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indice generale : http://www.carnesecchi.eu

 

 

 

I CARNESECCHI IN SICILIA

 

 

Questa ricerca parte da una traccia fornitami da STEFANO MARI

 

 

 

 

Devo porre in rilievo la grande gentilezza e disponibilita' degli enti siciliani

 

 

ANNO 1572 : un MAESTRO NICOLAO CARNISICCA

 

 

 Facendo seguito alla nota 3652 del 24.10.07 e alla Sua richiesta del
15.10.07, si inviano, in allegato le riproduzioni fotografiche tratte
da "Nuove Effemeridi Siciliane di scienze, lettere ed arti" del 1857.

Distinti Saluti


Onofrio Lo Piparo B.C.R.S.

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno 1572 A ditto (24 aprile ) Onze Ventidui e tari xji ……………………..

…….a nicolao carnisicca per farne frinzi , flochi et bottoni………………….

 

 

 

 

A ditto. Onze quatordici , tari ij.xv , pagati a maestro nicola carnesecca ,……….per

libbre 6.8 1/4 di seta negra

 

 

 

 

 

 

 

 

Credo sia possibile che Nicolao Carnisicca ( maestro Nicola Carnesecca ) sia il mercante fiorentino Niccolo' Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

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Pompeo Carnesecchi di Palermo dottore in Utroque

 

18 luglio 1592

 

 La locuzione latina In utroque iure, tradotta letteralmente, significa nell'uno e nell'altro diritto e veniva utilizzata nelle prime università europee per indicare i dottori laureati in diritto civile e in diritto canonico . Il motto è spesso riportato negli atti vescovili e curiali.

 

Annali delle Universitá toscane

1904

Pagina 70

Pompeo Carnesecchi, di Palermo, già studente a Napoli, dottore in utroque. A. a.
18. e. 11. v. 18 luglio 1592. 428. Gius. La Lomia, di Camerata, ...

 

 

 

 

 

 

la professoressa Maria Concetta Di Natale dell'Universita' di Palermo

nel suo

Splendori di Sicilia: arti decorative dal Rinascimento al Barocco

parla di un orafo di Palermo

Nicola Carnesecca

 

 

Splendori di Sicilia: arti decorative dal Rinascimento al Barocco : La produzione artistica, ormai solo convenzionalmente definita - minore -, in Sicilia è quasi senza confronto con le altre regioni italiane. Questo esauriente e prezioso volume offre un ricco, vario ed articolato panorama delle più svariate espressioni artistiche della regione. La curatrice del progetto scientifico, Maria Concetta Di Natale, è docente di Storia delle Arti applicate e dell’Oreficeria della Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Palermo. I manufatti documentati, legati alle committenze reali, viceregie, ecclesiastiche e nobiliari, sono d’oro, d’argento, corallo, avorio, madreperla, tartaruga, ambra, alabastro, ceramica, legno, marmo - mischio-, tessuti pregiati e altri ancora, provenienti da collezioni ecclesiastiche, private e pubbliche, italiane ed estere. Tutte queste opere, accostate le une alle altre, offrono in un’unica visione l’ampio panorama delle arti decorative in Sicilia. Si potranno rivivere gli splendori d’arte più significativi dei tempi passati e conoscerne la storia, a volte anche complessa, fatta di pazienza artigianale e di abilità artistica. Minuziose ricerche di archivio hanno consentito, dopo secoli di anonimato, a numerose figure di artisti di riemergere dall’oblio e a numerose opere di essere ricondotte alla produzione isolana.

 

 

 

 

 

 

GIOVANNI E ANTONIO CARNISECCHI

 

Il dr Mango di Casalgerardo parla dei fratelli Giovanni e Antonio Carnesecchi fiorentini senza pero' individuarne con chiarezza la famiglia

 

 

Dal "Nobiliario di Sicilia" del Dott. A. Mango di
Casalgerardo
http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/bibliotecacentrale/mango/indicemango.htm

 

Carnisecchi.

Pare che sia originaria di Firenze. Possedette i feudi Grottarossa, Giurfo, Campisotto, Joannello e Coscacino.

Un Giovanni, barone di Joannello e Coscacino, fu coadiutore della nobile compagnia della Carità di Palermo 1614.

 

 

 

 

 

Muzio.

Portata da Milano in Sicilia da un Tommaso, che acquistò i feudi di Grottarossa, ecc. dei quali ottenne investitura a 11 dicembre 1589, fu maestro portulano del regno e maestro notaro del senato; un Giovan Battista acquistò i feudi di Ioanello e Coscacino; un Francesco fu giudice pretoriano di Palermo nel 1641-42; un Casimiro, barone di Grottarossa, fu spedaliere dell’ospedale di S. Bartolomeo e senatore di Palermo nel 1690-91; un Antonino, barone di Coscacina, tenne la stessa carica nel 1711-12; un Casimiro fu giudice delle appellazioni in Palermo nel 1751-52, della corte pretoriana nell’anno 1753-54, del tribunale del Concistoro nel 1761-62; un Innocenzo, qualificato, non sappiamo con qual diritto, barone delli Manganelli, fu senatore di Palermo negli anni 1753-54-55, 1763, 1772-73 e governatore della Tavola, nel 1755-56, 1757-58.

Arma: d’oro, alla coppa di nero, fiammeggiante di rosso, col braccio destro armato d’argento, la mano di carnagione tra le fiamme, impugnante un pugnale di nero alto in palo. 

 

 

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La contea di Sclafani è stata un antico stato feudale siciliano, originatosi nel XII secolo e smembrato in vari possedimenti nel XVI. Comprendeva gli attuali comuni di Aliminusa, Scillato, Sclafani e Valledolmo, in provincia di Palermo.

Detta contea vantava ben 24 feudi:

Aliminusa, Cocchiara, Pietra, Carpinello, Coscacino, Regalminusa, S. Lorenzo, Val di Tratta, Joannello , Vacco, Vaccotto, Sicchecchi, Gurdo, Castelluzzi, Cifiliana, Mandrianuova delli Grutti, Rovittello, Valle dell’Ulmo , Miano, Regaliali, Tavernola, Cassaro, Fontana Murata, Xarria.

Giovanni Sclafani ottenne il feudo intorno al 1160 da Guglielmo il Malo. Nel 1330 il feudo ottenne il titolo comitale dal re di Sicilia Federico III d'Aragona.

Durante la prima metà del XIV secolo fu in possesso di Matteo Sclafani , conte di Adernò, il costruttore di Palazzo Sclafani, che morì senza lasciare eredi maschi. Le figlie Luisa e Margherita erano andate in sposa rispettivamente a Guglielmo Peralta e a Guglielmo Raimondo Moncada, che si contesero a lungo l'eredità. La contea di Sclafani andò a Luisa sposa di Guglielmo Peralta.

Per un breve periodo la perdono in favore dei Moncada, per volere di Re Martino.

I Peralta, ritornati fedeli al re Martino, non solo riescono a evitare la loro rovina, ma rientrano nella signoria di Sclafani. Addirittura nel 1396 Nicolò Peralta ottiene dalla Corona di poter esercitare su tutta la contea di Sclafani il mero e misto imperio (alta e bassa giustizia).[1] Si tratta della competenza, molto ambita e spesso comprata, di poter esercitare il potere giudicante non solo nelle cause civili, ma anche in quelle penali.

Dopo la morte di Nicolò, Elisabetta Chiaramonte, sua vedova e tutrice delle figlie, permuta, per volere della corte reale, la contea di Sclafani con il centro di Giuliana. Sclafani, per questa via, perviene a Sancho Ruiz de Lihori che ne prende possesso il 16 giugno 1400.

Nei primi anni del 1400 il De Lihori cedette la sua contea, per atto di permuta con quella di Sciortino, a Don Giacomo de Prades.

Giacomo de Prades con atto del 16 aprile 1406, approvato dal Re Martino con diploma dell'11 agosto 1408, la vendette al prezzo di 1400 onze d'oro all'ambizioso barone di Caltavuturo Enrico Rubbes (Rosso). Enrico Rosso sposa Beatrice Arezzo, figlia del protonotaro del regno, la coppia non ha figli. Il conte Enrico detta il proprio testamento il 5 agosto 1421 presso il notaio palermitano Manfredi Muta. La Contea pervenne al nipote ex sorore Antonio Spatafora , figlio della sorella Beatrice che, per volontà testamentaria dello zio materno avrebbe dovuto assumere il cognome Rosso e le armi gentilizie della famiglia materna.[2]

 

 

 

La Contea passo a Tommaso, figlio di Antonio, che ottiene il mero e misto imperio dalla corona nel 1457.[3] Probabilmente Tommaso muore poco dopo. Ritornando ad Antonio notiamo che lo stesso fa redigere il proprio testamento, in data 20 ottobre 1459 dal notaio polizzano Francesco Notarbartolo, con esso il conte Antonio designa erede nella contea di Sclafani e nella baronia di Caltavuturo la nipote Beatrice, figlia del defunto Tommaso e di Giovannella Branciforte, di minore età, assegnandole come tutori la moglie Pina ed il magnifico Giovanni Branciforte, signore di Mazzarino. Il 24 aprile 1483, il viceré Gaspare de Spes, quale marito di Beatrice Rosso Spatafora, prende investitura della contea di Sclafani "maritali nomine" in virtù del testamento del nonno della moglie, conte Antonio Rosso.

Morto Gaspare de Spes, Beatrice Rosso e Branciforte passa a seconde nozze sposando il Conte di Caltabellotta, Sigismondo de Luna.[4]

Nel 1483 venne in possesso di Gaspare de Spes, ma nel 1519 ritornò in mano a Gian-Vincenzo de Luna Peralta, figlio di Sigismondo e di Beatrice. A Giovanni Vincenzo segue, quale nipote ed erede, Pietro Luna che si investe della contea il 6 febbraio 1549 e si reinveste il 12 settembre 1557 per la successione di Filippo II a Carlo V. Nel 1557 la ereditò, Pietro de Luna, conte di Caltabellotta e di Sclafani, barone di Caltavuturo e primo duca di Bivona per concessione di Carlo V nel 1554. Pietro de Luna fu anche straticoto di Messina e vicario generale del regno contro le invasioni ottomane nel 1573. Dalla prima moglie, Isabel, figlia del viceré Juan De Vega, ebbe tre figlie (Bianca, Eleonora e Aloisia); dalla seconda, Ángela de La Cerda, figlia del viceré Juan de la Cerda ebbe l'unico figlio maschio, Giovanni, che gli successe alla sua morte, il 26 settembre 1576: non essendo ancora maggiorenne e rimase per alcuni anni sotto la tutela materna.

Giovanni sposò Belladama Settimo (e Valguarnera), ma non ebbe figli.

Giovanni de Luna e Peralta duca di Bivona, in data 21 giugno 1582 , per once 13, 250, vendette a Giacomo di Giorlando, detto lo Squiglio, da Collesano, previo atto notaro Antonio Larosa di Palermo, i seguenti feudi: "...pheudum di li Castelluzzi, cum pheudis vocatis di la Xarria et Lalia, dictum pheu um di Chifiliana cum pheudis vocatis di la Jannella et lo Cassaro, dictum pheudum di Mezzamandranuova cum feudi vocatis di Carpinello, lo Rovitello, et Mandranova di San Lorenzo, et dictum pheudum di li Valli di l'ulmu cum pheudis vocatis di piano et valle longa".. Il 13 novembre 1584 cedette tutte le sue proprietà alla sorellastra Aloisia riservandosene l’usufrutto. Dopo la sua morte, nell'agosto del 1592 il 30 settembre Aloisia de Luna (e de Vega) assunse il titolo comitale.

Aloisia de Luna prende possesso, tramite il proprio procuratore Francesco de Ansaldo, di Scillato e Regaleali e quella di altri feudi quali "lo vosco di Cuchiara, lo vosco di Granza, lo vosco di Cardulino, lo vosco di Santa Maria, lo vosco di Larminusa de membris et pertinentia terre" di Caltavuturo e Sclafani.

Aloisia de Luna vendette il feudo di Carpinello pure a Giacomo di Giorlando, il feudo di Vacco e Vaccotto a Giovan battista Dini e nel 1615 i feudi di Joannello e Coscacino al fiorentino Giovanni Carnesecchi, agli atti del Notaio Giovanni Aloisio Blundo di Palermo li 12 maggio 1615.

Nel 1567 aveva sposato Cesare Moncada-Aragona, dal quale ebbe il figlio Francesco Moncada D'Aragona, principe di Paternò, duca di Bivona.

Antonio Moncada D'Aragona, principe di Paternò, duca di Bivona e duca di Montalto, ereditò dalla nonna Aloisia la Contea di Sclafani il 18 novembre 1621 .

Antonio Moncada nel 1625 cedette il feudo di Larminusa a Gregorio Bruno, che nel 1635 ottiene la licentia populandi e fonda con il nome di Sant'Anna l'attuale centro di Aliminusa in un territorio segnato da una buona rete trazzerale da masserie abbeveratoi e mulini.

Alla morte del conte Antonio subentra il figlio Luigi Moncada che si investe una prima volta il 9 giugno 1627 e poi il 16 settembre 1666 per la morte del re.

Alla morte di Luigi Moncada, il titolo della contea di Sclafani passa al figlio Ferdinando d‘Aragona Luna Cordova che prende investitura il 24 aprile 1673. Si apre quindi una lunga vertenza per la sua successione e della contea di Sclafani il 24 novembre 1716 si investe Giuseppe Fernandez de Midrano a nome del successore da dichiarare.

Morta poi Caterina Toledo Moncada, figlia di Ferdinando d’Aragona e Moncada, il 1° dicembre 1736 si investe della contea il duca di Ferrandina Federico Vincenzo Toledo e Moncada, in qualità di amministratore e per conto del successore da dichiarare.

Alla morte di quest’ultimo prende l’investitura della contea il figlio primogenito Antonio Alvarez de Toledo. Siamo al 1° maggio del 1754.

Nell'ottobre 1774, è la volta di Giuseppe Alvarez de Toledo, figlio di Antonio.

Morto Giuseppe, il 3 novembre 1796 diventa conte di Sclafani suo fratello Francesco Borgia Alvarez de Toledo che muore a Madrid il 12 febbraio 1821.

Francesco è l’ultimo signore di Sclafani: nel 1812 viene formalmente abolito il Feudalesimo .

 

 

 

 

 

 

 

I Carnesecchi di questo ramo erano in Sicilia per commerciare principalmente in grano :

 

Merchants, Interlopers, Seamen and Corsairs: the "Flemish" community in ... - Pagina 251

di Marie-Christine Engels - Business & Economics - 1997 - 345 pagine

In Palermo A. Carnesecchi would advise where new grain could be found. ...
Jacopo - Origin captain: Hoorn Ship: Leone Incoronato (=Gekroonde Leeuw) - Cargo: ...

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Antonio di Paolo di Antonio

1570 1648)

eletto nel 1622

 

 

 

 

 

Giovanni Carnesecchi fratello del senatore del Granducato di Toscana Antonio

 

 

Sono rimasto colpito dalla particolare gentilezza e dalla particolare disponibilita' che ho trovato in Sicilia dovunque mi sono rivolto

Questa constatazione mi sembrava doverosa

 

 

 

Fra Giovanni da Firenze

 

 

REPUBBLICA ITALIANA


REGIONE SICILIANA
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OGGETTO : Informazioni bibliografiche



to Pierluigi Carnesecchi


In riferimento alla nota del 28.03.07, relativa alla richiesta di informazioni su alcuni feudi, posseduti da esponenti della famiglia
Carnesecchi in Sicilia, le trascriviamo le notizie pertinenti desunte
da :
San Martino De Spucches, Francesco. La Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni (1925).
Palermo, tip. Boccone del Povero, 1924 – 1941. 10 vol.:
vol. 4°, pag. 214:
"Antonio Moncada Aragona s’investì della Contea di Caltanisetta, a 23 settembre 1600, per il passaggio della Corona da Filippo II a Filippo III; Membri di essa Contea fra gli altri erano la Baronia di Grottarossa, il feudo di Giarfo o Gulfo e la tenuta di terre nominate di Campisotto (R. Cancell., XIV Indiz., f. 17).
1, 2 – Il Conte vendette la Baronia, il feudo e la tenuta suddetta a Giovanni Carnesecchi; questi non prese investitura e si fece frate sotto nome di fra Giovanni da Florentia; i beni suddetti li lascio ad Antonio Carnesecchi fu Paolo, suo fratello; questi s’investì a 17 marzo 1621 (R. Canceller. IV Indiz., f. 75). Si reinvestì a 18 gennaro 1622, per il passaggio della Corona da Filippo III a Filippo IV (R. cancell., V Indiz., f. 44) 3. 4 e 5 – Addì 27 agosto 1639 s’investì della Baronia, feudo e tenuta suddetta il Dott. Francesco Muzio, oriundo milanese, per donazione fattagli dal fu Tommaso, suo padre, a cui furono venduti da Cosimo Nasi
e quest’ultimo li aveva comprati dal detto Antonio Carnesecchi (R. Cancelleria, VII Indiz., f. 360)"….

vol. 9°, pag. 283 - 284:
"I feudi di Joannella e Cuscattino (oggi Coscacino) sono membri della Contea di Sclafani: di essa prese investitura a 23 settembre 1600 D. Aloisia de Luna Vega: e ciò per il passaggio della Corona (Regia Cancelleria, XIV Indizione, foglio 19).
1 – Giovanni Carnisecchi fu Paolo, nobile fiorentino l’acquistò dalla Contessa sudetta agli atti di Not. Giovanni Aloisio Blundo di Palermo li 12 maggio 1615. Non prese investitura. Fu coadiutore della nobile Compagnia della Carità di Palermo, nel 1614.
2 – D. Antonio Carnisecchi prese investitura a 17 marzo 1621, come erede universale di Giovanni sudetto, suo fratello (Protonotaro del Regno, IV Indizione. Foglio 217). Reinvestito a 18 gennaro 1622 per il passaggio della Corona (Regia Cancelleria, V Indizione, f. 46.
3 – Tommaso Muzio acquistò la Baronia coi feudi suddetti da esso Carnisecchi; non prese investitura"…

Inoltre, da ricerche effettuate su: IBN. Index bio-bibliographicus notorum hominum. Pars C. Sectio generalis. Osnabrück, Biblio Verlag,
1997. vol. 86°, si ha notizia di :
Giovanni da Firenze morto nel 1640, vissuto a Palermo, francescano riformato italiano. La fonte del repertorio è l’opera: Sigismondo da Venezia. Biografia serafica degli uomini illustri che fiorirono nel francescano Istituto per santità, dottrina e dignità fino a’ nostri giorni, del padre Fr. Sigismondo da Venezia, minore riformato della provincia veneta. Venezia, tip. di G.B. Merlo, 1846, posseduta dalla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano.
Le consigliamo di consultare presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, l’opera sopra indicata (IBN), in quanto vi sono indicati altri omonimi di Giovanni da Firenze, da noi non segnalati perché ritenuti non pertinenti, infine, per ulteriori chiarimenti sul coadiutore Giovanni Carnesecchi, le consigliamo di rivolgersi all’
Archivio di Stato di Palermo, dove dovrebbero essere depositati i volumi dell’Archivio della Nobile Compagnia Ospedaliera della Carità.
Sempre disponibili per ulteriori ricerche, porgiamo distinti saluti.

