di febbraio vegnente, congregato il popolo di Firenze a parlamento nella piazza vecchia della detta chiesa, tutta coperta di pezze, e con grandi pergami di legname, in su' quali era il detto cardinale, e più vescovi, e prelati, e cherici, e religiosi, e podestà, e capitano, e tutti i consiglieri, e gli ordini di Firenze, e in quello per lo detto legato sermonato nobilemente e con grandi e molte belle autoritadi, come alla materia si convenia, sì come quegli ch'era savio e bello predicatore; e ciò fatto, sì fece basciare in bocca i sindachi ordinati per gli Guelfi e per gli Ghibellini, pace faccendo con grande allegrezza per tutti i cittadini; e furono CL per parte. E in quello luogo presentemente diede sentenzia de' modi, e de' patti, e condizioni che si dovessono oservare intra l'una parte e l'altra, fermando la detta pace con solenni e vallate carte, e con molti idonei mallevadori. E d'allora innanzi poterono tornare e tornarono i Ghibellini in Firenze e le loro famiglie, e furono cancellati d'ogni bando e condannagione; e furono arsi tutti i libri delle condannagioni e bandi ch'erano in camera; e detti Ghibellini riebbono i loro beni e possessioni, salvo che alquanti de' più principali fu ordinato per più sicurtà della terra che certo tempo stessono a confini. E ciò fatto per lo legato cardinale, fece fare le singulari paci de' cittadini; e la prima fu quella ond'era la maggiore discordia, cioè tra gli Adimari e' Tosinghi, e' Pazzi e' Donati, faccendo più parentadi insieme; e per simile modo si feciono tutte quelle di Firenze e del contado, quali per volontà e quali per la forza del Comune, datane sentenzia per lo cardinale con buoni sodamenti e mallevadori; delle quali paci il detto legato ebbe grande onore, e quasi tutte s'osservarono, e la città di Firenze ne dimorò buono tempo in pacifico e buono e tranquillo stato. E fece e ordinò il detto legato al governamento comune della città XIIII buoni uomini grandi e popolani, che gli VIII erano Guelfi e VI Ghibellini, e durava il loro uficio di due in due mesi con certo ordine di loro elezione; e raunavansi in su la casa della Badia di Firenze sopra la porta che va a Santa Margherita, e tornavansi a dormire e a desinare alle loro case. E ciò fatto, il detto cardinale Latino con grande onore si tornò in Romagna alla sua legazione. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novità ch'avennero in questi tempi, e spezialmente della rubellazione dell'isola di Cicilia al re Carlo, la quale fu notabile e grande, onde poi seguì molto male, e fu quasi cosa maravigliosa e impossibile, e però la tratteremo più distesamente.

<B>LVII</B>

 

<I>Come fu il trattato e tradimento che l'isola di Cicilia fosse rubellata al re Carlo.</I>

Ne' detti tempi, cioè negli anni di Cristo MCCLXXVIIII, lo re Carlo re di Gerusalem e di Cicilia era il più possente re e il più ridottato in mare e in terra, che nullo re de' Cristiani; e per lo suo grande stato e signoria imprese (a petizione dello imperadore Baldovino suo genero, il quale era stato scacciato dello 'mperio di Gostantinopoli per Paglialoco imperadore de' Greci) di fare uno grande passaggio e maraviglioso per prendere e conquistare il detto imperio, con intendimento ch'avendo lo 'mperio di Gostantinopoli assai gli era appresso di raquistare Gerusalem e la Terrasanta; e ordinò e mise in concio d'armare più di C galee sottili di corso, e XX navi grosse; e fece fare CC uscieri da portare cavagli, e più altri legni passaggeri grande numero. E coll'aiuto e moneta della Chiesa di Roma, e col tesoro, che·ll'avea grandissimo, e coll'aiuto del re di Francia, invitò alla detta impresa tutta la buona gente di Francia e d'Italia; e' Viniziani col loro isforzo vi doveano venire; e lo re col detto navilio, e con XL conti, e con Xm cavalieri dovea e s'apparecchiava di fare il detto passaggio il seguente anno avenire. E di certo gli venia fatto sanza riparo o contasto niuno, che 'l Paglialoco nonn-avea podere, né in mare né in terra, di risistere alla potenzia e apparecchiamento del re Carlo, e già grande parte della Grecia era sollevata a rubellazione. Avenne, come piacque a·dDio, che fu sturbata la detta impresa per abattere la superbia de' Franceschi, ch'era già tanto montata in Italia per le vittorie del re Carlo, che' Franceschi teneano i Ciciliani e' Pugliesi per peggio che servi, isforzando e villaneggiando le loro donne e figlie; per la qual cosa molta di buona gente del Regno e di Cicilia s'erano partiti e rubellati, intra' quali fu per la sudetta cagione di sua mogliera e figlia a·llui tolte, e morto il figliuolo che·lle difendea, uno savio e ingegnoso cavaliere e signore stato dell'isola di Procita, il qual si chiamava messer Gianni di Procita. Questi per suo senno e industria si pensò di sturbare il detto passaggio, e di recare la forza del re Carlo in basso stato, e in parte gli venne fatto; ch'egli segretamente andò in Gostantinopoli al Paglialoco imperadore per due volte, e mostrogli il pericolo che gli venia adosso per la forza del re Carlo e dello imperadore Baldovino coll'aiuto della Chiesa di Roma, e s'egli volesse credere e dispendere del suo avere e tesoro, disturberebbe i·detto passaggio, faccendo rubellare l'isola di Cicilia al re Carlo coll'aiuto de' rubelli di Cicilia, e cogli altri signori dell'isola, i quali nonn-amavano il re Carlo né·lla signoria de' Franceschi, e collo aiuto e forza del re d'Araona, mostrandogli ch'egli imprenderebbe la bisogna per lo retaggio di sua mogliera, figliuola ch'era stata dello re Manfredi. Il Paglialoco, tutto che ciò gli paresse impossibile, conoscendo la potenzia del re Carlo, e com'era ridottato più ch'altro signore, quasi come disperato d'ogni salute e soccorso, seguì il consiglio del detto messer Gianni, e fecegli lettere come gli ordinò il detto messer Gianni, e mandò co·llui in ponente suoi ambasciadori con molti ricchi gioelli, e di moneta gran tesoro. E arrivando messer Gianni cogli ambasciadori del Paglialoco sagretamente in Cicilia, e' scoperse il detto trattato a messere Alamo da Lentino, e a messere Palmieri Abate, e a messer Gualtieri di Catalagirona, i maggiori baroni dell'isola, gli quali non amavano lo re Carlo né sua signoria; e da' detti prese lettere a lo re di Raona, raccomandandosi che per Dio gli traesse di servaggio, e promettendo di volerlo per loro signore. E ciò fatto, il detto messer Gianni venne in corte di Roma sconosciuto a guisa di frate minore, e tanto adoperò, ch'egli parlò a papa Niccola III degli Orsini al segreto a uno suo castello che si chiamava Soriana, e manifestogli il suo trattato; e da parte del Paglialoco, raccomandandolo alla sua signoria, e presentò a·llui e a messer Orso del suo tesoro riccamente, secondo che per gli più si disse e si trovò la verità, commovendolo segretamente colla detta moneta contro al re Carlo. E con questo agiunse cagione, perché lo re Carlo non s'era voluto imparentare co·llui, come adietro facemmo menzione; onde il detto papa in segreto e palese sempre adoperò contro al re Carlo, mentre visse in sul papato, e sturbò quello anno il detto passaggio di Gostantinopoli, non ategnendo al re Carlo l'aiuto e promessa di moneta e d'altro che gli avea fatta la Chiesa. E ciò fatto, il detto messer Gianni avute le lettere del detto papa con segreto suggello al re di Raona, promettendogli la signoria di Cicilia, vegnendola a conquistare, si partì messer Gianni di corte e andonne in Catalogna allo re di Raona; e ciò fu l'anno MCCLXXX. E giunto messer Gianni al re Piero di Raona colle lettere del papa ove gli promettea il suo aiuto, e le lettere de' baroni di Cicilia ove prometteano di rubellare l'isola, e le promesse di Paglialoco, sì accettò sagretamente di fare la 'mpresa; e rimandò adietro messer Gianni e gli altri ambasciadori, che sollecitassono di dare ordine alle cose, e di fare venire la moneta per fornire sua armata. Ma in questo mezzo isturbò molto l'opera la morte di papa Niccola, che morì l'agosto vegnente, come apresso faremo menzione.

<B>LVIII</B>

 

<I>Come morì papa Niccola degli Orsini, e fu fatto papa Martino dal Torso di Francia.</I>

Nell'anno MCCLXXXI, del mese d'agosto, papa Niccola III degli Orsini passò di questa vita nella città di Viterbo, onde lo re Carlo fu molto allegro, non perch'egli sapesse né avesse iscoperto il tradimento che messer Gianni di Procita avea menato col Paglialoco e col detto papa, ma sapea e avedeasi bene ch'egli in tutte cose gli era contrario, e grande sturbo avea messo nella sua impresa e passaggio di Gostantinopoli. Per la qual cosa trovandosi in Toscana quando morì il detto papa, incontanente fu a Viterbo per procacciare d'avere papa che fosse suo amico, e trovò il collegio de' cardinali in grande disensione e partiti; che l'una parte erano i cardinali Orsini e loro seguaci, e voleano papa a·lloro volontà, e tutti gli altri cardinali erano col re Carlo contrarii; e durò la tira e vacazione più di V mesi. Essendo i cardinali rinchiusi e distretti per gli Viterbesi, alla fine nonn-avendo concordia, i Viterbesi, a petizione si disse del re Carlo, trassono tra 'l collegio de' cardinali messere Matteo Rosso e messere Giordano cardinali degli Orsini, i quali erano capo della loro setta, e villanamente furono messi in pregione; per la quale cosa gli altri cardinali s'accordarono d'eleggere e elessono papa messer Simone dal Torso di Francia cardinale, e fu chiamato papa Martino quarto; il quale fu di vile nazione, ma molto fu magnanimo e di grande cuore ne' fatti della Chiesa, ma per sé propio e per suoi parenti nulla cuvidigia ebbe; e quando il fratello il venne a vedere papa, incontanente il rimandò in Francia con piccoli doni e colle spese, dicendo che' beni erano della Chiesa e non suoi. Questi fu molto amico del re Carlo, e sedette papa tre anni, e uno mese, e XXVII dì. Questi come fu fatto papa, fece conte di Romagna messer Gianni di Epa di Francia per trarne il conte Bertoldo degli Orsini, e scomunicò Paglialoco imperadore di Gostantinopoli e tutti i Greci, perché non ubbidieno la Chiesa di Roma. Questo papa fece fare la rocca e' grandi palagi di Montefiascone, e là fece molto sua stanzia mentre fu papa; e più altre cose furono al suo tempo, come innanzi faremo menzione. Per la sopradetta presura e villania che' Viterbesi feciono a' cardinali degli Orsini, mai la casa degli Orsini furono loro amici, ma corporali nimici; e vennonvi poi ad oste gli Orsini alle loro spese, ove consumarono molto del tesoro male aquistato per loro al tempo di papa Niccola terzo; sì che ogni diritto alla fine Iddio rende per diversi modi. Lasceremo de' fatti della corte di Roma, e torneremo a nostra materia sopra il trattato di Cicilia.

<B>LIX</B>

 

<I>Come il re Piero d'Aragona giurò e promise al Paglialoco e a' Ciciliani di venire in Cicilia e prendere la signoria.</I>

Nel detto anno MCCLXXXI il sopradetto messer Gianni di Procita cogli ambasciadori di Paglialoco arrivati in Catalogna la seconda volta, si richiesono il re Piero d'Araona, ch'egli s'allegasse col Paglialoco, e prendesse la signoria dell'isola di Cicilia, e cominciasse la guerra contra lo re Carlo, recandogli grande quantità di moneta perché cominciasse l'armata e impresa promessa di fare; e apresentategli nuove lettere del Paglialoco e quelle de' baroni di Cicilia, i quali aveano promesso, come ordinato era, di rubellare l'isola, e di dargli la signoria; della qual cosa il detto re Piero stette assai, innanzi che·ssi volesse diliberare di seguire e fare la 'mpresa promessa che prima avea fatta, dubitando e temendo della potenza del re Carlo e della Chiesa di Roma, e maggiormente per la morte di papa Niccola degli Orsini, del quale vivendo si rendea molto sicuro, sappiendo ch'egli nonn-era amico del re Carlo, e quasi per la detta cagione era tutto ismosso di fare la 'mpresa la quale avea promessa. Alla fine per le savie parole e indottive di messer Gianni, e rimproverandogli come quegli della casa di Francia aveano morto il suo avolo, e lo re Carlo il suo suocero re Manfredi, e Curradino nipote del detto Manfredi, e come di ragione di retaggio gli succedea il reame di Cicilia per la reina Gostanza sua moglie, e reda e figliuola del detto re Manfredi, e mostrandogli ancora come i Ciciliani il disideravano a signore, e prometteano di rubellare l'isola al re Carlo, e veggendo la molta moneta che gli mandava Paglialoco, il detto re Piero covidoso d'aquistare signoria e terra, come ardito e franco signore, giurò da capo, e promise di seguire la detta impresa segretamente nelle mani degli ambasciadori del Paglialoco e di messere Gianni di Procita, comandando la credenza, e che tornassono in Cicilia a dare ordine alla rubellazione, quando fosse tempo e luogo, e egli avesse in mare la sua armata; e così fu fatto.

<B>LX</B>

 

<I>Come il detto re d'Araona s'apparecchiò di fare sua armata, e come il papa gliele mandò difendendo.</I>

Lo re Piero di Raona com'ebbe fatto il saramento della sopradetta impresa, e ricevuta la moneta, la quale fu XXXm once d'oro, sanza maggiore quantità che gli promise il Paglialoco, venuto lui in Cicilia, fece di presente apparecchiare galee e navilio, e dando soldo a' cavalieri e marinari largamente; e diede boce e levò stendale d'andare sopra i Saracini. Divolgata la boce e la fama di suo apparecchiamento, il re Filippo di Francia, il quale avea avuto per moglie la serocchia del detto re d'Araona, mandò a·llui suoi ambasciadori per sapere in che paese e sopra quali Saracini andasse, promettendoli aiuto di gente e di moneta; il quale re Piero non gli volle manifestare sua impresa, ma ch'egli di certo andava sopra i Saracini, il luogo e dove non volea manifestare, ma tosto si saprebbe per tutto il mondo; ma domandogli aiuto di libbre XLm di buoni tornesi, e lo re di Francia gliele mandò incontanente. E conoscendo il re di Francia che il re Piero d'Araona era ardito e di gran cuore, ma, come Catalano, di natura fellone, e per la coperta risposta, mandò a·ddire incontanente, e per suoi ambasciadori il fece assapere al suo zio lo re Carlo in Puglia, ch'egli si prendesse guardia di sue terre. Lo re Carlo incontanente venne a corte a papa Martino, e fecegli assapere della 'mpresa del re d'Araona, e quello che il re Filippo di Francia gli aveva mandato a·ddire; per la qual cosa il papa incontanente mandò al re d'Araona suo ambasciadore uno savio uomo, frate Jacopo de' predicatori, per volere sapere in qual parte sopra i Saracini andasse, che volea pur sapere, però che·lla Chiesa gli volea dare aiuto e favore, e era impresa che molto toccava alla Chiesa; e oltre a·cciò mandandogli comandando che non andasse sopra niuno fedele Cristiano. Il quale ambasciadore giunto in Catalogna, e disposta sua ambasciata, lo re ringraziò molto il papa della larga proferta, raccomandandosi a·llui; ma di sapere in qual parte andasse, al presente in nulla guisa il potea sapere; e sopra ciò disse uno motto molto sospetto, che se·ll'una delle sue mani il manifestasse all'altra, ch'egli la taglierebbe. Non potendo l'ambasciadore del papa avere altra risposta, si tornò in corte, e dispuose al papa e al re Carlo la risposta del re di Raona, la quale ispiacque assai a papa Martino. Lo re Carlo, ch'era di sì grande cuore e teneasi sì possente, poco o niente ne curò, ma per dispetto disse a papa Martino: "Non vi diss'io che Piero d'Araona era uno fellone briccone?". Ma non si ricordò lo re Carlo del proverbio del comune popolo che dice: "Se t'è detto "Tu hai meno il naso', ponviti la mano"; anzi si diede a non calere, e non si mise a sentire i trattati e tradimenti che si faceano in Cicilia per messer Gianni di Procita, e per gli altri baroni ciciliani; ma cui Idio vuole giudicare, è apparecchiato chi fa tosto l'esecuzione.

<B>LXI</B>

 

<I>Come e per che modo si rubellò l'isola di Cicilia al re Carlo.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXII, i·llunedì di Pasqua di Risoresso, che fu a dì XXX di marzo, sì come per messer Gianni di Procita era ordinato, tutti i baroni e' caporali che teneano mano al tradimento furono nella città di Palermo a pasquare. E andandosi per gli Palermitani, uomini e femmine, per comune a cavallo e a piè alla festa di Monreale fuori della città per tre miglia (e come v'andavano quelli di Palermo, così v'andavano i Franceschi, e il capitano del re Carlo a diletto), avenne, come s'adoperò per lo nimico di Dio, ch'uno Francesco per suo orgoglio prese una donna di Palermo per farle villania: ella cominciando a gridare, e la gente era tenera, e già tutto il popolo commosso contra i Franceschi, per famigliari de' baroni dell'isola si cominciò a difendere la donna, onde nacque grande battaglia tra' Franceschi e' Ciciliani, e furonne morti e fediti assai d'una parte e d'altra; ma il peggiore n'ebbono quegli di Palermo. Incontanente tutta la gente si ritrassono fuggendo alla città, e gli uomini ad armarsi, gridando: "Muoiano i Franceschi!". Si raunavano in su la piazza, com'era ordinato per gli caporali del tradimento, e combattendo al castello il giustiziere che v'era per lo re, e lui preso e ucciso, e quanti Franceschi furono trovati nella città furono morti per le case e nelle chiese, sanza misericordia niuna. E ciò fatto, i detti baroni si partirono di Palermo, e ciascuno in sua terra e contrada feciono il somigliante, d'uccidere tutti i Franceschi ch'erano nell'isola, salvo che in Messina s'indugiarono alquanti dì a ribellarsi; ma per mandato di quegli di Palermo, contando le loro miserie per una bella pistola, e ch'egli doveano amare libertà e franchigia e fraternità co·lloro, sì·ssi mossono i Missinesi a ribellazione, e poi feciono quello e peggio che' Palermitani contra' Franceschi. E trovarsene morti in Cicilia più di IIIIm, e nullo non potea nullo scampare, tanto gli fosse amico, come amasse di perdere sua vita; e se l'avesse nascoso, convenia che 'l rassegnasse o uccidesse. Questa pestilenzia andò per tutta l'isola, onde lo re Carlo e sua gente ricevettono grande dammaggio di persone e d'avere. Queste contrarie e ree novelle l'arcivescovo di Monreale incontanente le fece assapere al papa e al re Carlo per suoi messi.

<B>LXII</B>

 

<I>Come lo re Carlo si compianse alla Chiesa e al re di Francia e a tutti suoi amici e l'aiuto ch'ebbe da·lloro.</I>

Nel detto tempo lo re Carlo era in corte col papa: com'ebbe la dolorosa novella della rubellazione di Cicilia, cruccioso molto nell'animo e ne' sembianti, e' disse: "Sire Iddio, dapoi t'è piaciuto di farmi aversa la mia fortuna, piacciati che 'l mio calare sia a petitti passi". E incontanente fu a papa Martino e a' suoi cardinali, domandando loro aiuto e consiglio, i quali si dolfono assai co·llui insieme, e confortarono lo re che sanza indugio intendesse a raquisto, prima per via di pace, se potesse, e se non, per via di guerra, promettendogli ogni aiuto che·lla Chiesa potesse fare, spirituale e temporale, sì come a figliuolo e campione di santa Chiesa. E fece il papa legato per andare in Cicilia a trattare l'accordo, e con molte lettere e processi, messer Gherardo da Parma cardinale, uomo di gran senno e bontà, il quale si partì di corte col re Carlo insieme, e andarne in Puglia. Per simile modo si pianse lo re Carlo per lettere e ambasciadori al re di Francia suo nipote, e mandò a Carlo suo figliuolo prenze di Salerno, ch'era in Proenza, che 'ncontanente dovesse andare in Francia al re, e al conte d'Artese, e agli altri baroni a pregargli che 'l dovessono aiutare. Il quale prenze dal re di Francia fu ricevuto graziosamente, dogliendosi lo re co·llui della perdita del re Carlo, dicendo: "Io temo forte che questa ribellazione di Cicilia non sia fatta a sommossa del re d'Araona, però che quand'egli facea sua armata, e ch'io gli prestai libbre XLm di tornesi, e mandalo pregando mi facesse assapere ove e in che parte dovesse andare, nol mi volle manifestare; ma non port'io mai corona, s'egli avrà fatta questa tradigione alla casa di Francia, s'io non ne fo alta vendetta". E ciò attenne bene, ch'assai ne fece innanzi, sì ch'egli ne morì con molta di sua baronia, come innanzi a·lluogo e a tempo ne faremo menzione. E di presente disse lo re al prenze, che ne tornasse in Puglia, e appresso di lui mandò il conte di Lanzone della casa di Francia con più altri conti e baroni e grande cavalleria alle spese del re di Francia per aiuto del re Carlo.

<B>LXIII</B>

 

<I>Come quegli di Palermo e gli altri Ciciliani mandarono a papa Martino loro ambasciadori.</I>

In questo tempo, parendo a quegli di Palermo e agli altri Ciciliani avere mal fatto, e sentendo l'apparecchiamento che il re Carlo facea per venire sopra loro, sì mandarono loro ambasciadori frati e religiosi a papa Martino, dimandandogli misericordia, proponendo in loro ambasciata solamente: "Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem". E il papa in pieno concestoro fece loro questa risposta, sanza altre parole, che questo è scritto nel <I>Passio Domini</I>: "Ave rex Iudeorum, et dabant ei alapam. Ave rex Iudearum, et dabant ei alapam. Ave rex Iudeorum, et dabant ei alapam". Onde si partirono molto sconsolati.

<B>LXIV</B>

 

<I>Dell'aiuto che 'l Comune di Firenze mandò al re Carlo.</I>

Il Comune di Firenze mandò in aiuto del re Carlo cinquanta cavalieri di corredo, e cinquanta donzelli gentili uomini di tutte le case di Firenze per farli cavalieri, e con loro compagnia furono Vc bene a cavallo e in arme, e loro capitano fu per lo Comune il conte Guido da Battifolle della casa de' conti Guidi, e giunsono a la Catona in Calavra, quando lo re v'era con sua oste e stuolo per valicare a Messina, onde lo re si tenne dal Comune di Firenze riccamente servito, e ricevette la detta cavalleria graziosamente; e molti di loro fece cavalieri, e servirlo mentre dimorò a Messina alle spese del detto Comune. E portovvi il detto conte e capitano il padiglione grande del Comune di Firenze, il quale rimase alla partita da Messina, e' Missinesi il misono per ricordanza nella loro grande chiesa. E per simile modo molte città di Toscana e di Lombardia mandarono aiuto di genti a lo re, ciascuno secondo suo podere.

<B>LXV</B>

 

<I>Come lo re Carlo si puose a oste a Messina per mare e per terra.</I>

Lo re Carlo ordinata sua oste a Napoli per andare in Cicilia, tutta sua cavalleria e gente a piè mandò per terra in Calavra alla Catona incontra a Messina, il Faro in mezzo, e lo re n'andò a Brandizio, ov'era in concio il suo navilio, il quale avea apparecchiato più tempo dinanzi per passare in Gostantinopoli, e furono CXXX tra galee, e uscieri, e legni grossi, sanza gli altri legni di servigio, che furono in grande quantità; e di Brandizio sì partirono col detto navilio, e giunse incontra Messina a dì VI di luglio, gli anni di Cristo MCCLXXXII, e puosesi a campo da la parte di Tavermena a Santa Maria di Rocca Maiore; e poi ne venne a le Paliare, assai presso alla città di Messina, e il navilio nel Fare incontro al porto. E fu lo re con più di Vm uomini a cavallo tra Franceschi, e Provenzali, e Italiani, e popolo sanza numero. E ciò veggendo i Missinesi impaurirono forte, veggendosi abandonati d'ogni salute, e la speranza del soccorso del re d'Araona pareva loro lunga e vana, sì mandarono incontanente loro ambasciadori nel campo al re Carlo e al legato, pregandogli per Dio che perdonasse il loro misfatto, e avesse di loro misericordia, e mandasse per la terra. Lo re insuperbito no·lli volle torre a misericordia, che di certo a queto avea la terra e poi tutta l'isola, però ch'erano i Missinesi e Ciciliani isproveduti, e non ordinati a difensione, né con nullo capitano; ma fellonescamente gli disfidò lo re a morte loro e' loro figliuoli, siccome traditori della Chiesa di Roma e della corona, ch'elli si difendessono, s'avessono podere, e mai con patti gli venissono innanzi; onde lo re fallò troppo apo Idio, e in suo danno; ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno. I Missinesi udendo la crudele risposta del re, non sapeano che·ssi fare, e per IIII dì istettono in contesa tra·lloro d'arrendersi o di difendersi con grande paura.

<B>LXVI</B>

 

<I>Come la gente del re ebbono Melazzo, e come i Missinesi mandarono per lo legato per trattare accordo col re Carlo.</I>

Avenne in questa stanzia che lo re fece passare co suo' uscieri per lo Fare dinanzi a Messina il conte di Brenna e quello di Monforte con VIIIc cavalieri e più pedoni, dall'altra parte di Messina verso Melazzo, guastando il paese d'intorno. Per la qual cosa certi di quegli di Messina venendo al soccorso di Melazzo, e per non lasciargli prendere terra, con que' di Melazzo insieme furono sconfitti dalla gente del re Carlo, e furonne morti presso di mille, tra di Messina e di Melazzo, chi alla battaglia, e molti traffelando, fuggendo verso Messina; e fu presa la terra e castello di Melazzo per la gente del re. E come i Missinesi ebbono la detta novella, incontanente mandarono nel campo al legato cardinale, che per Dio venisse in Messina per acconciargli col re Carlo. Il legato venuto, v'entrò incontanente con grande buono volere per accordargli, e appresentò le lettere del papa al Comune di Messina, per le quali gli mandava molto riprendendo della follia fatta per loro contro allo re Carlo e sua gente; e questa fu la forma: "A' perfidi e crudeli dell'isola di Cicilia, Martino papa terzo quelle salute che voi sete degni, siccome corrompitori di pace, e de' Cristiani ucciditori, e spargitori del sangue de' nostri fratelli. A voi comandiamo che vedute le nostre lettere, dobbiate rendere la terra al nostro figliuolo e campione Carlo re di Gerusalem e Cicilia per autorità di santa Chiesa, e che dobbiate lui e noi ubbidire, siccome vostro legittimo signore; e se ciò non faceste, mettiamo voi scomunicati e interdetti secondo la divina ragione, anunziandovi giustizia spirituale". E lette le dette lettere per lo legato cardinale, sì comandò che sotto pena di scomunicazione, e d'esser privati d'ogni benificio di santa Chiesa si dovessono accordare col re, e rendergli la terra, e ubbidirlo come loro signore e campione di santa Chiesa; e 'l detto legato con savie parole amonendogli e consigliandogli che ciò dovessono fare per lo loro migliore; per la qual cosa i Missinesi elessono XXX buoni uomini della città a trattare l'accordo col legato, e vennero a volere questi patti, cioè: "Che·llo re ci perdoni ogni misfatto, e noi gli renderemo la terra dandogli per anno quello che' nostri antichi davano al re Guiglielmo; e volemo signoria latina, e non Franceschi né Provenzali, e sarello obbedienti e buoni fedeli". I quali patti il legato mandò dicendo al re per lo suo camerlingo, pregandolo per Dio dovesse loro perdonare e prendere i detti patti, però che da poi saranno indurati e messisi alla difensione, ogni dì peggiorrebbe patti; ma avendo egli la terra con volontà de' cittadini medesimi, ogni dì gli potrebbe allargare: ed era sano e buono consiglio. Come lo re ebbe la detta risposta s'adirò forte, e disse fellonosamente: "I nostri suditi che contro a noi hanno servita morte domandano patti, e voglionne torre la signoria, e vogliommi rendere censo all'uso del re Guiglielmo, che quasi nonn-avea niente; non ne farei nulla; ma dapoi che al legato piacce, io perdonerò loro in questo modo, ch'io voglio di loro VIIIc stadichi quali io vorrò, e farne mia volontà, e tenendo da me quella signoria che a·mme piacerà, sì come loro signore, pagando quelle colte e dogane che sono usati; e se questo vogliono fare, sì 'l prendano, e se non, sì·ssi difendano". La qual risposta fu molto biasimata da' savi; che se·llo re non gli avea voluti prendere a' primi patti, quando si puose all'asedio, ch'erano per lui più larghi e onorevoli, a' secondi fece fallo del doppio, e non considerò gli avenimenti e casi fortunosi ch'agli assedi delle terre possono avenire, e che avennero a·llui, come innanzi faremo menzione: onde fu esemplo, e sarà sempre a quegli che saranno, di prendere i patti che·ssi possono avere da' nemici, potendo avere la terra assediata. Ma cui vince il peccato universale della superbia e dell'ira in nullo caso può prendere buono consiglio.

<B>LXVII</B>

 

<I>Come si ruppe il trattato dell'acordo ch'avea menato il legato dal re Carlo a' Messinesi.</I>

Come i lettori di Messina ebbono l'acerba risposta dal legato, che lo re avea fatta al suo camerlingo, i detti XXX buoni uomini raunarono il popolo, e feciolla loro manifesta, onde tutti come disperati gridando: "In prima mangiamo i nostri figliuoli, che a questi patti ci arendiamo; che ciascuno di noi sarebbe di quegli VIIIc ch'egli domanda: innanzi volemo tutti morire dentro alla città nostra, colle mogli nostre e co' figliuoli, ch'andare morendo per tormenti e pregioni in istrani paesi". Come il legato vide i Missinesi così male disposti a rendersi a lo re Carlo, fu molto cruccioso, e innanzi si partisse gli pronunziò scomunicati e interdetti, e comandò a tutti i cherici che infra 'l terzo dì si dovessono partire della terra, e protestò al Comune che infra i XL dì dovessono mandare per sofficiente sindaco a comparire dinanzi al papa, e ubbidire e udire sentenzia, e partissi della terra molto turbato.

<B>LXVIII</B>

 

<I>Come Messina fu combattuta dalla gente del re Carlo, e come si difesono.</I>

Come il cardinale fu tornato nell'oste, i più de' maggiori dell'oste ne furono molto crucciosi, perché parea loro il migliore e il più senno ad avere presa la terra ad ogni patto; ma lo re Carlo era sì temuto, che nullo gli ardiva a dire nulla più ch'a·llui piacesse. Ma tegnendo lo re consiglio di quello ch'avesse a·ffare, i più de' conti e baroni consigliaro che dapoi ch'egli nonn-avea voluta la terra a patti, ch'ella si combattesse aspramente da più parti, e spezialmente dall'una parte che·lla terra nonn-avea muro, ma eravi barrata di botti e altro legname; e assai era possibile di poterla vincere per battaglia, che cominciandovisi uno badalucco, i nostri Fiorentini aveano già vinte le sbarre e entrati dentro alquanti; e se que' dell'oste avessono seguito, s'avea la terra per forza. Ma sappiendolo il re Carlo, fece suonare le trombe alla ritratta, e disse che non volea guastare sua villa, onde avea grande rendita, né uccidere i fantini, ch'erano innocenti, ma che la voleva per affanno d'edificii, e per assedio aseccargli di vivanda, vincere. Ma non fece ragione di quello che potea avenire nel lungo assedio, e bene gli avenne. Ma al fallo della guerra incontanente v'è la disciplina e penitenzia apparecchiata. Per lo detto modo stette lo re con sua oste intorno a Messina da due mesi, e dando la sua gente alcuna battaglia dalla parte ove nonn-era murata, i Missinesi colle loro donne, le migliori e maggiori della terra, e con loro figliuoli piccioli e grandi, subitamente in tre dì feciono il detto muro, e ripararono francamente agli asalti de' Franceschi. E allora si fece una canzonetta che disse:

Deh, com'egli è gran pietade

Delle donne di Messina,

Veggendole scapigliate

Portando pietre e calcina.

Iddio gli dea briga e travaglia,

A chi Messina vuole guastare etc.

Lasceremo alquanto dell'asedio di Messina, e diremo quello che fece Piero d'Araona con sua armata.

<B>LXIX</B>

 

<I>Come lo re Piero d'Araona si partì di Catalogna e venne in Cicilia, e come fu fatto e coronato re da' Ciciliani.</I>

Nel detto anno MCCLXXXII, del mese di luglio, lo re Piero d'Araona colla sua armata si partì di Catalogna, e furono L galee e con VIIIc cavalieri e altri legni di carico assai, della quale armata fece suo amiraglio uno valente cavaliere di Calavra, ribello del re Carlo, il quale avea nome messer Ruggieri di Loria, e arrivò in Barberia nel reame di Tunisi, e a la infinta si puose ad assedio ad una terra che·ssi chiamava Ancalle per attendere novelle di Cicilia, e a quella diede alcuna battaglia, e stettonvi XV giorni. E in quella stanza, sì come era ordinato, vennero a·llui con messer Gianni di Procita ambasciadori di Messina e sindachi con pieno mandato di tutte le terre di Cicilia, a pregarlo ch'egli prendesse la signoria, e s'avacciasse di venire nell'isola per soccorrere la città di Messina, la quale dal re Carlo e da sua oste era molto stretta. Lo re Piero udendo la gente e la potenza del re Carlo, e che la sua a comparazione era niente, alquanto temette; ma per lo conforto e consiglio di messer Gianni, e veggendo che tutta l'isola era per fare le sue comandamenta, e aveano tanto misfatto al re Carlo, che di loro si potea bene sicurare, sì rispuose ch'egli era apparecchiato del venire e del soccorrere Messina. E incontanente si levò da oste da Ancolle, e ricolsesi a galee, e misesi in mare, e arrivò alla città di Trapali all'entrante d'agosto. E come giunse a Trapali, per messere Gianni di Procita e per gli altri baroni di Cicilia fu consigliato che sanza soggiorno cavalcasse a Palermo, e 'l navilio mandasse per mare; e a Palermo saputo novelle dell'oste del re Carlo e dello stato di Messina, prenderebbono consiglio. E così fu fatto, che a dì X d'agosto lo re Piero giunse nella città di Palermo, e da' Palermitani fu ricevuto a grande onore e processione sì come loro signore, e credendo scampare da morte per lo suo aiuto; e a grido di popolo il feciono loro re, salvo che non fu coronato per l'arcivescovo di Monreale, come si costumava per gli altri re, però che s'era partito e itosene al papa; ma coronollo il vescovo di Cefalù d'una picciola terra di Cicilia, ch'era rubello del re Carlo.

<B>LXX</B>

 

<I>Del parlamento che 'l re d'Araona tenne in Palermo per soccorrere la città di Messina.</I>

Quando il re Piero fu coronato in Palermo, fece grande parlamento sopra ciò ch'avesse a·ffare, ove furono tutti i baroni dell'isola. I baroni veggendo il picciolo podere del re d'Araona apo la grande potenzia del re Carlo, sì furono molto isbigottiti, e feciono di loro parlatore messer Palmieri Abati, il quale ringraziò molto lo re di sua venuta, e che·lla sua promessa era venuta bene fornita, se fosse venuto con più gente d'arme, però che·llo re Carlo avea più di Vm cavalieri e popolo infinito, e temiamo che Messina non sia già renduta, sì era stretta di vivanda; e consigliava che·ssi raunasse gente, e si richiedessono gli amici di tutte parti, sicché l'altre città e terre dell'isola si potessono difendere. Come il re Piero intese il consiglio de' baroni di Cicilia, ebbe grande dottanza, e parvegli esser in mal luogo, e pensò di partirsi dell'isola, se il re Carlo o sua gente venisse verso Palermo. Avenne che stando quello parlamento, al re d'Araona venne da Messina una saettia armata con lettere, nelle quali si contenea che Messina era sì stretta di vivanda, che non si potea tenere più di VIII giorni, e che gli piacesse di soccorrergli; se non, sì·lli convenia di necessità arendere al re Carlo. Come lo re Piero ebbe le dette novelle, le mostrò a' baroni, e domandò consiglio. Levossi messer Gualtieri di Catalagirona, e disse che per Dio si soccorresse Messina, che s'ella si perdesse, tutta l'isola e eglino tutti erano in grande pericolo e aventura; e pareali che 'l re Piero con tutta sua gente cavalcasse verso Messina pressovi a L miglia, per avventura lo re Carlo si leverà da oste. Messer Gianni di Procita si levò, e poi disse che·llo re Carlo nonn-era garzone che·ssi movesse per lieva lieva, "ma colla buona e grande cavalleria ch'ha seco ci verrebbe incontro per la battaglia; ma parmi che il nostro re gli mandi suoi messaggi a dirgli ch'egli si parta di sua terra, la quale gli scade per retaggio di sua mogliera, e fugli confermata per la Chiesa di Roma per papa Niccola terzo degli Orsini; e se ciò non vuole fare, il disfidi. Ciò fatto, incontanente si mettessono in concio tutte le galee sottili, e che l'amiraglio andasse su per lo Fare, prendendo trite e ogni legno di carico ch'a l'oste portasse vittuaglia, e per questo modo con poco rischio e fatica asseccheremo il re Carlo, e sua oste converrà si parta dall'asedio; e se rimane in terra, egli e sua gente morranno di fame". Incontanente per lo re e per tutti i baroni fu preso il consiglio di messere Gianni, e furono mandati due cavalieri catalani con lettere e coll'ambasciata assai oltraggiosa e villana, e questa fu la forma della lettera.

