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NAPOLI

 

 

 

Un ingegnere Carnesecchi disegna un urna ( probabilmente agli inizi del novecento )

per le spoglie di San Domenico nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli

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Per la cortesia del dr Pasquale Cavallo autore del sito http://www.nobili-napoletani.it/

foto dell’urna bronzea ottocentesca, situata sull’altare maggiore della Basilicata di San Domenico in Napoli, nella quale vi sono le ossa del beato Raimondo da Capua, morto nel 1309, confessore di Santa Caterina da Siena. A sinistra, accanto alla balaustra, vi è un candelabro pasquale eseguito nel 1585 per volere del duca Ferdinando di Capua del Balzo, del quale sono gli stemmi gentilizi. Per la sua realizzazione furono adoperati elementi scultorei trecenteschi provenienti dal sarcofago di Filippo d’Angiò, principe di Taranto.

 

 

Un Carnesecchi probabilmente vissuto a Napoli tra la meta' dell'ottocento e i primi del novecento

Probabilmente ingegnere -- architetto

Di questo Carnesecchi ho notizia per questa presenza in San Domenico

 

 

 

 

Beato Raimondo da Capua

Capua (Ce), circa 1330 - Norimberga (Germania), 5 ottobre 1399

Ricordato dalla Chiesa il 5 ottobre

Della famiglia Delle Vigne, mentre era studente di diritto a Bologna, nel 1350 entrò nell'Ordine in quella città. Fu insegnante e priore in vari conventi italiani. Su suggerimento della Madonna, s. Caterina da Siena lo scelse come direttore spirituale, comunicandogli la sua ardente passione per la Chiesa e per il rinnovamento della vita religiosa. Come provinciale di Lombardia e poi nel 1380 Maestro dell'Ordine si prodigò per restaurare la regolare osservanza tanto che fu considerato un secondo fondatore dell'Ordine. Lavorò anche per il ritorno del papa a Roma e per la soluzione dello scisma d'Occidente.

Ha studiato teologia dai Domenicani e poi giurisprudenza a Bologna. Sui trent’anni è direttore spirituale o insegnante in varie comunità: da Montepulciano a Roma, e più tardi a Siena, dove si fa anche infermiere e confortatore nella pestilenza del 1374.
Nello stesso anno, eccolo direttore spirituale e confessore di Caterina da Siena, già nota a pontefici, a sovrani di tutta Europa e alla gente qualsiasi, per il suo modo tutto nuovo di affrontare problemi come la crociata in Terrasanta, il ritorno dei papi a Roma e la riforma della Chiesa. E per il suo passare da visioni e colloqui soprannaturali alle terrene ruvidezze della politica.
Entusiasma e preoccupa, Caterina. Qualcuno giunge a sospettare l’eresia in questa ragazza "monaca in casa" – una terziaria domenicana, si direbbe oggi – che fa tutto da sola, battitrice libera, e con le lettere e i colloqui scrolla i troni e le cattedre, discute con governanti, entusiasma la gioventù senese.
La sua piena ortodossia è riconosciuta dal Capitolo generale domenicano riunito a Firenze nel maggio 1374, che poi le mette al fianco appunto fra Raimondo. Per quattro anni lui l’accompagna anche nei suoi viaggi, e ad Avignone fa da interprete fra lei e Gregorio XI. Questo è il Pontefice che torna infine a Roma nel 1377. Ma muore nel 1378 e, dopo l’elezione del successore Urbano VI, scoppia il grande scisma che durerà 39 anni, con un Papa a Roma e uno ad Avignone, dividendo l’Europa, i vescovi, gli Ordini religiosi. Raimondo, come Caterina, è per il Papa romano, e ne difende la causa nelle missioni in varie parti d’Europa.
Morendo nel 1380, Caterina gli ha predetto l’elezione a Maestro generale dei Domenicani, cosa che avviene nello stesso anno, risiedendo poi alternativamente in Italia e in Germania. Nello spirito cateriniano di riforma, imprime nuovo vigore spirituale all’Ordine, favorendo lo sviluppo del movimento di "osservanza", sorto sull’esempio francescano. "In quest’opera si meritò il titolo di secondo fondatore dell’Ordine dei Predicatori" (G. D’Urso). Tra le sue opere scritte, la più nota è la vita di Caterina.
Sepolto dapprima a Norimberga, dove è morto, il suo corpo è stato poi portato a Napoli, nella chiesa di San Domenico Maggiore. Nel 1899 Leone XIII ne ha confermato il culto come beato.