Il Funzionario direttivo
(Romano Maria Concetta)

Il Dirigente del Servizio Bibliografico
(Dott.ssa Maria Rita Lo Bue)

 

 

 

 

 

 

 

E' possibile si tratti di questo notaio che roga un atto della famiglia Giustiniani : ritengo poco probabile che ci fossero contemporaneamente due Giovanni Carnesecchi a Palermo

http://www.giustiniani.info/sicilia.html

 

Alla stessa stregua dei Giustiniani di Roma, certamente non è casuale il rapporto che a Palermo lega ai filippini il ricco uomo d’affari genovese Vincenzo Giustiniani del quondam Melchioni (Melchiorre) sì da disporre in loro favore nel 1611 il lascito testamentario di ben 300 onze contro le 150 assegnate ai teatini di San Giuseppe o le 100 al convento di San Francesco; e don Vincenzo - omonimo e sicuramente parente del cardinale Giustiniani (1519-1582), domenicano e vicino al Neri, nonché del nipote Vincenzo junior, il marchese romano committente di Caravaggio - legato a sua volta da parentela anche ai Dini di Firenze (sarà il nipote Gio. Battista Dini suo esecutore testamentario a commissionare a Jacopo da Empoli la pala d’altare con Il martirio di san Vincenzo da Saragozza per la sua cappella gentilizia in San Giorgio dei Genovesi), è amministratore degli stati siciliani (l’intera contea di Modica) di donna Vittoria Colonna, figlia di Marcantonio e sorella di Ascanio, duchessa di Medina del Riosecco e tutrice di don Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, il futuro Grande Almirante di Castiglia. Così come nei riguardi del medesimo Ordine è precoce e continuo (sin a diventare negli ultimi suoi anni di vita presenza fissa in seno alla congregazione) il rapporto di Camillo Pallavicini, il ricchissimo banchiere di origine genovese, consanguineo e socio in affari di Nicolò Pallavicini a sua volta primo banchiere del duca di Mantova e cognato di quel cardinale Giacomo Serra che a Roma sappiamo in così stretto contatto con i filippini da promuovere nel 1606 la commissione a Rubens dei tre grandi dipinti per l’altare maggiore della chiesa Nuova, pur con l’evidente intervento dei Giustiniani.
Vincenzo Giustiniano era un Console come detto nel testamento e governatore a Palermo carica data dal Regno dei Borboni.
Come già visto nel capitolo sulle "ayudas de costa" : la vendita di titoli nobiliari, terre e villaggi nel Regno delle due Sicilie nel XVII secolo), anche Vincenzo Giustiniani vendeva titoli,con le terre (contee,marchegiato,etc.....) prendeva gli affitti, gabelle ed contribuiva "Primo erede di questo ramo di Vincenzo Giustiniano suo figlio Annibale, che alla morte del padre aveva solo 16 anni, nel suo testamento si nomina quale tutore il cugino Giovan Battista Dini, figlio di sua sorella Caterina Giustiniano.Vincenzo Giustiniano parla di Annibale durante 38 pagine del suo testamento.
Il testamento è rigorosamente in latino burocratico, redatto dal notaio Giovanni Carnisechi.
Vincenzo Giustiniani lascia anche, nel suo articolato testamento, in perpetuo al nipote Giovanni Battista Dini e alla di lui morte ai Deputati, onze quaranta annuali "ad effetto di mandarle nella Città di Scio per impiegarsi in opere pie", palesa la sua discendenza diretta dai Giustiniani di Genova; ed in altro passo si dichiara discendente da Tomaso Giustiniani Longo ( portando la testimonianza di numerosi notabili Genovesi).
Da Vincenzo Giustiniani segue la discendenza fino a Marianna Giustiniano ( forse storpiatura del cognome Giustiniani? Dal momento che nello stesso testamento si alternano le due forme ) andata in sposa a Silvestre Noto. La stessa Marianna ha goduto di un legato dotale, forse attribuibile alla ricchezza della famiglia Giustiniani.

 

 

Infine si fa frate :

 

 

DAL SITO : COMPAGNIE NOBILI DI PALERMO di MARIOLINO PAPALIA

 

http://www.mariolinopapalia.it/Compagnie%20Nobili.htm

 

 

COMPAGNIA DELLA CARITA' di PALERMO

 

 

1614 - Orazio Vanni Ministro. Adriano Platamone, e Giovanni Carnifechi Coadiutori.

 

La Confraternita di Santa Maria della Candelora, eretta in Compagnia sotto il titolo della Carità di San Bartolomeo di Palermo, fu fondata nel 1533 da Don Ettore Pignatelli Duca di Monteleone e Viceré di Sicilia col nome di Unione dei Nobili, aveva lo scopo di visitare e servire gli ammalati dell'Ospedale di San Bartolomeo. Per far ciò si servì di due pii uomini: Fra Giambattista da Ravenna Carmelitano e Fra Raffaello da Siena Agostiniano (Fonte PP. Cappuccini Palermo). La prima sede della Compagnia fu nella chiesa della Madonna della Candelora, piccola chiesa esistente dentro lo stesso Ospedale. Nel 1543 questa Unione assunse il titolo di Compagnia e fu la seconda, dopo quella dei Bianchi, che intervenne alla processione del Corpus Domini; vestiti con sacchi e visiere di tela cruda avevano al cinto una corda ed i piedi scalzi, portavano ognuno una candela di cera gialla.
Dopo molti anni la loro sede era diventata indecente ed allora la Compagnia si trasferì presso le mura della Cala ove vi era l'antica Sala, chiamata delle donne, composta di una gran lunga loggia sostenuta da più colonne, ed eretta dal Senato per luogo di delizie per le Dame Palermitane che in quel luogo si radunavano nei tempi estivi a respirare l'aria marina. Nel 1573 si diede inizio alla nuova opera il di cui frontispizio (oggi distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale) fu ornato con pietre ad intaglio.
Per raggiungere il loggiato vi era una scala scoperta con gradini e con una balaustra ai fianchi in pietra bigia. L'Oratorio era sufficientemente spazioso, rimodernato in seguito nel 1730, con stucchi, pitture, ed oro. Dentro il Cappellone vi era un altare in marmo con intagli in oro. In fondo ad esso attaccato al muro si osservava un quadro di Gesù Cristo, che lava i piedi agli Apostoli, in cui si leggeva: Franciscus Potensanus inventor et pictor 1580 (Francesco Potenzano ideò e dipinse 1580). Sull'altare si venerava un'immagine in rilievo del SS. Ecce Homo, in sommo culto del pubblico, che lo visitava ogni venerdì con molta devozione. Fu dono fatto da un Conte di Regalmuto del Carretto al servo di Dio Sacerdote Don Giovanni Guadagnini, Cappellano della Compagnia. Nelle mura laterali vi erano due quadri dipinti a fresco dal Borremans, che fissò il suo domicilio a Palermo, ed a spese del benemerito cittadino Don Francesco Emanuele Marchese di Villabianca, di cui si vedevano le armi. Uno di questi esprime la Parabola del Samaritano, e l'altro della Probatica Piscina. Altra cosa magnifica erano i sedili destinati nelle funzioni per i Superiori, erano in ebano con intarsi in avorio e madreperla. La Sagrestia ed i Cameroni erano adorni di ritratti dei Superiori della Compagnia. Dall'ultimo camerone si usciva in una deliziosa loggia scoperta, alla destra della quale vi era una scala che comunicava con l'Ospedale di San Bartolomeo, dove ogni giorno, come sopra detto, due fratelli vestiti di sacco andavano a servire gli ammalati. Il Beato Giuseppe Cardinal Tommasi fu fratello di questa Compagnia e nei ruoli si legge la sua firma. Il numero dei fratelli non doveva superare le cento unità, venivano ammessi solamente i Titolati, i Nobili, ed i Togati perpetui; entravano di diritto tutti i Vicerè e gli Arcivescovi di Palermo.

 

 

MINISTRI E COADIUTORI

I Ministri e Coadiutori della Confraternita di Santa Maria della Candelora, dalla sua fondazione desunti dai libri della Cancelleria della suddetta Compagnia.

 

1533 - Ettore Pignatelli Duca di Monteleone Viceré fondatore. Pietro Ajutamicristo e Simone Ventimiglia Marchese di Geraci Coadiutori.

1534 - Pietro Ajutamicristo Ministro. Mariano Alliata Barone della Roccella, e Pietro Beccadelli di Bologna Capitano di Giustizia di Palermo (1530/31) Coadiutori.

1535 - Simone Ventimiglia Marchese di Geraci Presidente del Regno Ministro. Carlo Tagliavia Marchese di Terranova, e Guglielmo Spadafora Coadiutori.

1536 - Mariano Alliata Barone di Roccella Ministro. Guglielmo Ventimiglia Barone di Ciminna, e Vincenzo d'Afflitto Barone di Sinagra Coadiutori.

1537 - Guglielmo Spadafora Ministro. Niccolò Montaperto Barone di Raffadali, e Vincenzo del Bosco Barone di Vicari Coadiutori.

1538 - Pietro Beccadelli di Bologna Ministro. Guglielmo Ventimiglia Barone di Ciminna, e Guglielmo Corbera Barone del Miserendino Coadiutori.

1539 - Carlo Tagliavia Marchese di Terranova Ministro. Vincenzo del Bosco Barone di Vicari, e Cesare Lanza Barone di Mussomeli Coadiutori.

1540 - Guglielmo Ventimiglia Barone di Ciminna Ministro. Giuliano Corbera Barone del Miserendino, e Girolamo del Carretto Barone di Regalbuto Coadiutori.

1541 - Pietro d'Afflitto Ministro. Carlo Tagliavia Marchese di Terranova, e Cesare Lanza Barone di Mussomeli Coadiutori.

1542 - Niccolò Montaperto Barone di Raffadali Ministro. Vincenzo del Bosco Barone di Vicari, e Fabio Beccadelli di Bologna Coadiutori.

1543 - Carlo Tagliavia Marchese di Terranova Ministro. Giuliano Corbera Barone del Miserendino, ed Antonio Statella Coadiutori.

1544 - Vincenzo del Bosco Barone di Vicari Ministro. Cesare Lanza Barone di Mussomeli, e Fabio Beccadelli di Bologna Coadiutori.

1545 - Giuliano Corbera Barone del Miserendino Ministro. Girolamo del Carretto Barone di Regalbuto, ed Antonio Statella Maestro Portolano del Regno Coadiutori.

1546 - Cesare Lanza Barone di Mussomeli Ministro. Fabio Beccadelli di Bologna, ed Alvaro Vernagallo Coadiutori.

1547 - Vincenzo del Bosco Barone di Vicari Ministro. Girolamo del Carretto Barone di Regalbuto, e Cesare Imperatore Coadiutori.

1548 - Giuliano Corbera Barone del Miserendino Ministro. Vincenzo del Bosco Barone di Vicari, e Fabio Beccadelli di Bologna Coadiutori.

1549 - Girolamo del Carretto Barone di Racalmuto Ministro. Alvaro Vernagallo, e Giuseppe del Bosco Coadiutori.

1550 - Fabio Beccadelli di Bologna Ministro. Girolamo del Carretto, ed Ottavio Spinola Coadiutori.

1551 - Giuliano Corbera Barone del Miserendino Ministro. Vincenzo del Bosco Barone di Vicari, e Cesare Imperatore Coadiutori.

1552 - Vincenzo del Bosco Barone di Vicari Ministro. Girolamo del Campo, ed Ottavio Spinola Coadiutori.

1553 - Antonio Statella Maestro Portolano del Regno Ministro. Cesare Imperatore, e Giulio Pollastra Coadiutori.

1554 - Alvaro Vernagallo Ministro. Pietro Mezavilla, e Mariano Beccadelli di Bologna Coadiutori.

1555 - Cesare Imperatore Ministro, che morì lo stesso anno, quindi fu eletto per Ministro il Coadiutore Trojano Abbate, e per suoi Coadiutori Giuseppe Lo Monte, e Mariano Beccadelli di Bologna.

1556 - Girolamo del Campo Ministro. Girolamo Pollastra, e Niccolò Mastrantonio Coadiutori.

1557 - Alvaro Vernagallo Ministro. Guglielmo Susinno Signore di Calcerano, e Guglielmo Garofalo Coadiutori.

1558 - Pietro Mezzavilla Ministro. Baldassare Reggio, ed Antonio di Salvo Coadiutori.

1559 - Ottavio Spinola Ministro. Mariano di Bologna, e Giuseppe Lo Monte Coadiutori.

1560 - Girolamo del Campo Ministro. Francesco Paulici, e Giulio Pollastra Coadiutori.

1561 - Alvaro Vernagallo Ministro. Giorgio Salamagna, e Pietro Montese Coadiutori.

1562 - Giulio Pollastra Ministro. Gerardo Alliata, e Guglielmo Susinno Signore di Calcerano Coadiutori.

1563 - Girolamo del Campo Ministro. Guglielmo Garofalo, e Cosimo Gambacorta Coadiutori.

1564 - Mariano di Bologna Ministro. Francesco Trugliati, ed Antonino di Salvo cancellato, ed eletto Giulio Pollastra Coadiutori.

1565 - Giovanni Platamone Ministro. Cosimo Gambacorta, e Prospero Abbate Coadiutori.

1566 - Girolamo del Campo Ministro. Fabrizio Valguarnera Barone del Godrano, e Francesco Paulici Coadiutori.

1567 - Guglielmo Susinno Signore di Calcerano Ministro. Francesco di Bologna, e Guglielmo Garofalo Coadiutori.

1568 - Giovanni Platamone Ministro. Vincenzo Bongiorno, e Pietro di Bologna Coadiutori.

1569 - Vincenzo Bongiorno Ministro. Baldassare Reggio, e Prospero Abbate Coadiutori.

1570 - Ottavio Spinola Maestro Portolano del Regno Ministro. Cosimo Gambacorta, e Luigi del Campo Coadiutori.

1571 - Francesco di Bologna Ministro. Pietro di Bologna, e Vincenzo Bongiorno Coadiutori.

1572 - Prospero Abbate Ministro. Giulio Pollastra, e Francesco Paulici Coadiutori.

1573 - Vincenzo Bongiorno Ministro. Luigi del Campo, e Vincenzo Parlatore Coadiutori.

1574 - Mariano di Bologna Ministro. Gerardo Alliata, e Vincenzo Resignano Coadiutori.

1575 - Giovanni Platamone Ministro. Vincenzo Lananna, e Francesco Trugliari Coadiutori.

1576 - Francesco di Bologna Ministro. Barnaba Bascone, e Bartolomeo di Domenico Coadiutori.

1577 - Pietro di Bologna Ministro. Barnaba Bascone, e Bartolomeo di Domenico Coadiutori.

1578 - Fabrizio Valguarnera Barone del Godrano Ministro. Luigi Lo Campo, e Luigi Lo Scavuzzo Barone di Cefalà Coadiutori.

1579 - Mariano di Bologna Ministro. Vincenzo Setajolo, e Leonello Larcano Coadiutori.

1580 - Antonio Scibecca Ministro. Luigi del Campo, ed Alessandro di Settimo Coadiutori.

1581 - Niccolò Antonio Spadafora Ministro. Prospero Abbate, e Vincenzo Sabia Coadiutori.

1582 - Luigi del Campo Ministro. Vincenzo Setajolo, e Federigo Sabia Coadiutori.

1583 - Mariano di Bologna Ministro. Vincenzo Opezzinghi, e Antonio Montalto Coadiutori.

1584 - Fabrizio Valguarnera Barone del Godrano Ministro. Vincenzo Sabia, e Ottavio Cuffari Coadiutori.

1585 - Antonio Montalto Ministro. Federigo Sabia, Francesco Piaruggia Coadiutori.

1586 - Alessandro di Settimo Ministro. Orazio Vanni, e Vincenzo Ventimiglia Barone di Gratteri Coadiutori.

1587 - Lorenzo di Silva Ministro. Luigi del Campo, e Vincenzo Opezzinghi Coadiutori.

1588 - Fabrizio Valguarnera Barone del Godrano Ministro. Gerardo Alliata, e Vincenzo Ventimiglia Barone di Gratteri Coadiutori.

1589 - Vincenzo Ventimiglia Barone di Gratteri Ministro. Orazio Vanni, e Vincenzo Spinola Coadiutori.

1590 - Vincenzo Opezzinghi Ministro. Francesco Luna, e Giovanni Pietro Fallari Coadiutori.

1591 - Niccolò Antonio Spadafora Ministro. Federigo Sabia, e Ottavio Cuffari Coadiutori.

1592 - Vincenzo Ventimiglia Barone di Gratteri Ministro. Vincenzo Rosselli, e Stefano Conte Coadiutori.

1593 - Alessandro di Settimo Ministro. Giambattista Orioles, e Andrea de Silva Coadiutori.

1594 - Vincenzo Opezzinghi Ministro. Stefano Conte, e Vincenzo Giglio Coadiutori.

1595 - Giuseppe di Perna Ministro. Pietro lo Porto, e Giovanni Pietro Fallari Coadiutori.

1596 - Vincenzo Ventimiglia Barone di Gratteri Ministro. Alfonso Pusterla, e Francesco Notarbatolo Coadiutori.

1597 - Vincenzo Spinola Ministro, alla sua morte Vincenzo Opezzinghi. Orazio Vanni, e Cesare Montalto Coadiutori.

1598 - Alfonso Pusterla Ministro. Francesco Giuliani, e Giambattista di Blasco Coadiutori.

1599 - Francesco di Luna Ministro. Vito Sicomo, e Gerardo Migliaccio Coadiutori.

1600 - Vincenzo Giglio Ministro. Stefano Conte, e Bernardino Insunsa Coadiutori.

1601 - Giambattista di Blasco Ministro. Vincenzo Mastrantonio cancellato, ed eletto Ernando Mattiense, e Francesco Isfar e Cruyllas Barone di Siculiana Coadiutori.

1602 - Alfonso Pusterla Ministro. Antonio del Bosco cancellato, ed eletto Orazio Vanni, e Carlo Balli Coadiutori.

1603 - Francesco Notarbartolo Ministro. Pietro Salazar, e Fortunio Arrighetti Coadiutori.

1604 - Giambattista Orioles Barone di Fontanafredda Ministro. Mario Buglio, e Gaspare Bonajuto morto, ed eletto Pietro lo Porto Coadiutori.

1605 - Francesco Isfar e Cruyllas Barone di Siculiana Ministro. Orazio Vanni, e Stefano Conte Coadiutori.

1606 - Giambattista Blaschi Ministro. Pietro Salazar, e Fortunio Arrighetti Coadiutori.

1607 - Antonio del Bosco Ministro. Pietro Celestri, e Marcello Tagliavia Coadiutori.

