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ing.Pierluigi Carnesecchi
indice generale : http://www.carnesecchi.eu/indice.htm
Nel V secolo il latino comincia a cambiare: abbiamo un latino scritto (classico) ad uno orale. Ma mentre lo scritto lo usano solo pochi letterati, il popolo conosce solo la lingua parlata, più semplice.
Dal V al X secolo, lo scritto latino rimane lo stesso e prende il nome di Latino medioevale.
Il latino orale, invece, evolve e inizia a differenziarsi in diversi parlati, che definiamo “volgari” da latino vulgus ( = popolo).
Dall’XI secolo al XIII questi volgari vengono messi per iscritto, mentre il latino scritto continua la sua evoluzione.
Nascono le prime letterature, prima in Francia e Spagna, poi in Italia (i primi scritti significativi sono del XIII secolo).
In Italia si svilupparono maggiormente il volgare umbro, il volgare toscano e quello siciliano. Tra questi volgari sarà il toscano ad emergere sugli altri. Questo perché la Toscana sarà uno dei centri più sviluppati dell’epoca, con importanti autori che renderanno florida la produzione letteraria.
IL VOLGARE E LA LINGUA LATINA
Dal X secolo in poi il volgare si era progressivamente affermato anche come lingua scritta in tutta l’Europa occidentale, ed in Italia arriva ad una definitiva imposizione proprio nell’ambito della società comunale, dove giuristi, commercianti, notai, uomini religiosi e poeti lo utilizzano al posto del latino per le loro incombenze quotidiane e per scrivere le loro Laudes ed i loro componimenti.

Indovinello Veronese
Uno dei più antichi testi in volgare italiano (8°-9° sec.) o misto di volgare e latino, rinvenuto nel 1924 da L. Schiaparelli in un codice della Biblioteca capitolare di Verona.
In realtà l'Indovinello non segna un punto di svolta epocale nella trasformazione del latino in volgare, nonostante la caduta delle desinenze latine e il vocalismo schiettamente volgare di negro. Fenomeni analoghi abbondano nei documenti coevi d'area veneta o più genericamente settentrionale, anche con frequente intrusione di barbarismi lessicali.
Solo nel Placito capuano e negli altri Placiti cassinesi, che risalgono al 960-963 d.C., la coscienza distiva tra latino e volgare emerge nitida in una scrittura quasi del tutto libera da declinazioni e condizionamenti della sintassi latina. Nell'Indovinello il volgare è certo in gestazione, ma è ancora nella fase embrionale.
il volgare .......................nascita del volgare
il volgare .......................nascita del volgare
il volgare .......................nascita del volgare
Ovviamente ,ribadisco nel XIII secolo a Firenze si parlava e si pensava in volgare in qualunque ambiente : aristocratici , popolo grasso e popolo minuto
In un processo normale di cambiamento della lingua che era cominciato dal V secolo ,almeno
Lo splendido testamento della contessa Beatrice dei conti Alberti vedova di Marcovaldo dei conti Guidi ne' una delle tante prove
La lingua latina ( un latino spesso volgarizzato) era riservato ai documenti istituzionalizzati , ai documenti notarili, e agli scambi dottorali ma davvero non era riservato ai salotti buoni come erroneamente qualcuno puo' credere
Ed e' una deduzione di buon senso. Altrimenti avrebbe avuto poco significato lo scrivere in volgare del Villani , di Dante , di Dino Compagni , e le tante ricordanze.

.Nel 1272 lo splendido testamento di Beatrice vedova di Marcovaldo dei conti Guidi e' dettato in uno splendido "volgare latinato"
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il volgare .......................un testamento aristocratico scritto in volgare fiorentino nel 1272
Verso lo XI e XII secolo oramai la lingua parlata era entrata anche grammaticalmente in una certa pienezza
Quindi se i documenti notarili e i documenti istituzionali erano scritti in un latino spesso semplificato, la lingua parlata si avviava da molto tempo ad una forma diversa .
Forma che non si limitava piu' solo ad essere parlata
Nel XIII secolo quando cominceranno a diffondersi i cognomi a Firenze , oramai siamo di fronte a una lingua che ha prestigio almeno di dialetto. Gia' con proprie regole grammaticali
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Dante riteneva che il latino fosse una lingua codificata secondo precise regole, a differenza del volgare che è invece considerata la lingua naturale e materna, che i bambini imparano spontaneamente e non studiandola.
Allora quando Dante sceglie di scrivere La commedia , questa opera universale in volgare, e non in latino, dimostra che il volgare è una lingua perfetta per esprimere tutti i sentimenti possibili, per descrivere ogni situazione e per parlare di qualsiasi argomento.
Enuncia un concetto piu' profondo intorno al volgare nel “De vulgari eloquentia” scritto fra il 1304 e il 1305, la cui stesura fu interrotta al secondo libro anziché al quarto poiché il poeta voleva completamente dedicarsi alla stesura della Divina Commedia.
Nonostante lo scritto parli proprio della lingua volgare, esso fu scritto in latino, poiché l’autore voleva rivolgersi al gruppo ristretto dei doctores illustres ,
La visione di Dante era la creazione di un volgare ideale per tutta l’Italia e non per un singolo Comune o Regno : sembra capire già nel 1300 come la lingua sia uno degli strumenti fondamentali per l’unificazione di un popolo.
Intanto usera' il volgare fiorentino per la sua opera, in modo semplice e naturale
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25 Marzo 2022
un interessantissimo articolo di Rosario Carbone
tratto dal sito https://www.lacooltura.com/2022/03/lingua-di-dante/
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La lingua di Dante: perche' Dante e' il padre dell’italiano?
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Indice dell'articolo
Unicità della lingua italiana
In che lingua scriveva Dante?