<B>LXXI</B>

 

<I>La lettera che 'l re d'Araona mandò al re Carlo.</I>

"Piero d'Araona e di Cicilia re, a te Carlo re di Gerusalem e di Proenza conte.

Significhiamo a te il nostro avenimento nell'isola di Cicilia, siccome nostro giudicato reame per l'autorità di santa Chiesa, e di messer lo papa, e de' venerabili cardinali, e però comandiamo a te che, veduta questa lettera, ti debbi levare dell'isola di Cicilia con tutto tuo podere e gente, sappiendo che se nol facessi, i nostri cavalieri e fedeli vedresti di presente in vostro dammaggio, offendendo voi e vostra gente".

<B>LXXII</B>

 

<I>Come lo re Carlo tenne suo consiglio, e rispuose al re d'Araona per sua lettera.</I>

Come i detti ambasciadori furono nel campo e oste del re Carlo, e date loro lettere, e sposta l'ambasciata al re Carlo e a tutti suoi baroni, tennero sopra ciò consiglio, e parve uno grande orgoglio e dispetto quello che 'l re d'Aragona avea mandato a dire al maggiore o de' maggiori re de' Cristiani, e egli era di sì piccolo affare; e queste parole furono del conte di Monforte, dicendo che contro a·llui si volea fare gran vendetta. Il conte di Brettagna consigliò che il re Carlo gli rispondesse per sua lettera, comandandogli che sgombrasse l'isola, appellandolo come traditore, e disfidandolo; e così fu preso di fare. E la somma della lettera la quale mandò il re Carlo fu in questa forma.

<B>LXXIII</B>

 

<I>Come lo re Carlo rispuose per sua lettera al re d'Araona.</I>

"Carlo per la Dio grazia di Gerusalem e di Cicilia re, prenze di Capova, d'Angiò e di Folcalchieri e di Proenza conte, a te Piero d'Aragona re, e di Valenza conte.

Maravigliamo molto come fosti ardito di venire in su il reame di Cicilia, giudicato nostro per l'autorità di santa Chiesa di Roma; e però ti comandiamo che, veduta questa lettera, ti debbi partire del reame nostro di Cicilia, sì come malvagio traditore d'Iddio e di santa Chiesa; e se ciò non facessi, disfidianti siccome nostro nemico e traditore, e di presente ci vedrete venire in vostro dammaggio, però che disideriamo di vedere voi e vostra gente colle nostre forze".

<B>LXXIV</B>

 

<I>Come il re d'Araona mandò il suo amiraglio per prendere il navilio del re Carlo.</I>

Come al re d'Aragona furono per gli suoi ambasciadori apresentate le dette lettere, e disposta l'ambasciata e risposta del re Carlo, incontanente fu a consiglio per prendere partito di quello ch'avesse a·ffare. Allora si levò messer Gianni di Procita, e disse: "Signore nostro, com'io t'ho detto altra volta, per Dio, manda l'amiraglio tosto colle tue galee a la bocca del Fare, e fa' prendere il navilio che porta la vivanda all'oste, e avrai vinta la guerra; e se il re Carlo si mette a stare, rimarrà preso e morto con tutta sua gente". Il consiglio di messer Gianni fu preso, e messer Ruggieri di Loria amiraglio, uomo di grande ardire e valore, e il più bene aventuroso in battaglie in terra e in mare che fosse mai di suo essere, come innanzi faremo menzione in più parti, s'apparecchiò con LX galee sottili armate di Catalani e Ciciliani. Queste cose sentì una spia di messer Aringhino da Mare di Genova amiraglio del re Carlo, e incontanente con una saettia armata venne a Messina, e anunziò al detto amiraglio la venuta dell'armata del re d'Araona. Incontanente messer Aringhino fu al re Carlo e al suo consiglio, e disse: "Per Dio, sanza indugio pensiamo di passare colla nostra gente in Calavra, ch'i' ho novelle vere come l'amiraglio del re d'Araona viene qua di presente con sue galee armate; e io nonn-ho galee armate da battaglia, ma legni di mestieri, e disarmati; se non ci partiano, egli prenderà e arderà tutto nostro navilio sanza nullo riparo, e tu re con tutta tua gente perirai per difalta di vittuaglia; e ciò fia intra tre giorni, secondo m'aporta la mia vera spia: e però non si vuole punto di dimoro, però che ancora ci viene adosso il verno, e in Calavra nonn-ha porti vernerecci, tutti i legni con tua gente potrebbono perire a le piagge, s'avessono uno tempo contrario".

<B>LXXV</B>

 

<I>Come allo re Carlo convenne per necessità partire dall'asedio di Messina, e tornossene nel Regno.</I>

Quando il re Carlo udì questo, isbigottì forte, che mai per pericolo di battaglia né per altra aversità non avea avuto paura, e sospirando disse: "Volesse Idio ch'io fossi morto, dapoi che·lla fortuna m'è così contraria, ch'ho perduta mia terra avendo tanta potenzia di gente in mare e in terra; e non so perché m'è tolta da gente ch'io mai non diservì; e molto mi doglio, ch'io non presi Messina con patti ch'io la potei avere. Ma da che altro non posso", con grande dolore disse, "levisi l'oste, e passiamo; e chi m'avrà colpa di questo tradimento, o cherico o laico, ne farò grande vendetta". E il primo giorno fece passare la reina con ogni gente di mestiere e con parte degli arnesi dell'oste; il secondo dì passò il re con tutta sua gente, salvo ch'a cautela di guerra lasciò in aguato di fuori da Messina due capitani con MM cavalieri, a·ffine che levata l'oste, se quegli di Messina uscissono fuori per guadagnare della roba del campo, venissono loro adosso e entrassono nella terra; e se fatto venisse, ritornerebbe il re con sua gente incontanente. L'ordine fu bene fatto, e così fu bene contrapensato, che' Missinesi iscopersono il guato, e comandarono sotto pena della vita che nullo uscisse fuori della città; e così fu fatto. I Franceschi ch'erano rimasi in aguato, veggendosi scoperti, procacciarono di passare, e vennorne il terzo dì a lo re in Calavra, e dissono come il suo aviso era loro fallito; onde al re Carlo radoppiò il dolore, perché alcuna speranza n'avea. E così fu partita tutta l'oste da Messina, e diliberata la città ch'era in ultima stremità di vivanda, che non avea che vivere tre giorni, a dì XXVII di settembre, gli anni di Cristo MCCLXXXII. Il seguente dì giunse l'amiraglio del re d'Araona con sua armata su per lo Fare di Messina menando grande gazzarra e trionfo, e prese XXVIIII tra galee grosse e trite, intra·lle quali furono V galee del Comune di Pisa, ch'erano al servigio del re Carlo. E poi vegnendo alla Catona e a Reggio in Calavra, il detto amiraglio fece mettere fuoco e ardere da LXXX uscieri del re Carlo, ch'erano alle piagge disarmati, e questo vide il re Carlo e sua gente sanza potergli soccorrere, onde gli radoppiò il dolore. E avendo il re Carlo una bacchetta in mano, com'era sua usanza di portare, per cruccio la cominciò a rodere, e disse: "Ai Dius, molt m'aves sofert a sormonter; gie t'en pri che l'avallee soit tut bellamant". E così si mostra che senno umano né forza di gente non ha riparo al giudicio d'Iddio. Come lo re Carlo fu passato in Calavra, diede commiato a tutti gli suoi baroni e amici, e molto doloroso si ritornò a Napoli. Lo re Piero d'Araona avuta la novella della partita del re Carlo e di sua oste da Messina, e come il suo amiraglio avea operato, fu molto allegro; e di presente si partì da Palermo con tutti i baroni e cavalieri, e venne a Messina a dì X d'ottobre della detta indizione, e da' Missinesi, uomini e donne, fu ricevuto a grande processione e festa, siccome loro novello signore, e che gli avea liberati delle mani del re Carlo e de' suoi Franceschi. Lasceremo alquanto dello stato in che rimase l'isola di Cicilia, e lo Regno di qua dal Fare, e direno della progenia del detto re di Raona, perché séguita materia grande de' suoi fatti e de' suoi figliuoli.

<B>LXXVI</B>

 

<I>Chi fu il primo re d'Araona cristiano.</I>

Quelli della casa d'Araona non furono anticamente di legnaggio reale, ma grandi conti furono, cioè conte di Barzellona e di Valenza; e come dicemmo addietro, l'antico loro, ciò fu il conte Anfuso, fu sconfitto e morto da' Franceschi a l'oste a Carcasciona al tempo del re Filippo il Bornio re di Francia. E dicesi ch'anticamente quelli d'Araona furono d'uno legnaggio col conte di Tolosa e del buono conte Ramondo di Proenza; ma poi il buono conte Giammo figliuolo del detto Anfus e padre che fu del re Piero che prese Cicilia, onde tanto avemo parlato, per sua prodezza e valore prese sopra i Saracini di Spagna il reame d'Araona, e uccise il loro re, e del loro reame si coronò, e popolò de' suoi Catalani, e fecelo uno colla Catalogna, e fu egli e sue rede confermato re d'Araona per la Chiesa di Roma. E poi appresso per simile modo conquistò sopra i Saracini il reame e l'isola di Maiolica e di Minorica, e per avere pace co' Franceschi diede la figliuola per moglie al re Filippo, figliuolo che fu del buono re Luis di Francia, e in dote parte della signoria di Perpignano e di Monpulieri. E quando venne a morte, lo 'nfante Piero suo primo figliuolo fece e lasciò re d'Araona, e Giammo il secondo figliuolo re di Maiolica, onde poi sono discesi valenti re e signori, come innanzi faremo menzione. E la loro arme principale è oro e fiamma, cioè addogata per lungo ad oro e vermiglia, le bande di fuori ad oro. Lasceremo di quegli d'Araona e della rubellazione di Cicilia infino che luogo e tempo verrà di ciò parlare, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze, e raccontando in brieve dell'altre novità notevoli per l'universo mondo avenute in questi tempi.

<B>LXXVII</B>

 

<I>Come i Lucchesi arsono e guastarono la terra di Pescia.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXI i Lucchesi arsono e guastarono tutto il castello e terra di Pescia in Valdinievole, perché teneano parte d'imperio e ghibellina, e non voleano ubbidire né stare sotto la signoria della città di Lucca; e alla detta oste vi furono i Fiorentini molto grossi in servigio de' Lucchesi. E perché i Fiorentini s'intramisono nella detta oste d'accordo da' Lucchesi a que' di Pescia, quando l'oste tornò in Lucca, a' Fiorentini fu fatta e detta villania dal popolo di Lucca.

<B>LXXVIII</B>

 

<I>Come Ridolfo eletto imperadore mandò suo vicario in Toscana.</I>

Nel detto anno MCCLXXXI Ridolfo re de' Romani essendo in Alamagna a richiesta e priego de' Ghibellini di Toscana, mandò nella detta Toscana per suo vicario messer..... conte di..... d'Alamagna con IIIc cavalieri, acciò che' Toscani facessono la sua fedeltà e comandamenti; ma non trovò nulla terra che 'l volesse ubbidire, se non la città di Pisa e Samminiato del Tedesco. E nel detto Samminiato colle sue masnade, e col favore de' Pisani cominciò guerra a' Fiorentini, e a' Lucchesi, e ad altre terre guelfe d'intorno; ma alla fine per poco podere e séguito s'aconciò co' Fiorentini e cogli altri Guelfi di Toscana, e tornossi in Alamagna.

<B>LXXIX</B>

 

<I>Come di prima si criò l'uficio de' priori in Firenze.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXII, essendo la città di Firenze al governamento dell'ordine di XIIII buoni uomini, come avea lasciato il cardinale Latino, ciò erano VIII Guelfi e VI Ghibellini, come addietro facemmo menzione, parendo a' cittadini il detto uficio de' XIIII uno grande volume e confusione, ad accordare tanti divisati animi a uno, e massimamente perché a' Guelfi non piacea la consorteria nell'uficio co' Ghibellini per le novitadi ch'erano già nate, siccome della perdita che 'l re Carlo avea già fatta dell'isola di Cicilia, e della venuta in Toscana del vicario dello 'mperio, e sì per guerre cominciate in Romagna per lo conte di Montefeltro per gli Ghibellini, per iscampo e salute della città di Firenze sì annullarono il detto uficio de' XIIII, e si creò e fece nuovo uficio e signoria al governo della detta città di Firenze, il quale si chiamarono priori dell'arti; il quale nome priori dell'arti viene a dire i primi eletti sopra gli altri; e fu tratto del santo Vangelio, ove Cristo disse a' suoi discepoli: "Vos estis prior". E questo trovato e movimento si cominciò per li consoli e consiglio dell'arte di Calimala, de la quale erano i più savi e possenti cittadini di Firenze, e del maggiore séguito, grandi e popolani, i quali intendeano a procaccio di mercatantia ispezialmente, che i più amavano parte guelfa e di santa Chiesa. E' primi priori dell'arti furono tre, i nomi de' quali furono questi: Bartolo di messer Jacopo de' Bardi per lo sesto d'Oltrarno e per l'arte di Calimala; Rosso Bacherelli per lo sesto di San Piero Scheraggio per l'arte de' cambiatori; Salvi del Chiaro Girolami per lo sesto di San Brancazio e per l'arte della lana. E cominciarono il loro officio in mezzo giugno del detto anno, e durò per due mesi infino a mezzo agosto, e così doveano seguire di due in due mesi per le dette tre maggiori arti tre priori. E furono rinchiusi per dare audienza, e a dormire e a mangiare alle spese del Comune nella casa della Badia, dove anticamente, come avemo detto addietro, si raunavano gli anziani al tempo del popolo vecchio, e poi i XIIII. E fu ordinato a' detti priori VI berrovieri e VI messi per richiedere i cittadini; e questi priori col capitano del popolo aveano a governare le grandi e gravi cose del Comune, e raunare e fare i consigli e le provisioni. E stando i detti due mesi, a' cittadini piacque l'uficio; e per gli altri due mesi seguenti ne chiamarono VI, uno per sesto, e agiunsono alle dette tre maggiori arti l'arte de' medici e speziali, e l'arte di porte Sante Marie, e quella de' vaiai e pillicciai. Poi di tempo in tempo vi furono aggiunte tutte l'altre infino alle XII maggiori arti; ed eranvi de' grandi come de' popolani uomini grandi di buona fama e opere, e che fossono artefici o mercatanti. E così seguì infino che·ssi fece il secondo popolo in Firenze, siccome innanzi al tempo debito fairemo menzione. D'allora innanzi non vi fu niuno grande; ma fuvi arroto il gonfaloniere della giustizia, e talora furono XII priori secondo le mutazioni dello stato della città e opportuni bisogni che occorressono, e del numero di tutte e XXI arti, e di quegli che non erano artefici, essendo stati artefici i loro anticessori. La lezione del detto uficio si facea per gli priori vecchi colle capitudini delle XII arti maggiori, e con certi arroti ch'alleggiano i priori per ciascuno sesto, andando a squittino segreto, e quale più boci avea, quegli era fatto priore; e questa elezione si facea nella chiesa di San Piero Scheraggio, e 'l capitano del popolo stava allo 'ncontro della detta chiesa nelle case che furono de' Tizzoni. Avenne tanto detto del cominciamento di questo officio de' priori, perché molte e grandi mutazioni ne seguirono alla città di Firenze, come innanzi per gli tempi faremo menzione. Lasceremo di dire al presente alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novitadi che furono in questi tempi.

<B>LXXX</B>

 

<I>Come papa Martino mandò messer Gianni d'Epa conte in Romagna, e come prese la città di Faenza, e assedio Forlì.</I>

Nel detto anno MCCLXXXII, essendo il conte Guido da Montefeltro colla forza de' Ghibellini entrato in Romagna, e' gran parte delle terre fece ribellare alla Chiesa, sì come quegli ch'era il più sagace e il più sottile uomo di guerra che al suo tempo fosse in Italia. Per la qual cosa papa Martino rimosse messer Bertoldo Orsini che n'era conte e rettore per la Chiesa, e mandòvi messer Gianni d'Epa, gentile uomo di Francia, e molto provato cavaliere in arme, e tenuto uno de' migliori battaglieri di Francia; e portava in sue arme il campo verde e gli aguglini ad oro. Il quale messer Gianni d'Epa il detto papa per la Chiesa il fece conte, e con grande cavalleria di soldati per la Chiesa, Franceschi e Italiani, entrò in Romagna; e i Perugini vi mandarono al loro soldo C cavalieri; al quale fu data per tradimento e moneta la città di Faenza per Tribaldello de' Manfredi de' maggiori di quella terra. Poi il detto messer Gianni d'Epa colle masnade della Chiesa, e coll'aiuto de' Bolognesi, e con CC cavalieri che vi mandò il Comune di Firenze in servigio della Chiesa, e colla forza de' Malatesti da Rimino e di quegli da Polenta di Ravenna assediarono la città di Forlì, ma no·lla poterono avere.

<B>LXXXI</B>

 

<I>Come messere Gianni d'Epa conte di Romagna fu sconfitto a Forlì dal conte da Montefeltro.</I>

Nel detto tempo, stando il detto messer Gianni d'Epa conte di Romagna in Faenza, e facea guerra alla città di Forlì, cercò trattato d'avere per tradimento la detta terra; il qual trattato il conte Guido da Montefeltro, che n'era signore, fece muovere e cercare, come quegli che n'era mastro di guerra e de' trattati, e conosceva la follia de' Franceschi. Alla fine, il dì di calen di maggio, gli anni di Cristo MCCLXXXII, il detto messer Gianni con sua gente la mattina per tempo anzi giorno venne alla città di Forlì, credendolasi avere; e come per lo conte da Montefeltro era ordinato, gli fu data l'entrata d'una porta, il quale v'entrò con parte di sua gente, e parte ne lasciò di fuori con ordine, che a ogni bisogno soccorressono a que' d'entro, e se caso contrario avenisse, si ramassassono tutta sua gente in uno campo sotto una grande quercia. I Franceschi ch'entrarono in Forlì corsono la terra sanza contasto niuno; e 'l conte da Montefeltro, che sapea tutto il trattato, con sue genti se n'uscì fuori della terra; e dissesi per agurio e consiglio d'uno Guido Bonatti ricopritore di tetti, che·ssi facea astrolago, overo per altra arte, il conte da Montefeltro si reggea e davagli le mosse; e alla detta impresa gli diede il gonfalone, e disse: "In tale punto l'hai che, mentre se ne terrà pezzo, ove il porterai sarai vittorioso"; ma più tosto credo che·lle sue vittorie fossero per lo suo senno e maestria di guerra; e come avea ordinato, e' percosse a quelli di fuori ch'erano rimasi all'albero, e miseli in rotta. Quelli ch'entrarono dentro, credendosi avere la terra, aveano fatta la ruberia e prese le case; come ordinato fu per lo conte da Montefeltro, fu alla maggiore parte di loro tolti i freni e·lle selle de' cavagli da' cittadini; e incontanente il detto conte con parte di sua gente da una delle porte rientrò in Forlì e corse la terra, e parte di sua cavalleria e genti a piè lasciò sotto la quercia schierati, com'era l'ordine e postura de' Franceschi. Messer Gianni d'Epa e' suoi veggendosi così guidati, credendosi avere vinta la terra, si tennero morti e traditi, e chi potéo ricoverare a suo cavallo si fuggì della terra, e andonne all'albero di fuori credendovi trovare la loro gente; e là andando, erano da' loro nimici o presi o morti, e simile quegli ch'erano rimasi nella terra, onde i Franceschi e la gente della Chiesa ricevettono grande sconfitta e dannaggio, e morirvi molti buoni cavalieri franceschi e de' Latini caporali, intra gli altri il conte Taddeo da Montefeltro cugino del conte Guido, il quale per quistioni de' suoi eretaggi tenea colla Chiesa contro al detto conte Guido; e morivvi Tribaldello de' Manfredi ch'avea tradita Faenza, e più altri; ma il conte di Romagna, messer Gianni d'Epa, pure scampò con certi della detta sconfitta, e tornossi in Faenza.

<B>LXXXII</B>

 

<I>Come Forlì s'arrendé alla Chiesa, e fu accordo in Romagna.</I>

Come papa Martino seppe la detta sconfitta di Forlì, sì mandò al conte di Romagna gente assai a cavallo e a piè al soldo della Chiesa, faccendo guerra a Forlì; e in questa istanzia, a mezzo marzo vegnente MCCLXXXII, il detto conte ebbe per tradimento la città di Cervia in Romagna, per XVIm fiorini d'oro che se ne spesono per la Chiesa. Per la qual cosa per trattato d'accordo quegli di Forlì s'arrenderono alla Chiesa del mese di maggio MCCLXXXIII a patti, salvi l'avere e le persone, mandandone fuori il conte Guido da Montefeltro, e disfaccendosi le fortezze della terra; e quasi tutta Romagna fu all'ubidienza della Chiesa. E poi il detto conte da Montefeltro con sue masnade partito da Forlì, si ridusse nel castello di Meldola, faccendo grande guerra; per la qual cosa il conte di Romagna con tutte le masnade della Chiesa v'andò ad oste del mese di luglio, e stettervi V mesi, e no·lla potero avere. In quella stanzia dell'asedio di Meldola venne fatta a messer Gianni d'Epa una presta e notabile cavalleria, ch'egli avea in usanza ogni giorno in sulla terza, egli con poca compagnia e quasi disarmato, andava intorno al castello proveggendo; uno valente uomo uscito di Firenze, il quale era dentro, ch'avea nome Baldo da Montespertoli, sì pensò d'uccidere messer Gianni d'Epa, e armossi di tutte armi a cavallo, e a corsa coll'elmo in capo e colla lancia abassata si mosse per fedire messer Gianni, il quale s'avide della venuta del cavaliere, ma però non si mosse, ma attese; e come s'apressò, diede del bastone che portava in mano nella lancia del giostratore e levollasi da dosso, e passando oltre, il prese a braccia, e levollo della sella del cavallo in terra, e di sua mano col suo spuntone l'uccise; e così quegli che credea uccidere, da colui medesimo fu morto. Lasceremo de' fatti di Romagna, e direno d'altre novitadi che furono per l'universo mondo ne' detti tempi, che nel detto anno ne furono assai.

<B>LXXXIII</B>

 

<I>Come il re d'Erminia con grande gente di Tarteri fu sconfitto alla Cammella in Soria dal soldano d'Egitto.</I>

Nel detto anno MCCLXXXII, lo re d'Erminia essendo andato al grande Cane de' Tartari per soccorso e aiuto contro a' Saracini loro nemici, li diede uno suo nipote, ch'ave' nome Mangodamor, con XXXm Tarteri a cavallo, il quale venne in Soria col detto re d'Erminia, ove s'accozzarono co' Cristiani dinanzi alla città de Hames, detta oggi la Camelle, ov'era ad assedio il soldano d'Egitto con grandissimo esercito di Saracini. E congiunte le dette osti, grande e pericolosa battaglia fu tra l'una parte e l'altra; ed avendo a la prima i Cristiani co' Tartari insieme quasi la vittoria sopra i Saracini, il detto Mangodamor, corrotto per danari da' Saracini, usò tradimento contro a' Cristiani in questo modo: che quand'elli vide che' Saracini erano messi in isconfitta, Mangodamor capitano de' Tartari ismontò da cavallo, onde tutti i suoi Tartari, com'è loro usanza, ismontarono quando vidono ismontato loro signore; per la qual cosa il soldano, com'era ordinato, raccolse sue genti, e ricoverò il campo, e sconfisse i Cristiani con grandissimo danno di loro, e tutte le terre della Soria ch'avea perdute si riprese. Ma tornando i Tartari che scamparono di quella sconfitta ad Abaga gran Cane, tutti i caporali fece uccidere, e agli altri comandò che sempre andassono vestiti come femmine per loro dirisione, e così feciono a sua vita.

<B>LXXXIV</B>

 

<I>Come si cominciò la guerra da' Genovesi a' Pisani.</I>

In questi tempi la città di Pisa era in grande e nobile stato de' grandi e possenti cittadini più d'Italia, e erano in accordo e unità, e manteneano grande stato, che v'era cittadino il giudice di Gallura, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri, il conte Anselmo; il giudice d'Alborea n'era cittadino; e ciascuno per sé tenea gran corte. E con molti cittadini e cavalieri affiati cavalcavano ciascuno per la terra; e per la loro grandezza erano signori di Sardigna, e di Corsica, e d'Elba, onde aveano grandissime rendite in propio e per lo Comune; e quasi dominavano il mare co·lloro legni e mercatantie; e oltremare nella città d'Acri erano molto grandi, e con molti parentadi con grandi borgesi d'Acri. Per la qual cosa avendo per più tempo dinanzi avuta gara co·lloro vicini Genovesi per la signoria di Sardigna, e quasi in mare gli aveano come femmine, e in ogni parte gli soperchiavano, e in Acri gli oltraggiarono molto i Pisani, e colla forza de' loro parenti borgesi d'Acri disfeciono per battaglia e per fuoco la ruga de' Genovesi d'Acri, e cacciargli della terra. Per la qual cosa i Genovesi veggendosi soperchiati, e di loro natura erano molto orgogliosi, per vendicarsi de' Pisani, feciono una armata di LXX galee, e del mese d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXXXII, vennero sopra Porto Pisano a due miglia. I Pisani colla loro armata di LXXV galee uscirono di Porto per combattere co' Genovesi, i quali veggendo ch'erano più di loro, e la loro armata era il più de' Lombardi e Piemontani a soldo, non si vollono mettere alla fortuna della battaglia, ma si tornarono a Genova. I Pisani ne montarono in superbia, e del mese di settembre vegnente colla detta armata andarono infino nel porto di Genova per la condotta di messer Natta Grimaldi rubello di Genova, e saettarono nella città quadrella d'ariento, poi tornarono a Portovenero, e puosonsi all'isola del Tiro, e guastarono intorno a Portoveneri, e al golfo della Spezia; e partendosi di là per tornare a Pisa, essendo in alto mare, come piacque a·dDio, si levò una fortuna con vento a gherbino sì forte e impetuoso, che tutta isciarrò la detta armata, e parte di loro galee, intorno di XXIII, percosse, e ruppono alla piaggia del Viereggio e alla foce di Serchio, ma poche genti vi perirono, ma tornarono in Pisa chi ignudo e chi in camicia, a modo di sconfitta. E per tema che s'ebbe in Pisa della detta rotta, si commosse tutta la città, e le donne scapigliate a pianto e dolore, e ciascuna si credea avere meno chi il marito, e chi il padre, o figliuolo, o fratello. E questo fu grande segno del futuro danno de' Pisani, come innanzi per gli tempi faremo menzione. I Genovesi per l'oltraggio ricevuto da' Pisani si dispuosono di vendicarsi, e come valenti uomini feciono ordine di non navicare in legni grossi né in navi, se non in galee sottili, e di non armarle di niuno soldato forestiere, com'erano usati di fare, ma de' migliori e maggiori cittadini che vi fossono compartite per soprasaglienti per galee, e studiare alle balestra e galeotti di loro riviera; e per questo modo divennero prodi e sperti in mare, e ricoverarono loro stato, e ebbono vittoria sopra i Pisani, come innanzi al tempo faremo menzione. Lasceremo alquanto della incominciata guerra de' Pisani e Genovesi, e torneremo a la materia cominciata per lo re d'Araona al re Carlo, e parte delle seguenti di quella.

<B>LXXXV</B>

 

<I>Come il prenze figliuolo del re Carlo con molta baronia di Francia e di Proenza passarono per Firenze per andare sopra i Ciciliani.</I>

Nel detto anno MCCLXXXII, del mese d'ottobre, venne in Firenze Carlo prenze di Salerno e figliuolo primogenito del grande re Carlo con VIc cavalieri, il quale veniva di Proenza e di Francia per mandato del suo padre per essere all'assedio di Messina colla sua oste, e venuto a corte di Roma al papa, siccome addietro facemmo menzione. In Firenze fu ricevuto il detto prenze a grande onore, e fece tre cavalieri della casa de' Bondelmonti; e incontanente se n'andò a corte di Roma, ov'era il re Carlo con sua baronia. Per simile modo passarono e vennero in Firenze, a dì XXIIII di novembre vegnente, il conte di Lanzone fratello del re di Francia con molti baroni e cavalieri, i quali il re Filippo di Francia mandava in soccorso al re Carlo. E soggiornati alquanti dì in Firenze, e da' Fiorentini veduti onorevolemente, se n'andaro a corte di Roma al re Carlo.

<B>LXXXVI</B>

 

<I>Come lo re Carlo e lo re Piero d'Araona s'ingaggiarono di combattere insieme a Bordello in Guascogna per la tenza di Cicilia.</I>

In questi tempi essendo lo re Carlo con tutta la sua baronia a corte di Roma nella città di Roma, e dinanzi a papa Martino e a tutti i suoi cardinali avea fatto appello di tradigione contro a Piero re d'Araona, il quale gli avea tolta l'isola di Cicilia, e che il detto re Carlo era apparecchiato di provarlo per battaglia, il detto re Piero mandati suo' ambasciadori alla detta corte a contastare al detto appello, e a scusarsi di tradigione, e che ciò ch'avea fatto era a·llui con giusto titolo, e che di ciò era apparecchiato di combattere corpo a corpo col re Carlo in luogo comune; onde si prese concordia sotto saramento in presenza del papa di fare la detta battaglia, ciascuno de' detti re con C cavalieri, i migliori che sapessono scegliere, a Bordello in Guascogna, sotto la guardia del balio, overo siniscalco, del re d'Inghilterra, di cui era la terra; con patti, che quale de' detti re vincesse la detta battaglia avesse di queto l'isola di Cicilia con volontà della Chiesa, e quelli che fosse vinto s'intendesse per ricreduto e traditore per tutti i Cristiani, e mai non s'apalesasse re, dispognendosi d'ogni onore. Per la qual cosa il detto re Carlo si tenne molto per contento, disiderando la battaglia, e parendogli avere ragione; e invitarsi a·llui de' migliori cavalieri del mondo d'arme per essere alla detta battaglia, per parte più di Vc, e feciono apparecchio, la maggiore parte Franceschi e Provenzali, e alcuno altro baccelliere d'arme nominato, d'Alamagna, e d'Italia, e di Firenze se ne profersono assai. E simile al re Piero d'Araona s'invitarono molti cavalieri, i più di suo paese, e alquanti Spagnuoli, e alcuno Italiano di parte ghibellina, e alcuno Tedesco del legnaggio di Soave; e il figliuolo del re di Morrocco saracino si proferse al re d'Araona, e promise, se 'l volesse, di farsi Cristiano quello giorno. E partissi di Cicilia, e lasciòvi don Giacomo suo secondo figliuolo per re, e egli n'andò in Catalogna per essere a Bordello alla detta giornata. E 'l detto re Carlo lasciò Carlo prenze suo figliuolo alla guardia del Regno, e partissi di corte per andare a Bordello, e passò per Firenze a dì XIIII di marzo, nel detto anno MCCLXXXII, e da' Fiorentini fu ricevuto con grande onore, e fece in Firenze VIII cavalieri tra Fiorentini, e Lucchesi, e Pistolesi. E ciò fatto, se n'andò a Lucca, e alla piaggia di Mutrone si ricolse in XVI galee armate venute di Proenza, e andonne a Marsilia, e di là in Francia per esser a la detta battaglia ordinata a Bordello. E dissesi, e fu manifesto, che·lla maggiore cagione perché lo re d'Araona ingaggiò la detta battaglia, fu fatto per lui con grande senno e per grande sagacità di guerra, per fare partire lo re Carlo d'Italia, acciò che non andasse più con armata e sua oste sopra i Ciciliani, però ch'egli era povero di moneta, e non poderoso al soccorso e riparo de' Ciciliani contro a re Carlo e della Chiesa di Roma, e temea de' Ciciliani che non si volgessono per paura o per altra cagione, però che non gli sentiva costanti, e egli e sua gente Catalani erano ancora co·lloro salvatichi, come nuovo signore e nuova gente. E così il savio provedimento gli venne fatto.

<B>LXXXVII</B>

 

<I>Come lo re Piero d'Araona fallì la giornata promessa a Bordello, onde per lo papa fu scomunicato e privato.</I>

Come lo re Carlo fu in Francia, sì apparecchiò sé e' suoi cavalieri d'arme e di cavagli, come a così alta e grande impresa si convenia, e partissi di Parigi, e co·llui lo re Filippo di Francia suo nipote con molta baronia, e bene con IIIm cavalieri d'arme, per andare a Bordella. E quando furono presso a Bordella a una giornata, lo re di Francia rimase colla sua gente e baronia, e lo re Carlo con suoi C cavalieri andò a Bordella alla giornata promessa, la quale fu a dì XXV di giugno MCCLXXXIII, e in quello luogo il detto re Carlo con suoi C cavalieri comparirono alla giornata armati e a cavallo per fare la promessa e giurata battaglia, e tutto il giorno dimorarono armati in sul campo, attendendo lo re Piero d'Araona co' suoi cavalieri, il quale non vi venne né comparì. Ben si disse che·lla sera della giornata al tardi comparì sconosciuto dinanzi al siniscalco del re d'Inghilterra, per non rompere il saramento, e protestò com'era venuto e apparecchiato di combattere, quando il re di Francia con sua gente, il quale v'era presso a una giornata, ond'elli avea tema e sospetto, si partisse; e ciò fatto, sanza soggiornare si tornò in Araona, e il primo dì che·ssi partì cavalcò bene LXXXX miglia. Per la qual cosa il re Carlo si tenne forte ingannato, e lo re Filippo di Francia molto adontato, e tornaronsi a Parigi. E saputa la novella papa Martino della difalta del re Piero d'Araona, col suo collegio de' cardinali diede sentenzia contro al detto Piero d'Araona, sì come scomunicato, e pergiuro, e ribello, e occupatore delle possessioni di santa Chiesa, e sì 'l privò e dispuose del reame d'Araona e d'ogni altro onore, e scomunicò chiunque l'obedisse o chiamasse re. Ma il detto re d'Araona per leggiadria si fece intitolare "Piero d'Araona cavaliere, e padre di due re, e signore del mare". E il detto papa Martino fatto il detto processo, sì brivileggiò del detto reame d'Araona Carlo conte di Valos, secondo figliuolo del detto re Filippo re di Francia, e mandò in Francia uno legato cardinale a confermare il detto Carlo della detta elezione, e predicare croce e indulgenzia contro al detto Piero d'Araona e sue terre. E lo re Carlo con dispensagione del papa diede per moglie al detto messer Carlo di Valos la sua nipote, figliuola del prenze Carlo suo figliuolo, e in dota la contea d'Angiò, acciò ch'egli col padre re di Francia fossero più ferventi alla guerra del re d'Araona. Lasceremo alquanto de' fatti del re Carlo e di quello d'Araona, e torneremo a quelli di Firenze.

<B>LXXXVIII</B>

 

<I>Come in Firenze fu diluvio d'acque e grande caro di vittuaglia.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXII, a dì XV di dicembre, per soperchie pioggie fu grandissimo diluvio d'acque, e crebbono i fiumi disordinatamente, e in Firenze crebbe sì il fiume d'Arno, che uscito de' termini suoi allagò grande parte del sesto di San Piero Scheraggio, e più altre contrade della città che sono nella riva d'Arno. E in questo anno fu grande caro d'ogni vittuaglia, e valse lo staio del grano alla misura rasa soldi XIIII di soldi XXXIII il fiorino d'oro; che, acomputando la moneta e la misura, fu grandissimo caro.

