personaggi

Pietro Carnesecchi (1508-1567 ) un martire

 

< ….Un uomo nato per stare a fronte ai re… >

 

L'importanza di Pietro Carnesecchi non e' tanto legata allo sviluppo di un originale pensiero eretico quanto invece alla poderosa azione di diffusione delle idee eretiche compiuta con ogni mezzo e in ogni luogo.

 

 

..pronunciamo, sentenziamo , diffinimo et dechiariamo , che tu Pietro Carnesecchi dall'anno 1540 et seguenti sei stato eretico , credente agl' eretici , et loro fautore

 

 

 

 Come mori

 

 ................. Al momento di lasciare il carcere Carnesecchi non pronuncio' parole di circostanza ,ne' lascio' ricordi personali ; soltanto quando fu sul punto di muoversi verso il luogo dell'esecuzione, scorgendo che la minaccia di pioggia era cessata per il tempo che gli restava da vivere si tolse il ferraiolo per donarlo ai confortatori. Apparve allora elegantissimo, come se si recasse a una gran festa con indosso un vestito << tutto attillato con la camicia bianca ,con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano>> . Fra i presenti si rinnovo' l'ammirazione che al cronista dell'autodafe' della Minerva aveva fatto esclamare << pulcherrimus erat aspectu et magnum nobilitatis signum ostendebat >>

 

Il tragico corteo si mosse alle sei del mattino.......Agli scarsi spettatori Carnesecchi apparve straordinariamente sereno e sicuro di se'; sali' sul palco con atteggiamento di alto decoro e di distacco di quanto accadeva intorno a lui <<nel condursi non mostro' vilta' non per altro se non per ostentatione del mundo e perche' andasse fuori voce che lui fosse morto con molta costantia per la nuova religione.>>

 

............Due anni dopo Cosimo I riportava il premio del suo tradimento e riceveva il titolo ambito di Granduca e una Bolla pontificia che diceva come per suo merito, per la sua virtu'e per la prudenza la provincia della Toscana era , tra tutte le altre, la piu' libera dalla perniciosa tabe delle pestifere eresie

 

(Da Agostini Antonio "Pietro Carnesecchi e il movimento Valdesiano" )

 

 

 

 

Pietro Carnesecchi e' commemorato , dagli Evangelici , come martire il 2 di ottobre

 

 

Sulle vicende biografiche di Pietro Carnesecchi l'importante voce di A. Rotondò in Dizionario biografico degli italiani,

d'ora in poi DBI, vol. 20, Roma 1977, pp. 466-76.

 

 

 

 

Cronologia della vita di Pietro Carnesecchi

 

Anno 1508 Nasce a Firenze il 24 dicembre 1508

Anno 1518 Scholarus et clericus presso il seguito del cardinale Bibbiena insieme ai figli del suo fratello uterino Antonio Dovizi : Marcantonio e Vittorio

Anno 1524 entra al servizio di Giulio dei Medici eletto papa il 18 novembre 1523 col nome di Clemente VII

Anno 1527 sacco di Roma

Anno 1529 presenzia all'investitura cardinalizia di Ippolito dei Medici

Anno 1529 presenzia all'incoronazione di Carlo V in Bologna

Anno 1530 ottiene da Clemente VII la grazia per Filippo Del Migliore condannato al confino dalla reazione medicea a Firenze

Anno 1532 conosce il Vergerio nunzio in Germania da cui negli anni a venire sara' relazionato dei fatti in Germania

Anno 1533 e' nominato da clemente VII segretario pontificio al posto di Giacomo Salviati ( Trionfa la politica di avvicinamento alla Francia )

Anno 1533 matrimonio di Caterina dei Medici nipote di Clemente VII con Enrico di Orleans

Anno 1533 16 dicembre breve di Clemente VII in cui gli concede il canonicato della metropolitana fiorentina

Anno 1534 frequenta a Roma Vittor Soranzo, Pietro Gelido ,Giovan Tommaso Sanfelice , Giovanni Valdes

Anno 1534 segue la predicazione di fra Bernardino Occhino a Roma

Anno 1534 muore Clemente VII viene eletto Paolo III Farnese antimediceo Carnesecchi e' destituito dall'incarico di segretario

Anno 1535 conosce Vittoria Colonna la poetessa

Anno 1535 conosce nel castello di Fondi Giulia Gonzaga Lei ha 25 anni lui 27 tra i due s'instaura una fortissima amicizia spirituale

Anno 1536 segue Giulia Gonzaga a Napoli che l'introduce nella nobilta' napoletana e dove ritrova Giovanni Valdes e ne segue la predicazione

Anno 1536 incontro a Napoli con Carlo V , reduce dall'impresa di Tunisi ,

anni 1536-1539 si ritira nella casa paterna a Firenze

anno 1536 nella sua casa paterna di Firenze dove si era ritirato si ebbe una straordinaria riunione di alcuni dei piu' vivaci protagonisti della storia religiosa del cinquecento :Ochino, G.P. Carafa , Caterina Cybo , Pole ,Giberti , Priuli

anni 1536 1539 diventa familiare del duca Cosimo I

anno 1538 incontra vittoria Colonna a Bagni di Lucca alle terme

anno 1539 torna a Napoli ed incontra Giulia Gonzaga rimane a Napoli circa un anno e aderisce al Valdesianesimo

anno 1540 conosce e diventa amico del Flaminio

anno 1541 Carnesecchi torna a Firenze viaggiano con lui ,il Flaminio ,il Rullo , il Villamarina sostano presso il cardinale di Mantova Ercole Gonzaga

anno 1541 il flaminio risiede per 6 mesi presso il Carnesecchi ed hanno contatto col Vermigli ,l'Occhino e con Caterina Cybo

anno 1541 legge il Calvino

anno 1541 su invito del Pole il Carnesecchi ed il Flaminio lo raggiungono a Viterbo dove trovano anche il Soranzo , il Priuli ,il Merenda ,il Rullo, Bartolomeo Stella ed altri

anno 1541 Vittoria Colonna e' a Viterbo ed invita Giulia Gonzaga a raggiungerla , ma Giulia non accetta

anno 1541 Carnesecchi ,Flaminio ,Soranzo,Priuli studiano Luttero

anno 1542 Carnesecchi e' a Venezia

anno 1546 Paolo III intima a Carnesecchi di presentarsi a Roma per rispondere dell'accusa di eresia

anno 1546 si muovono a suo favore il Pole ,Cosimo I, il cardinale Farnese

anno 1546 e' a Napoli presso Giulia Gonzaga

anno 1547 e' a Bagnorea invitato da il Pole e dal Flaminio

anno 1547 muore Vittoria Colonna

anno 1547 e' a Fontaineblau accolto cordialmente da Caterina Dei Medici

anno 1547 Caterina dei Medici da un incarico di prestigio al Carnesecchi , per 5 anni il Carnesecchi segue la corte francese ed e' in grande favore dei reali di Francia

anno 1549 muore Paolo III , il Pole rifiuta la nomina per acclamazione , viene eletto Giulio III

anno 1549 i cardinali francesi denunciano il Carnesecchi come eretico al re di Francia senza risultato

anno 1547 -1552 influenza del Carnesecchi su Margherita di Valois

anni 1547 - 1552 e' in rapporti a Parigi con il tipografo Roberto Stefano d'idee calviniste

anni 1547 - 1552 gravemente ammalato fa un atto di rinunzia a favore del cardinale Morone e' la prima notizia che si ha della loro intimita'che doveva gia' essere molto forte

anno 1552 il Carnesecchi rinuncia alla sua carica presso il re di Francia e si stabilisce a Lione

anno1552 il Carnesecchi ha intensi contatti con i mondi della riforma

anno 1553 torna a Venezia

anno 1553 Giulia Gonzaga finisce nel mirino dell'inquisizione

anno 1555 muore Giulio III e sale al pontificato Paolo IV Carafa azione forte contro gli eretici sono accusati il Pole e il Morrone

anno 1557 secondo processo a Carnesecchi si muove in suo favore Cosimo I e Giulia fa muovere in suo favore Ferrante Gonzaga

anno 1558 muore il Pole

anno 1559 il Carnesecchi condannato A morte in contumacia 24 marzo 1559

anno 1559 muore Paolo IV Carafa 19 agosto 1559

anno 1559 viene eletto pontefice Pio IV Medici

anno 1560 muore Alvise Priuli

anno 1561 Pio IV proclama solennemente che il Carnesecchi era stato sempre <<innocente e catholico >>

anno 1561 e' a Napoli con la Gonzaga

anno 1561 il Gelido e il Brancuti fuggono da Venezia e si rifugiano a Ginevra

anno 1562 settembre abbandona Napoli e va a Roma

anno 1563 a Roma tenta di pubblicare le oper del Pole

anno 1564 e' a Venezia

anno 1565 muore Pio IV sale al pontificato Pio V Ghisleri

anno 1565 Carnesecchi si rifugia a Firenze sotto la protezione di Cosimo I

anno 1566 16 aprile muore giulia Gonzaga tutto l'epistolario col Carnesecchi cade in mano all'inquisizione . La posizione del Carnesecchi e' irrimediabile

anno 1566 Cosimo I consegna il Carnesecchi all'inquisizione

anno 1566-1567 il processo durante il quale il Carnesecchi viene torturato

anno 1567 dopo un lunghissimo processo il 16 agosto 1567 la condanna a morte. La lettura della sentenza duro' oltre 2 ore

anno 1567 la condanna venne eseguita il 1 ottobre mediante decapitazione , quindi il corpo venne arso

 

 

 

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Nasce a Firenze il 24 dicembre 1508 da Andrea di Paolo di Simone di Paolo Carnesecchi e da Ginevra Tani

 

 

 

ritratto di Pietro Carnesecchi realizzato dal Puligo

Dimensions : 39 cm x 59 cm Matériaux : Tempera sur bois Date : vers 1527 Artiste : Domenico Puligo Lieu : Galerie des Offices de Florence Section 26

nel ritratto ha quindi circa19 anni

 

Sembra ne esistano due copie sempre del Puligo : una conservata agli Uffizi una a Palazzo Pitti ( da verificare )

 

Del Carnesecchi, esistono tre ritratti: uno eseguito dal noto pittore Sebastiano del Piombo nel 1530 (o 32), attualmente esposto alla Pinacoteca di Parma e due del Puligo (Domenico Ubaldini) uno alla Galleria degli Uffizi a Firenze l'altro conservato a Palazzo Pitti.

 

 

Un uomo tutt'oggi non sufficientemente conosciuto, non ci sono gli studi seri ed esaustivi sul suo conto .

Un uomo che fu in grande potenza e a contatto costante con uomini che ,nel suo tempo, reggevano il mondo.

Aveva capacita' diplomatiche sviluppatissime , esso era avveduto e accorto e sapeva facilmente discernere il lato debole di un discorso o di un avvenimento

Di lui i contemporanei tracciano ogni genere di lode e la maggior parte sono sincere perche' era di carattere molto amabile. Aveva il dono di piacere alle persone

Per tutte queste qualita' della mente e della persona non era punto straordinario che il Carnesecchi entrasse nelle grazie e nel favore di Clemente VII. Il Papa apparteneva a i Medici famiglia che era sempre stata in intime relazioni con i Carnesecchi.

Clemente VII ponendo sempre maggior amore al Carnesecchi ,non cessava di proteggerlo e di beneficarlo in tutte le maniere Adunque chiamo Pietro alla sua corte e gli dette l'uffizio di Notaro, conferendogli poi poco alla volta i titoli di famigliare, di continuo commensale, di segretario del numero dei partecipanti. Egli infine lo fece protonotario della Curia , e per designare quell'intima relazione che confina con la parentela, gli concedette il privilegio, davvero molto ambito , di aggiungere al suo nome anche quello di Medici: onde si venne a chiamare Pietro Medici dei Carnesecchi

Infatti col breve 16 dicembre 1533 diretto al <<Dilecto filio Magistro Petro Medicis alias de Carnesecchis Canonico Florentino Notario et Familiari nostro >> gli conferiva il canonicato della metropolitana fiorentina, concedendogli il privilegio straordinario di assumere il suo stesso nome di famiglia

Nel 1533 il Papa oltre al canonicato fiorentino, gli conferiva l'ufficio di governatore di Tivoli e di castellano di quella fortezza,l'abbazia di san Piero in Eboli nella diocesi di Salerno e l'abbazia di santa Maria di Gavello nella diocesi di Adria

In ultimo il Papa lo fece suo primo segretario, facendogli balenare anche la speranza di un cappello cardinalizio nel caso il nipote Ippolito non avesse voluto saperne di continuare la carriera ecclesiastica

Bernardino Pio ambasciatore di Mantova a Roma cosi riferiva <<sotto Clemente VII il Carnesecchi hebbe in Roma tanto di autorita' et ho sentito de lui degni di fede che detto Papa haveva a dire che in caso chel cardinale di Medici Hippolito suo nipote non restasse cardinale ,come si dubitava , di volergli dare il suo cappello e farlo de Casa Medici>>

L'ufficio di segretario era uno dei piu' difficili da sbrigarsi e portava con se' una serie di importanti e delicate occupazioni. Il popolo a vedere che il Carnesecchi prendeva una parte cosi grande nel maneggio degli affari , credeva che fosse lui e non il papa che mandasse avanti tutto il meccanismo politico e dirigesse la barca dello stato. E la poesia delle persone dotte fa eco all'opinione popolare.

Questo per dire a quali livelli di potere fosse giunto quest'uomo.

La morte di Clemente VII gli togliera' tutto questo potere,

Ma intanto in lui erano maturate idee ed aveva coltivato amicizie che gli impedivano di rimpiangere il passato e che lo spingevano su una nuova strada

Da questo momento si comincia ad intuire l'uomo che vuole modificare dall'interno il sistema ecclesiastico dei suoi tempi

Era un uomo abituato all'intrigo dalla lunga milizia sotto Clemente , non agiva mai troppo scopertamente e non si esponeva mai piu' del dovuto ma continuava a tessere una fitta ragnatela di contatti

Nel 1536 nella sua casa paterna di Firenze dove si era ritirato si ebbe una straordinaria riunione di alcuni dei piu' vivaci protagonisti della storia religiosa del cinquecento :Ochino, G.P. Carafa , Caterina Cybo , Pole ,Giberti , Priuli

Delle sue azioni atte a favorire la parte eretica poco rimane , l'inquisizione a quei tempi non scherzava affatto e lui non era uomo sprovveduto da lasciar traccia di cio' che facesse , (a tradirlo saranno le sue lettere conservate da Giulia Gonzaga, lettere che gli inquisitori useranno per farlo cadere in contraddizione nonostante la sua capacita' dialettica)

Sara' lungamente , alla corte di Francia presso Caterina dei Medici, sara' a Venezia , e mai non cessera' di tener contatto e prestare aiuto agli eretici

Processato piu' volte riuscira' sempre a cavarsela in virtu' dei suoi appoggi e della sua abile dialettica , della sua capacita magica di far vedere lucciole per lanterne

La morte di Giulia Gonzaga mette nelle mani dell'inquisizione l'epistolario che la stessa teneva con lui ; quest'epistolario gli sara' fatale

 

 

 

 

 

GIULIA GONZAGA

 

 

Soggiornando a Firenze sotto la protezione di Cosimo I dei Medici si riteneva completamente al sicuro dalle mene dell'inquisizione, ma Cosimo I messo con le spalle al muro dal papa Pio V sara' costretto a consegnarlo a tradimento (si disse persino che il Carnesecchi al momento dell'arresto stesse cenando col duca stesso) nelle mani dell'inquisizione pur tentando poi di aiutarlo nel successivo processo .

Come detto l'epistolario conservato dalla Gonzaga gli sara' fatale , con quello i giudici avranno in mano le prove del suo stato di eretico.

Torturato piu' volte non coinvolgera' gli amici , morira' con grandissima dignita'

 

 

 

 

dalla "Storia del Granducato di Toscana" di Riguccio Galluzzi editore Marchini Leonardo 1822

 

Fosse in Borromeo debolezza di lasciarsi guadagnare dal Farnese , ovvero perfetta cognizione del Soggetto nominatoli dal medesimo e' certo che egli s'impegno' a proporre il Cardinale Alessandrino , il quale a pieni voti li sette gennaio resto' assunto al Pontificato. .......... facendosi denominare Pio V; ...................Niuno certamente si rallegro' di tale elezione temendo di veder risorgere in esso il genio feroce di Paolo IV , di cui si era dimostrato sempre sincero ammiratore......................

Estremamente zelante della purità della Fede introdusse un nuovo metodo nel Tribunale della Inquisizione, e sì prefisse di purgar l'Italia da tutti quei soggetti , che fossero infetti delle nuove opinioni; ne richiese perciò a varj principi per averli nelle sue forze, il che sparse per l'Italia il térrore, quale tanto più si accrebbe quando si rese noto l'impegno con cui richiese a Cosimo il Carnesecchi.

Pietro Carnesecchi Fiorentino era di una famiglia assai riguardèvole, e di quelle che seguitarono la fortuna dei Medici: servì Clemente VII in qualita' di Segretario e ciò gli meritò la protezione della Regina Caterina , la benevolenza di Cosimo, e l'acquisto di un competente Patrimonio Ecclesiastico ; dopo la morte di Papa Clemente , nauseato della permanenza di Roma , scorse per le varie Citta' dell'Italia., occupandosi unicamente delle lettere , e della conversazione dei dotti ; era egli versatissimo nelle lettere Greche e Latine , eloquente parlatore , e poeta. Passò in Francia , dove, mediante il favore, di quella Regina, e del suo proprio merito fu tenuto in sommo onore, e stimato da quella Nazione.

Siccome nei suoi viaggi avea contratto' amicizia con alcuni settarj, e singolarmente con Pietro Martire, e con Bernardino Ochino, s' imbevve percio' facilmente delle loro opinioni: ciò diede occasione alla Inquisizione di Roma di processarlo mentre era in Francia , ma il favore di quella Regina pote' liberarlo da ogni molestia. Nel 1552 ritornò in Italia , e stabili la sua dimora in Venezia, dove nel 1557 giunsero novamente a turbarlo le citazioni di Roma , e: in conseguenza il terrore dell'inesorabile Paolo IV. In tale occasione la protezione del Duca fu efficace a salvarlo dalle mani dell'Inquisitore Fra Míchele per mezzo di commendatizie, proroghe, e attéstazioni d'infermità, tanto che lo trattenne dal comparire , finché ebbe' vita quel Papa. Successe poi Pio IV. , e allora non fù dìfficile a Cosimo di renderlo immune da qualunque molestia , che anzi volle si portasse egli medesimo a Roma a difendere la propria causa : nel 1561 ne riporto' una sentenza assolutoria, che lo dichiarava purgato da ogni macchia d' imputazione, e riconosciuto per vero Cattolico, e obbediente alla Chiesa Romana. Dopo tanti travagli prevalse nondimeno nel Carnesecchi il fanatismo alla prudenza , poiche' non solo continuò con i settarj le antiche corrispondenze , ma apparve ancora complice , e fautore della evasione del Pero. Era questi Pietro Gelido da Samminiato, denominato comunemente il Pero, Ecclesiastico di molta dottrina, esercitato anch' esso in sua gioventù neila Corte di Clemente VII. Avea servito il Duca con carattere di Segretario alla Corte di Francía , e poi trattenutosi alla Corte di Ferrara si era meritato la benevolenza della Duchessa Renata , per opera della quale s'imbevve delle nuove opinioni di Calvino, che essa professava palesemente. Dipoi il Duca Cosimo lo dichiaro' suo Segretario Residente presso la Repubblica di Venezia, e dal 1552 al 1561 servì in questo incarico con molta lode, e sodisfazione del suo Principe. Ma infine la familiarità, e domestica conversazione del Carnesecchi avendo posto in agitazione il suo spirito, mosso dal fanatismo si risolvè di abbandonare l'Italia . e portarsi in Francia presso la Duchessa Renata per professare liberamente la nuova Setta con la di lei protezione . I Fiorentini della Regina avendolo diffamato per uno spione di Cosimo lo posero in necessita' di ritirarsi in Ginevra ,dove incorporatosi con quella Chiesa , e ridottosi a mendicare il cibo ,scriveva a Cosimo lettere oratorie , perche' inducesse il Papa a convocare un Concilio nel centro della Germania , e v'intervenisse personalmente. Fu comune opinione che il Carnesecchi , oltre ad aver fomentato il Pero a questa risoluzione , lo ajutasse ancora con le rimesse di danaro. Nondimeno egli si stava in Firenze godendo il favore del Duca , e conversando con esso domesticamente , essendo quel Principe singolarmente inclinato alla compagnia degli uomini di lettere . Questa tranquillita' del Carnesecchi doveva pero' essere turbata sotto un Papa Inquisitore , a cui erano ben noti i suoi andamenti , le corrispondenze , e le antecedenti imputazioni.

Considerando Pio V , che siccome costui era il piu' autorevole e illustre corrispondente dei Settarj in Italia. il toglierlo di mezzo era percio' della massima importanza per estirpare da questa Provincia il seminio delle nuove opinioni. Sapeva la protezione , che avea Cosimo per il medesimo , e trattò in Congregazione del modo di obbligarlo con gli ufficj per non avere una negativa. Ecco come il Cardinale Pacecco li diciannove di Giugno prevenne il Duca di questo affare: Dalla lettera ,che N.S. scrive a Vostra Eccellenza , e dalla persona , che spedisce, potra' Ella ben giudicare di quanta premura sia il negozio , che il Padre Maestro Le dirà , nel quale Le posso assicurare che ho visto con i miei occhi cose nuovamente scoperte, che non solo non si possono dissimulare , ma sarebbe gran peccato davanti a Dio se sua Santita' non ne venisse a capo , e di Vostra Eccellenza come Principe Temporale se non desse al Papa tutto il favore , di cui ha bisogno per fare il suo uffizio come Vicario di Gesu' Cristo . Sua Santita' mi ha parlato di questo affare con gran premura e ansieta', e io l'ho assicurata di due cose , l'una che in tutta la Cristianita' non vi e' principe piu' zelante della gloria di Dio , e delle cose della Inquisizione quanto Vostra Eccellenza, e Sua Santita'conosce molto bene questa parte in Lei , e la predica. L'altra che per suo particolar contento e consolazione non vi sarebbe cosa per grave che fosse , che Ella non facesse , e mi ha detto che non poteva venir negozio in cui Vostra Eccellenza gli potesse mostrare il suo animo come questo ;e per dichiararglielo in una parola diro' che mi commesse nella Congregazione due volte che io venissi in persona a far l'uffizio, che viene a fare il P.Maestro, e se gli illustrissimi miei Colleghi non avessero disapprovato questa risoluzione non mi scaricava di tal peso ,dicendo queste parole : << Se bisognasse per la buona spedizione di questo affare che andassi io in persona lo farei volontieri , perche' questo e' il mio uffizio. >>

Non si meravigli Vostra Eccellenza che per un uomo solo si faccia questa istanza , perche' sarebbe possibile ricavare altre cose che importassero moltissimo , e forse qualcuna che fosse di suo servizio. La supplico intanto che , considerando questo negozio con la sua solita Cristianita' e prudenza , si risolva in quello come suole nelli altri maggiori , tenendo Dio davanti agli occhi , e tenendo ancora per certo che da questo caso dipendera' gran parte della buona corrispondenza , che Vostra Eccellenza deve tenere col Papa in questo Pontificato ecc.

Fu percio' spedito a Firenze il Maestro del Sacro Palazzo , accompagnato da una lettera di proprio pugno di Sua Santita' in data del 30 Giugno del seguente tenore : Dilecte fili ecc..Per causa molto importante al servizio di Sua Divina Maesta', e della Religione Cattolica mandiamo il portatore della presente Maestro del nostro Sacro Palazzo , e e quando non fossero stati i caldi eccessivi avressimo mandato il Cardinale Pacecco per la stessa causa , tanto l'abbiamo a cuore per l'importanza suddetta , nella quale dara' ad esso Maestro quella credenza , che daria a nostra medesima persona. Cosi Sua Divina Maesta' benedicavi ecc..Cosi vigorose premure del Papa posero il Duca Cosimo in un grave cimento, ma prevalendo in esso il desiderio di guadagnarsi la sua benevolenza , e dimostrare il zelo per la Religione , delibero' di concederlo , lusingandosi che in progresso i buoni ufficj , e forse la giustizia della causa avrebbero potuto renderli la liberta'. Condotto a Roma li quattro di Luglio fu rinchuso nelle carceri della Inquisizione . Dopo nove mesi di silenzio il Duca spedi espressamente al Papa per implorare la di lui clemenza , e impiego'a questo effetto l'autorita', e il favore dei Cardinali ; tento' di scusarlo , attribuendo i suoi errori a leggerezza piuttosto che a matura riflessione ; ma tutto fu inutile perche' il Carnesecchi si aggravava da per se stesso nei costituti .Li ventuno di Settembre 1567 fu letta pubblicamente la sua sentenza e dichiarato convinto di trentaquattro opinioni condannate ; fu privato di tutti gli onori , dignita', e benefizj , e consegnato al braccio secolare; gli fu posto indosso il Sambenito , dipinto a fiamme ,e diavoli , fu degradato. Si tento' a nome del Duca di muovere il Papa a compassione per risparmiarli l'ultimo supplizio ; e siccome era impenitente , Sua Santita' sospese l'esecuzione per dieci giorni , promettendo la grazia qualora si convertisse . Un Cappuccino da Pistoja fu incaricato di esortarlo , e ridurlo con la speranza della vita , ma egli godeva di disputare , e non di pentirsi , e sprezzava la morte . Riconosciute inutili le prove di Fra Pistoja li 3 Ottobre 1567 fu decapitato in Ponte , e abbruciato. Sostenne fino alli ultimi momenti il suo fanatismo , e volle intervenire alla esecuzione come in pompa, affettando di avere biancheria , e guanti nuovi , ed eleganti , giacche' il Sambenito infiammato non gli permetteva l'uso di altre vesti.

La compiacenza di Cosimo accrebbe certamente nel Pontefice la stima , e l'amicizia verso di esso;

 

 

 

 

..pronunciamo, sentenziamo , diffinimo et dechiariamo , che tu Pietro Carnesecchi dall'anno 1540 et seguenti sei stato eretico , credente agl' eretici , et loro fautore

 

 

 

 

 

Alcuni passi da Oddone Ortolani "Pietro Carnesecchi"

 

SENTENZA DI MORTE

(Roma, 16 agosto 1567)

Noi Bernardino di Santo Mattheo de Trani, Scipione di Santo Angelo di Pisa, Francesco di Santa Croce in Hierusalem Pachecco et Giovanni Francesco di Santa Potentiana di Gambara' de' titoli per la mìseratione divina della santa romana Chiesa preti cardinali et nella universa republica christiana contro l'heretica pravità inquisitori generali dalla Santità di nostro signore Pio per la divina providentia papa quinto spetialmente deputati, ogni giorno per esperienza vederno verificarsi quello che il divino apostolo san Paulo scrivendo a Thimoteo predisse: "Erit enim tempus cum sanam doctrinam non sustinebunt, sed ad sua desíderia coacervabunt síbí magístros prurientes auríbus et a veritate quidem auditum avertent, ad fabulas autem convertentur ", sì come in questi infelici et calamitosi tempi si vede continuamente fare da molte scelerate sette di heretici, con irreparabíl danno della republica christiana et perditione d'infinite anime, et particolarmente se può considerare nella presente causa.

Poiché, essendo tu Pietro Carnesecchi, chierico fiorentino già prothonotario apostolico, in questa corte di Roma stato allevato et liberalmente beneficato di honori, beneficii ecclesiastici et pensioni, non bavendo riguardo all'ineffabile verità della santa fede catholica né rispetto veruno all'authorità della santa romana et apostolica Chiesa, né considerando il grado tuo ma deviando dalla diritto strada della vera salute, cadesti in alcune beresie contro la detta santa fede et tenesti et credesti molte et diverse opinioni beretiche et erronee:

Et prima dal 1540 in Napoli, instituito dalli quondam Giovanni Valdés spagnolo, Marc'Antonio Flaminio et Bernardino Occhino da Siena et conversando con loro et con Pietro Martire' et con Galeazzo Caracciolo et con molti altri beretici et sospetti d'heresia, leggendo il libro Dei beneficio di Christo et scritti del detto Valdés.........................................................................................................................................................