Autore: Domenico Agasso

Fonte : Famiglia Cristiana

 

 

Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli

 

 

 

http://www.storiacity.com/art/chiesa-san-domenico-maggiore-di-napoli

 

 

E’ una chiesa di Napoli, tempio e circoscrizione domenicana della Provincia meridionale dell’Ordine.

Capita sull’omonima piazzetta in Spaccanapoli nel punto esatto in cui la via più famosa della città incrocia via di Mezzocannone in direzione sud verso il rettifilo e vicolo di San Domenico che mena a nord verso il museo Cappella di San Severo e via dei Tribunali; sorge proprio di fronte al Palazzo Casacalende e ai due altrettanto famosi palazzo Venezia e palazzo Filomarino della Rocca Istituto Italiano Studi Storici di Benedetto Croce.
Anticipa e posticipa di poche decine di metri la
chiesa monastero di Santa Chiara Vergine e la chiesa del Gesù Nuovo, di Santa Marta e nascosta da costruzioni più recenti anche la chiesa di santa Maria Donnaraomita.
In essa si conservano opere d’arti tra gli originali, le copie e i rimandi di Capodimonte di maestri che recano nomi come: Tiziano e Raffaello, Caravaggio e Mattia Preti e non meno di Luca Giordano e Francesco Solimena.

Essendo essa considerata unitamente ad altre 700 chiese disperse sul territorio italiano la speciale stratificazione di eventi storici di fondamentale importanza nella ricostruzione storica della città di Napoli e per il suo indiscusso pregio storico oltre che delle opere di inestimabile valor che essa conserva e che trova fondamento come ente religioso disciolto dalla cosiddetta legislazione eversiva di fine 800, è concessa in uso gratuito alle autorità ecclesiastiche dal Fondo Edifici di Culto[1] avente per suo legale rappresentante il Ministero dell’Interno coaudiuvato da un Consiglio d’Amministrazione volto a garantirne la gestione attenta, la conservazione, il restauro,la tutela, la salvaguardia e la valorizzazione di essa nell’opera di diffusione all’interno del tessuto perturbano

La Chiesa

Si presenta a croce latina col transetto in linea sproporzionata con la navata destra.
Il soffitto cassettonato della volta reca i fregi e le decorazioni in stucchi dorati lasciati dai rimaneggiamenti voluti nel 1670 dall’allora Priore Tommaso Ruffo sull’antico soffitto diviso in due scomparti recanti scolpiti in finissimo legno lavorato e a grandi dimensioni le immagini di San Michele Arcangelo a cui era dedicata la chiesa primitiva
[2] e a Santa Maria Maddalena santa titolare del complesso in epoca angioina.

Il soffitto venne poi ridipinto dal Travaglini nel 1850 recante lo stemma dei domenicani al suo centro e ai quattro angoli le armi della casa d’Aragona e la Corona spagnola.
I confessionali lo ricordiamo dodici in tutto sono in radica di noce del 1732.

Per far posto nel ‘500 a due cappelle rispettivamente le cappelle di Muscettola di Spezzano (a sinistra) e la cappella di Carafa di Santaseverina (a destra).

San Tommaso d’Aquino venne in San Domenico nel 1244 come riportano le fonti ufficiali, mentre a piè di nota di un testo scritto e firmato dal Priore Luigi Salerno del 7 marzo 1977, Tommaso avrebbe indossato e vestito per sempre l’abito domenicano nel 1243 attratto dalla speculare teologia di del domenicano già novizio Giovanni da San Guliano. [3]
Risale invece al 1974 l’ultimo congresso tomistico internazionale in occasione del settimo centenario della morte del Santo Tommaso d’Aquino detto il Bue Muto.