1608 - Stefano Conte Ministro. Adriano Platamone, e Gaspare Vanni Coadiutori.

1609 - Vincenzo del Bosco Duca di Misilmeri Ministro. Giambattista Blasco, e Cesare La Grua Coadiutori.

1610 - Pietro Celestri Marchese di Santa Croce Ministro. Francesco Opezzinghi, e Pietro Reggio Coadiutori.

1611 - Antonio Requesens Conte di Buscemi Ministro. Carlo Balli, e Lodovico Blaschi Coadiutori.

1612 - Mario Cannizzaro Ministro. Cesare Montalto, e Giuseppe Balli Coadiutori.

1613 - Francesco Isfar e Cruyllas Barone di Siculiana Ministro. Orazio Vanni, ed Antonio Scirotta Coadiutori.

1614 - Orazio Vanni Ministro. Adriano Platamone, e Giovanni Carnifechi Coadiutori.

1615 - Vito Sicomo Barone di Vita Ministro. Fortunio Arrighetti, e Vincenzo Pilo Coadiutori.

1616 - Alfonso Pusterla Ministro, alla sua morte, Giambattista Blaschi. Antonio Xirotta, e Federigo Valdina Coadiutori.

1617 - Vincenzo del Bosco Duca di Misilmeri Ministro. Lodovico Blaschi, e Giuseppe Bonajuto Coadiutori.

1618 - Francesco di Luna Ministro. Pietro Reggio, e Giovanni Algaria Coadiutori.

1619 - Giambattista Blaschi Ministro. Francesco Opezzinghi, e Francesco la Croce Coadiutori.

1620 - Fortunio Arrighetti Tesoriere Generale del Regno Ministro. Lodovico Blaschi, e Carlo Ventimiglia Barone di Gratteri Coadiutori.

1621 - Vito Sicomo Barone di Vita Ministro. Fra Andrea di Bologna, e Giuseppe Lucchese Coadiutori.

1622 - Antonio Requesens Conte di Buscemi Ministro. Ottavio Orioles, e Francesco de Silva Coadiutori.

1623 - Mariano Migliaccio Marchese di Montemaggiore Ministro. Giuseppe Bonajuto, e Artale di Luna Coadiutori.

1624 - Carlo Ventimiglia Barone di Gratteri Ministro. Lodovico Blaschi, e Francesco Milanese Coadiutori.

1625 - Antonio Xirotta Ministro. Francesco de Silva, e Pietro Bottone Coadiutori.

1626 - Vincenzo Pilo Marchese di Marineo Ministro. Giovanni Algaria, e Ottavio Orioles Coadiutori.

1627 - Gaspare Orioles Conte della Bastiglia Ministro. Francesco Manzone, e Gaspare Bellacera Coadiutori.

1628 - Bernardo Requesens Signore di Palamos Ministro. Pietro Speciale, e Alvaro Vernagallo Coadiutori.

1629 - Fortunio Arrighetti Tesoriere Generale del Regno Ministro. Gaspare Vanni, e Bartolomeo Steccuti Coadiutori.

1630 - Vincenzo del Bosco Duca di Misilmeri Ministro. Pietro Salazar, e Francesco Opezzinghi Coadiutori.

1631 - Giuseppe Filangeri Barone del Miserendino Ministro. Lodovico Blaschi, e Francesco de Silva Coadiutori.

1632 - Simone Giardina e Bellacera Marchese di Santa Ninfa Ministro. Fra Andrea di Bologna, esonerato; Giuseppe Bonajuto, morto; Ottavio Orioles Barone di Fontanafredda, e Pietro Vanni Coadiutori.

1633 - Antonio Xirotta Ministro. Artale di Luna, e Andrea Platamone Coadiutori.

1634 - Mariano Migliaccio Marchese di Montemaggiore Ministro. Francesco de Silva, e Diego Messana Coadiutori.

1635 - Andrea Platamone Ministro. Gaspare Denti, e Giovanni de Silva Coadiutori.

1636 - Artale di Luna Ministro. Stefano Reggio, e Gaspare Giurato Coadiutori.

1637 - Francesco del Bosco Conte di Vicari Ministro, però al suo posto Bernardino Alliata. Francesco de Silva, e Giuseppe del Bosco Coadiutori.

1638 - Francesco del Bosco Conte di Vicari Ministro. Coriolano di Bologna, e Vincenzo Valdina Coadiutori.

1639 - Antonio de Requesens Principe di Pantelleria Ministro. Cesare del Bosco, e Simone Rao Coadiutori.

1640 - Diego Aragona e Pignatelli Duca di Terranova Ministro, alla di cui morte, Ettore Aragona Pignatelli Duca di Monteleone. Bernardo Requesens Barone di San Giacomo, e Simone Giardina e Bellacera Marchese di Santa Ninfa Coadiutori.

1641 - Mario Grifeo Duca di Ciminna Ministro. Guglielmo Lucchese, e Stefano Reggio Coadiutori.

1642 - Bernardo Requesens Barone di San Giacomo Ministro. Artale di Luna, e Mariano Algaria Coadiutori.

1643 - Giovanni Alonso Enriquez de Cabrera Conte di Modica Vicerè di Sicilia, e di Napoli Ministro. Diego Aragona e Pignatelli, e Francesco del Castillo Coadiutori.

1644 - Mariano Migliaccio Marchese di Montemaggiore Ministro. Coriolano di Bologna, e Ugo Notarbartolo Coadiutori.

1645 - Antonio Napoli Principe di Santo Stefano Ministro. Artale di Luna, e Mariano Algaria Coadiutori.

1646 - Ettore Pignatelli ed Aragona Duca di Monteleone Ministro. Giulio Pignatelli Marchese della Sambuca, e Cesare Requesens Coadiutori.

1647 - Giuseppe Strozzi Marchese di Flores Ministro. Stefano Reggio, e Federigo Sabìa Coadiutori.

1648 - Carlo Valdina Balì di Santo Stefano Ministro. Niccolò Antonio Lucchese, e Lodovico Alliata Coadiutori.

1649 - Giulio Pignatelli Marchese della Sambuca Ministro. Francesco Corvino, e Pietro Filangeri e Notarbartolo Coadiutori.

1650 - Stefano Reggio Marchese della Ginestra Ministro. Francesco de Silva, e Isidoro del Castillo Marchese di Sant'Isidoro Coadiutori.

1651 - Giuseppe Strozzi Marchese di Flores Ministro. Benedetto Emanuele Marchese di Villabianca, e Antonino Corvino Marchese di Mezzojuso Coadiutori.

1652 - Ettore Pignatelli Duca di Monteleone Ministro. Cesare del Bosco Principe di Belvedere, e Pietro Filangeri e Notarbartolo Conte di Sittafari Coadiutori.

1653 - Andrea Valdina Principe di Valdina Ministro. Francesco de Silva Marchese di San Leonardo, e Antonio Corvino Marchese di Mezzojuso Coadiutori.

1654 - Francesco del Bosco Duca di Misilmeri Ministro. Cesare Valdina, e Ignazio Migliaccio Coadiutori.

1655 - Luigi Gaetani Principe del Cassaro Ministro. Maurizio Lucchese, e Giuseppe Gisulfo Duca d'Ossada Coadiutori.

1656 - Ettore Pignatelli Duca di Monteleone Ministro. Mariano Algaria, e Antonio Corvino Marchese di Mezzojuso Coadiutori.

1657 - Lorenzo Ventimiglia Barone di Gratteri, in sua vece Giulio Pignatelli Marchese della Sambuca. Pietro Vanni, e Mario Settimo Coadiutori.

1658 - Pietro Muxica Ministro. Giovanni Lanza, e Baldassare Filangeri Coadiutori.

1659 - Cesare del Bosco Principe di Belvedere Ministro. Girolamo Gallego Marchese di Sant'Agata, e Francesco Orioles Coadiutori.

1660 - Carlo Valdina Balì di Santo Stefano Ministro. Coriolano di Bologna, e Giovanni Alliata Coadiutori.

1661 - Vincenzo Denti Duca di Piraino Ministro. Pietro Vanni, e Giuseppe Chacon Coadiutori.

1662 - Stefano Reggio Marchese della Ginestra Ministro. Stefano Migliaccio, e Antonio Galisi Coadiutori.

1663 - Pietro Niccolò di Bologna Ministro, il quale morto, si insediò Pietro Filangeri Conte di Sittafari. Ignazio Lucchese, e Baldassare Galisi Coadiutori.

1664 - Luigi Reggio Principe della Catena Ministro. Carlo Algaria, e Vincenzo di Bologna Coadiutori.

1665 - Girolamo Gallego Principe di Militello Ministro. Gaspare Maria Fardella, e Matteo Scammacca Barone di Lercara Coadiutori.

1666 - Giovanni Sandoval Principe di Castelreale Ministro. Carlo Algaria, e Vincenzo di Bologna Coadiutori.

1667 - Luigi Gaetani Principe del Cassaro Ministro e per la sua cancellazione il governo passò ai soli Coadiutori: Giuseppe Alvares Osorio, e Francesco Vanni.

1668 - Merchiorre de la Cueva y Enriquez Ministro. Carlo Valdina, e Luigi Reggio Principe della Catena Coadiutori.

1669 - Giulio Pignatelli Marchese della Sambuca Ministro. Pietro Napoli Duca di Bissana, e Giuseppe Sandoval Coadiutori.

1670 - Girolamo Pilo Marchese di Marineo Ministro. Pietro Pilo, e Francesco Giurato Coadiutori.

1671 - Vincenzo Pilo e Bologna Ministro. Giuseppe Ventimiglia, e Lucio Denti Duca di Villarosa Coadiutori.

1672 - Vincenzo Galletti Principe di Fiumesalato Ministro. Mariano Algaria, e Francesco Vanni Coadiutori.

1673 - Scipione Cottone Principe di Castelnuovo Ministro ed in sua vece Vincenzo Galletti Principe di Fiumesalato. Federigo Sabìa, e Pietro Corvino Coadiutori.

1674 - Antonio Giuseppe Joppolo Principe di Sant'Antonio Ministro. Giuseppe Chacon, e Baldassare Galisi Coadiutori.

1675 - Lucio Denti Duca di Villarosa Ministro. Baldassare Filangeri, e Giuseppe Ventimiglia Coadiutori.

1676 - Giuseppe Gisulfo Duca d'Ossada Ministro. Francesco Rosselli, e Giulio Alliata a cui subentrò Francesco Vanni Consiglieri.

1677 - Domenico Mastrilli Marchese di Tortorici Ministro. Lorenzo Pilo, e Francesco di Bologna Coadiutori.

1678 - Marcello Caraffa Ministro, e per sua mancanza governarono i Coadiutori, Bartolomeo Galisi e Guglielmo Lucchese.

1679 - Stefano Reggio Principe di Jaci Ministro. Baldassare Filangeri, e Francesco Vanni Coadiutori.

1680 - Diego Benavides y Aragona Conte di Santo Stefano Ministro. Carlo Valdina, e Vincenzo Galletti Principe di Fiumesalato Coadiutori.

1681 - Giuseppe del Bosco Principe della Cattolica Ministro. Vincenzo del Bosco Principe di Belvedere, e Francesco di Bologna Duca di Valverde Coadiutori.

1682 - Roderico del Bosco Duca di Misilmeri Ministro. Carlo Algaria, e Antonino Salamone Coadiutori.

1683 - Vincenzo del Bosco Principe di Belvedere Ministro. Baldassare Galisi, e Francesco di Bologna Duca di Valverde Coadiutori.

1684 - Lucio Denti Duca di Villarosa Ministro. Mariano Fardella, e Marco Antonio Miccichè Coadiutori.

1685 - Matteo Scammacca Barone di Lercara Ministro cancellato. Carlo Algaria, e Michele Oliveri Duca d'Acquaviva, e per sua rinunzia, eletto Gaspare Maria Fardella Coadiutori.

1686 - Giovanni Rettana Cavaliere di Calatrava, e Conservatore del Real Patrimonio Ministro. Carlo Algaria, e Gaspare Maria Fardella Coadiutori.

1687 - Roderico del Bosco Duca di Misilmeri Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Ambrogio Alliata Coadiutori.

1688 - Giuseppe Lanza Duca di Brolo Ministro. Fabrizio Lucchese, e Giovanni Joppolo e Ventimiglia Coadiutori.

1689 - Lucio Denti Duca di Villarosa Ministro. Baldassare Galisi, e Mario Antonio Miccichè Coadiutori.

1690 - Niccolò Antonio Lucchese Marchese della Delia Ministro. Giambattista Valdina, e Coriolano di Bologna Coadiutori.

1691 - Francesco di Bologna Duca di Valverde. (Non furono eletti Coadiutori).

1692 - Giovanni Lucchese Principe di Campofranco Ministro. Guglielmo Lucchese, e Ignazio Alliata Coadiutori.

1693 - Girolamo Pilo Marchese di Marineo Ministro. Francesco Pilo, e Antonino Pilo Coadiutori.

1694 - Mariano Migliaccio Principe di Baucina Ministro. Bernardo Tornamira, e Placido Gisulfo Coadiutori.

1695 - Giulio Cesare Imperatore Marchese dell'Alimena Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Stefano Benzo Coadiutori.

1696 - Giuseppe di Napoli Principe di Resuttano Ministro. Marco Antonio Vanni, e Federigo di Napoli Coadiutori.

1697 - Antonio Requesens Principe di Pantelleria Ministro. Domenico Lucchese, e Fra Carlo Requesens Coadiutori.

1698 - Niccolò Antonio Lucchese Marchese della Delia Ministro. Lorenzo Pilo, e Francesco di Bologna Duca di Valverde Coadiutori.

1699 - Federigo di Napoli Principe di Resuttano Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Niccolò del Bosco Duca di Misilmeri Coadiutori.

1700 - Francesco del Bosco Principe di Belvedere Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Niccolò del Bosco Duca di Misilmeri Coadiutori.

1701 - Francesco Emanuele Marchese di Villabianca Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Marcantonio Vanni Coadiutori.

1702 - Pietro Moncada Principe di Monforte Ministro. Francesco Valdibella Marchese di San Giacinto, e Matteo Spadafora Coadiutori.

1703 - Giuseppe Galletti Principe di Fiumesalato Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Niccolò Galletti Marchese della Ginestra Coadiutori.

1704 - Luigi Reggio e Branciforte Principe di Campofiorito Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Giuseppe Reggio Marchese della Ginestra Coadiutori.

1705 - Pietro Gaetani e Bologna Principe del Cassaro Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Domenico Lucchese e Campo Coadiutori.

1706 - Luigi Gaetani e Salonia Duca Gaetani e Conte di Recalmuto Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Fra Niccolò Galletti Coadiutori.

1707 - Giuseppe Blasco Scammacca Principe di Lercara Ministro. Coriolano di Bologna, e Antonino Pilo Coadiutori.

1708 - Pietro Oliveri e Pilo Duca di Acquaviva Ministro. Antonino Pilo, e Girolamo Oliveri Coadiutori.

1709 - Luigi Gaetani e Salonia Duca Gaetani Ministro. (Non furono eletti Coadiutori).

1710 - Giulio Cesare Imperatore Marchese dell'Alimena Ministro. Giulio Benzo, e Giovanni Battista Caruso ed Alimena Coadiutori.

1711 - Francesco di Bologna Duca di Valverde Ministro. Giuseppe Corvino, e Giuseppe di Bologna Coadiutori.

1712 - Giuseppe Corvino Principe di Roccacolomba Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Giuseppe di Bologna Coadiutori.

1713 - Antonio Ventimiglia Conte di Prades Ministro. Francesco di Bologna Duca di Valverde, e Giuseppe di Bologna Coadiutori.

1714 - Antonio Lucchese Duca della Grazia Ministro. Placido Gisulfo, e Tommaso Antonio de Laredo Conservatore del Real Patrimonio Coadiutori.

1715 - Vincenzo del Bosco Principe di Belvedere Ministro. Giulio Benzo, e Niccolò del Bosco Duca di Misilmeri Coadiutori.

1716 - Emanuele Lucchese Principe di Campofranco Ministro. Niccolò del Bosco Duca di Misilmeri, e Ignazio Collego Coadiutori.

1717 - Francesco Corvino Principe di Roccacolomba Ministro. Emanuele Rincon de Astorga Barone dell'Ogliastro, e Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Coadiutori.

1718 - Antonino Lucchese Duca della Grazia Ministro. Giuseppe Galletti Principe di Fiumesalato, e Vincenzo del Bosco Principe di Belvedere Coadiutori.

1719 - Niccolò Galletti Marchese di San Cataldo Ministro. Giovanni Antonio Moncada Principe di Monforte, e Domenico Spadafora Principe di Maletto Coadiutori.

1720 - Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Ministro. Benedetto Emanuele Marchese di Villabianca, e Giovanni Antonio Moncada Principe di Monforte Coadiutori.

1721 - Pietro di Napoli Principe di Monteleone Ministro. Giuseppe Gisulfo Duca d'Ossada, e Francesco Requesens Principe di Pantelleria Coadiutori.

1722 - Benedetto Emanuele Marchese di Villabianca Ministro. Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa, e Giovanni Antonio Moncada Principe di Monforte Coadiutori.

1723 - Ferdinando de Monroy Marchese di Garsigliano Ministro. Placido Gisulfo Duca d'Ossada, e Pietro Lucchese Duca di Castel in Monte Coadiutori.

1724 - Domenico Spadafora Principe di Maletto Ministro. Luigi Gaetani e Salonia Duca Gaetani, e Giuseppe Galletti Principe di Fiumesalato Coadiutori.

1725 - Giuseppe Saverio Gisulfo Duca d'Ossada Ministro. Pietro di Napoli Principe di Monteleone, e Francesco Requesens Principe di Pantelleria Coadiutori.

1726 - Garsia Mastrilli Marchese di Tortorici Ministro. Ferdinando de Monroy Marchese di Garsigliano, e Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Coadiutori.

1727 - Francesco Requesens Principe di Pantelleria Ministro. Giuseppe Gisulfo Duca d'Ossada, e Pietro di Napoli Principe di Monteleone Coadiutori.

1728 - Giovanni Antonio Moncada Principe di Monforte Ministro. Giuseppe Galletti Principe di Fiumesalato, e Luigi Gaetani e Salonia Conte di Recalmuto Coadiutori.

1729 - Giuseppe Galletti Principe di Fiumesalato Ministro. Luigi Gaetani e Salonia Conte di Recalmuto, e Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Coadiutori.

1730 - Vincenzo del Bosco Principe di Belvedere Ministro. Giuseppe Lucchese, e Biagio Marchese Drago Coadiutori.

1731 - Pietro di Napoli Principe di Monteleone Ministro. Domenico Garsia e Vanni, e Cristoforo di Napoli Principe di Buonfornello Coadiutori.

1732 - Giovanni Antonio Colonna Marchese di Fiume di Nisi Ministro. Ferdinando Monroy Marchese di Garsigliano, e Matteo Spadafora Coadiutori.

1733 - Ignazio Migliaccio Principe di Baucina Ministro. Domenico Garsia e Vanni, e Cristoforo di Napoli Principe di Buonfornello Coadiutori.