<B>LXXXIX</B>

 

<I>Come ne la città di Firenze si fece una nobile corte e festa, vestiti tutti di robe bianche.</I>

Nell'anno appresso MCCLXXXIII, del mese di giugno, per la festa di santo Giovanni, essendo la città di Firenze in felice e buono stato di riposo, e tranquillo e pacifico stato, e utile per li mercatanti e artefici, e massimamente per gli Guelfi che signoreggiavano la terra, si fece nella contrada di Santa Felicita Oltrarno, onde furono capo e cominciatori quegli della casa de' Rossi co·lloro vicinanze, una compagnia e brigata di M uomini o più, tutti vestiti di robe bianche, con uno signore detto dell'Amore. Per la qual brigata non s'intendea se non in giuochi, e in sollazzi, e in balli di donne e di cavalieri e d'altri popolani, andando per la terra con trombe e diversi stormenti in gioia e allegrezza, e stando in conviti insieme, in desinari e in cene. La qual corte durò presso a due mesi, e fu la più nobile e nominata che mai fosse nella città di Firenze o in Toscana; alla quale vennero di diverse parti molti gentili uomini di corte e giocolari, e tutti furono ricevuti e proveduti onorevolemente. E nota che ne' detti tempi la città di Firenze e' suoi cittadini fu nel più felice stato che mai fosse, e durò insino agli anni MCCLXXXIIII, che si cominciò la divisione tra 'l popolo e' grandi, appresso tra' Bianchi e' Neri. E ne' detti tempi avea in Firenze da CCC cavalieri di corredo e molte brigate di cavalieri e di donzelli, che sera e mattina metteano tavola con molti uomini di corte, donando per le pasque molte robe vaie; onde di Lombardia e di tutta Italia traeano a·fFirenze i buffoni e uomini di corte, e erano bene veduti, e non passava per Firenze niuno forestiere, persona nominato o d'onore, che a gara erano fatti invitare dalle dette brigate, e accompagnati a cavallo per la città e di fuori, come avesse bisogno.

<B>XC</B>

 

<I>Come i Genovesi feciono gran danno a' Pisani che tornavano di Sardigna.</I>

Nel detto anno e mese di giugno, vegnendo dell'isola di Sardigna V navi grosse e V galee armate de' Pisani, cariche di mercatantia e d'argento sardesco, i Genovesi avendone novelle, armarono XXV galee, onde fu amiraglio messer... di Genova. E andando incontro alle dette navi e galee, le scontrò sopra capo Corso, e combattendo co·lloro, dopo la fiera battaglia i Genovesi gli sconfissono, e presono, e menarono in Genova, che v'avea su più di MD Pisani, che tutti furono pregioni con altra buona gente, e tanta mercatantia e argento, che fu stimato di valuta di Cm libbre di genovini, ch'erano più di CXXm di fiorini d'oro, onde i Pisani ricevettono una grande perdita e sconfitta.

<B>XCI</B>

 

<I>Ancora de' fatti de' Pisani co' Genovesi.</I>

Apresso acrebbe a' Pisani, come piacque a·dDio, giudicio sopra la loro infortuna, che del mese d'aprile appresso, l'anno MCCLXXXIIII, mandando in Sardigna il conte Fazio loro grande cittadino con armata di XXX galee e una nave grossa, i Genovesi si scontrarono co·lloro sopra... con XXXV galee, ond'era amiraglio messer..., e combatterono con loro in mare, e fu aspra e dura battaglia, e molti ne furono morti e d'una parte e d'altra. Alla fine i Genovesi isconfissono i Pisani, e presono il detto conte Fazio con molti buoni cittadini di Pisa, e presono bene la metà delle dette galee, e menargli pregioni in Genova, onde i Pisani ricevettono grande perdita e dannaggio.

<B>XCII</B>

 

<I>Come i Genovesi sconfissono i Pisani a la Meloria.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, del mese di luglio, i Pisani non istanchi delle sconfitte avute da' Genovesi, come di sopra avemo fatta menzione, feciono loro isforzo per vendicarsi delle 'ngiurie ricevute da' Genovesi, e armarono, tra di loro genti e di soldati toscani e altri, da LXX galee, onde fu amiraglio messer Benedetto Buzacherini, e andarono insino nel porto di Genova, e in quello stettero, e balestrarono, com'altra volta aveano fatto, quadrella d'argento, e feciono grande onta e soperchio a' Genovesi, e presono più barche e altri legni, e rubarono e guastarono in più parti della riviera, e con grande pompa e romore, essendo nel porto di Genova, richiesono i Genovesi di battaglia. I Genovesi non ordinati né disposti alla battaglia, però ch'aveano disarmate le loro galee, con leggiadra e signorile risposta feciono loro iscusa, e dissono che perch'eglino combattessono co·lloro, e vincessongli nel loro porto e contrada, non avrebbono fatta loro vendetta né sarebbe loro onore, ma ch'eglino si tornassono al loro porto, e eglino si metterebbono in concio, e sanza indugio gli verrebbono a vedere, e sarebbono signori della battaglia. E così fu fatto, che' Pisani si partirono faccendo grandi grida, di rimprocci e schernie de' Genovesi, e tornaronsi in Pisa. I Genovesi sanza indugio niuno armarono CXXX tra galee e legni, e suso vi montarono tutta la buona gente di Genova e della riviera, ond'era amiraglio messer Uberto Doria, e del mese d'agosto vegnente vennero colla detta armata nel mare di Pisa. I Pisani sentendo ciò, a grido e a romore entrarono in galee, chi a Porto Pisano, e la podestà, e il loro amiraglio, e tutta la buona gente montarono in galee tra' due ponti di Pisa in Arno. E levando il loro istendale con grande festa, e essendo l'arcivescovo di Pisa in sul ponte parato con tutta la chericia per fare all'armata la sua benedizione, la mela e la croce ch'era in su l'antenna dello stendale cadde; onde per molti savi si recòe per mala agura del futuro danno. Ma però non lasciarono, ma con grande orgoglio, gridando: "Battaglia, battaglia!", uscirono della foce d'Arno, e accozzarsi colle galee del porto, e furono da LXXX tra galee e legni armati; e' Genovesi colla loro armata aspettando in alto mare, s'affrontarono alla battaglia co' Pisani all'isoletta, overo scoglio, il quale è sopra Porto Pisano, che si chiama la Meloria, e ivi fu grande e aspra battaglia, e morìvi molta buona gente d'una parte e d'altra di fedite, e d'anegati in mare. Alla fine, come piacque a·dDio, i Genovesi furono vincitori, e' Pisani furono sconfitti, e ricevettono infinito dammaggio di perdita di buone genti, che morti e che presi, bene XVIm uomini, e rimasono prese XL galee de' Pisani, sanza l'altre galee rotte e profondate in mare; le quali galee co' pregioni menarono in Genova, e sanza altra pompa, se non di fare dire messe e processioni rendendo grazie a·dDio; onde furono molto commendati. In Pisa ebbe grande dolore e pianto, che non v'ebbe casa né famiglia che non vi rimanessero più uomini o morti o presi; e d'allora innanzi Pisa non ricoverò mai suo stato né podere. E nota come il giudicio d'Iddio rende giusti e debiti meriti e pene, e tutto che talora s'indugino e sieno occulti a noi. Ma in quello luogo propio ove i Pisani sursono e anegarono in mare i prelati e' cherici che venieno d'oltremonti a Roma al concilio l'anno MCCXXXVII, come addietro facemmo menzione, ivi furono sconfitti e morti e gittati in mare i Pisani da' Genovesi, come detto avemo. Lasceremo a·ddire alquanto de' Pisani, e torneremo a quello che fu ne' detti tempi della guerra di Cicilia dal re Carlo a quello d'Araona, ch'ancora ne surge materia.

<B>XCIII</B>

 

<I>Come Carlo prenze di Salerno fu sconfitto e preso in mare da Ruggieri di Loria coll'armata de' Ciciliani.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, a dì V del mese di giugno, messer Ruggieri di Loria amiraglio del re d'Araona venne di Cicilia con XLV tra galee e legni armati di Ciciliani e Catalani nelle parti di Principato, facendo guerra e grande danno alla gente del re Carlo; e il sopradetto dì venne nel porto di Napoli colla detta armata gridando e dicendo grandi spregi del re Carlo e di sue genti, e domandando battaglia, e saettando nella terra. E ciò facie il detto Ruggieri di Loria per trarre il prenze e sue genti a battaglia, come quegli ch'era il più savio amiraglio di guerra di mare ch'allora fosse al mondo, e sapea per sue saettie che il re Carlo colla sua grande armata venia di Proenza, e già era nel mare di Pisa, sicché s'affrettava o di trarreli a battaglia, o di partirsi e tornare in Cicilia, acciò che il re Carlo nol sopraprendesse. Avenne, come piacque a·dDio, che 'l prenze figliuolo del re Carlo ch'era in Napoli con tutta la sua baronia, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, veggendosi così oltraggiare da' Ciciliani e Catalani, a furia sanza ordine o provedimento montarono in galee, così i cavalieri come le genti di mare in compagnia del prenze, eziandio contro al comandamento spresso che il re Carlo avea fatto al figliuolo, che per niuno caso che incorresse si mettesse a battaglia infino alla sua venuta. E così disubidiente e male ordinato si mise con XXXV galee e più altri legni con tutta la sua cavalleria alla battaglia fuori del porto di sopra a Napoli. Ruggieri di Loria maestro di guerra percosse colle sue galee vigorosamente, amonendo i suoi che non intendessono a niuna caccia, ma lasciassono fuggire chi volesse, ma solamente attendessono alla galea dello stendale, ov'era la persona del prenze con molti baroni, e così fu fatto; ché come le dette armate galee si percossono insieme, più galee di quegli di Principato, e spezialmente quelle di Surrenti, sì diedono la volta e tornaronsi a Surrenti, e per simile modo feciono grande parte delle galee di Principato. Il prenze rimaso alla battaglia colla metà delle sue galee, ov'erano i baroni e' cavalieri, che di battaglia di mare s'intendeano poco, tosto furono isconfitti e presi con VIIII delle loro galee; e il prenze Carlo in persona con molta baronia furono presi e menati in Cicilia, e furono messi in pregione in Messina nel castello di Mattagrifone. E avenne, come fu fatta la detta sconfitta e preso il prenze, che quelli di Surrenti mandarono una loro galea co·lloro ambasciadori a Ruggieri di Loria con IIII cofani pieni di fichi fiori, i quali egli chiamavano palombole, e con CC agostari d'oro per presentare al detto amiraglio; e giugnendo a la galea ov'era preso il prenze, veggendolo riccamente armato e con molta gente intorno, credettono che fosse messer Ruggieri di Loria, sì gli si inginocchiarono a' piedi, e feciongli il detto presente, dicendo: "Messer l'amiraglio, come ti piace, da parte del tuo Comune da Sorrenti ilocati quissi palombola, e stipati quissi agostari per uno taglio di calze: e plazesse a·dDeo com'hai preso lo figlio avessi lo patre; e sacci che fuimo li primi che boltaimo". Il prenze Carlo con tutto il suo dammaggio cominciò a ridere, e disse all'amiraglio: "Per le san Dio, che sont bien fetable a monsignor le roi!". Questo avemo messo in nota per la poca fede ch'hanno quegli del Regno al loro signore.

 

 

<B>XCIV</B>

 

<I>Come il re Carlo arrivò a Napoli colla sua armata, e poi s'apparecchiò per passare in Cicilia.</I>

Il giorno seguente che fu la detta sconfitta lo re Carlo arrivò a Gaeta con LV galee armate e con tre navi grosse cariche di baroni e cavalli e arnesi; e come intese la novella della sconfitta e presa del prenza suo figliuolo, fu molto cruccioso e disse: "Or fost il mort, por se qu'il a falli nostre mandamant!". Ma sentendo la poca fede degli uomini del Regno, e che quegli di Napoli già ciancellavano, e certi corsa la terra e gridando: "Muoia il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria!", incontanente si partì da Gaeta e giunse in Napoli a dì VIII di giugno; e come fu sopra Napoli non volle ismontare nel porto, ma di sopra al Carmino, con intendimento di fare mettere fuoco nella città e arderla, per lo fallo che' Napoletani aveano fatto di levare a romore la terra contro al re. Ma messer Gherardo da Parma legato cardinale con certi buoni uomini di Napoli gli vennero incontro per domandargli perdono e misericordia, dicendo: "Furono folli". Lo re riprese: "I savi come ciò aveano sofferto a' folli?". Ma per gli prieghi del legato, fatta fare giustizia di farne impiccare più di CL, sì perdonò alla cittade, e riformata la terra, si fece lo re compiere d'armare colle galee, ch'egli avea menate infino in LXXV galee, e partissi di Napoli a dì XXIII di giugno; l'armata mandò verso Messina, e il re Carlo n'andò per terra a Brandizio per accozzare l'armata ch'avea fatta apparecchiare in Puglia con quella di Principato per andare in Cicilia. E di Brandizio si partì lo re coll'altra armata a dì VII di luglio del detto anno, e acozzossi coll'armata di Principato a Controne in Calavra, e furono CX tra galee e uscieri armati, e con cavalieri, con molti altri legni grossi e sottili di carico. In questa stanzia avea in Cicilia due legati cardinali, messer Gherardo da Parma e messer..., i quali aveva mandati il papa a trattare pace, e per riavere il prenze Carlo; e stando il detto stuolo in bistento in attendere novelle de' detti legati, come avessero adoperato, i quali maestrevolemente dal re d'Araona furono tenuti in parole sanza potere fare nullo accordo acciò che 'l detto stuolo non ponesse in Cicilia, sì·ssi trovò la detta armata del re Carlo male proveduta, e con difalta di vittuaglia. Per la qual cosa lo re fu consigliato che convenia di necessità che tornasse a Brandizio, perché s'appressava l'autunno, e gli tempi contrarii a sostenere in mare sì grande armata; e ch'egli facesse disarmare, e riposasse sé e sue genti infino al primo tempo; e così fu fatto, onde lo re Carlo si diede grande dolore sì per la presura del figliuolo, e che la fortuna gli era fatta così aversa e contraria, e per gli più si disse che ciò fu cagione dell'avacciamento di sua morte, come diremo appresso.

<B>XCV</B>

 

<I>Come lo buono re Carlo passò di questa vita alla città di Foggia in Puglia.</I>

Lo re Carlo tornato con suo stuolo a Brandizio, sì 'l fece disarmare, e tornossi a Napoli per dare ordine, e fornirsi di moneta e di gente per ritornare in Cicilia al primo tempo. E come quegli che·lla sua sollecita mente non posava, come fu passato il mezzo dicembre, ritornò in Puglia per essere a Brandizio per fare avacciare il suo navilio. Com'egli fu a Foggia in Puglia, e come piacque a·dDio, amalò di forte malatia, e passò di questa vita il seguente giorno della Bifania, dì VII di gennaio, gli anni di Cristo MCCLXXXIIII. Ma innanzi che morisse, con grande contrizione prendendo il corpo di Cristo, disse con grande reverenza "Sire Idius, con ie croi vraimant che vos est mon salveur, ensi vos pri que vos aies mersi de ma arme, ensi con ie fis l'amproise de roiame de Sesilia plus por servir sante Egrise que per mon profit o altre covidise, ensi me perdones mes pecces"; e passò poco appresso di questa vita; e fu recato il suo corpo a Napoli, e dopo il grande lamento fatto di sua morte fu soppellito all'arcivescovado di Napoli con grande onore. Di questa morte del re Carlo fu grande maraviglia, che il dì medesimo ch'elli passò fu piuvicato in Parigi per uno frate Arlotto ministro de' minori e per maestro Giandino da Carmignanola maestro allo Studio, e vegnendo ciò in notizia del re di Francia, mandò per loro per sapere onde l'aveano. Dissono che sapeano la sua natività, ch'era sotto la signoria di Saturno, e per gli suoi effetti erano procedute le sue esultazioni e le sue aversità: e alcuno disse che 'l sapeano per revelazione di spirito, che ciascuno di loro erano grandi astrolagi e negromanti. Quello Carlo fu il più temuto e ridottato signore, e il più valente d'arme e con più alti intendimenti, che niuno re che fosse nella casa di Francia da Carlo Magno infino a·llui, e quegli che più esaltò la Chiesa di Roma; e più avrebbe fatto, se non che alla fine del suo tempo la fortuna gli tornò contraria. Venne poi per guardiano e difenditore del Regno Ruberto conte d'Artese cugino del detto re, con molti cavalieri franceschi, e colla prenzessa e col figliuolo del prenze nipote del re Carlo, il quale per lui ebbe nome Carlo Martello, e era d'età di XII in XIII anni. Del re Carlo non rimase altra reda che Carlo secondo prenze di Salerno, di cui avemo fatta menzione. E questo Carlo era bello uomo del corpo, e grazioso, e largo, e vivendo il re Carlo suo padre, e poi, ebbe più figliuoli della prenzessa sua moglie figliuola e reda del re d'Ungaria. Il primo fu il detto Carlo Martello, che poi fu re d'Ungaria; il secondo fu Lois, che si rendé frate minore, e poi fu vescovo di Tolosa; il terzo fu Ruberto duca di Calavra; il quarto fu Filippo prenze di Taranto; il quinto fu Ramondo Berlinghieri conte (dovea essere) di Proenza; il sesto fu messer Gianni prenze della Morea; il settimo fu messer Piero conte d'Eboli.

<B>XCVI</B>

 

<I>Come il prenze figliuolo del re Carlo fu condannato a morte da' Ciciliani, e poi per la reina Gostanza mandato in Catalogna preso.</I>

Nel detto anno partiti i detti cardinali legati di Cicilia, e perché nonn-aveano potuto fare accordo, fortemente agravarono di scomuniche, e di torre ogni benificio e grazie spirituali, a·re d'Araona e a' Ciciliani. Per questa cagione e per la morte de·re Carlo que' di Messina si mossono a·ffurore, e corsono alle pregioni dov'erano i Franceschi per uccidergli, e egli difendendosi, i Missinesi misono fuoco nelle pregioni, e a grande dolore e stento gli feciono morire. E fu bene giudicio di Dio, che l'orgoglio e superbia de' Franceschi usata in Cicilia fosse pulita per così disordinata e furiosa sentenzia de' Ciciliani, come fu a questa volta, e era suta alla rubellazione, come addietro facemmo menzione. Dopo questo fatto tutte le terre di Cicilia feciono sindaco con ordine, e congregati insieme di concordia, condannarono a morte il prenze Carlo, il quale aveano in pregione, e che gli fosse tagliata la testa, siccome lo re Carlo suo padre avea fatto a Curradino. Ma come piacque a·dDio, la reina Gostanza moglie del re Piero d'Araona, la quale allora era in Cicilia, considerando il periglio ch'al suo marito e a' suoi figliuoli poteva avenire della morte del prenze Carlo, prese più sano consiglio, e disse a' sindachi delle dette terre che nonn-era convenevole che·lla loro sentenzia procedesse sanza la volontà del re Piero loro signore, ma le parea che 'l prenze si mandasse a·llui in Catalogna, e egli come signore ne facesse a·ssua volontà; e così fu preso, e poi fatto. Lasceremo di questa materia, e torneremo a' fatti di Firenze.

<B>XCVII</B>

 

<I>Come in Firenze fu grande diluvio d'acqua, e rovinò parte del poggio de' Magnoli.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, il dì di domenica d'ulivo a dì II d'aprile, in Firenze ebbe grandissimo diluvio d'acque e di piova sì disordinatamente, che 'l fiume d'Arno crebbe sì disordinatamente, ch'allagò molta della città presso alle sue rive; e per la detta acquazzone il poggio che·ssi chiamava de' Magnoli di sotto a San Giorgio e di sopra a Santa Lucia si commosse a ruina, e venne rovinando infino in Arno, e fece cadere e guastare più di L case ch'erano sopra il detto poggio, e in su la via di Santa Lucia lungo l'Arno, e morìvi gente assai.

<B>XCVIII</B>

 

<I>Come i Fiorentini con Genovesi e con Toscani feciono lega sopra i Pisani, onde i Ghibellini furono cacciati di Pisa.</I>

Nel detto anno, del mese di settembre, i Fiorentini feciono lega e compagnia con saramento co' Lucchesi, e' Sanesi, e' Pistolesi, e' Pratesi, e' Volterrani, e San Gimignano, e Colle, insieme co' Genovesi, sopra la città di Pisa a·ffare guerra; i Fiorentini co' detti Toscani per terra, e' Genovesi per mare. E' Fiorentini ch'erano in Pisa se ne partirono a dì X di novembre, per comandamento del Comune di Firenze; e mandarono i Fiorentini dalla parte di Volterra VIc cavalieri a·ffare guerra a' Pisani, e così mandarono tutte l'altre terre della lega secondo la loro taglia. E in Valdera feciono grande guerra, e presono molte castella di quelle de' Pisani, e ordinarono d'assediare Pisa alla primavera vegnente per mare e per terra. Per la qual cagione il conte Ugolino de' Gherardeschi, ch'era il maggiore cittadino di Pisa, cercò trattato d'accordo co' Fiorentini e' Sanesi e gli altri Toscani di cacciare i Ghibellini di Pisa, e farne signori i Guelfi, acciò che·ll'oste ordinata della taglia detta che si dovea fare sopra Pisa non procedesse; e così fu fatto. E dissesi in Firenze che 'l detto conte Ugolino presentando a certi caporali cittadini di Firenze vino di vernaccia in certi fiaschi, che vi mandò dentro col vino fiorini d'oro, acciò che assentissono al detto accordo sanza la richiesta de' Genovesi e de' Lucchesi; e ciò ordinato, del mese di gennaio vegnente il detto conte Ugolino cacciò di Pisa i Ghibellini, e fecene signore sé co' Guelfi. Ma al detto accordo non furono richiesti i Genovesi, e' Lucchesi nol vollono assentire, onde i Genovesi e' Lucchesi si tennero gravati e ingannati da' Fiorentini e dagli altri Toscani della taglia; e non lasciarono però di venire sopra Pisa, com'era ordinato, i Genovesi per mare con LXX galee armate, e' Lucchesi ad oste per terra, e guastarono e disfeciono Porto Pisano; e' Lucchesi dalla loro parte presono più castella. E di certo se' Fiorentini avessono attenuta la 'mpromessa, la città di Pisa sarebbe stata presa, e disfatta, e recata a borghi, com'era ordinato. Ma i Fiorentini ordinarono che' Sanesi mandassono i loro cavalieri alla guardia de' Guelfi di Pisa, e perciò fu difesa; onde i Fiorentini furono molto ripresi da' Genovesi e Lucchesi per lo rompere che feciono di loro promessa e saramento per scampare Pisa; ma ebbonne il merito e il guidardone da' Pisani ch'a·cciò si convenia, siccome innanzi per gli tempi faremo menzione; onde i Fiorentini n'ebbono poi più volte pentimento per la 'ngratitudine e superbia de' Pisani.

<B>XCIX</B>

 

<I>Come i Fiorentini cominciarono a fondare le porte per fare le nuove mura alla cittade.</I>

Nel detto anno, del mese di febbraio, essendo i Fiorentini in buono e pacefico stato, e la città cresciuta di popolo e di grandi borghi, sì ordinarono di crescere il circuito della città, e cominciarsi a fondare le nuove porte, ove poi conseguirono le nuove mura, cioè quella di Santa Candida di là di Santo Ambruogio, e quella di San Gallo in sul Mugnone e quella del Prato d'Ognisanti, e quella d'incontro a le Donne che·ssi dicono di Faenza ancora in sul Mugnone; il quale fiumicello di Mugnone alquanto dinanzi era adirizzato, che prima correa avolto per Cafaggio e presso alle seconde cerchie della città, faccendo molesto assai alla città quando crescea, e fecionvi su i ponti dinanzi alle dette porte, e rimase il lavoro di quelle innanzi che fossono a l'arcora, per la novella che venne in Firenze che 'l prenze Carlo era stato sconfitto in mare da Ruggieri di Loria e da' Ciciliani. E in questi tempi si fece per lo Comune di Firenze la loggia sopra la piazza d'Orto Sammichele, ove si vende il grano, e lastricossi e amattonossi intorno, la quale allora fu molto ricca e bella opera e utile. E nel detto anno si cominciò a rinnovare la Badia di Firenze, e fecesi il coro e le cappelle che vengono in su la via del palagio e 'l tetto; che prima era la Badia più addietro, piccola, e disorrevole in sì fatto luogo della cittade.

<B>C</B>

 

<I>Delle grandi novitadi che furono tra' Tarteri dal Turigi.</I>

Nel detto anno MCCLXXXIIII Tangodar fratello d'Abaga Cane signore de' Tarteri dal Torigi e di Persia, il quale da giovane fu Cristiano battezzato e chiamato Niccola, com'egli ebbe la signoria, si fece Saracino e rinnegato, e fecesi chiamare Mahomet, e grande persecuzione fece a' Cristiani in due anni ch'egli regnò in signoria. Alla fine Argon suo nipote e padre che fu di Casano, onde innanzi faremo al suo tempo menzione, si rubellò da·llui, e gli tolse il regno e la vita. Questo Argon fu figliuolo d'Abaga Cane, e fu grande amico de' Cristiani e nimico de' Saracini, e fece rifare tutte le chiese de' Cristiani che Maomet suo zio avea fatte distruggere in suo regno, e gli Cristiani rimise in istato, e gli tempii de' Saracini fece distruggere e abbattere, e tutti i Saracini cacciare di suo paese, e fu uno savio e valoroso signore in arme.

<B>CI</B>

 

<I>Come i Saracini presono e distrussono Margatto in Soria.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXV, del mese di maggio, i Saracini col soldano d'Egitto vennono ad oste a la terra di Margatto in Soria, la quale era della magione dello Spedale di Santo Giovanni, e era molto fortissimo, e quello con cave misono grande parte in puntelli, e sicurarono i capitani d'entro che venissono a vedere com'era puntellato; per la qual cosa i Cristiani che v'erano dentro, veggendo che non si poteano tenere, s'arrenderono, salve le persone; e il castello rimase a' Saracini. Lascereno delle novità d'oltremare, e torneremo a dire della grande impresa che·llo re di Francia fece sopra lo re d'Araona.

<B>CII</B>

 

<I>Come il re Filippo di Francia andòe con grande esercito sopra lo re Piero d'Araona.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, a mezza quaresima, vegnente l'ottantacinque, lo re Filippo di Francia figliuolo di san Luis, avendo grande animo contro a Piero d'Araona per la nimistà presa contro a·llui per lo re Carlo, e a·ppetizione del papa e della Chiesa di Roma, abbiendo raunata grande oste in tolosana di più di XXm cavalieri e più di LXXXm di pedoni di croce segnati, che Franceschi, Provenzali, e della Magna, e altre genti, e raunato infinito tesoro, si partì di Francia con Filippo e Carlo suoi figliuoli, e con messer Cervagio, detto Gian Coletto, cardinale e legato del papa, e andonne a Nerbona per passare in Catalogna per prendere il reame d'Araona, onde Carlo suo secondo figliuolo era privileggiato dalla Chiesa di Roma, e per mare avea armate in Proenza CXX tra galee e altri legni; e trovossi con Giacomo re di Maiolica fratello e nimico del re Piero d'Araona, però ch'egli gli avea fatta torre l'isola di Maiolica ad Anfus suo primogenito figliuolo, e coronatolne re il detto Anfus; e del mese di maggio MCCLXXXV si partì il detto esercito di nerbonese, e andarne a Perpignano per le terre del detto re di Maiolica; e trovando nella contea di Rossiglione la città di Ianne, la qual s'era rubellata al re di Maiolica e teneasi per lo re d'Araona, il re di Francia vi puose l'assedio; e per forza combattendo l'ebbe, e uccisono uomini, femmine, e fanciulli, che non ne rimase altro che 'l bastardo di Rossiglione con pochi, il quale s'arrendé in uno campanile; e poi che 'l re l'ebbe presa, la fece tutta distruggere; e ciò fatto, si partì del paese e andonne co l'oste infino a piè delle montagne dette Pirre altissime molto, le quali sono alle confini della Catalogna. Lo re Piero d'Araona sentendosi venire adosso sì fatto esercito, si provide di non mettersi a battaglia campale, però che·lla sua forza era niente apo quella del re di Francia; ma di stare alle difese, e guardare i passi; e aveva fornito e afforzato il passo delle Schiuse, onde si valicavano le dette montagne di gente d'arme; e egli in persona v'era alla guardia a tende e a padiglioni per non lasciare passare l'oste del re di Francia. E a quella contesa stette l'oste de' Franceschi più dì, che in nulla guisa poteano passare; alla fine il re di Francia per consiglio del bastardo di Rossiglione fece armare tutta la sua gente, e fece vista di combattere il detto passo. E una mattina molto per tempo il detto re con parte di sua gente, alla guida del detto bastardo, tennero per altro camino su per le montagne, lasciando il più di sua oste e tutti i suoi arnesi incontro al passo delle Schiuse, e tennero per aspre e diverse vie piene di spine e di pietre, le quali erano impossibili a potersi fare per gente umana, e onde Piero d'Araona non si prendea guardia; ma alla fine con grande affanno, e perdendo e guastando molti di loro cavagli, furono di sopra alla detta montagna. Piero d'Araona veggendo che 'l re di Francia gli era al di sopra del passo, abbandonò la speranza di quello, e partissi con tutta sua gente, lasciando le tende e gli arnesi, e tornossi adietro in sue terre, e lasciò il detto passo. Allora tutta la gente ch'era rimasa a piè del passo nel campo del re di Francia con loro somieri e arnesi e bestiame passarono per lo detto passo sanza contrario niuno, e vennero là dov'era il re di Francia, la quale oste stette in su le montagne tre giorni con grande difalta di vittuaglia. Poi lo re con tutta sua oste scese delle montagne nel piano di Catalogna, e prese e ebbe al suo comandamento Pietralata, e Fighiera, e molte terre del contado d'Ampuri; e 'l navilio e l'armata sua, ch'era a l'Agua Morta in Proenza carichi di vittuaglia e d'arnesi da oste, fece venire per mare al porto di Roses. E lo re con sua oste si puose ad assedio alla città di Girona, la quale era molto forte e ben guernita, e eravi dentro per guardia e capitano messer Ramondo signore di Cardona con buona compagnia. E vegnendo l'oste de' Franceschi, misono fuoco nel borgo acciò che·lla terra fosse più forte, e molto danneggiavano l'oste de' Franceschi e difendeano la terra. Ma lo re di Francia giurò di mai non partirsi, ch'egli avrebbe la terra. Ma stando al detto assedio, l'oste del re di Francia cominciò molto a scemare per cagione del lungo dimoro del campo in uno luogo fermo; per la molta ordura e carogna di bestie morte, per lo grande caldo v'apparìo diversa quantità di mosche e di tafani, i quali pareano avelenati, e pugnendo, e uomini e bestie ne morivano; e crebbe tanto la pestilenzia, che·ssi corruppe l'aria, e molta gente morieno nell'oste, onde al re di Francia, e al suo consiglio, e a tutta l'oste molto era grave, e volentieri vorrebbe lo re essere sofferto del suo saramento.

<B>CIII</B>

 

<I>Come lo re d'Araona fu sconfitto e fedito da' Franceschi, della quale fedita poi morìo.</I>

Istando lo re di Francia all'assedio di Gironda, la vittuaglia e fornimento dell'oste gli venia dal suo navilio dal porto di Roses, presso all'oste a IIII miglia. Lo re Piero d'Araona con sua gente impediva quanto potea la scorta che conducea la vittuaglia, e convenia che e' Franceschi la guidassono con molta gente e con grande fatica. Avenne che·lla vilia di santa Maria d'agosto lo re d'Araona s'era messo in aguato con Vc de' migliori de' suoi cavalieri e con MM mugaveri a piè per impedire la scorta del re di Francia, e ancora si dicea che in quella scorta venia la paga della gente del re di Francia, e però lo re d'Araona in persona si mise nell'aguato: fu rapportato per una spia a messer Raul di Rasi e a messer Gian d'Ericorte conastabole e maliscalco dell'oste del re di Francia. I detti ebboro loro consiglio, e co' migliori cavalieri dell'oste, per andare a combattere col detto aguato, e ragionando d'andarvi grossi di gente, erano certi che 'l re d'Araona né sua gente non uscirebbono a battaglia, com'altre volte non avea fatto se non a suo vantaggio. Ma disse messer Raul di Rois valente cavaliere: "Se noi volemo essere valenti uomini, e trarrelo a battaglia, andianvi con poca gente, sì che gli paia avere buono mercato di noi". E così fu fatto; ch'eglino presono il conte della Marcia e de' più eletti baroni e baccellieri d'arme che fossono in tutta l'oste, infino in quantità di IIIc cavalieri sanza più, e misonsi contro l'aguato. Lo re d'Araona veggendo che non erano maggior quantità, e egli avea gente troppa più di loro, lasciando i pedoni s'affrettò di fedire co' suoi cavalieri, e si mise alla battaglia, la quale fu dura e aspra, sì come di tanti eletti e provati cavalieri. Alla fine, come piacque a·dDio, i Franceschi sconfissono il re d'Araona, e egli fu fedito duramente nel viso d'una lancia, e fu ritenuto e preso per le redine di suo cavallo. Il detto re con tutta la fedita ch'avea, fu accorto, e colla spada tagliò le redine al suo cavallo, e diegli degli sproni, e uscì della pressa, e fuggì con sua gente; alla quale battaglia rimasono morti da C buoni cavalieri araonesi e catalani, e molti fediti. Lo re Piero tornato a Villafranca, non abbiendo buona cura della sua fedita, e per alcuno si disse ch'egli giacque carnalmente con una donna non essendo salda né guerita la piaga, onde poco appresso ne morìo, a dì VIIII del mese di novembre, gli anni di Cristo MCCLXXXV, e fu soppellito in Barzellona nobilemente. Ma innanzi ch'egli morisse raquistò Gironda, come appresso faremo menzione, e fece suo testamento, e lasciò che l'isola di Maiolica fosse renduta al re Giamo suo fratello, e lasciò re d'Araona Nanfus suo primogenito figliuolo, e Giacomo suo secondo figliuolo re di Cicilia, con tutto che 'l detto Nanfus vivette poco, e succedette il reame al suo fratello re Giamo. Il sopradetto Piero re d'Araona fu valente signore e pro' in arme, e bene aventuroso e savio, e ridottalo da' Cristiani, e da' Saracini altrettanto o più, come nullo che regnasse al suo tempo.

 

 

<B>CIV</B>

 

<I>Come lo re di Francia ebbe la città di Gironda, e come la sua armata fu sconfitta in mare.</I>

Come lo re d'Araona fu sconfitto per lo modo detto di sopra, il re di Francia ebbe grande allegrezza, e misesi forte a strignere la città di Gironda, la quale sentendo come lo re d'Araona loro signore era stato sconfitto e fedito a morte, e essendo in grande stretta di vittuaglia, che non era loro rimaso a vivere che per tre giorni, sì s'arrenderono al re di Francia, salve le persone e ciò che nne potessono trarre, e così fu fatto; e lo re fece fornire Gironda di vittuaglia e di sua gente. In questa stanzia lo re di Francia prese suo consiglio di tornare a vernare in tolosana, e parte di suo navilio s'era partito dal porto di Roses in Catalogna e tornato in Proenza. Avenne che in quegli giorni era venuto di Cicilia in Catalogna Ruggieri di Loria ammiraglio del re d'Araona con XLV galee armate in aiuto di suo signore; sentendo che 'l navilio del re di Francia era nel porto di Roses, e assai scemato e straccato, sì l'asaliro colle sue galee e coll'aiuto di quegli della terra che·ssi rubellarono al re di Francia e tennono co' Ciciliani, sì furono sconfitti e presi i Franceschi, e fu arso gran parte del navilio del re di Francia, e fu preso l'amiraglio, ch'avea nome messer Inghirramo di Baliuolo. E alla detta battaglia del porto di Roses venne al soccorso dell'oste del re di Francia il suo maliscalco con grande gente a piede e a cavallo; ma poco e niente poterono adoperare alla difensione del loro navilio ch'era in mare, ma veggendolo preso, misono fuoco nella terra del porto di Roses, e si tornarono all'oste del re di Francia.