Le caratteristiche della lingua di Dante
Il vocabolario di Dante
Il plurilinguismo dantesco
Altri caratteri del plurilinguismo dantesco: grecismi, dialettalismi e lingue straniere
Parole inventate da Dante: i neologismi
L’italiano e gli altri volgari
Dal fiorentino all’italiano
L’opera regolatrice di Pietro Bembo
L’eredità della lingua di Dante
Bibliografia sulla lingua di Dante
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La lingua di Dante è di fondamentale importanza per comprendere l’italiano di oggi. Non per nulla spesso ci riferiamo a Dante come a il padre della lingua italiana (espressione affermatasi nel fervore patriottico del Risorgimento). Tuttavia, non sempre risulta chiaro a tutti il motivo per cui il nostro Poeta venga, giustamente, definito tale. In effetti, si potrebbero fare due corrette osservazioni. Primo: la lingua di Dante è abbastanza diversa dall’italiano odierno; secondo: Dante non è stato il primo autore della letteratura italiana, ma esiste un’abbondante letteratura in volgare italiano già prima di lui.
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Tali osservazioni lascerebbero quindi pensare che l’abusata definizione di “padre della lingua italiana†sia un’esagerazione retorica, e invece no. Dante è realmente il padre dell’italiano, per motivi molto concreti e oggettivi.
.In questo articolo cercheremo di analizzare le caratteristiche della lingua di Dante, per spiegare poi perche' è corretto attribuire a Dante l’invenzione della bellissima lingua che ancora oggi parliamo.
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Unicità della lingua italiana
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Prima di parlare della lingua di Dante, dobbiamo mettere in evidenza alcune caratteristiche che distinguono l’italiano dalle altre lingue europee (romanze e no). Innanzitutto, se noi oggi proviamo a leggere un testo antico come la Divina Commedia, troveremo senz’altro delle difficoltà linguistiche; tuttavia queste non ci impediranno di capire buona parte del testo e di comprenderlo, anche nelle parti piu' complesse, con l’aiuto di un buon commento. Insomma, avremo bisogno al massimo di un commento e non di una traduzione.
Ebbene, questo non avviene con le altre principali lingue europee: i francesi, gli spagnoli, i tedeschi o gli inglesi non potranno mai leggere i loro classici medievali se non sono accompagnati da una vera e propria traduzione. Infatti, tra l’italiano di Dante e quello odierno (con le dovute differenze) esiste una continuità evidente; mentre un francese dovrà ricorrere a una traduzione per leggere i testi scritti in francese antico, proprio come se fosse una lingua straniera.
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Inoltre, un’altra peculiarità dell’italiano riguarda la sua origine squisitamente letteraria. Cioè, in Italia, a differenza degli altri Paesi, non è stata una Nazione già formata a dare vita a una letteratura, ma esattamente il contrario. L’italiano in pratica è nato prima ancora della stessa Italia! Originatosi dal volgare fiorentino si è poi affermato non per motivi politici (come è normalmente accaduto altrove), ma per motivi prettamente culturali e letterari.
Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, Tasso, Leopardi, Manzoni scrivevano in italiano quando l’Italia come Stato unitario ancora non esisteva. La nostra è quindi una Nazione che prima ancora di essere unita politicamente è stata unita per secoli da una grande tradizione letteraria.
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In che lingua scriveva Dante?
La lingua di Dante era certamente il volgare fiorentino, quello che lui stesso identificava come il suo parlar materno e che all’epoca era solo uno dei tanti volgari parlati nella penisola.
La fiorentinità della lingua parlata da Dante ci è rivelata anche da alcuni passi della Commedia. Nel X dell’Inferno Farinata si rivolge a lui con queste parole: O Tosco che per la città del foco / vivo ten vai cosi parlando onesto (Inf., X, 22-23), e anche il conte Ugolino riconosce il poeta dalla sua parlata: io non so chi tu sè ne per che modo / venuto sè qua giu'; ma fiorentino / mi sembri veramente quand’io t’odo (Inf., XXXIII, 10-12).Dante
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Eppure bisogna evidenziare che stabilire in modo definitivo quale sia la lingua di Dante non è cosi scontato come sembra. Infatti, a differenza di altri poeti antichi come Petrarca o Boccaccio, di Dante non possediamo neanche un rigo scritto di suo pugno. Non esiste alcun autografo del poeta, ma le sue opere sono state tramandate solo attraverso le copie presenti nei numerosissimi manoscritti in circolazione.
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Questo non è un dettaglio da poco, poiche' in base alla provenienza geografica del copista la patina linguistica del manoscritto poteva variare sensibilmente. Infatti, all’epoca i copisti non si facevano troppi scrupoli nell’adattare (piu' o meno volontariamente) il testo copiato alla propria variante linguistica. Dunque, è evidente che tali circostanze hanno costituito un problema serio per tutti i filologi che si sono cimentati nel ricostruire l’originaria patina linguistica delle opere dantesche.
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Le caratteristiche della lingua di Dante
Nonostante i problemi evidenziati, le interferenze dei copisti non sono riuscite a occultare la base fiorentina della lingua di Dante, una fiorentinità che si evidenzia in particolar modo nella struttura fonetica e morfologica. Sono molte le forme usate da Dante che hanno in se' caratteri inequivocabilmente fiorentini.
Tra le piu' importanti vi sono il fenomeno linguistico dell’anafonesi (assente in altre città della stessa Toscana come Siena o Arezzo) per cui troviamo parole come consiglio, gramigna, lingua anziche' conseglio, gramegna, lengua.
Altro fenomeno fiorentino è il suffisso aio di parole come portinaio, primaio, paio (esito del suffisso latino arium). Ma anche una forma ormai non pi๠usata come la desinenza aro per la terza persona plurale del passato remoto, per intenderci andaro, mandaro, restaro al posto di andarono, mandarono, restarono.