1734 - Girolamo Lanza Duca di Brolo Ministro. Giuseppe Galletti Principe di Fiumesalato, e Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Coadiutori.

1735 - Giuseppe Saverio Gisulfo Marchese d'Ossada Ministro. Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa, e Alonso Monroy Marchese di Garsigliano Coadiutori.

1736 - Giovanni Antonio Moncada Principe di Monforte Ministro. Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa, e Raimondo Moncada Coadiutori.

1737 - Andrea Speciale e Bologna Duca di Valverde Ministro. Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa, e Alessandro Vanni Coadiutori.

1738 - Andrea Reggio Principe della Catena Ministro. Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa, e Domenico Garsia e Vanni Coadiutori.

1739 - Giuseppe del Bosco Principe di Belvedere Ministro. Domenico Garsia e Vanni, e Francesco Paolo del Bosco Coadiutori.

1740 - Andrea Speciale e Bologna Duca di Valverde Ministro. Pietro di Napoli Principe di Resuttano, e Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Coadiutori.

1741 - Giuseppe Saverio Gisulfo Duca d'Ossada Ministro. Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa, e Giuseppe Monroy Coadiutori.

1742 - Niccolò Galletti Marchese di San Cataldo Ministro. Andrea Speciale e Bologna Duca di Valverde, e Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Coadiutori.

1743 - Giuseppe del Bosco Principe di Belvedere Ministro. Domenico Garsia e Vanni, e Francesco Paolo del Bosco Coadiutori.

1744 - Francesco Notarbartolo Duca di Villarosa Ministro. Vittorio Galletti Marchese di San Cataldo, e Giovanni Notarbartolo Coadiutori.

1745 - Antonio Lucchese e Gallego Principe di Campofranco Ministro. Cristoforo Napoli Principe di Buonfornello, e Giuseppe Lucchese Coadiutori.

1746 - Luigi Ventimiglia Principe di Granmonte Ministro. Luca de Laredo Conservatore del Real patrimonio, e Ottavio Gaetani e Lanza Coadiutori.

1747 - Cristoforo Bellacera e Napoli Principe di Buonfornello Ministro. Giuseppe Antonio Requesens Conte di Buscemi, e Francesco di Napoli Coadiutori.

1748 - Vittorio Amedeo Galletti Marchese di San Cataldo Ministro. Placido Notarbartolo Duca di Villarosa, e Giuseppe Abbate Coadiutori.

1749 - Placido Notarbartolo Duca di Villarosa Ministro. Vittorio Amedeo Galletti Marchese di San Cataldo, e Federico Napoli Duca di Campobello Coadiutori.

1750 - Francesco Emanuele Marchese di Villabianca Ministro. Salvatore Valguarnera Duca dell'Arenella, e Antonio di Napoli Coadiutori.

1751 - Giuseppe Antonio Requesens Principe di Pantelleria Ministro. Federico di Napoli Duca di Campobello, e Giuseppe Moncada Coadiutori.

1752 - Calogero Gabriello Colonna Duca di Cesarò Ministro. Luigi Ventimiglia Principe di Granmonte, e Giuseppe Moncada Coadiutori.

1753 - Federico di Napoli Duca di Campobello Ministro. Placido Notarbartolo Duca di Villarosa, e Girolamo Moncada Coadiutori.

1754 - Antonino Spinelli Barone della Scala Ministro. Francesco Emanuele Marchese di Villabianca, e Salvatore Spucches Coadiutori.

1755 - Francesco Oliveri Duca d'Acquaviva Ministro. Giuseppe Pilo, e Rosario Oliveri Coadiutori.

1756 - Cesare Gaetani Principe del Cassaro Ministro. Luigi Ventimiglia Principe di Granmonte, e Ottavio Maria Gaetani Coadiutori.

1757 - Giuseppe Speciale Duca di Valverde Ministro. Andrea Speciale e Bologna Duca di Valverde, e Ignazio Speciale Coadiutori.

1758 - Vincenzo del Bosco e Lanza Marchese dell'Alimena Ministro. Francesco Paolo del Bosco e Benzo, e Fra Lancillotto del Bosco Cavaliere Gerosolimitano Coadiutori.

 

 

 

 

http://books.google.it/books?id=UsqyKOoM2owC&pg=PA438&lpg=PA438&dq=carnifecchi&source=bl&ots=OCJX0kdufe&sig=aW8ZUzykuSs64cwCBKbNPNIFe1I&hl=it&sa=X&ei=rKp4UN7rIcf2sgb_8YHQAg&sqi=2&ved=0CDEQ6AEwAA#v=onepage&q=carnifecchi&f=false

 

Leggendario francescano, istorie de Santi, Beati, Venerabili ed altri Uomini ...

Di Benedetto Mazzara

 

 

 

 

 Enciclopedia araldica italiana

di Angelo M. G. Scorza - 1955

Pagina 17

... nel 1° di rosso al Icone passante d'oro; nel 2° fasciato di quattro pezzi
d'azzuro e d'argento. CARNISECCHI (Sicilia) Oriundi da Firenze Baroni di ...

 

 

 

 

 

 

 

la vicenda di Giovanni e Antonio Carnesecchi prende un piu' chiaro contorno nella tesi di dottorato del dr FABIO D'ANGELO

LA CAPITALE DI UNO STATO FEUDALE CALTANISSETTA NEI SECOLI XVI E XVII

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI CATANIA

 

 

 

 

http://dspace.unict.it/bitstream/10761/1408/1/DNGFBA83P21G273O-Tesi%20di%20dottorato_Fabio%20D'Angelo.pdf

 

 

Agli inizi del Seicento, in particolare nel 1607, l’opportunità della delega della gestione dell’azienda feudale nissena fu legata alla partenza dalla Sicilia della famiglia Moncada, diretta in Spagna per celebrare gli sponsali dei rampolli Aloisia e Antonio. In questo caso, tuttavia, la contea, lungi dall’essere arrendata in blocco, fu affidata dal principe di Paternò per nove anni, fino al mese di agosto 1616, a due amministratori, i mercanti di origine genovese Vincenzo Giustiniano del fu Melchiorre85 e Angelo Giorfino86. Questi ultimi si incaricarono dell’amministrazione, oltre che del dominio nisseno, anche di altri stati del patrimonio Moncada (Paternò, Adernò, Centorbi, Motta Sant’Anastasia, Melilli), con esclusione di quelli ereditati dai rami Luna e Cardona-Aragona. A loro fu inoltre garantito un salario pari al tre per cento di tutti gli introiti, in cambio dell’impegno di versare al feudatario 40000 onze una tantum e alimenti mensili pari a 3000 scudi, per un totale di 36000 scudi annuali87. La famiglia di Antonio (la madre, la nonna, i fratelli) intervenne in blocco fornendo garanzie alle controparti e lo stesso principe di Paternò presentò suoi fideiussori: di questi, diciassette furono vassalli nisseni, tutti esponenti dell’élite cittadina, ciascuno garante per 400 onze88. Gli amministratori, infine, si obbligarono al saldo delle somme dovute ai creditori soggiogatari del principe – sui cui stati gravavano 11000 onze di debiti annui – per gli interessi maturati fino all’anno quinta indizione 1606-07 mediante ricorso alla "cessione di raggione", espediente proibito espressamente da una recente prammatica del viceré di Feria, per la quale fu indispensabile ottenere una dispensa89: del resto, la dinamica denunciata dal legislatore, per cui "li pagatori si fanno fare cessione dalli creditori e succedono in luogo loro in maniera che Baronie sempre restano obligate"90, finì per segnare negativamente, come vedremo, l’esperienza apertasi nel 1607.

Giustiniano e Giorfino, del resto, non erano nuovi alla gestione di estesi possessi feudali, come dimostra il fatto che insieme avevano già acquisito in arrendamento la contea di Modica di Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera (1604)91 e gli stati di Cammarata e San Giovanni (Gemini) di Ercole Branciforte (1606)92. Giorfino aveva persino acquistato nel 1605 il feudo Marcatobianco, in qualità di cessionario dei soggiogatari di don Annibale Valguarnera, barone di Godrano93.

A causa probabilmente delle numerose incombenze, i due amministratori non riuscirono però a gestire da soli i beni feudali dei Moncada e ben presto accolsero un terzo socio, il fiorentino Giovanni Carnesecchi del fu Paolo. Questi, dopo la morte di Giorfino, avvenuta nel 1608, portò avanti l’amministrazione insieme a Vincenzo Giustiniano, intanto succeduto nella quota di società del defunto. Proprio nel 1608 è possibile riscontrare le prime difficoltà economiche: nel mese di settembre, infatti, il procuratore e contatore Aurelio Tancredi, giunto a Palermo "per dare recapito alli subiugatarii", riferiva alla duchessa di Montalto che "li administratori son resolutti di non far pagare le mezatte [le mesate, gli alimenti mensili; ndr] in Spagna al principe mio signore, per il mancamento che hano havutto nell’introitti di Caltanixetta [...] e non mancano qui nella logia persone che dicano che il principe mio signore non paserà più inanti per mancamento di denari, poiché detti administratori han detto plubicamente che hano scritto in Spagna non le siano pagatte le mezatte"94. Seguirono le questioni di insolvenza sollevate dai creditori soggiogatari del principe, alcuni dei quali non esitarono ad adire le vie legali: così, nel 1610, don Fabrizio Percopi fece un’ingiunzione per il recupero di circa 60 onze95; nel 1612 fu il turno di Giovanni Pietro Fallari, il quale intentò una causa presso il tribunale del Sant’Ufficio contro gli inquilini degli stati di Paternò, Adernò e Caltanissetta per un credito di oltre 300 onze96. Infine, nel 1613, quando ormai anche Giustiniano era morto – non prima però di aver disposto la successione alla guida dei due terzi della società del mercante genovese Giovanni Battista Dini, suo nipote –, la Regia Corte inviò a Caltanissetta il capitano d’armi Giovanni de Vargas. Questi, su istanza di due creditori del principe (uno dei quali particolarmente influente), quali il governatore di Milano, Giovanni de Mendoza, marchese dell’Inoxosa e di San Germano, e il mercante Gaspare Rodriguez, procedette al sequestro e alla vendita di diversi effetti pertinenti, tra gli altri, allo stato di Caltanissetta (per lo più bestiame e frumento), con conseguenti gravi perdite per i gabelloti dei feudi97, riuscendo a ricavare onze 7973.11.1098. Il procuratore generale di casa Moncada, b. 3581, cc. 32r-34r, Cedula notificatoria, iniuntoria et protestatoria pro Ioseph Varisano contra Ioannem

don Giovanni Moncada, non esitò ad attribuire la responsabilità della vicenda ai due amministratori, rei a suo dire di essersi rifiutati di soddisfare i due creditori "sub diversis frivolis et calunniosis assertionibus"99.

Dal canto loro, Dini e Carnesecchi si opposero denunciando, a fronte delle ingenti somme pagate ai soggiogatari, un sostanziale difetto di introiti registrato nel corso dell’amministrazione e dovuto a diverse motivazioni: tra le altre, quella per cui, alla data del 1607, gli stati di Paternò, Adernò e Centorbi si trovavano già ingabellati a Erasmo Cicala, il quale, per avere anticipato al principe 25000 scudi, si rifiutava di versare ulteriori somme. Malgrado le ragioni contrarie addotte da Antonio Moncada, questi non poté esimersi dal sollecitare una revisione dei conti dell’amministrazione degli anni 1608-13, al fine di valutare l’entità del credito rivendicato dai due soci. Questo fu in ultima istanza definito per un ammontare di oltre 75000 onze, di cui 69840 onze dovute per somme pagate dagli amministratori ai soggiogatari del principe.

"Non avendo il duca dette somme e dubitando potergli venire distratti li stati"100, egli stabilì di intaccare la base feudale del suo patrimonio, smembrando alcuni feudi del territorio di Caltanissetta per venderli, con patto di ricompra e con la concessione della giurisdizione civile e criminale, ai due soci, per un prezzo complessivo di 45820 onze: Giovanni Carnesecchi (creditore, per la sua terza parte di società, di 23280 onze) acquistò pertanto i feudi Grottarossa, Giurfo e la tenuta di Campisotto; Giovanni Battista Dini (creditore, per i due terzi di società ereditati da Vincenzo Giustiniano, di 46560 onze) ottenne invece, insieme agli altri coeredi, i feudi Graziano, Gallidoro, Deliella, Grasta, Gebbiarossa, la tenuta di Frusculi con la vigna e i mulini di Carrigi101. A differenza degli eredi di Vincenzo Giustiniano, Carnesecchi non si investì dei feudi acquisiti, ma preferì abbandonare il secolo, facendosi frate riformato sotto il nome di fra Giovanni da Firenze, e lasciare i suoi beni al fratello Antonio, a sua volta membro dal 1622 del principale organo consiliare del Granducato di Toscana, il Senato dei Quarantotto102.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il livello di esposizione debitoria raggiunto dai Moncada (in relazione ai contratti di cambio) alla fine degli anni Trenta viene fotografato da un interessante consuntivo compilato dal contatore Giovanni Battista Li Ciambri226: in esso figurano ben sedici creditori227 per contratti fondati, per la maggior parte, su interessi del 7% (solo in due casi la percentuale di interesse risulta equivalente all’8%; in un solo caso invece, rispettivamente, all’11% e al 12%), cosicché Luigi Guglielmo Moncada, che già, all’inizio dello stesso decennio, aveva regolarizzato il saldo dei debiti contratti dal padre Antonio "per causa di diversi cambii et interessi" sborsando onze 67297.9.16228, nel 1638 si trovava ad essere debitore di onze 21017.26.1 di capitale e di onze 1197.14.7 di interessi arretrati.

 

 

 

 

Nota 227

Si riportano di seguito i nomi: don Andrea Giglio, don Girolamo Giglio, don Ludovico Giglio, don Carlo Giglio, Virginia Arculano, don Leonardo Arculano, Placido Arculano, dottor Barnaba Scozzari, donna Laura Opezinghi, donna Alessandra Maria Gisulfo, Melchiorre Giglio, Giovanni Andrea Carriola, Martino Drago, donna Giovanna Beatrice Aragona, don Giovanni Graffeo, Antonio Carnisecchi.

 

Seguirono le questioni di insolvenza sollevate dai creditori soggiogatari del principe, alcuni dei quali non esitarono ad adire le vie legali: così, nel 1610, don Fabrizio Percopi fece un’ingiunzione per il recupero di circa 60 onze95; nel 1612 fu il turno di Giovanni Pietro Fallari, il quale intentò una causa presso il tribunale del Sant’Ufficio contro gli inquilini degli stati di Paternò, Adernò e Caltanissetta per un credito di oltre 300 onze96. Infine, nel 1613, quando ormai anche Giustiniano era morto – non prima però di aver disposto la successione alla guida dei due terzi della società del mercante genovese Giovanni Battista Dini, suo nipote –, la Regia Corte inviò a Caltanissetta il capitano d’armi Giovanni de Vargas. Questi, su istanza di due creditori del principe (uno dei quali particolarmente influente), quali il governatore di Milano, Giovanni de Mendoza, marchese dell’Inoxosa e di San Germano, e il mercante Gaspare Rodriguez, procedette al sequestro e alla vendita di diversi effetti pertinenti, tra gli altri, allo stato di Caltanissetta (per lo più bestiame e frumento), con conseguenti gravi perdite per i gabelloti dei feudi97, riuscendo a ricavare onze 7973.11.1098.

Il procuratore generale di casa Moncada, don Giovanni Moncada, non esitò ad attribuire la responsabilità della vicenda ai due amministratori, rei a suo dire di essersi rifiutati di soddisfare i due creditori "sub diversis frivolis et calunniosis assertionibus"99.

Dal canto loro, Dini e Carnesecchi si opposero denunciando, a fronte delle ingenti somme pagate ai soggiogatari, un sostanziale difetto di introiti registrato nel corso dell’amministrazione e dovuto a diverse motivazioni: tra le altre, quella per cui, alla data del 1607, gli stati di Paternò, Adernò e Centorbi si trovavano già ingabellati a Erasmo Cicala, il quale, per avere anticipato al principe 25000 scudi, si rifiutava di versare ulteriori somme. Malgrado le ragioni contrarie addotte da Antonio Moncada, questi non poté esimersi dal sollecitare una revisione dei conti dell’amministrazione degli anni 1608-13, al fine di valutare l’entità del credito rivendicato dai due soci. Questo fu in ultima istanza definito per un ammontare di oltre 75000 onze, di cui 69840 onze dovute per somme pagate dagli amministratori ai soggiogatari del principe.

"Non avendo il duca dette somme e dubitando potergli venire distratti li stati"100, egli stabilì di intaccare la base feudale del suo patrimonio, smembrando alcuni feudi del territorio di Caltanissetta per venderli, con patto di ricompra e con la concessione della giurisdizione civile e criminale, ai due soci, per un prezzo complessivo di 45820 onze: Giovanni Carnesecchi (creditore, per la sua terza parte di società, di 23280 onze) acquistò pertanto i feudi Grottarossa, Giurfo e la tenuta di Campisotto; Giovanni Battista Dini (creditore, per i due terzi di società ereditati da Vincenzo Giustiniano, di 46560 onze) ottenne invece, insieme agli altri coeredi, i feudi Graziano, Gallidoro, Deliella, Grasta, Gebbiarossa, la tenuta di Frusculi con la vigna e i mulini di Carrigi101. A differenza degli eredi di Vincenzo Giustiniano, Carnesecchi non si investì dei feudi acquisiti, ma preferì abbandonare il secolo, facendosi frate riformato sotto il nome di fra Giovanni da Firenze, e lasciare i suoi beni al fratello Antonio, a sua volta membro dal 1622 del principale organo consiliare del Granducato di Toscana, il Senato dei Quarantotto102.

nota 97

Tra gli altri, Giuseppe Varisano, gabelloto del feudo Grottarossa, il quale subì il pignoramento e il sequestro del frumento in suo possesso, di cui aveva già provveduto a vendere 1300 salme a due mercanti palermitani; ivi, b. 3581, cc. 32r-34r, Cedula notificatoria, iniuntoria et protestatoria pro Ioseph Varisano contra Ioannem Carnisecchi. L’atto non è datato.

 

Nota 99

Asp, Am, b. 3022, cc. 332r-339r, Cedola responsoria ad instantiam di don Giovanne Moncada pro Giovanne Carnisecchi, settembre 1613 (Appendice, doc. 24).

Nota 100

Ivi, b. 1298, cc. 51r-59v, Reassunto della venditione del 1614 per Graziano e Gallidauro, 28 aprile 1614 (Appendice, doc. 26).

Nota 101

I relativi contratti, entrambi stipulati alla data del 28 aprile 1614, si trovano in Asp, Nd, Notaio Giovanni Luigi Blundo, b. 8524, cc. 654r-800r; 804r-867v. Il rilascio della terza parte dei diritti di decima e tarì è in Asp, Rc, b. 609, cc. 453v-455v, 2 giugno 1614; ivi, cc. 456r-457r, 2 luglio 1614. In seguito, i feudi Deliella, Grottarossa, Giurfo e la tenuta di Campisotto furono riscattati da Ferdinando Moncada alla fine del Seicento; i feudi Graziano e Gallidoro furono invece riscattati dal conte di Caltanissetta Giovanni Luigi Moncada Ventimiglia e Aragona alla fine del Settecento (Cfr. De Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia cit., voll. III, IV, ad vocem).