Invocato il santissimo nome di nostro signore Jesu Christo et della gloriosissima vergine Maria , dalla faccia delli quali procedono li retti giuditii et gli occhi dei giudici riguardano la verita', in questa causa et cause vertenti nel Santo Officio , tra il magnifico m. Pietro Belo procuratore fiscale di esso Santo Officio, da una parte e te Pietro Carnesecchi, reo, processato , confesso et colpevole respettivamente ritrovato, dall'altra parte , per questa sentenza definitiva, che in questa scrittura proferimo, pronunciamo, sentenziamo , diffinimo et dechiariamo , che tu Pietro Carnesecchi dall'anno 1540 et seguenti sei stato eretico , credente agl' eretici , et loro fautore , et recettatore respettivamente , et percio' sei incorso nelle sentenze, censure e pene legittime et ecclesiastice, dalli sacri canoni, leggi, et constitutioni, cosi generali come particolari, a simili delinquenti imposte. Et attesi tanti inganni fatti alla Santa Chiesa ,et tanti periurii , varieta', vacillationi , et l'incostantia et instabilita' tua et la durezza nel confessare la verita', et la impenitentia da te mostrata in molte cose , per molti segni , et tra gl'altri essendo prigionenel scrivere et dare avisi in favore di heretici ,come si e' detto,et la inveterata vita nelli errori et conversatione d'heretici et l'incorrigibilita'tua,poiche' in tre altre instanze oltra di questa e' stato giudicato di te et tua causa,havendo in quelle deluso et et ingannato il Santo Offitio, né doppo le prefate due assolutioni ti sei emendato né corretto, et considerando che perciò il Santo Offitio di te non si può più fidare né haverne sigurtà che sii vera et sinceramente pentito, né può sperarne correttione alcuna; per questo similmente ti dichiaramo et giudichiamo heretico impenitente, fintamente converso et diminuto et esser ipso iure privato, et quatenus opus est di nuovo ti priviamo d'ogni grado, honore et dignità et de' beneficii, pensioni et offitii ecclesiastici et temporali, qualunche si siano et in qualsivoglia modo qualificati, et quelli essere vacati dal tempo delle tue beresie, et doppo quello te essere stato inhabile a conseguirli, et alla confiscatione de tutti li tuoì beni mobili et stabili et semoventi, ragioni et attioni, secondo la dispositione de' sacri canoni, da applícarse sì come l'applichiamo a chi di ragione si debbono.Et come incorrigibíle, impenitente et fintamente converso parimente dechiaramo et decretiamo dovere essere degradato, sì come ordiniamo che sii attualmente degradato, dalli ordini nelli quali sei constituito. Et così degradato ex nunc prout ex tunc come inutil palmíte"' ti scacciamo dal foro nostro ecclesiastico et dalla / protettione della nostra santa Chiesa et diamo et relassiamo alla corte secolare, cioè a voi monsignore governatore di Roma, che lo riceviate nel vostro foro et a vostro arbitrio da punirsi con debito gastigo, pregandovi però si come caldamente vi preghiamo a moderare la sentenza vostra intorno la persona sua senza pericolo di morte et effusione di sangue.

Ita pronunciamus nos cardinales inquisitores generales infrascripti

Bernardinus cardinalis Tranensis

Scipio cardinalis Pisarum

Franciscus cardinalis Pacheco

Ioannes Franciscus cardinalis de Gambara

 

La pubblicazione della sentenza avvenne nel corso di un solenne autodafe'svoltosi nella chiesa della Minerva in Roma al quale Pio V volle dare particolare importanza appunto per la funzione d'esempio che la condanna dell'alto prelato doveva assumere presso i componenti della Curia. A tutti i cardinali di stanza a Roma venne imposto di parteciparvi

come eretico impenitente, fu condannato alla degradazione, alla perdita di tutti i benefici ecclesiastici e alla consegna al Governatore di Roma (braccio secolare) per l'applicazione "del debito castigo" (che nella fattispecie era la pena di morte) con la solita ipocrita formula intesa "a moderare la sentenza nostra intorno alla sua persona senza pericolo di morte ed effusione di sangue".

 

......Segui la lettura della sentenza del secondo condannato a morte. e poi i due vennero condotti in sagrestia per subire la degradazione. Carnesecchi passo' in mezzo a una folla di grandi personaggi quasi tutti da lui conosciuti che lo guardavano con interesse misto a disprezzo. anche in questa occasione volle far sfoggio di superiorita' agli eventi e a un gentiluomo di vista corta che si sporgeva per guardarlo <<Non vi affaticate tanto per vedere questo ricamo >>disse gentilmente , alludendo alla veste d'infamia con la quale era stato coperto << ecco che ve la mostro con comodita'>> e al proprio compagno di sorte fu sentito dire : <<Padre ,noi andiamo vestiti a livrea come se fussi di carnevale>>

 

Il primo ottobre 1567 il C. (in questi casi la decapitazione doveva precedere il rogo) lasciò il carcere di Tor di Nona e salì al patibolo con dignità e decoro. Il taglio della testa, notano gli agenti di Cosimo I che assistettero all'evento, avvenne senza problemi nella piazzetta antistante il ponte S. Angelo. Qualche problema ci fu per l'azione del rogo a causa della pioggia.

 

e ancora

 ................. Al momento di lasciare il carcere Carnesecchi non pronuncio' parole di circostanza ,ne' lascio' ricordi personali ; soltanto quando fu sul punto di muoversi verso il luogo dell'esecuzione, scorgendo che la minaccia di pioggia era cessata per il tempo che gli restava da vivere si tolse il ferraiolo per donarlo ai confortatori. Apparve allora elegantissimo, come se si recasse a una gran festa con indosso un vestito << tutto attillato con la camicia bianca ,con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano>> . Fra i presenti si rinnovo' l'ammirazione che al cronista dell'autodafe'della Minerva aveva fatto esclamare << pulcherrimus erat aspectu et magnum nobilitatis signum ostendebat >>

 

Il tragico corteo si mosse alle sei del mattino.......Agli scarsi spettatori Carnesecchi apparve straordinariamente sereno e sicuro di se'; sali' sul palco con atteggiamento di alto decoro e di distacco di quanto accadeva intorno a lui <<nel condursi non mostro' vilta' non per altro se non per ostentatione del mundo e perche' andasse fuori voce che lui fosse morto con molta costantia per la nuova religione.>>

 

............Due anni dopo Cosimo I riportava il premio del suo tradimento e riceveva il titolo ambito di Granduca e una Bolla pontificia che diceva come per suo merito, per la sua virtu'e per la prudenza la provincia della Toscana era , tra tutte le altre, la piu' libera dalla perniciosa tabe delle pestifere eresie

 

(Da Agostini Antonio "Pietro Carnesecchi e il movimento Valdesiano" )

 

 

 

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Molto piu' acutamente Massimo Firpo e Dario Marcato ne "I processi inquisitoriali ......" dicono :

 Piuttosto, è lecito ipotizzare che altri furono forse gli strumenti di pressione messi in campo dal pontefice: vale a dire da un lato la minaccia di scatenare anche a Firenze una poderosa offensiva inquisitoriale, come già stava avvenendo in molte città italiane, e dall'altro l'impegno a non utilizzare ai danni dell'establísbment cittadino la nuova documentazione caduta nelle mani del Sant'Ufficio e, a maggior ragione, gli eventuali elementi d'accusa scaturiti dagli interrogatori del protonotario in relazione a uomini e ambienti vicini alla corte medicea. Il che era agevole supporre da parte di chiunque - a cominciare dal duca stesso - fosse stato a conoscenza delle deviazioni e complicità eterodosse di cui si erano resi responsabili negli anni quaranta e oltre alcuni dei patrizi e degli intellettuali più vicini alla corte medicea, da Bartolomeo Panciatichi ad Alessandro Del Caccia, da Giovan Battista Ricasoli a Pietro Gelido, da Pierfrancesco Riccio a Benedetto Varchi, da Cosimo Bartoli a Giambattista Gelli, da Ludovico Domenichi allo stesso Carnesecchi ". t bene non dimenticare, insomma, che mentre quest'ultimo sarebbe stato processato, condannato e giustiziato a Roma a causa delle dottrine valdesiane da lui professate e diffuse per un quarto di secolo, i sacri riti del potere mediceo non avrebbero cessato di essere celebrati nell'antica basilica di San Lorenzo, dove splendevano i "chiari colori" con cui tra il 1545/46 e il 1558 - e non certo senza il consenso e l'avallo del duca - Iacopo da Pontormo e poi il suo allievo Bronzino avevano trasferito nei grandiosi affreschi del coro lo spirito e la lettera del catechismo dell'esule spagnolo pubblicato nel '45 `. Non più tardi del 24 marzo 1562, del resto, un vecchio amico e confidente del protonotario come il Gelido, all'indomani della sua fuga a Ginevra nella cui Chiesa si era ormai "incorporato", concludeva una sua lettera a Cosimo con l'esortazione ad astenersi dal "perseguitare i membri di Christo, il quale in un momento può mandarli altretanta calamità e ruina quanta in tanto tempo le ha data felicità et grandezza", e l'augurio che Iddio si inducesse infine a "darle vera cognitione della verità, accioché la sia ministro e istrumento di Dio per persuadere al papa che, deposto ogni ambitione et ogni interesse, voglia una volta che si vegga et si conosca il vero di questa causa, come farebbe se egli medesimo volesse congregare un concilio legittimo nel mezzo di Germania, trovarvisi in persona et che davvero si riformasse la Chiesa". Tutto ciò consente di ipotizzare che ciò che Cosimo chiese in cambio della consegna a Roma del Carnesecchi non fu tanto la corona granducale, che ne sarebbe stata piuttosto una ricompensa, una sorta di riconoscimento dell'ormai consolidata fama di "grande essecutor de lo que se ordena en la Inquisición en Roma", come avrebbe scritto nel '68 l'ambasciatore spagnolo presso la santa sede ". Ciò che forse il duca chiese - e ottenne - fu piuttosto una garanzia di impunità per sé e per il mondo che più da vicino lo aveva circondato negli anni dell'aspro conflitto contro Paolo III e Paolo IV, quando anche le dottrine valdesiane erano potute apparire al suo sguardo di spregiudicato uomo politico un'arma con cui combattere contro le prepotenti invadenze della corte papale, di schierarsi al fianco e nell'ombra di Carlo V, di appoggiare l'irenico riformismo che gli 'spirituali' avevano cercato di proporre anche in sede conciliare, di lottare contro la sorda opposizione piagnona. Ma ora quel mondo era tramontato per sempre: e se il prenderne realisticamente atto e schierarsi di conseguenza non dovette comportare eccessivi scrupoli di coscienza per il duca, gli impose tuttavia di fare qualcosa per mascherare e nascondere a occhi, indiscreti un passato religioso non proprio esemplare dal punto di vista della nuova ortodossia tridentina. Di qui la decisione di consegnare a Roma il Carnesecchi, mentre al pennello del Bronzino in San Lorenzo (1565-69) e alla penna del Vasari nella Vita del Pontormo (1568) veniva affidato il compito far dimenticare il significato religioso degli affreschi valdesiani scoperti solo dieci anni prima nella basilica medicea". Ne offre una pur indiretta riprova il fatto che, nonostante il lungo sforzo per spremere dalle esperienze e dai ricordi del protonotario tutto quanto egli sapeva su eretici e sospetti del passato e del presente, il tribunale romano evitò di porre domande imbarazzanti sul conto di Cosimo de' Medici, che per parte sua il Carnesecchi volle sempre presentare come "principe tanto catholico" `. E ciò a dispetto della sua stessa testimonianza su alcuni dei più stretti collaboratori del duca, come per esempio il Panciatichi e il Rícasoli, nei confronti dei quali da parte di Roma non fu preso alcun provvedimento alla fine del processo nonostante essi fossero ancor vivi e vegeti a Firenze`. 11 che autorizza il sospetto di una sorta di scambio tutto politico tra l'impunità per sé e la sua città ottenuta dal duca (e forse offerta dal papa) e l'abbandono del Carnesecchi al suo destino, senza lasciargli neanche la possibilità di sottrarsi all'arresto con una fuga da Firenze, o almeno di sbarazzarsi di carte e libri compromettenti...................................................................................................................................................................Per parte suo papa Pio V, che riusciva finalmente ad acciuffare quell'eretico impenitente sottrattosi solo pochi anni prima al Sant'Ufficio non nascose la sua soddisfazione e subito, appena avuta notizia dell'arresto, il primo luglio, volle che il cardinal nipote ringraziasse il duca mediceo: "Nostro Signore è restato intieramente satisfatto di Vostra Eccellenza nel successo di questo negotio", esordiva Michele Bonelli, assicurandolo peraltro che il pontefice non aveva mai dubitato di trovare piena collaborazione da parte sua e facendogli sapere che "non cessa di laudarla quanto meritamente si deve per ogni rispetto" e, oltre a impartirgli la benedizione apostolica, "promette serbarne viva et grata memoria": "Se molti altri principi christiani fossero simili allei in questa parte et dallei pigliassero essempio per l'avenire - concludeva -, le cose della religione piglíarebbon forma migliore et più servitio sarebbe del signor Iddio et maggior benefitio consequentemente di tutto '1 christianesmo" `. Concetto sul quale avrebbe insistito all'indomani della conclusione di quel processo anche il cardinale Scipione Rebiba che, nello scrivere all'inquisítore di Mantova il 5 novembre 1567 per sollecitare analoghi comportamenti da parte di Guglielmo Gonzaga, avrebbe additato ad esempio proprio "íl signor duca di Fiorenza et il signor viceré di Napoli, ch'hanno dato nelle mani della santissima Inquisitione quelli che gl'erano molto e molto cari, e per tal causa poi sempre odiosi" .Quali che fossero le argomentazioni del Manrique, esse valsero comunque a convincere subito il duca mediceo, che la sera stessa del suo arrivo - il 22 giugno - ordinò l'arresto del Camesecchi. Il bargello si presentò a casa sua con tre uomini che provvidero a effettuare una perquisizione, al termine della quale fu stilato un inventario dei 65 pezzi sequestrati e poi inviati a Roma, da cui il Sant'Ufficio avrebbe tratto nuovi elementi in grado di orientare gli interrogatori e di arricchire il poderoso arsenale probatorio già in suo possesso: scritti del Valdés e del Flaminio, lettere di quest'ultimo, del Priuli, della Gonzaga, minute del protonotario, scritti sull'eucaristia, documenti relativi all'ultimo processo del 1560-61 , il cui originale era peraltro custodito negli archivi inquisitoriali. Dopo le carte napoletane, il dossier a carico del Carnesecchi si arricchiva ora di quelle fiorentine,.......................

 

 

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Da: Storia d'Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789. -Di Carlo Botta - Ed. Capolago, Tipografia Helvetica 1835. Pag. 338

"...il 26 di Agosto 1567

.......- Pietro Carnesecchi fu dannato a morte come convinto di trentaquattro opinioni condannate. Fugli letta pubblicamente la sentenza il ventuno del mese seguente. Consegnato al braccio secolare, gli fu posto adosso il sanbenito dipinto a fiamme e diavoli. In quell'estremo passo non dispero' Cosimo (De' Medici) di muovere a compassione il pontefice- Sospese Pio (V) l'esecuzione per dieci giorni, promettendo la grazia, qualora il dannato le eretiche opinioni ripudiasse ed alle cattoliche ritornasse. Mando' anche un cappuccino ad esortarlo. Ma fu indarno; perche' non che si convertisse egli, voleva disputando convertire il cappuccino, e sprezzava la morte. Fu decapitato in Ponte, poi abbruciato (il)

-1° ottobre 1567.

Sostenne sino all'ultimo con singolare costanza il terribile apparato e l'aspetto della morte stessa. Volle anzi andar al patibolo come in pompa e con biancheria e guanti nuovi ed eleganti, giacche' il sanbenito non gli permetteva l'uso d'altre vesti. Gli scrittori ecclesiastici. e specialmente il Baronio, riprendono chi scrisse che il Carnesecchi sia stato arso vivo, anzi affermano che l'Inquisizione di Roma non usava mai tal sorte di troppo crudele supplicio; il che fu vero, almeno quanto al Carnesecchi. Vogliono che il sant'Officio, prima di bruciare gli eretici, gli facesse o decapitare o impiccare; ma certamente il sambenito si accendeva prima della morte, e mentre ardeva decapitavasi o strangolavasi il condannato. Che pieta' e moderazione di pena fosse quella, e se l'inquisizione avesse motivo di vantarsene, il lettore giudichera': funeste parti di storia sono queste."

 

 

 

Già abbiamo veduto come la riforma avesse acquistato non pochi fautori in Italia. I semi delle nuove dottrine avevano allignato con maggior vigore in Toscana, massimamente nelle sue città principali Firenze, Siena patria dei Sozzini, Pisa, Lucca, o ciò provenisse dall' attività che danno agl' ingegni le lettere, o dalla maggior prontezza che deriva negli animi dalle rivoluzioni, o l'amore della libertà la quale, quando si perde pella parte politica, si getta nella parte religiosa, desiderando l'uomo di esser libero almeno dentro quando non é più fuora. A molti segni ciò si conosceva. Cinque studenti di Pisa avevano oltraggiata la statua di un santo, il proposto di Lari aveva portato nella processione del coipo del Signore l'ostensorio sinz' ostia, nel duomo alla messa parrocchiale il calice si trovò indegnamente contaminato con orribile sozzura, eccessi veramente degni non solo di riprensione, ma di castigo , e che il principe né poteva né doveva tollerare. Simili enormità succedevano in altri luoghi della Toscana con grave scandalo dei fedeli. Cosimo usava grandissima vigilanza non solamente per frenare ma per prevenire disordini tanto detestabili ; le sue spie si affaccendavano in ogni luogo, le sagrestìe stesse non ne andavano esenti; imperciocché per venire in cognizione dei progressi che potesse fare nascostamente ne'suoi stati lo spirito della riforma, voleva sapere se scemasse il numero delle persone che andavano a comunicarsi, ed a questo fine impose che gli mandassero dalle sagrestìe la nota del numero delle ostic che si consumavano.

Il tribunale ecelesiastico, cioé l'inquisizione, vegliava ancor esso queste scandalose pratiche, e fulminava processi adosso ora a questo ora a quello : né contentandosi il frate che ne avea cura di udire quanto gli si rapportava o dagli uomini di sincero cuore per religione o dai malevoli per vendetta o dai cupidi per interesse , andava o mandava interrogando la gente semplice e idiota sulle dottrine della fede; e se alcuno rispondeva ( senza nemmeno sapere che si rispondesse) poco sanamente, come facilmente avveniva, tosto il processava come sospetto; cosa che riusciva di terrore anche a coloro che non avevano mai udite altre parole intorno alla fede che quelle del loro parrocchiano. Erravasi per eccesso da una parte, erravasi anche per eccesso dall'altra.

Ciò succedeva non tanto in Toscana, quanto in altre parti d'Italia. Ciò nondimeno parendo al pontefice, che siccome i principi volevano che i loro deputati assistessero ai processi dell' inquisizione, e che anzi Cosimo aveva ordinalo che il nunzio gli rendesse conto dei medesimi , e le sentenze non si eseguissero senza il suo consentimento, quel tribunale per così dire imbrigliato non fosse un freno sufficiente contro i novatori, si era deliberato di tentare altra via per arrivare al suo fine. Percuotere i capi per atterrir i seguaci, e tirargli dai paesi forestieri all' inquisizione di Roma gli parve risoluzione conforme al suo desiderio. La signoria di Venezia gli diede agevolmente in mago Giulio Zanntti, ricoveratosi in Padova per querela d'eresia. La repubblica si scuso di un alto che non era senza bruttura, allegando che il Zanetti era nato in Fano, e però suddito del papa. Per quasi tutti i dominii si andava ricercando di tali persone,onde i popoli si spa; ventavano ed in alcuni luoghi tumultuavano, come in Mantova accadde. I principi secondavano la volontà di Pio, chi per mostra di religione, chi per timore del papa, chi pel terrore che avevano concetto per gli avvenimenti tremendi di Germania e di Francia, dove si era veduto e vedeva tuttavia che la riforma della religione aveva portato con sé la ribellione dello stato.

Fra i principali contaminati Pietro Carnesecchi fu d'esempio spaventevole che o non bisogna scostarsi dalle credenze comuni o fuggire là dov' esse non si professano. Dimostrò anche con una lacrimevole fine, che impotenti sono in tali casi le amicizie dei principi e mal sicuro scudo contro i fulmini del Vaticano. Era il Carnesecchi nato in Firenze da famiglia onciatissima fra quelle che scopertesi insin dal principio in favore della casa de'Medici, loro erano sempre state fedeli così nella prospera come nell ' avversa fortuna. Personaggio di molte buone qualità, si era esercitato nella carica di protonotario in Roma, dove Clemente VII l'aveva amato ed in molti modi onorato. Le novelle opinioni poscia lo avevano sviato. Teneva corrispondenza coi più famosi eresiarchi di quei tempi, Ochino, Pietro Martire, Valdez, Vergerio : ne teneva con Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga sospette ancor esse, e col celebre letterato Marcantonio Flaminio che pareva seguitare le medesime dottrine : ne teneva finalmente con Galeazzo Caràccioli marchese di Vico, famoso personaggio di quell'età; il quale condottosi in Ginevra, vi aveva abbracciato la riforma. Aveva anche commercio di lettere con la duchessa Margherita moglie di Emanuele Filiberto di Savoia, la quale si vedeva essersi imbevuta delle nuove massime alla corte di Francia.

Per queste ragioni Carnesecchi era stato messo una prima volta nelle mani dell'inquisizione, ma pei favori fattigli dal duca di Firenze rimesso in libertà, promettendo di vivere cattolicamente. Ma ritiratosi in Francia, dove fu beo veduto dalla regina Caterina, vi aveva continuate le sue pratiche sospette, e particolarmente vissuto in molto stretta famigliarità con Melantone. Paolo IV che non era uomo da tollerar queste cose, l'aveva falto citare, processare e sentenziare per eretico dal santo offizio, ma in contumacia, non essendosi presentato in giudizio. Favorillo di nuovo il duca, fu dal novello pontefice novellamente assoluto, sì veramente che da quindi innanzi al grembo della Chiesa ritornasse e stabilmente vi si mantenesse. Ma il fato tirava il pertinace Carnesecchi. Ostinossi nell'eresia, fecesi beffe della fede e riti cattolici, scrisse in disonore del pontefice.

Molte erano le sue sentenze contrarie alla dottrina cattolica :

Che la fede sola salvava senza il concorso delle opere;

Che non pecca mortalmente chi non osserva i digiuni;

Che non tutti i concilii generali aveano avuto l'assistenza dello Spirito Santo;

Che la confessione e la cresima non fossero sacramenti;

Che fosse falsa la dottrina delle indulgenze e mera invenzione dei papi per cavar denaro dai popoli;

Che non vi fosse purgatorio;

Che il papa era solamente vescovo di Roma, e non aveva potestà sulle altre chiese;

Che nell'eucaristia non vi fosse transubstanziazione, quantunque credesse a guisa dei luterani alla presenza del corpo di Cristo nell'ostia consecrata;

Detestava i frati e le monache, chiamandogli peso inutile della terra, nati solo per mangiare e divorarsi le sostanze dei poveri;

Condannava l'invocazione dei santi;

Sosteneva che non si può far voto di castità, e che il farlo é un tentare Iddio;

Credeva lecito mangiare nei giorni proibiti ogni sorte di cibi, e sì gli mangiava;

Protestava potersi da chiunque senza peccato serbare e leggere i libri degli eretici.

Con una soma di tali opinioni non si sa capire come il Carnesecchi si sia ardito, come fece, di venirsene stare a Firenze, città così vicina a Roma, e soggetta ad un principe che per avere picciolo e debole stato era in necessità di condiscendere ad ogni istanza. Di tanta imprudenza fu verisimilmente cagione l'affezione che Cosimo gli portava e la mansuetudine di Pio IV. Ma l'aver perseverato nella medesima stanza quando fu assunto al trono pontificale il terribile frà Michele, pare piuttosto in lui pazzia o acciecamento che Dio gli mandava, che animosa risoluzione. Certamente Carnesecchi non poteva vivere sicuro accosto a Pio V. Fuggire e ben lungi era il solo scampo che gli restasse.

Una nuova imprudenza per non dire temerità venne ad accrescere la soma delle sue colpe verso Roma, e il sospingeva al suo destino. Si era egli falto membro di una società formata in Toscana per ajutar col denaro quelli che cadessero in mano dell' inquisizione. Né in ciò si contenne , perciocché favorì anche palesemente la fuga di Pietro Gelido da San Miniato, denominato comunemente il Pero, ecelesiastico di molta dottrina, favoritissimo per lo avanti di papa Clemente,poi presentemente di Cosimo. Scopertosi calvinista ( di tali opinioni erasi infermato alla corte di Ferrara ai tempi della duchessa Renata ), fuggl primieramente in Francia, poscia a Ginevra. Il Carnesecchi l'aveva in ciò sovvenuto di consiglio e di denaro : l'opera era pietosa, ma gli era attribuita a complicità.

Seppesi il papa tutte queste cose, e volle ferire per esempio e terrore degli altri quella principale e famosa testa. Fece ufficio assai premuroso appresso a Cosimo, perché a fine di giustizia gliel concedesse ; poi pel medesimo effetto gli scrisse di proprio pugno un breve, mandandone portatore a Firenze il maestro del sacro palazzo. Il duca sapeva che il darlo era un mandarlo a morte ; pure il diede per acquistarsi la grazia di un pontefice temuto : anzi vogliono alcuni che gli scrivesse che per la fede gli avrebbe consegnato, mani e piedi legati, il proprio figliuolo nonché il Carnesecchi. Tanto tenero eradella fede il principe avvelenatore e pagatore di sicari ! Tentò ciò non ostante con replicate lettere, usando anche l'intercessione dei cardinali, di mansuefare l'animo di Pio. Il papa desiderava di compiacerne] o; ma Carnesecchi non tanto che desse segni di volersi ravvedere, sempre più si ostinava nelle sue opinioni, e ne'suoi costituti si aggravava.

Il ventisei d'agosto del 1567 fu dannato a morte come convinto di trentaquattro opinioni condannate. Fugli letta pubblicamente la sentenza il ventuno del mese seguente. Consegnato al braccio secolare, gli fu posto adosso il sanbenito dipinto a fiamme e diavoli. In quell'estremo passo non disperò Cosimo di muovere a compassione il pontefice. Sospese Pio l'esecuzione per dieci giorni, promettendo la grazia, qualora il dannato le eretiche opinioni ripudiasse ed alle cattoliche ritornasse. Mandò anche un cappuccino ad esortarlo. Ma fu indarno ; perché non che si convertisse egli, voleva disputando convertire il cappuccino, e sprezzava la morte. Fu decapitato in Ponte, poi abbruciato. Sostenne sino all'ultimo con singolare costanza il terribile apparato e l'aspetto della morte stessa. Volle anzi andar al patibolo come in pompa e con biancheria e guanti nuovi ed eleganti, giacché il sanbenito non gli permetteva l'uso <l' oltre vesti. Gli scrittori ecelesiastici, e specialmente il Baronio, riprendono chi scrisse che il Carnesecchi sia stato arso vivo,

anzi affermano che l'inquisizione di Roma non usava mai tal sorte di troppo crudele supplici" ; il che fu vero , almeno quanto al Carnesecchi. Vogliono che il san t'officio , prima di bruciare gli eretici, gli facesse o decapitare o impiccare; ma certamente il sanbenito si accendeva prima della morte, e mentre ardeva decapitavasi o strangolava" il condannato. Che pietà e moderazione di pena fosse quella, e se l'inquisizione avesse motivo di vantarsene,il lettore giudicherà : funeste parti di storia Sono queste.

Gran terrore, grande costernazione averi prodotto non solamente in Toscana, ma ancora in tutta l'Italia la tragedia del Carnesecchi. Ognuno temeva per sé, pei parenti, per gli amici: il dolce e confidente conversare era sbandito insino dai più segreti colloqui delle famiglie.

Ma il papa non si restava : Cosimo proovò che l'avere dato il suo amico e il servitor fedele della sua famiglia in mano di chi credeva che la sua morte importasse alla religione, non che saziasse le voglie altrui, viepiù le accendeva. Aonio Paleario, oltre i Sozzini, avea sparso semi di dottrine sospette in Siena ed altri luoghi circostanti. Alcuni suoi scolari, in un' accademia eretta per l'interpretazione di Dante, avevano sostenuto in San Gimignaoo che l'amor delle donne può far forza alla volontà e costringerla inrimedia tomente. Ciò parre ai preti e frati, che più degli altri il dovevano sapere, una cosa molto terribile. Fecersi informazioni ed esamini su i sospetti e sn quanto potessero le donne. Molti perseguitati fugarono, alcuni portati a Romo, e dalla inqnisizione processati soffersero varie pene e castighi. Fuggivasi da Siena, fuggivasi da Firente, la rabbia religiosa vi faceva quello che arevi cessato di farvi la rabbia politica. Lo stadio di Pisa ne diventò quasi deserto, perché alcuni giovani tedeschi venutivi sotto la fade pubblica per forsi ammaestrare, presi come sospetti dall'inquisizione, ebbero per gran fortuna 1' aver salvata la vita : i compagni fuggirono l'inospita terra. Il beneficio di Cosimo che aveva fondato lo studio, e chiamatovi i più chiari professori d'Italia, per le sue condiscendenze verso l'inquisizione andava di giorno in giorno desertandosi.

Il fanatismo partoriva il rigore, il rigore la spavento : le più pazze cose si credevano, ddk più pazze se ne facevano. Cinque donne s'erano date al diavolo, l'ospedale dei matti le doveva raccettare: furono arse in Siena. Simili scene spaventavano altre parti d'Italia: dotti sospetti e fattucchiere ignoranti erano messi in fascio innanzi ai frati inquisitori. Due inffuenze contrarie si osservavano. L'Ariosto e il Sannazara, echi gli seguitava, ingentilivano i costuim,B Tasso s'apprestava od ingentilirgli, i frati ju arrozzivano ed inferocivano. Gran sorte degli uomini che Torquato abbia vinto i frati.