<B>CV</B>

 

<I>Come il re di Francia si partì d'Araona, e morì a Perpignano.</I>

Lo re Filippo di Francia veggendosi la fortuna così mutata e contraria, e preso e arso il suo navilio che gli portava la vittuaglia a l'oste, sì si diede molta maninconia e dolore, per la quale amalò forte di febbre e di flusso, onde i suoi baroni presono per consiglio di partirsi e tornare in tolosana, e per nicessità il conveniva loro fare per la difalta della vittuaglia, e del tempo contrario dell'autunno, e per la malatia del loro re. E così si partirono intorno le calen di ottobre, recandone lo re malato in bara, e con poca ordine sciarrati, e chi meglio e più tosto potea camminare; onde passando il forte passo delle Schiuse delle grandi montagne Phyris, i Raonesi e' Catalani ch'erano al passo vollono impedire la bara dove il re di Francia era malato. Veggendo ciò i Franceschi, come disperati si misono alla battaglia contro a quegli ch'erano al passo, per non lasciare prendere il corpo del re, e per forza d'arme gli ruppono e sconfissono, e cacciarono del passo; ma molta gente minuta a piè de' Franceschi furono presi e morti, e molti somieri, arnesi, e cavagli straccati e presi per gli Catalani e Raonesi. E poco appresso la partita del re di Francia e di sua oste il re d'Araona riebbe Gironda a patti. E giunta l'oste del re di Francia a modo di sconfitta a Perpignano, come piacque a·dDio, il re Filippo di Francia passò di questa vita a dì VI d'ottobre, gli anni di Cristo MCCLXXXV, ed in Perpignano la reina Maria sua moglie con sua compagnia feciono grande corrotto e dolore. E poi Filippo e Carlo suoi figliuoli feciono recare il corpo a Parigi, e fu soppellito a San Donis co' suoi anticessori a grande onore. Questa impresa d'Araona fue colla maggiore perdita di gente, e consumazione di cavagli e di tesoro, che quasi mai per gli tempi passati avesse avuto il reame di Francia; che poi lo re appresso il detto Filippo e gli più de' baroni sempre furono in debito e male agiati di moneta. E appresso la morte del re Filippo di Francia fu fatto re di Francia il re Filippo il Bello suo maggiore figliuolo, e coronato a re alla città di Riens colla reina Giovanna di Navarra sua moglie il giorno della Pifania appresso. E nota che in uno anno o poco più, come piacque a·dDio, morirono IIII così grandi signori de' Cristiani, come fu papa Martino, e il buono Carlo re di Cicilia e di Puglia, e il valente Piero re d'Araona, e il possente Filippo re di Francia, di cui avemo fatta menzione. Questo re Filippo fu signore di gran cuore, e in sua vita fece grandi imprese, prima quando andò sopra lo re di Spagna, e poi sopra lo conte di Fusci, e poi sopra il re d'Araona, con più potenzia che mai suo anticessoro avesse fatto. Lasceremo a dire de' fatti d'oltremonti, ch'assai ne avemo detto a questa volta, e torneremo a dire de' fatti della nostra Italia avenuti ne' detti tempi.

<B>CVI</B>

 

<I>Della morte di papa Martino quarto, e come fu fatto papa Onorio de' Savelli di Roma.</I>

Negli anni di Cristo passati MCCLXXXV, a dì XXIIII di marzo, morì papa Martino in Perugia, e là fu soppellito onorevolemente. Questi fu buono uomo e molto favorevole per santa Chiesa a quelli della casa di Francia, perché era natio dal Torso in Torena di Francia. E poi la domenica appresso, primo dì d'aprile, gli anni di Cristo MCCLXXXVI, fu eletto e fatto papa Onorio quarto della casa de' Savelli gentili uomini di Roma, e vivette nel papato II anni e II dì, e quello che fu al suo papato ne faremo menzione appresso per gli tempi.

<B>CVII</B>

 

<I>Come certo navilio de Genovesi furono presi da' Pisani.</I>

Nel detto anno MCCLXXXV, del mese di novembre, i Pisani presono V navi grosse de' Genovesi e più altri legni di Catalani e Ciciliani, i quali veniano di Romania e di Cicilia, e per fortuna di tempo, per forza del vento a scilocco, fuggirono in Porto Pisano, non possendolo schifare, e parte ne ruppono, e' Pisani vi trassono da Pisa a cavallo e a piè, e presono il detto navilio; onde i Genovesi ricevettono danno di valuta di Lm fiorini d'oro, e gli uomini rimasono pregioni, e' legni de' Catalani e Ciciliani furono mendi per li Pisani.

<B>CVIII</B>

 

<I>Come il conte Guido da Montefeltro signore in Romagna s'arrendé alla Chiesa di Roma.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXV, essendo papa Onorio quarto de' Savelli di Roma, il conte Guido da Montefeltro, il quale più tempo avea tenuta occupata la provincia di Romagna, sì come tiranno contro alla Chiesa di Roma in parte ghibellina, ove grandissimo spargimento di sangue era fatto, come in parte è fatta menzione adietro, e innumerabile spoglio di moneta per la Chiesa di Roma, e per gli Fiorentini e Bolognesi in servigio della Chiesa, e già perduta per lo detto conte da Montefeltro la città di Faenza e quella di Cervia, e rendute alle comandamenta della Chiesa, il detto conte Guido con patti ordinati venne a' comandamenti del detto papa, il quale gli perdonò, e mandollo a' confini in Piemonte, e tenne due suoi figliuoli per stadichi, e riformò tutta Romagna alla ubbidienza di santa Chiesa, e mandovvi il papa per conte messer Guiglielmo Durante di Proenza.

<B>CIX</B>

 

<I>Come papa Onorio mutò l'abito a' frati carmelliti.</I>

Al tempo del detto papa Onorio de' Savelli, portando i frati del Carmino uno abito, il quale secondo religiosi pareva molto disonesto, ciò era la cappa di sopra acerchiata con larghe doghe bianche e bigie, dicendo che quello era l'abito di santo Elia profeta, il quale stava nel Monte Carmelio in Soria, il detto papa Onorio il fece per più onestà mutare, e fare la cappa tutta bigia. Per la quale mutazione si dice che 'l soldano de' Saracini che allora era, il quale (tutto che quelli frati eremita ch'erano di quello ordine, che stavano nel Monte Carmelio, fossono Cristiani) gli aveva in reverenzia per onore di santo Elia profeta, ch'era stato capo di quello luogo e di quello ordine, dapoi che mutarono l'abito, per dispetto del papa e de' cristiani gli fece cacciare del Monte Carmelio, e abitarlo per Saracini.

<B>CX</B>

 

<I>Come il vescovo d'Arezzo fece rubellare il Poggio a Santa Cecilia nel contado di Siena, e come si racquistò.</I>

Nel detto anno, all'uscita del mese d'ottobre, messer Guiglielmino degli Ubertini di Valdarno, che allora era vescovo d'Arezzo, e era più uomo d'arme che a onestà di chericia, per suo inducimento mandando Vc fanti ghibellini del contado di Firenze e d'Arezzo e di Siena, fece rubellare incontro a' Sanesi uno forte castello del contado di Siena, che si chiamava Poggio Santa Cecilia, per fare guerra a' Sanesi, onde grande turbazione fu a tutta parte guelfa di Toscana, però ch'era in parte da fare molta guerra. Per la qual cosa il Comune di Siena colla forza de' Fiorentini, che vi cavalcò molta buona gente cittadini di Firenze, e la taglia de' Guelfi di Toscana, ond'era capitano il conte Guido di Monforte, v'andarono ad oste, faccendovi gittare dentro molti difici, e durovvi l'assedio più di V mesi. E raunando il detto vescovo sua oste di tutta parte ghibellina di Toscana per levare il detto assedio, non ebbe podere, però che·lla parte de' Guelfi erano più possenti; per la qual cosa quegli del castello avendo perduta la speranza del soccorso, n'uscirono la notte di sabato d'ulivo del mese d'aprile, e molti ne furono morti e presi, e quegli che furono menati in Siena, furono chi impiccato e chi tagliato il capo, e 'l castello fu tutto disfatto insino alle fondamenta.

<B>CXI</B>

 

<I>Come in Italia ebbe grande carestia di vittuaglia.</I>

Nell'anno MCCLXXXVI, spezialmente del mese d'aprile e di maggio, fu grande caro di vittuaglia in tutta Italia, e valse in Firenze lo staio del grano alla misura rasa soldi XVIII di soldi XXXV il fiorino dell'oro.

<B>CXII</B>

 

<I>Come messer Prezzivalle dal Fiesco venne in Toscana per vicario d'imperio.</I>

Nel detto anno aconsentìo papa Onorio che messer Prezzivalle dal Fiesco de' conti da·lLavagna di Genova fosse vicario d'imperio, e andò in Alamagna, e fecesi confermare al re Ridolfo, il quale era eletto re de' Romani, e venne il detto vicario in Toscana per raquistare le ragioni dello 'mperio. Fu in Firenze in casa i Mozzi, e richiese i Fiorentini, e' Sanesi, e' Lucchesi, e' Pistolesi, e l'altre terre e baroni di parte guelfa di Toscana che giurassono le comandamenta dello 'mperio, i quali non vollono ubbidire né giurare; per la qual cosa il detto vicario si partì di Firenze in discordia, e condannòe i Fiorentini in LXm marchi d'ariento, e consequente per rata tutte le terre guelfe che nol vollono ubbidire, e poi n'andò in Arezzo, e fece isbandire i Fiorentini in avere e in persona, e per simile modo tutte l'altre terre disubidienti. Ma istando in Arezzo, e non avendo séguito, però che i Guelfi nol voleano ubbidire per non rassultare lo 'mperio, e' Ghibellini l'aveano a sospetto perch'era di progenia e nazione stati Guelfi, e però si tornò al re Ridolfo in Alamagna con suo poco onore.

<B>CXIII</B>

 

<I>Come morìo papa Onorio de' Savelli.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXVII, a dì III d'aprile, morìo papa Onorio in Roma, e là fu soppellito a grande onore nella chiesa di Santo... Questi sostenne anzi parte ghibellina che guelfa, e poco aiuto o niente diede all'erede del re Carlo alla guerra di Cicilia, onde montò molto lo stato e podere del re Giamo d'Araona, che se ne avea fatto coronare re, e tutta parte ghibellina d'Italia, come innanzi faremo menzione.

<B>CXIV</B>

 

<I>Come in Firenze ebbe certa novitade in questo tempo.</I>

Nel detto anno, essendo podestà di Firenze messer Matteo da Fogliano di Reggio, avendo preso e condannato nella testa per micidio fatto uno grande guerriere e caporale, ch'avea nome Totto de' Mazzinghi da Campi, e andando alla giustizia, messer Corso de' Donati con suo seguito il volle torre alla famiglia per forza; per la qual cosa la detta podestà fece sonare la campana a martello; onde s'armarono e trassono al palagio tutta la buona gente di Firenze, chi a cavallo e chi a piè, gridando: "Iustizia, iustizia!". Per la qual cosa la detta podestà aseguì il suo processo, e dove al detto Totto dovea essere tagliata la testa, il fece strascinare per la terra, e poi impiccare per la gola, e condannò in moneta coloro ch'aveano cominciato il romore e impedita la giustizia.

<B>CXV</B>

 

<I>Come furono cacciati i Guelfi d'Arezzo, onde si cominciò la guerra tra' Fiorentini e gli Aretini.</I>

Nel detto anno, del mese di giugno, vacante la Chiesa, e la parte ghibellina presa molta baldanza in Toscana perché non v'era papa, essendo nella città d'Arezzo alquanto tempo dinanzi creato popolo, e fatto uno caporale che chiamavano il priore del popolo, il quale perseguitava molto i grandi e possenti, per la qual cosa messer Rinaldo de' Bostoli cogli altri Guelfi si legarono con messer Tarlato e cogli altri grandi Ghibellini per abbattere il detto popolo. E così feciono, e presono il detto priore, e feciongli cavare gli occhi; per la qual cosa rimasono signori i grandi guelfi e ghibellini; ma i Ghibellini tradirono i Guelfi e gl'ingannarono per rimanere signori, e ordinarono col vescovo d'Arezzo che facesse sua raunata di gente ghibellina di fuori d'Arezzo, e così fece col podere di Bonconte da Montefeltro, e de' Pazzi di Valdarno, e Ubertini; e usciti' Ghibellini di Firenze, una notte vennero ad Arezzo, non prendendosi guardia i Guelfi, e per tradimento essendoli data una porta d'Arezzo, entrarono nella città, e cacciaronne fuori la parte guelfa, e fecesene fare signore. Per la quale mutazione e novità in Firenze n'ebbe grande paura e gelosia. Gli usciti guelfi cacciati d'Arezzo presono il castello di Rondine e il Monte San Savino, e feciono lega co' Fiorentini e coll'altre terre guelfe di Toscana, i quali dierono loro i cavalieri della taglia, ch'erano Vc, perché facessono guerra agli Aretini, e per la detta cagione si cominciò la guerra tra gli Aretini e' Fiorentini. E in questo tempo, com'era ordinato per gli Ghibellini, tornò messere Prezzivalle del Fiesco, vicario dello imperio d'Alamagna, in Arezzo con alquanta gente ch'ebbe dal re Ridolfo, e là fece capo con tutti i Ghibellini di Toscana, faccendo guerra a' Fiorentini e a' Sanesi. E del mese di febbraio vegnente cavalcò la gente ch'era in Arezzo, intorno di cinquecento cavalieri e pedoni assai, in sul contado di Firenze, e intorno a Monteguarchi arsono case e capanne, e levarono preda, né già per loro cavalcata non uscirono le masnade de' Fiorentini di Monteguarchi né di San Savino, onde gli Aretini si tornarono in Arezzo sani e salvi; ma poco appresso, faccendo i Ghibellini d'Arezzo loro cavalcata alla città di Chiusi, ne cacciarono la parte guelfa, e feciono i Chiusini lega co·lloro contro a' Sanesi e Montepulciano.

<B>CXVI</B>

 

<I>D'uno grande fuoco che s'accese in Firenze.</I>

Nel detto anno MCCLXXXVII, del mese di..., di notte s'apprese il fuoco in Firenze nel palagio de' Cerretani dalla porta del vescovo, e arse il detto palagio, e più case d'intorno, con grande danno di loro e de' vicini, e morivi una balia con uno fanciullo; che poi ch'ella ne fu fuori si ricordò di suoi danari ch'avea lasciati in una cassetta, e per covidigia vi tornò, onde rimase nel fuoco. Di questa vile ricordanza avemo fatta memoria per esemplo della folle avarizia delle femmine. Lasceremo de' fatti di Firenze, e torneremo alquanto a contare della guerra di Cicilia.

<B>CXVII</B>

 

<I>Come l'armata di Carlo Martello presono la città d'Agosta in Cicilia, e come la loro armata fu sconfitta in mare da Ruggieri di Loria.</I>

Nel detto anno MCCLXXXVII, a dì XXII d'aprile, si partirono da Napoli L tra galee e uscieri armate con Vc cavalieri, le quali avea fatte apparecchiare il conte d'Artese, il quale era balio e governatore di Carlo Martello giovane figliuolo di Carlo secondo, e di tutto il Regno, e di quelle fece amiraglio e capitano messer Rinaldo da Velli. E passò in Cicilia, e prese per forza per lo sùbito e improviso avenimento la città d'Agosta, e rimandò il navilio a Brandizio in Puglia per guernigione, e quella Agosta afforzò molto per difenderla e tenerla per l'erede del re Carlo, come valoroso e savio cavaliere. Come don Giamo d'Araona signore di Cicilia seppe ciò, sì andò con tutto suo isforzo all'assedio della detta città d'Agosta ribellata, e fece armare al suo amiraglio messer Ruggieri di Loria XLV galee, acciò che guardasse le marine, che vittuaglia non potesse venire alla guernigione dell'Agosta, e che se armata si facesse a Napoli, non si potesse agiugnere con quella di Brandizio. Come il conte Artese ebbe la novella della presa dell'Agosta, ordinò d'armare a Brandizio il navilio e galee ch'erano tornate con molta vittuaglia e guernigione, e a Napoli poi fece armare LX galee per soccorrere l'Agosta, e passare in Cicilia con grande oste, e con molti baroni e cavalieri franceschi e provenzali e italiani, e della detta armata era amiraglio messer Arrighino da Mare di Genova. Come Ruggieri di Loria seppe la novella, incontanente, come savio amiraglio e maestro di guerra, si diliberò di venire adosso all'armata di Napoli, e per sottrarreli alla battaglia innanzi che s'accozzassero coll'armata di Puglia che dovea partire da Brandizio; e così gli venne fatto, che il dì di santo Giovanni, del mese di giugno del detto anno, Ruggieri di Loria colla sua armata venne insino nel porto di Napoli, faccendo saettare nella terra, e con grida e villane parole e a isvergognare il conte Artese e' suoi Franceschi, i quali come gente poco savi di guerra di mare, vedendosi dispregiare a' Catalani e a' Ciciliani, presono isdegno, e con furia e sanza ordine montarono in galee, e ciò fu il conte Guido di Monforte, e il conte di Brenna, e messer Filippo figliuolo del conte di Fiandra, e più altri baroni e cavalieri, e colle dette LX galee armate di molta buona gente uscirono del porto di Napoli seguendo l'armata de' Ciciliani. Ruggieri di Loria amiraglio di Cicilia, avendosi dilungato da Napoli intorno di VI miglia, veggendo venire la detta armata isparta e non ordinata, come valente amiraglio prese suo vantaggio, non guardando perché fossono più galee che le sue: sì fece vogliere le sue galee e fedire a la detta armata, spezialmente alle galee ov'erano i signori franceschi, i quali conoscea per mali maestri di mare. La battaglia fu aspra e dura, che con tutto che' baroni e' cavalieri franceschi e provenzali non fossono usi di battaglia di mare, pure erano valenti e virtudiosi in arme; ma alla fine abandonati dal loro amiraglio messer Arrighino da Mare (non piaccendogli la battaglia non volle fedire colle sue galee genovesi), le galee de' baroni furono sconfitte e prese gran parte, e menati in Cicilia; ma poi per danari la maggiore parte de' baroni e cavalieri si ricomperarono, salvo il conte di Monforte che morì in pregione. La detta sconfitta fu grande abbassamento della parte di Carlo Martello e del conte d'Artese, che teneano il Regno, e grande esultamento de' Ciciliani e de' Catalani; per la qual cosa, del mese di luglio presente, s'arendé la città d'Agosta a don Giamo, salve le persone, e fecesi triegua tra·lle dette parti dalla san Michele vegnente a uno anno. Lasceremo alquanto della detta materia, e diremo d'altre novitadi di Firenze e di Toscana ne' detti tempi.

<B>CXVIII</B>

 

<I>Come s'apprese uno grande fuoco in Firenze in casa Cerchi.</I>

Nel detto anno, a dì VIIII di febbraio, la notte di carnasciale s'apprese il fuoco in Firenze nelle case e palagi de' Cerchi neri da porte San Piero, e arse dalla volta ch'era in su l'antica porta insino a la 'ncontra di Santa Maria in Campo, i quali erano molto belli e ricchi palagi e casamenti; e arsevi molta roba e ricchi arnesi, ma non v'ebbe danno di persona. Ma poco tempo appresso i detti Cerchi, ch'erano di grande ricchezza e podere, le feciono rifare più belle che prima.

<B>CXIX</B>

 

<I>Della chiamata di papa Niccola IIII d'Ascoli.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXVII, in mezzo febbraio, il dì di caffera san Piero fu eletto papa Niccola IIII della città d'Ascoli della Marca. Questi avea nome Girolamo, e fu frate minore, e per sua bontà e scienzia fu fatto ministro generale dell'ordine, e poi cardinale, e poi papa; e sedette anni IIII, e mesi I, e dì VIII; e vacò la Chiesa dopo la sua morte anni II, e mesi III, e dì VIII. Quello che fu fatto per lui, e al suo tempo, faremo menzione per gli tempi ordinatamente. Questi favorò molto parte ghibellina occultamente, e tutta sua famiglia erano Ghibellini, e quegli della casa della Colonna agrandì molto, e fece cardinale messer Piero della Colonna, nonostante ch'avesse moglie, la quale dispensò e fece fare monaca; e per partire gli Orsini, a petizione de' Colonnesi fece cardinale messer Nepoleone Orsini di que' dal Monte, loro parente e nemico degli altri; per la qual cosa molto montò lo stato de' Ghibellini, e abbassò lo stato del re Carlo e de' Guelfi.

<B>CXX</B>

 

<I>D'una grande oste che 'l Comune di Firenze fece sopra la città d'Arezzo, e alla partita i Sanesi furono sconfitti alla pieve al Toppo.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXVIII, i Fiorentini coll'altre terre guelfe della taglia di Toscana, veggendo che 'l vescovo d'Arezzo col suo séguito de' Ghibellini di Toscana, e del Ducato, e di Romagna, e della Marca aveano fatto capo in Arezzo, e raunata di gente a cavallo e a piè, e faceano guerra in sul contado di Firenze e in su quello di Siena, i Fiorentini si dispuosono di contastare all'orgoglio degli Aretini, e impuosono tra·lloro VIIIc cavallate con ricchi e grossi cavalli, e bandirono oste sopra Arezzo, e date loro insegne, a dì XXIII di maggio del detto anno, alla signoria di messer Antonio da Fosseraco di Lodi, mandarono le dette bandiere e insegne alla badia a Ripole, e là stettono VIII giorni spiegate. E ciò usavano i Fiorentini in quello tempo per grandigia e signoria, che voleano che·lla loro uscita ad oste fosse palese e nota a' nemici e a·ttutta gente. Poi si mosse l'oste il primo dì di giugno, e furono XXVIc di cavalieri e XIIm pedoni; che VIIIc furono cavallate di propii cittadini di Firenze grandi e popolani, e IIIc soldati propii de' Fiorentini, e Vc della taglia della compagnia de' Guelfi di Toscana e IIIc di Lucca, e CL di Pistoia, e L di Prato, e L di Volterra, e L di Samminiato, e L di San Gimignano, e XXX di Colle, e da CCL d'altra amistà, e de' conti Guidi guelfi, Maghinardo da Susinana, messer Iacopo da·fFano, Filippuccio da Iegi, e' marchesi Malispini, e giudice di Gallura, e' conti Alberti, e altri baroncelli di Toscana; e fu la più grande e ricca oste che facessono i Fiorentini dapoi che' Guelfi tornarono in Firenze. E stettono a oste in sul contado d'Arezzo XXII dì, e presono il castello di Leona e disfeciollo, e presono Castiglione degli Ubertini, e le Conie, e più di XL altre castella e fortezze della Valle d'Ambra e del contado intorno ad Arezzo. E puosonsi ad oste al castello di Laterino, e stettonvi VIII dì, ed ebbollo a patti, che v'era dentro per capitano Lupo degli Uberti, veggendosi chiudere e steccare d'intorno; onde molto fu biasimato da' Ghibellini, però che si potea tenere, e era fornito per più di III mesi. Ma Lupo si scusava per motti, che nullo lupo nonn-era costumato di stare rinchiuso. E renduto Laterino a' Fiorentini, guernirlo; e in questa stanza vi vennero i Sanesi con loro isforzo di IIIIc cavalieri e di IIIm pedoni molto bella gente, e guastarono tutte le vigne e giardini intorno alle mura d'Arezzo, e tagliarono l'olmo. Ma istando a campo, la vilia di santo Giovanni Batista fu maggiore turbico di vento e d'acqua che·ssi ricordi, e abbatté trabacche e padiglioni, ispezialmente nel campo de' Sanesi, che tutte le stracciò e portò il vento in aria, e fu segno del loro futuro danno. E poi il dì di san Giovanni Batista vennero i Fiorentini schierati in sul prato d'Arezzo, e in quello dinanzi alla porta della città feciono correre il palio, siccome per loro costuma si facea per la detta festa in Firenze, e fecionvisi XII cavalieri di corredo. E ciò fatto, l'oste de' Fiorentini si partì il dì appresso, e lasciando in Laterino in guernigione C cavalieri per guerreggiare Arezzo; e tornò l'oste in Firenze co·lloro amistà bene aventurosamente, sanza contasto o vista di niuna forza de' nimici. E vollono che' Sanesi per loro sicurtà ne venissono colla loro oste insieme infino a Montevarchi, e di là se n'andassero a Siena per la via di Montegrossoli; onde i Sanesi tenendosi possenti e leggiadri, isdegnarono, e non vollono fare quella via, né vollono compagnia de' Fiorentini, e feciono la via diritta per guastare il castello di Licignano di Valdichiane, salvo che co·lloro andò il conte Allessandro da Romena, allora capitano della taglia, con certi di sua gente. I capitani di guerra della città d'Arezzo, che ve n'avea assai e buoni, il caporale Bonconte da Montefeltro e messer Guiglielmino Pazzo, sentendo la partita che doveano fare i Sanesi, misono uno guato con IIIc cavalieri e IIm pedoni al valico della pieve al Toppo, onde valicavano i Sanesi male ordinati, per troppa baldanza isproveduti, e giugnendo al detto valico, assaliti dagli Aretini, per la poca loro ordine e sproveduto assalto furono assai tosto sconfitti, e furonne tra morti e presi più di IIIc pur de' migliori cittadini di Siena, e de' migliori e gentili uomini di Maremma ch'erano in loro compagnia, intra' quali vi morìo Rinuccio di Pepo di Maremma, molto nomato capitano; della quale sconfitta i Sanesi n'ebbono grande abbassamento, e' Fiorentini e tutti i Guelfi di Toscana ne sbigottirono assai, e gli Aretini ne montarono in grande orgoglio, come innanzi faremo menzione.

<B>CXXI</B>

 

<I>Come furono cacciati di Pisa il giudice di Gallura e la parte guelfa, e preso il conte Ugolino.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXVIII, del mese di luglio, essendo criata in Pisa grande divisione e sette per cagione della signoria, che dell'una era capo il giudice Nino di Gallura di Visconti con certi Guelfi e l'altro era il conte Ugolino de' Gherardeschi coll'altra parte de' Guelfi, e l'altro era l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini co' Lanfranchi, e Gualandi, e Sismondi, con altre case ghibelline, il detto conte Ugolino per essere signore s'accostò coll'arcivescovo e sua parte, e tradì il giudice Nino, non guardando che fosse suo nipote figliuolo della figliuola, e ordinarono che fosse cacciato di Pisa co' suoi seguaci, o preso in persona. Giudice Nino sentendo ciò, e non veggendosi forte al riparo, si partì della terra, e andossene a Calci suo castello, e allegossi co' Fiorentini e' Lucchesi per fare guerra a' Pisani. Il conte Ugolino innanzi che giudice Nino si partisse, per coprire meglio suo tradimento, ordinata la cacciata di giudice, se n'andò fuori di Pisa a uno suo maniero che·ssi chiamava Settimo. Come seppe la partita di giudice Nino, tornò in Pisa con grande allegrezza, e da' Pisani fu fatto signore con grande allegrezza e festa; ma poco stette in su la signoria, che·lla fortuna gli si rivolse al contrario, come piacque a·dDio, per gli suoi tradimenti e peccati; che di vero si disse ch'egli fece avelenare il conte Anselmo da Capraia suo nipote, figliuolo della serocchia, per invidia, e perché era in Pisa grazioso, e temendo non gli togliesse suo stato. E avenne al conte Ugolino quello che di poco dinanzi gli avea profetato uno savio e valente uomo di corte, chiamato Marco Lombardo; che quando il conte fu al tutto chiamato signore di Pisa, e quando era in maggiore stato e felicità, fece per lo giorno di sua natività una ricca festa, ov'ebbe i figliuoli, e' nipoti, e tutto suo lignaggio e parenti, uomini e donne, con grande pompa di vestimenti e d'arredi, e apparecchiamento di ricca festa. Il conte prese il detto Marco, e vennegli mostrando tutta sua grandezza e potenzia, e apparecchiamento della detta festa; e ciò fatto, il domandò: "Marco, che te ne pare?". Il savio gli rispuose subito, e disse: "Voi siete meglio apparecchiato a ricevere la mala meccianza, che barone d'Italia". E il conte temendo della parola di Marco, disse: "Perché?". E Marco rispuose: "Perché non vi falla altro che·ll'ira d'Iddio". E certo l'ira d'Iddio tosto gli sopravenne, come piacque a·dDio, per gli suoi tradimenti e peccati, ché come era conceputo per l'arcivescovo di Pisa e' suoi seguaci di cacciare di Pisa giudice Nino e' suoi, col tradimento e trattato dal conte Ugolino, scemata la forza de' Guelfi, ordinò l'arcivescovo di tradire il conte Ugolino; e subitamente a furore di popolo il fece assalire e combattere al palagio, faccendo intendere al popolo ch'egli avea tradito Pisa, e rendute le loro castella a' Fiorentini e a' Lucchesi; e sanza nullo riparo rivoltoglisi il popolo adosso, s'arrendéo preso, e al detto assalto fu morto uno suo figliuolo bastardo e uno suo nipote, e preso il conte Ugolino, e due suoi figliuoli, e tre nipoti figliuoli del figliuolo, e misorgli in pregione, e cacciarono di Pisa la sua famiglia e suoi seguaci, e Visconti, e Ubizzinghi, Guatani, e tutte l'altre case guelfe. E così fu il traditore dal traditore tradito; onde a parte guelfa di Toscana fu grande abassamento, e esultazione de' Ghibellini per la detta revoluzione di Pisa, e per la forza de' Ghibellini d'Arezzo, e per la potenzia e vittorie di don Giamo di Raona e de' Ciciliani contra l'erede del re Carlo.

<B>CXXII</B>

 

<I>Come i Lucchesi presono sopra i Pisani il castello d'Asciano.</I>

Nel detto anno, del mese d'agosto, i Lucchesi con giudice di Gallura e cogli usciti guelfi di Pisa (e di Firenze v'andarono XII cavalieri di corredo con CC cavalieri soldati) andarono ad oste in sul contado di Pisa, e puosonsi al castello d'Asciano presso di Pisa a tre miglia, e ebbollo a patti, salve le persone, e tornarono in Lucca sani e salvi sanza nullo contasto de' Pisani. E per loro dispetto i Lucchesi, preso il castello, nella maggiore torre feciono mettere più specchi, perché i Pisani vi si specchiassono.

<B>CXXIII</B>

 

<I>Come' soldati de' Pisani che venieno di Campagna furono sconfitti in Maremma da' soldati de' Fiorentini.</I>

Nel detto anno, del mese di settembre, vegnendo di terra di Roma e di Campagna CC cavalieri soldati per lo Comune di Pisa, i quali guidava il conticino da Ilci di Maremma, sentendo la loro venuta il giudice di Gallura ch'era in Samminiato, con ordine de' Fiorentini, mandarono loro incontro IIIc cavalieri di quegli della taglia con certi Fiorentini, onde fu capitano messer Guelfo de' Cavalcanti e Berardo da Rieti conastabole per condotta di Minuccio da Biserno; e scontrandosi co' detti soldati de' Pisani in Maremma, gli ruppono e sconfissono, e molti ne furono morti e presi, che pochi ne scamparono col conticino da Ilci; e le loro insegne recate in Firenze con grande festa, e il detto Berardo da Rieti conastabole fu fatto cavaliere per lo Comune di Firenze, e feciongli ricchi doni e grande onore.

<B>CXXIV</B>

 

<I>Della cavalcata che' Fiorentini feciono a Laterina per andare sopra ad Arezzo.</I>

Nel detto tempo, a dì XV di settembre, essendo gli Aretini ad oste sopra uno loro castello rubellato per gli Guelfi, ch'avea nome Corciano, i Fiorentini, per farne levare da oste gli Aretini, cavalcarono subitamente a Laterino per andare verso Arezzo, e furono le cavallate di Firenze, e da CCL loro soldati; sicché furono intorno di M uomini a cavallo e da IIIIm pedoni, e in quella oste e cavalcata si diede di prima la 'nsegna reale dell'arme del re Carlo, e ebbela messer Berto Frescobaldi, e poi sempre l'usarono i Fiorentini in loro oste per la mastra insegna. E sentendo gli Aretini la detta cavalcata, per tema della terra, di notte si levarono dal detto castello, quasi a modo di sconfitta, non aspettando l'uno l'altro, e tornarono in Arezzo; e ciò fatto, per rinvigorire loro parte mandarono a' Fiorentini che gli atendessono, che voleano la battaglia; i quali avuta la novella, allegramente gli attesono al castello di Laterino: gli Aretini co·lloro amistà di Marchigiani, e Romagnuoli, e usciti ghibellini di Firenze e delle terre di Toscana, in quantità di VIIc cavalieri e di VIIIm pedoni, vennero schierati alla ripa di là dall'Arno che si chiama Ca della Riccia, incontro a Laterino. I Fiorentini veggendo i nimici, francamente s'armaro, e usciro di Laterino, e schierarsi in su la riva d'Arno, il quale fiume d'Arno in quello tempo era molto sottile d'acqua, e agevole a passare a quegli da piè, non che a quegli da cavallo. E ciò fatto, i Fiorentini richiesono gli Aretini che scendessono al piano in su l'Arno, o dessono campo a·lloro di passare in su il loro piano per venire alla battaglia; ma gli Aretini a·cciò non feciono risposta, ma guardavano di prendere loro vantaggio della battaglia al passare dell'Arno; e così stette ciascuna parte alla gara. Alla fine gli Aretini, schifando la battaglia, si partirono sconciamente e tornaronsi in Arezzo, e' Fiorentini rimasono schierati in su la riva d'Arno infino al vespro, e poi si tornarono in Laterino; e vegnendone poi verso Firenze, disfeciono Montemarciano, e Poggio Tazi, e Montefortino, castella de' Pazzi di Valdarno. Ma partiti i Fiorentini di Laterino, la masnada d'Arezzo con certi Ghibellini essendo in Bibbiena in Casentino, per condotta di certi isbanditi e rubelli ghibellini di Valdisieve, cavalcarono infino al Ponte a Sieve presso a·fFirenze a X miglia, levando preda, e ardendo, e guastando per quelle contrade, e faccendo danno assai, si tornarono sanza contasto in Bibbiena; e ciò fu a dì XIII d'ottobre del detto anno.

<B>CXXV</B>

 

<I>Come il prenze Carlo uscì dalla pregione del re d'Araona.</I>

Nel detto anno, del mese di novembre, il prenze Carlo uscì della pregione del re d'Araona per procaccio del re Adoardo re d'Inghilterra, con patti, che promise a don Anfus re d'Araona ch'a suo podere procaccerebbe che messer Carlo di Valos fratello de·re di Francia rinunzierebbe con volontà del papa il privilegio del reame d'Araona, che gli avea dato la Chiesa al tempo di papa Martino, come addietro facemmo menzione; e se ciò non facesse, promise e giurò di ritornare in sua pregione dal giorno a tre anni. E per fermezza della detta promessa lasciò per istadichi III suoi figliuoli, Ruberto, e Ramondo, e Giovanni, e L de' migliori cavalieri di Proenza. E costogli il detto accordo XXXm marchi di sterlini. E ciò fatto, il detto prenze Carlo n'andò in Francia al re per fare rinunziare a messer Carlo, ma niente ne poté fare.

<B>CXXVI</B>

 

<I>D'uno grande diluvio d'acqua che fu in Firenze.</I>

Nel detto anno, a dì V di dicembre, fu in Firenze e nel contado uno grande diluvio di piova, onde il fiume d'Arno crebbe sì disordinatamente, e durò col detto empito fuori d'ogni termine usato dalla mattina alla sera, e fece ruvinare palazzi e case degli Spini e de' Gianfigliazzi, ch'erano di costa al ponte a Santa Trinita, e grande danno fece nel contado di Firenze e in quello di Pisa.

<B>CXXVII</B>

 

<I>Come gli Aretini vennero guastando per lo contado di Firenze insino a San Donato in Collina.</I>

Nel detto anno, a dì XII del mese di marzo, la masnada d'Arezzo, intorno di IIIc uomini a cavallo e ben IIIm a piè, vennero infino a Montevarchi, ardendo e guastandolo intorno; e arsono il borgo del castello, e tutto dì combatterono la terra. E stando l'oste degli Aretini a Montevarchi, certi usciti di Firenze con alquanti scorridori a cavallo e a piè corsono insino a San Donato in Collina presso a·fFirenze a VII miglia, ardendo e guastando, sicché i fummi delle case e dell'arsione si vedea della città di Firenze, e cominciarono a tagliare l'olmo da San Donato per dispetto de' Fiorentini. E ciò fatto, si tornarono nel borgo di Fegghine, e stettonvi uno dì e una notte; né già per la detta cavalcata non si mosse uomo di Firenze, anzi ebbe nella terra grande gelosia, temendo che·lla detta cavalcata non fosse fatta per tradimento della terra, perché in Firenze erano rimasi molti Ghibellini grandi e popolani, de' quali per quello sospetto molti ne furono mandati a' confini, e la città rimase sanza sospetto.