Nota 102

Cfr. D.M. Manni, Il senato fiorentino o sia notizia de’ senatori fiorentini dal suo principio fino al presente, Firenze, 1771, p. 36. Sulla figura di religioso di Giovanni Carnesecchi, tra l’altro assurto nel 1614 al ruolo di coadiutore della nobile Compagnia della Carità di Palermo (F. San Martino De Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia cit., vol. IX, pp. 283-284), si veda il profilo biografico tracciato in Sigismondo da Venezia, Biografia serafica degli uomini illustri che fiorirono nel francescano istituto per santità, dottrina e dignità, Tipografia di G.B. Merlo, Venezia, 1846, pp. 583-584, dove si legge: "fino all’età di 40 anni visse nel secolo tutto intento a procacciarsi meriti con le buone operazioni e con le larghe limosine che, essendo ricco, dispensava ai poveri. Frequentava in Palermo le chiese de’ nostri riformati, spendendovi alcune ore in orazione. Tratto dal buon odore delle virtù di que’ religiosi, risolvé di dare il proprio nome alla riforma [...]. Mostrò gran fervore di spirito e carità nel tempo in cui la peste incrudeliva a Palermo circa l’anno 1624".

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Doc. 24 - Asp, Am, b. 3022, cc. 332r-339r.

Cedola responsoria ad instantiam di don Giovanne Moncada pro Giovanne Carnisecchi, settembre 1613.

 

Don Giovanni Moncada, procuratore di don Antonio Moncada, dichiara che, in virtù del contratto di amministrazione degli stati del principe di Paternò stipulato con Vincenzo Giustiniano e Angelo Giorfino, questi ultimi avrebbero dovuto somministrare al principe tre mila scudi come alimenti mensili per i nove anni di durata dell’amministrazione. Gli amministratori, tuttavia, hanno mancato di soddisfare questa condizione per dieci mesi nell’anno VI indizione, per quattro mesi nell’anno VII indizione, per dieci mesi nell’anno XI indizione, cumulando un debito complessivo di 72000 onze; in più, Marco Antonio Muzzolo, loro procuratore, ha mancato di corrispondere quattro mila salme di frumento. A causa di tali somme non corrisposte, l’esponente dichiara di avere subito danni sia a Madrid sia in altre parti del regno di Sicilia, specie considerando che, nella certezza di acquisire quelle somme, il principe di Paternò ha frattanto contratto debiti e obbligazioni, al fine di garantire il sostegno economico necessario alla sua famiglia. Sollecitati a pagare, in conto dei loro debiti, trenta mila scudi, da destinare al saldo delle somme dovute dal principe ai suoi creditori (il marchese della Inoxosa e il mercante Gaspare Rodriguez), Giovanni Battista Dini e Giovanni Carnisecchi, aventi causa sui defunti Giorfino e Giustiniano, si sono rifiutati di eseguire il pagamento, "sub diversis frivolis et calunniosis assertionibus"; di conseguenza, i procuratori del marchese e del mercante Rodriguez hanno inviato capitani d’armi negli stati del principe, riscuotendo proventi e alienando beni, al fine di ottenere il giusto risarcimento. Giovanni Moncada chiede al Tribunale della Regia Gran Corte di far ricadere tutti i danni sui due amministratori.

Il Tribunale ingiunge a questi ultimi di depositare nella Tavola di Palermo i 30000 scudi e il prezzo del frumento non consegnato, al fine di pagare il debito dovuto ai due creditori del principe.

(16 settembre 1613) Dini e Carnisecchi, sebbene ammettano la propria incostanza nella somministrazione degli alimenti, denunciano, tra le altre cose, il fatto che, nonostante il contratto di amministrazione prevedesse il godimento dei proventi e dei frutti degli stati in esso inclusi, alla vigilia della stipulazione del contratto Antonio Moncada aveva ingabellato gli stati di Paternò, Adernò e Centorbi al fu Erasmo Cicala che, avendo pagato anticipatamente 25 mila scudi al principe, negli anni successivi si era rifiutato di pagare ulteriori somme; inoltre, essi dichiarano di non aver potuto trarre alcun profitto dalla baronia di Motta Sant’Anastasia, in quanto gli introiti di essa risultano destinati, per volontà del principe di Paternò, all’impianto di vigneti; dei proventi 288

spettanti agli amministratori, Moncada e i suoi procuratori hanno destinato 600 onze l’anno alla realizzazione della salina nella baronia di Melilli. Inoltre, nella contea di Caltanissetta, il principe detiene tot et tanta animalia et armenta che occupano diversi feudi del valore annuo di dieci mila scudi: gli amministratori dichiarono di non aver potuto ingabellare i feudi limitrofi, a causa del timore dei potenziali acquirenti di venire danneggiati da quegli armenti. Quanto alle partite di frumento non consegnate, gli amministratori scaricano ogni responsabilità sul loro procuratore, che infatti viene arrestato.

Il viceré dispone quindi l’invio del capitano d’armi don Giovanni de Vargas nella contea di Caltanissetta, al fine di riscuotere i proventi di essa per destinarli al saldo delle somme dovute ai due creditori del principe di Paternò, nonché le quote di arrendamento di tutti gli altri stati, con sborso anticipato dei prezzi di vendita da parte degli arrendatari.

Antonio Moncada nega di avere arrecato molestia agli amministratori, ma di avere, anzi, riacquistato, nella baronia di Melilli, il feudo Torretta, il valore della cui gabella equivale a 115 onze annuali, e di averlo aggregato ai beni dell’amministrazione; di avere conseguito un aumento della gabella dello stato di Paternò pari a 260 onze; di avere incluso nel contratto dell’amministrazione la cessione di diritti contro Erasmo Cicala, dal quale gli amministratori risultano avere riscosso le somme dovute in conto della gabella degli stati di Paternò, Adernò e Centorbi, così come risulta che essi hanno riscosso i proventi della baronia di Motta Sant’Anastasia, in quanto i vigneti sono stati impiantati a spese dell’esponente.

"Ad pretensum caput quod dominus princeps in comitatu Caltanissette detineat quamplurima animalia que occupant aliqua feuda importantia multam summam, [...] notorium et manifestum erat apud omnes in feudos comitatus Caltanissette a tempore ditte administrationis fuisse detenta animalia diversi generis tam per dominam ducissam Bisbone, quam per quondam dominam principessam Paternionis et per ipsum dominum principem et de hoc dicti de Giorfino et Giustiniano habuerunt scientiam et gabelle feudorum predittorum in quibus detinebant dicta animalia solvebantur secreto status Caltanissette vel affittatori qui ditto tempore fuerat et quo ad ratam animalium ditti domini principis fiebat compensatio cum semet ipso et tempore ditte incepte administrationis non fuit de hiis fatta aliqua innovatio, nec per dittos de Giustiniano et Giurfino reclamatur, immo expresse consentitum ex quo sciebant se esse certos, cautos et securos de gabella dittorum feudorum sibi ipsis solvenda per dittas ducissam et principissam pro feudis in quibus earum animalia tenebantur et compensanda inter ipsos administratores et dictum principem pro rata sibi tangente; ac etiam, cum esset dictus comitatus Caltanissette amplissimus, si ipsis administratoribus defecisset gabella dittorum feudorum ingabellatorum dictis dominis, satis difficillimum fuisset et inperniciem introiituum ditte administrationis tot et tanta feuda dicti status potuisse locare, quia licet dicta feuda essent ingabellata dictis dominis ducisse, principisse et principi, alia feuda etiam ingabellata diversis civibus dicte terre Caltanissette tam ad herba quam ad usum massarie et quia multi exteri venirent ad conducendum alia feuda dicti status ad herbam, nihilominus experientia visum est quot annis remanere aliqua feuda vacua et sine gabella, quod est notus et negare non potest. Et in anno VI et VII inditionis, in quibus fuerunt detenta animalia in feudis dicti comitatus, tam per dictam ducissam Bisbone quam per dictam quondam dominam principissam Paternionis, debuerunt dicti amministratores exigere gabellam dittorum feudorum a dittis ducisse et principissa et, si non exigerunt, eorum culpa et negligentia processit".

I feudi in questione, nei quali sono tenuti gli armenti dei feudatari, sono Graziano, Gallidoro, Grottarossa, Deliella, Draffù e Ramilia, tutti confinanti: sia tali feudi sia quelli limitrofi (Marcato Bianco, Giuffudraffù, Giurfi, Serradifalco, Fruscula) risultano essere stati ceduti in gabella o a terraggio.

Infine, Moncada dichiara che gli amministratori hanno percepito i proventi della gabella della salina di Melilli.

 

 

 

 

 

 

Doc. 25 - Asp, Am, b. 3224, cc. 125r-v.

Notamento della misura di tutti li feghi dello contado di Caltanissetta [ante 1614].

 

Feudo

Estensione (aratati)

Serradifalco

26.2

Ramilia

25.1

Deri

33

Giuffu Draffù

21.6

Landri

12

Musta

6.6

Gurfo

12

Misteci

10

Draffù

18.1

Marcato della Serra

14.3

Grotta dell’Acqua

20.8

Marcato Bianco

9.6

Cansirotta

5.2

 

Girbi

10.1

Calasi

15

Cicuta Nuova

14.2

Milici

15

Monte Canino

13.5

Salaco

16.6

Antimello

10

Piscazzi Soprani

8.6

San Martino

20.2

Mimiano

28.8

Sabbucina

16.2

Trabunella

9.5

Furiana

12

Piscazzi Sottani

20.2

Mustimucaro

11.5

Caristoppa

15.4

Trabbona

20

Giffarrone

15.5

Grasta

13.4.8

Gebbia Rossa

15.4.8

Deliella

25

Grottarossa

54

Torretta

10

Marcato d’Arrigo

9.2.3

Cicuta Vecchia

14.4

Gibili Cabibbi

8

Bifaria

15

Graziano

45

Gallidoro

28

Tot. 724.12

 

 

 

 

 

 

 

Doc. 26 - Asp, Am, b. 1298, cc. 51r-59v.

Reassunto della venditione del 1614 per Graziano e Gallidauro, 28 aprile 1614.

Avendo il duca di Montalto don Antonio di Aragona eletto amministradori irrevocabili durante il termine di anni 9 don Antonio Giustiniano ed il quondam Angelo Iorfino del principato di Paternò, contado di Adernò e Centorbi e Caltanissetta e baronie di Melilli, Albavilla, Malpasso ed altri, con patto che in qualunque caso di molestia che venissero a soffrire detti di Giustiniano e Iorfino potessero aggire contro detto duca don Antonio e suoi beni. Durante però la pacifica amministrazione si obbligarono a pagare ogn’anno a detto duca in Madrid scuti 36000 di mese in mese, alla ragione di scuti 3000 al mese, più sborzare al detto duca onze 40000, cioè onze 32397.26.15 nella città di Palermo ed onze 7602.3.5, da pagarsi alli soggiogatari per decorsi dell’anni passati, con riportarne cessione di raggioni e con facoltà di prendere a’ cambi dette onze 40000, per doversi pagare detta somma nel termine di detti anni nove, cioè primo loco le somme meno privilegiate, o’ siano l’interessi e lucri di cambi, e secondo loco le somme più privilegiate. Si obligorono inoltre durante detto termine d’anni 9 pagare alli soggiogatari delegandi nel contratto di affitto, per le somme e rate in esso espressate, con riportarne cessione di raggioni e se li diede la facoltà di prendere a’ cambi anche dette somme. Intervenendo in detto atto per cautela dell’affittatori donna Aloisia Luna e Vega, duchessa di Bivona e donna Maria Aragona e La Cerda, principessa di Paternò, don Cesare, donna Aloisia, donna Isabella Moncada, fratelli e sorelle di detto duca, come meglio per detto contratto stipolato a 12 settembre 1607.

Indi fu accolto in socio di detto arrendamento don Antonio Giovanne Carnisecchio per una terza parte. Sudetti stati furono amministrati sino alla morte di detto quondam Angelo e furono pagate diverse somme a detto duca e ad altre persone di suo ordine siccome ancora alli creditori soggiogatari, riportandone la cessione di ragioni. Morto detto Angelo, furono nel suo testamento eletti l’amministradori della sua eredità e proseguirono il Vincenzo Giustiniano ed il sudetto di Carnisecchi l’amministrazione di detti stati, rimettendo diverse somme a detto duca e pagando li suggiogatari a cambi ed interessi contro detto duca. In questo stato di cose, li amministradori dell’eredità di detto Angelo Iorfino rinunciarono a Giustiniano la loro terza parte di detto arrendamento. Morì Vincenzo Giustiniano e scrisse suo erede Annibale suo figlio legittimato, sostituendoli in caso di morte senza figli Giovanni Battista Dini, Luca Grimaldi, Domenico e Placido di Giovanni e in amministratori di detti stati detto di Carnisecchi e Giovanni Battista Dini. Morto Annibale, si avverò il caso della sostituzione e fu proseguita l’amministrazione da detti di Dini e Carnisecchi. 290

Nel tempo dell’amministrazione di costoro accade una molestia alli stati, dapoicché, d’ordine di sua eccellenza signor viceré, fu destinato il capitan d’armi per esiggere li fructi dello stato e contado di Caltanissetta ed altri stati e beni di detto duca, ad effetto di pagarsi con detti frutti li crediti del marchese di San Germano e Gaspare Rodriguez e di facti furono esatte onze 6347.4.16; epperò stante detta molestia intendevano aggire contro detto duca e detti in solido obligati.

Pervenuto tutto l’anzidetto alla notizia del duca, ricercò detti amministratori di presentarli il conto dell’anni VII, VIII, IX, X e XI indizione, per essere esaminati e dietro l’esame divenire ad un appuntamento per farsi il pagamento a detti di Carnisecchi e Dini dittis nominibus. Furono di facti presentati detti conti e fu liquidato il debito del duca in onze 75542, oltre di onze 3406 di danni ed interessi di cambi.

Non avendo il duca dette somme e dubitando potergli venire distratti li stati, stabilì vendere a detti di Carnisecchi e Dini dittis nominibus l’infrascritti feudi, cioè a Giovanne Carnisecchi [...] e feudo di Gruttarussa, feudo di Giurfo, tenuta di Campisotto delli membri e pertinenze di Caltanissetta; e al detto di Dini feudo di Graziano, feudo di Gallidauro, feudo di Daliellarussa, feudo di Grasta, tenuta di Fisauli delli membri di detto stato. E la ragione di esitura del detto contado di Caltanissetta, delli frumenti, orzi ed altri producendi in detti feudi. La restante somma del debito però doversi pagare in cinque anni ed in cinque uguali soluzioni.

Quindi fu che il duca don Antonio e detti di Carnisecchi e Dini dichiararono di aver liquidati i conti dell’amministrazione delli anni VI, VII, VIII, IX, X e XI indizione e delle somme pagate una colli denari ed interessi di cambi, alla ragione del 13 per cento, nonostante che tali interessi avessero eccesso il 13 per cento e di essere liquido debitore detto duca in onze 69840, a complimento di onze 75542, ed in oltre detto duca potea restar debitore in altre onze 3406 per li denari ed interessi di cambi quali furono rilassati; quali onze 69840 erano composte di somme privilegiate, perché pagate a creditori soggiogatari; le onze 5702 per essendo composte di somme posteriori e meno privilegiate furono rilassate. Di dette onze 69840 si disse appartenere a Carnisecchi per sua terza onze 23280; a Dini nominibus per due terze parti onze 46560.

Per la securtà di detto credito il duca cesse li diritti che avea per causa del paraggio dovuto alla quondam donna Isabella e tutt’altri diritti ch’egli poteva avere in detti stati come figlio di don Francesco Moncada, olim principe di Paternò, e come uno delli eredi di donna Maria, avverso detti stati e beni feudali per esperirli detti di Carnisecchi e Dini nominibus.

E a buon conto di dette onze 46560 dovute a detto di Dini nominibus il duca si vendette l’infrascritti feudi, cioè Graziano, Gallidauro, Deliella, La Grasta, Gebbia Russa, più la tenuta di Fruscoli, più la vigna nominata di Carrigi, più due molini in ditta tenuta di Frusculi chiamati li molini di Carrigi, con le loro terre culte ed inculte, più la baglia di detti feudi, più il diritto di estrazione delli frumenti, orzi ed altri producendi da detti feudi e finalmente il mero e misto impero, soggetti nel servigio militare e nel resto franchi. Ad averle dal primo settembre 13a indizione 1614 ed in infinitum et imperpetuum. Sotto però la facoltà di poterli detto duca e suoi reluire come infra si dirà.

Per il prezzo e capitale di onze 30160, cioè

Graziano - 9327 onze

Gallidauro - 6387.1.5 onze

Daliella - 5069.2.15 onze

Grasta - 2797.9 onze

Gebbia Russa - 2838.20.9 onze

Tenuta di Fruscoli - 465.15 onze

Vigna di Carrigi e baglia - 2535.7.15 onze

Li molini - 800 onze

Delle quali, rispetto ad onze 26720, si compensarono in conto delle onze 46560, e per le restanti onze 3440 si accollò onze 258 annuali dependenti dalle onze 426.21.15 annuali vendute e soggiogate dal principe di Paternò don Francesco Moncada a favore del quondam Bartolomeo Moncada, maritali nomine di donna Isabella Moncada e Caruso sopra detto principato di Paternò, contado di Caltanissetta ed altri a 30 ottobre 1589. Con facoltà di poter reluire ditte onze 258 annuali, come per accollati sudetto di Dini dictis nominibus, cedendoli il duca il jus di ricattare detta annua soggiogazione.

Le restanti però onze 19840 complimento delle onze 46560 si obligò il duca pagarle infra cinque anni ed in cinque uguali soluzioni, cioè una alla fine di ogn’anno ed a cautela li cesse il duca contro li gabelloti delli stati di Paternò, Centorbi, Caltanissetta ed altri dicte onze 19840 alla ragione di onze 3960 l’anno.

E desiderando detto di Dini possedere pacificamente detti feudi ed altri come sopra venduti e non avere futura molestia ed esiggere le onze 19840 nella forma di sopra pattuita offerì per oltre prezzo pagare onze 19840 infra anni cinque in cinque uguali paghe alla ragione di onze 3960 l’anno alli creditori soggiogatari delli stati e baronie di detto principe per interusuri decorsi e decurrendi, con animo di succedere e subintrare nelli dritti di tali creditori per servirsene in ogni caso di molestia.