II rigore sulle parole e su gli atti portava con sé il rigore su i libri. Già insin dal tempo di Carlo V la facoltà di proibire certi libri s'apparteneva ai principi secolari, i quali sempre l'avevano usata, ben inteso però che qualora si trattasse di libri che toccavano le materie religiose i principi sentivano il parere delle facoltà di teologia. I pontefici stessi in ciò facevano leggi solamente per lo stato ecelesiastico, non per altri. Paolo IV volle estendere questa facoltà all'orbe cattolico, pubblicando un catalogo di libri proibiti da osservarsi in tutti i paesi che professavano la religione romana. Era il catalogo accompagnato dalla comminazione d pene severissime di arbitrio, privazione di benefizi ecelesiastici, infamia e censure per chi detti libri leggesse o ritenesse, o in un dato tempo ai ministri deputati per ricevergli non gli consegnasse. Il catalogo era diviso in tre elassi, la prima conteneva i nomi di quegli autori le opere dei quali, di qualunque argomento fossero, erano condannate tutte e del tutto; si comprendevano nella seconda quelli dei quali alcune opere erano condannate, altre tollerate ; la terza indicava alcuni libri senza nome di autore, e conteneva oltre a ciò l'espressa proibizione di tutti gli anonimi stampati dal 1519 in poi, e di tutti quelli che fossero per stamparsi per l'avvenire, senza l'appruovazione dell'ordinario e dell'inquisitore. Si aggiungeva un catalogo di più di sessanta stampatori , e si comandava che tutte le opere uscite dalle loro stamperie, di qualunque genere o sostanza o idioma si fossero, dovessero restar interdette.

L'indice era stato accettato, ma con qualche moderazione negli stati d'Italia. Il duca di Firenze volle che si eseguisse l'editto di Roma soltanto pei libri contrarii alla religione o che trattassero di magia o astrologia, lasciando libera la pubblicazione e la possessione degli altri. La repubblica di Venezia, secondo il suo costume, aveva bensì accettato l'indice, ma poi l'eseguiva a modo suo, né gli ecelesiastici Ti si ardivano far romore per le infrazioni. Negli stati italiani di Romagna ebbe la sua più forte esecuzione. Restò dall'editto di Paolo nella maggior parte, anzi quasi in tutti i paesi cattolici quel dritto che anche a dì nostri usano gli ecelesiastici, che nissun libro si stampi senza la loro appruovazione.

Quando poi il concilio tridentino riassunse a trattare di questa materia, sospesi gli animi intorno a quel che fosse per essere ordinato, gli stampatori non si arrischiavano più di stampare: l'arte si trovò scaduta,e andò a metter fiori in Svizzera e nelle città libere della Germania.

 

( da Carlo Botta storia d' Italia continuata da quella del Guicciardini , sino al 1789 )

 

Pietro Carnesecchi e' commemorato , dagli Evangelici , come martire il 2 di ottobre

 

 

 

l fondo Tordi della Biblioteca nazionale di Firenze: catalogo delle appendici - Pagina 51

di Demenico Tordi, Alan Bullock, Biblioteca nazionale centrale di Firenze - 1991 - 177 pagine

... appunti sull'albero genealogico della famiglia Medici "delineato in ...
beni di Piero Carnesecchi ad Antonio e Paolo d'Andrea Carnesecchi del 10/2/1567; ...

 

 

 

 

 

ALCUNE NOTE

 

 

 

 LA VITA DI BENVENUTO CELLINI FIORENTINO scritta (per lui medesimo) in Firenze

avvenga che tutte le volte che io gli capitavo inanzi, Sua Signoria mi dava da fare qualche opera d'importanza, per la qual cosa m'inpediva assai alla fine della mia medaglia, avvenne che misser Pier Carnesecchi,favoritissimo del Papa, prese la cura di tener conto di me: cosí in un destro modo mi disse quanto il Papa desiderava che io lo servissi. Al quale io dissi che in brevi giorni io mostrerrei a Sua Santità, che mai io non m'ero scostato dal servizio di quella.

 

 

Mentre il Carnesecchi si trovava a Viterbo ebbe una notizia che lo addoloro' profondamente . Suo padre Andrea era morto . Questi era rimasto sempre fedele alla causa dei Medici e, dopo la salita al potere di Cosimo Iaveva ottenuto anche un ufficio nella corte .Percio' il Carnesecchi scrisse una lettera al duca , in cui lo ringraziava della cortese e autorevole protezione che si era degnato di accordare a suo padre e nello stesso tempo lo supplicava di far succedere nell'ufficio rimasto vacante il maggiore dei suoi fratelli <<della qual cosa sono forzato a supplicarla tanto piu' instantemente , quanto che , havendo lei usato di far in simili casi il medesimo favore ad altri suoi servitori , si potria arguir quando lo si negasse a noi , o che ella non ci tenesse in quel numero , come pur ci persuadiamo d'essere , o che il subbietto non li fusse parso habile a un tal grado , donde quella puo' facilmente pensare quanta vergogna et danno fusse per redundar a noi et alla casa nostra>>. E concludeva col rimettersi in tutto e per tutto alla gentilezza e alla cortesia del Duca e con l'augurarsi << di poter servirlo in modo corrispondente alla sua volonta'>>

Lettera di Pietro Carnesecchi a Cosimo I Archivio Mediceo Filza 357 carta 771 da Viterbo li XXII di Luglio MDXLII

 

 

 

 

 

OPERE LETTERARIE DI PIETRO CARNESECCHI

 

Capitolo XII Antonio Agostini Pietro Carnesecchi e il movimento Valdesiano

 

Prima di procedere avanti col nostro racconto, occorre che ci fermiamo un poco per vedere se il Carnesecchi scrisse qualche opera e lasciò dietro di sè qualche monumento del suo ingegno. Poichè uno storico di gran fama ha detto che egli fu buon poeta e forbito scrittore in latino e in italiano e un altro si augura che sorga qualcuno a raccogliere le sue opere, perchè in quella'maniera sarà restituito non solo un martire al cristianesimo e un cittadino alla patria, ma anche un elegante scrittore alla nostra letteratura

Mi sembra che non sia fuori di luogo il ricercare quali furono veramente questi scritti, se essi esistono ancora, oppure se si può rinvenire qualche accenno, qualche traccia che comprovi la loro esistenza.

Il Carnesecchi era tenuto in grande stima e considerazione dagli artisti e dai letterati del suo tempo. Tutti quelli che parlano di lui sembra che facciano a gara per tributargli delle lodi lusinghiere. E' vero che egli ebbe una grande autorità nella corte di Roma al tempo di Clemente VII e poi si mostrò sempre liberale protettore dei letterati e degli studiosi, e quindi una parte di quelli elogi era ispirata dalla riconoscenza dei benefizi ricevuti oppure dal desiderio di procurarsene dei nuovi. Ma anche se si fa la tara a tutto questo, si vede che il sentimento di stima e di ammirazione, che stava nell'animo di quelli uomini, era schietto e sincero, e che le espressioni che risonavano nelle loro lettere e nelle loro opere erano dettate da vero affetto. Egli è " giovane dotto e gentile, " secondo Claudio Tolomei , " vir optimus atque elegantissimus, >> secondo il giudizio di Giovanni Faseolo . Egli ha una fine e squisita cultura, tanto che il suo nome è conosciuto in tutto il mondo letterario. " Níuno ci ha, " scrisse Giulio Ballino, dedicando al Carnesecchi la sua traduzione della Morale Filosofia di Epitetto, " niuno ci ha, a cui non sia noto, quanto sia intendente delle migliori lettere: della molta auttorità, che il suo gran valor li ha acquistata, meglio fia, ch'io taccia, poichè più non potrei dirne di quello che ne sa il Mondo, il quale ne é instrutto a pieno, e di assai maggiore la stimò sempre meritevole " . Pier Vettori in un suo libro di emendazioni alle epistole di Cicerone, viene,. Per incidenza, a ricordare il Carnesecchi e lo chiama " optimum et maximis in rebus spectatúm juvenem " . Egli poi manda quel libro in dono all'amico e umanista segnalatissimo, Francesco Robortello. Ma questi non si contenta di quelle poche parole di elogio, buttate là alla sfuggita sopra il nome del Carnesecchi, e fa un dolce rimprovero al Vettori e dice : " Vorrei che il Carnesecchi fosse nominato da te alquanto più onorevolmente " . Allora, al princìpio del 1540, non aveva ancora scritto quelle parole di ammirazione e di grata cortesia sopra il Carnesecchi e gli altri uomini cheprendevano parte insieme a lui alle conversazioni di Viterbo. Carlo Sigonio fa eco anch'egli al coro degli altri letterati e dipinge il Protonotario come " ornatissimum virum " .

Questi sentimenti di affetto, di simpatia, di stima che spuntavano qua e là in diversi animi, si vennero a riunire insieme, ed impressero un segno della più cara e gradita ricordanza. Il Carnesecchi era ritornato a Firenze, dopo aver subìto il primo processo per causa di eresia sotto Papa Paolo III. L'Accademia fiorentina stava allora " riformando, ordinando, e rassettando il suo corpo " ; cioè aveva dato balia ad alcuni soci di fare tutte quelle riforme e regolamenti che credessero necessari. Questi, dopo essersi radunati più volte insieme, il giorno 11 d'agosto del 1547, fissarono di cassare tutto il vecchio corpo degli accademici; vennero a nuove elezioni; e per di più nominarono una quantitá di uomini " chiari, ed illustri, si per gli onori, e sì per le lettere ", detti Padri, che dovevano aiutare a " reggere questo corpo con l'autoritá, consiglio, esempio, e dottrina. " Tra questi fu anche Pietro Carnesecchi. Il suo nome figurò in mezzo a quelli di Benedetto Accolti, di Giovanni della Casa; di Giambattista Ricasoli, di Pierfrancesco Riccio, di Lelio Torelli, di Pier Vittori, di Michelangelo Buonarroti .

Dopo tante frasche e tanti fiori si aspetterebbe di veder spuntare il frutto; voglio dire, dopo tante lodie tanti attestati di stima si aspetterebbe di trovare almeno uno scritto, un'opera più o meno vasta e importante, scritta dal nostro personaggio. Invece a noi non resta altro (oltre le lettere citate e l'epistolario contenuto nell'Estratto del processo) che un piccolo e magro componimento poetico, un sonetto, scritto in età giovanile, quando il pensiero non era ancora maturo. Questo sonetto, di cui abbiamo già riportato qualche verso, è scritto in risposta a un altro del Varchi e si riferisce a quel periodo di vita indeterminato e vago, pieno di abbattimenti dolorosi e di subite speranze, in cui il Carnesecchi, avendo volto le spalle alla Corte Romana, cercava di sollevarsi in un ordine di azioni e di pensieri più consentanei alla natura del suo ingegno.

 

Varchi, che sei dal secol cieco et empio

a Dio rivolto et al suo sant'ovile,

quasi smarrita pecorella humìle

con così chiaro et singular esempio,

Ben esser bramo quel sacrato tempio,

qual mi dipinge il tuo sacrato stile ;

et, divenendo in tutto a Dio simile,

schivar dei suo avversario il duro scempio.

Ma mel divieta la continua guerra

che al mio spirto quell'iniquo face

et farà, credo, fin ch'io sia sotterra.

Ond'il mio stato a me stesso non piace:

pur, per pietà di chi '1 ciel n'apre et serra,

spero goder là suso eterna pace.

 

In fondo segue una piccola lettera, che dice " Vedete, M. Benedetto mio, quant'obbligo ho " da avere alla vostra Musa che questo è il primo " sonetto che io abbia fatto ai miei giorni, come " l'opera stessa ve ne potrà far fede. Et in vero " era ben ragione, che, sì come. voi avete sforzato, il vostro genio in lodarmi tanto sopra il vero, così anch'io sfogassi il mio ingegno in ringratiarvene straordinariamente. Accettatelo adunque come segno, benchè piccolo, del mio grat'animo verso di voi, et poi gettatelo via come aborto della mia quasi vergine Musa " .

Il sonetto é scritto due volte, in due modi differenti. Nella prima copia appariscono molte cassature e correzioni. Specialmente quel verso che dice " che al mio spirto quell'iniquo face ", è tormentato più di tutti. L'Autore fa diversi tentativi per imprimere sulla materia ribelle quella forma che egli pregusta in confuso nella sua mente. Prima aveva scritto " esto iniquo allo spirito mio face >>; verso di suoni sgradevoli e di cattiva struttura. Poi corresse in quest'altro modo- " quel frodolento allo mio spirto face " ; che corre assai meglio, ma riesce troppo rimbombante per la modesta esiguítà del pensiero. Da ultimo venne alla forma che a me sembra la più semplice o la più conveniente: " che al mio spirto quell'iniquo face " .

Per Una Musa quasi vergine si può dire davvero che non ci sia male. Il Carnesecchi mostra un. gusto fine e delicato e sa avvolgere il suo pensiero nel fántasma poetico senza troppo contorcerlo o snaturarlo. Ma un solo componimento è troppo poca per poter giudicare dell'ingegno e delle qualitá poetiche di uno scrittore.

Si può domandare: E' probabile che il Carnesecchi scrivesse qualche altro componimento ? Può darsi che mettesse insieme qualche altra opera? Qui conviene fare una distinzione; cioè distinguere tra libri che trattano d'argomento religioso, e libri che riguardano altre materie. Per la. parte religiosa sembra che la supposizione si debba del tutto escludere. In fatti, nell'Estratto del processo comparisce una gran parte di libri che il Carnesecchi ha letto o che possedeva nella sua biblioteca. Vi è ancora notato chi era l'autore di 1 codesti libri, chi li aveva copiati, come mai erano venuti nelle mani del loro possessore. Ora, da questo esame non risulta mai un accenno o chiaro od incerto che il Carnesecchi scrivesse qualche, opera. E il Compendìum processuum, e l'interrogatorio che si trova nell'Archivio di Venezia serbano lo stesso silenzio. Un grado minore di probabilità possiamo raggiungere, quando diciamo che il Carnesecchi non compose opere riguardanti altri soggetti. Se si considera l'indole del suo ingegno adatto ad accogliere ed assimilarsi 'le idee degli altri, piuttosto che a produrre di proprio; se si pensa al suo carattere amante più della quieta conversazione, che dello studio ritirato e severo, si sarebbe indotti a credere che egli non serivesse alcun libro. Ma d'altra parte non bisogna perder di vista le difficoltà e le peripezie a cui questo libro, una volta scritto, sarebbe andato incontro. L'Inquisizione su questo punto era inesorabile. Essa non solo voleva che fosse soppresso il corpo del reo; ma anche si spengesse insieme con lui ogni memoria. Quindi ordinava, minacciando pene severe, che si gettassero alle fiamme i libri degli eretici, che si _disperdessero le loro lettere, che si cancellasse ogni ricordo; ed imponeva ai tipografi di non ristampare i libri o proibiti o sospetti, e di espungere anche dagli altri,ogni parola, ogni frase, che potesse risonare come lode agli individui, tagliati via violentemente dal corpo della Chiesa. Specialmente contro il Carnesecchi gli Inquisitori aguzzarono tutte le armi, perchè, avendo egli occupato un alto grado nella corte di Clemente VII, ed essendo stato in relazione con persone alte ed autorevoli, temevano che il desiderio di conoscere le sue credenze o i ricordi dell'amicizia potessero indurre qualcuno a frugare in mezzo ai suoi scritti. A volte, editori e scrittori, desiderando di evitare rischi e contese con l'Inquisizione, sopprimevano da loro stessi tutto quanto poteva riferirsi, anche da lontano, all'accusato. Gli esempi di questo genere non mancano; anzi, per chi legge gli epìstolari del ,decimosesto e decimosettimo secolo, sono frequenti ,e numerosi. Il nome del Carnesecchi nelle ultime edizioni delle poesie del Mauro è cambiato in Pontesecchi o Pontesecca. Il poeta Marco Antonio Mureto è veramente arguto nell'esprimere il Carnesecchi senza nominarlo, scappando, come suoi dirsi, per il rotto della cuffia. Egli aveva composto un'ode latina in onore del Protonotario. Ma, siccome questi era stato citato dal Sant'Uffizio a comparire a Roma e si trovava impigliato in quella causa che poi dovea finire con la sua condanna, in contumacia, il grazioso e peritoso poeta non vuole più aver che far nulla con lui, e scrivendo all'amico Paolo Manuzio, non osa neanche pronunziare il nome del Carnesecchi e lo chiama " Petrum òvnpòypv " aggiungendo però, affinchè l'altro capisse: " Immaginati qualche altro nome o Latino o vernacolo; così tu intenderai colui ch' io voglio dire >>. Qualche volta però non è colpa degli scrittori se i nomi sono cambiati. In una lettera al Mureto si legge : " Che cosa fa Carneseccus meus, fiore di tutte le squisitezze, e di tutte le virtù? Digli, più cortesemente che tu puoi, che io lo saluto e che stia bene ". Chi va a ricercare questo passo nelle edizioni fatte dopo il 1560, per esempio in quella di Colonia del 1586, o in quella di Lipsia nel 1669, trova che le parole di lode sono rimaste tali e quali, ma il nome non è più quello. " Molinus meus " si legge in luogo di " Carneseccus meus " . Il Manuzio dedica la ristampa delle opere di Sallustio al Cardinale Antonio, Trivulzio. Egli dice in fine della sua lettera: " Io ho per testimone del mio animo, non solo, ma anche per infervoratore del mio affetto e della mia benevolenza verso di te un uomo onorato, eccellente in tutte le virtù e il più gentile di quanti abbia visti in vita mia, Pietro Carnesecchi, Protonotario, che ti ama molto e ti tiene in grandissima stima e spesso leva al cielo i tuoi pregi " . Ora questo nome, unito ad espressioni di tanta entusiastica amicizia, si trova nell'edizione fatta in Venezia nel 1560 ; ma scomparisce affatto nelle edizioni posteriori . E lo stesso Mannuzio, che aveva scritto quelle parole e che anche in altre occasioni aveva dimostrato il suo affetto al Carnesecchi , non si peritò punto, nel ristampa re la lettera di Cosimo Gherìo : " Petro Carnesiccio Protonotario Apostolico ", di sopprimere a dirittura il nome, lasciando sola e isolata la qualitá dell'ufficio . Ma, tra tutti gli altri, il Mancurzio ebbe maggior numero di occasioni per tartassare e guastare l'infelice Protonotario, sebbene lo Schelhorn dica senza plausibile motivo che egli si mostrò più giusto " in pios Carnesecae manes " . Il Flaminio nel dedicare a Margherita, sorella del re Enrico II, i suoi Carmina sacra, dice: " Cum " Petrus Carnesecus, lectissimus et ornatissimus vir, de tua singulari erga Deum pietate, et assíduo litterarum studio scripsisset... " ; ed egli toglie via a dirittura il nome . Nei Carmina quinque illustrium Poetarum sono vari carmi del Flaminio al Carnesecchi ed egli li lascia da parte nell'edizione che fa delle poesie del Flaminio, nell'anno 1743 . Chi volesse cercare distesamente, potrebbe racimolare qua e là anche altri esempi. Il Mancurzio, più ardimentoso, ma anche più leale, confessa ingenuamente l'opera sua, e dice: " Noi abbiamo lasciato da parte in questa edizione i carmi di M. Antonio Flaminio diretti al Carnesecchi per non subire il giudizio di quelli che dissero eretico il Flaminio, perchè stette in amicizia con il Carnesecchi. Giacchè il Flaminio fu congiunto col Carnesecchi negli studi letterari e in ogni famigliaritá di gentili servizi, ma dissenti affatto da lui in materia religiosa ". Il Mancurzio confessa ingenuamente la sua intenzione. Ma gli altri facevano lo stesso, senza dir nulla.

In queste circostanze riesce molto difficile il poter escludere che il Carnesecchi scrivesse opere letterarie. Soltanto si può affermare con un certo grado di probabilità che egli non compose opere riguardanti argomenti religiosi. Tutto il resto sta sospeso nell' incertezza. Quando l'Inquisizione accendeva la sua pira, noi vediamo attraverso le nebbie e la lontananza dei tempi vampeggiare le fiamme che distruggevano il corpo del reo; ma intorno a lui e all'opera sua calavano più folte, più oscure le tenebre della. notte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PAPA CLEMENTE VII de MEDICI

 Clemente VII, nato Giulio di Giuliano de' Medici (Firenze, 26 maggio 1478 – Roma, 25 settembre 1534), esponente della famiglia fiorentina dei Medici, fu il 219° papa della Chiesa cattolica dal 1523 alla morte.

 

Giulio era figlio naturale, poi legittimato di Giuliano de' Medici, ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita, e di una certa Fioretta, forse figlia di Antonio Gorini. Da giovane fu affidato, dallo zio Lorenzo il Magnifico, alle cure di Antonio da Sangallo. Dopo poco tempo, però, lo zio lo prese direttamente sotto la sua protezione. Nel 1488 riuscì a convincere Ferdinando I d'Aragona a concedergli il priorato di Capua dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, beneficio prestigioso e molto remunerativo.

 

Nel 1495, a causa delle sollevazioni popolari contro il cugino Piero, scappò da Firenze per rifugiarsi prima a Bologna, poi a Pitigliano, Città di Castello e Roma, dove visse per molto tempo ospite del cugino cardinale Giovanni, il futuro papa Leone X.

 

Il 9 maggio 1513 fu eletto arcivescovo di Firenze dal cugino papa Leone X, che aveva ripreso la città sconfiggendo le truppe francesi alleate dei repubblicani fiorentini, e il 14 agosto dello stesso anno Giulio fece il suo ingresso a Firenze. Alla morte del cugino Lorenzo duca di Urbino divenne anche signore della città. Sia come arcivescovo che come governatore si dimostrò un abile uomo di governo. Pur ricevendo spesso incarichi e missioni diplomatiche per conto del Papa non trascurò mai la sua arcidiocesi e con la collaborazione del suo vicario generale Pietro Andrea Gammaro volle conoscere, attraverso i singoli inventari, la situazione di tutte le chiese sotto la sua giurisdizione. Nel 1517 tenne un sinodo di tutto il clero. Da cardinale diacono nel frattempo fu dichiarato cardinale prete con il titolo di San Clemente (26 giugno 1513) e poi di San Lorenzo in Damaso.

 

Sventò una congiura tramata contro di lui e fu inflessibile contro i suoi nemici (1522).

 

Nel 1513, con l’elezione di Leone X, Giulio ebbe la concessione dell’arcidiocesi di Firenze e, il 29 settembre dello stesso anno, dopo una serie di procedure e dispense per superare lo scoglio della sua nascita illegittima, fu creato cardinale. Dopo questa nomina iniziò la sua ascesa, caratterizzata da una grande ricchezza di benefici ecclesiastici e da un ruolo molto delicato all'interno della politica pontificia. Tra le sue azioni è da ricordare il tentativo di costituire un’alleanza con l'Inghilterra per aiutare Leone X a contrastare le mire egemoniche di Francia e Spagna; per questo motivo fu nominato cardinale protettore d'Inghilterra. La caratteristica principale della politica di questo periodo fu la ricerca di un equilibrio tra i principi cristiani e l’indizione del Concilio Lateranense V (1512-1517), durante il quale Giulio si interessò di lotta contro le eresie.

 

Il 9 marzo 1517 fu nominato Vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, incarico che gli diede modo di mettere alla prova le sue qualità diplomatiche, mostrando un contegno serio e apparentemente illibato in confronto a quello mondano e dissoluto del cugino. Mentre cercava di organizzare una crociata contro i turchi, che Leone X reputava assolutamente necessaria, dovette risolvere due problemi: la protesta luterana, e la successione dell'Impero che, dopo Massimiliano I, toccò al nipote Carlo, già re di Napoli. Nel corso del 1521 la situazione di Firenze (di cui era Governatore cittadino) lo fece allontanare abbastanza spesso da Roma, ma l'improvvisa morte del papa, avvenuta nello stesso anno, lo costrinse a tornare a Roma per partecipare al conclave. Fu eletto Adriano VI, di cui aveva sostenuto la candidatura per ottenere l’appoggio di Carlo V. L’anno successivo fu vittima di una congiura, senza conseguenze, ordita dai repubblicani.

 

Il 3 agosto 1523 l’opera diplomatica di Giulio giunse alla sua conclusione: venne ratificata l'alleanza tra il papato e Carlo V. Poco dopo, nel settembre 1523 morì Adriano VI e Giulio, con l’appoggio dell’imperatore, dopo un conclave lungo (50 giorni) e difficoltoso, fu eletto al soglio di Pietro. Il 19 novembre Giulio de' Medici assunse il nome di Clemente VII.

 

L’elezione del nuovo pontefice venne salutata con entusiasmo, anche se certe aspettative si dimostrarono mal riposte: Giulio de' Medici risultò incapace di risolvere con decisione i problemi che dovette affrontare. Cercò di mantenere una politica di neutralità nella contesa tra Carlo V e Francesco I di Valois per il predominio sull'Italia e sull'Europa; Carlo V era intenzionato a restaurare l'Impero ammodernando le sue strutture amministrative e perseguendo una politica espansionistica che lo portava in rotta di collisione con il re di Francia. Nell’ottobre 1524, quando Francesco I conquistò Milano, il delicato apparato diplomatico messo in piedi da Clemente VII andò in crisi. Il papa, mentre l’arcivescovo di Capua, Niccolò Schomberg, lo spingeva a intraprendere una politica filoimperiale, mandò a trattare il datario apostolico, il filofrancese Gian Matteo Giberti, che dovette tornare indietro all’arrivo delle truppe imperiali in Lombardia. In quel periodo anche la Riforma si andava espandendo sempre più in Germania. Nella seconda dieta di Norimberga, del febbraio 1524, gli stati tedeschi ratificarono l'editto di Worms come legge dell'Impero, promettendo, però, al legato pontificio, cardinale Lorenzo Campegio, di mandarlo in esecuzione soltanto "nei limiti del possibile" e chiedendo un concilio nazionale che avrebbe dovuto aver luogo a Spira nello stesso anno. Sia il papa che l'imperatore negarono tale eventualità.

 

Il 24 febbraio 1525 le truppe imperiali sconfissero quelle francesi a Pavia, catturando lo stesso Francesco I e deportandolo a Madrid. Francesco venne umiliato, dovette perdonare Carlo di Borbone e reinsediarlo nelle sue terre, fu costretto a lasciare in ostaggio i suoi due figli e fu invitato a sposare la sorella di Carlo V, Eleonora. Nel 1526 fu costretto ad accettare la pace di Madrid, secondo la quale doveva rinunciare a Milano, a Napoli e alla Borgogna; dopo aver firmato la pace, il 18 marzo, Francesco I fu rilasciato.

 

Francesco I, dopo essere tornato in Francia, lamentando di essere stato costretto con la violenza ad accettare i patti, si rifiutò di ratificare il trattato di Madrid. Il 22 maggio 1526 a Cognac sur la Charente, stipulò con Clemente VII, Firenze, Venezia e Francesco Maria Sforza, una lega per scacciare gli imperiali dall’Italia. I confederati si obbligavano a mettere insieme 2.500 cavalieri, 3.000 cavalli e 30.000 fanti; Francesco I avrebbe dovuto mandare un esercito in Lombardia e un altro in Spagna, mentre i veneziani e il pontefice avrebbero dovuto assalire il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi. Cacciati gli spagnoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un principe italiano, che avrebbe dovuto pagare al re di Francia un canone annuo di 75.000 fiorini. Francesco I non tenne mai fede ai patti e, per tutto il 1526 non partecipò alle operazioni, preferendo trattare con Carlo V il riscatto dei figli.

 

Il fatto più grave che occorse al papa fu il tradimento del cardinale Pompeo Colonna, questi, incoraggiato da Carlo V con promesse e ricompense, nella notte tra il 19 ed il 20 settembre 1526, occupò con un esercito di 8000 uomini la porta di San Giovanni in Laterano e Trastevere, spingendosi lungo il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Clemente VII si rifugiò a Castel Sant'Angelo lasciando che il Vaticano venisse saccheggiato dalle truppe del cardinale. Il papa, vedendo che gli alleati non onoravano i patti, concluse una tregua di 8 mesi con l’imperatore, ma Carlo di Asburgo non accettò l'armistizio.

 

Il 31 marzo l'imperatore passò il Reno nei pressi di Bologna e si diresse verso la Toscana. Le truppe della Lega comandate da Francesco Maria I della Rovere e dal marchese di Saluzzo si accamparono vicino a Firenze per proteggerla dall'esercito invasore, ma questo attraverso il territorio di Arezzo e quindi di Siena si diresse verso Roma. Lungo il tragitto Carlo di Borbone devastò Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte, occupò Viterbo e Ronciglione. Il 5 maggio gli invasori giunsero sotto le mura di Roma, che era difesa da una milizia piuttosto raffazzonata comandata da Renzo da Ceri.

 

L’assalto alle mura del Borgo iniziò la mattina del 6 maggio 1527 e si concentrò tra il Gianicolo e il Vaticano. Per essere di esempio ai suoi, Carlo di Borbone, fu tra i primi ad attaccare, ma mentre saliva su una scala fu colpito a morte da una palla d'archibugio, che sembra sia stata tirata da Benvenuto Cellini. La sua morte accrebbe l'impeto degli assalitori, che, a prezzo di gravi perdite, riuscirono ad entrare in città.

 

Durante l'assalto Clemente VII pregava nella sua cappella privata e, quando capì che la città era perduta, si rifugiò a Castel Sant'Angelo insieme ai cardinali e gli altri prelati. Nel frattempo gli invasori trucidavano i soldati pontifici. L’esercito imperiale era composto di circa 40.000 uomini, così suddivisi: 6.000 spagnoli agli ordini di Carlo di Asburgo, a cui si erano aggiunte le fanterie italiane di Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga "Rodomonte"; molti cavalieri si erano posti sotto il comando di Ferrante I Gonzaga e del principe d'Orange Filiberto di Chalons, che era succeduto al Borbone; inoltre si erano accodati anche molti disertori della lega, i soldati licenziati dal papa e numerosi banditi attratti dalla speranza di rapine. A questi si aggiunsero i 14.000 lanzichenecchi comandati da Georg von Frundsberg, mercenari bavaresi, svevi e tirolesi, tutti luterani esasperati dalla fame e dal ritardo nei pagamenti, che consideravano il papa come l'anticristo e Roma come la Babilonia corruttrice, attratti dalla possibilità di arricchirsi saccheggiando la città.