<B>CXXVIII</B>

 

<I>Come i Pisani feciono loro capitano il conte da Montefeltro, e come feciono morire di fame il conte Ugolino e' figliuoli e' nipoti.</I>

Nel detto anno MCCLXXXVIII, del detto mese di marzo, riscaldandosi le guerre di Toscana tra' Guelfi e' Ghibellini, per la guerra cominciata de' Fiorentini e Sanesi agli Aretini, e de' Fiorentini e Lucchesi a' Pisani, i Pisani elessono per loro capitano di guerra il conte Guido di Montefeltro, dandogli grande giuridizione e signoria; il quale ruppe i confini ch'avea per la Chiesa, e partissi di Piemonte, e venne in Pisa; per la qual cosa egli e' suoi figliuoli e famiglia, e tutto il Comune di Pisa, dalla Chiesa di Roma furono scomunicati, siccome ribelli e nimici di santa Chiesa. E giunto il detto conte in Pisa del detto mese di marzo, i Pisani, i quali aveano messo in pregione il conte Ugolino e due suoi figliuoli, e due figliuoli del conte Guelfo suo figliuolo, siccome addietro facemmo menzione, in una torre in su la piazza degli anziani, feciono chiavare la porta della detta torre, e le chiavi gittare in Arno, e vietare a' detti pregioni ogni vivanda, gli quali in pochi giorni vi morirono di fame. Ma prima domandando con grida il detto conte penitenzia, non gli concedettono frate o prete che 'l confessasse. E tratti tutti e cinque insieme morti della detta torre, vilmente furono sotterrati; e d'allora innanzi la detta carcere fu chiamata la torre della fame, e sarà sempre. Di questa crudeltà furono i Pisani per l'universo mondo, ove si seppe, forte biasimati, non tanto per lo conte, che per gli suoi difetti e tradimenti era per aventura degno di sì fatta morte, ma per gli figliuoli e nipoti, ch'erano giovani garzoni e innocenti; e questo peccato commesso per gli Pisani non rimase impunito, siccome per gli tempi innanzi si potrà trovare. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze e di Toscana, e diremo d'altre novità ch'a' detti tempi apparirono, e furono per l'universo mondo.

<B>CXXIX</B>

 

<I>Come i Saracini presono Tripoli di Soria.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXVIIII, del mese di maggio, il soldano di Babbillonia d'Egitto con grandissimo esercito di Saracini a cavallo e a piè venne in Soria, e puosesi ad oste alla città di Tripoli, la quale si tenea per gli Cristiani, e quella per dificii e cave ebbe per forza; e molti Cristiani che v'avea dentro furono morti; e li giovani garzoni, e le donne e pulcelle furono violate villanamente da' Saracini, e menate in servaggio; alquanti ne scamparono in galee e legni ch'erano nel porto, e fuggirsi ad Acri. E entrativi i Saracini, la rubarono e spogliarono d'ogni sustanzia, la quale era piena di molte gioie e mercatantie e cose. E ciò fatto, la feciono abattere e disfare insino alla fondamenta, salvo il castello chiamato Nelisino, il quale era di fuori alla città ad una balestrata, e guernitollo di Saracini alla guardia, perché la città di Tripoli non si rifacesse per gli Cristiani.

<B>CXXX</B>

 

<I>Della coronazione del re Carlo secondo, e come passò per Firenze, e lasciò messer Amerigo di Nerbona per capitano di guerra de' Fiorentini.</I>

Nel detto anno, a dì II di maggio, venne in Firenze il prenze Carlo figliuolo del grande re Carlo, il quale tornava di Francia poi ch'era uscito di pregione, e andavane a corte a Rieti dov'era il papa, e da' Fiorentini fu ricevuto con grande festa, e fugli fatto grande onore e presenti da' Fiorentini; e dimorato III giorni in Firenze, si partì per fare suo cammino verso Siena. E lui partito, venne in Firenze novella che·lle masnade d'Arezzo s'apparecchiavano d'andare in sul contado di Siena per impedire o fare vergogna al detto prenze Carlo, il quale ave' piccola compagnia di gente d'arme. Incontanente i Fiorentini feciono cavalcare i cavalieri delle cavallate, ove furono tutto il fiore della buona gente di Firenze e' soldati ch'erano in Firenze, e furono in quantità di VIIIc cavalieri e IIIm pedoni per accompagnare il detto prenze; onde il prenze l'ebbe molto per bene di sì onorato servigio, e sùbito e non richesto soccorso di tanta buona gente, e con tutto che non facesse bisogno; ché sentito per gli Aretini la cavalcata de' Fiorentini, non s'ardirono d'andarvi; ma però i Fiorentini accompagnarono il detto prenze infino di là da la Bricola a' confini del contado di Siena e d'Orbivieto. E adomandato per lo Comune di Firenze al prenze uno capitano di guerra, e che confermasse loro di portare in oste la 'nsegna reale, dal prenze fu accettato, e fece cavaliere Amerigo di Nerbona grande gentile uomo, e prode e savio in guerra, e diello loro per capitano; il quale messer Amerigo con sua compagnia, intorno di C uomini a cavallo, venne in Firenze colla detta cavalleria, e il prenze n'andò a corte, e dal papa Niccola IIII e da' suoi cardinali onorevolemente fu ricevuto; e il dì della Pentecosta vegnente, a dì XXVIIII di maggio MCCLXXXVIIII, nella città di Roma fu dal detto papa coronato il detto Carlo re di Cicilia e di Puglia con grande onore, solennità e festa, e dalla Chiesa fattegli molte grazie e grandi presenti di gioielli e di moneta, e susidii di decime per aiuto della guerra di Cicilia. E ciò fatto si partì lo re Carlo di corte, e andonne nel Regno.

<B>CXXXI</B>

 

<I>Come i Fiorentini sconfissono gli Aretini a Certomondo in Casentino.</I>

Nel detto anno e mese di maggio, tornata la cavalleria di Firenze da accompagnare il prenze Carlo, e col loro capitano messer Amerigo di Nerbona, per soperchi ricevuti dagli Aretini incontanente feciono bandire oste sopra la città d'Arezzo, e diedono loro insegne di guerra a dì XIII di maggio, e la 'nsegna reale ebbe messer Gherardo Ventraia de' Tornaquinci, e incontanente che furono date le portarono alla badia a Ripole, com'era usato, e là le lasciarono con guardia, faccendo vista d'andare per quella via sopra la città d'Arezzo. E venuta l'amistà e fornita l'ordine, con segreto consiglio presono ordine e partito d'andare per la via di Casentino, e subitamente a dì II di giugno, sonate le campane a martello, si mosse la bene aventurosa oste de' Fiorentini, e le bandiere ch'erano a Ripole feciono passare Arno, e tennono la via del Ponte a Sieve, e accamparsi per attendere tutta gente in su Monte al Pruno, e là si trovarono da MVIc cavalieri e da Xm pedoni, de' quali v'ebbe VIc cittadini con cavallate, i meglio armati e montati ch'uscissono anche di Firenze, e IIIIc soldati colla gente del capitano messer Amerigo al soldo de' Fiorentini; e di Lucca v'ebbe CL cavalieri, e di Pistoia LX cavalieri e pedoni, di Prato XL cavalieri e pedoni, e di Siena CXX cavalieri, e di Volterra XL cavalieri, e di Bologna loro ambasciadori co·lloro compagnia, e di Samminiato, e di San Gimignano, e di Colle, di ciascuna terra v'ebbe gente a cavallo e a piè; e Maghinardo da Susinana buono capitano e savio di guerra con suoi Romagnuoli. E raunata la detta oste, scesono nel piano di Casentino guastando le terre del conte Guido Novello, ch'era podestà d'Arezzo. Sentendo ciò il vescovo d'Arezzo, cogli altri capitani di parte ghibellina, che assai v'aveva de' nominati, presono partito di venire con tutta loro oste a Bibbiena, perché non ricevesse il guasto, e furono VIIIc cavalieri e VIIIm pedoni, molto bella gente, e di molti savi capitani di guerra ch'avea tra·lloro, che v'era il fiore de' Ghibellini di Toscana, della Marca, e del Ducato, e di Romagna, e tutta gente costumati in arme e in guerra; sì richiesono di battaglia i Fiorentini, non temendo perché i Fiorentini fossono due cotanti cavalieri di loro, ma dispregiandogli, dicendo che·ssi lisciavano come donne, e pettinavano le zazzere, e gli aveano a schifo e per niente. Bene ci fu anche cagione perché gli Aretini si misono a battaglia co' Fiorentini, essendo due cotanti cavalieri di loro, per tema d'uno trattato che 'l vescovo d'Arezzo avea tenuto co' Fiorentini, menato per messer Marsilio de' Vecchietti, di dare in guardia a' Fiorentini Bibbiena, Civitella, e tutte le castella del suo vescovado, avendo ogn'anno a sua vita Vm fiorini d'oro, sicuro in su la compagnia de' Cerchi. il quale trattato messer Guiglielmino Pazzo suo nipote isturbò, perché il vescovo non fosse morto da' caporali ghibellini; e però avacciarono la battaglia, e menarvi il detto vescovo, ov'egli rimase morto cogli altri insieme; e così fu pulito del suo tradimento il vescovo, ch'a un'ora trattava di tradire i Fiorentini e' suoi Aretini. E ricevuto per gli Fiorentini allegramente il gaggio della battaglia, di concordia si schierarono e affrontarono le due osti più ordinatamente per l'una parte e per l'altra, che mai s'affrontasse battaglia in Italia, nel piano a piè di Poppio nella contrada detta Certomondo, che così si chiama il luogo, e una chiesa de' frati minori che v'è presso, e in uno piano che·ssi chiama Campaldino; e ciò fu un sabato mattina, a dì XI del mese di giugno, il dì di santo Barnaba appostolo. Messer Amerigo e gli altri capitani de' Fiorentini si schierarono bene e ordinatamente, faccendo CL feditori de' migliori dell'oste, de' quali furono XX cavalieri novelli, che si feciono allora; e essendo messer Vieti de' Cerchi de' capitani, e malato di sua gamba, non lasciò perciò di volere essere de' feditori; e convenendoli eleggere per lo suo sesto, nullo volle di ciò gravare più che·ssi volesse di volontà, ma elesse sé e 'l figliuolo e' nipoti; la qual cosa gli fu messa in grande pregio, e per suo buono esemplo e per vergogna molti altri nobili cittadini si misono tra' feditori. E ciò fatto, fasciandogli di costa da ciascuna ala della schiera de' pavesari, e balestrieri, e di pedoni a lance lunghe, e la schiera grossa di dietro a' feditori ancora fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria raunata per ritenere la schiera grossa, e di fuori della detta schiera misono CC cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistolesi e altri forestieri, onde fu capitano messer Corso Donati, ch'allora era podestà de' Pistolesi, e ordinaro, che se bisognasse, fedisse per costa sopra i nemici. Gli Aretini dalla loro parte ordinarono saviamente loro schiere, però che v'avea, come detto avemo, buoni capitani di guerra, e feciono molti feditori in quantità di IIIc, intra' quali avea eletti XII de' maggiori caporali che si faceano chiamare i XII paladini. E dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini: "Nerbona cavaliere", e gli Aretini: "San Donato cavaliere", i feditori degli Aretini si mossono con grande baldanza a sproni battuti a fedire sopra l'oste de' Fiorentini, e l'altra loro schiera conseguente appresso, salvo che 'l conte Guido Novello, ch'era con una schiera di CL cavalieri per fedire di costa, non s'ardì di mettere alla battaglia, ma rimase, e poi si fuggì a sue castella. E la mossa e assalire che feciono gli Aretini sopra i Fiorentini fu, stimandosi come valente gente d'arme, che per loro buona pugna di rompere alla prima affrontata i Fiorentini e mettergli in volta; e fu sì forte la percossa, che i più de' feditori de' Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculò buon pezzo del campo, ma però non si smagarono né ruppono, ma costanti e forti ricevettono i nemici; e coll'ale ordinate da ciascuna parte de' pedoni rinchiusono tra·lloro i nemici, combattendo aspramente buona pezza. E messer Corso Donati, ch'era di parte co' Lucchesi e Pistolesi, e avea comandamento di stare fermo, e non fedire, sotto pena della testa, quando vide cominciata la battaglia, disse come valente uomo: "Se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co' miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole vegna a noi a Pistoia per la condannagione"; e francamente mosse sua schiera, e fedì i nemici per costa, e fu grande cagione della loro rotta. E ciò fatto, come piacque a·dDio, i Fiorentini ebbono la vittoria, e gli Aretini furono rotti e sconfitti, e furonne morti più di MDCC tra a cavallo e a piè, e presi più di MM, onde molti ne furono trabaldati pur de' migliori, chi per amistà, e chi per ricomperarsi per danari; ma in Firenze ne vennero legati VIIcXL. Intra' morti rimase messer Guiglielmino degli Ubertini vescovo d'Arezzo, il quale fu uno grande guerriere, e messer Guiglielmino de' Pazzi di Valdarno e' suoi nipoti, il quale fu il migliore e 'l più avisato capitano di guerra che fosse in Italia al suo tempo, e morivvi Bonconte figliuolo del conte Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti, e uno degli Abati, e due de' Griffoni da Fegghine, e più altri usciti di Firenze, e Guiderello d'Allessandro d'Orbivieto, nominato capitano, che portava la 'nsegna imperiale, e più altri. Dalla parte de' Fiorentini non vi rimase uomo morto di rinnomea, se non messer Guiglielmo Berardi balio di messer Amerigo di Nerbona, e messer Bindo del Baschiera de' Tosinghi, e Tici de' Visdomini; ma molti altri cittadini e forestieri furono fediti. La novella della detta vittoria venne in Firenze il giomo medesimo, a quella medesima ora ch'ella fu; che dopo mangiare essendo i signori priori iti a dormire e a riposarsi, per la sollecitudine e vegghiare della notte passata, subitamente fu percosso l'uscio della camera con grida: "Levate suso, che gli Aretini sono sconfitti!"; e levati, e aperto, non trovarono persona, e i loro famigliari di fuori non ne sentirono nulla; onde fu grande maraviglia e notabile tenuta, che innanzi che persona venisse dell'oste colla novella, fu ad ora di vespro. E questo fu il vero, ch'io l'udì e vidi, e tutti i Fiorentini s'amirarono onde ciò fosse venuto, e istavano in sentore. Ma quando giunsono coloro che venieno dell'oste, e raportarono la novella in Firenze, si fece grande festa e allegrezza; e poteasi fare per ragione, che alla detta sconfitta rimasono molti capitani e valenti uomini di parte ghibellina, e nemici del Comune di Firenze, e funne abbattuto l'orgoglio e superbia non solamente degli Aretini, ma di tutta parte ghibellina e d'imperio.

<B>CXXXII</B>

 

<I>Come i Fiorentini assediarono e guastarono intorno la città d'Arezzo.</I>

Avuta la detta vittoria il Comune di Firenze sopra quello d'Arezzo, sonata colle trombe la ritratta della caccia dietro a' fuggiti, si schierò l'oste de' Fiorentini in su il campo, e ciò fatto, se n'andarono a Bibbiena, e quella ebbono sanza nullo contasto; e rubata e spogliata d'ogni sustanzia e di molta preda, le feciono disfare le mura e le case forti infino alle fondamenta, e più altre castelletta intorno, soggiornatovi VIII dì. Che se lo seguente dì fosse l'oste de' Fiorentini cavalcata ad Arezzo, sanza niuno dubbio s'avea la terra; ma in quello soggiorno gli scampati della battaglia vi ritornarono, e de' contadini d'intorno vi fuggirono, e presono ordine al riparo e guardia della terra. L'oste de' Fiorentini vi venne alquanti giorni appresso, e puosono l'assedio intorno alla città, faccendo il guasto al continuo, e prendendo le loro castella, che quasi tutte s'ebbono, quali per forza, e quali s'arrenderono a patti; e molte ne feciono disfare i Fiorentini, e ritennero Castiglione Aretino, e Montecchio, e Rondine, e Civitella, e Laterino, e Monte Sansavino. E andarono in quella oste due de' priori di Firenze a provedere; e' Sanesi vennero per comune molto isforzatamente, popolo e cavalieri, dopo la sconfitta fatta, per racquistare loro terre prese per gli Aretini; e ebbono Licignano d'Arezzo e Chiusura di Valdichiane a patti. E stando la detta oste de' Fiorentini ad Arezzo, in sul vescovado vecchio, per XX dì, la guastarono tutta intorno, e fecionvi correre il palio per la festa di san Giovanni, e rizzarvisi più dificii, e manganarvisi asini colla mitra in capo, per dispetto e rimproccio del loro vescovo; e ordinarvisi molte torri di legname e altri ingegni per combattere la terra, e dandovisi aspra battaglia, grande pezza dello steccato, che non v'avea allora altro muro da quella parte, fu arso e abbattuto; e se i capitani dell'oste avessono ben fatto pugnare a' combattitori, per forza s'avea la terra, ma quando doveano combattere, feciono sonare la ritratta, onde furono abominati, che ciò fu fatto per guadagneria; per la qual cosa il popolo e' combattitori amollati si ritrassono da' badalucchi e dalle guardie; onde la notte vegnente quegli d'Arezzo uscirono fuori, e misero fuoco in più torri di legname, e arsolle con molti altri dificii. E ciò fatto, i Fiorentini perduta la speranza d'avere la terra per battaglia, per lo migliore si partì l'oste, lasciando fornite le sopradette castella forti, perché guerreggiassono al continuo la terra; e tornò l'oste in Firenze a dì XXIII di luglio con grande allegrezza e triunfo, andando loro incontro il chericato a processione, e' gentili uomini armeggiando, e 'l popolo colle insegne e gonfaloni di ciascuna arte con sua compagnia, e recossi palio di drappo ad oro sopra capo di messer Amerigo di Nerbona, portato sopra bigordi per più cavalieri, e simile sopra messer Ugolino de' Rossi da Parma, ch'allora era podestà di Firenze. E nota che tutta la spesa della detta oste si fornì per lo nostro Comune per una libbra di libbre VI e soldi V il centinaio, che montò più di XXXVIm di fiorini d'oro, sì era allora bene ordinato l'estimo della città e del contado, con altre cose e rendite del Comune simiglianti bene ordinate. Bene avenne che tornata la detta oste, i popolani ebbono sospetto de' grandi, che per orgoglio della detta vittoria non gli gravassono oltre al modo usato; e per questa cagione le VII arti maggiori si rallegarono con loro le V arti consequenti, e feciono tra·lloro imporre arme, e pavesi, e certe insegne, e fu quasi uno cominciamento di popolo, onde poi si prese la forma del popolo che·ssi cominciò nel MCCLXXXXII, come innanzi fareno memoria. Della sopradetta vittoria la città di Firenze esaltò molto, e venne in felice e buono stato, il migliore ch'ella avesse avuto infino a quelli tempi; e crebbe molto di genti e di ricchezze, ch'ognuno guadagnava d'ogni mercatantia, arte, o mestieri; e durò in pacefico e tranquillo stato più anni appresso, ogni dì montando. E per allegrezza e buono stato ogni anno per calen di maggio si faceano le brigate e compagnie di genti giovani vestiti di nuovo, e faccendo corti coperte di zendadi e di drappi, e chiuse di legname in più parti della città; e simile di donne e di pulcelle, andando per la terra ballando con ordine, e signore accoppiati, cogli stormenti e colle ghirlande di fiori in capo, stando in giuochi e in allegrezze, e in desinari e cene.

<B>CXXXIII</B>

 

<I>D'una fiera e aspra battaglia la quale fu tra 'l duca di Brabante e 'l conte di Luzzimborgo</I>

Nel detto tempo e mese di giugno, essendo nata una grande discordia tra 'l duca di Brabante e il conte di Luzzimborgo per cagione del ducato di Lamborgo il quale era vacato, e ciascuno de' detti signori vi cusava ragione; il conte di Luzzimborgo, perch'era stato di genti di suo lignaggio, e co·llui tenea l'arcivescovo di Cologna e più altri signori, e 'l duca di Brabante vi cusava ragione per retaggio di donna. E per questa tenza sì nacque tra·lloro gaggio di battaglia, e ciascheduno fece sua raunata, la quale fu per la parte del duca di Brabante di MD cavalieri, de' migliori che fossono in Brabante, in Fiandra, e in Analdo, e di Francia. E d'altra parte il conte di Luzzimborgo fu con MCCC cavalieri, de' migliori e de' più rinnomati di Valdelreno e d'Alamagna. E raccozzate le due osti tra il fiume del Reno e quello della Mosa nel luogo detto Avurone, sanza niuno pedone d'arme ch'a piè fosse, si cominciò la detta battaglia, e fu sì aspra e sì crudele, che durò dalla mattina al sole levante infino al coricare del sole; però che a modo di torniamento si ruppono e si rallegarono più volte il giorno, non possendosi giudicare chi avesse il peggiore. Alla fine fu sconfitto il conte di Luzzimborgo per la buona cavalleria che messer Gottifredi di Brabante fratello del duca avea menata di Francia, che vi fu il conastabole, e 'l maliscalco, e altri grandi baroni di Francia, con tutto il fiore de' baccellieri d'arme del reame, i quali v'erano venuti co·llui a priego della reina Maria, moglie che fu del re Filippo di Francia, e serocchia del detto duca e di messer Gottifredi di Brabante. E rimasono in sul campo morti, che d'una parte e che d'altra, Vc e più de' migliori cavalieri del mondo; ma i più della parte del conte di Luzzimborgo; ch'egli con tre suoi fratelli carnali vi rimasono morti, e il conte di Ghelleri, e quello di Les, e più altri baroni del Reno e d'Alamagna, e in grande quantità presi, che per la fierezza de' buoni cavalieri nullo quasi fuggì di campo, onde bene n'è da·ffare notevole memoria, però che appena si truova di tanta poca gente, a comparazione, sì aspra battaglia come fu quella. Per la quale vittoria il duca di Brabante e suo paese montò in grande fama di buona cavalleria e di grande stato, e conquistò il ducato di Lamborgo ond'era la quistione; e d'allora innanzi il duca di Brabante acrebbe la sua arme, e fecela a quartieri: l'uno il campo nero e leone ad oro, cioè l'arme del duca di Brabante; l'altro il campo ad argento e leone vermiglio per la ducea di Lamborgo. Ma poi pace faccendo, e per non esser disertato, Arrigo, giovane fanciullo rimaso del conte di Luzzimborgo, per consiglio de' parenti e amici tolse per moglie la figliuola del duca di Brabante. Questo Arrigo crebbe poi in tante virtù e valore, che fu imperadore di Roma, come innanzi al suo tempo la nostra cronica farà menzione.

<B>CXXXIV</B>

 

<I>Come don Giamo venne di Cicilia in Calavra con sua armata, e ricevettevi alcuno danno, e poi si puose ad assedio a Gaeta.</I>

Nel detto anno e mese di giugno, essendo il conte d'Artese maliscalco della gente del re Carlo in Calavra ad oste al castello di Catarzano ch'era rubellato al re Carlo, e s'era arrenduto a don Giamo d'Araona, il quale si facea chiamare re di Cicilia, il detto don Giamo col suo amiraglio Ruggieri di Loria, per soccorrere e levare l'assedio dal detto castello, vennero di Cicilia con loro armata da L tra galee e uscieri, e con gente d'arme e cavagli puosono in terra. E messer Ruggieri di Loria scese, e ne fu capitano di Vc cavalieri catalani, ov'ebbe una battaglia tra' Franceschi e' Catalani, ma per la buona cavalleria de' Franceschi ch'avea seco, il conte d'Artese ne fu vincitore, e rimasorvi tra morti e presi intorno di CC Catalani a cavallo. Messer Ruggieri si ricolse a galee col rimanente. E nota che 'l detto messer Ruggieri non fu vinto mai né prima né poscia in battaglia di terra o di mare, se non in quella, ma fue il più bene aventuroso che amiraglio che mai si ricordi, come le sue memorie hanno fatto e faranno per innanzi menzione. Come don Giamo vide che non potea niente avanzare in Calavra, si partì per mare con sua armata, lasciando là l'oste e gente del re Carlo, e sì s'avvisò d'assalire e prendere la città di Gaeta, e per fare levare l'oste di Catarzano in Calavra, e puosesi del mese di luglio ad assedio della detta città di Gaeta in sul monte che v'è d'incontro, assai forte luogo e sicuro, con VIc cavalieri e con popolo e balestrieri assai, e rizzòvi difici, gittandovi dentro. I Gaetani si tennero francamente, e mandarono per soccorso al re Carlo, il quale si mosse da Napoli con tutto suo podere di gente d'arme a cavallo e a piè; il conte d'Artese vi venne di Calavra colla cavalleria, lasciando fornito l'assedio, e di Campagna e di terra di Roma vi venne molta gente a cavallo e a piè al soldo della Chiesa. Don Giamo sentendo venire il re Carlo sopra lui con tanta potenzia, e temendo che per fortuna di mare non gli fallisse vivanda, fece domandare triegue al re Carlo, promettendo di partirsi da Gaeta; le quali il re accettò dal dì insino a la Tusanti vegnente a due anni, salvo che in Calavra. La qual triegua al conte d'Artese e agli altri baroni franceschi non piacque, però che per la loro potenzia parea loro avere preso don Giamo e vinta la guerra; ma lo re Carlo conoscendo che non si potea levare l'assedio sanza pericolo, non avendo armata in mare, prese le triegue, e però fu cagione di tornarsi in Francia il conte d'Artese e più baroni. E fatte le dette triegue, don Giamo con sua armata si ricolse, e partissi a dì XXV d'agosto MCCLXXXVIIII, e tornarsi sani e salvi in Cicilia. E perché i Gaetani si portarono all'assedio francamente, e come franchi uomini, lo re gli fece franchi d'ogni gravezza X anni.

<B>CXXXV</B>

 

<I>Come Carlo Martello fu coronato del reame d'Ungaria.</I>

Compiute e ferme le dette triegue, le quali furono molto utoli al regno di Puglia per dare alquanto silenzio alla guerra ond'erano molto agravati, il re Carlo si tornò a Napoli; e 'l giorno di nostra Donna di settembre prossimo il detto re fece in Napoli grande corte e festa, e fece cavaliere Carlo Martello suo primogenito figliuolo, e fecelo coronare del reame d'Ungaria per uno cardinale legato del papa, e per più vescovi e arcivescovi. E per la detta coronazione e festa più altri cavalieri novelli si feciono il giorno, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, e spezialmente Napoletani, per lo re e per lo figliuolo; e fu grande corte e onorevole, e ciò fece lo re Carlo, però ch'era morto il re d'Ungheria in quello anno, del quale non rimase niuno figliuolo maschio né altra reda, che·lla reina Maria moglie del detto re Carlo, e madre del detto Carlo Martello, a·ccui succedeva per ereditaggio il detto reame d'Ungheria. Ma morto il detto re d'Ungheria, Andreasso, disceso per legnaggio della casa d'Ungaria, entrò nel reame, e la maggiore parte tra per forza e per amore ne conquistò, e fecesene fare signore e re. Lasceremo alquanto de' fatti del regno di Cicilia e d'Ungheria, e tornereno a' fatti che in que' tempi furono in Toscana.

<B>CXXXVI</B>

 

<I>Come que' di Chiusi furono sconfitti, e rimisono i Guelfi in Chiusi.</I>

Nel detto anno, a dì XVI d'agosto, i Ghibellini ch'erano in Chiusi, ond'era capitano messer Lapo Farinata degli Uberti, uscirono fuori popolo e cavalieri, e con difici e scale per combattere il ponte e torri di Santa Mosteruola a piè di Chiusi in su le Chiane, il quale si tenea per gli Guelfi usciti di Chiusi. E sentendo la detta ordine, mandarono per soccorso a Siena e a Montepulciano, onde subitamente vi mandarono i Sanesi messer Berardo da Rieti con C cavalieri, e di Montepulciano vi trasse messer Benghi Bondelmonti che n'era podestà, con gente a cavallo e a piè assai; e trovando la detta oste de' Chiusini, gli asalirono francamente, e gli misono inn-isconfitta, e rimasonne morti da CXX, e presi più di CC; per la quale sconfitta e per riavere i loro pregioni, quegli di Chiusi rimisono il settembre vegnente i Guelfi in Chiusi, e mandarne messer Lapo Farinata e la masnada de' Ghibellini d'Arezzo.

<B>CXXXVII</B>

 

<I>Come i Lucchesi colla forza de' Fiorentini feciono oste sopra la città di Pisa.</I>

Nel detto anno MCCLXXXVIIII, del mese d'agosto, i Lucchesi feciono oste sopra la città di Pisa colla forza de' Fiorentini, che v'andarono IIIIc cavalieri di cavallate, e IIm pedoni di Firenze, e la taglia di loro e dell'altre terre di parte guelfa di Toscana, e andarono insino alle porte di Pisa, e fecionvi i Lucchesi correre il palio per la loro festa di san Regolo, e guastarla intorno in XXV dì che vi stettono ad oste, e presono il castello di Caprona, e guastarlo, e tutta la valle di Calci, e quella di Buti, e guastarono intorno Vicopisano, e dieronvi più battaglie, ma no·llo ebbono, e tornarsi a casa sani e salvi, e di Pisa nonn-uscì persona d'arme a·lloro contrario.

<B>CXXXVIII</B>

 

<I>D'una cavalcata che feciono i Fiorentini, che dovea loro esser dato Arezzo.</I>

Nel detto anno, del mese di novembre, essendo menato uno segreto trattato per gli Fiorentini d'avere la città d'Arezzo per tradimento, subitamente in su l'ora di vespro sonando la campana a martello, e ponendo la candela alla porta accesa, pena grandissima chi non fosse cavalcato innanzi ch'ella fosse consumata, i cittadini ch'aveano le cavallate incontanente cavalcaro e con loro soldati, e tutta la notte infino a Montevarchi, e la mattina a Civitella; e venia fornito il trattato, se non che uno che 'l menava cadde d'uno sporto, e veggendosi a la morte, in confessione il manifestò al suo confessoro frate, e quegli il rivelò a messer Tarlato, onde prese di coloro che sentirono il tradimento, e fecene giustizia, e fue discoperto, onde i Fiorentini, ch'erano però cavalcati a Civitella, riposati alquanti dì, si tornarono in Firenze.

<B>CXXXIX</B>

 

<I>D'uno grande fuoco che s'apprese in Firenze in casa i Pegolotti.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXX, a dì XXVIIII di maggio, s'apprese il fuoco a casa de' Pegolotti Oltrarno di là dal ponte Vecchio, e arsono le loro case e la torre e case de' loro vicini d'incontro, e arsevi messer Neri Pegolotti con uno suo figliuolo, e una donna di loro con III suoi figliuoli, e una fante; onde fu allora una grande pietà e dammaggio di persone e d'avere, che poi fu quasi spento quello legnaggio, ch'erano antichi e orrevoli cittadini.

<B>CXL</B>

 

<I>Come i Fiorentini co·lloro amistà feciono la terza oste sopra la città d'Arezzo.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXX i Fiorentini uscirono fuori il primo dì di giugno, e feciono oste sopra la città d'Arezzo coll'aiuto della taglia e dell'amistà delle terra guelfe di Toscana: furono MD cavalieri e VIm pedoni. E al dare delle 'nsegne della detta oste si diede di prima il pennone de' feditori, mezzo l'arme del re, e mezzo il campo d'argento e giglio rosso; e stettono ad oste XXVIIII dì, e guastarlo da capo: intorno intorno ad Arezzo VI miglia non vi rimase né vigna, né albero, né biada; e corsonvi il palio il dì di santo Giovanni alle porte d'Arezzo. E era allora podestà di Firenze messer Rosso Gabrielli d'Agobbio, e fu il primo che fosse per VI mesi, che innanzi erano le podestadi per uno anno; per lo meglio del Comune si fece allora quello decreto, che poi seguì sempre. E tornando la detta oste, feciono la via di Casentino guastando le terre del conte Guido Novello, e disfeciongli la rocca, e palazzi di Poppio, ch'erano forti e maravigliosi, e Castello Santo Angelo, e quello di Ghiazzuolo, e Cetica, e Monte Aguto di Valdarno. E in questo venne l'esecuzione della profezia che 'l conte Tegrimo il vecchio disse al conte Guido Novello dopo la sconfitta de' Fiorentini a Monte Aperti, essendo in grande stato e prosperità il detto conte Guido, e per proverbio si dicea in Firenze: "Tu stai più ad agio che 'l conte in Poppi"; e mostrandogli il cassero di Poppi, nella cui camera dell'arme avea tutte le buone balestra, e altri arnesi d'arme e d'oste che' Fiorentini aveano perduti alla detta sconfitta, e ancora quello che trovò in Firenze quando fu vicario; e domandando il conte Guido il conte Tegrimo che gliene parea, il detto conte Tegrimo rispuose improviso e sùbito al conte Guido uno bello motto e notabile, e disse: "Parmene bene, se non ch'io intendo che' Fiorentini sono grandi prestatori ad usura".

<B>CXLI</B>

 

<I>Come fu preso e guasto Porto Pisano per gli Fiorentini, e Genovesi, e Lucchesi.</I>

Nel detto anno, a dì II di settembre, i Fiorentini uscirono ad oste sopra la città di Pisa, lasciando fornito il Valdarno di sopra di CCC cavalieri, tra cittadini e soldati e pedoni assai, acciò che gli Aretini non potessono per la detta oste correre in Valdarno; e ciò fatto, con ordine de' Genovesi, che vi vennono per mare con XL galee armate (e' Lucchesi vi furono con tutto loro podere), e presono per forza Porto Pisano e Livorno, e guastarlo tutto, e guastarono le IIII torri ch'erano in mare alla guardia del porto, e il fanale della Meloria, e feciolle cadere e rovesciare in mare cogli uomini che su v'erano a guardia. E' Genovesi sursono a la bocca e entrata del porto più legni grossi carichi di pietre, e ruppono i palizzi, perché il detto porto non si potesse usare. E partita la detta oste di Porto, i Genovesi si tornarono a Genova, e Lucchesi a Lucca sani e salvi, e' Fiorentini tornarono per la Valdera, e presono e disfeciono più castella, e lasciarono uno capitano in Valdera. Ma tornati i Fiorentini in Firenze, il conte Guido da Montefeltro colle masnade di Pisa cavalcarono in Valdera, e ripresono il castello di Montefoscoli e quello di Montecchio, e presono il capitano che v'aveano lasciato i Fiorentini; e ciò sentendosi in Firenze, cavalcarono i Fiorentini a Volterra, popolo e cavalieri; e sentendolo i Pisani, si tornarono a Pisa.

<B>CXLII</B>

 

<I>Come fu preso il marchese di Monferrato da quegli d'Allessandra.</I>

Nel detto tempo il marchese di Monferrato, il quale essendo venuto nella città d'Allessandra in Lombardia, ch'egli tenea sotto sua signoria, i cittadini di quella, a petizione e sommossa degli Astigiani, di cui egli era nimico (e ciò fu per gli molti danari ch'egli spesono ne' traditori d'Allessandra), i quali per tradimento presono il detto marchese e misollo in pregione, per la cui presura i Melanesi presono...

<B>CXLIII</B>

 

<I>D'uno grande miracolo ch'avenne in Parigi del corpo di Cristo.</I>

Nel detto anno, essendo in Parigi uno Giudeo ch'avea prestato ad usura a una Cristiana sopra sua roba, e quella volendola ricogliere per averla indosso il dì di Pasqua, il Giudeo le disse: "Se tu mi rechi il corpo del vostro Cristo, io ti renderò i tuoi panni sanza danari". La semplice femmina e covidosa il promise, e la mattina di Pasqua, andandosi a comunicare, ritenne il sagramento e recollo al Giudeo; il quale messo una padella a fuoco con acqua bogliente, gittò il corpo di Cristo dentro, e no·llo potea consumare; e ciò veggendo, il fedì più volte col coltello, il quale fece abondevolemente sangue, sì che tutta l'acqua divenne vermiglia; e di quella il trasse, e miselo in acqua fredda, e simile divenne vermiglia. E sopravegnendovi Cristiani per improntare danari, s'accorsono del sacrilegio del Giudeo, e il santo corpo per sé medesimo saltò in su una tavola. E ciò sentito, il Giudeo fu preso e arso, e il santo corpo ricolto per lo prete a grande reverenzia, e di quella casa dove avenne il miracolo si fece una chiesa che si chiama il Salvatore del Bogliente.

<B>CXLIV</B>

 

<I>Come i Ravignani presono il conte di Romagna che v'era per la Chiesa.</I>

Nel detto anno, a dì XVI di novembre, gli cittadini di Ravenna presono messer Stefano da Ginazzano di casa i Colonnesi di Roma, il quale era conte di Romagna per lo papa e per la Chiesa di Roma, e uccisono e rubarono e presono tutta sua masnada e famiglia. Per la quale rubellazione tutte le terre di Romagna si commossono a guerra e rubellazione, salvo la città di Forlì; e Maghinardo da Susinana prese la città di Faenza. Per la quale cosa i Bolognesi cavalcarono a Imola, e disfeciono gli steccati, e rappianarono i fossi d'intorno a la terra. Dopo queste novità surte in Romagna il papa vi mandò per conte messer Bandino de' conti Guidi da Romena vescovo d'Arezzo, il quale in poco tempo appresso tutte le terre di Romagna recò per pace e accordo a sua obbedienza, e della Chiesa.