Si stabilirono li seguenti patti:

che li cittadini ed abitanti di Caltanissetta quali semineranno in detti feudi non siino tenuti pagare al principe e suoi raggione di stima;

che le persone che si gabelleranno detti feudi non possono pascere nelli comuni di Caltanissetta; 291

che sempre e quando si voglia detto principe e suoi depositassero nella Tavola di Palermo a nome del Dini nominibus onze 30160 per prezzo di detti feudi alienati in unica soluzione e massa, con le giuste spese e le sudette onze 19840 come sopra da pagarsi per ultra prezzo e la rata delle spese per l’acconci delle vigne di quell’anno nel quale sarà fatto il deposito, con condizione di impiegarsi detto capitale in compra di altri feudi o allodi benvisti a detto di Dini nominibus col perpetuo reinvestimento fosse obligato il Dini nominibus e suoi rivendere detti feudi ed altri. Si accordò al principe di ricomprare separatamente detti feudi ed altri, cioè la vigna di Carrigi e molini con terre e porzione di baglija di fuori per onze 3335.7.15, una colle giuste spese fuori delli diritti di esso contratto, una con onze 2193 di oltre prezzo. Indi li feudi di Deliella, Grasta, Gebbia Russa e tenuta delli Frusculi conjiunctim seu separatim in una o più volte ad elezione del principe e suoi cioè onze 5069.2.15 Daliella, con altre onze 3334 di oltre prezzo; più onze 2797.9 Grasta, una con altre onze 1840 di oltre prezzo; più onze 2838.20.15 Gebbiarussa, una con altre onze 1867 di oltre prezzo. Più onze 405.15 le tenute di Fusculi, una con altre onze 265 di oltre prezzo. Più Gallidauro con molino per onze 6387.1.5, una con altre onze 424 di oltre prezzo. E in ultimo loco Graziano per onze 9327.4, una con onze 6137 per complimento delle onze 19840 di oltre prezzo;

il dritto di decima e tarì dover pagarsi mettà per ogni uno;

che le rate delle gabelle, erbaggi, terraggi di quell’anno in cui seguirà la reluizione dal primo settembre sino al giorno del ricattito siino del Dini dictis nominibus e suoi e, trovandosi gabellati, purchè la gabella fosse minore del tempo di anni sette, detto principe e suoi fossero obligati a stare alla gabella menocché la gabella fosse fittizia e fraudolenta;

se forte sarà stato fatto sborzo, tale sborzo si dovesse statim restituire al principe;

che li frumenti ed altri producendi da detti feudi ed altri come supra venduti si potessero uscire da detto stato;

che le vigne, giardini, case, magazini, fosse, molini, terre, acquedotti e beverature esistenti in detti feudi ed altri come sopra venduti si dovessero stimare da due periti per tutti li 15 agosto 1614, eligendi uno per detto principe, altro per detto di Dini, ed in caso di discordia dal terzo, e darsene la relazione acciò in caso di reluizione si conoscesse se vi fosse deteriorazione nel tempo della reluizione, dovendo riconsegnarsi in tal caso nell’istesso modo e forma come furono consegnati, menocché la deteriorazione procedesse per causa del tempo o senza colpa del compradore e suoi.

Processe di patto che li compradori di detti feudi ed altri venduti a detto di Dini nominibus non possano fare sorte alcuna di benfatti di qualunque genere o specie in detti feudi, tenute, vigne, terre, case, stanze, magazzini, fosse e beverature e, nel caso le facessero, tali ben fatti nel tempo della reluizione dovessero cadere a favore di detto principe e suoi e solamente li fosse lecito fare li repari necessari, quali in detto casu di reluizione si dovessero depositare unitamente col capitano.

Per l’oggetto dell’accollo della soggiogazione delle onze 258 annuali, credo che, se si paga in tutto o in parte detta soggiogazione da chi possiede il feudo che si vuol ricomprare, se li deve difalcare il tutto o parte di detta soggiogazione. Sepperò niente si paga da detto possessore, pagandosi d’altro possessore d’altri beni, in questo caso non credo che se li possa fare deduzione alcuna per detta soggiogazione.

Foglio sciolto:

la vendita fu fatta agli atti del notaio don Giovanni Luigi Blundo a 28 aprile 1614.

Deposito a 22 ottobre 1796 del capitale Graziano e Gallidauro; altro deposito de’ 7 febbraio 1795.

Petizione avanzata dal principe di Paternò contro Geraci nel 1823.

La somma dell’intiero capitale dei feudi Graziano e Gallidauro onze 27764.19.1

 

 

 

 

 

Doc. 51 - Asp, Nd, Notaio Giacinto Cinquemani, b. 4459, cc. 775r-777r.

Actus revel pro illustrissimo et eccellentissimo don Aloysio de Moncata, Aragona et La Cerda contra Petrum Russo, 29 marzo 1635.

Revelo fatto per Petro Russo del quondam Matheo presentato questo giorno 29 di marzo 3e inditionis 1635 nelli atti di notaro Giacinto Cinquemani e notato in margine di un atto fatto nelli medesimi atti sotto per l’eccellentissimo signore don Luise Moncada et Aragona prencipe di Paternò e duca di Montalto, quale revelo ditto di Russo ha fatto e fa per consequitare a benefitio suo o altra persona habente ius et causam da lui la quinta parte di tutto quello che ditto signore eccellentissimo principe di Paternò consequiterà et ricuperirà in qualsivoglia modo dalle infrascritte o altre persone in qualsivoglia modo obligati, lor beni e qualsivoglia effetti allodiali e feudali per causa del presente revelo e come meglio si declara per ditto atto fatto come sopra et per un albarano firmato dal ditto prencipe don Luise sotto il medesimo giorno del ditto atto, al quale atto et albarano in tutto e per tutto si habbia relatione.

E prima il ditto di Russo revela che nel contratto e conto finale fatto fra l’eccellentissimo signore don Antonio d’Aragona duca di Montalto e prencipe di Paternò di felice memoria, padre del ditto signore don Luise di Moncata et Aragona, prencipe di Paternò e duca di Montalto, da una parte, et il quondam Giovanni Carnesecchi, Giovanni Battista Dini e Luca Grimaldi o altri, olim administratori delli stati del ditto quondam eccellentissimo signore don Antonio duca di Montalto, procedente dalla administratione fatta di detti stati per il predetto signor duca don Antonio in persona del quondam Vincenzo Giustiniano quondam Melchiorre et il quondam Angelo Giorfino, in virtù di atto di administratione die etc., appare per il predetto contratto e conto finale fatto in atti di notaro Giovanni Luise Blundo sotto li 29 di aprile 1614 che detti administratori hanno mancato di notare a credito del detto signor duca don Antonio onze seimila ducento novanta otto per complimento di onze dodecimilia che dovea darli credito e dedurre dalli interessi di cambi et recambi notati a debito di detto signor duca don Antonio, che cossì fu appuntato fra il medesimo signor duca don Antonio e li detti amministratori di Carnisecchi, Dini e Grimaldi, per mezo di Giovanni Groppo, barone di Menzojuso, nel quale ambe le parti di accordio remessero in parola l’aggiustamento di detti interessi e moderazione di cambi, il quale di Groppo, barone di Menzojuso, con volontà e consentimento di ambo le parti, declarò oretenus che si dovessero deducere dette onze dodici milia e farli boni al ditto signor duca, che se bene per detto conto finale pare che detti administratori habbino dato credito al ditto signor duca di onze novemilia cento otto per moderatione di detti interessi, tuttavolta, dedotto da questa somma le onze tremilia quattrocento sei che hanno notato a debito del medesimo signore duca contro ogni raggione, asserendo essere per interessi dalli 27 di aprile per tutto agosto 12a inditione, in caso che stesse la detta administrazione, restano onze 5702, le quali dedotte dall’onze dodecimilia, restano da notarsi a credito del detto signor duca don Antonio onze seimila ducento novanta otto, con più l’interessi di cambi e recambi [...].

Di più ditto di Russo revela che detti administratori hanno pregiudicato ditto signor duca don Antonio di onze duimilia seicento incirca, che hanno mancato di farli boni e darli credito per li benefitii di cambii sopra le onze 18159.22.12 pervenuti in detti administratori per l’introjti delli stati per l’anno 9a indizione 1610 in 1611, calcolati per l’interessi per tutti li 28 di aprile 1614, finita l’amministrazione.

Di più detto di Russo revela che detti administratori hanno mancato di far bono al ditto signor duca don Antonio in detto conto finale onze settemilia cinquecento quattordici, tarì 20 e grana 12 per resto delle sudette onze 18159.22.12 per li sudetti introiti dell’anno 9a indizione e, dovendo detti administratori nell’anno sequente tirare il resto innanzi del conto corrente del predetto signor duca in onze 37921.20.2, lo tirano debitore di onze 45436.10.15, che viene ad importare a danno del signore duca la sudetta differenza di onze 7514.20.12 e si vede che tacitamente fanno bone per detti introiiti solamente onze 10645.1.19, le quali, deducte dalle sudette onze 18159.22.12, viene a restare la medesima differenza a danno del signor duca delle dette onze 7514.20.12, alle quali aggionto onze 9266 per li benefitii di cambii dal primo di settembre 1610 per tutto aprile 1614 finita l’amministrazione a raggione di 13 per 100, siccome hanno annotato dicti administratori, fanno la somma di 16782.20.12.

Di più ditto di Russo revela che detti administratori in ditto conto finale hanno notato soverchio a debito del ditto signor duca don Antonio onze cento cinquantanove et tareni ventinove in somma si onze 7910.23.9 per le sugiugattioni dell’anno Xa inditione, che voleano essere solamente onze 7750.24.9 [...].

[Totale:] onze 25881.19.12

Alle quali onze 25881.19.12 agionto a benefitio del detto eccellentissimo signor duca don Antonio o sia del predetto signor eccellentissimo don Luise prencipe di Paternò e duca di Montalto per li benefitii di cambi et recambi alla medesima raggione di 13 per cento l’anno, come detti administratori hanno fatto pagare a detti eccellentissimi signori con più tre per cento l’anno per raggione della administratione per anni 21 dal primo di maggio 1614 per tutto aprile prossimo 1635 importano più di altre onze 200000, tal che li detti administratori et altri personi e loro beni obligati come sopra vengono a restar debitori a detti eccellentissimi signori per le raggioni sudette più di onze 225000.

Dalla quale somma con più altri pregiuditii che si possono trovare in ditto conto finale a danno di detti eccellentissimi signori ne spetta la quinta parte al sudetto revelante o soi.

In Palermo a 29 di marzo 1635.

 

Doc. 59 - Asp, Am, b. 1765, cc. 311r-314v.

Relatione di tutti li creditori per causa di cambii deve l’eccellentissimo prencipe duca di Montalto mio signore tanto di capitale quanto d’attrassato dell’interessi per tutto l’anno passato sesta inditione 1638.

 

Percentuale interessi

Capitale

(in onze)

Interessi arretrati

fino al 1638 (in onze)

Don Andrea Giglio

7%

3773.15.3

264.4.7

Don Girolamo Giglio

7%

3222.1.4

125.16

Don Ludovico Giglio

7%

3297.27.16

230.25.12

Don Carlo Giglio

7%

3582.29.16

130.24.5

Virginia Arculano

8%

897.15.9

Don Leonardo Arculano

7%

905.12.8

Placido Arculano

8%

476.17.18

Dottor Barnaba Scozzari

7%

386.15.8

27.1.13

Donna Laura Opezinghi

7%

424.7.14

29.20.18

Donna Alessandra Maria Gisulfo

7%

1110

154.4.2

Melchiorre Giglio

7%

450

49.5.14

Giovanni Andrea Carriola

7%

400

58.18.19

Martino Drago

7%

600

84

Donna Giovanna Beatrice Aragona

12%

634.24

Don Giovanni Graffeo

11%

426.9.5

43.12.17

Antonio Carnisecchi

7%

430

Tot.

21017.26.1

1197.14.7

[Sottoscrizione di Giovanni Battista Li Ciambri]

Advertenze intorno all’introito del denaro assignato per pagare l’annualità ottava inditione et decima parte dell’attrassato:

I. che li depositi et pagamenti che faranno li debitori dell’excellentissimo principe duca di Montalto non si possano scrivere né admettere senza che siano sottoscritti et approbati dalli dui procuratori Potenzano e Marchese et dall’agente don Antonio Signorino, quale essendo informato faciliterà et alliviarà il travaglio alli ditti procuratori;

II. per sapere quando si doveranno ricevere li depositi o pagamenti fatti a complimento e quando si deveranno fare ricevute a complimento si aviserà il [... Caltanissetta], dove si agiustano tutti li conti dell’affittatori, secreti et d’ogni altra persona e continuamente se ne darrà noticia all’agente e ministro di contatoria che resiede in Palermo, quale mostreranno le lettere alli ditti procuratori;

III. acciò habbia d’entrare nel dovuto tempo il denaro, s’anderà sempre prevenendo alli debitori con lettere delli dui procuratori o dell’agente e pure se li scriverà dal excellentissimo principe duca per maggiormente solecitare l’introito del denaro, non desiderando altro ditto signore che si sodisfaceria alli creditori e, quando sarrà maturato il tempo, prima di destinare commissarii (che sono la roina delli stati, poiché non atendono ad altro che alle giornate, oltre che si possono componere et si descreditano l’affittatori e burgessi et si metteno nel pericolo di fallire, dovendosi, quando si può, conservarli, tanto più che non vi n’è abundanza), si potrà scrivere alli secreti o cappitani di giustitia, che se li faccino pagare con fare quanto sarrà necessario, acciò che entri il denaro e l’agente sempre aviserà all’excellentissimo principe duca, quale haverà particolar pensiero con incaricare a detti secreti e cappitani, acciò che faccino subito entrare il denaro [...].

Advertenze intorno all’exito del denaro assignato per pagare l’annualità ottava inditione et decima parte dell’atrassato:

I. Nella contatoria dell’excellentissimo principe duca si faranno tutte le polize; s’advertisca però farli fare con ordine e modo che si obvii al mendicari dalli creditori, dalli ministri e con questo s’evitterà molti inconvenienti che possano avenire;

II. che nelle polize vi sia la registrata del ministro della contatoria acciò resti la dovuta notitia nelli libri della contatoria;

III. che le polise, oltre l’infrascritta firma, siano firmate dalli dui procuratori e dal ditto agente, acciò con molta accuratezza si revedano le cauthele dell’excellentissimo principe duca;

IV. che le polise per potersi spendere siano firmate dalli dui procuratori alli quali nella procura se li done la potestà;

V. per che li libri della contatoria non sono nel dovuto essere, poi che s’hanno da calare molti e molti conti di molta somma e già s’ha incominciato a ridurli nel dovuto stato e senza dubbio se ritroveranno molte partite pagate a creditori delle quali nel presente non s’ha notitia, pertanto nelli pagamenti che se li faranno della excellentissima parte s’advertisca farsi in modo che non habbia di partorire pregiuditio alle molte partite che se ritroviranno haversi pagato alli ditti creditori.

[Sottoscrizione del duca di Montalto]

 

Doc. 67 - Ascl, Fn, Notaio Arcangelo La Mammana, b. 641, c. 691r.

Relatione di quello deve l’eccellentissimo prencipe duca mio signore per causa di cambii, sì di capitale come d’interessi corsi per tutta la settima inditione 1639.

 

Percentuale interessi

Capitale

(in scudi)

Interessi arretrati

fino al 1639 (in scudi)

Don Andrea Giglio

7%

9433.9.3

1320.8.14

Don Girolamo Giglio

7%

8055.1.4

877.8

Don Ludovico Giglio

7%

8244.9.16

1154.3.4

Don Carlo Giglio

7%

8957.5.16

954.0.10

Virginia Arculano

8%

2243.9.9

179.5

Don Leonardo Arculano

7%

2263.6.8

158.4.12

Placido Arculano

8%

1191.5.18

95.2.11

Dottor Barnaba Scozzari

7%

966.3.8

135.3.6

Donna Laura Opezinghi

7%

1060.7.14

148.5.16

Donna Alessandra Maria Gisulfo

7%

2775

579.7.2

Melchiorre Giglio

7%

1125

201.8.14

Giovanni Andrea Carriola

7%

1000

216.6.19

Martino Drago

7%

1500

315

Donna Giovanna Beatrice Aragona

12%

1587

190.5.5

Don Giovanni Graffeo

11%

1065.9.5

225.9.13

Antonio Carnisecchi

7%

1075

75.3

Tot.

52544.8.1

6827.10.6

[Sottoscrizione di Giovanni Battista Li Ciambri]

 

 

Doc. 87 - Asp, Nd, Notaio Pietro Candone, b. 3677, cc. 942r-949v.

Transuntum ad instantiam illustris don Cesaris Gaetano principis Calvarusii, 17 maggio 1645.

Con ciò sia che da noi qui sottoscritti sia stata fatta una relatione ad instanza di Tomaso Mutio, barone di Grotta Rossa, sotto il di 22 giugno terza indizione 1635 del tenor seguente:

Noi sottoscritti dicciamo con giuramento che, havendo riconosciuto li conti dell’amministratione delli stati del condam signor don Antonio di Aragona e Moncada, duca di Montalto, fatta per il condam Vincenzo Giustiniani e suoi eredi e compagni e caratarii, inserto nello contratto della venditione di certi feghi venduti per detto signor duca a detti eredi di Giustiniani per contratto fatto in li atti di notar Giovanni Luiggi Blundo a 28 di aprile 1614, troviamo che nell’anno della nona indizione vi è un resto di onze 56081.12.15 da tirarse nell’anno decima indizione seguente, nel qual anno non si trovano tirati se non che onze 45436.10.16; et ancora troviamo che vi sono sei partite, li quali fanno la somma di onze 18159.22.12 e, dovendosi tirare a conto corrente in credito del detto signor duca, non appare esserci tirati.

E volendo con ogni diligenza conoscere per che causa processi tutto questo et essaminati diligentemente e considerati ogni cosa e visto il libro seu volume, che si dice essere originale, dell’amministrazione sudetta del detto anno nona indizione, habbiamo visto che cui copiò li conti del detto anno nona indizione lasciò di copiare tre partite, che andavano in debito del detto signor duca, del tenor seguente, cioè "e più onze 3433.29.5 sono per l’interesse di cambi e recambi corsi sopra le onze 26415.6 che vi restò debitore sua eccellenza nell’anno ottava indizione del resto del sborzo antecipato fattoli contandoli per un anno dal primo di settembre nona indizione 1610 per tutto agosto, a ragione di onze 13 per cento l’anno, conforme al contratto dell’amministrazione"; e più la seconda partita dice "onze 25.1.18 sono per l’interesse di cambii a 13 per 100 contati sopra le onze 479.14.4 di quello conto corrente"; la terza partita dice "e più deve onze 4908.9.19 per l’interesse di cambii e recambii corsi sopra le onze 37756.12.4 che vi restò sua eccellenza debitore nell’anno ottava indizione per resto del conto corrente di quello anno contato per un anno dal primo di settembre per tutto agosto nona indizione, a ragione di o. 13 per 100 l’anno".