Aderente una torre campanaria, lustro della costruzione in piperno dell’epoca, abbattuta e rifatta nel ‘600 sorge attualmente un campanile di altrettanta pregiata fattura.
L’ingresso dato da basttenti lignei del portale ogivale tutto in marmo all’interno di un pronao di più tarda costruzione, la facciata veste le sue sembianze definitive dato dal celebre giurista Bartolomeo di Capua conte di Altavilla protonotario del Regno ai tempi di Roberto d’Angiò e in un secondo momento da un suo diretto discendente.

Tutto quanto l’altare maggiore, che anticipa il coro in radica di noce opera del laico domenicano Giuseppe da Parete, le balaustre alla base dei pilastri a tarsie marmoree, le floriere e candelabri di fattura gotica dell’800 per mano dei Salzano della fine degli anni 80 dell’ 800 incastrano in un ben congeniato meccanismo di forme e di colori sull’ opera di Cosimo dei Fanzago (1640-1645) tratto dal gusto barocco e soprattutto barocco napoletano in aperto contrasto ai manierismi diffusi.

E’ del 1652 la prima messa in restauro sull’impianto originario come vedasi in una data scritta capovolta in un rosone del secondo gradino, mentre il suo gradino superiore venne aggiunto ai restauri del 1688 sui disegni dell’ingegnere Carnesecchi.

Sotto l’altare in un’urna di bronzo dorato si conservano le ossa del beato Raimondo di Capua, confessore di Santa Caterina da Siena, ventitreesimo maestro generale dell’Ordine dei Domenicani morto a Norimberga in Baviera il 5 ottobre del 1399.[4]

Addossato alla parete in linea con la diffusione della luce solare si erge maestoso un glorioso e poderoso meccanismo sonoro (l’organo) manufatto ligneo similoro del 1751 composto da 1640 canne tutt’oggi perfettamente funzionanti, restaurato da Zeno Fedeli da Foligno negli anni 90 dell’800 e nel 1975 aggiunto un sistema elettronico per potenziarne l’acustica.
L’organo si erge tra i due dipinti di Michele De Napoli del 1890 (?) "San Domenico che disputa con gli eretici" (alla sua sinistra) e "San Tommaso trai dottori" ( a destra).
I primi stesi dipinti erano del Regolia andati perduti in un restauro del 1850

 

 

 

(4) Le reliquie del Beato Raimondo da Capua un tempo sepolte presso la chiesa dei domenicani a Norimberga, precisamente sotto l’altare maggiore dedicato alla Madonna verranno alloggiate presso la chiesa di San Domenico maggiore in seguito ad una sofferta decisione del priorato bavarese premesso che la Riforma Protestante costringerà i frati predicatori a spostare altrove le reliquie pegno la probabile soppressione del culto e della venerazione.

L’allarme del protestantesimo proseguirà vantando su tutta l’Europa una successione ininterrotta di soppressioni varie e anche a San Domenico per la minaccia posta dal Lautrec non mancherà di creare allarme diffuso specie per le preziose reliquie ch’essa custodisce.
Le reliquie vennero letteralmente sepolte sotto il coro che, però, è da ricordare, a quel tempo anticipava l’altare maggiore.
Solo nel 1899 fatto beato Raimondo di Capua potrà rivedere nuovamente una collocazione più consona: dimentichi del fatto che il coro ligneo e tutti i suoi stalli vennero nel frattempo spostati, per mano del Priore Carlo Maiello nel 1899 si opereranno vere e proprie ricerche in chiesa per il ritrovamento delle reliquie in apparenze disperse.Ritrovate nel 1901 il 25 aprile del 1902 vennero esposte alla venerazione e poste sotto l’altare privilegiato

 

 

http://www.storiacity.com/art/chiesa-san-domenico-maggiore-di-napoli

 

 

 

 

URNA SEPOLCRALE DEL BEATO RAIMONDO DA CAPUA

Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli

 

 