<B>CXLV</B>

 

<I>Come il soldano di Babbillonia vinse per forza la città d'Acri con grande danno de' Cristiani.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXI, del mese d'aprile, il soldano di Babbillonia d'Egitto, avendo prima fatto sua guernigione e fornimento in Soria, sì passò il diserto, e venne nella detta Soria con sua oste, e puosesi ad assedio alla città d'Acri, la quale anticamente la Scrittura chiamava Tolomadia, e oggi in latino si chiama Acon, e fu con sì grande gente a piè e a cavallo il soldano, che·lla sua oste tenea più di XII miglia. Ma inanzi che più diciamo della perdita d'Acri, sì diremo la cagione perché il soldano vi venne ad assedio e la prese, avutane relazione da uomini degni di fede nostri cittadini e mercatanti che in quegli tempi erano in Acri. Egli è vero che, perché i Saracini aveano ne' tempi dinanzi tolte a' Cristiani la città d'Antioccia, e quella di Tripoli, e quella di Suri, e più altre terre che' Cristiani teneano alla marina, la città d'Acri era molto cresciuta di genti e di podere, però ch'altra terra non si tenea in Soria per gli Cristiani, sì che per lo re di Gerusalem, e per quello di Cipri, e il prenze d'Antioccia, e quello di Suri, e di Tripoli, e la magione del Tempio e dello Spedale, e l'altre magioni, e' legati del papa, e quegli ch'erano oltremare per lo re di Francia e per quello d'Inghilterra, tutti faceano capo in Acri e aveavi XVII signorie di sangue, la quale era una grande confusione. E in quegli tempi triegue erano state prese tra' Cristiani e' Saracini, e avevavi più di XVIIIm d'uomini pellegrini crociati; e falliti i loro soldi, e non potendoli avere da' signori e Comuni per cui v'erano, parte di loro, uomeni dileggiati e sanza ragione, si misero a rompere le triegue, e rubare, e uccidere tutti i Saracini che veniano in Acri sotto la sicurtà della triegua co·lloro mercatantie e vittuaglie; e corsono per simile modo rubando e uccidendo i Saracini di più casali d'intorno ad Acri. Per la qual cosa il soldano tegnendosi molto gravato, mandò suoi ambasciadori in Acri a que' signori, richeggendo l'amenda de' danni dati e per suo onore e soddisfacimento di sue genti, gli fossono mandati alquanti de' cominciatori e caporali di quelli ch'aveano rotte le triegue per farne giustizia: le quali richeste gli furono dinegate; per la qual cosa vi venne ad oste, come detto avemo, e per moltitudine di gente ch'avea, per forza riempié parte de' fossi ch'erano dalla faccia di terra molto profondi, e presono il primo giro delle mura, e l'altro girone con cave e difici feciono in parte cadere; e presono la grande torre che·ssi chiamava la Maladetta, che per alcuna profezia si dicie che per quella si dovea perdere Acri. Ma per tutto questo non si potea perdere la città, che perché i Saracini rompessono le mura il dì, la notte erano riparate e stoppate o con tavole o con sacca di lana e di cotono, e difese il dì appresso vigorosamente per lo valente e savio uomo frate Guiglielmo di Belgiù maestro del Tempio, il quale era capitano generale della guerra, e della guardia della terra, e con molta prodezza e provedenza e sollecitudine avea vigorosamente guardata la terra. Ma come piacque a·dDio, e per pulire le peccata degli abitanti d'Acri, il detto maestro del Tempio levando il braccio ritto combattendo, gli fu per alcuno Saracino saettata una saetta avelenata, la quale gli entrò nella giuntura delle corazze, per la qual fedita poco appresso morìo, per la cui morte tutta la terra fu iscommossa e impaurita, e per la loro confusione delle tante signorie e capitani, come dicemmo dinanzi, si disordinò, e furono in discordia della guardia e difensione della terra; e ciascuno, chi potéo, intese a sua salvazione, e ricogliendosi in navi e altri legni ch'erano nel porto. Per la qual cagione i Saracini continuando di dì e di notte le battaglie, entrarono per forza nella terra, e quella corsono e rubarono tutta, e uccisono chiunque si parò loro innanzi, e giovani uomini e femmine menarono in servaggio per ischiavi, i quali furono tra morti e presi, uomini e femmine e fanciugli, più di LXm; e 'l dammaggio d'avere e di preda fu infinito. E raccolte le prede e' tesori, e tratte le genti prese della terra, si abbatterono le mura e le fortezze della terra, e misorvi fuoco, e guastarla tutta, onde la Cristianità ricevette uno grandissimo dammaggio, che per la perdita d'Acri non rimase nella Terrasanta neuna terra per gli Cristiani; e tutte le buone terre di mercatantia che sono alle nostre marine e frontiere mai poi non valsono la metà a profitto di mercatantia e d'arti per lo buono sito dov'era la città d'Acri, però ch'ell'era nella fronte del nostro mare e in mezzo di Soria, e quasi nel mezzo del mondo abitato, presso a Gerusalem LXX miglia, e fontana e porto d'ogni mercatantia sì del levante come del ponente; e di tutte le generazioni delle genti del mondo v'usavano per fare mercatantia, e turcimanni v'avea di tutte le lingue del mondo sì ch'ell'era quasi com'uno alimento al mondo. E questo pericolo non fu sanza grande e giusto giudizio d'Iddio, che quella città era piena di più peccatori, uomini e femmine, d'ogni dissoluto peccato, che terra che fosse tra' Cristiani. Venuta la dolorosa novella in ponente, e il papa ordinò grandi indulgenzie e perdoni a chi facesse aiuto e soccorso alla Terrasanta, mandando a tutti i signori de' Cristiani che volea ordinare passaggio generale, e difese con grandi processi e scomuniche quale Cristiano andasse in Allessandria o in terra d'Egitto con mercatantia, o vittuaglia, o legname, o ferro, o desse per alcuno modo aiuto o favore.

<B>CXLVI</B>

 

<I>Della morte del re Ridolfo d'Alamagna.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXI morìo il re Ridolfo d'Alamagna, ma non pervenne alla benedizione imperiale, perché sempre intese a crescere suo stato e signoria in Alamagna, lasciando le 'mprese d'Italia per acrescere terra e podere a' figliuoli, che per suo procaccio e valore di piccolo conte divenne imperadore, e aquistò in propio il ducato d'Ostaricchi, e grande parte di quello di Soavia.

<B>CXLVII</B>

 

<I>Come il re Filippo di Francia fece prendere e ricomperare tutti gl'Italiani.</I>

Nel detto anno, la notte di calen di maggio, il re Filippo il Bello di Francia, per consiglio di Biccio e Musciatto Franzesi, fece prendere tutti gl'Italiani ch'erano in suo reame, sotto protesto di prendere i prestatori; ma così fece prendere e rimedire i buoni mercatanti come i prestatori; onde molto fu ripreso e in grande abbominazione, e d'allora innanzi il reame di Francia sempre andò abassando e peggiorando. E nota che tra la perdita d'Acri e questa presura di Francia i mercatanti di Firenze ricevettono grande danno e ruina di loro avere.

<B>CXLVIII</B>

 

<I>Come i Pisani ripresono il castello del Ponte ad Era.</I>

Nel detto anno, la notte di domenica, a dì XXIII di dicembre, il conte Guido da Montefeltro signore in Pisa, sentendo che 'l castello del Ponte ad Era era male guardato, e molti de' fanti venutisene a·fFirenze a pasquare, e per trattato del conte, con certi terrazzani del detto castello del Ponte ad Era, il quale teneano i Fiorentini, venne con suo isforzo a quello, il quale era molto forte di mura e di spesse torri, e con larghi fossi pieni d'acqua, e datali la salita d'una delle torri, con navicelle per loro recate passati i gran fossi, e con iscale di funi salirono in su le mura, e per difalta di mala guardia, e dissesi per alcuni per baratteria de' castellani, che non vi teneano la gente ond'erano pagati, il detto castello male difeso fu preso per gli Pisani, e morti i castellani e tutta loro compagnia, che v'erano da L fanti, che doveano esser CL. E' castellani, l'uno era di casa i Rossi, messere Guido Bigherelli che fu preso, e 'l Bingota suo nipote morto, e Nerino de' Tizzoni; e così la loro avarizia, se in ciò peccarono, gli fece morire con vergogna del Comune di Firenze ch'era il più forte castello d'Italia che fosse in piano. E in quello tempo i Pisani feciono rubellare a' Samminiatesi il castello di Vignale in Camporena, onde v'andarono ad oste le tre sestora de' cavalieri di Firenze, con molto popolo, gittandovi difici. Alla fine non potendosi più tenere, e non avendo soccorso da' Pisani, una notte ch'era una grande fortuna di tempo, se n'uscirono quegli del castello sani e salvi per mezza l'oste de' Fiorentini, onde a quegli che v'erano fu recato a grande vergogna. Per la qual cosa s'ordinò in Firenze generale oste sopra Pisa, e diedonsi le 'nsegne, e messer Corso Donati ebbe la reale; ma qual si fosse la cagione, non seguì, onde in Firenze n'ebbe grande ripitio, dicendosi che certi grandi n'aveano avuti danari da' Pisani; per la qual cosa, e sollecitudine di messer Vieri de' Cerchi allora capitano di parte, si rifece la detta oste, e andossi insino a Castello del Bosco, e là attendati, venne in VIII dì continui tanta pioggia, che per necessità si ritornò la della oste addietro, e appena si poterono ricogliere e stendere.

<B>CXLIX</B>

 

<I>Come la città di Forlì in Romagna fu presa per Maghinardo da Susinana.</I>

Nel detto anno, essendo tutta la contea di Romagna all'obedienza di santa Chiesa sotto la guardia del vescovo d'Arezzo che n'era conte per lo papa, Maghinardo da Susinana con certi gentili e grandi uomini di Romagna per furto presono la città di Forlì, e in quella presono il conte Aghinolfo da Romena co' figliuoli, il quale era fratello del detto conte e vescovo d'Arezzo, e assediò il detto conte e vescovo in Cesena, onde surse grande guerra in Romagna. Il detto Maghinardo fu uno grande e savio tiranno, e dalla contrada tra Casentino e Romagna grande castellano, e con molti fedeli; savio fu di guerra e bene aventuroso in più battaglie, e al suo tempo fece grandi cose. Ghibellino era di sua nazione e in sue opere, ma co' Fiorentini era Guelfo e nimico di tutti i loro nimici, o Guelfi o Ghibellini che fossono; e in ogni oste e battaglia che' Fiorentini facessono, mentre fu in vita, fu con sua gente a·lloro servigio, e capitano; e ciò fu, che morto il padre, che Piero Pagano avea nome, grande gentile uomo, rimanendo il detto Maghinardo piccolo fanciullo e con molti nimici, conti Guidi, e Ubaldini, e altri signori di Romagna, il detto suo padre il lasciò alla guardia e tuteria del popolo e Comune di Firenze, lui e le sue terre; dal qual Comune benignamente fu cresciuto, e guardato, e migliorato suo patrimonio, e per questa cagione era grato e fedelissimo al Comune di Firenze in ogni sua bisogna.

<B>CL</B>

 

<I>Come i Fiorentini ebbono il castello d'Ampinana.</I>

Nel detto anno, essendo rubellato e riposto per lo conte Manfredi figliuolo del conte Guido Novello il castello d'Ampinana in Mugello, ch'era di loro giuridizione, e molto forte, per contrario de' Fiorentini e del conte a Battifolle che tenea Gattaia, sì vi si puose l'oste, e per più tempo assediato, gittandovi più difici, sì·ss'arrendé a patti al Comune di Firenze, avendone il detto conte IIIm fiorini d'oro; e partendosi co' suoi masnadieri, il detto castello per gli Fiorentini fu fatto disfare insino a' fondamenti; e d'allora innanzi il Comune di Firenze cusò ragione ne' popoli e villate del detto castello, e recò sotto sua signoria, faccendo loro pagare libbre e fazioni.

<B>CLI</B>

 

<I>Come morì papa Niccola d'Ascoli.</I>

Nell'anno MCCLXXXXII morì papa Niccola d'Ascoli nella città di Roma, e là fu soppellito a Santo... Questi fu buono uomo e di santa vita, dell'ordine de' frati minori, ma molto favorò i Ghibellini. E dopo la sua morte vacò la Chiesa di papa, per discordia de' cardinali, XXVII mesi, che l'una parte volea papa a petizione del re Carlo, ond'era capo messer Matteo Rosso degli Orsini, e l'altra parte il contrario, ed era messer Jacopo della Colonna capo.

<B>CLII</B>

 

<I>Sì come arse tutta la città di Noione in Francia.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXII s'apprese il fuoco nella città di Noione in Francia, cioè nella terra onde fu il beato santo Loi di Noione, e fu sì impetuoso fuoco, che non rimase quasi casa né chiesa nella città che non ardesse, e eziandio la mastra chiesa di nostra Donna, ove fu la casa e fabbrica di santo Loi, e dov'è il corpo suo; la qual città è della grandezza della terra di Prato o più, nella quale si ricevette grandissimo dammaggio di case, arnesi, e tesori, e di persone che vi morirono.

<B>CLIII</B>

 

<I>Come fue eletto Attaulfo a re de' Romani.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXII fue eletto per gli prencipi della Magna a re de' Romani Attaulfo, detto in latino Andeulfo, conte da Nassi della Magna; ma non pervenne a dignità imperiale, anzi fu morto per Alberto dogio di Starlichi, figliuolo del re Ridolfo in battaglia.

<B>CLIV</B>

 

<I>Come i Fiorentini feciono oste sopra la città di Pisa.</I>

Nel detto anno, del mese di giugno, i Fiorentini co·lloro amistà, che furono XXVc di cavalieri e VIIIm pedoni, per vendetta della perdita del Ponte ad Era feciono oste sopra la città di Pisa, della quale oste fu capitano messer Gentile degli Orsini di Roma, che venne con CC cavalieri tra Romani e Campagnini; e la 'nsegna reale ebbe messer Geri Spini, e il pennone de' feditori messer Vanni de' Mozzi. E fu una ricca e una magna oste, delle più ch'avesse a que' tempi fatta il Comune di Firenze; e stettonvi ad oste XXXIII dì, e andarono di là dalla badia a San Savino, e a quella badia disfeciono il campanile, e tagliarono uno grandissimo e bello albero di savina per dispetto de' Pisani, e per la festa di santo Giovanni feciono correre il palio presso alle porte di Pisa. E fatto intorno a Pisa grande guasto, e arso il borgo dal fosso Arnonico a Pisa, il quale era nobilemente acasato e ingiardinato, si tornarono in Firenze sani e salvi, sanza contasto o riparo de' nimici; e sì era in Pisa il conte da Montefeltro con VIIIc cavalieri, e non s'ardì a mostrare per la viltà che sentiva ne' Pisani, e stette pure alla guardia della cittade.

<B>CLV</B>

 

<I>De' miracoli che apparirono in Firenze per santa Maria d'Orto Sammichele.</I>

Nel detto anno, a dì III del mese di luglio, si cominciarono a mostrare grandi e aperti miracoli nella città di Firenze per una figura dipinta di santa Maria in uno pilastro della loggia d'Orto Sammichele, ove si vende il grano, sanando infermi, e rizzando attratti, e isgombrare imperversati visibilemente in grande quantità. Ma i frati predicatori e ancora i minori per invidia o per altra cagione non vi davano fede, onde caddono in grande infamia de' Fiorentini. In quello luogo d'Orto Sammichele si truova che fu anticamente la chiesa di Sammichele in Orto, la quale era sotto la badia di Nonantola in Lombardia, e fu disfatta per farvi piazza; ma per usanza e devozione alla detta figura ogni sera per laici si cantavano laude; e crebbe tanto la fama de' detti miracoli e meriti di nostra Donna, che di tutta Toscana vi venia la gente in peregrinaggio per le feste di santa Maria, recando diverse 'magine di cera per miracoli fatti, onde grande parte della loggia dinanzi e intorno alla detta figura s'empié, e crebbe tanto lo stato di quella compagnia, ov'erano buona parte della migliore gente di Firenze, che molti benificii e limosine, per offerere e lasci fatti, ne seguirono a' poveri, l'anno più di libbre VIm; e seguissi a' dì nostri, sanza aquistare nulla possessione, con troppa maggiore entrata, distribuendosi tutta a' poveri.

 

 

<B>NUOVA CRONICA</B>

<I>Giovanni Villani</I>

<I>tomo secondo</I>

<B>LIBRO NONO</B>

<B>I</B>

<I>Qui comincia il VIIII libro: conta come nella città di Firenze fu fatto il secondo popolo, e più grandi mutazioni che per cagione di quello furono poi in Firenze, seguendo dell'altre novitadi universali che furono in que' tempi.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXII, in calen di febbraio, essendo la città di Firenze in grande e possente stato e felice in tutte cose, e' cittadini di quella grassi e ricchi, e per soperchio tranquillo, il quale naturalmente genera superbia e novità, sì erano i cittadini tra·lloro invidiosi e insuperbiti, e molti micidii e fedite e oltraggi facea l'uno cittadino all'altro, e massimamente i nobili detti grandi e possenti, contra i popolani e impotenti, così in contado come in città faceano forze e violenze nelle persone e ne' beni altrui, occupando. Per la qual cosa certi buoni uomini mercatanti e artefici di Firenze che voleano bene vivere si pensarono di mettere rimedio e riparo alla detta pestilenzia; e di ciò fu de' caporali intra gli altri uno valente uomo, antico e nobile popolano, e ricco e possente, ch'avea nome Giano della Bella, del popolo di Sa·Martino, con séguito e consiglio d'altri savi e possenti popolani. E faccendosi in Firenze ordine d'arbitrato in correggere gli statuti e le nostre leggi, sì come per gli nostri ordini consueto era di fare per antico, sì ordinarono certe leggi e statuti molto forti e gravi contro a' grandi e possenti che facessono forze o violenze contro a' popolari, radoppiando le pene comuni diversamente, e che fosse tenuto l'uno consorto de' grandi per l'altro, e si potessono provare i malificii per due testimoni di pubblica voce e fama, e che·ssi ritrovassono le ragioni del Comune: e quelle leggi chiamarono gli ordinamenti della giustizia. E acciò che fossono conservati e messi ad esecuzione, sì ordinarono che oltre al novero de' VI priori i quali governavano la città fosse uno gonfaloniere di giustizia di sesto in sesto, mutando di II in II mesi, come si fanno i priori, e sonando le campane a martello, e congregandosi il popolo a dare il gonfalone della giustizia nella chiesa di San Piero Scheraggio, che prima non s'usava. E ordinarono che niuno de' priori potesse essere di casa de' nobili detti grandi, che 'mprima ve n'avea sovente de' buoni uomini mercatanti, tutto fossono de' potenti. E la 'nsegna del detto popolo e gonfalone fu ordinato il campo bianco e la croce vermiglia. E furono eletti M cittadini partiti per sesti con certi banderai per contrade, con L pedoni per bandiera, i quali dovessono essere armati, e ciascuno con soprasberga e scudo della 'nsegna della croce, e trarre ad ogni romore e richesta del gonfaloniere a casa, o a palazzo, de' priori, e per fare esecuzione contro a' grandi; e poi crebbe il numero de' pedoni eletti in MM, e poi in IIIIm. E simile ordine di gente d'arme per lo popolo e colla detta insegna s'ordinò in contado e distretto di Firenze, che·ssi chiamavano le leghe del popolo. E 'l primo de' detti gonfalonieri fu uno Baldo de' Ruffoli di porte del Duomo; e al suo tempo uscì fuori gonfalone con arme a disfare i beni d'uno casato detti Galli di porte Sante Marie, per uno micidio che uno di loro avea fatto nel reame di Francia nella persona d'uno popolano. Questa novità di popolo e mutazione di stato fu molto grande alla città di Firenze, e ebbe poi molte e diverse sequele in male e in bene del nostro Comune, come innanzi per gli tempi faremo menzione. E questa novità e cominciamento del popolo non sarebbe venuta fatta a' popolani per la potenzia de' grandi, se non fosse che in que' tempi i grandi di Firenze non furono tra·lloro in tante brighe e discordie, poi che' Guelfi tornarono in Firenze, com'erano allora ch'egli avea grande guerra tra gli Adimari e' Tosinghi, e tra i Rossi e' Tornaquinci, e tra i Bardi e' Mozzi, e tra i Gherardini e' Manieri, e tra i Cavalcanti e' Bondelmonti, e tra certi de' Bondelmonti e' Giandonati, e tra' Visdomini e' Falconieri, e tra i Bostichi e' Foraboschi, e tra' Foraboschi e' Malispini, e tra' Frescobaldi insieme, e tra la casa de' Donati insieme, e più altri casati.

<B>II</B>

<I>Come il popolo di Firenze feciono pace co' Pisani, e molte altre notabili cose.</I>

L'anno seguente MCCLXXXXIII quegli che reggeano il popolo di Firenze per fortificare loro stato di popolo e affiebolire il podere de' grandi e de' possenti, i quali molte volte acrescono e vivono delle guerre, richesti da' Pisani di pace, i quali per le guerre erano molto affieboliti e abbassati, il popolo di Firenze non guardando a·cciò, alla detta pace assentirono, mandandone i Pisani il conte Guido da Montefeltro loro capitano, e disfaccendo il castello del Ponte ad Era, e avendo i Fiorentini libera franchigia in Pisa sanza pagare niente di loro mercatantie. E alla detta pace furono i Lucchesi, e' Sanesi, e tutte le terre della lega di parte guelfa di Toscana. E nota che infino a questo tempo, e più addietro, era tanto il tranquillo stato di Firenze, che di notte non si serravano porte alla città, né avea gabelle in Firenze; e per bisogno di moneta, per non fare libbra, si venderono le mura vecchie, e' terreni d'entro e di fuori a chi v'era acostato. E per l'ordine del popolo molte giuridizioni si raquistarono per lo Comune, che Poggibonizzi si recò tutto all'obedienza del Comune, ch'avea giuridizione per sé, e Certaldo, e Gambassi, e Catignano; e tolsesi a' Conti la giuridizione di Viesca e del Terraio, e Ganghereta, e Moncione, e Barbischio, e 'l castello di Lori, e casa Guicciardi; e in Mugello molte possesioni le quali aveano occupate i Conti, e gli Ubaldini, e altri gentili uomini; e raquistossi lo spedale di San Sebbio, ch'era del Comune, occupato per grandi uomini. E sopra queste cose fu caporale uno valente e leale popolano d'Oltrarno chiamato Caruccio del Verre. Sì che nel cominciamento del popolo si fece molto di bene comune, e a ciascuno a cui fosse per addietro occupata possesione per gli potenti, di fatto fu renduta. In questo tempo che 'l popolo di Firenze era fiero e in caldo e signoria, essendo fatto in Firenze uno eccesso e malificio, e quello cotale che 'l fece si fuggì e stava nella terra di Prato, per lo Comune di Firenze fu mandato a quello Comune che rimandasse lo sbandito. Eglino per mantenere loro libertà nol vollono fare; per la quale cosa il Comune di Prato fu condannato per lo Comune di Firenze in libbre Xm, e rendessono il malifattore, mandandovi uno messo solamente con una lettera. I Pratesi disubbidienti, si bandì l'oste per guastare Prato; e già mossa la camera dell'arme del Comune, e le masnade a cavallo e a piè, i Pratesi recarono i danari, e menarono il malfattore, e pagarono la condannagione; e così di fatto facea le cose l'acceso popolo di Firenze.

<B>III</B>

<I>D'uno grande fuoco che fu in Firenze nella contrada di Torcicoda.</I>

Nel detto anno del MCCLXXXXIII s'apprese uno grande fuoco in Firenze nella contrada detta Torcicoda, tra San Piero Maggiore e San Simone, e arsonvi più di XXX case con grande dammaggio, ma non vi morì persona. E nel detto tempo si feciono intorno a San Giovanni i pilastri de' gheroni di marmi bianchi e neri per l'arte di Calimala, che prima erano di macigni, e levarsi tutti i monumenti e sepolture e arche di marmo ch'erano intorno a San Giovanni per più bellezza della chiesa.

<B>IV</B>

<I>Come si cominciò la guerra intra il re di Francia e quello d'Inghilterra.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXIII, avendo avuta battaglia e ruberia in mare tra' Guasconi ch'erano uomini del re d'Inghilterra e' Normandi che sono sotto il re di Francia, della quale i Normandi ebbono il peggiore, e vegnendosi a dolere della ingiuria e dammaggio ricevuto da' Guasconi al loro re di Francia, lo re fece richiedere il re Adoardo d'Inghilterra, il quale per risorto tenea la Guascogna dovendone fare omaggio al re di Francia, che dovesse fare fare l'amenda alle sue genti, e venire personalmente a·ffare omaggio della detta Guascogna al re di Francia, e se ciò non facesse a certo termine a·llui dato, il re di Francia col suo consiglio de' XII peri il privava del ducato di Guascogna. Per la qual cosa il re Adoardo, il quale era di grande cuore e prodezza, e per suo senno e valore fatte di grandi cose oltremare e di qua, isdegnò di non volere fare personalmente il detto omaggio, ma mandò in Francia messer Amondo suo fratello, che facesse per lui, e soddisfacesse il dammaggio ricevuto per la gente del re di Francia. Ma per l'orgoglio e covidigia de' Franceschi, il re Filippo di Francia nol volle accettare, per avere cagione di torre al re d'Inghilterra la Guascogna lungamente conceputa e disiderata. Per la qual cosa si cominciò aspra e dura guerra tra' Franceschi e gl'Inghilesi in terra e in mare, onde molta gente morirono, e furono presi e diserti dall'una parte e dall'altra, come innanzi per gli tempi faremo menzione. E 'l seguente anno il re Filippo di Francia mandò in Guascogna messere Carlo di Valos suo fratello con grande cavalleria, e prese Bordello e molte terre e castella sopra il re d'Inghilterra, e in mare mise grande navilio in corso sopra gl'Inghilesi.

<B>V</B>

<I>Come fu eletto e fatto papa Cilestino quinto, e come rifiutò il papato.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXIIII, del mese di luglio, essendo stata vacata la Chiesa di Roma dopo la morte di papa Niccola d'Ascoli più di due anni, per discordia de' cardinali ch'erano partiti, e ciascuna setta volea papa uno di loro, essendo i cardinali in Perugia, e costretti aspramente da' Perugini perché eleggessono papa, come piacque a·dDio, furono in concordia di non chiamare niuno di loro collegio, e elessono uno santo uomo ch'avea nome frate Piero dal Morrone d'Abruzzi. Questi era romito e d'aspra vita e penitenzia, e per lasciare la vanità de·mondo, ordinati più santi monisterii di suo ordine, sì se n'andò a·ffare penitenzia nella montagna del Morrone, la quale è sopra Sermona. Questi eletto e fatto venire e coronato papa, per riformare la Chiesa fece di settembre vegnente XII cardinali, grande parte oltramontani, a·ppetizione e per consiglio del re Carlo re di Cicilia e di Puglia; e ciò fatto, n'andò colla corte a Napoli, il quale dal re Carlo fu ricevuto graziosamente e con grande onore; ma perch'egli era semplice e non litterato, e delle pompe del mondo non si travagliava volentieri, i cardinali il pregiavano poco, e parea loro che a utile e stato della Chiesa avere fatta mala elezione. Il detto santo padre aveggendosi di ciò, e non sentendosi sofficiente al governamento della Chiesa, come quegli che più amava di servire a·dDio e l'utile di sua anima che l'onore mondano, cercava ogni via come potesse rinunziare il papato. Intra gli altri cardinali della corte era uno messer Benedetto Guatani d'Alagna molto savio di scrittura, e delle cose del mondo molto pratico e sagace, il quale aveva grande volontà di pervenire alla dignità papale, e quello con ordine avea cercato e procacciato col re Carlo e co' cardinali, e già da·lloro la promessa, la quale poi gli venne fatta. Questi si mise dinanzi al santo padre, sentendo ch'egli avea voglia di rinunziare il papato, ch'egli facesse una nuova decretale, che per utilità della sua anima ciascuno papa potesse il papato rinunziare, mostrandoli assemplo di santo Clemente, che quando santo Pietro venne a morte lasciò ch'apresso a·llui fosse papa; e quegli per utile di sua anima non volle essere, e fu in luogo di lui in prima santo Lino, e poi santo Cleto papa; e così come il consigliò il detto cardinale, fece papa Cilestino il detto decreto; e ciò fatto, il dì di santa Lucia di dicembre vegnente, fatto concestoro di tutti i cardinali, in loro presenza si trasse la corona e il manto papale, e rinunziò il papato, e partissi della corte, e tornossi ad essere eremita, e a·ffare sua penitenzia. E così regnò nel papato V mesi e VIIII dì papa Cilestino. Ma poi il suo successore messer Benedetto Guatani detto di sopra, il quale fu poi papa Bonifazio, si dice, e fu vero, il fece prendere a la montagna di Santo Angiolo in Puglia di sopra a Bestia, ove s'era ridotto a·ffare penitenzia, e chi dice ne voleva ire in Ischiavonia, e privatamente nella rocca di Fummone in Campagna il fece tenere in cortese pregione, acciò che·llui vivendo non si potesse apporre alla sua lezione, però che molti Cristiani teneano Cilestino per diritto e vero papa, nonostante la sua rinunziazione, opponendo che sì fatta dignità come il papato per niuno decreto non si potea rinunziare, e perché santo Clemente rifiutasse la prima volta il papato, i fedeli il pur teneano per padre, e convenne poi che pur fosse papa dopo santo Cleto. Ma ritenuto preso Cilestino, come avemo detto, in Fummone, nel detto luogo poco vivette; e quivi morto, fu soppellito in una piccola chiesa di fuori di Fummone dell'ordine di suoi frati poveramente, e messo sotterra più di X braccia, acciò che 'l suo corpo non si ritrovasse. Ma alla sua vita, e dopo la sua morte, fece Iddio molti miracoli per lui, onde molta gente aveano in lui grande devozione; e poi a·ccerto tempo appresso dalla Chiesa di Roma e da papa Giovanni XXII fu canonizzato, e chiamato santo Piero di Morrone, come innanzi al detto tempo fareno menzione.

<B>VI</B>

<I>Come fu eletto e fatto papa Bonifazio ottavo.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXIIII messer Benedetto Guatani cardinale, avendo per suo senno e segacità adoperato che papa Celestino avea rifiutato il papato, come adietro nel passato capitolo avemo fatta menzione, seguì la sua impresa, e tanto adoperò co' cardinali e col procaccio del re Carlo, il quale avea l'amistà di molti cardinali, spezialmente di XII nuovi eletti per Celestino, e istando in questa cerca, una sera di notte isconosciuto con poca compagnia andòe al re Carlo, e dissegli: "Re, il tuo papa Celestino t'ha voluto e potuto servire nella tua guerra di Cicilia, ma nonn-ha saputo; ma se tu adoperi co' tuoi amici cardinali ch'io sia eletto papa, io saprò, e vorrò, e potrò"; promettendogli per sua fede e saramento di mettervi tutto il podere della Chiesa. Allora lo re fidandosi in lui, gli promise e ordinò co' suoi XII cardinali che gli dessero le loro boci. E essendo alla lezione messer Matteo Rosso e messer Iacopo della Colonna, ch'erano capo delle sette de' cardinali, s'accorsono di ciò, incontanente gli diedono le loro, ma prima messer Matteo Rosso Orsini; e per questo modo fu eletto papa nella città di Napoli la vilia della Natività di Cristo del detto anno; e incontanente che fue eletto si volle partire di Napoli colla corte, e venne a Roma, e là si fece coronare con grande solennità e onore in mezzo gennaio. E ciò fatto, la prima provisione che fece, sentendo che grande guerra era cominciata tra 'l re Filippo di Francia e·re Adoardo d'Inghilterra per la quistione di Guascogna, sì mandò oltre i monti due legati cardinali, perché gli pacificassono insieme; ma poco v'adoperarono, che' detti signori rimasono in maggiore guerra che di prima. Questo papa Bonifazio fue della città d'Alagna, assai gentile uomo di sua terra, figliuolo di messer Lifredi Guatani, e di sua nazione Ghibellino; e mentre fu cardinale, protettore di loro, spezialmente de' Todini; ma poi che fu fatto papa molto si fece Guelfo, e molto fece per lo re Carlo nella guerra di Cicilia, con tutto che per molti savi si disse ch'egli fu partitore della parte guelfa, sotto l'ombra di mostrarsi molto Guelfo, come innanzi ne' suoi processi manifestamente si potrà comprendere per chi fia buono intenditore. Molto fu magnanimo e signorile, e volle molto onore, e seppe bene mantenere e avanzare le ragioni della Chiesa, e per lo suo savere e podere molto fu ridottato e temuto; pecunioso fu molto per agrandire la Chiesa e' suoi parenti, non faccendo coscienza di guadagno, che tutto dicea gli era licito quello ch'era della Chiesa. E come fu fatto papa anullò tutte le grazie de' vacanti fatte per papa Celestino, chi non avesse la possesione; fece fare il nipote al re Carlo conte di Caserta, e due figliuoli del detto suo nipote, l'uno conte di Fondi e l'altro conte di Palazzo. Comperò il castello delle Milizie di Roma, che fu il palazzo d'Attaviano imperadore, e quello crescere e reedificare con grande spendio, e più altre forti e belle castella in Campagna e in Maremma. E sempre la sua stanza fue il verno in Roma, e la state a la prima in Rieti e Orbivieto, ma poi il più in Alagna per agrandire la sua cittade. Lasceremo alquanto di dire del detto papa, seguendo di tempo in tempo delle novità dell'altre parti del mondo, e massimamente di quelle di Firenze, onde molto ne cresce materia.

<B>VII</B>

<I>Quando si cominciò a fondare la nuova chiesa di Santa Croce di Firenze.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXIIII, il dì di santa Croce di maggio, si fondò la grande chiesa nuova de' frati minori di Firenze detta Santa Croce, e a la consegrazione della prima pietra che si mise ne' fondamenti, vi furono molti vescovi e parlati e cherici e religiosi, e la podestà, e 'l capitano, e' priori, e tutta la buona gente di Firenze, uomini e donne, con grande festa e solennitade. E cominciarsi i fondamenti prima da la parte di dietro ove sono le cappelle, però che prima v'era la chiesa vecchia, e rimase all'oficio de' frati infino che furono murate le cappelle nuove.