Li quali tre partite fanno la somma di 8367.11.12, li quali agiunti a ditte onze 56081.12.15 fanno la somma di onze 64448.23.17, delli quali era necessario che se ni havessero levato le dette onze 18159.22.12, ma ancora onze 852.29.9, le quali due partite, cioè questa di onze 852.29.9, erano notati in credito del detto signor duca, per li beneficii delli cambi dell’anno nona indizione non calculati in credito di sua eccellenza, e quella di onze 18159.22.12 tirati il ditto conto corrente; le quali due partite fanno la somma di onze 19012.13.1 e questi, levati dalla detta somma di onze 64448.23.17, viene a restare il detto signor duca debitore a detti amministratori appunto sì come si trova notato nell’anno seguente decima indizione di onze 45436.10.16, intanto che il tutto viene ad essere aggiustato e non vi è errore et il detto resto di onze 45436.10.16 è giusto e deve stare e non può stare di altro modo e tanto più che dette tre partite d’interesse sono veri e non si ponno ne devino contradire.

Fatta in Palermo li 22 giugno della terza indizione 1635.

Io Gregorio Castello affirmo quanto supra.

Io Nicolò Diana affirmo quanto supra.

Io Lorenzo Barbani affirmo quanto supra.

Io Camillo Pallavicino affirmo quanto supra.

Io Alessandro Magliolo affirmo quanto supra.

Io Simon Zati affirmo quanto supra.

Io Marco Antonio Paganetto affirmo quanto supra.

Io Pier Tomaso Costa affirmo quanto supra.

Et havendo doppo considerato un revelo fatto per Giovanni Groppo di Mensoiuso, metu excomunicationis del tenor seguente:

R.tti Pan. die quinto iulii nona indizione 1641.

Revelatio Ioannes Groppo, civis Panormi per ductionem uxoris, facta metu excomunicationis et pro exoneratione eius conscientie talis est pro ut infra sequitur qualiter nell’anno 1614 e nello mese di aprile di detto anno, stando Giovanni Carnisecchi, Giovanni Battista Dini, olim amminisratori delli stati dell’eccellentissimo signor don Antonio Aragona e Moncada olim duca di Montalto, per aggiustare li conti fra detti loro di detta amministrazione et havendo infra di essi differenza per conto dell’interesse di cambii e recambii che importavano a grossa somma a danno di esso signor duca, né potendosi infra di loro convenire et aggiustare detti conti per causa di detti interesse, rimesero oretenus in persona di esso revelante la detta differenza d’interesse, con potestà di potere determinare e moderare detti interesse come ad esso revelante fosse parso di dovere mercantilmente e civilmente; il che esso revelante, visto le lettere di cambii et recambii e detti conti, ordinò a detti Carnisecchi e Dini che dovessero far buoni a detto signor duca onze dodecimila e dedurli della somma notata a debito di esso signor duca per causa di detti interesse. Et havendo esso revelante dato parte alli detti di Carnisecchi e Dini della suddetta determinatione ne restorno satisfattissimi e doppo, passati pochi giorni, in detto mese di aprile di detto anno 1614 esso revelante, insieme con li predetti di Carnisecchi e Dini di compagnia, andaro nello Palazzo Reale di questa città, dove era all’hora collocato detto signor duca di Montalto, al quale diedero conto della detta determinatione fatta per esso revelante [...] et essi di detta determinatione ne restaro satisfatti, tanto detti amministratori quanto detto signor duca.

Et hoc est eius revelum fatto metu excomunicationis [...].

Et havendo di nuovo considerato detto negotio con l’aggiuntione del ditto revelo fatto dal condam Giovanni Groppo metu excmunicationis di haver esso arbitrato che detti amministratori relasciassero al signor duca di Montalto onze dodecimila della somma di interesse che li havevano contato in debito, quello che noi all’hora giudicavamo haver proceduto dal detto relascito d’interesse quando sussista detto revelo, massime che per parte del signor duca si asserisce haversi contato dette onze 8367.12.2 dalli detti amministratori indebitamente per le ragioni che loro adducono, in che noi non entriamo né ad esaminare tali partite (quali in ditto primo nostro scritto supponevamo per legitime), ma si lascia a cui havesse di rivedere detti conti d’interesse e può essere sian quelli che riformò detto Groppo in la somma di onze 12000, quali onze 12000 se compongono, secondo asserisce la parte del detto signor duca, da ditte onze 8367.12.2 e d’altre partite d’interesse conforme al loro notamento, al quale s’habbia relatione; delle quali onze 12000 di relascito arbitrate dal ditto Groppo non se ne vede fatto buono al signor duca espresse solo che onze 5702 e può essere che le restanti a complimento si habbiano lasciati di contare come sopra, il che non fu con buon ordine di scrittura, perché si doveva portare il resto giusto e poi dedurne le onze 12000 con espressione di tutte, sì come si fece solo in parte, onde per maggior declaratione e chiarezza habbiamo fatto questo nostro secondo scritto. In Palermo a 19 ottobre 1644.

Gregorio Castello, Nicolò Diana, Simone Zati, Marco Antonio Paganetto, Pier Tommaso Costa, Alessandro Magliolo.

 

 

 

Doc. 87 - Asp, Nd, Notaio Pietro Candone, b. 3677, cc. 942r-949v.

Transuntum ad instantiam illustris don Cesaris Gaetano principis Calvarusii, 17 maggio 1645.

Con ciò sia che da noi qui sottoscritti sia stata fatta una relatione ad instanza di Tomaso Mutio, barone di Grotta Rossa, sotto il di 22 giugno terza indizione 1635 del tenor seguente:

Noi sottoscritti dicciamo con giuramento che, havendo riconosciuto li conti dell’amministratione delli stati del condam signor don Antonio di Aragona e Moncada, duca di Montalto, fatta per il condam Vincenzo Giustiniani e suoi eredi e compagni e caratarii, inserto nello contratto della venditione di certi feghi venduti per detto signor duca a detti eredi di Giustiniani per contratto fatto in li atti di notar Giovanni Luiggi Blundo a 28 di aprile 1614, troviamo che nell’anno della nona indizione vi è un resto di onze 56081.12.15 da tirarse nell’anno decima indizione seguente, nel qual anno non si trovano tirati se non che onze 45436.10.16; et ancora troviamo che vi sono sei partite, li quali fanno la somma di onze 18159.22.12 e, dovendosi tirare a conto corrente in credito del detto signor duca, non appare esserci tirati.

E volendo con ogni diligenza conoscere per che causa processi tutto questo et essaminati diligentemente e considerati ogni cosa e visto il libro seu volume, che si dice essere originale, dell’amministrazione sudetta del detto anno nona indizione, habbiamo visto che cui copiò li conti del detto anno nona indizione lasciò di copiare tre partite, che andavano in debito del detto signor duca, del tenor seguente, cioè "e più onze 3433.29.5 sono per l’interesse di cambi e recambi corsi sopra le onze 26415.6 che vi restò debitore sua eccellenza nell’anno ottava indizione del resto del sborzo antecipato fattoli contandoli per un anno dal primo di settembre nona indizione 1610 per tutto agosto, a ragione di onze 13 per cento l’anno, conforme al contratto dell’amministrazione"; e più la seconda partita dice "onze 25.1.18 sono per l’interesse di cambii a 13 per 100 contati sopra le onze 479.14.4 di quello conto corrente"; la terza partita dice "e più deve onze 4908.9.19 per l’interesse di cambii e recambii corsi sopra le onze 37756.12.4 che vi restò sua eccellenza debitore nell’anno ottava indizione per resto del conto corrente di quello anno contato per un anno dal primo di settembre per tutto agosto nona indizione, a ragione di o. 13 per 100 l’anno".

Li quali tre partite fanno la somma di 8367.11.12, li quali agiunti a ditte onze 56081.12.15 fanno la somma di onze 64448.23.17, delli quali era necessario che se ni havessero levato le dette onze 18159.22.12, ma ancora onze 852.29.9, le quali due partite, cioè questa di onze 852.29.9, erano notati in credito del detto signor duca, per li beneficii delli cambi dell’anno nona indizione non calculati in credito di sua eccellenza, e quella di onze 18159.22.12 tirati il ditto conto corrente; le quali due partite fanno la somma di onze 19012.13.1 e questi, levati dalla detta somma di onze 64448.23.17, viene a restare il detto signor duca debitore a detti amministratori appunto sì come si trova notato nell’anno seguente decima indizione di onze 45436.10.16, intanto che il tutto viene ad essere aggiustato e non vi è errore et il detto resto di onze 45436.10.16 è giusto e deve stare e non può stare di altro modo e tanto più che dette tre partite d’interesse sono veri e non si ponno ne devino contradire.

Fatta in Palermo li 22 giugno della terza indizione 1635.

Io Gregorio Castello affirmo quanto supra.

Io Nicolò Diana affirmo quanto supra.

Io Lorenzo Barbani affirmo quanto supra.

Io Camillo Pallavicino affirmo quanto supra.

Io Alessandro Magliolo affirmo quanto supra.

Io Simon Zati affirmo quanto supra.

Io Marco Antonio Paganetto affirmo quanto supra.

Io Pier Tomaso Costa affirmo quanto supra.

Et havendo doppo considerato un revelo fatto per Giovanni Groppo di Mensoiuso, metu excomunicationis del tenor seguente:

R.tti Pan. die quinto iulii nona indizione 1641.

Revelatio Ioannes Groppo, civis Panormi per ductionem uxoris, facta metu excomunicationis et pro exoneratione eius conscientie talis est pro ut infra sequitur qualiter nell’anno 1614 e nello mese di aprile di detto anno, stando Giovanni Carnisecchi, Giovanni Battista Dini, olim amminisratori delli stati dell’eccellentissimo signor don Antonio Aragona e Moncada olim duca di Montalto, per aggiustare li conti fra detti loro di detta amministrazione et havendo infra di essi differenza per conto dell’interesse di cambii e recambii che importavano a grossa somma a danno di esso signor duca, né potendosi infra di loro convenire et aggiustare detti conti per causa di detti interesse, rimesero oretenus in persona di esso revelante la detta differenza d’interesse, con potestà di potere determinare e moderare detti interesse come ad esso revelante fosse parso di dovere mercantilmente e civilmente; il che esso revelante, visto le lettere di cambii et recambii e detti conti, ordinò a detti Carnisecchi e Dini che dovessero far buoni a detto signor duca onze dodecimila e dedurli della somma notata a debito di esso signor duca per causa di detti interesse. Et havendo esso revelante dato parte alli detti di Carnisecchi e Dini della suddetta determinatione ne restorno satisfattissimi e doppo, passati pochi giorni, in detto mese di aprile di detto anno 1614 esso revelante, insieme con li predetti di Carnisecchi e Dini di compagnia, andaro nello Palazzo Reale di questa città, dove era all’hora collocato detto signor duca di Montalto, al quale diedero conto della detta determinatione fatta per esso revelante [...] et essi di detta determinatione ne restaro satisfatti, tanto detti amministratori quanto detto signor duca.

Et hoc est eius revelum fatto metu excomunicationis [...].

Et havendo di nuovo considerato detto negotio con l’aggiuntione del ditto revelo fatto dal condam Giovanni Groppo metu excmunicationis di haver esso arbitrato che detti amministratori relasciassero al signor duca di Montalto onze dodecimila della somma di interesse che li havevano contato in debito, quello che noi all’hora giudicavamo haver proceduto dal detto relascito d’interesse quando sussista detto revelo, massime che per parte del signor duca si asserisce haversi contato dette onze 8367.12.2 dalli detti amministratori indebitamente per le ragioni che loro adducono, in che noi non entriamo né ad esaminare tali partite (quali in ditto primo nostro scritto supponevamo per legitime), ma si lascia a cui havesse di rivedere detti conti d’interesse e può essere sian quelli che riformò detto Groppo in la somma di onze 12000, quali onze 12000 se compongono, secondo asserisce la parte del detto signor duca, da ditte onze 8367.12.2 e d’altre partite d’interesse conforme al loro notamento, al quale s’habbia relatione; delle quali onze 12000 di relascito arbitrate dal ditto Groppo non se ne vede fatto buono al signor duca espresse solo che onze 5702 e può essere che le restanti a complimento si habbiano lasciati di contare come sopra, il che non fu con buon ordine di scrittura, perché si doveva portare il resto giusto e poi dedurne le onze 12000 con espressione di tutte, sì come si fece solo in parte, onde per maggior declaratione e chiarezza habbiamo fatto questo nostro secondo scritto. In Palermo a 19 ottobre 1644.

Gregorio Castello, Nicolò Diana, Simone Zati, Marco Antonio Paganetto, Pier Tommaso Costa, Alessandro Magliolo.

 

 

 

 

http://dspace.unict.it/bitstream/10761/1408/1/DNGFBA83P21G273O-Tesi%20di%20dottorato_Fabio%20D'Angelo.pdf

 

 

 

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ULTERIORI TRACCE DELLA PRESENZA DI CARNESECCHI IN SICILIA DOPO FRA GIOVANNI

 

 

Famiglie feudali siciliane: patrimoni, redditi, investimenti tra '500 e '600 - Pagina 200

di Timothy Davies, Unione delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura della Regione siciliana - 1985 - 236 pagine

... A. Manzo 100 — 1624 N. Carnisecchi 100 ? 1624 A. Cicala " 14% ? ? T. La Lomia V.
Cicala " 450 " 400 — — ? ...

 

 

 

 

 

 

 

Rivista storica italiana

, Volume 84, Numeri 3-4

Rivista storica italiana

Istituto fasciste di coltura di Torino, Giunta centrale per gli studi storici Fratelli Bocca, 1972


…………………..Antonio Carnesecchi fu Paolo, 1631-34: per Genova e per Milano, via Genova, scudi 25.000
(i Carnesecchi sono noti a Palermo per botteghe di merci varie, seta e produzione di zucchero). Gregorio Castelli, 1629-40: per Genova, ...
books.google.it

 

 

 

 

Dovevano esser noti anche come prestatori e forse usurai , mi sembra infatti non priva di significato la citazione seguente

libro di aritmetica commerciale in cui compare un immaginario Carnesecchi come prestatore

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricevo dall'amico dr Roberto Celentano questa informazione :

 

Ti segnalo il seguente riferimento, in cui si parla di un notaio Simon Carnesecchi , attivo intorno al 1650 nel Regno di Napoli:

http://www.attheforum.com/forums/viewtopic.php?t=90&mforum=genmarenostrum

………………………………………………………………………….

chiedevo se qualcuno avesse notizie sulle origini della famiglia d'Alfonso di Santa Severina di Calabria 8oggi prov. di Crotone).

In una pergamena si dice che che la famiglia " Alfonso" ebbe principio in Lisbona con Martino, nato nel 1383, il quale ebbe due figli, Pietro (maggiordomo del Grande Almirante di Castiglia) e Rodorico (Cavaliere che arrivò in Sicilia al seguito del re Ferdinando I, che fu poi Maggior Consigliero dell'Infante Don Juan). Si parla poi di Ferdinando, Cavaliere dell'Abito di San Giacomo della Spada,che fu "Museo" del Re Alfonso, che ebbe come figlio Francesco, e costui Antonio (entrambi cavalieri, come si apprende dal testamento di Francesco, depositato presso il notaio Simon Carnesecchi e datato 30 settembre 1626.

 

 

Ho chiesto maggiori informazioni al dr Celentano con questa risposta :

Circa la pergamena non so dirti. Certo è che riporta dati circostanziati, e non le solite generiche informazioni, che possono valere per chiunque.

A quanto è dato di capire il Notaio Simon Carnesecchi riceve, il 30/9/1626, le ultime volontà di D. Francesco d'Alfonso, che vive nel Regno di Napoli (non ancora Regno delle Due Sicilie) nell'ambito della Corte evidentemente Vicereale, e quindi a Napoli. Se ne deve provvisoriamente concludere che il Notaio Carnesecchi esercitasse in Napoli, e che fosse un professionista di una certa levatura, se aveva tra i suoi clienti maggiorenti di Corte e familiari del Re.

A Napoli, nella sede di Pizzofalcone dell'Archivio di Stato, sono depositati i ruoli esistenti di tutti i Notai, a principiare dal XV sec. (se la memoria non mi tradisce), sicché credo che con una semplice telefonata potresti sapere quasi subito se un Notaio Carnesecchi abbia effettivamente rogato in loco.

 

 

 

Dopo diverso tempo ho trovato

http://books.google.it/books?id=SOBDAAAAcAAJ&pg=PT24&dq=carnefecchi+Palermo&hl=it&sa=X&ei=YrncT5qiJYPh4QSCiO3CCg&ved=0CDYQ6AEwAA#v=onepage&q=carnefecchi%20Palermo&f=false

 

Nel libro di Filadelfo Mugnos : Teatro genealogico delle famiglie nobili titolate feudatarie .....

per il medesimo atto in data 30 settembre 1626 si parla invece dello stesso Simone come notaio in Palermo

 

 

A questo punto e' da capire Simone Carnesecchi era notaio a Napoli o a Palermo

 

 

 

 

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Fra DONATO CARNESECCHI DA BIBBIENA

 

 

Le edizioni di Bernardino, Mariano e Girolamo Diotallevi (1631-1666) e di ... - Pagina 133

di Attilio Carosi - 1990 - 373 pagine

... di don Carlo Persiani, vicario generale di Viterbo, e di fra Donato Carnesecchi,
OP A p. ...

Visualizzazione frammento - Informazioni su questo libro - Aggiungi alla mia biblioteca

 

 

 Mira/bibl Siciliana V1 - Pagina 181

CARNESECCHI (Donato) fiorentino dell'ordine de' Predicatori. — S. Rosalia vergine
palermitana panegirico detto in s. Domenico nel 1654, in-4°. Palermo , per Bisagni 1654

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 Bibliografia siciliana ovvero Gran dizionario bibliografico delle opere ...

di Giuseppe Maria Mira - 1873

Pagina 181

CARNESECCHI (Donato) florentino ...

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?????????? E' lo stesso ?

 

 Analecta juris pontificii.

Canon law - 1855

Pagina 1690

... avec l'imprimatur du P. Donat Carnesechi, compagnon du Rifle
Raymond ...

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UN SALTO NEL TEMPO FINO AL 1847

 

 

 

 

Dal sito

http://www.cittadicaltanissetta.com/palazzo_barile.php

 

25 giugno 1847

chi e' questo ing Giuseppe Carnesecchis che compare a Caltanisetta ?