 

Furono profanate tutte le chiese, furono rubati i tesori e furono distrutti gli arredi sacri. Le monache furono violentate, così come le donne che venivano strappate dalle loro case. Furono devastati tutti i palazzi dei prelati e dei nobili, ad eccezione di quelli fedeli all'imperatore. La popolazione fu sottoposta ad ogni tipo di violenza e di angheria. Le strade erano disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinavano dietro donne di ogni condizione, e da saccheggiatori che trasportavano oggetti rapinati.

 

L’8 maggio il cardinale Pompeo Colonna entrò a Roma seguito da molti contadini dei suoi feudi, che si vendicarono dei saccheggi subiti per ordine del papa saccheggiando tutte le case in cui ancora rimaneva qualcosa da rubare o da distruggere.

 

Tre giorni dopo il principe d'Orange ordinò che si cessasse il saccheggio; ma i lanzichenecchi non ubbidirono e Roma continuò ad essere violata finché vi rimase qualcosa di cui impossessarsi. Il giorno stesso in cui cedettero le difese di Roma, il capitano pontificio Guido Rangoni, si spinse fino al Ponte Salario con una schiera di cavalli e di archibugieri, ma, vista la situazione, si ritirò ad Otricoli. Francesco Maria della Rovere, che si era riunito alle truppe del marchese di Saluzzo, si accampò a Monterosi in attesa di novità.

 

Il 6 giugno Clemente VII capitolò, obbligandosi a versare al principe d’Orange 400.000 ducati, di cui 100.000 immediatamente e il resto entro tre mesi; era inoltre pattuita la consegna di Parma, Piacenza e Modena. Clemente VII, per evitare di ottemperare alle condizioni imposte dall'imperatore, abbandonò Roma e, il 16 dicembre 1527, si ritirò ad Orvieto.

 

Carlo inviò un'ambasciata presso il papa per fare ammenda dell'episodio. E Clemente alla fine, non ritenendolo responsabile, lo perdonò. Dopo questi accordi, intorno alla fine del 1529, fu stipulata la Pace di Barcellona, secondo i termini della quale, il papa, il 24 febbraio 1530, incoronò Carlo V imperatore, come segno di riconciliazione tra papato e impero. Carlo si impegnò anche ad aiutare il papa a restaurare i Medici a Firenze abbattendo la repubblica fiorentina e a concedere la Borgogna a Francesco I, che si impegnava a disinteressarsi degli affari italiani. Firenze fu consegnata ad Alessandro de' Medici (figlio illegittimo di Lorenzo), che sposò Margherita, figlia naturale di Carlo V. Facendo una parentesi su Alessandro de' Medici, molti storici sostengono ormai che la genealogia da Lorenzo Duca di Urbino fosse una semplice copertura del fatto che egli fosse in realtà figlio del papa stesso, nato nel 1511 quando egli era ancora cardinale, da una relazione con una serva di sua zia Alfonsina Orsini, chiamata Simonetta da Collevecchio e probabilmente di colore.

 

Con i problemi della riforma che infuocavano la Germania, l'imperatore si allontanò da Roma e, con i turchi che imperversavano persino sul litorale laziale, il papa si riavvicinò alla Francia. Carlo V allora, con l’intenzione di rompere la nuova amicizia, propose al papa una lega di tutti gli stati italiani contro i turchi e gli propose di convocare un concilio generale per pacificare la Germania. Clemente VII accolse di buon animo la proposta della lega, ma non accettò la proposta del concilio, temendo di procurare un'arma per i suoi avversari. L’unica cosa che fu disposto a concedere fu un accordo segreto, consacrato con la bolla del 24 febbraio 1533, in cui il papa si impegnava a convocare il concilio a data da destinarsi.

 

Nell’estate del 1533, il papa celebrò le nozze tra la nipote Caterina de' Medici, figlia di Lorenzo II de' Medici, al delfino di Francia, Enrico di Valois, secondogenito di Francesco I.

 

Clemente VII fu talmente attento alla politica italiana ed europea che trascurò e sottovalutò il movimento protestante, in special modo quello inglese. Enrico VIII non aveva un erede maschio e di questo incolpava la moglie Caterina d'Aragona, la cui unica figlia era la principessa Maria. Dopo numerose relazioni con altrettante dame di corte, si innamorò di Anna Bolena, una delle più belle signore del tempo, ma protestante. Dal 1527 Enrico iniziò a cercare un modo per divorziare da Caterina, prendendo come scusa che il matrimonio con la vedova del fratello non poteva essere valido.

 

Per perorare la sua causa Enrico mandò a Roma Thomas More, grande umanista e abile giurista. Nonostante le motivazioni addotte, il papa riteneva il divorzio impossibile, anche perché l’imperatore Carlo V era nipote di Caterina ed il papa non voleva renderselo nemico. Allora Enrico cominciò ad esercitare pressioni sul papa, arrivando, nel 1529 alla soppressione dell’indipendenza degli ecclesiastici inglesi ed ad arrogarsi il diritto di nominare i vescovi. Nel gennaio del 1533 Enrico VIII sposò Anna Bolena e, nel maggio dello stesso anno, il precedente matrimonio con Caterina d'Aragona fu dichiarato ufficialmente nullo dall’Arcivescovo di Canterbury. Dopo alcuni mesi, il 7 settembre 1533 nacque la futura regina Elisabetta, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena. Enrico venne scomunicato ed il papa continuava a ritenere legittimo il solo matrimonio con Caterina. Il re rispose allora con l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3 novembre 1534, che lo dichiarava Re supremo e unico Capo della Chiesa d'Inghilterra, attribuendosi quel potere spirituale che fino a quella data era stato appannaggio esclusivo del pontefice. Chi (come lo stesso Thomas More) rifiutò di accettare con giuramento il provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono, fu considerato reo di alto tradimento e punito con morte.

 

Lo scisma era ormai compiuto. Tutti i pagamenti che prima erano versati al papa ora venivano versati alla corona; il Parlamento escluse la principessa Maria dalla successione al trono in favore della figlia di Anna Bolena, nella speranza di un futuro erede maschio. La Bibbia venne tradotta in inglese, ai preti fu permesso sposarsi e le reliquie dei santi vennero distrutte. Tuttavia la religione di Enrico rimase quella cattolica.

Nei periodi in cui non dovette dedicarsi alla politica, Clemente VII fu un grande mecenate, con un occhio particolare alla ricerca di uomini particolarmente arguti che lo distraessero durante i pasti. Il 17 dicembre 1524, con la bolla Inter sollicitudines et coram nobis, indisse il IX giubileo. promulgata il 17 dicembre. Il papa aprì personalmente la Porta Santa. L’affluenza dei pellegrini, purtroppo, fu scarsa a causa delle guerre, del timore dell'avanzata turca e della rivolta dei contadini in Germania. Inoltre, nell'agosto del 1525 si ebbe una nuova epidemia di peste. Fu l’ultimo dei giubilei medioevali.

 

Tornato a Roma dopo la permanenza ad Orvieto, Clemente VII proseguì la sua opera di mecenate: sviluppò la Biblioteca Vaticana, continuò la costruzione della Basilica di S.Pietro, portò a termine i lavori del Cortile di San Damaso e di Villa Madama. Incaricò, inoltre, Michelangelo di affrescare la Cappella Sistina con il Giudizio Universale, seguendone personalmente i lavori. Commentò e fece pubblicare tutte le opere di Ippocrate. Nel 1528 approvò l'Ordine dei Cappuccini e, nel 1530, approvò i Chierici Regolari di San Paolo (detti Barnabiti).

 

Di ritorno dal matrimonio della nipote (1533), Clemente VII si riammalò della malattia che lo aveva colpito nel 1529 e che spesso tornava a visitarlo. Il papa morì a Roma il 25 settembre 1534, dopo aver mangiato l'amanita phalloides (un fungo mortale). Alla sua morte sotto la statua di Pasquino venne posto un ritratto dell'Archiatra Pontificio Matteo Curti, con l'ironica scritta: "Ecce aqnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi", segno che fu un Papa poco amato dal popolo romano. Era stato un pontificato intensissimo e controverso, segnato dall'onta del Sacco di Roma, durato undici anni. Clemente VII venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva. Il suo mausoleo si trova di fronte a quello del cugino Leone X e fu disegnato da Antonio da Sangallo il Giovane.

 

 

 

 

 

IL DUCA ALESSANDRO FIGLIO NATURALE DI PAPA CLEMENTE VII

 

 

 Alessandro di Lorenzo de' Medici detto il Moro (Firenze, 22 luglio 1510 – Firenze, 6 gennaio 1537) , duca di Penne ed in seguito duca di Firenze (dal 1532), signore di Firenze dal 1530 al 1537; benché illegittimo, fu l'ultimo discendente del ramo principale dei Medici a governare Firenze e fu il primo duca ereditario della città.

 

 

 Fu riconosciuto figlio illegittimo di Lorenzo II de' Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico, ma molti lo ipotizzano come figlio naturale del cardinale Giulio de' Medici (che sarebbe diventato più tardi Papa Clemente VII). Non è chiaro se fosse per metà nero, forse nato dalla relazione tra Giulio e una serva mulatta di casa Medici, identificata nei documenti come Simonetta da Collevecchio (Collevecchio in Sabina); altre fonti indicano come sua madre una contadina della campagna romana. Comunque grazie al colore della propria pelle si guadagnò il soprannome de "il Moro".

 

Una volta assunto il potere a Firenze, cominciò quella trasformazione delle istituzioni repubblicane (che il trattato di resa della città imponeva di rispettare) che sarebbe stata portata a termine da Cosimo I, suo lontano cugino e successore. Avendo vissuto sempre alla corte imperiale di Carlo V ne portò a Firenze gli usi, come quello di circondarsi di una guardia di Lanzi armata di alabarde, che spaventarono e sconcertarono i fiorentini, usi a vedere anche i più autoritari Medici comportarsi con ben altra discrezione.

 

Cominciò a imprimere un tipico carattere "principesco" al proprio governo e ad eliminare i simboli, cari ai fiorentini, delle istituzioni comunali. Tra queste iniziative la più significativa fu certamente quella di incaricare Benvenuto Cellini (che ne riferisce nella sua autobiografia) di preparare monete di taglio diverso dal fiorino con la propria immagine. Inoltre Alessandro pretese (di nuovo contro i trattati) la consegna di tutte le armi possedute da privati cittadini, il che non gli impedì di morire poco dopo trafitto da un suo parente, Lorenzino de' Medici con il quale aveva un rapporto poco chiaro, che alcuni accenni (celebre la descrizione di Cellini) vorrebbero addirittura morboso.

 

Delle istituzione repubblicane lasciò in piedi solo un simbolico Senato, dal 1532, con quarantotto membri nominati a vita e un blando potere decisionale, più che altro consuntivo, sebbene la carica rimase un'alta onorificenza per tutto il successivo periodo del Granducato di Toscana.

 

Sposò la figlia naturale (poi legittimata) dell'Imperatore Carlo V, Margherita d'Asburgo il 18 gennaio 1536, anche se la coppia non ebbe alcun figlio.

 

 Da wikipedia

 

 

 

 

 

 

 

cardinale IPPOLITO de MEDICI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

Paolo IV CARAFA

 

Da Wikipedia

 

 Paolo IV, nato Giovanni Pietro Carafa (in latino: Paulus IV; Sant'Angelo a Scala, 28 giugno 1476 – Roma, 18 agosto 1559), fu il 223° papa della Chiesa cattolica dal 1555 alla morte.

 

Nacque a Sant'Angelo a Scala (Avellino) da una nobile famiglia napoletana, i conti Carafa di Montorio; suo mentore fu un parente, il potente Cardinale Oliviero Carafa, che lo introdusse nella Curia Romana, quale cameriere pontificio alla corte di Alessandro VI nel 1503, per poi divenire protonotario apostolico ed essere eletto vescovo di Chieti nel 1505. Sotto il pontificato di Leone X fu ambasciatore in Inghilterra e in Spagna e nel 1518 venne trasferito alla sede arcivescovile di Brindisi.

 

Nel 1524, Clemente VII permise a Carafa di rinunciare ai suoi benefici e di entrare nell'Oratorio del Divino Amore, a Roma: qui conobbe Gaetano di Thiene, con cui decise di fondare l'ordine dei Chierici Regolari Teatini (dal nome latino della città di Chieti, Teate). Dopo il sacco di Roma del 1527, l'ordine si trasferì a Venezia. Carafa però venne richiamato a Roma da Paolo III per sedere nel comitato di riforma della Corte Papale, che, nel 1537, produsse un importante ed inattuato documento, il Consilium de Emendanda Ecclesia.

 

Nel dicembre 1536 venne creato cardinale e nel 1537 gli venne nuovamente affidato il governo della Chiesa di Chieti, che nel frattempo era stata elevata a sede metropolitana: nel 1549 venne trasferito alla sede di Napoli. Affidò il governo delle sue diocesi a degli ausiliari e rimase prevalentemente presso la Curia Romana, dove si distinse per la sua intransigenza sia nei confronti delle dilaganti idee protestanti che delle istanze delle correnti riformiste interne alla Chiesa. Si dedicò a riorganizzare i tribunali dell'Inquisizione, prima gestiti dalle singole diocesi, dirigendo la Congregazione del Sant'Uffizio col compito di coordinarne l'azione; fu anche promotore dell'Indice dei libri proibiti, promulgato il 30 dicembre 1558, pubblicato all'inizio del 1559.

 

Il 30 aprile 1555, dopo soli ventuno giorni di pontificato, morì a Roma Marcello II, il 15 maggio successivo i cinquantasei cardinali del Sacro Collegio si riunirono per eleggerne il successore nella persona di Giovanni Pietro Carafa, col nome di Paolo IV.

 

Fu seppellito a San Pietro, ma le sue spoglie furono in seguito traslate a Santa Maria sopra Minerva. Aveva sviluppato molto l'Inquisizione e per questo fu odiato dai romani, che, dopo la sua morte, ne decapitarono la statua in Campidoglio e gli dedicarono questa pasquinata:

 

Carafa in odio al diavolo e al cielo è qui sepolto

col putrido cadavere; lo spirto Erebo ha accolto.

Odiò la pace in terra, la prece ci contese,

ruinò la chiesa e il popolo, uomini e cielo offese;

infido amico, supplice ver l'oste a lui nefasta.

Di più vuoi tu saperne? Fu papa e tanto basta.

 

 

Fu una scelta a sorpresa la sua elezione a successore di Marcello II: il suo carattere rigido, severo e inflessibile, combinato con la sua età e il suo patriottismo facevano pensare infatti che avrebbe declinato l'offerta. Accettò invece, forse anche perché l'Imperatore Carlo V si era opposto alla sua ascesa.

 

La sua dedizione all'autonomia dello Stato della Chiesa fu una forza trascinante, usò l'Ufficio per preservare alcune libertà dello Stato pontificio di fronte ad una quadrupla occupazione straniera. Gli Asburgo non amavano Paolo IV ed egli si alleò con la Francia, forse contro gli interessi stessi del papato. Si alienò inoltre l'Inghilterra e rigettò la pretesa alla Corona inglese da parte di Elisabetta I. Il rafforzamento dell'Inquisizione continuò e la dirittura di Paolo IV implicò che pochi potessero ritenersi al sicuro, in virtù della sua spinta a riformare la Chiesa; anche i Cardinali che gli erano invisi potevano venire imprigionati.

 

Come altri Papi rinascimentali, Paolo IV non mostrò ritrosia nel promuovere e preferire i suoi parenti: un suo nipote fu nominato Cardinale e consigliere capo, altri parenti ricevettero favori e tenute, spesso sottratte a chi sosteneva gli spagnoli. Ad ogni modo, alla fine della disastrosa guerra contro Filippo II, nell'agosto 1557, il Papa svergognò in pubblico il nipote e lo bandì dalla Corte.

 

Il pontificato di Paolo IV ebbe un'importanza fondamentale nello sviluppo dell'Inquisizione Romana, fondata da Paolo III nel 1542, proprio con l'allora cardinal Carafa come commissario generale. Già da tempo il cardinal Carafa si era distinto nella lotta all'eresia protestante, sia per quel che riguarda la politica riformatrice (vedasi il già citato documento Consilium de Emendanda Ecclesia) ma soprattutto per la sua opera di repressione del dissenso e persecuzione degli eretici. Durante i pontificati di Paolo III e Giulio III la sua forte personalità si impose su quelle degli altri cardinali membri della Congregazione del Sant'Uffizio, dando un importante e decisivo contributo alla sua strutturazione durante gli anni '40 e '50. Quando nel 1555 Marcello II morì, si presentò l'occasione per Carafa di prendere personalmente in mano la guida della Chiesa per poter continuare e dare ancora più forza alla sua politica antiprotestante: per questo il suo pontificato fu caratterizzato in gran parte da decisioni in tal senso.

 

Già nel periodo in cui presiedeva la Congregazione del Sant'Uffizio, il cardinale Carafa aveva promosso e in parte anche condotto processi per eresia che coinvolgevano grandi personalità della Chiesa di allora, come Giovanni Morone e Vittore Soranzo, nonché raccolto corposi, per così dire, dossiers su altri cardinali che invece non furono mai processati, come Reginald Pole, per via dell'opposizione di Giulio III ad una tale politica aggressiva ai vertici della Chiesa. Una volta diventato papa nulla più impediva il suo progetto di "pulizia" tra le alte personalità della cattolicità, che riprese riaprendo vecchi processi e inaugurandone di nuovi.

 

Uno dei vescovi che si trovò a dover affrontare un secondo processo fu il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo , già condannato una prima volta e che ormai da anni si ritrovava ad essere esautorato di ogni potere nella sua diocesi, sostituito da un vicario nominato dal Sant'Uffizio. Non sono ben chiari i contorni di questo secondo processo del 1556-1557, per via della carenza di fonti, ma sappiamo che Soranzo, richiamato più volte a Roma non si poté presentare perché gravemente ammalato. Morirà difatti il 13 maggio 1558, pochi giorni dopo la conclusione del processo, che lo aveva condannato alla privazione del vescovado.

 

Il processo a Vittore Soranzo fu probabilmente il preludio a un processo molto più importante, quello contro Giovanni Morone , che già da anni era nei progetti di Carafa e che poteva finalmente attuare. Morone fu arrestato nel 1557 e venne ripetutamente interrogato dai cardinali del Sant'Uffizio (fra cui figurava anche il cardinal Michele Ghislieri, futuro papa Pio V) durante i suoi due anni di prigionia a Castel Sant'Angelo. Nonostante Paolo IV premesse per una condanna rapida del cardinale "riformato", egli non riuscì a vedere la fine del processo, che si concluse nel 1560 con la liberazione di Morone da parte di Pio IV in seguito a forti pressioni da parte di Filippo II di Spagna.

 

Non furono solo queste importanti personalità, protagoniste della corrente "moderata" e "riformata" del cattolicesimo cinquecentesco ad essere processate durante il pontificato di Paolo IV: la sua fu infatti un'operazione molto più estesa e capillare. Solo per citare alcuni altri vescovi inquisiti: Alberto Duimio, vescovo di Veglia, Andrea Centanni, vescovo di Limassol, Pietro Antonio di Capua, vescovo di Otranto ed Egidio Foscarari, vescovo di Modena

 

Il 12 luglio del 1555 emise una bolla, la Cum nimis absurdum, che istituiva la creazione del Ghetto di Roma; gli ebrei vennero quindi costretti a vivere reclusi in una specifica zona del rione Sant'Angelo. Anche in altre città dello stato pontificio gli ebrei furono rinchiusi in ghetti e obbligati a portare un copricapo giallo, per essere immediatamente individuati.

 

Si fece promotore di un radicale antigiudaismo imponendo conversioni forzate, in alternativa all'espulsione, battesimi di bimbi ebrei e altri metodi. Papa Paolo IV aveva mandato ad Ancona due commissari straordinari, Giovanni Vincenzo Falangonio e Cesare della Nave, per arrestare e processare gli ebrei apostati che dal 1540 erano fuggiti dal Portogallo e si erano stabiliti in città. Nel 1556 furono impiccati e bruciati al rogo 24 marrani che si erano rifiutati di convertirsi alla religione cattolica.

 

Nel 1558 la Congregazione del Sant'Uffizio emanò il primo Indice dei libri proibiti valido per tutta la cristianità (anche se in effetti non fu considerato valido nei territori sottoposti all'Inquisizione Spagnola, che già da tempo aveva i suoi propri Indici). Le proibizioni erano divise in tre classi: la prima comprendeva una serie di autori la cui produzione era proibita in toto, la seconda una serie di titoli, la terza tutti i volumi che non recassero indicazioni tipografiche, che non avessero ricevuto il permesso ecclesiastico e tutti i libri di astrologia e magia. In tutto, considerando anche errori e sviste, l'Indice comprendeva 904 titoli, e condannava in toto anche Erasmo da Rotterdam, nonostante fosse un autore cattolico. All'indice era allegata una lista di 45 edizioni di Bibbie e Nuovi Testamenti proibiti, nonché di editori messi al bando. Questo primo indice promulgato sotto Paolo IV (detto quindi paolino) è estremamente più severo dei suoi successori, a partire da quello promosso da papa Pio IV (detto invece tridentino, poiché discusso durante il Concilio di Trento)

 

 

 

Pio V GHISLIERI

 

 

 

 

Qualche notizia sul santo patrono della nostra comunità parrocchiale… San Pio V
[Contributo di Franco Panati, inserito anche nell'omonimo articolo del periodico Giona n° 2 di Aprile 2004]

La nostra comunità parrocchiale ha compiuto da poco i suoi primi cinquant’anni di vita. Anni alcune volte difficili, più sovente prodighi di soddisfazioni. I quali, tuttavia, sommati gli uni agli altri ci hanno portato a vivere la bella realtà attuale. Quest’anno celebriamo, inoltre, il cinquecentesimo anniversario della nascita di S. Pio V: è, quindi, d’obbligo ricordarlo in questa rubrica.
Papa Pio V nacque a Bosco Marengo (AL) il 17 gennaio 1504 dalla nobile famiglia Ghislieri. Al battesimo fu chiamato Michele, nome che mantenne anche da religioso. All’età di quattordici anni prese l’abito domenicano. Ordinato sacerdote nel 1528 e sotto la tutela di Maria, della quale fu sempre particolarmente devoto, germogliò in lui quell’angelica pietà che rappresentò l’anima ed il segreto di tutta la sua vita. In possesso di pregevoli doti di capacità e temperamento, ricoperse sempre cariche di notevole prestigio.
Iniziò la carriera apostolica con l’insegnamento a Bologna ed a Pavia. Successivamente fu chiamato a difendere la fede minacciata in Italia dall’eresia di Lutero che stava oltrepassando le Alpi. Nel 1556 Papa Paolo IV lo nominò Vescovo di Nepi e Sutri e nel 1558 lo creò Cardinale del titolo di Santa Maria Sopra Minerva. Nel 1560 il suo successore Pio IV lo trasferì alla sede di Mondovì dove la fede era più minacciata; richiamandolo successivamente a Roma dove si richiedeva la sua scienza e la sua illuminata prudenza. Alla morte di Pio IV, il 7 gennaio 1566, con l’appoggio esplicito di Borromeo (nipote dello stesso Pio IV) del Farnese e di Filippo II, fu eletto Papa prendendo il nome di Pio V. Severo, umile, autorevole ed ostinato all’un tempo, rappresentò il partito rigorista della Riforma esercitando un’influenza decisiva nella storia della Controriforma esigendo la rigida applicazione delle delibere relative ai decreti sanciti dal Concilio di Trento. Il Concilio aveva, infatti, auspicato che la dottrina cristiana venisse redatta in forma succinta, chiara, ma allo stesso tempo completa: nella convinzione che nulla poteva essere più efficace per salvaguardare i fedeli dagli errori cagionati dalle continue controversie. Anche se parecchi catechismi cattolici erano già stati pubblicati, citiamo a titolo di esempio quelli di Giovanni Dietemberg e di S. Canisio, nessuno corrispondeva alle esigenze del Concilio. Si richiedeva, quindi, una revisione radicale promossa dalla Chiesa stessa, non soltanto approvata dal Papa, ma pubblicata in suo nome. Pio IV aveva dato incarico di redigerne il testo ai domenicani Marini vescovo di Lanciano, a Foscarari vescovo di Modena ed al segretario di S. Carlo, il dotto Poggiani. Pio V mantenne verso costoro la sterra fiducia; ma volle seguire i loro lavori più da vicino e dopo il successivo esame del volume da parte di varie Commissioni, nel settembre 1566 lo fece pubblicare col titolo: "Catechismus ex decreto concilii tridentini, ad parochos, pii quinti pont. Max. iussu editus". A differenza di quello del Canisio, infatti, questo catechismo non era semplicemente un manuale compendio ad uso dei fedeli. Esso era indirizzato ai sacerdoti delle parrocchie mettendo in rilievo il dogma e la morale e fornendo loro la scienza teologica necessaria facilitandone l’insegnamento. Il Santo Padre, però, non contento della sola pubblicazione dell’opera, con una bolla del 6 ottobre 1571, rinnovò le sue esortazioni invitando i vescovi a fondare dei sodalizi destinati all’insegnamento del catechismo. Altre riforme volute dal Concilio di Trento fece pure S. Pio V. Quand’era ancora, ad esempio, semplice religioso e cardinale, visitando alcuni Santuari o assistendo ai divini uffici, aveva notato negligenza nel servizio di Dio e poca compostezza nei Fedeli. Ricevuta dal Sommo Pontefice la facoltà di rimediare a tutto ciò, si mise all’opra con grande ardore e la liturgia della Chiesa lo loda come scelto da Dio non soltanto per combattere i nemici del bene, ma anche per essere il restauratore del culto. Soppresse gli abusi che trasformavano i Templi in case profane ove si passeggiava con eccessiva famigliarità o si ciarlava e si scherzava ad alta voce senza alcun rispetto per la casa del Signore.
La riforma del culto ne richiedeva, comunque, un’altra più urgente e delicata: quella del breviario. Da circa venticinque anni, infatti, numerosi sinodi la reclamavano; mentre l’Imperatore Ferdinando I, il Re ed i Vescovi di Francia l’avevano già richiesta al Concilio. Paolo IV avrebbe avuto intenzione di estendere, a tutta la Chiesa, il breviario riformato dai teatini; ma fu sopraggiunto dalla morte. Pio V più fortunato dei suoi predecessori, i quali pur impegnatosi incontrarono non poche difficoltà, ebbe l’onore di dare al suo nome questa grande opera di restituire così alla Chiesa l’unità e la purezza della preghiera pubblica. Nella bolla QUOD AD NOBIS, promulgata il 9 luglio 1569, enumerò i principi ai quali si era ispirato ed i motivi che lo avevano indotto alla riforma. Pio V riprendendo, quindi, lì’idea di Paolo IV, già approvata dal Concilio di Trento, stabilì bene obblighi e proibizioni; facendo eccezione per le sole chiese o comunità religiose che si servivano, da almeno duecento anno, di un breviario approvato dalla Santa Sede. In questo modo la Chiesa di Milano poté, ad esempio conservare il proprio rito ambrosiano. Il nuovo breviario venne pubblicato nel 1568 dalla stamperia di Paolo Manuzio, come il Catechismo Romano. I successori di Pio V Gregorio XIII e Sisto V, quantunque suoi ammiratori, non si ritennero però legati dalla formula della QUOD AD NOBIS apportandovi delle modifiche criticate, peraltro, dal Bellarmino e dal Baronio. Altre varianti furono apportate da Clemente VIII, Urbano VIII e Benedetto XIV. Ma siccome le grandi opere finiscono sempre con il trionfare, quella di Pio V venne restituita alla dovuta stima. Il lavoro terminò nel 1570 ed una costituzione apostolica promulgò, finalmente, il nuovo messale. Altra iniziativa degna di nota fu, nel 1571, la fondazione della Congregazione dell’Indice con il compito di controllare e stilare un elenco di tutte le pubblicazioni dopo averne valutato la liceità della divulgazione. Grato a Maria, sua celeste alleata, istituì anche la festa del Rosario. Il suo santo trapasso, avvenuto il 1 maggio 1572 all’età di sessantotto anni, fu uno spettacolo degno degli angeli. Le sue spoglia mortali riposano nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Il 22 maggio 1712 fu proclamato Santo da Papa Clemente XI. La sua memoria si celebra il 30 aprile. A conclusione di questa riflessione si può osservare che S. Pio V fu considerato da alcuni un Papa scomodo; come sono scomodi, del resto, tutti i riformatori dei costumi. Rappresenta, comunque, per Lui titolo di merito l’avere debellato la simonia della Curia romana ed il nepotismo. Ai numerosi parenti che accorrevano a Roma con la speranza di ottenere privilegi, S. Pio V era solito dire che un parente del Papa può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce l’indigenza.