Inoltre, si è notato come spesso Dante nella Commedia prediliga usare forme linguistiche un po’ pi๠arcaiche rispetto a quelle usate al suo tempo, cioè forme presenti piu' nel fiorentino degli ultimi decenni del Duecento (epoca della sua giovinezza) che in quello del Trecento. Ciò forse per conferire alla scrittura un tono piu' solenne; oppure perche' rimase legato alla lingua della sua giovinezza, dal momento che all’inizio del Trecento egli si trovava già in esilio fuori dalla città .
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Tipicamente fiorentina è anche la rigida osservanza della cosiddetta legge Tobler-Mussafia che vietava di iniziare una frase con una particella pronominale atona, la quale doveva obbligatoriamente porsi in posizione enclitica al verbo. Per intenderci: non si poteva iniziare una frase con Si dice o Ti priego, ma obbligatoriamente con Dicesi e Priegoti. Tale regola è rimasta come fossile linguistico in espressioni usate ancora oggi come appunto dicesi o affittasi.
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Il vocabolario di Dante
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La lingua di Dante è profondamente fiorentina anche nel lessico utilizzato. Questo si può constatare sia considerando le moltissime parole di uso quotidiano (verbi come andare, dire, sentire, vedere; aggettivi come alto, basso, nuovo, bello; sostantivi come occhio, casa, bocca, figlio; nonche' preposizioni e congiunzioni come di, da, con, per, ma, ecc.), sia parole pi๠rare ed espressive. Queste ultime naturalmente raggiungono la massima concentrazione nella prima cantica, dove risultano utili per descrivere gli orrori infernali.
Compaiono vocaboli fiorentini di pregnante concretezza come broda, cigolare, digrignare, ghiottone, gracidare, graffiare, grattare, groppa, latrare, letame, lezzo, marcio, moncherino, muffa, muso, piaga, pizzicore, porcile, scabbia, sputare, sterco, succhio, sudore, zuffa, ma anche parole di livello basso comprensibili solo dai fiorentini come biscazzare (sperperare), nicchiarsi (gemere sommessamente), scuffare (soffiare rumorosamente), ne' mancano termini triviali come puttana, puttaneggiare, merda, culo e molto altro ancora.
L’uso del fiorentino esteso a questi registri di livello basso e scurrile è essenziale per dare potenza espressiva al realismo dantesco.
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Il plurilinguismo dantesco
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Come si è già accennato, uno degli aspetti pi๠originali della lingua di Dante, in particolare nella Commedia, è proprio l’uso del lessico. Il vocabolario del Poema sacro è estremamente ricco e variegato, rompe gli schemi e si manifesta con un’ampiezza e una libertà espressiva per cui si è soliti riferirci a esso con l’espressione plurilinguismo.
Dando uno sguardo d’insieme alle tre cantiche, potremmo dire che l’Inferno si caratterizza per un linguaggio pi๠basso, colloquiale, realistico ed espressionistico; il Purgatorio si pone a un livello intermedio con toni piu' misurati, dolci e limpidi; mentre il Paradiso presenta un lessico molto piu' aulico, metaforico e simbolico, la lingua si fa piu' difficile arricchendosi di latinismi e di neologismi per esprimere l’inesprimibile.
L’uso massiccio di latinismi, soprattutto nel Paradiso, costituisce una delle caratteristiche pi๠tipiche della ricca lingua di Dante. Queste parole sono prese a prestito dagli autori latini, dalle Sacre Scritture e delle fonti della cristianità medievale. Molti di questi latinismi sono diventate parole comuni nell’italiano di oggi (eccellente, egregio, puerile, illustre), ma nell’uso dantesco dovevano avere un tono assai pi๠elevato.
Una buona parte di queste parole colte era già stata assimilata dal volgare nelle epoche precedenti, ma moltissimi sono anche i latinismi di prima mano, cioè introdotti nel volgare per la prima volta da Dante (sodalizio, fertile, mesto, molesto, quisquilia, denso). Non ci sono dubbi che molti latinismi di questo tipo debbano la loro fortuna proprio all’uso dantesco.
Altri caratteri del plurilinguismo dantesco: grecismi, dialettalismi e lingue straniere Ma la Commedia è anche ricca di grecismi come ad esempio lo stesso titolo comedia, ma anche perizoma, tetragono, epa, letargo. A questo gruppo appartengono numerosi tecnicismi di derivazione tecnico-scientifica. Non mancano anche i dialettalismi, cioè forme linguistiche non fiorentine usate solitamente in riferimento a personaggi provenienti da altre parti d’Italia o in riferimento alla gloriosa tradizione dei poeti siciliani (un sicilianismo ad esempio è disio usato al posto di desiderio).
Numerosi sono poi i gallicismi, cioè prelievi dal francese-provenzale come augello, cangiare, gioia, gioire, noia, gabbo, visaggio, grifagno, veltro, e molti altri. Un gallicismo è anche il fortunato termine bolgia che in origine aveva il significato di sacco/borsa (da buge/bouge), ma che con Dante ha assunto un nuovo significato legato alla topografia infernale, nel senso di fossa in cui si puniscono i peccatori (oggi con il senso di luogo affollato e confusionario).
All’interno della Commedia troviamo anche veri e propri inserti in lingua straniera, come i versi in provenzale attribuiti al trovatore Arnaut Daniel nel Purgatorio e quelli in latino con cui si apre il discorso di Cacciaguida nel Paradiso. Infine, non vanno dimenticate le celebri frasi in lingue incomprensibili, entrambe presenti nell’Inferno e attribuite a creature diaboliche: Pape Satàn, pape Satàn aleppe! (Inf., VII, 1) e Raphèl maí amècche zabí almi (Inf., XXXI, 67).
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Parole inventate da Dante: i neologismi
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La lingua di Dante
Tra le pi๠originali fonti di arricchimento lessicale introdotte dalla lingua di Dante vi sono senza dubbio i neologismi, vere e proprie parole inventate dal Poeta. Infatti, grazie a queste parole Dante fu in grado di superare i limiti imposti dalla lingua, riuscendo a piegarla alle sue esigenze.