Fu nello stesso anno, che fu designato direttore spirituale e confessore di Caterina da Siena, già nota a pontefici, a sovrani di tutta Europa e alla gente qualsiasi, per il suo modo tutto nuovo di affrontare problemi come la crociata in Terrasanta, il ritorno dei papi a Roma e la riforma della Chiesa, nonché per il suo passare da visioni e colloqui soprannaturali alle terrene ruvidezze della politica. La sua piena ortodossia fu riconosciuta dal Capitolo generale domenicano riunito a Firenze nel maggio 1374, che proprio per tale motivo le mise al suo fianco il capuano fra Raimondo. Per quattro anni lui l’accompagna anche nei suoi viaggi, e ad Avignone fa da interprete fra lei e Gregorio XI, il Pontefice che ritornò a Roma nel 1377 ma morì un anno dopo, facendo scoppiare, dopo l’elezione del successore Urbano VI, il grande scisma durato 39 anni, con un Papa a Roma e uno ad Avignone, dividendo l’Europa, i vescovi, gli Ordini religiosi. Raimondo, come Caterina, fu per il Papa romano, e ne difese la causa nelle missioni in varie parti d’Europa.

Morendo nel 1380, Caterina predisse a Fra Raimondo l’elezione a Maestro generale dei Domenicani, cosa che avvenne nello stesso anno, risiedendo poi alternativamente in Italia e in Germania. Nello spirito cateriniano di riforma, il beato capuano diede nuovo vigore spirituale all’Ordine, favorendo lo sviluppo del movimento di "osservanza", sorto sull’esempio francescano. "In quest’opera si meritò il titolo di secondo fondatore dell’Ordine dei Predicatori" (G. D’Urso). Raimondo da Capua soddisferà inoltre il desiderio dei senesi portando a Siena il capo della Santa, tuttora in San Domenico. Tra le sue opere scritte, la più nota è senza dubbio la vita di Caterina.

Sepolto dapprima a Norimberga, dove è morto, il suo corpo è stato successivamente portato a Napoli,dove le sue spoglie furono consacrate ed esposte nella chiesa di San Domenico Maggiore. Tuttora esse sono collocate ed esibite sotto l’altare maggiore della suddetta chiesa napoletana, in una splendida urna di bronzo eseguita dallo scultore Laganà su disegno di Carnesecchi. Nel 1899 Leone XIII ne ha confermato il culto come beato. Naturalmente, la tela napoletana è una delle tante che presentano la figura di fra Raimondo poiché essa è parte integrante di tutte le iconografie che raffigurano Santa Caterina.

 

 

 

 

HO TELEFONATO IN CONVENTO ma nemmeno lo storico del convento ha saputo dirmi niente di questo Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

Il dr Carlo Verde chiarisce meglio la figura di questo Carnesecchi :

Intanto posso dirti, che l'ingegnere Carnesecchi a cui tu facevi riferimento si chiama Giuseppe ed ha lavorato anche a Marianella, nella Chiesa della Casa nativa di Sant'Alfonso Maria de' Liguori (Napoli, 27 settembre 1696 – Nocera de' Pagani, 1º agosto 1787), non lontano da Capodimonte. Lo svela una lapide della quale spero di poterti far avere una foto, posta nella cappella di destra datata 10 luglio 1893.

L'interno, di gusto neo rinascimentale, è decorato da finti marmi e da soffitti dipinti. Allo stesso modo l'oratorio della famiglia del Santo del 1889.

 

A questo punto possiamo dire che probabilmente trattasi dello stesso ing Giuseppe Carnesecchis che compare in questo testo a Caltanissetta

 

Dal sito

http://www.cittadicaltanissetta.com/palazzo_barile.php

 

25 giugno 1847

 