 

 

 

Il Barrile, attento osservatore, non menziona alcuna torre nel palazzo, piuttosto precisa che la campana del magistrato e l'orologio pubblico erano collocati nella "Torre quadra della chiesa del Salvatore", ubicata in prossimità del complesso del Cannine. Quindi la casa del Magistrato era solo un edificio coronato da merli, la cui estensione coincideva con la stessa occupata dall'attuale edificio della Camera di Commercio. Certamente non includeva i resti della "Torre del Magistrato", posti in prossimità dell'androne a circa metà dell'estensione del Palazzo Barile. Nel 1845 a causa della "vetustà e ristrettezza" della casa comunale, nasce l'esigenza di costruire un nuovo edificio da adibire a palazzo municipale (Archivio di Stato di Caltanissetta, Fondo Archivio Storico del Comune, busta 808 e. 184-187). Il 3 maggio del 1806, in occasione della visita di Re Ferdinando IV, il palazzo viene arredato per ospitare i ministri e il Confessore del Re. H Sovrano soggiorna nel palazzo di fronte, di proprietà del Barone Barrile. Nel 1845 l'edificio, ubicato in via Santa Croce nella sezione I detta di Santa Domenica, appartiene in parte agli eredi del "Ciantro" Vincenzo Barrile ("ventidue camere superiori, sei basse e due botteghe") e agli eredi del Barone Barrile ("5 camere superiori e 3 bassi e una bottega in vicolo Neviera), (Archivio di Stato di Caltanissetta, Fondo Vecchio Catasto Terreni, Stato di sezione di Caltanissetta, pp. 43-44). Il rinvenimento di un documento d'archivio, relativo al progetto di acquisto del palazzo Barile e della casa del Magistrato per adibirli a sede vescovile, è particolarmente significativo: vengono stimate le case esistenti nello spazio designato da S. M. il Re NS. nella breve dimora che fece in questa il di 25 giugno 1847, le quali debhonsi abbattere per la edificazione dello Episcopio e Seminario Diocesano in questo Capo Provincia. Viene dettagliatamente descritta, dalFing. Giuseppe Carnesecchis e dal!' arch. Agostino Lo Piano, l'ex casa comunale: composta di 8 camere con un prospetto nella piazza preceduto da una scala con nove gradini circolari,definito dall'ordine architettonico, con 2 balconi sorretti da 6 grosse mensole, con altri piccoli ornati e parapetti di ferro "a petto di colomba". Nell'edificio è presente una scala a lumaca che conduce all'orologio composta di numero 66 gradini di fabbrica e gesso coverto dì mattoni... un parapetto di ferro avanti la campana dell'orologio con numero 11 bastoni verticali, due orizzontali e tre rosoni. Nello stesso documento è riportata la descrizione del "casamento di proprietà dei fratelli E ne Commendre Cavre Barrile. L'edificio è "composto 1° di Num. 20 compresi tutti a pian terreno addetti uno all'entrata principale della strada della Neviera e di Santa Croce, gli altri porzione ad uso di abitazione, e porzione ad uso di rimesse, stalle, magazzini e botteghe. 2° di quattro quarti nobili dei quali il primo grande è formato da n. 18 camere tra sale e salette, stanze di compagnia, di letto, di studio, di mangiare, camerini riposti, cucine e passetti. Il 2° ne contiene numero 6 tra sala, cucina, stanza di compagnia, di studio e di letto. H 3° ne contiene numero 4 tra sala, cucina, stanza di studio e di dormire; il 4° finalmente ne contiene n° 6 tra camerini, stanze grandi, scala e cucina". L'ingresso principale, ubicato nella strada della Neviera, ha un androne con Archi di pezzi intagliati in giro alla volta dell 'entrata.. numero 5 pilastri su cui poggiano detti archi. Il prospetto, concluso da un cornicione, presenta gattoni, mensole, architrave, cornice e capitelli, due balconi con un parapetto di ferro a petto di colomba, due finestroni con parapetto di ferro e (...) 25 catene dì ferro.

...........................

 

Dal sito

http://www.cittadicaltanissetta.com/palazzo_barile.php

 

 

 

Possiamo dire che probabilmente trattasi dello stesso ing Giuseppe Carnesecchi che compare a Napoli

 

 

 

 

 

NAPOLI

 

 

 

Un ingegnere Carnesecchi disegna un urna ( probabilmente agli inizi del novecento )

per le spoglie di San Domenico nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli

.

 

Per la cortesia del dr Pasquale Cavallo autore del sito http://www.nobili-napoletani.it/

foto dell’urna bronzea ottocentesca, situata sull’altare maggiore della Basilicata di San Domenico in Napoli, nella quale vi sono le ossa del beato Raimondo da Capua, morto nel 1309, confessore di Santa Caterina da Siena. A sinistra, accanto alla balaustra, vi è un candelabro pasquale eseguito nel 1585 per volere del duca Ferdinando di Capua del Balzo, del quale sono gli stemmi gentilizi. Per la sua realizzazione furono adoperati elementi scultorei trecenteschi provenienti dal sarcofago di Filippo d’Angiò, principe di Taranto.

 

 

Un Carnesecchi probabilmente vissuto a Napoli tra la meta' dell'ottocento e i primi del novecento

Probabilmente ingegnere -- architetto

Di questo Carnesecchi ho notizia per questa presenza in San Domenico

 

 

 

 

Beato Raimondo da Capua

Capua (Ce), circa 1330 - Norimberga (Germania), 5 ottobre 1399

Ricordato dalla Chiesa il 5 ottobre

Della famiglia Delle Vigne, mentre era studente di diritto a Bologna, nel 1350 entrò nell'Ordine in quella città. Fu insegnante e priore in vari conventi italiani. Su suggerimento della Madonna, s. Caterina da Siena lo scelse come direttore spirituale, comunicandogli la sua ardente passione per la Chiesa e per il rinnovamento della vita religiosa. Come provinciale di Lombardia e poi nel 1380 Maestro dell'Ordine si prodigò per restaurare la regolare osservanza tanto che fu considerato un secondo fondatore dell'Ordine. Lavorò anche per il ritorno del papa a Roma e per la soluzione dello scisma d'Occidente.

Ha studiato teologia dai Domenicani e poi giurisprudenza a Bologna. Sui trent’anni è direttore spirituale o insegnante in varie comunità: da Montepulciano a Roma, e più tardi a Siena, dove si fa anche infermiere e confortatore nella pestilenza del 1374.
Nello stesso anno, eccolo direttore spirituale e confessore di Caterina da Siena, già nota a pontefici, a sovrani di tutta Europa e alla gente qualsiasi, per il suo modo tutto nuovo di affrontare problemi come la crociata in Terrasanta, il ritorno dei papi a Roma e la riforma della Chiesa. E per il suo passare da visioni e colloqui soprannaturali alle terrene ruvidezze della politica.
Entusiasma e preoccupa, Caterina. Qualcuno giunge a sospettare l’eresia in questa ragazza "monaca in casa" – una terziaria domenicana, si direbbe oggi – che fa tutto da sola, battitrice libera, e con le lettere e i colloqui scrolla i troni e le cattedre, discute con governanti, entusiasma la gioventù senese.
La sua piena ortodossia è riconosciuta dal Capitolo generale domenicano riunito a Firenze nel maggio 1374, che poi le mette al fianco appunto fra Raimondo. Per quattro anni lui l’accompagna anche nei suoi viaggi, e ad Avignone fa da interprete fra lei e Gregorio XI. Questo è il Pontefice che torna infine a Roma nel 1377. Ma muore nel 1378 e, dopo l’elezione del successore Urbano VI, scoppia il grande scisma che durerà 39 anni, con un Papa a Roma e uno ad Avignone, dividendo l’Europa, i vescovi, gli Ordini religiosi. Raimondo, come Caterina, è per il Papa romano, e ne difende la causa nelle missioni in varie parti d’Europa.
Morendo nel 1380, Caterina gli ha predetto l’elezione a Maestro generale dei Domenicani, cosa che avviene nello stesso anno, risiedendo poi alternativamente in Italia e in Germania. Nello spirito cateriniano di riforma, imprime nuovo vigore spirituale all’Ordine, favorendo lo sviluppo del movimento di "osservanza", sorto sull’esempio francescano. "In quest’opera si meritò il titolo di secondo fondatore dell’Ordine dei Predicatori" (G. D’Urso). Tra le sue opere scritte, la più nota è la vita di Caterina.
Sepolto dapprima a Norimberga, dove è morto, il suo corpo è stato poi portato a Napoli, nella chiesa di San Domenico Maggiore. Nel 1899 Leone XIII ne ha confermato il culto come beato.


Autore: Domenico Agasso

Fonte : Famiglia Cristiana

 

 

Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli

 

 

 

http://www.storiacity.com/art/chiesa-san-domenico-maggiore-di-napoli

 

 

E’ una chiesa di Napoli, tempio e circoscrizione domenicana della Provincia meridionale dell’Ordine.

Capita sull’omonima piazzetta in Spaccanapoli nel punto esatto in cui la via più famosa della città incrocia via di Mezzocannone in direzione sud verso il rettifilo e vicolo di San Domenico che mena a nord verso il museo Cappella di San Severo e via dei Tribunali; sorge proprio di fronte al Palazzo Casacalende e ai due altrettanto famosi palazzo Venezia e palazzo Filomarino della Rocca Istituto Italiano Studi Storici di Benedetto Croce.
Anticipa e posticipa di poche decine di metri la
chiesa monastero di Santa Chiara Vergine e la chiesa del Gesù Nuovo, di Santa Marta e nascosta da costruzioni più recenti anche la chiesa di santa Maria Donnaraomita.
In essa si conservano opere d’arti tra gli originali, le copie e i rimandi di Capodimonte di maestri che recano nomi come: Tiziano e Raffaello, Caravaggio e Mattia Preti e non meno di Luca Giordano e Francesco Solimena.

Essendo essa considerata unitamente ad altre 700 chiese disperse sul territorio italiano la speciale stratificazione di eventi storici di fondamentale importanza nella ricostruzione storica della città di Napoli e per il suo indiscusso pregio storico oltre che delle opere di inestimabile valor che essa conserva e che trova fondamento come ente religioso disciolto dalla cosiddetta legislazione eversiva di fine 800, è concessa in uso gratuito alle autorità ecclesiastiche dal Fondo Edifici di Culto[1] avente per suo legale rappresentante il Ministero dell’Interno coaudiuvato da un Consiglio d’Amministrazione volto a garantirne la gestione attenta, la conservazione, il restauro,la tutela, la salvaguardia e la valorizzazione di essa nell’opera di diffusione all’interno del tessuto perturbano

La Chiesa

Si presenta a croce latina col transetto in linea sproporzionata con la navata destra.
Il soffitto cassettonato della volta reca i fregi e le decorazioni in stucchi dorati lasciati dai rimaneggiamenti voluti nel 1670 dall’allora Priore Tommaso Ruffo sull’antico soffitto diviso in due scomparti recanti scolpiti in finissimo legno lavorato e a grandi dimensioni le immagini di San Michele Arcangelo a cui era dedicata la chiesa primitiva
[2] e a Santa Maria Maddalena santa titolare del complesso in epoca angioina.

Il soffitto venne poi ridipinto dal Travaglini nel 1850 recante lo stemma dei domenicani al suo centro e ai quattro angoli le armi della casa d’Aragona e la Corona spagnola.
I confessionali lo ricordiamo dodici in tutto sono in radica di noce del 1732.

Per far posto nel ‘500 a due cappelle rispettivamente le cappelle di Muscettola di Spezzano (a sinistra) e la cappella di Carafa di Santaseverina (a destra).

San Tommaso d’Aquino venne in San Domenico nel 1244 come riportano le fonti ufficiali, mentre a piè di nota di un testo scritto e firmato dal Priore Luigi Salerno del 7 marzo 1977, Tommaso avrebbe indossato e vestito per sempre l’abito domenicano nel 1243 attratto dalla speculare teologia di del domenicano già novizio Giovanni da San Guliano. [3]
Risale invece al 1974 l’ultimo congresso tomistico internazionale in occasione del settimo centenario della morte del Santo Tommaso d’Aquino detto il Bue Muto.

Aderente una torre campanaria, lustro della costruzione in piperno dell’epoca, abbattuta e rifatta nel ‘600 sorge attualmente un campanile di altrettanta pregiata fattura.
L’ingresso dato da basttenti lignei del portale ogivale tutto in marmo all’interno di un pronao di più tarda costruzione, la facciata veste le sue sembianze definitive dato dal celebre giurista Bartolomeo di Capua conte di Altavilla protonotario del Regno ai tempi di Roberto d’Angiò e in un secondo momento da un suo diretto discendente.

Tutto quanto l’altare maggiore, che anticipa il coro in radica di noce opera del laico domenicano Giuseppe da Parete, le balaustre alla base dei pilastri a tarsie marmoree, le floriere e candelabri di fattura gotica dell’800 per mano dei Salzano della fine degli anni 80 dell’ 800 incastrano in un ben congeniato meccanismo di forme e di colori sull’ opera di Cosimo dei Fanzago (1640-1645) tratto dal gusto barocco e soprattutto barocco napoletano in aperto contrasto ai manierismi diffusi.

E’ del 1652 la prima messa in restauro sull’impianto originario come vedasi in una data scritta capovolta in un rosone del secondo gradino, mentre il suo gradino superiore venne aggiunto ai restauri del 1688 sui disegni dell’ingegnere Carnesecchi.

Sotto l’altare in un’urna di bronzo dorato si conservano le ossa del beato Raimondo di Capua, confessore di Santa Caterina da Siena, ventitreesimo maestro generale dell’Ordine dei Domenicani morto a Norimberga in Baviera il 5 ottobre del 1399.[4]

Addossato alla parete in linea con la diffusione della luce solare si erge maestoso un glorioso e poderoso meccanismo sonoro (l’organo) manufatto ligneo similoro del 1751 composto da 1640 canne tutt’oggi perfettamente funzionanti, restaurato da Zeno Fedeli da Foligno negli anni 90 dell’800 e nel 1975 aggiunto un sistema elettronico per potenziarne l’acustica.
L’organo si erge tra i due dipinti di Michele De Napoli del 1890 (?) "San Domenico che disputa con gli eretici" (alla sua sinistra) e "San Tommaso trai dottori" ( a destra).
I primi stesi dipinti erano del Regolia andati perduti in un restauro del 1850

 

 

 

(4) Le reliquie del Beato Raimondo da Capua un tempo sepolte presso la chiesa dei domenicani a Norimberga, precisamente sotto l’altare maggiore dedicato alla Madonna verranno alloggiate presso la chiesa di San Domenico maggiore in seguito ad una sofferta decisione del priorato bavarese premesso che la Riforma Protestante costringerà i frati predicatori a spostare altrove le reliquie pegno la probabile soppressione del culto e della venerazione.

L’allarme del protestantesimo proseguirà vantando su tutta l’Europa una successione ininterrotta di soppressioni varie e anche a San Domenico per la minaccia posta dal Lautrec non mancherà di creare allarme diffuso specie per le preziose reliquie ch’essa custodisce.
Le reliquie vennero letteralmente sepolte sotto il coro che, però, è da ricordare, a quel tempo anticipava l’altare maggiore.
Solo nel 1899 fatto beato Raimondo di Capua potrà rivedere nuovamente una collocazione più consona: dimentichi del fatto che il coro ligneo e tutti i suoi stalli vennero nel frattempo spostati, per mano del Priore Carlo Maiello nel 1899 si opereranno vere e proprie ricerche in chiesa per il ritrovamento delle reliquie in apparenze disperse.Ritrovate nel 1901 il 25 aprile del 1902 vennero esposte alla venerazione e poste sotto l’altare privilegiato

 

 

http://www.storiacity.com/art/chiesa-san-domenico-maggiore-di-napoli

 

 

 

 

URNA SEPOLCRALE DEL BEATO RAIMONDO DA CAPUA

Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli

 

 

Fu nello stesso anno, che fu designato direttore spirituale e confessore di Caterina da Siena, già nota a pontefici, a sovrani di tutta Europa e alla gente qualsiasi, per il suo modo tutto nuovo di affrontare problemi come la crociata in Terrasanta, il ritorno dei papi a Roma e la riforma della Chiesa, nonché per il suo passare da visioni e colloqui soprannaturali alle terrene ruvidezze della politica. La sua piena ortodossia fu riconosciuta dal Capitolo generale domenicano riunito a Firenze nel maggio 1374, che proprio per tale motivo le mise al suo fianco il capuano fra Raimondo. Per quattro anni lui l’accompagna anche nei suoi viaggi, e ad Avignone fa da interprete fra lei e Gregorio XI, il Pontefice che ritornò a Roma nel 1377 ma morì un anno dopo, facendo scoppiare, dopo l’elezione del successore Urbano VI, il grande scisma durato 39 anni, con un Papa a Roma e uno ad Avignone, dividendo l’Europa, i vescovi, gli Ordini religiosi. Raimondo, come Caterina, fu per il Papa romano, e ne difese la causa nelle missioni in varie parti d’Europa.

Morendo nel 1380, Caterina predisse a Fra Raimondo l’elezione a Maestro generale dei Domenicani, cosa che avvenne nello stesso anno, risiedendo poi alternativamente in Italia e in Germania. Nello spirito cateriniano di riforma, il beato capuano diede nuovo vigore spirituale all’Ordine, favorendo lo sviluppo del movimento di "osservanza", sorto sull’esempio francescano. "In quest’opera si meritò il titolo di secondo fondatore dell’Ordine dei Predicatori" (G. D’Urso). Raimondo da Capua soddisferà inoltre il desiderio dei senesi portando a Siena il capo della Santa, tuttora in San Domenico. Tra le sue opere scritte, la più nota è senza dubbio la vita di Caterina.

Sepolto dapprima a Norimberga, dove è morto, il suo corpo è stato successivamente portato a Napoli,dove le sue spoglie furono consacrate ed esposte nella chiesa di San Domenico Maggiore. Tuttora esse sono collocate ed esibite sotto l’altare maggiore della suddetta chiesa napoletana, in una splendida urna di bronzo eseguita dallo scultore Laganà su disegno di Carnesecchi. Nel 1899 Leone XIII ne ha confermato il culto come beato. Naturalmente, la tela napoletana è una delle tante che presentano la figura di fra Raimondo poiché essa è parte integrante di tutte le iconografie che raffigurano Santa Caterina.

 

 

 

 

HO TELEFONATO IN CONVENTO ma nemmeno lo storico del convento ha saputo dirmi niente di questo Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

Il dr Carlo Verde chiarisce meglio la figura di questo Carnesecchi :

Intanto posso dirti, che l'ingegnere Carnesecchi a cui tu facevi riferimento si chiama Giuseppe ed ha lavorato anche a Marianella, nella Chiesa della Casa nativa di Sant'Alfonso Maria de' Liguori (Napoli, 27 settembre 1696 – Nocera de' Pagani, 1º agosto 1787), non lontano da Capodimonte. Lo svela una lapide della quale spero di poterti far avere una foto, posta nella cappella di destra datata 10 luglio 1893.

L'interno, di gusto neo rinascimentale, è decorato da finti marmi e da soffitti dipinti. Allo stesso modo l'oratorio della famiglia del Santo del 1889.

 

 

 

 

ORA NEL CASO CI SI TROVI IN PRESENZA DI UN SOLO UNICO INDIVIDUO ING GIUSEPPE CARNESECCHI DOBBIAMO PENSARLO GIOVANE LAUREATO PRESENTE A CALTANISSETTA NEL 1847

NEL 1847 QUINDI GIA' LAUREATO

POI MOLTO PIU' ANZIANO A NAPOLI QUANDO A CAVALLO DEL 1900 LAVORA IN SAN DOMENICO MAGGIORE

 

IL CHE RENDE POSSIBILE CHE QUESTO INGEGNERE SIA ORIGINARIO DELLA SICILIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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