Troviamo il numero maggiore di neologismi nel Paradiso, essi sono per lo pi๠legati alla poesia dell’ineffabile, cioè vengono usati per esprimere cose che la lingua umana non poteva esprimere per via della loro estrema bellezza, grandezza o intensità .
La maggior parte delle coniazioni dantesche sono formazioni verbali parasintetiche (cioè composte da piu' elementi) che utilizzano il prefisso in-. Quindi troviamo parole come inurbarsi (entrare in città ), infuturarsi (prolungarsi nel futuro), inventrarsi (stare nel ventre), imparadisare (innalzarsi a gioie paradisiache), indiarsi (penetrare in Dio, unirsi a Lui), incinquarsi, intrearsi, inmillarsi, insemprarsi, insusarsi, indovarsi, inforsarsi, intuarsi, inmiarsi, inluiarsi, inleiarsi (penetrare in te, in me, in lui, in lei).
Ma si trovano anche svariati neologismi basati su strutture diverse, come appulcrare (abbellire), arruncigliare (afferrare col ronciglio), dirocciarsi (scendere gi๠da una roccia), dilibrarsi (uscire dall’equilibrio), dislagarsi (elevarsi da una distesa d’acqua), dismalare (liberare dal male), transumanare (trascendere l’umano), trasmodarsi (oltrepassare il limite) oppure semplici derivazioni denominali come pennelleggiare o sempiternare.
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L’italiano e gli altri volgari
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Nel Medioevo l’Italia era divisa linguisticamente in una grande quantità di volgari molto diversi tra loro. Tutti questi volgari (cosi chiamati perche' parlati dal popolo, in latino vulgus ) si erano originati da una lenta evoluzione del latino e vivono ancora oggi nei nostri dialetti. Si trattava di lingue che inizialmente erano solo parlate, ma che a partire dal X secolo iniziarono a lasciare delle testimonianze scritte.
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I primi testi propriamente letterari emergeranno solo tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Si tratta di testi che, però, non sono scritti in italiano ma in volgare appunto. Se pensiamo ad esempio al Cantico delle creature di Francesco d’Assisi o alla poesia della Scuola siciliana, ci accorgeremo che il primo è scritto in volgare umbro, mentre la seconda in volgare siciliano.
Fra tutti questi volgari d’Italia, però, ce n’era uno, il fiorentino, che nel corso del tempo affermò il proprio prestigio anche fuori da Firenze e dalla Toscana trasformandosi poi in quello che oggi è l’italiano.
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Dal fiorentino all’italiano
Come abbiamo detto, alla base del nostro italiano c’è il volgare che si parlava a Firenze. Il primo testo in volgare fiorentino giunto fino a noi è del 1211; si tratta dei Frammenti d’un libro di conti di banchieri fiorentini e risale a poco piu' di cinquant’anni prima della nascita di Dante. In questa fase il fiorentino è solo uno dei tantissimi volgari parlati in Italia.
Tuttavia, dopo Dante la situazione cambia profondamente. Grazie alla Divina Commedia egli potenzia a tal punto l’uso del volgare fiorentino da lasciare in eredità agli scrittori successivi una lingua capace di parlare di tutto e in grado di sostituire il latino come lingua di cultura. E' proprio con la Commedia che il fiorentino acquisirà un prestigio tale da imporsi su tutti gli altri volgari.
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Il successo di quest’opera infatti fu immediato ed enorme. Già nel 1317 alcuni notai bolognesi annotano nei loro documenti dei versi dell’Inferno. Dopo la morte di Dante questo successo esplose con un dilagare di codici manoscritti del poema (800 sono solo quelli giunti fino a noi). Inoltre, la Commedia inizierà da subito a essere commentata, proprio come un vero classico (i primi a farlo saranno gli stessi figli del Poeta, Pietro e Iacopo).
Anche le letture pubbliche in varie città d’Italia (come quella fatta a Firenze tra il 1374 e il 1375 da Giovanni Boccaccio) contribuiranno alla diffusione orale del poema.
La lingua di Dante diventerà un modello, viene ripresa, riecheggiata, imitata. Chi scrive in volgare dopo Dante adotta una lingua che, pur in misure variabili, risente dell’influsso fiorentino. Questo processo, già avviato, verrà poi consolidato definitivamente grazie alla diffusione delle opere di Petrarca e Boccaccio. Alla fine del Medioevo si può dire che l’italiano è ormai nato.
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L’opera regolatrice di Pietro Bembo
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Un ruolo fondamentale nella scelta del fiorentino come lingua comune per la letteratura è stato assunto da Pietro Bembo all’inizio del ’500 e, qualche secolo dopo, anche da Alessandro Manzoni. Bembo, nelle sue Prose della volgar lingua, indicò come modelli da seguire Petrarca e Boccaccio, rispettivamente per la poesia e per la prosa.
Al contrario, egli non riteneva la lingua di Dante un modello valido proprio per via del plurilinguismo e dell’espressionismo di cui si è parlato sopra (si prediligeva un modello di lingua classicista pi๠misurata ed equilibrata). Tuttavia Bembo collaborò con il grande tipografo veneziano Aldo Manuzio nella realizzazione dell’edizione a stampa della Commedia (con il titolo Le terze rime di Dante) lanciando l’opera sui mercati italiani ed esteri.
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Alessandro Manzoni
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Successivamente, nel XIX secolo, Alessandro Manzoni deciderà di revisionare i suoi Promessi Sposi “risciacquandoli in Arnoâ€, cioè riscrivendoli usando il fiorentino parlato dalle persone colte alla sua epoca. La diffusione del suo romanzo, anche grazie alle letture scolastiche, decretò il successo definitivo della lingua fiorentina che era ormai diventata lingua italiana.