[ Testo di Franco Mariani - Addetto Stampa Congregazione Suore Domenicane dello Spirito Santo ]

Papa Pio V, nato a Bosco Marengo nel 1504, dalla nobile Famiglia Ghisleri, al battesimo fu chiamato Michele, nome che tenne anche da religioso. A 14 anni prese l’Abito Domenicano e sotto la tutela di Maria germogliò in lui quell’angelica pietà che fu l’anima e il segreto di tutta la sua vita. Iniziò la carriera apostolica con l’insegnamento a Bologna e a Pavia. Successivamente fu chiamato a difendere la fede, minacciata in Italia dall’eresia di Lutero che stava oltrepassando le Alpi. Michele Ghislieri fu nominato Grande Inquisitore Generale, titolo che a nessun altro passò. Parve allora rivivere in lui un'altra Gloria dell’Ordine, San Pietro da Verona, e se non dette il sangue, prodigò fatiche e sudori. Papa Paolo IV lo nominò Vescovo di Nepi e Sutri e due anni dopo lo creò Cardinale del titolo di Santa Maria Sopra Minerva. Il suo successore, Papa Pio IV, lo trasferì alla Sede di Mondovì dove la fede era più minacciata, richiamandolo poi a Roma dove si richiedeva la sua scienza e la sua illuminata prudenza. Alla morte di Pio IV i Cardinali, riunitisi in Conclave, lo elessero Papa. Il suo Pontificato, durato sette anni, fu uno dei più fecondi del suo secolo. Volle eseguiti i Decreti del Concilio di Trento, pubblicò il Catechismo Romano, stabilì l’unità della Liturgia Romana, represse il mal costume, fu il Padre d’ogni miseria. La sua gloria più grande fu la celebre vittoria contro i Turchi del 7 ottobre 1571 riportata dalle forze cristiane da lui animate e che salvò in Europa la civiltà e la fede. Grato a Maria, sua celeste alleata, istituì la festa del Rosario. Sia da vescovo, che da cardinale, che da Papa, visse sempre come un povero religioso. Volle morire con la sua rozza camicia di lana. Il suo santo trapasso fu uno spettacolo degno degni angeli. Il suo corpo è sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore. E’ stato proclamato Santo il 22 maggio 1712 da Papa Clemente XI.

 

 

 

Da Wikipedia

 Pio V, nato Antonio (in religione Michele) Ghislieri (Bosco Marengo, 17 gennaio 1504 – Roma, 1º maggio 1572), fu il 225° papa della Chiesa cattolica (1566 - 1572). Venne canonizzato da Clemente XI il 22 maggio 1712.

Nacque a Bosco (oggi Bosco Marengo, in provincia di Alessandria), appartenente all'epoca alla diocesi di Tortona e quindi al ducato di Milano, dalla nobile ma decaduta famiglia Ghislieri. All'età di quattordici anni entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori a Voghera. Nel 1519 professò i voti solenni a Vigevano, poi completò gli studi presso l'Università di Bologna. Negli anni di preparazione al sacerdozio, insieme a una solida formazione teologica, facilitata da un'intelligenza vivida, manifestò quella austerità di vita che gli avrebbe meritato tanta stima negli anni successivi. Nel 1528 ricevette l'ordinazione presbiterale a Genova e presto diede prova delle opinioni che avrebbero trovato realizzazione pratica nel corso del suo pontificato, sostenendo a Parma trenta proposte a supporto del seggio pontificio contro le eresie.

Come rettore di vari conventi domenicani si caratterizzò per una rigida disciplina e, in seguito a suo espresso desiderio, ricevette la nomina di inquisitore della città di Como. Tornato a Roma nel 1550, dove proseguì l'attività di inquisitore, fu eletto commissario generale dell'Inquisizione romana. Sotto papa Paolo IV divenne vescovo di Sutri e Nepi (1556), cardinale con il titolo di Alessandrino (1556), grande inquisitore (1558). Sotto Pio IV divenne vescovo di Mondovì (1560).

Nella sua qualità di Inquisitore generale, organizzò la distruzione delle colonie calabre dei valdesi, là chiamati Oltramontani. I monaci benedettini inviati da Ghisleri in Calabria, nel giugno 1561, con il supporto dei signorotti locali, presero d'assalto la zona nord-ovest della regione, dov'erano gli insediamenti valdesi di Guardia Fiscalda, San Sisto dei Valdesi, Montalto, San Vincenzo, Argentina, Vaccarizzo e Piano dei Rossi, distruggendo interi villaggi e sterminandone le popolazioni. Il massacro degli Oltramontani si concluse con la cattura di circa 1.600 persone e l'uccisione di altri 2.200 uomini, donne e bambini di confessione valdese, con modalità raccapriccianti

Alla morte di Pio IV, il 7 gennaio 1566, fu inaspettatamente eletto Papa grazie a un accordo tra i cardinali Borromeo e Farnese e consacrato il giorno del suo compleanno, dieci giorni dopo. La sua elezione fece tremare la curia romana, niente festeggiamenti e sontuosi banchetti per solennizzare l'evento, infatti Pio V era di carattere rigido e intransigente.

Cercò con ogni mezzo di migliorare i costumi della gente emettendo bolle, punendo l'accattonaggio, vietando il dissoluto carnevale, cacciando da Roma le prostitute, condannando i fornicatori, i bestemmiatori e i profanatori dei giorni festivi. Difese strenuamente il vincolo matrimoniale, infliggendo pene severe agli adulteri. Ridusse il costo della corte papale, impose l'obbligo di residenza dei vescovi ed asserì l'importanza del cerimoniale. Egli curò, inoltre, la pubblicazione del catechismo romano, del breviario romano riformato e del messale romano. Rafforzò gli strumenti della Controriforma per combattere l'eresia ed il protestantesimo e diede nuovo impulso all'Inquisizione Romana (condanna a morte per eresia di Pietro Carnesecchi e Aonio Paleario).

Fu rigido oppositore del nepotismo. Ai numerosi parenti accorsi a Roma con la speranza di qualche privilegio, Pio V disse che un parente del papa può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce l'indigenza. Siccome i cardinali ritenevano opportuna la presenza di un nipote del papa nel Collegio dei Principi della Chiesa, Pio V si lasciò indurre a dare la porpora a Michele Bonelli, nipote di una sua sorella e domenicano pure lui, purché lo aiutasse nel disbrigo degli affari. A un figlio (Paolo Ghislieri) di suo fratello invece permise di entrare nella milizia pontificia, ma lo cacciò persino dallo Stato appena seppe che coltivava illeciti amori.

Nel 1566 promosse la costruzione del convento domenicano di Santa Croce e Ognissanti a Bosco Marengo, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto costituire il centro di una città di nuova fondazione, nonché suo luogo di sepoltura.

Nel 1567 fondò a Pavia un'istituzione caritatevole per studenti meritevoli, il Collegio Ghislieri, che tuttora, tramite concorso pubblico, accoglie i migliori studenti dell'Università di Pavia.

Tra le sue Bolle papali, In Coena Domini (1568) ricopre un ruolo primario; tra le altre, quelle che più contribuiscono a definire la linea di condotta del suo pontificato sono: il divieto di questua (febbraio 1567 e gennaio 1570); la condanna di Michel de Bay, professore eretico di Lovanio (1567); la denuncia del dirum nefas (agosto 1568); fu persecutore degli Ebrei, a lui si deve la loro espulsione dai domini ecclesiastici tranne da Roma e da Ancona (1569); la conferma dei privilegi della Società dei Crociati per la protezione dell'Inquisizione (ottobre 1570); il divieto di discussione sul miracolo dell'Immacolata Concezione (novembre 1570); la soppressione dei Fratres Humiliati accusati di depravazione (febbraio 1571); l'approvazione del nuovo ufficio della Vergine Maria (marzo 1571).

Il poeta Aonio Paleario, che venne condannato al rogo per eresia, scrisse i seguenti versi contro il papa:

 

" Quasi che fosse inverno,brucia cristiani Pio siccome legna per avvezzarsi al fuoco dell'inferno "

 

 

Emanò contro gli ebrei la bolla "Hebraeorum gens sola quondam a Deo dilecta", con cui ne ordinava l'espulsione da tutte le terre dello Stato Pontificio, ad eccezione di Ancona e Roma. Gli ebrei di Bologna, città facente parte dello Stato dal 1506, passarono nel vicino territorio estense; ma siccome la bolla ordinava anche la distruzione di tutto ciò che potesse ricordare l'esistenza di una comunità ebraica, compresi i cimiteri, gli ebrei di Bologna abbandonarono la città portando con sé anche i loro morti. In seguito scomparirono per sempre alcune comunità ebraiche italiane: quelle di Ravenna, Fano, Camerino, Orvieto, Spoleto, Viterbo, Terracina, che mai più risorsero. Gli ebrei abitanti presso Roma si rifugiano nel già sovrappopolato ghetto romano.

In politica estera Pio V adottò una linea di difesa dei diritti giurisdizionali della Chiesa, entrando in conflitto con Filippo II di Spagna. Durante le guerre di religione in Francia, sostenne i cattolici contro gli ugonotti. Appoggiò la cattolica Maria Stuarda contro Elisabetta I di fede anglicana, che scomunicò nel 1570.

Preoccupato dall'avanzata turca, promosse una lega dei principi cristiani contro i Turchi e con Genova, Venezia e Spagna istituì la Lega Santa. Le forze navali della Lega si scontrarono con la flotta ottomana nelle acque al largo di Lepanto, il 7 ottobre 1571, riportando una vittoria che però non si concretizzò, come il papa avrebbe sperato, nella liberazione del Santo Sepolcro. Tuttavia si narra che ebbe una visione in occasione della vittoria della battaglia di Lepanto ed esclamò "sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto" e da quel giorno le campane suonano ogni giorno alle 12. L'anno successivo, nel 1572, il 7 ottobre venne celebrato il primo anniversario della vittoria di Lepanto con l'istituzione della "Festa di Santa Maria della Vittoria", successivamente trasformata nella "Festa del SS. Rosario".

Pio V, spossato da ipertrofia prostatica di cui, per pudicizia, non volle essere neanche visitato, si spense la sera del 1º maggio 1572, all'età di 68 anni, dopo aver detto ai cardinali radunati attorno al suo letto: "Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l'onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità".

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COSIMO I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CATERINA de MEDICI REGINA DI FRANCIA

 

 

 

 

 

MARGHERITA di VALOIS

 

 

Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e coll'aiuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro l'autorita' pontifizia, alla quale esso, come i suoi , era stato docilissimo

 

Gli eretici d'Italia ----Cesare Cantu'

 

Margherita Valois (5 giugno 1523 – 14 settembre 1574) nata principessa di Francia e duchessa di Berry, era figlia di Francesco I di Francia e di Claudia di Francia. Era quindi sorella minore del re Enrico II di Francia.

Margherita, ancora giovanissima, a seguito della Pace di Cambrai del 1529, fu fidanzata con Massimiliano II del Sacro Romano Impero, ma il matrimonio in seguito non ebbe luogo.

Nel 1538 suo padre Francesco e l' imperatore Carlo V del Sacro Romano Impero si accordarono per il fidanzamento tra Margherita e Filippo, figlio unico dell'Imperatore, il futuro Filippo II di Spagna, ma l'accordo tra i due sovrani fu di breve durata. Sposò, infine il 10 luglio del 1559 Emanuele Filiberto I di Savoia (1528-1580), duca di Savoia. Il loro matrimonio costituiva una delle condizioni della Pace di Cateau-Cambrésis. La cerimonia ebbe luogo il giorno stesso in cui morì il re Enrico II, fratello di Margherita, che era stato ferito durante un torneo indetto per festeggiare le nozze della figlia Elisabetta; Enrico insistette perché si celebrasse anche il matrimonio della sorella, temendo che il duca Emanuele Filiberto si ritirasse dall'accordo.

La coppia ebbe un solo figlio:

Carlo Emanuele (1562 - 1630), futuro duca di Savoia dal 1580 con il nome di Carlo Emanuele I.

Il bambino nacque cagionevole di salute ma fu molto seguito e curato dalla madre. Raggiunta l'età adulta avrebbe sposato Caterina Micaela di Spagna, figlia di Filippo II di Spagna e della seconda moglie Elisabetta di Valois.

Alla corte di suo padre Margherita fu legata da profondo affetto alla zia paterna Margherita, futura regina di Navarra, e alla cognata Caterina de' Medici. Amante della cultura, soprattutto italiana, costituì con esse un circolo intellettuale e compose una raccolta di novelle. Viene ricordata come una persona molto colta e caritatevole. 

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GIULIA GONZAGA

 

 

 Nacque nel 1513 da Francesca Fieschi e da Ludovico Gonzaga, signore di Gazzuolo, Sabbioneta, Viadana e Casalmaggiore.

 

Andò sposa appena tredicenne nell'agosto del 1526 al figlio di Prospero Colonna, Vespasiano (1480-1528), rimasto vedovo l'anno prima di Beatrice Appiani, figlia del signore di Piombino, e padre di una figlia di nome Isabella. Questi, conte di Fondi e duca di Traetto, suo cugino di 3° grado, maggiore di lei di 33 anni, era, quasi non bastasse, "in cattive condizioni di salute, zoppo e monco". [1] Giulia, che aveva portato in dote 12.000 scudi d'oro, rimase vedova dopo meno di due anni, il 13 marzo 1528, e fu erede del marito a condizione che non si risposasse, nel qual caso il patrimonio di Vespasiano sarebbe andato tutto alla figlia Isabella.

 Infatti, nel testamento redatto il giorno prima della sua morte, Vespasiano scrisse: "Lasso Isabella ad Hipolito Medici nepote del Papa con 30.000 ducati de Regno in dote, et per contentezza de vaxalli et satisfatione de la posterità che li figli se chiamano con lo cognome de casa Colonna [...] In caso che il matrimonio di Isabella con Hipolito nepote non havesse loco, lo ha resolvere mia mogliere in uno de' fratelli con cinco millia ducati de rendita sopra lo stato di Campagna in dote. Del resto lasso mia mogliera donna et patrona in tutto lo stato predetto et anco del Regno, sua vita durante, servando lo habito de vidua, et in evento che si maritasse che se piglia la dote sua et Isabelhi resti herede universale tanto del Stato di Campagna quanto del Regno et di Apruzio".

Pertanto, Giulia non si sposò più, mentre Isabella non sposò Ippolito de' Medici - che fu fatto cardinale dal papa Medici cardinale il 10 gennaio 1529 - ma un fratello di Giulia, Luigi Gonzaga "Rodomonte": in questo modo, Giulia coinvolgeva nella protezione della proprietà dei suoi feudi la propria famiglia di origine e, nello stesso tempo, manteneva l'amicizia dell'influente cardinale.

 Da parte sua, Isabella ebbe da Luigi Gonzaga il figlio Vespasiano, che sarà un giorno duca di Sabbioneta e, dopo un suo nuovo matrimonio, sarà Giulia a doversi occupare del piccolo Vespasiano.

 Giulia Gonzaga si stabilì a Fondi, animando con il suo segretario, il poeta modenese Gandolfo Porrino, un piccolo ma raffinato circolo intellettuale nel locale Castello, frequentato da personalità quali Vittoria Colonna, Marcantonio Flaminio, Vittore Soranzo, Francesco Maria Molza, Francesco Berni, il pittore Sebastiano del Piombo - che le fece il ritratto - Pier Paolo Vergerio, Pietro Carnesecchi, Juan de Valdés, lo scrittore spagnolo residente a Napoli e in "odore di eresia", con il quale si mantenne in contatto per tutta la vita, il quale scriveva il 18 settembre 1535 al cardinale Ercole Gonzaga di essere stato a Fondi "con quella signora, che è grandissimo peccato che non sia signora di tutto il mondo, benché io credo che N. S. Dio ha provisto così perché anchor noi altri poveretti potiamo godere della sua divina conversatione et gentilezza, che non è punto inferiore alla bellezza".

La sua intelligenza e cultura, unita alla notevole bellezza, attirarono l'attenzione di importanti poeti del tempo, come l'Ariosto e Bernardo Tasso, il padre di Torquato, che le dedico diversi sonetti.

Anche il cardinale Ippolito non smise, malgrado la porpora, di corteggiarla: questo legato pontificio nell'Umbria, vice-cancelliere, amministratore dei vescovati di Casale e di Lecce, titolare di ricchi benefici, che manteneva nella sua lussuosa casa romana in Campo Marzio una corte di centinaia di persone, le dedicò la sua traduzione del secondo libro dell'Eneide, scrivendo che l'incendio del suo cuore, da lei provocato, era simile a quello di Troia, ed esso gli procura "affanni, sospiri e lagrime". Come una leggenda vuole che ella non volle consumare il matrimonio con Vespasiano Colonna, un'altra opposta diceria le attribuisce un figlio avuto dal cardinale Ippolito, Asdrubale de' Medici.

Nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1534, la città di Fondi fu attaccata dal corsaro Barbarossa che già da settimane andava saccheggiando le coste meridionali della penisola, effettuando rapidi sbarchi dalle sue navi. A dar credito alla tradizionale interpretazione degli avvenimenti, egli avrebbe cercato di rapirla per consegnarla in "dono" al sultano Solimano II il Magnifico. Riuscita a sfuggire al rapimento con una fuga avventurosa compiuta, naturalmente, in abiti discinti a Campodimele, il Barbarossa saccheggiò la cittadina e la vicina Sperlonga, ma fu poi respinto dalla strenua resistenza degli abitanti di Itri. Si è anche sostenuto che il tentativo del Barbarossa fosse stato sollecitato dalla famiglia Colonna che intendeva appropriarsi dei possedimenti della Gonzaga.

Lo stesso Carlo V, meno di un anno dopo, organizzò una spedizione contro Tunisi per distruggere la base delle sortite corsare del Barbarossa e quando, il 25 novembre 1535, l'imperatore rientrò a Napoli, Giulia Gonzaga andò a incontrarlo non solo per vedervi il suo vendicatore, ma per ingraziarselo a vantaggio delle proprie liti domestiche con i Colonna e la stessa figliastra Isabella. E a Napoli rimase, entrando nel convento napoletano di San Francesco delle Monache, autorizzata da un breve di Paolo III, mantenendo lo stato laicale.

Ortensio Lando la descrisse come una donna che, "scordatasi della sua bellezza, ha tutti i suoi pensieri al cielo rivolti et è fatta nelle sacre lettere assai più esercitata che l'altre femine non sono nell'ago over nella conocchia". A Napoli Giulia conobbe nel 1536 anche Bernardino Ochino, famosissimo e trascinante predicatore, generale dell'Ordine cappuccino, che fuggì poi in Svizzera per sottrarsi alla persecuzione dell'Inquisizione, e frequentò il circolo del Valdés, che la fece protagonista del suo dialogo Alfabeto cristiano, pubblicato postumo nel 1546 a cura della stessa Gonzaga. Le teorie di Valdés, condivise dalla Gonzaga, consistono nel rifiuto delle forme esteriori della devozione, nell'abbandonarsi con fiducia a Dio che, avendo posto su Cristo la punizione delle colpe dell'umanità, ha dato prova di una capacità di perdono della quale l'uomo può avere fede assoluta e la fede è un'illuminazione dello Spirito Santo, non il risultato di un'analisi razionale delle Scritture.

Con la sua morte, avvenuta nel 1541, il Valdés la fece erede di tutti i suoi scritti e Giulia proseguì le iniziative dello spagnolo, stabilendo contatti anche con il circolo che si riuniva a Viterbo nella casa del cardinale inglese Reginald Pole, vicino alle posizioni riformate. Quando, nel 1558, il cardinale Pole, rifugiato in Inghilterra, ingiunto di presentarsi a Roma davanti al Tribunale del Sant'Uffizio per rispondere dell'accusa di eresia, in punto di morte si dichiarò cattolico e obbediente al papa, la Gonzaga scrisse all'amico Pietro Carnesecchi di considerare "scandalosa" quella dichiarazione.

Le sue frequentazioni con persone sospette di essere vicine alla Riforma protestante le procurarono le attenzioni dell'Inquisizione che cominciò a raccogliere prove per un processo d'eresia ma non se ne fece nulla, grazie all'intervento dei cugini, il cardinale Ercole e Ferrante I Gonzaga.

Giulia Gonzaga morì all'età di 53 anni, il 16 aprile 1566.

Dopo la sua morte, il papa Pio V ottenne il sequestro della sua corrispondenza alla cui lettura disse che, se fosse stata ancora in vita, "l'avrebbe abrusciata viva". L'esame della sua corrispondenza con il Carnesecchi causò tuttavia l'apertura dell'inchiesta e del processo di eresia contro quest'ultimo, bruciato sul rogo il 1º ottobre 1567. Nei verbali del processo inquisitoriale contro il Carnesecchi, tanto la Gonzaga che il Pole che il Valdés, tutti ormai defunti, vengono descritti come eretici luterani.

 

Fonte : Wikipedia

 

 

 

VITTORIA COLONNA

 

 Vittoria Colonna (Marino, aprile 1490 – Roma, 25 febbraio 1547) è stata una poetessa e intellettuale italiana.

 

Appartenente alla nobile famiglia dei Colonna in quanto figlia di Fabrizio Colonna e di Agnese di Montefeltro, dei Duchi di Urbino, ella stessa ebbe il titolo di marchesa di Pescara. I Colonna erano, in quegli anni, alleati della famiglia D’Avalos e, per suggellare tale alleanza, concordarono il matrimonio fra Vittoria e Ferdinando Francesco quando ancora erano bambini. I due si sposarono il 27 dicembre 1509 ad Ischia, nel Castello Aragonese.

Il soggiorno di Vittoria Colonna ad Ischia, dal 1501 al 1536, coincise con un momento culturalmente assai felice per l'isola: la poetessa fu infatti circondata dai migliori artisti e letterati del secolo, tra cui Michelangelo Buonarroti, Ludovico Ariosto, Iacopo Sannazzaro, Giovanni Pontano, Bernardo Tasso, Annibale Caro, l'Aretino e molti altri.

Il matrimonio con D'Avalos, sebbene combinato per servire le politiche di famiglia, riuscì anche dal punto di vista sentimentale, ma i due coniugi non trascorsero molto tempo insieme a Ischia dove si erano stabiliti, perché Ferdinando Francesco nel 1511 partì in guerra agli ordini del suocero per combattere per la Spagna contro la Francia. Fu preso prigioniero in occasione della Battaglia di Ravenna nel 1512 e deportato in Francia. Successivamente, divenne un ufficiale dell’esercito di Carlo V e rimase gravemente ferito durante la Battaglia di Pavia, il 24 febbraio 1525. Vittoria partì subito per raggiungerlo ma la notizia della sua morte la raggiunse mentre era in viaggio. Cadde in depressione e meditò il suicidio ma riuscì a superarla anche grazie alla vicinanza dei suoi amici.

Decise di ritirarsi in convento a Roma e strinse amicizie con varie personalità ecclesiastiche che alimentavano una corrente di riforma all’interno della Chiesa Cattolica, tra cui, soprattutto, Juan de Valdés e Bernardino Ochino.

Non rimase a lungo in pace perché il fratello, Ascanio Colonna, entrò in conflitto con il papa, una prima volta con Clemente VII, ed in tale occasione si trasferì a Marino e poi di nuovo a Ischia e cercò di mediare fra i contendenti. Questo, tuttavia, le evitò di vivere in prima persona la vicissitudine del Sacco di Roma (1527) e le consentì di prestare aiuto alla popolazione e di riscattare prigionieri anche ricorrendo alle proprie sostanze.

Ritornata a Roma nel 1531, nel 1535 conobbe Pietro Carnesecchi con cui intrecciò un rapporto di amicizia. In seguito, le venne l’ispirazione di compiere un viaggio in Terra santa per cui si trasferì a Ferrara nel 1537, in attesa di ottenere i permessi dal Papa, con l’intenzione di imbarcarsi da Venezia. Tuttavia non partì: la salute malferma la costrinse a rinunciare all’idea. Nel 1539 rientrò a Roma dove divenne amica di Michelangelo Buonarroti che la stimò enormemente e su cui ebbe una grande influenza.

Mantenne anche per molti anni una stretta corrispondenza epistolare con Michelangelo che nel 1540 le inviò un piccolo quadro, una Crocifissione per la propria cappella privata; i bozzetti della Crocifissione sono attualmente conservati al British Museum di Londra e al Louvre di Parigi: l'artista aveva dipinto soltanto il Cristo, la Vergine e la Maddalena e, quando nel 1547 Vittoria morì, Michelangelo modificò il quadro raffigurando Vittoria come Maddalena. Questo quadro è stato identificato da alcuni con quello conservato nella concattedrale di Santa Maria de La Redonda a Logroño.

Nel 1541 il fratello entrò per la seconda volta in conflitto con papa Paolo III, giungendo a fomentare una rivolta. Vittoria, allora, si trasferì a Viterbo dove conobbe il cardinal Reginald Pole.

Nel 1544 rientrò a Roma dove, nel 1547 la colse la morte che, probabilmente, le risparmiò un'inchiesta dell'inquisizione che perseguitò molti dei suoi amici.

 

 

Le sue opere comprendono poemi d'amore per il marito, le Rime, suddivise in Rime amorose e Rime Spirituali, ispirate allo stile di Francesco Petrarca, e composizioni in prosa di tema religioso tra cui il Pianto sulla passione di Cristo e l’Orazione sull’Ave Maria. Segue un elenco essenziale di alcune edizioni degli scritti di Vittoria Colonna, a cominciare da quelle pubblicate come poetessa ancora in vita:

 

Rime de la diuina Vittoria Colonna, In Parma, Antonio Viotti, 1538; e successive numerosissime edizioni.

Le rime spirituali della illustrissima signora Vittoria Colonna marchesana di Pescara. Non più stampate da pochissime infuori, le quali altroue corrotte, et qui corrette si leggono, In Vinegia, appresso Vincenzo Valgrisi, 1546; e successive edizioni;

Pianto della marchesa di Pescara sopra la passione di Christo. Oratione della medesima, sopra l'Aue Maria. Oratione fatta il Venerdi santo, sopra la passione di Christo, In Venetia, Paolo Manuzio, 1556; e successive edizioni;

Sonetti in morte di Francesco Ferrante d'Avalos marchese di Pescara, edizione del ms. XIII.G.43 della Biblioteca nazionale di Napoli a cura di Tobia R. Toscano, Milano, G. Mondadori, 1998;

 

da wikipedia

 

 

cardinale REGINALD POLE

 

 

 Reginald Pole, in italiano Reginaldo Polo (Stourton Castle, 3 marzo 1500 – Lambeth, 17 novembre 1558), è stato un cardinale inglese, tra i maggiori protagonisti dell'età della Controriforma.

 

La sua famiglia era strettamente imparentata con quella dei reali inglesi: suo padre, Richard Pole, era cugino di Enrico VIII, mentre sua madre, Margaret Pole Contessa di Salisbury (oggi venerata come beata dalla Chiesa cattolica), era nipote di Edoardo IV (era figlia di suo fratello, Giorgio di Clarence) e fu governante della futura regina Maria I.

 

Fin dall’infanzia fu destinato alla vita religiosa: ricevette giovanissimo gli ordini minori ed alcuni benefici ecclesiastici. Si formò in Italia, dove soggiornò fino al 1526 ed ebbe modo di frequentare personaggi della levatura di Pietro Bembo e Gasparo Contarini, ma anche l’agostiniano Pier Martire Vermigli, protagonista italiano della corrente riformista cattolica (poi passato alla riforma).

 

Nel 1527 tornò in Inghilterra, dove si ritirò nella Certosa di Sheen per completare gli studi; fu coinvolto contro la sua volontà nella vicenda del divorzio di Enrico VIII da Caterina di Aragona: benché personalmente contrario, ottenne dai teologi e canonisti dell’Università Sorbona di Parigi il parere favorevole allo scioglimento dell'unione. Perse comunque il favore del re e nel 1532 si trasferì a Padova, dove strinse un rapporto di grande amicizia con Gian Pietro Carafa, Benedetto Fontanini e Jacopo Sadoleto: a Venezia si dedicò poi allo studio filologico della Bibbia sotto la guida dell’ebreo fiammingo Giovanni di Kampen. Dopo la rottura di Enrico VIII con la Chiesa di Roma (1534), Pole inviò al re il trattato Pro ecclesiasticæ Unitatis defensione, per convincerlo a tornare sui suoi passi.

 

Ordinato diacono, Pole venne innalzato alla dignità cardinalizia da papa Paolo III nel concistoro del 22 dicembre 1536, ottenendo la diaconia dei Santi Nereo e Achilleo (fu poi trasferito, nel 1540, al titolo dei Santi Vito e Modesto e poi a quello di Santa Maria in Cosmedin): il papa lo scelse anche quale membro della commissione, presieduta dal Contarini, incaricata di tracciare le linee di una riforma della Chiesa, la quale consegnò al pontefice il documento Consilium de emendanda Ecclesia. Fu poi membro della commissione incaricata di preparare il Concilio ecumenico della Chiesa; incontrò a Nizza anche Francesco I di Francia e l’imperatore Carlo V.

 

Fu legato pontificio al Concilio di Trento (1546) e Amministratore del Patrimonio di San Pietro. Intanto a Londra sua madre e suo fratello vennero giustiziati per alto tradimento (1541). Pole si ritirò a Viterbo, dove divenne protettore del circolo degli Spirituali, i membri della Curia Romana in dissenso marcato, anche sul piano dottrinale, con la tradizione ecclesiastica e che premevano per una radicale riforma della Chiesa: del circolo facevano parte, tra gli altri, il cardinale Giovanni Morone, il protonotario apostolico Pietro Carnesecchi, le gentildonne Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, e il principale animatore era il mistico spagnolo Juan de Valdés, vicino alle dottrine luterane.