<B>VIII</B>

<I>Come fu cacciato di Firenze il grande popolare Giano della Bella.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXIIII, del mese di gennaio, essendo di nuovo entrato in signoria de la podesteria di Firenze messer Giovanni da Luccino da Commo, avendo dinanzi uno processo d'una accusa contro a messer Corso de' Donati, nobile e possente cittadino de' più di Firenze, per cagione che 'l detto messer Corso dovea avere morto uno popolano, famigliare di messer Simone Galastrone suo consorto, a una mischia e fedite le quali aveano avute insieme, e quello famigliare era stato morto; onde messer Corso Donati era andato dinanzi con sicurtà della detta podestà, a' prieghi d'amici e signori, onde il popolo di Firenze attendea che la detta podestà il condannasse. E già era tratto fuori il gonfalone della giustizia per fare l'esecuzione, e egli l'asolvette; per la qual cosa in sul palagio della podestà letta la detta prosciogligione, e condannato messer Simone Galastrone delle fedite, il popolo minuto gridò: "Muoia la podestà!"; e uscendo a corsa di palagio, gridando: "A l'arme a l'arme, e viva il popolo!", gran parte del popolo fu in arme, e spezialmente il popolo minuto; e trassono a casa Giano de la Bella loro caporale; e elli, si dice, gli mandò col suo fratello al palagio de' priori a seguire il gonfaloniere della giustizia; ma ciò non feciono, anzi vennero pure al palagio della podestà, il quale popolo a furore con arme e balestra assaliro il detto palagio, e con fuoco misono nelle porte, e arsolle, e entrarono dentro, e presono e rubarono la detta podestà e sua famiglia vituperosamente. Ma messer Corso per tema di sua persona si fuggì di palagio di tetto in tetto, ch'allora non era così murato; de la quale furia i priori, ch'erano assai vicini al palagio della podestà, dispiacque, ma per lo isfrenato popolo nol poterono riparare. Ma racquetato il romore, alquanti dì appresso i grandi uomini che non dormivano in pensare d'abattere Giano de la Bella, imperciò ch'egli era stato de' caporali e cominciatori degli ordini della giustizia, e oltre a·cciò, per abassare i grandi, volle torre a' capitani di parte guelfa il suggello e 'l mobile della parte, ch'era assai, e recarlo in Comune, non perch'egli non fosse Guelfo e di nazione Guelfo, ma per abassare la potenzia de' grandi; i quali grandi vedendosi così trattare, s'acostarono in setta col consiglio del collegio de' giudici e de' notari, i quali si teneano gravati da·llui, come addietro facemmo menzione, e con altri popolani grassi, amici e parenti de' grandi, che non amavano che Giano de la Bella fosse in Comune maggiore di loro, ordinarono di fare uno gagliardo uficio de' priori; e venne loro fatto, e trassesi fuori prima che 'l tempo usato. E ciò fatto, come furono all'uficio, sì ordinarono col capitano del popolo, e feciono formare una notificagione e inquisizione contro al detto Giano de la Bella e altri suoi consorti e seguaci, e di quegli che furono caporali a mettere fuoco nel palagio, opponendo com'egli aveano messa la terra a romore, e turbato il pacifico stato, e assalita la podestà contro agli ordini della giustizia; per la qual cosa il popolo minuto molto sì conturbò, e andavano a casa Giano della Bella, e proffereagli d'esser co·llui in arme a difenderlo, o combattere la terra. E il suo fratello trasse in Orto Sammichele uno gonfalone dell'arme del popolo; ma Giano ch'era uno savio uomo, se non ch'era alquanto presuntuoso, veggendosi tradito e ingannato da coloro medesimi ch'erano stati co·llui affare il popolo, e veggendo che·lla loro forza con quella de' grandi era molto possente, e già raunati a casa i priori armati, non si volle mettere alla ventura della battaglia cittadinesca, e per non guastare la terra, e per tema di sua persona non volle ire dinanzi, ma cessossi, e partì di Firenze a dì V di marzo, isperando che 'l popolo i·rimetterebbe ancora in istato; onde per la detta accusa, overo notificagione, fu per contumace condannato nella persona e isbandito, e in esilio morì in Francia (ch'avea a·ffare di là, ed era compagno de' Pazzi), e tutti i suoi beni disfatti, e certi altri popolani accusati co·llui; onde di lui fu grande danno alla nostra cittade, e massimamente al popolo, però ch'egli era il più leale e diritto popolano e amatore del bene comune che uomo di Firenze, e quegli che mettea in Comune e non ne traeva. Era presuntuoso e volea le sue vendette fare, e fecene alcuna contra gli Abati suoi vicini col braccio del Comune, e forse per gli detti peccati fu, per le sue medesime leggi fatte, a torto e sanza colpa da' non giusti giudicato. E nota che questo è grande esemplo a que' cittadini che sono a venire, di guardarsi di non volere essere signori di loro cittadini né troppo presuntuosi, ma istare contenti a la comune cittadinanza, che quegli medesimi che·ll'aveano aiutato a farlo grande per invidia il tradiranno e penseranno d'abattere; esse n'è veduta isperienza vera in Firenze per antico e per novello, che chiunque s'è fatto caporale di popolo o d'università è stato abattuto, però che·llo 'ngrato popolo mai non rende altri meriti. Di questa novitade ebbe grande turbazione e mutazione il popolo e la cittade di Firenze, e d'allora innanzi gli artefici e' popolani minuti poco podere ebbono in Comune, ma rimase al governo de' popolani grassi e possenti.

<B>IX</B>

<I>Quando si cominciò a fondare la chiesa maggiore di Santa Reparata.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXIIII, essendo la città di Firenze in assai tranquillo stato, essendo passate le fortune del popolo per le novità di Giano della Bella, i cittadini s'accordarono di rinnovare la chiesa maggiore di Firenze, la quale era molto di grossa forma e piccola a comparazione di sì fatta cittade, e ordinaro di crescerla, e di trarla addietro, e di farla tutta di marmi e con figure intagliate. E fondossi con grande solennitade il dì di santa Maria di settembre per lo legato del papa cardinale e più vescovi, e fuvi la podestà e capitano e' priori, e tutte l'ordini delle signorie di Firenze, e consagrossi ad onore d'Iddio e di santa Maria, nominandola Santa Maria del Fiore, con tutto che mai no·lle si mutò il primo nome per l'universo popolo, Santa Reparata. E ordinossi per lo Comune a la fabbrica e lavorio de la detta chiesa una gabella di danari IIII per libbra di ciò che usciva della camera del Comune, e soldi II per capo d'uomo; e il legato e' vescovi vi lasciarono grandi indulgenzie e perdonanze a chi vi facesse aiuto e limosina.

<B>X</B>

<I>Come messer Gianni di Celona venne in Toscana vicario d'imperio.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXIIII uno valente e gentile uomo della casa del conte di Borgogna, che·ssi chiamava messer Gianni di Celona, a sommossa della parte ghibellina di Toscana e col loro favore, impetrò da Alberto d'Osteric re de' Romani d'essere vicario d'imperio in Toscana; e ciò fatto, passò in Italia con Vc Borgognoni e Tedeschi a cavallo, e arrivò nella città d'Arezzo; e in quella cogli Aretini, e' Romagnuoli, e' ribelli di Firenze, cominciò a·ffare guerra a' Fiorentini e Sanesi, e stette bene uno anno. A la fine non piaccendo a' Ghibellini perch'era di lingua francesca, furono in sospetto di lui; per la qual cosa poi per procaccio di papa Bonifazio, a petizione del Comune di Firenze e de' Guelfi di Toscana, per accordo si partì con sua gente, e tornossi in Borgogna l'anno MCCLXXXXV, ed ebbe dal Comune di Firenze XXXm fiorini d'oro, e simile per rata da l'altre terre guelfe di Toscana, per mandarlo via. Nel detto anno MCCLXXXXIIII morì in Firenze uno valente cittadino il quale ebbe nome ser Brunetto Latini, il quale fu gran filosafo, e fue sommo maestro in rettorica, tanto in bene sapere dire come in bene dittare. E fu quegli che spuose la Rettorica di Tulio, e fece il buono e utile libro detto Tesoro, e il Tesoretto, e la Chiave del Tesoro, e più altri libri in filosofia, e de' vizi e di virtù, e fu dittatore del nostro Comune. Fu mondano uomo, ma di lui avemo fatta menzione però ch'egli fue cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini, e farli scorti in bene parlare, e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la Politica.

<B>XI</B>

<I>Come fu canonizzato santo Luis re che fu di Francia.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXIIII papa Bonifazio co' suoi frati cardinali nella città d'Orbivieto canonizzò la memoria del buono Luis re di Francia, il quale morì per la Cristianitade sopra la città di Tunisi, trovando per vere testimonianze di lui sante opere a la sua vita e a la sua fine, e avendo Iddio mostrati di lui aperti miracoli.

<B>XII</B>

<I>Come i grandi di Firenze misono la città a romore per rompere il popolo.</I>

A dì VI del mese di luglio, l'anno MCCLXXXXV, i grandi e possenti della città di Firenze veggendosi forte gravati di nuovi ordini de la giustizia fatti per lo popolo, e massimamente di quello ordine che dice che l'uno consorto sia tenuto per l'altro, e che·lla pruova della piuvica fama fosse per due testimoni; e avendo in sul priorato di loro amici, sì procacciarono di rompere gli ordini del popolo. E prima sì·ssi pacificarono insieme de' grandi nimistà tra·lloro, spezialmente tra gli Adimari e' Tosinghi, e tra' Bardi e' Mozzi; e ciò fatto, feciono a certo dì ordinato raunata di gente, e richiesono i priori che' detti capitoli fossono corretti; onde della città di Firenze fu tutta gente a romore e a l'arme, i grandi per sé a cavalli coverti, e co·lloro séguito di contadini e d'altri masnadieri a piè in grande quantità; e schierarsi parte di loro nella piazza di Santo Giovanni, ond'ebbe la 'nsegna reale messer Forese degli Adimari; parte di loro a la piazza a Ponte, ond'ebbe la 'nsegna messer Vanni Mozzi; e parte in Mercato Nuovo, ond'ebbe la 'nsegna messer Geri Spini, per volere correre la terra. I popolani s'armarono tutti co' loro ordini e insegne e bandiere, e furono in grande numero, e asserragliarono le vie della città in più parti, perché i cavalieri non potessono correre la terra, e raunarsi al palagio della podestà e a casa de' priori, che stavano allora nella casa de' Cerchi dietro a San Brocolo; e trovossi il popolo sì possente, e ordinati di forza e d'arme e di gente, e diedono compagnia a' priori, perch'erano sospetti, de' maggiori e de' più possenti e savi popolani di Firenze, uno per sesto. Per la qual cosa i grandi non ebbono niuna forza né podere contra loro, ma il popolo avrebbe potuto vincere i grandi, ma per lo migliore e per non fare battaglia cittadinesca, avendo alcuno mezzo di frati di buona gente dall'una parte a l'altra, ciascuna parte si disarmò, e la cittade si racquetò sanza altra novità, rimagnendo il popolo in suo stato e signoria, salvo che, dove la pruova de la piuvica fama era per II testimoni, si mise fossono per III; e ciò feciono i priori contra volontà de' popolani, ma poco appresso si rivocò e tornò al primo stato. Ma pur questa novitate fue la radice e cominciamento dello sconcio e male istato della città di Firenze che ne seguì apresso, che da indi innanzi i grandi mai non finarono di cercare modo d'abattere il popolo a·lloro podere; e' caporali del popolo cercarono ogni via di fortificare il popolo e d'abassare i grandi, fortificando gli ordini della giustizia; e feciono torre a' grandi le loro balestra grosse, e comperate per lo Comune; e molti casati che nonn erano tiranni e di non grande podere trassono del numero de' grandi e misono nel popolo, per iscemare il podere de' grandi e crescere quello del popolo. E quando i detti priori uscirono dell'uficio, fu loro picchiate le caviglie dietro, e gittati de' sassi, perch'erano stati consenzienti a favorare i grandi; e per questo romore e novitadi si mutò nuovo stato di popolo in Firenze, onde furono capo Mancini, e Magalotti, Altoviti, Peruzzi, Acciaiuoli, e Cerretani, e più altri.

<B>XIII</B>

<I>Come lo re Carlo fece pace col re Giamo d'Araona.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXV morì il re Anfus d'Araona, per la cui morte don Giamo suo fratello, il quale s'avea fatto coronare e tenea l'isola di Cicilia, cercò sua pace colla Chiesa e col re Carlo, e per mano di papa Bonifazio si fece in questo modo; che 'l detto don Giamo togliesse per moglie la figliuola del re Carlo, e rifiutasse la signoria di Cicilia, e lasciasse gli stadichi che 'l re Carlo avea lasciati in Aragona, ciò erano Ruberto e Ramondo e Giovanni suoi figliuoli con altri baroni e cavalieri provenzali; e 'l papa col re Carlo promise di fare rinunziare Carlo di Valos, fratello del re di Francia, il privilegio che papa Martino quarto gli avea fatto del reame d'Araona; e perché a·cciò consentisse, gli diè il re Carlo la contea d'Angiò e la figliuola per moglie. E per ciò fornire andò il re Carlo in Francia in persona, e lui tornando coll'accordo fatto e co' suoi figliuoli, i quali avea diliberi di pregione, sì passò per la città di Firenze, ne la quale era già venuto da Napoli per farglisi incontro Carlo Martello re d'Ungheria suo figliuolo, e con sua compagnia CC cavalieri a sproni d'oro, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, tutti giovani, vestiti col re d'una partita di scarlatto e verde bruno, e tutti con selle d'una assisa a palafreno rilevate d'ariento e d'oro, co l'arme a quartieri a gigli ad oro, e acerchiata rosso e d'argento, cioè l'arme d'Ungaria, che parea la più nobile e ricca compagnia che anche avesse uno giovane re con seco. E in Firenze stette più di XX dì, attendendo il re suo padre e' frategli, e da' Fiorentini gli fu fatto grande onore, e egli mostrò grande amore a' Fiorentini, onde ebbe molto la grazia di tutti. E venuto il re Carlo, e Ruberto, e Ramondo, e Giovanni suoi figliuoli in Firenze col marchese di Monferrato, che dovea avere per moglie la figliuola del re, fatti in Firenze più cavalieri, e ricevuto molto onore e presenti da' Fiorentini, il re con tutti i figliuoli si tornò a corte di papa e poi a Napoli. E ciò fatto, e messo a seguizione per lo papa e per lo re Carlo tutto il contratto della pace, don Giamo si partì di Cicilia e andossene in Araona, e del reame si fece coronare; ma di cui si fosse la colpa, o del papa o di don Giamo, il re Carlo si trovò ingannato, che dove lo re Carlo si credette riavere l'isola di Cicilia a queto, partitosene don Giamo, Federigo sequente suo fratello vi rimase signore, e a' Ciciliani se ne fece coronare contra volontà della Chiesa dal vescovo di Cefalona, onde il papa mostrò grande turbazione contro al re d'Araona e Federigo suo fratello, e fecelo citare a corte, il quale re Giamo vi venne l'anno appresso, come innanzi faremo menzione.

<B>XIV</B>

<I>Come la parte guelfa furono per forza cacciati di Genova.</I>

Nel detto anno si cominciò grande guerra tra' cittadini di Genova, tra la parte guelfa, ond'erano capo i Grimaldi, e la parte ghibellina, ond'eran capo gli Ori e Spinoli; e ciò parve che si scoprisse per invidia tra·lloro, e per la signoria della terra: ché la state medesima aveano fatta la più grande e la più ricca armata in mare sopra i Viniziani che mai facesse Comune, che più di CLX galee furono, sanza gli altri legni grossi e sottili, che furono più di C, e ciascuna parte e casato armando a gara l'uno dell'altro si sforzaro; e allora fu Genova e il suo podere nel maggiore colmo ch'ella fosse mai, che poi sempre vennono calando. E parve che in quello stuolo si cominciasse la discordia, che non passarono più innanzi che Messina, ch'aveano ordinato d'andare infino a Vinegia; e tornati a Genova, cominciarono tra·lloro battaglia cittadinesca, la quale durò da L dì, saettandosi e combattendosi di dì e di notte, onde molti ne moriro d'una parte e d'altra, e in più parti de la città misono fuoco, e arse la Riva quasi tutta, e la chiesa maggiore di Santo Lorenzo, e più case e palazzi. A la fine quegli di casa d'Oria, e gli Spinoli, e' loro seguaci, sotto trattato di triegua si fornirono di molta gente nuova di Lombardia e della riviera, e trovarsi sì forti, che per forza ne cacciarono i Grimaldi e' loro seguaci guelfi; e ciò fu di gennaio nel MCCLXXXXV.

<B>XV</B>

<I>De' fatti de' Tarteri di Persia.</I>

Nel detto anno essendo imperadore de' Tarteri di Persia e del Turigi Baido Cane, fratello che fu d'Argon Cane, onde addietro in alcuna parte facemmo menzione; e se Argon amò i Cristiani, questo Baido fu cristianissimo e nimico de' Saracini; per la qual cosa i Saracini di suo paese con certi signori di Tarteri feciono con ispendio e gran promesse che Casano suo nipote e figliuolo che fu d'Argon si rubellò da·llui, e venne in campo con grande oste de' Tarteri e Saracini contro a·llui per combattere. Baido veggendosi da gran parte de' suoi tradito, si mise a fuggire, il quale da Casano fue seguito, e sconfitto, e morto. E 'l detto Casano fatto signore colla forza de' Saracini, come detto avemo, incontanente mutò condizione, e come prima avea amati i Saracini e odiati i Cristiani, così apresso fu amico de' Cristiani e nimico de' Saracini, e distrusse tutti coloro che·ll'aveano consigliato di fare male a' Cristiani, e appresso fece molto di bene per la Cristianità per raquistare la Terrasanta, come innanzi al tempo faremo menzione.

<B>XVI</B>

<I>Come Maghinardo da Susinana isconfisse i Bolognesi, e prese la città d'Imola.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXVI, in calen di aprile, Maghinardo da Susinana, onde addietro facemmo menzione, avendo guerra co' Bolognesi per cagione della presa di Forlì e d'altre terre di Romagna, onde i Bolognesi aveano la signoria, e fatta lega col marchese Azzo da Ferrara, il quale simigliante avea guerra co' Bolognesi, coll'aiuto di sua gente e de' Ghibellini di Romagna, vegnendo con oste sopra la città d'Imola ov'erano i Bolognesi co·lloro forza, combattendo co·lloro gli sconfisse con grande danno de' presi e de' morti, e prese la detta città d'Imola con molti Bolognesi che v'erano dentro.

<B>XVII</B>

<I>Come il popolo di Firenze fece fare la terra di Castello San Giovanni e Castello Franco in Valdarno.</I>

Nel detto anno essendo il Comune e popolo di Firenze in assai buono e felice stato, con tutto che i grandi avessono incominciato a contradiare il popolo, come detto avemo, il popolo per meglio fortificarsi in contado, e scemare la forza de' nobili e de' potenti del contado, e spezialmente quella de' Pazzi di Valdarno e degli Ubertini ch'erano Ghibellini, si ordinò che nel nostro Valdarno di sopra si facessono due grandi terre e castella; l'uno era tra Fegghine e Montevarchi, e puosesi nome Castello Santo Giovanni, e l'altro in casa Uberti a lo 'ncontro passato l'Arno, e puosongli nome Castello Franco, e francarono tutti gli abitanti de' detti castelli per X anni d'ogni fazzione e spese di Comune, onde molti fedeli de' Pazzi e Ubertini, e di quegli da Ricasoli, e de' Conti, e d'altri nobili, per esser franchi si feciono terrazzani de' detti castelli; per la qual cosa in poco tempo crebbono e multiplicaro assai, e fecionsi buone e grosse terre.

<B>XVIII</B>

<I>Come lo re Giamo d'Araona venne a Roma, e papa Bonifazio gli privileggiò l'isola di Sardigna.</I>

Nel detto anno alla richesta di papa Bonifazio il re Giamo d'Araona venne a Roma al detto papa, e menò seco la reina Gostanza sua madre e figliuola che fu del re Manfredi, e messer Ruggieri di Loria suo amiraglio, a' quali il papa fece grande onore e ricomunicogli; e 'l detto re Giamo si scusò della 'mpresa che don Federigo suo fratello avea fatta della signoria di Cicilia, come non era essuta di sua saputa né di suo consentimento, giurando in mano del papa in presenza del re Carlo che a richiesta del re Carlo e' sarebbe personalmente, e con sua gente e forza, contro a don Federigo suo fratello ad aiutare racquistare l'isola di Cicilia; e simile promessa e saramento fece fare a messer Ruggieri di Loria suo amiraglio. Per la quale cosa il papa fece il detto re Giamo ammiraglio e gonfaloniere della Chiesa in mare, quando si facesse il passaggio d'oltremare, e privileggiollo del reame dell'isola di Sardigna, conquistandolo sopra i Pisani o chi v'avesse signoria; e fece il detto papa che 'l re Carlo perdonò ogni offesa ricevuta da messere Ruggieri di Loria, e fecelo suo ammiraglio; per la qual cosa sappiendo don Federigo, gli tolse tutte sue rendite e onori ch'avea in Cicilia, e al nipote, opponendogli tradigione, fece tagliare la testa.

<B>XIX</B>

<I>Come il conte di Fiandra e quello di Bari si rubellarono al re di Francia.</I>

Nel detto anno il conte Guido di Fiandra e il conte di Bari genero del re d'Inghilterra si rubellarono dal re di Francia per oltraggi ricevuti dal re e da sua gente, e allegarsi col re Adoardo d'Inghilterra. E intr'altre principali cagioni della rubellazione del conte di Fiandra si fu perch'egli avea maritata la figliuola al figliuolo del re d'Inghilterra sanza consentimento del re; onde non piaccendo al re, mandò per lo conte e per la contessa di Fiandra, e poi per la figliuola; e quando furono a Parigi, lo re fece ritenere la detta donzella in cortese pregione, perché non fosse moglie del suo nimico, e poco tempo appresso ella morì; e dissesi che fu fatta morire di veleno. Il conte vedendo ritenuta sua figlia, e egli da·re in leggere guardia lasciato, si partì privatamente di Parigi e fuggìsi in Fiandra, e dolendosi a' figliuoli e a la sua gente del torto che gli facea il re di sua figlia, fece le sue terre rubellare al re; e in Lilla mise a guardia Ruberto suo primo figliuolo, e a Doai Guiglielmo secondo figliuolo, e a Coltrai messere Gianni di Namurro suo figliuolo; e il conte rimase a la guardia di Bruggia, e 'l duca di Brabante suo nipote a la guardia di Guanto. Per la qual cosa il re di Francia con grande oste andòe in Fiandra con la maggiore parte di sua baronia, e con più di Xm cavalieri e popolo innumerabile, e puosesi a oste a Lilla, ne la quale era messer Ruberto di Fiandra e 'l siri di Falcamonte de la Magna con più soldati tedeschi, i quali difendeano la terra francamente. In questa stanza il conte d'Artese isconfisse i Fiaminghi a Fornes, e lo re d'Inghilterra arrivò in Fiandra, come si tratterà nel seguente capitolo; per la qual cosa, e ancora perché la villa di Lilla non era bene proveduta né fornita di vittuaglia, s'arrendéo la terra al re di Francia, andandone sano e salvo messer Ruberto di Fiandra con tutti i soldati tedeschi. E avuta il re di Francia Lilla, prese la sua gente Bettona e più altre ville di Fiandra, e fece poi lo re di Francia cavalcare le terre del conte di Bari, e ardere e guastare.

<B>XX</B>

<I>Come il conte d'Artese isconfisse i Fiamminghi a Fornes, e come il re d'Inghilterra passò in Fiandra.</I>

Nel seguente anno MCCLXXXXVII, essendo cresciuta la guerra al re di Francia per lo re d'Inghilterra, e per la rubellazione del conte di Fiandra e di quello di Bari, come detto avemo di sopra, sì feciono lega ancora contro a·llui col re Attaulfo d'Alamagna, e mandogli il re d'Inghilterra XXXm marchi di sterlini, acciò che venisse con suo isforzo in Fiandra per assalire il reame di Francia; e così promise e giurò, e lo re d'Inghilterra promise di venirvi in persona; e vennero alquanti cavalieri tedeschi in Fiandra al soldo de' Fiamminghi, i quali volendo co' Fiamminghi insieme assalire la contea d'Artese, il conte d'Artese con grande cavalleria di Franceschi tornato di Guascogna in Artese per la detta guerra cominciata per gli Fiamminghi, essendo al conte d'Artese già renduta la villa di Berghe a la marina, si fece loro incontro a Fornes in Fiandra, e quivi combattendo insieme, onde i Fiamminghi e' Tedeschi furono sconfitti, e morìvi il conte Guiglielmo di Giulieri, e Arrigo conte dal Bemonte, e 'l siri di Gaura, e più altri baroni e cavalieri tedeschi e fiamminghi con più di IIIm tra a piè e a cavallo vi furono morti e presi. E dopo la detta sconfitta il conte d'Artese prese Fornes, e feciono le comandamenta tutte le terre della marina e la valle di Cassella. In questo il re Adoardo d'Inghilterra con grande navilio, e con M e più buoni cavalieri e con gente d'arme a piè assai, e arrivò in Fiandra al porto della Stuna, sì come avea promesso per la lega fatta col re d'Alamagna e col conte di Fiandra, e prese la villa di Bruggia, la quale fue abandonata da' Franceschi, però che non v'avea fortezza né di muro né di fossi; e poi n'andò a Guanto, però che Bruggia non era forte, e gli grandi borgesi di Bruggia eran tutti della parte del re, onde non si fidava di stare in Bruggia. A Guanto era il conte di Fiandra per attendere il re d'Alamagna, il quale per più moneta, si disse, ch'ebbe dal re di Francia, non venne, come avea promesso e giurato; e chi disse che il detto re d'Alamagna rimase per guerra che 'l re di Francia per suoi danari e promessa di parentado gli fece muovere al duca d'Osteric; e a questo diamo più fede. Onde il re Adoardo veggendosi ingannato e tradito, overo fallito dal re d'Alamagna, e sentendo il grande podere del re di Francia, e com'era già mosso con tutta sua baronia, avuta Lilla, per venire contro a·llui a Guanto, e già era a Coltrai in Fiandra; per la qual cosa il re d'Inghilterra non s'affidò di dimorare in Fiandra, però che venuto il re di Francia con sua oste, il convenia essere soppreso o assediato in Bruggia o in Guanto, o venire a battaglia co·llui; e dapoi che non era venuto il re d'Alamagna con sua gente, non avea podere d'uscire a campo contro al re di Francia, e però si partì di Fiandra in grande fretta, e tornossi con sua gente inn-Inghilterra, e lasciò il conte di Fiandra in Guanto in male stato e da tutti abandonato. Lo re di Francia perché s'appressava il verno, e avea novelle come il re Carlo di Puglia venia in Francia in servigio del re d'Inghilterra, e per commessione del papa, per mettere accordo intra·llui e·re Adoardo, suoi congiunti, parenti, e amici, sì·ssi tornò in Francia con tutta sua oste, lasciando grande guernigione di gente d'arme a cavallo e a piè ne le dette terre, e fece fare a Lilla e a Coltrai forti castelli. E tornato in Francia, il re Carlo ordinò dal re di Francia al re Adoardo d'Inghilterra e 'l conte di Fiandra triegue per due anni, rimanendo al re di Francia per patti Bruggia, e Lilla, e Coltrai, e altre ville, le quali terre di Fiandra erano già all'obedienzia e guadagnate per lo re di Francia; e per dispensagione del papa il re d'Inghilterra prese per moglie la serocchia del re di Francia, e accordogli di pace insieme.

<B>XXI</B>

<I>Come papa Bonifazio privò del cardinalato messer Iacopo e messer Piero della Colonna.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXVII, a dì XIII del mese di maggio, tenendosi papa Bonifazio molto gravato da' signori Colonnesi di Roma, perché in più cose l'aveano contastato per isdegno di loro maggioranza, ma più si tenea il papa gravato, perché messer Iacopo e messer Piero de la Colonna cardinali gli erano stati contradi a la sua lezione, mai non pensò se non di mettergli al niente. E in questo avenne che Sciarra de la Colonna loro nipote, vegnendo al mutare della corte di... a le some degli arnesi e tesoro de la Chiesa, le rubò e prese, e menolle in... Per la qual cagione agiugnendovi la mala volontade conceputa per adietro, il detto papa contro a·lloro fece processo in questo modo: che' detti messer Iacopo e messer Piero de la Colonna diacani cardinali del cardinalato e di molti altri benifici ch'aveano da la Chiesa gli dispuose e privò; e per simile modo condannò e privò tutti quegli de la casa de' Colonnesi, cherici e laici, d'ogni beneficio ecclesiastico e secolare, e scomunicolli, che mai non potessono avere beneficio; e fece disfare le case e' palazzi loro di Roma, onde parve molto male a' loro amici romani; ma non poterono contradire per la forza del papa e degli Orsini loro contrari; per la quale cosa si rubellarono al tutto dal papa e cominciarono guerra, però ch'egli erano molto possenti, e aveano gran séguito in Roma, e era loro la forte città di Pilestrino, e quella di Nepi, e la Colonna, e più altre castella. Per la qual cosa il papa diede la indulgenza di colpa e pene chi prendesse la croce contro a·lloro, e fece fare oste sopra la città di Nepi, e il Comune di Firenze vi mandò in servigio del papa VIc tra balestrieri e pavesari crociati co le sopransegne del Comune di Firenze; e tanto stette l'oste a l'assedio, che la città s'arendé al papa a patti, ma molta gente vi morì e amalò per corruzzione d'aria ch'ebbe nella detta oste.

<B>XXII</B>

<I>Come Alberto d'Osteric sconfisse e uccise Ataulfo re d'Alamagna, e com'egli fue eletto re de' Romani.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXVIII, del mese di giugno, avendo i prencipi d'Alamagna privato Ataulfo della lezione dello 'mperio per cagione della sua dislealtà, e perché s'era legato col re di Francia per sua moneta, e tradito il re d'Inghilterra e il conte di Fiandra, come addietro avemo fatta menzione, e ancora per procaccio d'Alberto dogio d'Osteric, figliuolo che fu del re Ridolfo, per avere la lezione con ordine e trattato del re Adoardo, e con molta sua moneta data al detto Alberto per fare vendetta del tradimento commesso per lo detto Ataulfo re d'Alamagna; e ciò fatto, il detto dogio Alberto con sua potenzia di gente d'arme venne contro al detto Ataulfo, e in campo combatté co·llui, e sconfisselo, e rimase il detto Ataulfo morto nella detta battaglia con molta di sua gente; e avuta Alberto la detta vittoria, si fece eleggere re de' Romani, e poi confermare a papa Bonifazio.

<B>XXIII</B>

<I>Come i Colonnesi vennero a la misericordia del papa, e poi si rubellarono un'altra volta.</I>

Nel detto anno, del mese di settembre, essendo trattato d'accordo da papa Bonifazio a' Colonnesi, i detti Colonnesi, cherici e laici, vennero a Rieti ov'era la corte, e gittarsi a piè del detto papa a la misericordia, il quale perdonò loro, e assolvetteli della scomunicazione, e volle gli rendessono la città di Penestrino; e così feciono, promettendo loro di ristituirgli in loro stato e dignità, la qual cosa non attenne loro, ma fece disfare la detta città di Penestrino del poggio e fortezze ov'era, e fecene rifare una terra al piano, a la quale puose nome Civita Papale; e tutto questo trattato falso e frodolente fece il papa per consiglio del conte da Montefeltro, allora frate minore, ove gli disse la mala parola: "Lunga promessa coll'attendere corto etc.". I detti Colonnesi trovandosi ingannati di ciò ch'era loro promesso, e disfatta sotto il detto inganno la nobile fortezza di Penestrino, innanzi che compiesse l'anno si rubellarono dal papa e da la Chiesa, e 'l papa gli scomunicò da capo con aspri processi; e per tema di nonn esser presi o morti, per la persecuzione del detto papa, si partirono di terra di Roma, e isparsonsi chi di loro in Cicilia, e chi in Francia, e in altre parti, nascondendosi di luogo in luogo per non esser conosciuti, e di non dare di loro posta ferma, spezialmente messer Iacopo e messer Piero ch'erano stati cardinali; e così stettono inn-esilio mentre vivette il detto papa.

<B>XXIV</B>

<I>Come i Genovesi sconfissono i Viniziani in mare.</I>

Nel detto anno, a dì VIII di settembre, essendo grande guerra in mare tra i Genovesi e' Viniziani, ciascuno fece armata, i Genovesi di CX galee, e' Viniziani di CXX galee; e' detti Genovesi, ond'era capitano e amiraglio messer Lamba d'Oria, passarono la Cicilia e misonsi nel golfo, con intendimento d'andare infino a la città di Vinegia, se in altro luogo non trovassono i Viniziani; ma come furono in Ischiavonia, trovarono l'armata de' detti Viniziani a l'isola de la Scolcola, ov'ebbe tra' due stuoli aspra e dura battaglia; a la fine furono sconfitti i Viniziani, e molti ne furono morti e presi, e LXX corpi di loro galee ne furono menate co' pregioni in Genova.

<B>XXV</B>

<I>De' grandi tremuoti che furono in certe città d'Italia.</I>

Nel detto anno furono molti tremuoti in Italia, spezialmente nella città di Rieti e in quella di Spuleto, e in Toscana nella città di Pistoia, ne le quali cittadi caddono molte case, e palazzi, e torri, e chiese, e fu segno del giudicio di Dio, del futuro pericolo, e aversitadi, che poco appresso si cominciò in più parti d'Italia, e spezialmente nelle dette nominate cittadi, come innanzi per gli tempi faremo menzione.

<B>XXVI</B>

<I>Quando si cominciò il palazzo del popolo di Firenze ove abitano i priori.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXVIII si cominciò a fondare il palagio de' priori per lo Comune e popolo di Firenze, per le novità cominciate tra 'l popolo e' grandi, che ispesso era la terra in gelosia e in commozione, a la riformazione del priorato di due in due mesi, per le sette già cominciate, e i priori che reggeano il popolo e tutta la repubblica non parea loro essere sicuri ove abitavano innanzi, ch'era ne la casa de' Cerchi bianchi dietro a la chiesa di San Brocolo. E colà dove puosono il detto palazzo furono anticamente le case degli Uberti, ribelli di Firenze e Ghibellini; e di que' loro casolari feciono piazza, acciò che mai non si rifacessono. E perché il detto palazzo non si ponesse in sul terreno de' detti Uberti coloro che·ll'ebbono a far fare il puosono musso, che fu grande difalta a lasciare però di non farlo quadro, e più discostato da la chiesa di San Piero Scheraggio.

<B>XXVII</B>

<I>Come fu fatta pace tra 'l Comune di Genova e quello di Vinegia.</I>

Negli anni di Cristo MCCLXXXXVIIII, del mese di maggio, pace fu tra' Genovesi e' Viniziani, e ciascuno riebbe i suoi pregioni con que' patti che piacquero a' Genovesi. Intra gli altri vollono che infra XIII anni niuno Viniziano non navicasse nel mare Maggiore di là da Gostantinopoli e nella Soria con galee armate, onde i Genovesi ebbono grande onore, e rimasono in grande potenza e felice stato, e più che Comune o signore del mondo ridottati in mare.

<B>XXVIII</B>

<I>Come fu fatta pace tra 'l Comune di Bologna e 'l marchese da Esti e Maghinardo da Susinana per gli Fiorentini</I>

Nel detto tempo e anno essendo stata lunga e grande guerra tra 'l Comune di Bologna e' suoi usciti, e col marchese Azzo da Esti, il quale signoreggiava la città di Ferrara, e quella di Reggio, e quella di Modona, e con Maghinardo da Susinana grande signore in Romagna, i quali erano a una lega contro a' Bolognesi, per procaccio e industria de' Fiorentini, amici dell'una parte e dell'altra, pace fu fatta, e basciarsi insieme i sindachi de le parti ne la città di Firenze; e i Fiorentini furono promettitori e mallevadori a la detta pace per l'una parte e per l'altra, con solenni carte e promessioni.

<B>XXIX</B>

<I>Come il re Giamo d'Araona con Ruggieri di Loria e con l'armata del re Carlo sconfissono i Ciciliani a capo Orlando.</I>

Nel detto anno avendo lo re Carlo fatta sua armata per andare sopra l'isola di Cicilia di XL galee, ond'era ammiraglio messer Ruggieri di Loria, e richesto per papa Bonifazio e per lo re Carlo il re Giamo d'Araona che aseguisse la promessa per lui fatta per li patti della pace, come adietro facemmo menzione, venne di Catalogna con XXX galee armate, e accozzatosi a Napoli coll'armata del re Carlo, e con Ruggieri di Loria loro ammiraglio, tutti insieme n'andarono verso Cicilia. Don Federigo co' suoi Ciciliani sentendo il detto apparecchiamento, fece suo isforzo, e armò LX galee, e col suo ammiraglio messer Federigo d'Oria si misono in mare. E a capo Orlando in Cicilia s'accozzaro in mare le dette armate a dì IIII del mese di luglio, e dopo la grande e aspra battaglia l'armata de' Ciciliani fue sconfitta, e tra morti e presi più di VIm uomini e XXII corpi di galee; per la qual cosa si mostrò palesemente che 'l detto re Giamo e Ruggieri di Loria furono fedeli e leali a la promessa fatta al papa e al re Carlo. Bene si disse che se lo re Giamo avesse voluto, don Federigo suo fratello rimanea preso in quella battaglia, però che·lla sua galea fue nelle sue mani, e era finita la guerra di Cicilia; o che fosse di sua volontà o di sua gente catalana, il lasciarono fuggire e scampare.

<B>XXX</B>

<I>Come fu fatta pace tra' Genovesi e' Pisani.</I>

Nel detto anno, del mese d'agosto, fu fatta pace tra' Genovesi e' Pisani, la qual guerra era durata XVII anni e più, onde i Pisani molto erano abassati e venuti a piccolo podere; e quasi come gente ricreduta feciono a' Genovesi ogni patto che seppono domandare, dando loro parte in Sardigna, e la terra di Bonifazio in Corsica, e che' Pisani non dovessono navicare con galee armate infra XV anni, e de' pregioni che vennero in Genova de' Pisani, quando furono lasciati, non erano vivi che apena il X.

<B>XXXI</B>

<I>Quando di prima si cominciarono le nuove mura de la città di Firenze.</I>

Nel detto anno, a dì XXVIIII di novembre, si cominciarono a fondare le nuove e terze mura della città di Firenze nel Prato d'Ognesanti; e furono a benedire e fondare la prima pietra il vescovo di Firenze, e quello di Fiesole, e quello di Pistoia, e tutti i prelati e riligiosi, e tutte le signorie e ordini di Firenze con innumerabile popolo. E murarsi allora da la torre sopra la gora infino a la porta del Prato, la qual porta era prima cominciata insino l'anno MCCLXXXIIII, coll'altre porte mastre di qua da l'Arno, insieme, come adietro facemmo menzione; ma per molte averse novità che furono appresso stette buono tempo che non vi si murò più innanzi che quelle mura de la fronte del Prato.