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L’eredità della lingua di Dante
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Arrivati a questo punto si sarà compreso quanto Dante sia stato importante per la nascita della lingua italiana, e quanto la sua lingua, pur diversa da quella odierna, si ponga però in strettissima continuità con la lingua che oggi parliamo.
Inoltre, non dimentichiamo che Dante con il suo trattato De vulgari eloquentia è stato il primo studioso e teorico della lingua volgare, andando alla ricerca di un volgare illustre che fosse degno per la letteratura. Insomma, egli per primo ha dato dignità alla lingua volgare in un’epoca in cui l’unica lingua culturalmente rilevante era il latino.
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Passando dalle parole ai numeri, il linguista Tullio De Mauro ci ha fornito dei rilievi statistici sorprendenti per capire quanto ancora oggi dobbiamo alla lingua di Dante:
Quando Dante comincia a scrivere la Commedia il vocabolario fondamentale è già costituito al 60%. La Commedia lo fa proprio, lo integra e col suo sigillo lo trasmette nei secoli fino a noi. Alla fine del Trecento il vocabolario fondamentale italiano è configurato e completo al 90%. Ben poco è stato aggiunto nei secoli seguenti. Tutte le volte che ci è dato di parlare con le sue parole, e accade quando riusciamo ad essere assai chiari, non è enfasi retorica dire che parliamo la lingua di Dante. e' un fatto.
[De Mauro, 1999]
Quello che De Mauro definisce come vocabolario fondamentale sono le circa duemila parole a pi๠alta frequenza, quelle che usiamo per esprimere le cose fondamentali. Di queste duemila parole, quasi milleottocento (il 90%) si trovano già nella Divina Commedia.
E'vero che molte di queste erano parole già esistenti, ma, come lo stesso De Mauro affermò, una parola attestata nella Commedia possiede oltre il doppio delle possibilità di arrivare a noi rispetto a una qualsiasi parola antica.
by Rosario Carbone
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i cognomi fiorentini
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La microstoria e la macrostoria si costruiscono anche definendo con esattezza i particolari e controbattendo le alterazioni
Spesso si danno per scontate cose che scontate non sono. E' utile allora rifarsi agli antichi
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La Toscana ha una sua parte notevole nella storia italiana e vale la pena di conoscerne alcune regole che la differenziano da altre zone
Tra queste la formazione dei cognomi
Materia su cui si leggono ancora affermazioni non corrette
si faccia attenzione a quella splendida espressione "volgare latinato" che usa il Borghini
Gli storici hanno dato ( mi pare ) ancora poca importanza alle conseguenze politiche della nascita dei cognomi
Io ho idea che fin dalla meta' del XII secolo vi fosse invece una percezione in Firenze del problema
E che nonostante questa percezione il problema diventasse col tempo inarrestabile
Ora nel XIII secolo a Firenze tutti parlavano in volgare Ed il volgare aveva preso a vivere da quando Goti , Longobardi , ecc ......., mischiarono la loro lingua col latino
Colti ed ignoranti lo avevano come lingua normale in lenta trasformazione da quel V secolo che vide il disfacimento dell'impero d'occidente
Il latino compare ancora nei documenti istituzionali per lungo tempo , e nei trattati dotti , ma la gente pensa in volgare
Giovanni Villani , Dino Compagni , Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Giovanni Boccaccio , Francesco Petrarca scrivono oramai in volgare
Nel 1272 lo splendido testamento di Beatrice vedova di Marcovaldo dei conti Guidi e' dettato in uno splendido "volgare latinato" https://books.google.it/books?id=c46jUa ... nrpLSNAxVy 7bsIHR87J3wQ6AF6BAgEEAE#v=onepage&q=beatrice%20marcovaldo%20testamento&f=false
Ora il volgare non era certo caratteristica fiorentina ,che in ogni luogo d'Italia si stava formando ed uniformando quella lingua che l'avvento della radio-televisione tendera' poi a uniformare velocemente . E dovunque si stava formando dal V secolo
Ma caratteristica fiorentina anzi direi toscana era un certo modo particolare del formarsi dei cognomi
E di questo ci parla con acutezza Vincenzio Borghini nel XVI secolo
Il problema che Borghini stava affrontando era la trasformazione in atto ( fatta da piu' eruditi ) degli elenchi delle cariche della Signoria repubblicana,cioe' dei "prioristi per anno " , in "prioristi a famiglie". Cioe' l'assegnare alle famiglie fiorentine i singoli ufficiali. Cioe' incasellamento a famiglie
Il problema nasceva da tre fatti principali
A il cognome fiorentino nasce come "figlio o nipote di...." cioe' Tornaquinci = filii Tornaquincio
B i Fiorentini elencavano gli individui con nome e patronimico ( sovente anche col nome del nonno ) talvolta (spesso col cognome ) in quel "volgare latinato"
C gli elenchi portavano le generalita "tradotte" in latino ( perche' comunemente si parlava in volgare )
Cosi nelle assegnazioni ad una famiglia l'erudito spesso scambiava il patronimico per cognome
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.La microstoria e la macrostoria si costruiscono anche definendo con esattezza i particolari e controbattendo le alterazioni
.Spesso si danno per scontate cose che scontate non sono. Poi certe affermazioi di taluni che dimenticano gli antichi finiscono per generare errori anche grossolani
.La Toscana ha una sua parte notevole nella storia italiana e vale la pena di conoscerne alcune regole che la differenziano da altre zone
.Tra queste la formazione dei cognomi