 

Intanto la Congregazione dell'Inquisizione accumulò una ricca documentazione a carico di questi personaggi, della quale si servì per controllare lo svolgimento dei successivi conclavi: in quello del 1549 (quello da cui uscì eletto Giulio III) e in quello del 1555 (da cui uscì eletto Paolo IV) il nome di Pole circolò tra quelli dei papabili, ma i sospetti di eresia avanzati soprattutto dall'interessato cardinale Giovanni Pietro Carafa (prefetto dell’Inquisizione, e in seguito divenuto Paolo IV) ne impedirono l’elezione.

Paolo IV Carafa lo costrinse a ritirarsi nel monastero benedettino di Maguzzano: dopo la deposizione di Thomas Cranmer (1555), Pole venne richiamato in patria da Maria la Cattolica, che aveva avviato la riconciliazione tra lo stato e la Chiesa, e l’11 dicembre 1555 venne eletto amministratore apostolico di Canterbury; il 20 marzo 1556 ricevette l’ordinazione presbiterale ed episcopale.

 

Morì nel palazzo di Lambeth (residenza degli arcivescovi di Canterbury), a Londra, il 17 novembre 1558, all'età di 58 anni: la regina Maria era morta dodici ore prima. Fu l'ultimo arcivescovo cattolico di Canterbury.

 

Da Wikipedia

 

 

 

 

 

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Fama di Pietro Carnesecchi

 

 

 

 

PIETRO CARNESECCHI.

Pietro Carnesecchi nacque in Firenze da nobili genitori. Fin dalla sua prima gioventù mostró di esser nato per " istare avanti ai re, e non avanti a degli omiciattoli." A una bella presenza, ad un vivo giudizio penetrante univa affabililà, dignità di maniere, generosita, e prudenza. Sadoleti lo loda come " un giovane di specchiata virtú e di perfezioni liberali." E Bembo ne parla in termini del più alto rispetto e attaccamento. Fu fatto segretario, e quindi protonotario apostólico da Clemente VII, che gli conferí due abbadie, una in Napoli, e un' altra in Francia ; ed era tale l' influenza di cui godeva presso quel papa, che si diceva comunemente, " che la Chiesa era governata più da Carnesecchi, che da Clemente." Pure si condusse con tanta modestia e convenienza nella sua delicata situazione, che in vita non incorse invidia, ne disfavori in morte del suo padrone. Ma i progressi di Carnesecchi nella carriera degli onori mondani, che aveva con tanto belli augurj principíata, furono arrestati da causa diversa. A Napoli strinse con Váldes un' intima amicizia ; s' imbevve dunque della dottrina riformata ; e siccome possedeva una gran sincerità di cuore, e sentiva amore per la verita, crebbe ogni giorno l' attaccamento a quella dottrina, con la lettura, la meditazione, e la conferenza degli uomini dotti. Nei più bei giorni del cardinal Pole, fece parte di una delle scelte società che si formavano a Viterbo in casa di quel porporato, e spese il tempo in esercizi religiosi. Quando il suo amico Flaminio, intimorito al pensiero di abbandonare la Chiesa di Roma, si arresto un poco nelle sue ricerche, Carnesecchi spiego quel mentale coraggio, che accoglie la verità quando calpesta i pregiudizj, e la segue malgrado i pericoli che s' incontrano in folla sul di lui sentiero. Dopo la fuga di Ochino e di Martire, incorse violenti sospetti di coloro che proseguirono le ricerche degli eretici, e nel 1546 fu citato a Roma, dove il cardinal di Burgos, uno degli inquisitori, ebbe ordine di esaminare le accuse portate a suo carico. Fu accusato di corrispondenza cogli eretici che si erano colla fuga sottratti alla giustizia ; di soccorrere persone sospette con denaro, di aiutarle a ritirarsi all' estero ; di rilasciare certificati ai precettori, che sotto il pretesto d' insegnare i primi rudimenti, appestavano le menti della gioventù соi loro catechismi ereticali ; e particolarmente di aver raccomandato alla Duchessa di Trajetto due apostati, che egli lodava fino alle stelle come apostoli mandati a predicare il Vangelo ai pagani. Col favore del pacifico pontefice Paolo III, l' affare fu accomodato ; ma Carnesecchi, per evitar l' odio eh' era stato contro di lui eccitato, stimo necessario di lasciar l' Italia per una stagione. Dopo aver passato qualche tempo con Margherita di Savoja, che non era nemica delle dottrine protestanti, ando in Francia, dove gode del favore del nuovo monarca Enrico II, e della regina Caterina de' Medici. Nell'anno 1552 torno' in patria, confermato nelle sue opinioni dalla comunicazione avuta coi protestanli oltramontani, e fisso la sua dimora a Padova nello stato Veneto, perché ivi era meno esposto ai pericoli, e agl' intrighi della corte Romana, e poteva godere della società di quei che professavano gli stessi suoi sentimenli religiosi. Non era molto che Paolo IV era asceso al trono, quando fu istituito contro di lui un processo crimínale. Siccome non credè di assoggettarsi all' arbitrio di quel papa furibondo, venne formalmente citato a Roma e a Venezia, dove non comparve nel termine prescrítto, e fu perciô fulminata contro di luí la sentenza di scomunica, in forza di cui fu consegnato al braccio secolare per esser punito, quando fosse preso, come un erético contumace. Quando Giovanni Angelo de' Medici ascese alla cattedra di San Pietro col nome di Pio IV, Carnesecchi, che aveva vissuto tanto tempo nella più stretta amicizia con la famiglia di questo pontefice, ottenne da lui la cessazione di quella sentenza, senza essere ricercato di fare alcuna abjura delle sue opinioni. Gli scrittori papisti si lagnano che, nonostante questi reiterati favori, conservava pure la sua corrispondenza cogli eretici di Napoli, Roma, Firenze, Venezia, Padova, e altri luoghi si dentro che fuori d' Italia ; che soccorresse con denaro Pietro Gelido, erético sagramentario, Leone Marionio, ed altri che erano andati a Ginevra, e che raccomandasse le opere dei luterani, mentre parlava con disprezzo di quelle dei cattolici Quando fu fatto papa Pio V, Carnesecchi si ritiro' a Firenze, e si mise sotto la protezione di Cosimo, gran duca di Toscana, appunto temendo la vendetta del nuovo pontefice. Dalle carte che gli furono trovate si rileva, che aveva intenzione di ritirarsi a Ginevra ; ma sulla confidenza che riponeva nel suo protettore, protrasse l' esecuzione del suo progetto, finché poi fu troppo tardi. Il papa spedi a Firenze il maestro del sacro palazzo con una lettera lusinghiera a Cosimo, e con delle istruzioni di pregarlo affinche' consegnasse Carnesecchi, come eretico pericoloso, che aveva da lungo tempo travagliato in varie maniere per distruggere la fede cattolica, ed era stato lo strumento onde erano corrotte le menti delle intere popolazioni. Quando il maestro del sagro palazzo giunse, e consegno la lettera, Carnesecchi sedeva a tavola col gran duca che, per insinuarsi nella grazia del papa, ordino che il suo conviva fosse immantinente arrestato e tradotto a Roma ; e il papa rese infinite grazie al gran duca per questa violazione delle leggi d' ospitalità e di amicizia. Contro il nuovo prigioniere si compilo senza ritardo il processo avanti la corte dell' Inquisizione sopra un' accusa di trentaquattro articoli, che contenevano tutte le particolari dottrine sostenute dai protestanti in opposizione alla Chiesa di Roma. Questi articoli furono provati con testimonianze e lettere dell' accusato, che, dopo essersi per qualche tempo difeso, ammise la verità dell' accusa, e confesso' gli articoli in generale. Abbiamo la testimonianza di uno storico papista che consulto' i registri dell' Inquisizione, sulla fermezza con cui Carnesecchi confesso i suoi sentimenti . Con un cuore il più indurito, e con le orecchie incirconcise, ricuso' di cedere alla necessita' delle sue circostanze, e rese inutili le ammonizioni e gli intervalli spesso reiterati, accordatigli a decidersi ; di modo che non fu possibile, per quanti mezzi fossero messi in opera, d' indurlo ad abjurare i suoi errori, e tornare nel grembo della vera religione, come Pio desiderava, il quale aveva risoluto, se si pentiva, di punirei suoi passati delitti molto più dolcemente di quello che meritava." Noi non crediamo di trasgredire le leggi di carita' , se supponiamo che gl' inquisitori lo tennero in carcere quindici mesi nell' intenzione di aver la gloria di annunziare in lui un penitente, e che niuna confessione l' avrebbe mai salvato dalla pena capitale. Nel di 3 ottobre 1567 fu decapitate, e gettato alle fiamme.

 

L'eco di Savonarola

 

 

 

 

 

L'Osservatore fiorentino sugli edifizi della sua patria. del Rosso‎ - Pagina 48

Marco Antonio Lastri - 1821

In mezzo alla pace, di cui godeva la Cattolica Chiesa verso il principio del secolo XVI, comparve inaspettatamente l'Eresia di Lutero, per cui molte Società Cristiane si viddero abbandonar ciecamente il culto e i dommi dei padri loro, e formar nuove sette sù principj molto differenti da quègli della Santa Chiesa Romana. Questa infelice rivoluzione, debole ed oscura nel suo principio, si sparse dalla Sassonia con una rapidità sorprendente, non solo in tuttala Germania, ma in tutta ancora l'Europa. Deh perchè non abbiami noi la gloria d'esserne rimasti esenti! Gli esempi delle persone attaccate da eretica pravità furon pochi, ma grandi. Tra gli altri, forse il più illustre, fu quel di Pietro Carnesecchi, famiglia nobile inoggi spenta, il quale non solo riguardo alla nascita, ma quanto ancora alla dottrina e alle dignità di cui godeva nell' Ecclesiastica gerarchia, presentò in se stesso uno de'più stravaganti deviamenti dello spirito umano. Il fatto è stato descritto puntualmente da uno de' moderni nostri Letterati, ond'io credo superfluo il darne ragguaglio in altre parole .

Pietro Carnesecchi nacque di nobil famiglia in Firenze, e per la sua erudizione, ed altre doti del suo ingegno, meritò la stima della casa de' Medici . Fu egli al servizio di Clemente VII. Sommo Pontefice, come Segretario; e fu sempre dalla Principesca Famiglia Medici favorito, finchè il suo vivere, e le sue azioni lo comportarono. Era egli nello stato Clericale, e dipiù Protonotario. Fu ne' tempi lacrimevoli dell'eresie di Lutero, di Calvino, e di altri Novatori ; e si trovava egli in Napoli nell' anno 1540, ed ivi fu discepolo di Giovanni Valdes, Spagnolo, di Marco Antonio Flaminio d'Imola, e dr Bernardo Ochino Senese ; e fu molto familiare di Pietro Martire, e Galeazze Caraccioli. Era egli in Viterbo nel 1 541 , quando contrasse più stretta familiarità col detto Marco Antonio Flaminio ; e dipiù con Vittore Soranzo Vescovo di Bergamo, Apollonio Merenda, Luigi Priuli, Pietro Paolo Vergerio, Vescovo Giustinopolitano, Lattanzio Ragnoni di Siena, che era alunno e seguace di Bernardino Ochino; i quali erano Valdesiani, Zuingliani, Calvinisti: e dipiù con Baldassarre Altieri, apostata Luterano; il quale aveva commercio cogli Eretici, e co'Principi Protestanti della Germania , e spacciava i libri degli Eretici. Inoltre stando in Roma, benchè pieno di benefizi, onori, e pensioni Ecclesiastiche, riceveva in casa sua, e proteggeva gliipustati della Religione Cattolica; e quei, che cercavano di fuggire ne'paesi oltramontani per cagione di eresia , aiutava co mezzi, e col danaro. Avea egli la grazia di Giulia Gonzaga , alla quale coi molto ardore raccomandò due Eretici, e li celebrò con gran lode; poichè di essa non si credeva pira la Religione. Aveva egli corrispondenza con atri Principi, e gran Signori; e fu molto tempo familiare di Margherita Duchessa di Savoia : e oltra questo poi con alcune sospette d'eresia, come con Vittoria Colonna Marchesana di Pescara; pethò in que'tempi varie femmine illustri in Italia er.no credute propense a' nuovi errori, come questa, ( la detta Giulia Gonzaga, e Renata moglie d'Ere* II. Duca di Ferrara, e Lavinia della Rovere Otini, e Teodora Sauli ec. Per tutte queste cose rifete a Paolo III. Papa, fu dal medesimo citato a Rina ; ed egli, negando ivi tutte le accuse dategli, fu assoluto. Allora, lasciata l'Italia, passò in Francia, dove , tra gli altri Eretici, godè molto della conservazione del Melandone. ( Forse di Andrea, che come Eretico vi fu carcerato; e non di Filippo suo parente, il quale non sembra essere mai stato in Francia . ) Ritornato nel 1552. in Italia, si trattenne alquanto in Padova , ed in Venezia, dove non tralasciò la corrispondenza cogli Eretici ; onde aderì a molto opinioni de' Luterani. Saputasi questa cosa, Papa Paolo IV. a dì a5 Ottobre 1557. lo fece citare a comparire a Roma il dì 6. di Novembre, essendo ancora in Venezia. Ma non comparendo egli, fu dichiarato, essere incorso nelle pene e censure contenute nel Monitorio, sotto di 24 Marzo 1558. Contumace pertanto, e scomunicato il Carnesecchi, avendo così perseverato più d' un anno, fu da'Cardinali Inquisitori proferita Sentenza sotto dì 6 d'Aprife del 155g. con cui fu dichiarato contumace , ed Iretico. Ma egli non la curò , e continuò a conversa-C con gli Eretici, cercando di disseminare 1' opinioni ereticali ; e dicendo, che a Ginevra si predicava coi maggior purità l'Evangelio, che ne'nostri paesi.Aiutava e raccomandava gli Eretici che si rifugiavant a Ginevra , o trai Luterani ; e arrivò a biasimare 1; professione della Fede Cattolica, che un Signore atva fatta in articolo di morte; spezialmente perchè \vea detto, che il Pontefice Romano era vero Vicaio di Cristo, e successore di S. Pietro. Per lo contrrio lodò 1' empia professione di Fede, che al fini della sua vita fece Giovanni Valdes. Gli dispiacer infinitamente, che gli Eretici fossero puniti; e scivendo loro, gli chiamava Nostri, Innocenti, Pratlli, Pii, Amici, ed.

ed Eletti di Dio. Morto Papa Paolo IV. 1'anno i55g. e succedutogli Pio IV. chiese da questo Papa, esser dinuovo sentito, e l'ottenne. Appresso il medesimo seppe con tali finzioni, e false scuse, difendersi ; che fu intera mente assoluto, e ricevuto dinuovo nel grembo della Chiesa: lo che egli raccontava ridendo, per aver saputo ingannare la clemenza di quel Pontefice, per la quale non divenne niente migliore ; nè si astenne dalla famigliarità cogli Eretici in Roma, in Napoli , in Firenze, in Venezia, in Padova, e in altri luoghi. E per vero dire, avea comodo di trattar con siimi sorta di gente anche de'suoi paesi, vivendo allora Pietro Martire Vermigli, e Antonio Brucioli, e Francesco Pucci Fiorentini; Aonio Paleario di Veroli, dimorante in Colle di Valdelsa, Bernardino Ochino, e Fausto, e Lelio Socini, e Mino Celso, Senesi, ed altri ; e specialmente i Lucchesi, che in que'tempi aveano in Toscana abbracciato, o inclinavano agli errori de' nuovi Settarj. Affezionato dunque agli Eretici il Carnesecchi, rimetteva loro molte volte anche danaro, come fece a Pietro Gelid Sacramentario, a Pietro Leone Marioni , e ad altri, ch'erano fuggiti a Ginevra . Continuò ancora a leggere i libri degli Eretici, e spezialmente di Martino Lutero, di Pietro Martire, e l'Apologetico di Marco Antonio Flaminio pel pestifero libro intitolato: 11 Benefizio di Cristo, e scritto, come più verosimilmente si crede, da Antonio Paleario contro l'Arcivescovo Ambrogio Caterine. Trovandosi perciò un giorno a sentir discorrere alcuni Sacramentarj empiamente dell'Eucaristia , e del Sacrifizio della Messa, procurò il Carnesecchi di rimuovergli da que'sentimenti ; ma per persuadergli ad abbracciare l'Impanazione di Lutero. Correva intanto l' anno i566 ed era Sommo Pontefice S. Pio V. Quando fu questi informato degli errori, e delle pessime opinioni del Carnesecchi, che si ritrovava in Firenze , e godeva della benevolenza del Duca Cosimo de'Medici, si risolvè di spedire a Firenze il Maestro del Sacro Palazzo Apostolico con lettera diretta al detto Duca, acciò fatto prigioniero il Carnesecchi, lo conducesse seco nelle carceri di Roma. „

„ Ricevuta dal Duca Cosimo la lettera , e intesa la cagione per cui era stato mandato il maestro del Sacro palazzo, diede subito ordine che ad esso fosse consegnato il Carnesecchi (i), il quale appunto era allora assiso alla sua mensa, e rispose al Papa , che se per una tal causa avesse dovuto far consegnare il Principe suo figlio, volentieri l'avrebbe fatto (2). Ebbe il Papa di ciò gran piacere, e ordinò al Cardinale Alessandrino di scriver lettera officiosa, e cortese al Duca . „

„ Condotto il Carnesecchi a Roma, e consegnato al Tribunale dell'Inquisizione, gli fu formato il processo; e seriamente esaminato, dopo varie tergiversazioni e scuse, confessò di propria bocca, e scrisse di propria mano, che le cose qui sopra narrate erano vere: e fu convinto, e ritrovato tenace di trentaquattro opinioni o eretiche o erronee, o temerarie, e scandalose (i), secondochè fu giudicato; e costò dalle sue proprie lettere, che aveva egli deliberato d'andarsene a Ginevra, per ivi più sicuramente professare i suoi errori . Il Carnesecchi però, benchè convinto, non volle mai ritrattare e pentirsi de'suoi errori, contuttochè gli fusse conceduto lungo spazio di tempo per ravvedersi. Quindi è, che come Eretico incorreggibile, fautore, e ricettatore di Eretici, e due volte fintamente convertito, fu dal Foro Ecclesiastico rigettato, e consegnato al Giudizio secolare, il quale lo condannò alla morte, e che dipoi fosse bruciato , con sentenza data il dì 16 di agosto dell'anno iSOa, la quale poscia fu pubblicamente recitata nella domenica del dì ai di settembre del medesimo anno, nella Chiesa di S. Maria sopra Minerva .

Questo fu l'infausto esito e fine di un nostro dotto concittadino, nelle greche, e latine lettere versatissimo . Dell' erudizione , e dottrina del Carnesecchi sono buoni riscontri le amicizie , che egli ebbe con persone di quel secolo per letteratura assai celebri

Nella raccolta di Epistole scelte latine d'uomini illustri, stampata in Venezia nel 1556 , ven' è. una del famoso Cosimo Gheri Vescovo di Fano scritta a Pietro Carnesecchi ; e nell' altra Raccolta d'Epistole Italiane impressa nel medesimo anno, vene sono alcune scrittegli da lacopo Bonfadio, da Francesco della Torre, e da Paolo Giovio Vescovo di Nocera . Marc' Antonio Mureto in una lettera a Paolo Manuzio fa menzione d' una Ode di Pietro Carnesecchi, la quale non averebbe voluto, che si sperdesse. Trai Carmi di Marc'Antonio Flaminio, dell'edizione del Mancurto, vene sono tre elegantissimi indirizzati al Carnesecchi : ma la sospetta Religione di Mctrc' Antonio Flamiuio non fa d'ogni parte onore al nostro Pietro . Chi bramasse un saggio dello scrivere latino di Pietro Carnesecchi legga una sua lettera diretta al predetto Marc'Antonio Flaminio nel Tomo secondo dell' Opera di Giovai) Giorgio Schelornio intitolata : Amoenitates Historiae Ecclesisticae,et Litterariae , pag. 155. la quale è parimente un saggio del suo erroneo opinare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da :

Marietta de' Ricci ovvero Firenze al tempo dell'assedio racconto storico di Agostino Ademollo seconda edizione con correzioni e aggiunte per cura di Luigi Passerini   Stabilimento Chiari Firenze 1845

 

Note del Passerini : nota 17………… pagina 1768……………………….

 

E' famoso Piero Carnesecchi protonotario apostolico , uomo distinto per letteratura ed amico di Cosimo I. Essendosi imbevuto delle opinioni dei Luterani , andava altamente

predicandole , talche' viveva in gravi disturbi con l'inquisizione e solo sicuro perche' sempre ai fianchi del Duca (sic : non ando' cosi ) . Quando il Medici si maneggio' presso Pio V

per aver titolo granducale , uno dei patti impostigli dal Pontefice si fu la consegna del Carnesecchi . Cosimo I lo fece immediatamente arrestare e condurre a Roma nelle carceri dell'inquisizione.

La fu processato ; e il 10 Agosto 1562 (SIC : 01 ottobre 1567 ) gli fu recisa la testa e quindi abbruciato il cadavere

 

 

 

 Inserimento di Garibaldi a Rio

Quando Garibaldi arrivò a Rio de Janeiro, si sapeva solo di lui che era stato oggetto di una condanna morte per contumacia, per aver partecipato ad un'insurrezione mazziniana, e questo valeva tutti i passaporti presso la comunità repubblicana. Ma non si sapeva che era stato Luigi Canessa, di Marsiglia, a indicarlo come rappresentante della Giovine Europa, che l'incontro a Taganrog con Cuneo non era mai avvenuto, e tanto meno l'incontro con Mazzini a Genova. Nelle sue Memorie, Garibaldi è poco preciso in merito, ma oggi la ricostituzione di quegli anni è abbastanza sicura.10 Il prof. Romano Ugolini da una spiegazione alla distorsione dei fatti : la necessità più tardiva, di consacrare il mito di un giovane eroe che sarebbe stato coinvolto ed iniziato nelle teorie mazziniane già dal 1833, sarebbe portatore di un messaggio, e così in grado di imporsi a tutti quelli che già avevano un ruolo nella comunità degli esuli. In effetti, arrivando a Rio de Janeiro, Garibaldi non trova un terreno vergine.
Il prof. Scirocco sostiene che "il bandito condannato per il moto di Genova, già personaggio, uomo-immagine, dei rivoluzionari per la rinuncia a cercare il perdono delle autorità, potrebbe trovare rifugio sicuro più vicino alla patria, per esempio a Costantinopoli, dove è vissuto a lungo. Si muove verso l'America per una scelta precisa, non come un esule sfiduciato, ma come un patriota ardente che vuole continuare a dare la sua opera per il trionfo degli ideali nazionali."11 Non coincidano i giudizi di Ugolini e di Scirocco, poiché Scirocco cede qualcosa al mito di Garibaldi, mentre Ugolini da per molto più casuali gli eventi di Marsiglia e la partenza, dovuta anche ad un epidemia di colera a Marsiglia e dintorni. Ma quello che conta è che in quel momento Garibaldi scopre la sua vocazione, ed anche il suo talento : ha individuato nelle idee di Mazzini un viatico per se e nei mazziniani un ambiente che lo accoglie, lo porta, lo riconosce.
La condanna a morte di Genova è l'atto di nascita di Garibaldi, l'incontro con Luigi Rossetti, con Cuneo, poi con Zambeccari l'inizio del suo protagonismo politico e militare, ed è quanto a noi interessa.12

I compagni, gli aiuti

Luigi Rossetti (sopranome Olgiati) lo accoglie a braccia aperte e immediatamente scocca tra i due una scintilla che Garibaldi stesso descrive efficacemente nelle sue Memorie. "Gli occhi nostri s'incontrarono, e non sembrò per la prima volta, com'era realmente. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili".13 Nel 2000, Tabajara Ruas ha dato alle stampe il suo bel "Garibaldi e Rossetti"14 ed ha contribuito egregiamente alla migliore conoscenza di questa nobile figura. Va fatto poi costante riferimento all'opera monumentale di Yvonne Capuano su questo punto e molti altri. 15
Vi sono altre forti personalità sul posto, tra gli altri Giuseppe Stefano Grondona. I rapporti tra i due non saranno mai semplici. Anche di lui Garibaldi si ricorda nelle Memorie. Il Grondona è qualificato da Garibaldi di "genio quasi infernale". Questo ligure, antico giacobino, è stato compagno di lotta di Giacomo Mazzini, è arrivato a Rio intorno al 1815, espulso per le sue idee nel 1823 e riammesso nel 1834 dal regime più liberale di Pedro II. Benché sia più legato all'idea della rivoluzione universale che a quella italiana, si mette in contatto con Mazzini e si fa arrivare le pubblicazioni della Giovine Italia che traduce, creando con mezzi propri una Società Filantropica italiana. Garibaldi in un primo tempo lo agevola, entra in una loggia locale della Massoneria per inserirsi nell'ambiente (Grondona è massone) alla famosa loggia "Asilo de la Vertud". Ma Garibaldi si considera investito direttamente da Mazzini, poiché lo è da Canessa, e si crea subito una difficoltà con Grondona. In breve, Garibaldi deve imporsi su Grondona, e non glielo perdonerà mai. Sarà per questo che Grondona non riuscì mai a tornare in patria ?
Tornano invece, nel 1839, altri personaggi presenti nella congrega di Rio de Janeiro, e sono le loro relazioni alla polizia che ci illuminano su molti fatti, tra testimonianza forzata e delazione. Vincenzo Raimondi, Gian Battista Folco, soprattutto Cesare Corridi,
che aveva come sopranome Pietro Carnesecchi, e potrebbe essere anche lo stesso di Michele Lando. Lui presterà il sopranome di Carnesecchi a Grondona, già indiziato dalla polizia, quando tornerà in Italia. Chi dei due si sarà veramente nascosto sotto il nome di Carnesecchi? I pareri non concordano.
Una considerazione sulla questione dell'età dei partecipanti alla Giovine Italia. Noi siamo abituati a vedere i nostri eroi rappresentati come grandi vecchi, consideriamo la loro l'età: nel 1835, Mazzini ha 30 anni, Garibaldi ne ha 28. Zambeccari, che è già un grande scienziato, ne ha 33. Giovan Battista Cuneo (sopranome: Farinata degli 0berti) è nato a Oneglia nel 1809, ha 26 anni, ne aveva 24 quando è stato costretto all'esilio. (Sarà uno dei pochi a morire in Italia e nel suo letto, a Firenze, nel 1875, dopo essere stato eletto deputato nel 1849 ma avere scelto di tornare a vivere in America Latina). Il genovese Luigi Rossetti, direttore con Cuneo del giornale "O Povo" muore invece in combattimento nei pressi di Viamao il 24 novembre 1840, poco più che trentenne. Quasi una squadra di ragazzi, diremmo oggi, di giovani teppisti, a appena buoni per una rivoluzione di farrapos... Rossetti è arrivato a Rio nel 1827, Cuneo nel 1835, con Pietro Gaggini, orologiaio, anche lui condannato per i fatti di Genova del 1833, ed abitano assieme. Ambedue hanno un buon grado di cultura : Rossetti ha studiato legge, Cuneo ha il talento del giornalista e dello scrittore. Per aiutare Garibaldi ad imporsi, ed in particolare a superare l'handicap culturale che può darla vinta a Grondona che organizza contro di lui un vero e proprio sabotaggio, Cuneo crea, nel marzo 1836, un giornale che intitola proprio "La Giovine Italia". Il suo scopo è di preparare attività sovversive in Italia.

 

 

 

 

 

Da Leila di Fogazzaro

 

 La signora parlò subito del gran dispiacere di don Aurelio per non aver potuto alloggiare Massimo e neppure andargli incontro alla stazione. Raccontò che si era preso in casa, da due giorni, un infermo, un povero reietto, un venditore di bibbie protestanti, che a Posina era stato malmenato a furor di popolo e cui nessuno voleva ospitare.

"Poveretto!" esclamò la signora. "E' un tipo! Un tipo!" E rise di un riso breve, tosto represso perché la pietà prevalse al senso del comico e alla voglia di sfogarlo.

"E' un certo Pestagran" diss'ella, "ma qui gli hanno posto nome Carnesecca perché nei suoi discorsi, che sono sempre lirici, nomina spesso Carnesecchi. Egli si rifà, del resto. Una volta chiamava "pesci" i suoi concittadini di Lago: pesciolini, anguille, pesce popolo, marsoni, qualche volta gamberi. Adesso li chiama pescicani."

Ella continuò a parlare del disgraziato Carnesecca con un umorismo placido e fine, che divertì Massimo e non gli lasciò indovinare in lei un'assidua visitatrice pia dell'infermo. S'interruppe tre volte, per incontri diversi, prima all'uscita della selvetta di castagni, poi nel verde grembo fiorito che i meli e i noci ombreggiano, dove le donne di Lago hanno il lavatoio e la maestà delle pendici silenziose incombe sull'idillio. Prima una vecchia miserabile, poi un povero sciancato trattennero la signora per raccontarle guai. Ella stessa fermò una fanciullina scalza, sudicia, che portava un canestro. Parlò a ciascuno affabile, dolce, chiamandolo per nome, chiedendo di altre persone, di malati, di lontani. Alla fanciullina disse una parola di rimprovero.

Aveva saputo da un uccelletto certe cose! Congedati con bontà i poveri, riprendeva a pennelleggiare la figura e le varie gesta eroicomiche di Carnesecca, intercalandovi di tempo in tempo un "poveretto!" come a soddisfazione della coscienza che le rimordesse di questo umorismo poco cristiano.

 

 

 

 

 

(I) Dobbiamo alla cortesia dell' onorevole C. Cantù ll poter, pubblicare questo brano inedito della sua Storia degli Eretici Italiani. La Direzione.