<B>XXXII</B>

<I>Come il re di Francia ebbe a queto tutta Fiandra, e in pregione il conte e' figliuoli.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXVIIII, fallite le triegue dal re di Francia e 'l conte di Fiandra, lo re mandò in Fiandra messer Carlo di Valos suo fratello con grande oste e cavalleria, il quale giunto a Bruggia cominciò guerra al conte ch'era in Guanto, e a tutte le terre della marina che teneano col conte, e con più battaglie in più parti vinte per la gente di messer Carlo contra i Fiamminghi s'arenderono a messer Carlo, salvo Guanto, ov'era il conte cogli suoi figliuoli messer Ruberto e messer Guiglielmo, abandonati dagli amici e da' signori, e eziandio da' loro borgesi. Per la qual cosa trattato ebbono con messer Carlo di fare onore al re di rendersi a·llui, promettendo messer Carlo sopra sé di guarentirgli e rimettergli in amore del re, e in loro stato e signoria. E compiuto il trattato, renderono Guanto, ch'è de le più forti terre del mondo, e le loro persone a messer Carlo; il quale entrato in Guanto, il conte Guido e messer Ruberto e messer Guiglielmo suoi figliuoli tradì, e gli mandò presi a Parigi. La qual cosa per l'universo mondo fu tenuta grande dislealtà a sì fatto signore. E ciò fatto per messere Carlo, e avuta tutta a queto la contea di Fiandra, lasciò messer Giache, fratello del conte di San Polo, al tutto signore in Fiandra per lo re con grande cavalleria, e messer Carlo si tornò in Francia. E il detto messer Giache cominciò in Fiandra aspra signoria, e radoppiare sopra il popolo assise, e gabelle, e male tolte, onde il popolo forte si tenea gravato. Avenne che per la Pasqua di Risoresso vegnente lo re di Francia andòe a suo diletto in Fiandra per provedere il suo conquisto e fare festa; e giunto in Bruggia, gli fu fatto grande onore, e simile a Guanto, e Ipro, e l'altre buone terre; e tutti si vestirono di nuovo ad arte e mestieri d'una assisa, faccendo più diversi giuochi e feste, e per lo re e sua baronia giostre; e la tavola ritonda si fece a Guidendalla, maniere del conte, onde d'Alamagna e d'Inghilterra vi vennono più baroni e cavalieri a giostrare. Ma questa festa fu fine di tutte quelle de' Franceschi a' nostri tempi, ché come la fortuna si mostrò al re di Francia e a' suoi allegra e felice, così poco tempo appresso volse sua ruota nel contrario, come innanzi al tempo faremo menzione. E l'originale cagione, oltre al peccato per lo re e suo consiglio commesso ne la presura e morte della innocente damigella di Fiandra, e poi il tradimento fatto contro al conte Guido e' suoi figliuoli presi, si fu che al partire che 'l re fece di Fiandra gli artefici e popolo minuto gli domandarono grazia, che fossono alleggiati delle importabili gravezze che messer Giache di San Polo e' suoi faceano loro, e oltre a·cciò i grandi borgesi delle ville, che tutti gli mangiavano; non furono uditi dal re, se non come il popolo d'Israel dal re Roboam, ma maggiormente tormentati da' borgesi e dagli uficiali del re, onde appresso seguì il giudicio di Dio quasi improviso, come al tempo intenderete.

<B>XXXIII</B>

<I>Come il re di Francia s'imparentò col re Alberto d'Alamagna.</I>

Nel detto anno MCCLXXXXVIIII dopo il conquisto che 'l re di Francia fece di Fiandra Alberto d'Osteric re de' Romani fece parentado col re Filippo di Francia, e diede per moglie al figliuolo primogenito la figliuola del detto re di Francia; e ciò fu per l'amistà cominciata, e servigio fatto al re di Francia per lo re Alberto contro Ataulfo re de' Romani, come adietro è fatta menzione.

<B>XXXIV</B>

<I>Come il prenze di Taranto fu sconfitto in Cicilia.</I>

Nel detto anno, in calen di dicembre, Filippo prenze di Taranto e figliuolo del re Carlo secondo, essendo passato in su l'isola di Cicilia con VIc cavalieri e con XL galee armate, la maggiore parte Napoletani e gente del Regno, per guerreggiare l'isola, ed era all'assedio a la città di Trapali; e don Federigo d'Araona che tenea Cicilia era con sua gente, de la quale era capitano don Brasco d'Araona, e stavano in su 'l monte di Trapali, veggendo il male reggimento del detto prenze e di sua gente, a loro posta scesono del detto monte, e co·lloro vantaggio presono la battaglia, ne la quale il detto prenze fu sconfitto, e preso egli e grande parte di sua gente.

<B>XXXV</B>

<I>Come Casano signore de' Tartari sconfisse il soldano de' Saracini, e prese la Terrasanta in Soria.</I>

Nel detto anno, del mese di gennaio, Casano imperadore de' Tartari venne in Soria sopra il soldano de' Saracini, e menò seco CCm tra Tarteri e Cristiani a cavallo e a piè per condotta del re d'Erminia e di quello di Giorgia, cristianissimi e nimici de' Saracini, per racquistare la Terrasanta. Il soldano sentendo loro venuta, venne d'Egitto in Soria con più di Cm Saracini a cavallo, sanza l'altra sua oste di Soria ch'era infinita; e scontrarsi insieme i detti eserciti, e la battaglia fu grande e terribile. A la fine per senno e valentia del detto Casano, il quale si tenne a piede con grande parte de la sua buona gente infino che' Saracini ebbono tanto saettato, ch'egli ebbono voti i loro turcassi di saette, e acciò che' Saracini non potessono risaettare sopra i suoi le loro saette, ordinò che tutte quelle di sua gente fossono sanza cocca, e le corde di suoi archi con pallottiera, che poteano saettare le loro e quelle de Saracini. E ciò fatto, con ordine, a certo suo segno fatto montarono a cavallo, e aspramente assalirono i Saracini per modo che assai tosto gli mise in isconfitta e in fugga; ma molti Saracini vi furono morti e presi, e lasciarono tutto il loro campo e arnesi di grande ricchezza. E ciò fatto, quasi tutte le terre di Soria e di Gerusalem si renderono al detto Casano, e divotamente andò a visitare il santo Sepolcro; e ciò fatto, non potendo guari dimorare in Soria, convenendogli tornare in Persia al Turigi, per guerra che gli era cominciata da altri signori de' Tartari, sì mandò suoi ambasciadori in ponente a papa Bonifazio VIII, e al re di Francia, e agli altri re cristiani, che mandassono de' signori e gente cristiana a ritenere le città e terre di Soria e della Terrasanta ch'egli avea conquistate; la quale ambasciata fue intesa, ma male messa a seguizione, perché per lo papa e per gli altri signori de' Cristiani s'intendea più alle singulari guerre e quistioni tra·lloro, ch'al bene comune della Cristianità; che con poca gente e piccola spesa si racquistava e tenea per gli Cristiani la Terrasanta conquistata per Casano, la quale con grande vergogna, e non sanza merito di pena, per gli Cristiani s'abandonò. Onde partito di Soria il detto Casano, poco tempo appresso i Saracini si ripresono Gerusalem e l'altre terre di Soria. Il detto Casano fue figliuolo d'Argon Cane, onde addietro in alcuna parte facemmo menzione. Questi fu piccolo e isparuto di sua persona, ma virtudioso fu molto, e savio, e pro' di sua persona, e aveduto in guerra, cortesissimo e largo donatore, amico grandissimo de' Cristiani, e elli e molti di sua buona gente si fece per la fede di Cristo battezzare. E la cagione perché Casano divenne Cristiano nonn-è da tacere, ma da farne notabile memoria in questo nostro trattato a deficazione della nostra fede, per lo bello miracolo ch'avenne. Quando Casano fu fatto imperadore, si fece cercare per avere moglie per la più bella femmina che si trovasse, non guardandosi per tesoro o per altro, e però mandò suoi ambasciadori per tutto levante; e trovandosi la più bella la figliuola del re d'Erminia, e quella adimandata, il padre l'acettò, in quanto piacesse a la pulcella. Quella molto savia rispuose ch'era contenta al piacere del padre, salvo ch'ella volea essere libera di potere adorare e coltivare il nostro signore Gesù Cristo, bene che 'l marito fosse pagano; e così fu promesso e accettato per gli ambasciadori di Casano. Il re d'Erminia mandò la figliuola con frate Aiton suo fratello, e con altri frati e religiosi, e con ricca compagnia di cavalieri, e donne, e damigelle; e venuta a Casano, molto gli piacque, e fu in sua grazia e amore, e assai tosto concepette di lui, e al tempo debito partorìo, come piacque a·dDio, la più orda e orribile creatura che mai fosse veduta, e quasi per poco nonn-avea forma umana. Casano contristato di ciò, tenne consiglio co' suoi savi, per gli quali fu diliberato che la donna avea commesso avolterio, e fu giudicata ch'ella colla sua creatura fosse arsa. E apparecchiato il fuoco in presenza di Casano, a cui molto ne doleva, e di tutto il popolo della città, la donna chiese grazia di volere sua confessione e comunione, sì come fedele Cristiana, e la creatura battezzare e fare Cristiano. Fu conceduta la grazia, e come la creatura fu battezzata nel nome del Padre, e del Filio, e del santo Spirito, in presenza del padre e di tutto il popolo, incontanente il fanciullo divenne il più bello e grazioso che mai fosse veduto. Del detto miracolo Casano fu molto allegro, e con gran festa la 'mperadrice e 'l figliuolo furono diliberi da morte; e Casano e tutto il popolo si battezzarono e feciono Cristiani. E non voglio che tu lettore ti maravigli perché scriviamo che Casano fosse quasi con CCm Tartari a cavallo, che il vero fu così, e ciò sapemmo da uno nostro Fiorentino e vicino di casa i Bastari, nudrito infino piccolo fanciullo in sua corte, e di qua per lui al papa e a' re de' Cristiani venne per ambasciadore con altri de' Tarteri, che ciò testimonò e a noi disse. E nonn-è da maravigliare però, però che quasi tutti i Tarteri vanno a cavallo e nonne a piè; e' loro cavagli sono piccoli, e mai non bisogna loro ferro in piè, né orzo né altra biada, ma vivono d'erbaggio e di fieno, lasciandogli pascere come pecore; e uno de' Tarteri ne mena seco X o XX o più de' detti cavagli, secondo ch'è possente; e va l'uno dietro a l'altro sanza altra guida; e sono con sottili briglie sanza freno, e povera sella d'una bardella e piccole scaglie incamutate. Armati sono di cuoio cotto e d'archi e saette; e vivonsi di carne cruda o poco cotta, e di pesce, e di sangue di bestie, e latte e burro con poco pane, e le più volte sanza pane; e quando hanno sete e non trovassono acqua, segnano l'uno de' loro cavagli e beonsi il sangue, e ispesso l'uccidono e 'l si mangiano; e giacciono e dormono sanza letto, se non il tappeto sopra la terra, e sempre stanno a campo, e molto sono obbedienti e fedeli al loro signore, e fieri e crudeli in arme, sì che al signore de' Tarteri è più leggere di menare seco in oste CCm de' Tarteri a cavallo, che non sarebbe al re di Francia Xm. Avemo sì lungo detto de' costumi de' Tarteri per trarre d'ignoranza coloro che di loro fatti non sanno; ma chi più ne vorrà sapere legga il trattato di frate Aiton d'Erminia e i·libro del Milione di Vinegia, come in altra parte in questo libro avemo detto.

<B>XXXVI</B>

<I>Come papa Bonifazio VIII diè perdono a tutti i Cristiani ch'andassono a Roma l'anno del giubileo MCCC.</I>

Negli anni di Cristo MCCC, secondo la Nativitade di Cristo, con ciò fosse cosa che si dicesse per molti che per adietro ogni centesimo d'anni della Natività di Cristo il papa ch'era in que' tempi facie grande indulgenza, papa Bonifazio VIII, che allora era appostolico, nel detto anno a reverenza della Natività di Cristo fece somma e grande indulgenza in questo modo: che qualunque Romano visitasse infra tutto il detto anno, continuando XXX dì, le chiese de' beati appostoli santo Pietro e santo Paolo, e per XV dì l'altra universale gente che non fossono Romani, a tutti fece piena e intera perdonanza di tutti gli suoi peccati, essendo confesso o si confessasse, di colpa e di pena. E per consolazione de' Cristiani pellegrini ogni venerdì o dì solenne di festa si mostrava in Santo Piero la Veronica del sudario di Cristo. Per la qual cosa gran parte de' Cristiani ch'allora viveano feciono il detto pellegrinaggio così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e d'apresso. E fue la più mirabile cosa che mai si vedesse, ch'al continuo in tutto l'anno durante avea in Roma oltre al popolo romano CCm pellegrini, sanza quegli ch'erano per gli cammini andando e tornando, e tutti erano forniti e contenti di vittuaglia giustamente, così i cavagli come le persone, e con molta pazienza, e sanza romori o zuffe: ed io il posso testimonare, che vi fui presente e vidi. E de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa e a' Romani: per le loro derrate furono tutti ricchi. E trovandomi io in quello benedetto pellegrinaggio ne la santa città di Roma, veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leggendo le storie e' grandi fatti de' Romani, scritti per Virgilio, e per Salustio, e Lucano, e Paulo Orosio, e Valerio, e Tito Livio, e altri maestri d'istorie, li quali così le piccole cose come le grandi de le geste e fatti de' Romani scrissono, e eziandio degli strani dell'universo mondo, per dare memoria e esemplo a quelli che sono a venire presi lo stile e forma da·lloro, tutto sì come piccolo discepolo non fossi degno a tanta opera fare. Ma considerando che la nostra città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel suo montare e a seguire grandi cose, sì come Roma nel suo calare, mi parve convenevole di recare in questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze, in quanto m'è istato possibile a ricogliere, e ritrovare, e seguire per innanzi istesamente in fatti de' Fiorentini e dell'altre notabili cose dell'universo in brieve, infino che fia piacere di Dio, a la cui speranza per la sua grazia feci la detta impresa, più che per la mia povera scienza. E così negli anni MCCC tornato da Roma, cominciai a compilare questo libro a reverenza di Dio e del beato Giovanni, e commendazione della nostra città di Firenze.

<B>XXXVII</B>

<I>Come il conte Guido di Fiandra con due suoi figliuoli s'arendeo al re di Francia. e come furono ingannati e messi in pregione.</I>

Nel detto anno, del mese di maggio, essendo ad oste sopra Fiandra messer Carlo di Valos, fratello del re Filippo di Francia, il conte Guido di Fiandra molto anziano e vecchio, fece trattato co·llui di venire con due suoi maggiori figliuoli a la misericordia del re di Francia, rendendoli paceficamente il rimanente della terra di Fiandra ch'egli tenea. Il detto messer Carlo promise che se ciò facesse di fargli fare grazia, e rendere la pace dal re, e ristituirlo in suo stato; il quale conte s'affidòe a·llui, e gli rendé Bruggia e Guanto e l'altre terre di Fiandra, e con Ruberto e Guiglielmo suoi figliuoli vennero col detto messer Carlo a Parigi, e gittarsi a la misericordia, e a' piè del re; il quale re per malvagio consiglio, non asseguendo cosa che a·lloro fosse promessa, sanza nulla grazia gli fece mettere in pregione. Per lo quale tradimento e dislealtà grande male ne venne a la casa di Francia e a' Franceschi in brieve tempo appresso, come Innanzi la nostra storia de' fatti di Fiandra farà menzione.

<B>XXXVIII</B>

<I>Come si cominciò parte nera e bianca prima nella città di Pistoia.</I>

In questi tempi essendo la città di Pistoia in felice e grande e buono stato secondo il suo essere, e intra gli altri cittadini v'avea uno lignaggio di nobili e possenti che si chiamavano i Cancellieri, non però di grande antichità, nati d'uno ser Cancelliere, il quale fu mercatante e guadagnò moneta assai, e di due mogli ebbe più figliuoli, i quali per la loro ricchezza tutti furono cavalieri, e uomini di valore e da bene; e di loro nacquero molti figliuoli e nipoti, sì che in questo tempo erano più di C uomini d'arme, ricchi e possenti e di grande affare, sicché non solamente i maggiori di Pistoia, ma de' più possenti legnaggi di Toscana. Nacque tra·lloro per la soperchia grassezza, e per susidio del diavolo, isdegno e nimistà tra 'l lato di quelli ch'erano nati d'una donna a quelli dell'altra; e l'una parte si puosono nome i Cancellieri neri, e l'altra i bianchi. E crebbe tanto che si fedirono insieme, non però di cosa innorma, e fedito uno di que' del lato de' cancellieri bianchi, que' del lato de' Cancellieri neri per avere pace e concordia co·lloro mandarono quegli ch'avea fatta l'offesa a la misericordia di coloro che·ll'aveano ricevuta, che ne prendessono l'amenda e vendetta a·lloro volontà; i quali del lato de' Cancellieri bianchi ingrati e superbi, non avendo in loro pietà né carità, la mano dal braccio tagliaro in su una mangiatoia a quegli ch'era venuto a la misericordia. Per lo quale cominciamento e peccato non solamente si divise la casa de' Cancellieri, ma più micidi ne nacquero tra·lloro, e tutta la città di Pistoia se ne divise, che l'uno tenea coll'una parte e l'altro coll'altra, e chiamavansi parte bianca e nera, dimenticata tra·lloro parte guelfa e ghibellina; e più battaglie cittadine, con molti pericoli e micidi, ne nacquero e furono in Pistoia; e non solamente in Pistoia, ma poi la città di Firenze e tutta Italia contaminaro le dette parti, come innanzi potrete intendere e sapere. I Fiorentini per tema che per le dette parti di Pistoia non surgesse rubellazione de la terra a sconcio di parte guelfa, s'intramisono d'aconciargli insieme, e presono la signoria della terra, e l'una parte e l'altra de' Cancellieri trassono di Pistoia, e mandarono a' confini in Firenze. La parte de' Neri si ridussono a casa de' Frescobaldi Oltrarno, e la parte de' Bianchi si ridussono a casa i Cerchi nel Garbo, per parentadi ch'aveano tra·lloro. Ma come l'una pecora malata corrompe tutta la greggia, così questo maladetto seme uscito di Pistoia, istando in Firenze corruppono tutti i Fiorentini e partiro, che prima tutte le schiatte e' casati de' nobili, l'una parte tenea e favorava l'una parte, e gli altri l'altra, e appresso tutti i popolari. Per la qual cosa e gara cominciata, non che i Cancellieri per gli Fiorentini si racconciassono insieme, ma i Fiorentini per loro furono divisi e partiti, multiplicando di male in peggio, come seguirà appresso il nostro trattato.

<B>XXXIX</B>

<I>Come la città di Firenze si partì e si sconciò per le dette parti bianca e nera.</I>

Nel detto tempo essendo la nostra città di Firenze nel maggiore stato e più felice che mai fosse stata dapoi ch'ella fu redificata, o prima, sì di grandezza e potenza, e sì di numero di genti, che più di XXXm cittadini avea nella cittade, e più di LXXm distrittuali d'arme avea in contado, e di nobilità di buona cavalleria e di franco popolo e di ricchezze grandi, signoreggiando quasi tutta Toscana; il peccato della ingratitudine, col susidio del nimico dell'umana generazione, de la detta grassezza fece partorire superba corruzzione, per la quale furono finite le feste e l'alegrezze de' Fiorentini, che infino a que' tempi stavano in molte delizie, e morbidezze, e tranquillo, e sempre in conviti, e ogn'anno quasi per tutta la città per lo calen di maggio si faceano le brigate e le compagnie d'uomini e di donne, di sollazzi e balli. Avenne che per le 'nvidie si cominciarono tra' cittadini le sette; e una principale e maggiore s'incominciò nel sesto dello scandalo di porte San Piero, tra quegli della casa de' Cerchi e quegli de' Donati, l'una parte per invidia, e l'altra per salvatica ingratitudine. De la casa de' Cerchi era capo messer Vieri de' Cerchi, e egli e quegli di sua casa erano di grande affare, e possenti, e di grandi parentadi, ricchissimi mercatanti, che la loro compagnia era de le maggiori del mondo; uomini erano morbidi e innocenti, salvatichi e ingrati, siccome genti venuti di piccolo tempo in grande stato e podere. Della casa de' Donati era capo messer Corso Donati, e egli e quelli di sua casa erano gentili uomini e guerrieri, e di non soperchia ricchezza, ma per motto erano chiamati Malefami. Vicini erano in Firenze e in contado, e per la conversazione de la loro invidia co la bizzarra salvatichezza nacque il superbio isdegno tra·lloro, e maggiormente si raccese per lo mal seme venuto di Pistoia di parte bianca e nera come nel lasciato capitolo facemmo menzione. E' detti Cerchi furono in Firenze capo della parte bianca, e co·lloro tennero della casa degli Adimari quasi tutti, se non se il lato de' Cavicciuli; tutta la casa degli Abati, la quale era allora molto possente, e parte di loro erano Guelfi e parte Ghibellini; grande parte de' Tosinghi, ispezialmente il lato del Baschiera; parte di casa i Bardi, e parte de' Rossi, e così de' Frescobaldi, e parte de' Nerli e de' Mannelli, e tutti i Mozzi, ch'allora erano molto possenti di ricchezza e di stato, tutti quegli della casa degli Scali, e la maggiore parte de' Gherardini, tutti i Malispini, e gran parte de' Bostichi, e Giandonati, de' Pigli, e de' Vecchietti, e Arrigucci, e quasi tutti i Cavalcanti, ch'erano una grande possente casa, e tutti i Falconieri, ch'erano una possente casa di popolo. E co·lloro s'accostarono molte case e schiatte di popolani e artefici minuti, e tutti i grandi e popolani ghibellini; e per lo séguito grande ch'aveano i Cerchi il reggimento della città era quasi tutto in loro podere. De la parte nera furono tutti quegli della casa de' Pazzi quasi principali co' Donati, e tutti i Visdomini, e tutti i Manieri, e' Bagnesi, e tutti i Tornaquinci, e gli Spini, e' Bondelmonti, e' Gianfigliazzi, Agli, e Brunelleschi, e Cavicciuoli, e l'altra parte de' Tosinghi, e tutto il rimanente; e parte di tutte le case guelfe nominate di sopra, ché quegli che non furono co' Bianchi per contrario furono co' Neri. E così de le dette due parti tutta la città di Firenze e 'l contado ne fu partita e contaminata. Per la qual cagione la parte guelfa, per tema che le dette parti non tornassono in favore de' Ghibellini, sì mandarono a corte a papa Bonifazio, che·cci mettesse rimedio. Per la qual cosa il detto papa mandò per messer Vieri de' Cerchi, e come fue dinanzi a·llui, sì 'l pregò che facesse pace con messer Corso Donati e colla sua parte, rimettendo in lui le differenze, e promettendoli di mettere lui e' suoi in grande e buono stato, e di fargli grazie spirituali come sapesse domandare. Messere Vieri tutto fosse nell'altre cose savio cavaliere, in questo fu poco savio, e troppo duro e bizzarro, che della richesta del papa nulla volse fare, dicendo che non avea guerra con niuno; onde si tornò in Firenze, e 'l papa rimase molto isdegnato contro a·llui e contro a sua parte. Avenne poco appresso che andando a cavallo dell'una setta e dell'altra per la città armati e in riguardo, che con parte de' giovani de' Cerchi era Baldinaccio degli Adimari, e Baschiera de' Tosinghi, e Naldo de' Gherardini, e Giovanni Giacotti Malispini co·lloro seguaci più di XXX a cavallo; e cogli giovani de' Donati erano de' Pazzi, e Spini, e altri loro masnadieri; la sera di calen di maggio, anno MCCC, veggendo uno ballo di donne che si facea nella piazza di Santa Trinita, l'una parte contra l'altra si cominciarono a sdegnare, e a pignere l'uno contro a l'altro i cavagli, onde si cominciò una grande zuffa e mislea, ov'ebbe più fedite, e a Ricoverino di messer Ricovero de' Cerchi per disaventura fu tagliato il naso dal volto; e per la detta zuffa la sera tutta la città fu per gelosia sotto l'arme. Questo fue il cominciamento dello scandalo e partimento della nostra città di Firenze e di parte guelfa, onde molti mali e pericoli ne seguiro appresso, come per gli tempi faremo menzione. E però avemo raccontato così stesamente l'origine di questo cominciamento de le maladette parti bianca e nera, per le grandi e male sequele che ne seguiro a parte guelfa e a' Ghibellini, e a tutta la città di Firenze, eziandio a tutta Italia: e come la morte di messer Bondelmonte il vecchio fu cominciamento di parte guelfa e ghibellina, così questo fue il cominciamento di grande rovina di parte guelfa e della nostra città. E nota che l'anno dinanzi a queste novitadi erano fatte le case del Comune, che cominciano a piè del ponte Vecchio sopra l'Arno verso il castello Altrafonte, e per ciò fare si fece il pilastro a piè del ponte, e convenne si rimovesse la statua di Marte; e dove guardava prima verso levante, fu rivolta verso tramontana, onde per l'agurio degli antichi fu detto: "Piaccia a·dDio che la nostra città non abbia grande mutazione".

<B>XL</B>

<I>Come il cardinale d'Acquasparta venne per legato del papa per racconciare Firenze, e non lo potéo fare.</I>

Per le sopradette novitadi e sette di parte bianca e nera, i capitani della parte guelfa e il loro consiglio, temendo che per le dette sette e brighe parte ghibellina non esaltasse in Firenze, che sotto titolo di buono reggimento già ne facea il sembiante, e molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano cominciati a mettere in su gli ufici, e ancora quegli che teneano parte nera, per ricoverare loro stato, sì mandarono ambasciadori a corte a papa Bonifazio a pregarlo che per bene della cittade e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio. Per la qual cosa incontanente il papa fece legato a·cciò seguire frate Matteo d'Acquasparta, suo cardinale Portuense, dell'ordine de' minori, e mandollo a Firenze, il quale giunse in Firenze del seguente mese di giugno del detto anno MCCC, e da' Fiorentini fu ricevuto a grande onore. E lui riposato in Firenze, richiese balìa al Comune di pacificare insieme i Fiorentini; e per levare via le dette parti bianca e nera volle riformare la terra, e raccomunare gli ufici, e quegli dell'una parte e dell'altra ch'erano degni d'essere priori mettere in sacchetti a sesto a sesto, e trargli di due in due mesi, come venisse la ventura; che per le gelosie de le parti e sette incominciate non si facea lezione de' priori per le capitudini dell'arti, che quasi la città non si commovesse a sobuglio, e talora con grande apparecchiamento d'arme. Quegli della parte bianca che guidavano la signoria de la terra, per tema di non perdere loro stato e d'essere ingannati dal papa e dal legato per la detta riformazione, presono il peggiore consiglio e non vollono ubbidire; per la qual cosa il detto legato prese isdegno, e tornossi a corte, e lasciò la città di Firenze scomunicata e interdetta.

<B>XLI</B>

<I>De' mali e de' pericoli che seguirono a la nostra città appresso.</I>

Partito il legato di Firenze, la città rimase in grande gelosia e in male stato. Avenne che del mese di dicembre seguente, andando messer Corso Donati e' suoi seguaci e que' della casa de' Cerchi e' loro seguaci armati a una morta di casa i Frescobaldi, isguardandosi insieme l'una parte e l'altra, si vollono assalire, onde tutta la gente ch'era a la morta si levarono a romore; e così fuggendo e tornando ciascuno a casa sua, tutta la città fu ad arme, faccendo l'una parte e l'altra grande raunata a casa loro; messer Gentile de' Cerchi, Guido Cavalcanti, Baldinaccio e Corso degli Adimari, Baschiera della Tosa, e Naldo de' Gherardini con loro consorti e seguaci a cavallo e a piè, corsono a porte San Piero a casa i Donati, e non trovandogli a porte San Piero, corsono a San Piero Maggiore, ov'era messer Corso co' suoi consorti e raunata, da' quali furono riparati, e rincacciati, e fediti con onta e vergogna de' Cerchi e de' loro seguaci; e di ciò furono condannati l'una parte e l'altra dal Comune. Poi poco appresso essendo certi de' Cerchi in contado a Nepozzano e Pugliano, e in quelle loro contrade e poderi, volendo tornare a Firenze, que' della casa de' Donati raunata loro amistà a Remole, contesono il passo, e ebbevi fedite e assalti d'una parte e d'altra; per la qual cosa l'una parte e l'altra furono accusati e condannati della raunata e assalti; e quegli di casa i Donati la maggior parte per non potere pagare andarono dinanzi, e furono messi in pregione. Que' de' Cerchi volendo fare a·lloro esemplo, dicendo messer Torrigiano di Cerchio: "Per questo non ci vinceranno, come feciono i Tedaldini, che gli consumarono per pagare le condannagioni"; sì fece andare gli suoi dinanzi, e sostenuti in pregione contra volere di messer Vieri de' Cerchi e degli altri savi della casa, che conosceano la complessione e morbidezza de' loro giovani; avenne che uno maladetto ser Neri degli Abati soprastante di quella pregione, mangiando co·lloro, fece venire uno presente d'uno migliaccio avelenato, del quale mangiarono, onde poco appresso in due dì morirono due de' Cerchi bianchi, e due de' Neri, e Piggello Portinari, e Ferraino de' Bronci, e di ciò non fue nulla vendetta.

<B>XLII</B>

<I>Di quello medesimo.</I>

Essendo la città di Firenze in tanto bollore e pericoli di sette e di nimistà, onde molto sovente la terra era a romore e ad arme, messer Corso Donati, Ispini, Pazzi, e parte de' Tosinghi, e Cavicciuli, e loro seguaci, grandi e popolani di loro setta di parte nera, co' capitani di parte guelfa ch'allora erano al loro senno e volere si raunarono nella chiesa di Santa Trinita, e ivi feciono consiglio e congiura di mandare ambasciadori a corte a papa Bonifazio, acciò che commovesse alcuno signore della casa di Francia, che gli rimettesse in istato, e abattesse il popolo e parte bianca, e in ciò spendere ciò che potessono fare; e così misono a seguizione; onde sappiendosi per la città per alcuna spirazione, il Comune e 'l popolo si turbò forte, e fune fatta inquisizione per la signoria, onde messer Corso Donati che n'era capo fu condannato nell'avere e persona, e gli altri caporali che furono a·cciò in più di XXm libbre, e pagarle. E ciò fatto, furono mandati a' confini Sinibaldo fratello di messer Corso, e de' suoi, e messer Rosso, e messer Rossellino della Tosa, e degli altri loro consorti; e messer Giachinotto e messer Pazzino de' Pazzi e di loro giovani, e messer Geri Spini e de' suoi al castello della Pieve. E per levare ogni sospetto il popolo mandò i caporali dell'altra parte a' confini a Serrezzano: ciò fu messer Gentile, e messer Torrigiano, e Carbone de' Cerchi, e di loro consorti, Baschiera de la Tosa e de' suoi, Baldinaccio degli Adimari e de' suoi, Naldo de' Gherardini e de' suoi, Guido Cavalcanti e de' suoi, e Giovanni Giacotti Malespini. Ma questa parte vi stette meno a' confini, che furono revocati per lo 'nfermo luogo, e tornonne malato Guido Cavalcanti, onde morìo, e di lui fue grande dammaggio, perciò ch'era come filosafo, virtudioso uomo in più cose, se non ch'era troppo tenero e stizzoso. In questo modo si guidava la nostra città fortuneggiando.

<B>XLIII</B>

<I>Come papa Bonifazio mandò in Francia per messer Carlo di Valos.</I>

Tornato a corte di papa il legato frate Matteo d'Acquasparta, e informato papa Bonifazio del male stato e dubitoso della città di Firenze, e poi per le novità seguite dopo la partita del legato, come detto avemo, e per infestagione e spendio de' capitani di parte guelfa e de' detti confinati, ch'erano al castello della Pieve presso a la corte, e di messer Geri Spini (ch'egli e la sua compagnia erano mercatanti di papa Bonifazio, e del tutto guidatori) co·lloro procaccio e studio, e di messer Corso Donati che seguiva la corte, sì prese per consiglio il detto papa Bonifazio di mandare per messer Carlo di Valos fratello del re di Francia, per doppio intendimento; principalmente per aiuto del re Carlo per la guerra di Cicilia, dando intendimento al re di Francia e al detto messer Carlo di farlo eleggere imperadore de' Romani, e di confermarlo, o almeno per autorità papale e di santa Chiesa di farlo luogotenente d'imperio per la Chiesa, per la ragione ch'ha la Chiesa vacante imperio; e oltre a questo gli diè titolo di paciario in Toscana, per recare co la sua forza la città di Firenze al suo intendimento. E mandato in Francia per lo detto messer Carlo suo legato, il detto messer Carlo con volontà del re suo fratello venne, come innanzi faremo menzione, colla speranza d'essere imperadore per le promesse del papa, come detto avemo.

<B>XLIV</B>

<I>Come i Guelfi furono cacciati d'Agobbio, e poi come ricoveraro la terra, e cacciarne i Ghibellini.</I>

Nel detto anno, del mese di maggio, la parte ghibellina d'Agobbio colla forza degli Aretini e de' Ghibellini de la Marca, per tradimento ordinato ne la terra, cacciarono i Guelfi d'Agobbio e uccisonne assai; ma poi, a dì XXIIII di giugno vegnente, i Guelfi usciti d'Agobbio colla forza de' Perugini entrarono in Agobbio, e ricoverarono loro stato, e cacciarne i Ghibellini con grande danno e uccisione di loro.

<B>XLV</B>

<I>Come la parte nera furono cacciati di Pistoia.</I>

Negli anni di Cristo MCCCI, del mese di maggio, la parte bianca di Pistoia coll'aiuto e favore de' Bianchi che governavano la città di Firenze ne cacciarono la parte nera, e disfeciono le loro case, palazzi, e possessioni, intra l'altre una forte e ricca possessione de' palazzi e torri ch'erano de' Cancellieri neri, che si chiamava Dammiata.

<B>XLVI</B>

<I>Come gl'Interminelli e' loro seguaci furono cacciati di Lucca.</I>

Nel detto anno, e in quello tempo, essendo la città di Lucca molto insollita per la mutazione di Pistoia, e per le parti bianca e nera, la casa degl'Interminelli di Lucca co·lloro seguaci Mordicastelli, e que' del Fondo, e altri di loro setta, i quali teneano parte bianca, e s'accostavano co' Ghibellini e' Pisani, credendo fare così in Lucca come i Cancellieri bianchi in Pistoia, sì uccisono messer Obizzo degli Obizzi giudice. Per la qual cosa la città di Lucca corse ad arme, e trovandosi la parte nera e' Guelfi di Lucca più possenti, sì ne cacciarono di Lucca combattendo gl'Interminelli e' loro seguaci, e disfeciono le loro possessioni, e misono fuoco nella contrada che si chiamava il fondo di porta San Cervagio, e arsonvi più di C case. E così si venne spandendo la maladetta parte per Toscana.

<B>XLVII</B>

<I>Come i Guelfi usciti di Genova per pace furono rimessi in Genova.</I>

Nel detto anno i Genovesi feciono pace co' Grimaldi e gli altri loro usciti guelfi e col re Carlo, e rimisorgli in Genova, e riebbono il castello di Monaco che 'l teneano gli usciti, e colla forza del re Carlo faceano grande guerra a' Genovesi. Nel detto anno fu guerra e battaglia tra i Veronesi e 'l vescovo di Trento, onde i Veronesi ebbono il peggiore e furono sconfitti. E nel detto anno poco appresso morì messer Alberto de la Scala capitano e signore di Verona, e grande tiranno in Lombardia, e appresso di lui rimasono signori messer Cane e gli altri figliuoli del detto messer Alberto, tutto fossono assai di piccola etade; ma innanzi che morisse fece cavalieri VII tra' suoi figliuoli e nipoti, ch'avea il maggiore meno di XII anni.

<B>XLVIII</B>

<I>Come aparve in cielo una stella commata.</I>

Nel detto anno, del mese di settembre, apparve in cielo una stella commata con grandi raggi di fummo dietro, apparendo la sera di verso il ponente, e durò infino al gennaio, de la quale i savi astrolagi dissono grandi significazioni di futuri pericoli e danni a la provincia d'Italia, e a la città di Firenze, e massimamente perché la pianeta di Saturno e quella di Marti in quello anno s'erano congiunte due volte insieme nel mese di gennaio e di maggio nel segno del Leone, e la luna scurata del detto mese di gennaio similemente nel segno del Leone, il quale s'atribuisce a la provincia d'Italia. E bene asseguì la significazione, come innanzi leggendo potrete comprendere; ma singularmente si disse che la detta commeta significò l'avento di messer Carlo di Valos, per la cui venuta