.Materia su cui si leggono ancora affermazioni non veritiere
.si faccia attenzione a quella splendida espressione "volgare latinato" che usa il Borghini
.Gli storici hanno dato poca importanza alle conseguenze politiche della nascita dei cognomi
.Io ho idea che fin dalla meta' del XII secolo vi fosse invece una percezione in Firenze del problema
.E che nonostante questa percezione il problema diventasse col tempo inarrestabile
PESO POLITICO DELLA COGNOMIZZAZIONENELLA SOCIETA' COMUNALE
MAGGIORE FORZA AGGREGANTE DEL COGNOME RISPETTO AL SISTEMA PATRONIMICO
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.Ora nel XII secolo a Firenze tutti parlavano in volgare Ed il volgare aveva preso a vivere da quando Goti , Longobardi , ......., mischiavano la loro lingua col latino
.Colti ed ignoranti lo avevano come lingua normale in lenta trasformazione da quel V secolo che vide il disfacimento dell'impero d'occidente
.Il latino compare ancora nei documenti istituzionali per lungo tempo , e nei trattati dotti , ma la gente pensa in volgare
.Giovanni Villani , Dino Compagni , Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Giovanni Boccaccio , Francesco Petrarca scrivono oramai in volgare
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.Ora il volgare non era certo caratteristica fiorentina ,che in ogni luogo d'Italia si stava formando ed uniformando quella lingua che l'avvento della radio-televisione tendera' poi a uniformare velocemente . E dovunque si stava formando dal V secolo
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.Ma caratteristica fiorentina anzi direi toscana era un certo modo particolare del formarsi dei cognomi
.E di questo ci parla con acutezza Vincenzio Borghini nel XVI secolo
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.Il problema che Borghini stava affrontando era la trasformazione in atto ( fatta da piu' eruditi ) degli elenchi delle cariche della Signoria repubblicana ,cioe' dei "prioristi per anno " , in "prioristi a famiglie". Cioe' l'assegnare alle famiglie fiorentine i singoli ufficiali. Cioe' incasellamento a famiglie
.Il problema nasceva da tre fatti principali
.A il cognome fiorentino nasce come "figlio o nipote di...." cioe' Tornaquinci = filii Tornaquincio
.B i Fiorentini elencavano gli individui con nome e patronimico ( sovente anche col nome del nonno ) talvolta (spesso col cognome ) in quel "volgare latinato"
.C gli elenchi portavano le generalita "tradotte" in latino ( perche' comunemente si parlava in volgare e si pensava in volgare)
.Cosi nelle assegnazioni ad una famiglia l'erudito spesso scambiava il patronimico per un cognome
Vincenzio Maria Borghini (Firenze, 29 ottobre 1515 – Firenze, 15 agosto 1580) .
vive nel periodo in cui la Repubblica piegata dalla preponderanza militare degli spagnoli , si trasforma rapidamente in un principato
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Studioso estremamente acuto tenta di imporre una metodologia negli studi
studi che stavano tentando di ricordare gli avvenimenti repubblicani e le cariche repubblicane e riducendo i prioristi per anno in prioristi a famiglie
tracciando gli avvenimenti delle singole famiglie in relazione al pubblico
.Siamo in presenza dei primi vagiti d'impostare uno studio sulle famiglie fiorentine
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.E' curioso questo ricordare , nel momento in cui di piu' si stringe la morsa del Principe
Inizialmente Cosimo I si interesso' ad esaltare la storia fiorentina con Scipione Ammirato per esaltare la terra su cui regnava Poi la dinastia esercito' un controllo piu' stringente sulla produzione storiografica INTERRUZIONE DELLA TRADIZIONE STORIOGRAFICA FIORENTINA OPERATA DAI MEDICI da Marco Cavarzere - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 75 (2011) : Piero Monaldi di Giovanni di Piero 1559 circa--1629 Il tentativo del Monaldi di raggiungere attraverso la ricerca storica una coesione tra vecchie e nuove leve dell’aristocrazia cittadina trovò terreno fertile in un secolo che coltivava ancora un intenso interesse per la storia municipale. Non a caso prima e dopo la morte del Monaldi vi fu chi cercò continuamente di aggiornare e arricchire l'Istoria di nuove notizie: in particolare, nel 1626 Girolamo della Sommaia, membro dell’élite mercantile di Firenze e provveditore dell’Università di Pisa, autore a sua volta di un priorista, si preoccupò di rivedere sistematicamente l’opera del Monaldi e ancora in seguito, fin all’inizio del Settecento, si trovò chi ampliò le informazioni date nell’Istoria con le acquisizioni della nuova erudizione antiquaria. Di fatto però tutta la storiografia fiorentina del Seicento, compresa l’opera compilativa del Monaldi, si risolse in uno sforzo di ricostruzione genealogica e si parcellizzò in una ricerca documentaria ed erudita volta a studiare le vicende di singoli lignaggi, evitando accuratamente una storia complessiva della città e della Toscana. Questo deciso cambiamento degli interessi storiografici fu causato in parte anche dall’attenta politica dei Medici, che esercitarono uno stretto controllo sulla produzione storica e sugli stessi archivi dello Stato. Anche la mancata pubblicazione dell’opera tanto apprezzata del M. è stata interpretata come una conseguenza della politica di chiusura della famiglia regnante nei confronti di ogni scrittura storica, perfino di quelle più favorevoli: incapaci di organizzare una propria storia ufficiale i Medici preferirono una serrata totale, interrompendo in questo modo l’antica tradizione storiografica di Firenze. IMPORTANTE DISANIMA SUI NOMI E SUI COGNOMI FIORENTINI NEI DOCUMENTI .