RIVISTA UNIVERSALE ANN. IV.

 

http://www.carnesecchi.eu/Pietro_Carnesecchi1.pdf vedi da pg 85 a pg 98

 

 

  

Dal sito .............................http://www.domusgalilaeana.it/Esposizioni/mostragiugno95/rimandi/eppur.html

 

EPPUR SI MUOVE

NUMERO UNICO

PUBBLICATO A CURA DEI SOCIALISTI-ANARCHICI PISANI


EPPUR SI MUOVE

Così proruppe, come protesta della verita' torturata, dalla bocca di Galileo, la ribellione del pensiero scientifico contro la prepotenza incivile del dogma: In cotesto grido dell'anima, abiurante l'abiura che i tormenti strapparono alle labbra del martire, c'è come la sintesi della storia.
E qual sintesi, tutta di genio e d'eroismo da un lato , di ferocia e di viltà dall'altro.
(....)

RETTILI NERI
Che cosa fate?
No, no. E' inutile! E' inutile che vi adattiate maschere nuove :
Anche sotto le nuove maschere, noi, vi conosciamo.
Si, vi conosciamo. siete sempre quelli che rubavate le offerte ai numi!
(...)
Dove un raggio di luce, dove un raggio d'amore, si affaccio' per brillare sulla deserta ingannata e oppressa umanita', voi, o eterni fabbricatori d'infamie correste per soffocarlo.
I secoli si accavallarono ai secoli, come le onde del mare; le vicende, seguirono alle vicende, come le nubi del cielo; voi, cambiaste come il camaleonte, pelle e colori; ma una sola fu la costra fede, una la vostra tattica: l'impostura.
Una sola, non mai mutata la vostra natura: ingordigia e perfidia.
No!
Il vento dell'oblio, non crediate abbia disperso le ceneri degli eroi del pensiero.
No!
Le ceneri di Arnaldo, del Moro, del Campanella, del Bruno, del Savonarola, del Carnesecchi e di cento altri, non sono disperse.
No, insensati, no!
Quelle ceneri si addensano, si aggirano tempestose, preparando il ciclone dell'ultima e definitiva disfatta.
(...)
La cuccagna, è quasi al tramonto.
Non per nulla Dante, ha cacciato i papi, ancora vivi, capofitti nelle bolge dei simoniaci!
Ed ora, tornate a spolverarci sul viso, le tele bizantine e tibie e teschi intermati?
Spudorati!
Il popolo, il vero popolo, il popolo veggente e volente, vi guarda indignato e grida col poeta:

O date pietre a sotterrarli, ancora, Nere macerie delle Touilleri !...

On Comitato
per le Onoranze a Galileo -- Pisa

Alla libera voce di popolo, salutante oggi in Pisa, la gloria di Galileo, si unisce -pur da lontano- il modesto saluto d'un credente nella forza vittorioso del pensiero.
Ma le insidie alla libertà della scienza mutaron forme e strumenti di tortura; e cessando d'esser monopolio dei preti, la inquisizione al pensiero non scomparve tuttavia dalla civiltà moderna.
Ditelo questo, a gran voce, voi almeno, che vi dichiarate amici della libertà.
E lasciate che in questa apoteosi del genio, sfolgorante sulla barbarie del passato, penetri un raggio di futuro redentore.
Dite alla maestà del popolo, che la eresia sociale ha oggi i suoi torturati- come ieri li ebbe quella scientifica e religiosa.
(...)
Rivendicate al pensiero la libertà - libertà vera, per tutti.
Questo è il solo monumento degno della grandezza di Galileo.

Milano, li 26 Giugno 1897

Vostro
PIETRO GORI 

 

 

 

 

 SUPPLIZIO DI PIETRO CARNESECCHI

CONVINTO DI OPINIONI CONDANNATE

 

 

Per ammaestramento degli uomini noi crediamo utile il narrare con brevi parole la tragica fine di Pietro Carnesecchi.

Nato in Firenze nel secolo XVI, s' era in tutta la sua vita dimostralo divotissimo a casa Medici, avea servito lungamente Clemente VII come pronotaro, e Cosimo come segretario in Venezia -, era celebrato per bontà e per dottrina dal Sadoleto, dal Bembo, dal Mereto e dal Muzio; e, innamoratosi delle riforme religiose che venivansi operando in Francia e in Germania, teneva corrispondenza con Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, sospette di massime liberali, e avea anche commercio di lettere con la duchessa Margherita, moglie di Emanuele Filiberlo di Savoia, la quale attingeva con piacere alla fonte delle nuove dottrine.

Mancata allora la libertà nella parte politica, si era essa gettata nella parte religiosa, perocché l'uomo è cosi fortemente desideroso di essere libero, che quando non lo può essere fuora, lo vuole essere almeno dentro.

Il Carnesecchi, avido come i novatori, che la religione fosse richiamata a'suoi principii, professava apertamente alcune opinioni che erano dai Papi e dagli loquisilori considerale come contrarie alla dottrina cattolica.

Professava, secondo lo storico:

Che non pecca mortalmente chi non osserva i digiuni;

Che la confessione e la cresima non sono sacramenti;

Che è falsa la dottrina delle indulgenze, e mera invenzione dei papi per cavar danaro dai popoli ;

Che non v'è purgatorio;

Che il papa o solamente vescovo di Roma e non ha potesta' sulle altre chiese;

Che i frati e le monache son peso inutile alla terra, nati solo per mangiare e divorarsi le sostanze dei poveri;

Che è dannabile l'invocazione de' santi ;

Che non si può far voto di castità, e che il farlo è un tentare Iddio;

Che è lecito mangiare ne' giorni proibiti ogni sorta di cibi.

Era stato allora assunto al trono pontificalo il terribile fra Michele del Bosco d'Alessandria, il quale avea assunto il nome di Pio V. Costui erasi cacciato in capo doversi esterminare col ferro e col fuoco chiunque avea odore d'eretico: e quando ne agguantava alcuno, la era finita per questo tapino.

Immagini dunque il lettore s'egli avrebbe potuto tollerare le opinioni del Carnesecchi, le quali, quantunque innocentissime, erano tuttavia tali da farlo credere a' suoi occhi pel più scellerato e festereccio eretico del mondo.

Mandò senza più a Firenze il Maestro del sacro palazzo, ordinando a quella buona lana di Cosimo che gliel concedesse a fine di giustizia, e assicurandolo che per compenso sarebbe stato da lui coronato granduca, con facoltà di usare corona ed armi reali.

Cosimo, che per un cosi segnalato favore avrebbe dato non che un amico, mille, invitò alla sua mensa il Carnesecchi, e dopo avere bevuto più volte alla salute dell'ospite, si levò da tavola, e fece segno agli sgherri pontificii, i quali sbucarmi fuora da certo loro nascondiglio, e, poste le mani addosso al povero Carnesecchi, lo trassero a Roma.

Giunto quivi nell'agosto del 1567, gli venne letta la sentenza di morte il 21 del mese seguente.

Consegnato al braccio secolare, gli fu posta una vestaccia indosso, dipinta a fiamme e diavoli.

Sorrise il Carnesecchi dell' aver troppo lungamente creduto all'amicizia d'un principe, qual era

Cosimo, e della pazienza degli uomini nel comportare la barbarie dell' inquisizione, la quale volea colla violenza e col fuoco conficcare nei cuori una religione di mansuetudine, di perdono, di persuasione e di convinzione!

Per mostrare quanto egli temesse la morte, volle che gli fossero dati abiti elettissimi e guanti bianchi ed eleganti. S'incamminò alla morte come a pompa. Vide il capestro che dovea strozzarlo e il rogo che dovea arderlo, e non una sola fibra del suo volto tremò. Prima che salisse la scala fatale, gli fu abbruciata indosso la vestaccia che chiamavasi il sambenito, poi fu impiccato ed arso !

Questi erano i trionfi dell'Inquisizione!...

Cosimo e Pio V avranno essi chiusi gli occhi al sonno eterno con pari tranquillità e pari forza?...

 

 

 

 

 

 

 

INDRO MONTANELLI SU CARNESECCHI

 

 

 

 

Sabato, 5 Febbraio 2000

Giordano Bruno, il ribelle che si ribellava a tutto
Caro Montanelli,
Fra qualche giorno cadrà il quarto centenario del supplizio di Giordano Bruno e la Chiesa pronuncerà la riabilitazione di Giordano Bruno. Era ora che vi si decidesse. Credo però che di questo grande filosofo, incarnazione della "Libertà di Pensiero", il cosiddetto uomo della strada - categoria alla quale anch'io appartengo - sappia ancora poco. Potrebbe lei farcene un ritrattino e consigliarci quali opere di lui si debbono leggere?

Romolo Dirighetto, Roma

Caro Dirighetto,
Di Bruno, sul piano della dottrina cattolica che ne determinò la condanna da parte del Sant'Uffizio, ha già parlato giovedì sul Corriere, con grandissima competenza, Armando Torno. Se del personaggio e dello scrittore Bruno - di cui qualcosa posso dirle anch'io - lei vuole conservare l'alta opinione che mostra di averne, le consiglio di non leggerne nulla.
Dopo essermi più volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l'aveva digerita, e che nel suo pensiero c'era un po' di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilò lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: "Amante di Dio, dottore della più alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell'ignoranza presuntuosa e persistente...", e via di questo passo.
Non ho mai capito perché si fece frate e scelse l'ordine più severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, di uno "sciupafemmine" come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Infatti poco dopo gettò la tonaca alle ortiche, e cominciò a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d'immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa: tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Ne approfittò per denunciare gli errori e gli strafalcioni teologici in cui essi cadevano, e ne fu contraccambiato con l'espulsione dalla città.
Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Lui la ripagò facendosi propagandista del pensiero copernicano - rielaborato a modo suo - che la Chiesa condannava come eretico.
Stavolta il Sant'Uffizio perse la pazienza, se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, dove si era ultimamente rifugiato, e lo sottopose a processo.
Nell'interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnegò come false, confessò tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa.
Fu quando si trovò issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando ormai non aveva più nulla da perdere, che Bruno si pentì di essersi pentito e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie.
No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l'altezza morale e intellettuale. Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo.
Con questo - intendiamoci - non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione.
Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno è fra quelli che m'indignano di meno. Esso illumina della luce più cupa, e quindi più pertinente, lo squallido paesaggio dell'Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio

 

Questa lettera definita da molti lettori "infame " scateno' al tempo una rabbiosa serie di lettere di reazione

 

 

 

 

 

 

 

Un elzeviro che condivido poco :

 

ELZEVIRO In memoria di Carnesecchi

Il dubbio al rogo nel nome della fede

 

 

Il condannato al momento della sentenza si profuse in un inchino

ELZEVIRO In memoria di Carnesecchi Il dubbio al rogo nel nome della fede di ADRIANO PROSPERI I turisti che affollano in questi giorni Castel Sant' Angelo a Roma dovrebbero dedicare un pensiero all' uomo che il 1° ottobre 1567 vi fu decapitato e bruciato. Si chiamava Pietro Carnesecchi e questo è un anno importante per la sua memoria. A poca distanza dal luogo dove fu giustiziato, le stamperie vaticane hanno dedicato tutta la severa perfezione tipografica di cui sono capaci all' edizione degli atti del suo processo, raccolti in quattro volumi a cura di due eminenti specialisti, Massimo Firpo e Dario Marcatto (I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi 1557-1567, Città del Vaticano ). Si tratta di una vera "cause celèbre". Tante le ragioni che ne fecero subito vicenda di prim' ordine: due papi - Paolo IV e Pio V - dettero a Carnesecchi una caccia spietata. I suoi legami con gli ambienti che furono detti "spirituali" raccoltisi intorno all' insegnamento del mistico ed eretico spagnolo Juan de Valdés e alla dottrina della giustificazione per fede lo avevano reso un obiettivo primario della neonata Inquisizione Romana. A Cosimo I duca di Toscana bastò un cenno della volontà papale per consentirne senza indugio l' estradizione nell' estate del 1566. I nuovi equilibri politici della Controriforma ebbero dunque nel suo caso un banco di prova. Pio V fece di quel processo una resa dei conti con un complesso di ambienti e di tendenze rappresentati dall' imputato e in qualche modo incarnati nel suo stesso modo di pensare e di esprimersi: ne avevano fatto parte cardinali, no bil donne, predicatori di grido, letterati e umanisti. Ma la violenza e l' inesorabilità della condanna furono piuttosto eccezionali per una giustizia ecclesiastica che si contentava in genere di ottenere il cedimento morale dei ribelli. Carnesecchi, d' altra parte, ben lungi dall' essere un oppositore deciso o, come si diceva, un "eretico pertinace", si professò sempre obbediente alla Chiesa e, quando gli fu letta la sentenza di condanna, rivolse ai suoi giudici un elegante inchino. Ma in lui fu condannato uno stile di pensiero, anzi un' intera cultura che aveva fatto del dubbio e del distacco intellettuale dalle pratiche e dalle convinzioni tradizionali una forma di vita, coprendo la spregiudicatezza delle opinioni con l' arte della dissimulazione. Era un' arte coltivata e apprezzata negli ambienti di corte del primo ' 500, dove Pietro Carnesecchi fu di casa e dove fu molto apprezzato per la sua squisita eleganza di modi. Eleganza unita alla bellezza: alla corte medicea di papa Clemente VII, un poeta gli si rivolse celebrando "quella Natura che vi fé sì bello" e ammirando in lui l' espressione serena del volto, dove "alcun giammai/ non vede un segno di melanconia". Eppure, proprio la malinconia è il sentimento destinato ad aleggiare per sempre intorno alla sua persona: e non solo per quello che subì nel corso del processo inquisitoriale, chiuso con la morte sul patibolo e col brutale dileggio di quel sua ancora bellissimo corpo. È nella forma che Pietro Carnesecchi dette ai suoi pensieri, nello stile col quale venne dialogando coi giudici ed elaborando discorsivamente idee, esperienze e memorie, che si avverte impalpabile un' atmosfera di malinconia. Essa nasce dall' incontro fra la grazia matura di una raffinata educazione cortigiana e l' arcigna diffidenza del mondo fratesco dell' Inquisizione. Un mondo da sempre deriso e criticato dagli umanisti: ma alla data del processo, la grazia era ormai impotente davanti alla forza. Il tentativo di Pietro Carnesecchi di imporre il suo stile gli valse giudizi durissimi: ci fu chi lo definì malinconico nel senso medico del termine, cioè pazzo, privo di senso della realtà. La realtà dei rapporti di forza e l' anacronistica fedeltà al proprio stile da parte di un mondo sconfitto si sono depositati nelle pagine di questo processo, intorno al quale hanno lavorato e meditato generazioni di storici. Per molto tempo ci si è dovuti contentare di un estratto parziale, pubblicato nell' 800 dal conte Giacomo Manzoni. Oggi, grazie all' apertura dell' Archivio del Sant' Uffizio e alle cure di due eccellenti studiosi, possiamo leggerne l' intero. Non è una lettura propriamente adatta ai tempi di vacanze, ma non è nemmeno un testo da lasciare agli specialisti del settore. Se i giudici potevano contare sul potere della forza, l' imputato aveva dalla sua la forza e l' eleganza della parola. Basta sfogliare gli atti del processo per rendersene conto. Le secche domande in latino ricevono ogni volta risposte accurate, di un uomo che ha sulla lingua l' italiano di Boccaccio e di Ariosto e sa come piegare senza sforzo l' espressione verbale a tutte le complessità dei sentimenti, delle idee, dei ricordi. Con Ludovico Ariosto, del resto, condivideva un mondo intero, riassunto nel nome di Giulia Gonzaga di cui non poteva leggere senza fremiti l' elogio nell' "Orlando Furioso". A Boccaccio, o meglio alla grande letteratura d' amore, ricorse istintivamente per una similitudine con la quale cercò di spiegare le sue colpe di eresia. Se una gentildonna che riceve biglietti e messaggi amorosi prova tentazioni e tremori di segrete emozioni ma finisce per salvare onestà e pudicizia, la si potrà definire "un poco vana et leggiera" ma non "si potrebbe con ragione chiamarla puttana". Così lui, che dopo aver condiviso alcuni errori si era però infine "del tutto acquietato al senso della santa Chiesa catholica". L' immagine scelta denuncia da sola quanto Carnesecchi fosse rimasto fuori della realtà che si era aperta con l' età del rigore confessionale e della moralizzazione delle pratiche - anche di quelle letterarie. La sua sconfitta è misurata non solo dalla condanna di allora ma in fondo, paradossalmente, dal giudizio dei moderni editori del suo processo, che trovano quella similitudine "di dubbio gusto". La Controriforma non è passata invano.

Prosperi Adriano

Pagina 32
(7 agosto 2001) - Corriere della Sera

 

 

 

 

 

Sulle vicende biografiche di Pietro Carnesecchi l'importante voce di A. Rotondò in Dizionario biografico degli italiani,

d'ora in poi DBI, vol. 20, Roma 1977, pp. 466-76.

 

 

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E' da notare che la voce ha queste imperfezioni

. Il casato era antico: fin dalla seconda metà del Trecento, esponenti dei Carnesecchi avevano coperto magistrature cittadine e accumulato notevoli fortune con l'esercizio della mercatura. A metà del Quattrocento hanno già stemma gentilizio e sepoltura di famiglia in S. Maria del Fiore.

Noi sappiamo che Durante di Ricovero e' Priore gia' nel 1297 . Conosciamo la compagnia di Durante di Ricovero operante ai primi del trecento. Sappiamo che i Duranti avevano stemma risalente almeno al primo trentenio del trecento e come avessero abbandonato le sepolture in Santa Maria Novella e a San Piero di Cascia per le sepolture in Santa Maria Maggiore

 

 

 

 

CARNESECCHI, Pietro
di A. Rotondò

CARNESECCHI, Pietro. - Nacque a Firenze il 24 dic. 1508, da Andrea e da Ginevra Tani.

Entrambi, prima della loro unione, erano vedovi con figli: vedovo di Caterina Capponi Andrea, vedova di Giovan Battista Dovizi, fratello del cardinale Bibbiena, Ginevra. Il casato era antico: fin dalla seconda metà del Trecento, esponenti dei Carnesecchi avevano coperto magistrature cittadine e accumulato notevoli fortune con l'esercizio della mercatura. A metà del Quattrocento hanno già stemma gentilizio e sepoltura di famiglia in S. Maria del Fiore. Tradizione di famiglia erano anche le simpatie politiche di parte medicea. Andrea Carnesecchi fu un protetto di Giulio de' Medici, il futuro Clemente VII, e funzionario della corte di Cosimo I. Protezione dei Medici e parentela con i Dovizi avranno un peso determinante nella rapida carriera curiale del Carnesecchi.

Probabilmente nel 1518, all'età di dieci anni, il C. fu mandato a Roma. Avviato ancora giovanissimo alla carriera ecclesiastica, a Roma fu accolto come "scholarus et clericus" in casa del cardinale Bibbiena. Retta e animata, tanto in assenza quanto dopo la morte del prelato, dal protonotario apostolico Angelo Dovizi, fratello di parte materna del C., la corte del Bibbiena era l'ambiente più propizio tanto a una buona educazione umanistica del giovinetto quanto a prospettive di un suo futuro avviamento alla carriera di Curia. Niente si sa dei suoi maestri e dei suoi studi, né, più in generale, si hanno notizie precise sui nove anni di questo suo primo soggiorno romano. L'elevazione al Pontificato di Giulio de' Medici (novembre 1523) gli offrì ampie possibilità di una precoce sistemazione in Curia. Nella primavera del 1527 il sacco di Roma lo costrinse a far ritorno a Firenze. Ma agli inizi del 1529 è già di nuovo alla corte pontificia. Nel giro di pochi anni i sempre più prestigiosi titoli e incarichi di Curia si alternano senza interruzione a concessioni di benefici ecclesiastici. Al titolo di monsignore s'aggiunsero prima le funzioni di cameriere segreto e poi la carica di protonotario. Il 25 ott. 1533 gli è conferito il canonicato della cattedrale fiorentina con la facoltà di portare il nome dei Medici; nel marzo del 1534 è nominato governatore di Tivoli: cariche e titoli cui s'accompagnano benefici in Italia (abbazia di S. Pietro in Eboli; abbazia di S. Maria di Gavello, nella diocesi di Adria) e pensioni e prebende in Francia e in Spagna. Seguì la corte pontificia a Bologna in occasione dell'incoronazione di Carlo V e a Marsiglia in occasione delle nozze di Caterina de' Medici con Enrico d'Orléans. Aspirò senza successo al vescovato di Tortosa, nonostante l'appoggio di Clemente VII e del potente ministro di Carlo V, Nicolas Perrenot de Granvelle. Agli inizi del 1534 Clemente VII progettava d'assegnare al C. il disputatissimo possesso del vescovato di Treviso. Nel frattempo (settembre del 1533) era succeduto a Giacomo Salviati nella carica di segretario pontificio, e in queste funzioni tenne la corrispondenza con Girolamo Aleandro e con Pier Paolo Vergerio, nunzi rispettivamente a Venezia e in Germania.

La destrezza dimostrata, nonostante la giovane età, nel maneggio degli affari di Curia è testimoniata tanto dalle lettere che il C. scrisse al Vergerio quanto dai riconoscimenti di cui è intessuta la corrispondenza d'un diplomatico consumatissimo qual era l'Aleandro. Favori di Clemente VII e abilità diplomatica accrebbero rapidamente l'autorità e l'influenza del C.: nel mondo curiale e negli ambienti diplomatici era diffusa (secondo le espressioni di Gioacchino Camerario) l'opinione che "papatum… magis a Petro Carnesecca regi quam a Clemente". Oltre che relazioni d'amicizia con letterati come Claudio Tolomei, Giovanni Mauro, Paolo Giovio, Giovanni Della Casa e il Bembo (per quest'ultimo, vedi Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 23, c. 34r) e con prelati come Giovanni Morone, Ercole Gonzaga e Iacopo Sadoleto, sono di questi anni di permanenza in Curia anche alcuni incontri con uomini le cui vicende religiose si intrecceranno in un modo o nell'altro con quelle del C.: il vescovo di Cava Giovanni Tommaso Sanfelice, il futuro vescovo di Bergamo Vittore Soranzo, il toscano Pietro Gelido, il napoletano Giovan Francesco Alois. Con Juan de Valdés, agente imperiale presso la corte pontificia dal 1531 al 1534, nell'ultimo processo il C. dichiarò d'avere avuto, in questo periodo, rapporti di semplice amicizia ("solo lo conoscevo per cortegiano modesto et ben creato, et come tale l'amavo assai": Estratto, p. 196). Nel 1534 seguì con attenzione l'intera predicazione quaresimale dell'Ochino, con il quale volle anche intrattenersi in colloqui privati. E intanto la fitta corrispondenza del Vergerio e dell'Aleandro era per il C. anche un osservatorio dal quale poteva misurare le diniensioni che la protesta religiosa aveva ormai assunto in Germania e l'ampiezza delle inquietudini religiose serpeggianti in Italia.

La morte di Clemente VII (settembre 1534) e il rovesciamento di indirizzi politici avvenuto in Curia con l'elezione di Paolo III Farnese interruppero la sua carriera ecclesiastica. Il suo distacco dal mondo curiale fu graduale, non senza incertezze sul nuovo assetto da dare alla propria esistenza. Fu fermo nel respingere offerte di mansioni che lo avrebbero tenuto ancora legato alla vita di corte, ma continuò ad aspirare al vescovato di Tortosa. È di questo periodo ("il primo anno di Papa Paulo terzo") il primo incontro con Vittoria Colonna, "per introductione… del cardinale Palmieri" (Estratto, p. 267). Lasciò cadere l'invito di ritirarsi nella quiete degli studi a Padova, rivoltogli dal Bembo (Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 23., c. 35r) e da Giovan Francesco Valerio, che gli additava come esempio il Flaminio. Nel settembre del 1535 il Valdés gli fece giungere da Napoli (in una lettera diretta a Ercole Gonzaga) lodi di Giulia Gonzaga. Nella stessa lettera c'è l'esplicita attesa del Valdés che il C. mantenga la sua decisione di abbandonare Roma e forse anche, implicito, il riferimento a una promessa di trasferirsi a Napoli (Montesinos, p. 4). Fu certamente a Napoli nei primi mesi del 1536, dove conobbe di persona la Gonzaga e dove, secondo una voce raccolta da Gioacchino Camerario, avrebbe incontrato Carlo V desideroso d'avere informazioni sulle trattative intercorse tra Clemente VII e Francesco I a Marsiglia. Il C. avrebbe opposto il suo dovere di rispettare il segreto d'ufficio.
Nell'estate del 1536 il C. si trasferì a Firenze "più che mai resoluto di attendere a la quiete et a li studi", come il 15 luglio dell'anno successivo scrisse al vescovo di Fano, Cosimo Gheri (Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 24, cc. 264r-265r). Nella stessa lettera il C. accenna vagamente a "novità", "alterazioni" e "accidenti" che per un momento gli suggerirono il proposito di lasciare Firenze; ma si dice incerto se trasferirsi a Padova, a Bologna o a Mantova. I tre anni trascorsi a Firenze prima di unirsi al sodalizio napoletano del Valdés furono, comunque, anni di tranquilla meditazione, di frequenti rapporti con la corte di Cosimo I e di relazioni col mondo letterario cittadino. Un sonetto (si tratta dell'unico scritto letterario del C. sinora a noi noto: cfr. Bruni, p. 13), in risposta ad altro di Benedetto Varchi, contiene accenti non convenzionali di riflessione religiosa. Il resto delle informazioni su questo periodo proviene dagli atti del processo. Nell'autunno del 1536 ospitò Reginald Pole e Gian Matteo Giberti in viaggio verso Roma, chiamativi da Paolo III per far parte della commissione da cui uscì il famoso Consilium de emendanda ecclesia.ColPole contrasse in quell'occasione un'amicizia "poi continuata con lui insino alla morte" (Estratto, p.208) e ben nota negli ambienti religiosi e umanistici (nel 1556 Bernardino Tomitano dedicherà al C. il suo Clonicus sive de Reginaldi Poli laudibus, Venetiis, Aldus). La contemporanea presenza a Firenze dell'Ochino, che di nuovo il C. ascoltò e incontrò privatamente, fu occasione di un incontro, in casa del C., tra il cappuccino e il Giberti, al quale partecipò la marchesa di Camerino Caterina Cybo. Nel 1538 rivide ai Bagni di Lucca Vittoria Colonna, con la quale ebbe "occasione di pigliar ancor più stretta famigliarità" (Estratto, p.510).
Alla fine del 1539 il C. partì per Napoli, dove giunse (dopo una sosta a Roma) agli inizi del 1540. Nel corso dell'ultimo processo dichiarò di avere intrapreso questo viaggio "più per visitare detta Signora [Giulia Gonzaga] che per altro appresso alla dottrina del Valdés" (Estratto, p. 329). Questo anno di soggiorno a Napoli (ospite, del principe.di Sàlèmo, con periodiche visite alla sua abbazia di Eboli, dove fra l'altro avrebbe voluto ospite il Flaminio) fu comunque decisivo. La partecipazione al sodalizio del Valdés coincise con le ragioni stesse della sua permanenza a Napoli. Ritrovò in esso amici e conoscenze degli anni romani: l'Ochino, il Sanfelice, il Soranzo. Fra i nuovi incontri, notevolissimi quelli col Flaminio, con Pietro Martire Vermigli e con Galeazzo Caracciolo. L'ammirazione per la Gonzaga divenne relazione di fiducia senza riserve. L'amicizia che lo aveva legato al Valdés si mutò in piena consonanza di idee ("dove prima si poteva dire che fusse amicizia carnale, cominciò a Napoli alhora diventare spirituale": Estratto, p.196).

Agevolò questo accostamento del C. alla sostanza dell'insegnamento del Valdés la constatazione dell'autorità che lo spagnolo godeva presso il Flaminio e presso l'Ochino. Fu piena la sua accettazione della dottrina della giustificazione per fede "come quella nella quale reputava che consistesse la salute, et per consequente tutta la forza della religione christiana" (Estratto, p. 332). La sequenza di argomentazioni con cui i "preceptori" Valdés e Flaminio fecero cadere le sue ultime esitazioni è descritta dallo stesso C.: la dottrina della fede giustificante è fondata sulle Scritture ed è "accettata da tutti i principali dottori della Chiesa"; quelli tra i dottori che hanno esaltato il valore delle opere "lo facevano per contenere ditti populi in officio, dubitando che se fusse stata loro predicata la giustificazione per la fede solamente, non se fussero dati a vivere troppo largo et licentioso, facendosi beffe delle opere, conforme a quello che si vede che hanno fatto i populi d'Alemagna et delli altri luoghi dove è stato predicato liberamente tale articulo"; l'esiguità del numero di quanti nella Chiesa professano la dottrina della giustificazione per fede è conferma del detto di Elia secondo il quale "il populo di Dio alcuna volta (è) redutto a non esser più che sette milia persone"; la comune convinzione di teologi e di predicatori della necessità delle opere per la salvezza dipende in parte da imitazione della cautela degli antichi dottori, in parte dal fatto che essi hanno studiato "più presto la theologia scholastica, che la Scrittura et i Sancti Padri"; la condanna dei movimenti riformatori nati dalla protesta religiosa aperta da Lutero dipese dalla loro intenzione di distruggere il Papato e il loro distacco dalla comune fede cattolica non avvenne a causa della dottrina della fede giustificante da loro predicata, ma per le "illazioni et conclusioni che deducevano da tale principio in ruina et destruttione della Chiesa cattolica" (Estratto, pp. 333-335). A Napoli insieme con gli scritti del Valdés il C. fu tra i primissimi a poter leggere il Beneficio di Cristo di don Benedetto da Mantova, in una delle due revisioni del Flaminio e ancora manoscritto, e ne fece copia per amici.