Il Barrile, attento osservatore, non menziona alcuna torre nel palazzo, piuttosto precisa che la campana del magistrato e l'orologio pubblico erano collocati nella "Torre quadra della chiesa del Salvatore", ubicata in prossimità del complesso del Cannine. Quindi la casa del Magistrato era solo un edificio coronato da merli, la cui estensione coincideva con la stessa occupata dall'attuale edificio della Camera di Commercio. Certamente non includeva i resti della "Torre del Magistrato", posti in prossimità dell'androne a circa metà dell'estensione del Palazzo Barile. Nel 1845 a causa della "vetustà e ristrettezza" della casa comunale, nasce l'esigenza di costruire un nuovo edificio da adibire a palazzo municipale (Archivio di Stato di Caltanissetta, Fondo Archivio Storico del Comune, busta 808 e. 184-187). Il 3 maggio del 1806, in occasione della visita di Re Ferdinando IV, il palazzo viene arredato per ospitare i ministri e il Confessore del Re. H Sovrano soggiorna nel palazzo di fronte, di proprietà del Barone Barrile. Nel 1845 l'edificio, ubicato in via Santa Croce nella sezione I detta di Santa Domenica, appartiene in parte agli eredi del "Ciantro" Vincenzo Barrile ("ventidue camere superiori, sei basse e due botteghe") e agli eredi del Barone Barrile ("5 camere superiori e 3 bassi e una bottega in vicolo Neviera), (Archivio di Stato di Caltanissetta, Fondo Vecchio Catasto Terreni, Stato di sezione di Caltanissetta, pp. 43-44). Il rinvenimento di un documento d'archivio, relativo al progetto di acquisto del palazzo Barile e della casa del Magistrato per adibirli a sede vescovile, è particolarmente significativo: vengono stimate le case esistenti nello spazio designato da S. M. il Re NS. nella breve dimora che fece in questa il di 25 giugno 1847, le quali debhonsi abbattere per la edificazione dello Episcopio e Seminario Diocesano in questo Capo Provincia. Viene dettagliatamente descritta, dalFing. Giuseppe Carnesecchis e dal!' arch. Agostino Lo Piano, l'ex casa comunale: composta di 8 camere con un prospetto nella piazza preceduto da una scala con nove gradini circolari,definito dall'ordine architettonico, con 2 balconi sorretti da 6 grosse mensole, con altri piccoli ornati e parapetti di ferro "a petto di colomba". Nell'edificio è presente una scala a lumaca che conduce all'orologio composta di numero 66 gradini di fabbrica e gesso coverto dì mattoni... un parapetto di ferro avanti la campana dell'orologio con numero 11 bastoni verticali, due orizzontali e tre rosoni. Nello stesso documento è riportata la descrizione del "casamento di proprietà dei fratelli E ne Commendre Cavre Barrile. L'edificio è "composto 1° di Num. 20 compresi tutti a pian terreno addetti uno all'entrata principale della strada della Neviera e di Santa Croce, gli altri porzione ad uso di abitazione, e porzione ad uso di rimesse, stalle, magazzini e botteghe. 2° di quattro quarti nobili dei quali il primo grande è formato da n. 18 camere tra sale e salette, stanze di compagnia, di letto, di studio, di mangiare, camerini riposti, cucine e passetti. Il 2° ne contiene numero 6 tra sala, cucina, stanza di compagnia, di studio e di letto. H 3° ne contiene numero 4 tra sala, cucina, stanza di studio e di dormire; il 4° finalmente ne contiene n° 6 tra camerini, stanze grandi, scala e cucina". L'ingresso principale, ubicato nella strada della Neviera, ha un androne con Archi di pezzi intagliati in giro alla volta dell 'entrata.. numero 5 pilastri su cui poggiano detti archi. Il prospetto, concluso da un cornicione, presenta gattoni, mensole, architrave, cornice e capitelli, due balconi con un parapetto di ferro a petto di colomba, due finestroni con parapetto di ferro e (...) 25 catene dì ferro.

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Dal sito

http://www.cittadicaltanissetta.com/palazzo_barile.php

 

 

 

 

ORA NEL CASO CI SI TROVI IN PRESENZA DI UN SOLO UNICO INDIVIDUO ING GIUSEPPE CARNESECCHI DOBBIAMO PENSARLO GIOVANE LAUREATO PRESENTE A CALTANISSETTA NEL 1847

NEL 1847 QUINDI GIA' LAUREATO

POI MOLTO PIU' ANZIANO A NAPOLI QUANDO A CAVALLO DEL 1900 LAVORA IN SAN DOMENICO MAGGIORE

 

E' presente in questo almanacco del 1855 dove giovane ingegnere ( ingegnere alunno ) figura nell'amministrazione del Regno delle due sicilie nel secondo ripartimento d'ispezione per la provincia della Basilicata

 

 

 

  

 

 

 

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