Storia della nobilta' fiorentina :discorsi inediti o rari Altro saggio importante e' lo studio sulle armi delle famiglie fiorentine anche perche ,mi pare, primo dopo il libro del 1302
non esente pero' da errori nella descrizione dello stamma
Piu' che altro e' sicuramente una sorta d'iniziatore
"Dell'arme delle famiglie fiorentine", in Discorsi, Florence, 1585,
di questa opera segue una seconda edizione : 2e éd., 1755, t. 2, p. 1--132. A cura del Manni
Dell'arme delle famiglie fiorentine / Vincenzo Borghini ; con le annotazioni di Domenico Maria Manni. Firenze nel 1755
Alcune pagine offrono chiarimementi su come esaminare e studiare i nomi ed i cognomi :
Non tutte le conclusioni sono oggi condivisibili , che Borghini confonde i modi di dire del suo tempo suo tempo col tempo antico , ma e' importante la discussione sulla genesi degli errori di attribuzione nella confusione tra cognome e patronimico
Ricordiamoci , a scusante , che studiosi come il Borghini , pur avendo a disposizione documenti oggi perduti, non avevano le possibilita' di visione dei documenti che oggi il piu' infimo studioso ha a disposizione
Alcune pagine tratte da "Storia della nobilta' fiorentina" Discorsi inediti o rari :
a cura di J.R. Woodhouse per le edizioni MARLIN ---Pisa ------edizione di pagine 377









BORGHINI DISCORSI.................................DELL'ARME DELLE FAMIGLIE FIORENTINE
Lo studio della genesi del cognome fiorentino va studiato sugli antichi documenti , editi o in Archivio di Stato ( diplomatico ) Va seguita nelle cronache di contemporanei
.......................segue...................................
due documenti che aiutano a capire la composizione del ceto dirigente fiorentino intorno al 1200 :
anno 1197 Giuramento della Lega toscana : i Consoli ed i Consiglieri fiorentini giurano la Lega






anno 1201 Alleanza dei Fiorentini coi Senesi : giurano i Fiorentini


Fondamentali per l'individuazione in questo periodo sono le "genealogie" compilate dal dr Enrico Faini
.......................segue...................................
Gia questi pochi documenti ci fanno dubitare delle famiglie di primo cerchio elencate da Giovanni Villani e da Dante Alighieri
Il Malispini e' guardato oggi con molto sospetto di essere una imitazione del Villani , con antichissimi intenti di falsificazione genealogica
Non dimenticando che si parlava e si pensava in volgare e che quindi il latino con cui si compilavano ( per antica tradizione ) i documenti istituzionali era conseguenza del pensiero in volgare
La prosa di Giovanni Villani o di Dino Compagni ci mostra chiaramente quali debbano intendersi i cognomi fiorentini e come erano espressi
Evoluzione del cognome fiorentino nei secoli...................Passaggio dalla forma originaria pseudo-latina al cognome fiorentino ad una forma latina pensata in volgare
Inizialmenteil , a cavallo della meta' secoloXII il cognome ( quasi sempre ) significava ed esprimeva la discendenza da un eponimo
Era sancito l'essere nipoti o figli ( poi discendenti ) di un individuo ben conosciuto dalla comunita'
Neri Piccolino fratello di Farinata
Nel marzo 1251 Neri Piccolinus DE FILIIS UBERTI civis Florentinus,
Nobili et egregio viro multe probitatis ac sapientiae decorato, honorabili Dei gratia potestati Narnensi,et eiusdem civitatis consilio et comuni, Neri Piccolinus de filiis Uberti civis Florentinus, eadem gratia potestas comunis Sancti Geminiani....................
Intorno alla meta' del XIII si comincia a fissare l'appartenenza ad una famiglia nella forma DEI o DEGLI
rimanendo comunque le forme X+Y+Z e le forme .........de filiis ........
S'intende DE DOMO DE e si semplifica con DE
Vediamo nel "Libro di Montaperti" --------Montaperti anno 1260


interessante vedere nella sfortunata impresa lo zio di Dante : Burnettus Bellincionis Alaghieri ( Burnettus Ballincionis Alaghieri de Alagheriis )

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Il prof Sergio Raveggi ha redatto un elenco molto importante
Signoria , gonfalonieri , buonuomini.............................uno studio del prof . Sergio Raveggi
L’elenco degli eletti nei governi fiorentini dall’istituzione del priorato all’agosto del 1343, cioè fino a quando la città fu suddivisa in sestieri, è stato compilato sulla base del codice dell’ASFi denominato Priorista di Palazzo, confrontato e integrato con le altre fonti citate in nota.
Si è scelto di proporre i nomi nella forma latina, come era uso nei documenti coevi e nei più antichi prioristi, ma si è ritenuto opportuno procedere ad una loro normalizzazione grafica per renderne più agevole il riconoscimento e la fruizione a fini statistici. Sotto la data di inizio dell’attività di ciascun collegio governativo ( che come è noto aveva durata bimestrale ) sono riportati i nomi degli eletti, il sestiere di appartenenza e tra parentesi quadra, essendo frutto di un intervento in alquanti casi deduttivo, la famiglia dell’eletto.
Per le famiglie socialmente eminenti e di maggiore tradizione l’indicazione del cognome è già un uso piuttosto consolidato nel Duecento e lo diventa in crescente misura nel secolo successivo, cosicché naturalmente nessun problema pone l’indicazione dell’appartenenza familiare quando risulta esplicita nelle fonti, né quando abbiamo la certezza che si tratti dello stesso individuo, qualche volta definito solo con nome e patronimico ed altre anche con il proprio cognome.
Un’arbitrarietà lieve si è compiuta nell’indicare il cognome nei casi in cui esso non sia esplicito fin dalle prime attestazioni, ma lo diventi nel volgere di pochi anni o nella generazione seguente; molte delle famiglie che parteciparono al priorato divennero non a caso gruppo familiare noto nei primi decenni di questo governo popolare acquisendo da allora un cognome stabile
Con una maggiore arbitrarietà invece, operando una scelta giustificata dall’interesse di rendere comunque evidenti i nessi stretti di parentela, si è deciso di indicare molte volte patronimici e avonimici come se fossero cognomi, avendo, s’intende,la convinzione che si riferissero ad individui dello stesso gruppo familiare.
Oltre a mettere a frutto le conoscenze acquisite in decenni di studio delle fonti fiorentine, per l’attribuzione delle forme cognominali ho consultato una quantità di contributi inediti ed editi di eruditi e genealogistiche dal XV al XIX secolo si cimentarono, con ricerche più o meno benemerite, nella redazione delle liste di questi antichi governanti, proponendole secondo il criterio della successione cronologica delle elezioni oppure in base alle partecipazioni delle famiglie; di quest’ultima tipologia mi limito qui per brevità a ricordare il prodotto più autorevole, il cosiddetto Priorista Mariani (ASFi, Manoscritti, 248-250 per gli anni che in questa sede prendo in esame ), della cui monumentale catalogazione per famiglie mi sono servito sia pure con qualche critica cautela, rilevando imprecisioni soprattutto per famiglie e personaggi di minor rilievo escegliendo di rinunciare a varie attribuzioni di cognomi che apparivano anacronistiche o non suffragate da prove documentarie convincenti.
Ma in questo campo la perfezione è meta abbastanza chimerica e le scelte possono essere opinabili.
by prof. Sergio Raveggi

E' EVIDENTE come il DE deve intendersi come APPARTENENZA AD UNA CASATA e non una particella facente parte del cognome
DE Medicis sono i Medici e non mai i DE Medici, DE Machiavellis sono i Machiavelli e non mai i DE Machiavelli , ......................................
La visione sbagliata sull'argomento comporta solo inesattezza storica che e' comunque bene evitare per non introdurre nella storia della genesi del cognome fiorentino eccezioni alla regola che non esistono
Recentemente si e' preso a chiamare da molti gli UBERTI col cognome DEGLI UBERTI , cosa come visto in contrasto con la genesi dei cogomi fiorentini
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Talvolta si cita il ritratto (fantasioso perche' immaginato) di Farinata dipinto da Andrea Del Castano
Andrea di Bartolo di Bargilla, detto Andrea del Castagno (Castagno, 1421 – Firenze, 1457), è stato un pittore italiano.
Fu uno dei protagonisti della pittura fiorentina nei decenni centrali del XV secolo, assieme a Beato Angelico, Filippo Lippi, Domenico Veneziano e Paolo Uccello

per la scritta sottostante:

dove la scritta : DOMINUS FARINATA DE UBERTIS .........
significa come gia' visto appartenenza alla casata UBERTI
DOMINUS FARINATA DE DOMO DE UBERTIS......

Insomma c'e' chi scambia il DEI o il DEGLI di appartenenza ad una casata col cognome della casata stessa
Cristofano dell'Altissimo (Firenze, 1525 – Firenze, 21 settembre 1605) è stato un pittore italiano.
Figlio di Papi, per il duca Cosimo I de' Medici eseguì a Como le copie di almeno 280 ritratti della collezione di Paolo Giovio nota come "serie gioviana" (484 in totale). La maggior parte di esse sono esposte nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

Qui giustamente il Dell'Altissimo nomina : FARINATA UBERTI
Nel 1521 Paolo Giovio, che in quell'anno soggiornava a Firenze, ospite del cardinale Giulio de' Medici, diede inizio a una raccolta di ritratti di uomini illustri, rifacendosi ad una tradizione che, sul precedente letterario del "De Viris illustribus" del Petrarca, ebbe frequenti esempi nel Rinascimento. A differenza delle raccolte rinascimentali, per la maggior parte ristrette ad una categoria, il Giovio tra il 1536 e il 1543 riuni` nella sua villa di Como circa quattrocento ritratti e creo` una galleria di personaggi, che rispecchiano le molteplici attivita` dell'ingegno umano. Nel 1549 il Giovio stesso in una lettera dà notizia a Cosimo della sua raccolta di ritratti e gli suggerisce di "mandar un pittorello a casa mia...accio` ne ricavi quelli piu` famosi, et che piu` gli gradiranno, per ornare una sala a Castello". E infatti Cosimo nel 1552 invio` a Como il giovane pittore Cristofano dell'Altissimo con il compito di eseguire copie dei ritratti raccolti dal letterato. Tra il luglio 1552 e l'agosto 1553 il pittore copio` ventiquattro ritratti, ai quali se ne aggiunsero ventisei nel luglio 1554 e venticinque nell'ottobre 1556. Nell'edizione delle 'Vite' del 1568 il Vasari elenca 280 ritratti gia` eseguiti collocati nella sala del Mappamondo in Palazzo Vecchio (cfr. Allegri), voluta fino dal 1563 dal duca per raccogliervi tutti gli strumenti dello scibile umano. Nel 1578 un gran numero dei ritratti si trovava in Palazzo Pitti, dove li descrive il cronista di un'ambasceria veneta, il bolognese Andrea Pazzano. Durante il principato di Francesco la collezione si accrebbe, come attestano i regolari pagamenti a Cristofano dell'Altissimo, ma un incremento particolare le fu dato da Ferdinando I che tra il 1587 e il 1591 provvide anche a darle l'attuale sistemazione nella Galleria degli Uffizi. Nel 1597 la raccolta fu riordinata, da Filippo Pigafetta, secondo le "dignita` e professioni". La serie,che aveva importanza dal punto di vista iconografico piu` che artistico, ebbe una notevole fortuna e lo stesso arciduca Ferdinando del Tirolo nel 1595 mando` a Firenze dei pittori per copiare la collezione medicea. Farinata degli Uberti (m. 1264) fu uno dei piu` impotanti esponenti ghibellini di Firenze. Combatte` contro i guelfi a Montaperti e rimane memorabile per la menzione che ne fa Dante nel canto X dell'Inferno. Il ritratto e` ricordato nell'elenco vasariano del 1568 (cfr. Allegri) e quindi fu eseguito prima di questa data. Si rifa` al prototipo ritratto da Andrea del Castagno per la villa Pandolfini a Legnaia


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