Nel maggio del 1541 il C. partì da Napoli insieme con il Flaminio. Dopo una breve sosta a Roma (ospiti del cardinale Ercole Gonzaga), i due amici raggiunsero insieme Firenze, dove il Flaminio - che nel frattempo aveva differito, se non abbandonato, il proposito di trasferirsi a Verona presso il Giberti - si trattenne fino all'ottobre successivo come suo ospite. Furono cinque mesi di comune approfondimento degli insegnamenti del Valdés. Per suggerimento del Flaminio il C. lesse in quei mesi l'Institutio Christianae religionis di Calvino. Intrattennero comuni rapporti con Caterina Cybo, stabilitasi nel frattempo a Firenze, e insieme frequentarono ancora l'Ochino e il Vermigli. Risale probabilmente già a questo periodo fiorentino l'inizio della solidarietà religiosa dei due amici col tesoriere di Cosimo I de' Medici, Pier Francesco Ricci, il possessore dell'unico manoscritto a tutt'oggi noto del Beneficio di Cristo.A Firenze li raggiunse la notizia della morte del Valdés.
Nell'ottobre dello stesso anno, sempre in compagnia del Flaminio, il C. si trasferì a Viterbo su invito del cardinale Pole, da poco destinato alla legazione del Patrimonio di S. Pietro. Il clima religioso trovato alla corte del Pole non differiva molto da quello in cui il C. era vissuto durante l'anno di appartenenza al sodalizio napoletano del Valdés: molte le persone già incontrate a Roma e a Napoli (Donato Rullo, Apollonio Merenda, Alvise Priuli, il Soranzo); identico - sia pure con variabile misura di adesione, di deduzioni e di riserbo - il motivo centrale della loro meditazione, cioè la giustificazione per fede. In una lettera al Contarini, il Pole dichiara la sua predilezione per la conversazione col C., oltre che col Flaminio. Sono frequenti gli incontri e le conversazioni su problemi religiosi con Vittoria Colonna, ritiratasi anch'essa a Viterbo, e frequente è la corrispondenza con Giulia Gonzaga.

Più consapevolmente che a Napoli, a Viterbo il C. continuò, come per un naturale processo di approfondimento, a trarre conseguenze dalla dottrina della giustificazione per fede: l'assenza di determinazioni dottrinali in materia contribuiva a fare del seguito delle sue "filazioni" un'evoluzione senza fratture. Si può fondatamente congetturare che a Viterbo, sotto gli occhi e con la partecipazione del C., il Flaminio portò a termine tanto il lavoro, già cominciato a Firenze, di definitiva revisione del Beneficio di Cristo quanto la perduta Apologia di quest'ultimo contro gli attacchi di Ambrogio Catarino Politi (il testo dell'Apologia, rinvenuto dagli inquisitori fra le carte del C., sembra scritto in parte a Firenze, da Filippo Carnesecchi, in parte a Viterbo, dal famiglio del Pole Onorato Toffetti: Estratto, pp. 205-206). Preesistenti dubbi del C., già affiorati a Napoli, sul sacramento della penitenza e sul purgatorio, si mutarono in piena convinzione attraverso la lettura dei riformatori d'Oltralpe (Lutero Butzer). Col riserbo voluto dalla condotta imposta dal Pole, il C. comunicò di preferenza al Flaminio (forse anche al Priuli e al Soranzo: Estratto, pp. 326, 504) dubbi e deduzioni dalle comuni letture. Ma la loro concordanza di giudizio sui meriti (dottrina, eloquenza, sincerità) e sui demeriti (separazione dalla Chiesa) di Lutero, non impedì che fra i due amici si profilassero divergenze profonde. Il contrasto sull'eucaristia, che si manifesterà l'anno successivo, presuppone le conversazioni di Viterbo (Epistolae aliquot, p. G5r).

Alla fine di giugno del 1542, il C. fu raggiunto a Viterbo dalla notizia della morte del padre; ma differì di almeno un mese la partenza per Firenze (Oxford, Bodleian Library, Mss. It.C 25, c. 217rv). Il nuovo soggiorno fiorentino, durante il quale si mantenne in corrispondenza col Flaminio e ricevette una celebre lettera in cui l'umanista genovese Iacopo Bonfadio rievocava il Valdés e il loro comune soggiorno a Napoli, fu breve. Ristabilitosi da una malattia e assicurata la successione di altro suo congiunto (forse il fratello Paolo) alle funzioni di corte tenute dal padre, nella seconda metà di novembre il C. lasciò Firenze in compagnia di Pietro Gelido. Dopo una sosta a Bologna (dove tra gli altri visitò il filosofo aristotelico Ludovico Boccadiferro), giunse a Venezia fra il novembre e il dicembre. Motivi di salute sono la sola ragione nota (Estratto, p. 198)di questo trasferimento del C. a Venezia. Ma la prospettiva di una lunga permanenza risale a pochi giorni dall'arrivo: dopo due settimane di ospitalità offertagli da Donato Rullo, vi impiantò casa propria e dimora stabile.

Anche per questo primo triennio di soggiorno veneziano è caratteristico della biografia del C. il mantenimento di una trama vasta e varia di relazioni e di amicizie: amicizia col patriarca Giovanni Grimani; rapporti col nunzio Giovanni Della Casa; corrispondenza con gli amici bolognesi (ai quali inviò, nell'aprile del 1544, uno scritto inedito del Valdés e parole di felicitazione per la recente destinazione del Morone alla legazione di Bologna); relazioni col circolo veronese raccoltosi negli anni precedenti attorno al Giberti. Non v'è testimonianza che a Venezia il C. si sia in qualche modo interessato della stampa del Beneficio di Cristo; ma in un modo o nell'altro fanno capo al C. tutte le relazioni veneziane di quanti trovano nel libretto del monaco benedettino una soluzione al loro problema religioso: oltre ovviamente al Flaminio, Lattanzio Ragnone, Pier Paolo Vergerio, Baldassarre Altieri, Camillo Orsini, Pietrantonio da Capua, Guido Giannetti da Fano, Francesco Porto, Donato Rullo, Germano Minadois, molto probabilmente anche Antonio Brucioli. La sentenza di condanna addebita al C. "alloggio, ricetto, formento et danari a molti apostati et heretici, che per conto d'heresia se ne fuggivano in paesi d'heretici oltramontani" (Estratto, p. 554).Probabilmente allude anche a questa liberalità verso i bisognosi di soccorso la dedica al C. che Giandomenico Tarsia premise alla sua traduzione del De subventione pauperum di Ludovico Vives.
Da Venezia il C. continuò a corrispondere con il Flaminio. Ma le posizioni dei due amici si venivano ormai distanziando, come risulta da una lunga lettera del C. sull'eucaristia, non datata ma scritta in risposta ad altra del Flaminio del 1º genn. 1543. In essa - unico scritto del C. di carattere dottrinale, noto nella sola traduzione latina pubblicata nel 1571da Gioacchino Camerario - il C. confuta i tre argomenti addotti dall'amico contro "l'abominevol setta Zwingliana" e contro quanti e seguendo l'opinion di Lutero condannano d'idolatria la messa et d'impietà coloro che l'ascoltano" (Ireneo testimonia che la Chiesa primitiva ha creduto nella presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nell'eucaristia; essa ha sempre celebrato il sacrificio di Cristo sotto la specie del pane e del vino; tale forma di sacrificio fu istituita da Cristo e introdotta nella Chiesa dagli apostoli). L'accertamento della verità, sostiene il C., non si giova né di un indiscriminato richiamo alla tradizione ("praescriptio longi temporis") né delle dispute di troppo accesi contendenti. Certo è autorevole, in generale, la testimonianza di Ireneo: che tuttavia è resa malferma, da una parte, dalla poca attendibilità del testo corrente delle sue opere (traduzioni dal greco), dall'altra da scarsa considerazione dell'esatto significato delle sue espressioni e delle vere ragioni storiche delle sue affermazioni (polemica contro Marcione). Strano, esclama il C., che il Flaminio, "verborum significationis attentissimo inquisitori et proprietatis sermonis custodi", si lasci sfuggir
e che il significato originario dell'espressione "missam habere" deriva dal greco ἐκκλησιάζειν, equivalente a "populum congregare". Prima che in scrittori come Ireneo e Ignazio, la sanzione autorevole della veritΰ del mistero eucaristico è nei Vangeli; ma né negli uni né negli altri è possibile trovare argomenti che giustifichino le posteriori deduzioni dommatiche e tanto meno la plurisecolare pratica di abusi. A torto si invoca l'autorità di Ireneo per sostenere quella sorta di mutamento naturale del pane e del vino, che ha dato e dà luogo alle controversie sulla "transustanziazione" e sulla "consustanziazione". La comparsa della sanzione ufficiale di questo supposto mutamento naturale del pane e del vino risale a tempi di decadenza (Gregorio I, Carlo Magno), mentre alle storture e alla pratica degli abusi ha dato luogo lo smarrimento del significato originario del rito eucaristico come sacrificio santificante della comunità. A torto il Flaminio condanna quanti sostengono un ritorno alla purezza originaria; a torto egli taccia di superbia umana uomini come Martin Butzer, sulla cui pietà e dottrina il C. ha informazioni ben diverse.

Agli inizi del 1546 un breve papale intimò al C. di presentarsi agli uffici romani dell'Inquisizione. Prendeva così avvio il primo dei tre processi da lui subiti. Seguito da unanimi attestazioni di innocenza (fra le altre quella del nunzio a Venezia G. Della Casa) e anche da incitameti a non ottemperare al mandato di comparizione, il C. lasciò subito Venezia. Fece una breve sosta a Ferrara e si fermò per due mesi a Firenze. è probabilmente di questo periodo di permanenza a Firenze un incontro che il C. ebbe a Pisa con amici delle sue stesse convinzioni religiose. In aprile partì per Roma, dove s'avvide subito che le prospettive del procedimento contro di lui erano assai più pericolose di quanto lasciassero sperare gli attivi interventi di Cosimo I de' Medici presso il cardinale Juan Alvárez de Toledo, commissario del S. Uffizio, presso il cardinale Giovanni Salviati e presso l'ambasciatore imperiale a Roma Juan de Vega. Alla rapida interruzione del processo valse tuttavia il congiunto interessamento del Pole e forse anche del cardinale Alessandro Farnese. Tutto il resto di questo primo procedimento inquisitorio rimane ancora poco chiaro: ignote le imputazioni, formulate sulla base degli interrogatori di alcuni inquisiti; incerti gli stessi termini giuridici della soluzione. Sull'interruzione del procedimento con soluzione extragiudiziale (assoluzione concessagli da Paolo III) gli atti dell'ultimo processo ("la tua causa non fu terminata giudicialmente": Estratto, p. 554) concordano con la testimonianza dell'ambasciatore fiorentino Giovan Battista Ridolfi ("senza cassar et annullar il procedimento"). Quanto alle accuse, la sentenza dell'ultimo processo fa riferimento soltanto alla confessione resa dal C. d'essersi dichiarato innocente simulando.
Dopo l'assoluzione extragiudiziale ottenuta da Paolo III, il C. si trattenne a Roma ancora per vari mesi. Si incontrò ancora con Camillo Orsini e rivide per l'ultima volta Vittoria Colonna, che gli confidò la sua soddisfazione per l'assenza del Pole da Trento al momento della votazione del decreto sulla giustificazione: circostanza della quale il C. chiese e ottenne conferma dal Priuli e dal Flaminio al loro ritorno a Roma da Trento. In un viaggio a Napoli visitò Giulia Gonzaga. Verso la fine del 1546, anziché accogliere un insistente invito di amici ferraresi, preferì seguire il Pole e il Flaminio a Bagnoregio.
Alla breve permanenza presso il Pole seguirono alcuni mesi di soggiorno a Firenze, dove L'11 ag. 1547 il C. fu ammesso all'Accademia Fiorentina. A metà settembre partì per la Francia, pare col solo scopo di riavere l'interrotta corresponsione delle rendite di un suo beneficio ecclesiastico. Dopo una breve sosta a Lione, giunse a Fontainebleau alla fine d'ottobre, munito d'una calorosa commendatizia di Cosimo I. Il favore subito accordatogli da Caterina de' Medici rese possibile una rapida soluzione della questione delle rendite ecclesiastiche. Ma l'offerta d'un prestigioso ufficio a corte finì col trattenere il C. in Francia per cinque anni. Fu un periodo di ritrovato gusto della vita di corte e dei negozi politici. Dimestichezza con Caterina e amicizia col gran cancelliere François Olivier gli consentirono di fornire a Cosimo I, direttamente o tramite il residente fiorentino in Francia, preziose informazioni politiche. Quanto alla sua attività religiosa, nell'ultimo processo il C. dichiarò che il soggiorno in Francia era stato "uno interregno del diavolo" (Estratto, p. 554). Ma sono molti gli indizi d'un persistente interesse ad approfondire le sue posizioni religiose già maturate in Italia: lettura di Melantone, lettura e diffusione di scritti del Valdés. Motivi di solidarietà religiosa probabilmente non furono estranei all'amicizia con l'Olivier. A Parigi si incontrò con l'esule Giovanni Morillo e col visionario piemontese Iacopo Brocardo (Arch. di Stato di Venezia, Sant'Ufficio dell'Inquisizione, Processi, b. 25, proc. Isabella Frattina, ff. 29r-30r, 43r, 44v). Il riferimento al suo nome nella dedica a Caterina de' Medici che L. P. Roselli premise alla traduzione dei Sermoni di Teodoreto vescovo di Ciro (Venezia 1551) è testimonianza di ininterrotta comunicazione del C. con gli amici lasciati a Venezia. Continuò a corrispondere con Giulia Gonzaga, col Priuli e col Flaminio, al quale propose di dedicare a Margherita di Valois una raccolta di carmi, di cui, morto il Flaminio, il C. curò la stampa presso Roberto Stefano. Durante il conclave seguito alla morte di Paolo III si valse delle sue aderenze a corte nel tentativo di guadagnare i cardinali francesi alla causa della elezione del Pole. Nel corso di una grave malattia fece cessione della sua abbazia di Eboli in favore del cardinale Morone. Nell'estate del 1552, per ragioni che rimangono ancora oscure, il C. lasciò la corte francese. Dopo una sosta di parecchi mesi a Lione, dove respinse l'incitamento di Lattanzio Ragnone a stabilirsi a Ginevra, nell'aprile dell'anno successivo partì per l'Italia.
Al rientro in Italia si stabilì a Padova. In frequenti viaggi a Venezia (ospite di amici, ma dal 1555 usufruendo più stabilmente dell'abitazione del vescovo di Feltre Filippo Maria Campeggi) riprese gli incontri con gli amici d'un tempo. Nell'assidua corrispondenza col Priuli seguì la missione del Pole in Inghilterra. Circospetta, ma sempre più fitta fu la corrispondenza con la Gonzaga, nella quale la viva attesa di una possibile elezione al pontificato del Morone o del Pole dovette ben presto cedere il posto alle inquietudini di fronte all'immediata e dura repressione intrapresa da Paolo IV. Il 6 nov. 15573 nel pieno delle preoccupazioni causate dalle notizie dell'imprigionamento del Morone e della chiamata a Roma del Pole, il C. ricevette a Venezia l'atto di convocazione a Roma. Si mostrò subito deciso a sottrarsi al giudizio degli inquisitori romani e si adoperò per ottenere prima il trasferimento del processo a Venezia, poi una dilazione di esso. Ma a nulla gli valse l'interessamento in questo senso di protettori e amici potenti (Cosimo de' Medici, Ferrante Gonzaga, i cardinali Carlo Carafa e Cristoforo Madruzzo: Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 24, cc. 86v, 91v). Il 24 marzo 1558 il C. fu dichiarato contumace. La dichiarazione, con la connessa sospensione dei benefici ecclesiastici, ebbe conseguenze immediate: abbandono di gran parte degli amici e difficoltà economiche, che il C. poté alleviare grazie ai prestiti della Gonzaga. Nel novembre del 1558 la morte del Pole accrebbe il peso di queste angustie, aggravate, subito dopo, dalla notizia che il prelato inglese aveva inserito nel suo testamento una dichiarazione di piena ortodossia cattolica che includeva il dovere di obbedienza al papa come vicario di Cristo. Dopo qualche esitazione, il C. condivise il giudizio della Gonzaga nel ritenere la dichiarazione del Pole "superflua, per non dire scandalosa" (Estratto, p. 294). Il 6 apr. 1559 il processo, il cui corso era stato rallentato per l'interessamento di Cosimo de' Medici, si concluse con la condanna capitale. La possibilità di una non lontana scomparsa di Paolo IV restava l'unica speranza del C., confortato in questa sua attesa anche da suggerimenti autorevoli (per esempio, del cardinale Madruzzo). Intanto si diceva sicuro di poter vivere a Venezia senza pericolo, "a dispetto del papa", come scriveva alla Gonzaga, e, come chiarirà più tardi, fondando la sua sicurezza "in parole private di gentilhuomini" (Estratto, pp. 322, 304).

Gli anni trascorsi a Venezia dopo il ritorno dalla Francia furono, come il C. ammetterà nel 1567, il periodo "del maggior fervore, o per dir meglio furore" (Bruni, p. 60). Gli atti superstiti dell'ultimo processo danno notizie di suoi rapporti, incontri, "conversazioni" con correligionari presenti o di passaggio per Venezia (il Gelido, il Rullo, il Soranzo, il Merenda, Fabrizio Brancuti, il Caracciolo, ecc.). Ma non mancano testimonianze più precise sulla partecipazione del C. alla coperta attività religiosa di alcuni "ridotti" veneziani. Insieme col Gelido il C. frequentò il circolo di nobili (Agostino Tiepolo, Carlo Corner, Marcantonio Canal, Pietro Calbo, Bernardino Loredan, ecc.) che si riunivano attorno ad Andrea da Ponte e ad Alvise Malipiero, tenevano rapporti con Ginevra, raccoglievano fondi per soccorrere esuli e compagni di fede. Da una testimonianza raccolta dagli inquisitori veneziani nel 1565 risulta che a questi "ridutti" e "academie" partecipavano "un Carnesechi et il Pero et che un di loro leggeva, una volta l'uno et una volta l'altro, cioè il Pero et il Carnesechi" (Arch. di Stato di Venezia, Sant'Ufficio dell'Inquisizione, Processi, b. 11, proc. Giovanni Andrea Ugoni, ff. 20v-21r). Nello stesso circolo era controverso il problema della fuga (ibid., ff. 19v-20v, 44r), che il C. dovette affrontare allorché si sentì attratto dalla descrizione che della vita religiosa di Ginevra gli fece Galeazzo Caracciolo, incontrato nell'estate del 1558 a Venezia. La prudenza e gli infingimenti ai quali lo costringeva la precarietà della sua situazione indussero il C. a riflessioni sulla diversità di comportamento di quanti si rifugiavano "in parte dove potesseno vivere secondo la loro coscienza", e di quanti invece, simulando e dissimulando, preferivano vivere "claudicando, come si dice, da tutte doe le parte" (Estratto, p.285). Ma la determinazione del C. di lasciare l'Italia si impigliò in una serie di "pretesti honorevoli" e in un attento calcolo delle convenienze. La propensione a partire - scriveva alla Gonzaga - "è tanto gagliarda et vehemente che ho talvolta paura del giuditio di Dio a resisterli" (Estratto, p. 289); ma la fuga - soggiungeva - avrebbe nuociuto alla causa del Morone e avrebbe aggravato la posizione processuale di amici come Bartolomeo Spadafora e Mario Galeota; avrebbe inoltre nuociuto al Priuli, che si diceva tenuto a considerare "come herede del respetto che in tal caso harrei dovuto" al Pole; la partenza l'avrebbe, sì, sottratto a una condizione in cui era costretto a vivere "come il lepore, in continua paura et sospetto", ma lo avrebbe privato dei parenti e degli amici; con la fuga, Isabella Briseña e il Caracciolo erano andati incontro a nuovi incomodi derivanti dal pericolo di guerra tra Ginevra e il duca di Savoia; in ogni caso, preferibili a Ginevra sarebbero state l'Inghilterra o la Francia, "per non preiudicarsi col successore del Papa"; e così via. Il C. attribuì al consiglio della Gonzaga un peso determinante sulla sua rinuncia alla fuga. In realtà, mentre incertezze e "rispetti umani" derivavano da una sua sostanziale estraneità al proposito di una rottura definitiva e brusca tale da spingerlo a Ginevra, dissimulazione e calcolo delle convenienze erano implicitamente giustificate da persistente attesa di possibili esiti riformatori del concilio ("quelle opinioni erronee che ho havuto, le ho havute con presupposito che si havessero a proponere et disputare nel concilio…": Estratto, p.340) e da attesa della fine di tutte le "controversie. - tra noi christiani circa le cose della fede": insomma, attese accompagnate "da speranze di tipo millenaristico" (Cantimori, p. 535).

Nell'agosto del 1559 la morte di Paolo IV aprì al C. la concreta possibilità della revisione del processo. Lasciò subito Venezia, diretto a Firenze per sollecitare l'intervento di Cosimo. Da Firenze seguì attentamente lo svolgimento del conclave, non senza la speranza dell'elezione del Morone (mitigata, questa volta, dalle riserve della Gonzaga). Nel gennaio del 1560, appresa l'elezione di Pio IV Medici e ottenuta, per intervento di Cosimo, la sospensione della sentenza, il C. partì per Roma. La sua speranza d'una rapida assoluzione si scontrò presto con la realtà delle lentezze procedurali e soprattutto con i forti contrasti che il suo caso suscitava fra i membri del S. Uffizio. Nel frattempo, insisteva presso il Morone per l'attuazione del progetto di pubblicazione delle opere del Pole da affidare, secondo il suggerimento della Gonzaga, a Girolamo Seripando. Il processo riprese solo in maggio e dopo un mese di minuziosi interrogatori il C. dovette attendere, dal formale ritiro loco carceris nel monastero di S. Marcello, l'esito d'un supplemento di inchiesta a Venezia e a Napoli. Per tutto il resto dell'anno le pressioni di Cosimo I si scontrarono con l'intransigenza del Ghislieri. Solo nel gennaio del 1561 un più diretto intervento di Cosimo presso Pio IV, in occasione della sua visita a Roma, e la soprintendenza sul processo affidata dal papa al Seripando rimisero in moto la procedura in una direzione favorevole al Carnesecchi. Dopo altri lunghi interrogatori, la sentenza di piena assoluzione, osteggiata fino all'ultimo dal Ghislieri, fu stilata in maggio e ratificata da Pio IV in luglio.
Dopo l'assoluzione il C. rimase a Roma per tutta l'estate, occupato dalle pratiche per la reintegrazione nel godimento dei benefici ecclesiastici. Nell'autunno partì per Napoli, dove fu ospite della Gonzaga. Con la Gonzaga riparlò del progetto della pubblicazione delle opere del Pole, interrotto dalla partenza del Seripando per il concilio. Nel settembre del 1562 lasciò Napoli. Si fermò a Roma un intero anno, fino all'autunno del 1563. Ogni diffidenza nei suoi confronti era ormai scomparsa. Si valse di appoggi in Curia per concludere l'acquisto dell'abbazia di Canalnuovo nel Polesine, che raggiunse nel novembre. Di là, dopo una sosta a Firenze, si trasferì a Venezia, dove riprese abitudini e relazioni dei due soggiorni precedenti. Questo nuovo soggiorno veneziano fu interrotto da frequenti viaggi a Firenze, dove si mantenne in stretti rapporti con Ludovico Beccadelli destinato al vescovato di Prato (Parma, Bibl. Palatina, 1027, fasc. 12; 1028, fasc. 9 Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 24, cc. 151v, 155v, 159r, 163v). Da Venezia si tenne in corrispondenza con quanti si erano rifugiati a Lione e a Ginevra, in particolare col Gelido, al quale mandò più volte aiuti in danaro. Richiese ed ebbe dalla Gonzaga gli scritti del Valdès per una loro conservazione più sicura, di quanto fosse possibile a Napoli, forse anche con l'intenzione di darli alle stampe (Estratto, p. 558).
Fra il dicembre del 1565 e il gennaio del 1566 il C. partì improvvisamente per Firenze. Non è da escludere che a tale subitanea decisione contribuisse anche l'inchiesta che gli inquisitori veneziani venivano svolgendo a carico del gruppo di gentiluomini del circolo di Andrea da Ponte, rifugiatosi intanto a Ginevra, e di Alvise Malipiero. Il C. vide comunque urgente la necessità di trasferirsi a Firenze, allorché il 7 genn. 1566 col nome di Pio V salì al pontificato Michele Ghislieri, il più intransigente oppositore alla sua precedente assoluzione. I suoi timori si dimostrarono subito fondati. Alla morte della Gonzaga (16 apr. 1566), il sequestro delle carte della nobildonna mise a disposizione degli inquisitori un ampio materiale in base al quale condurre l'indagine su tutta la trama del movimento valdesiano. In questa prospettiva si colloca l'immediata ripresa del processo del C., come il 19 giugno scrisse esplicitamente il cardinale Francisco Pacheco nel darne comunicazione a Cosimo de' Medici. L'esplicito avvertimento del Pacheco, secondo il quale i futuri rapporti con la Curia sarebbero dipesi dalla volontà di Cosimo di consegnare senza indugi il C., facilitò la speciale missione a Firenze del maestro del Sacro Palazzo Tommaso Manriquez. Il 26 giugno il C. venne consegnato al Manriquez. Pochi giorni dopo partiva per Roma, dove giunse fra il 3 e il 4 luglio.
Il processo (giudici i cardinali Francisco Pacheco, Scipione Rebiba, Gian Francesco Gambara, Bernardino Scotti) ebbe inizio pochi giorni dopo (il primo costituto cui si fa riferimento nell'Estratto è dell'8 luglio). La prima fase degli interrogatori riguardò le preventive ammissioni del C. su tutto il suo passato. Sforzo costante del C. fu di richiamare ai giudici la fluidità delle varie situazioni, la mancanza di precise definizioni e discriminanti dottrinali, il ruolo e l'influenza avuti da incontri e letture (…son cose, come ogni uno sa, che obrepunt a pocho a pocho nelli animi nostri": Estratto, p. 197). Ma gli interrogatori divennero ben presto incalzanti. Sulla base del materiale in possesso degli inquisitori, il C. fu chiamato a rispondere principalmente su tre punti: chi fossero gli "eletti" ai quali egli faceva riferimento nelle sue lettere alla Gonzaga; quali fossero i presupposti della sua intenzione di rifugiarsi a Ginevra; quali fossero i motivi della sua riprovazione della dichiarazione di fedeltà al papa nel testamento del Pole. Da quel momento, pur tra continui tentativi di sfumare e distinguere, le ammissioni compromettenti del C. si susseguirono senza sosta: "eletti" erano quanti "havevano la vera fede catholica, sì come tenevo che fusse quella che mi haveva insegnata il Valdés" (Estratto, p. 239); la dottrina cattolica che "universalmente si predicava", in quanto "fondata troppo in sulle opere", aveva fatto sì che "a poco a poco fosse ritornata quasi furtivamente a regnare la opinione di Pellagio" (ibid., p.338); aveva approvato in parte le dottrine professate a Ginevra (ibid., p. 292); il primato del papa era da intendersi "quo ad ordinem potius quam ad dominatum, intendendo per ordine la precellentia" (ibid., p.297). Le domande sulle dottrine da lui professate si intrecciarono fittamente (due volte si ricorse alla tortura) con le domande sulla condotta e sulle dottrine di tutti i suoi amici vivi e morti, in particolare la Gonzaga, il Pole, il Morone, il Seripando. Cosimo seguiva da Firenze attentamente l'andamento del processo e moltiplicava i suoi interventi presso il papa e presso il cardinale Pacheco. Nei primi mesi del 1567 l'intercettazione di alcuni messaggi fatti uscire segretamente dal carcere, nei quali il C. informava gli amici e complici dei possibili pericoli che l'andamento degli interrogatori poteva rappresentare anche per loro, aggravò la sua posizione. Il 21 aprile confermò tutto quanto aveva deposto nei precedenti costituti ("così circa le persone… come quello che ho deposto di mé medesimo": Estratto, p. 536).
Il processo subì una svolta in maggio, allorché il C. si rifiutò di sottoscrivere un elenco di trentaquattro "opinioni heretiche, temerarie et scandalose" desunte dagli interrogatori, considerandole o non rispondenti in tutto al senso delle sue deposizioni o "confessate contro la propria conscientia" oppure ammesse "per non esser reputato fitto et simulatamente converso" (Estratto, pp.567-568). La sua richiesta di una copia degli atti e la designazione di due avvocati con i quali concordare una linea di difesa furono considerate dai diplomatici fiorentini a Roma un gesto temerario. Lo stesso cardinale Pacheco fece sapere a Cosimo che la decisione del C. aggravava la sua posizione. Gli argomenti addotti a propria difesa si rivelarono troppo fragili, equivalenti a una vera e propria ritrattazione di tutto quanto aveva inizialmente ammesso: l'unica ammissione era d'aver creduto nella dottrina della giustificazione per fede, ma non oltre la data del relativo decreto tridentino di condanna; per il resto intendeva far valere le sue incertezze, i suoi dubbi, l'occasionalità delle sue credenze, la non rispondenza delle deposizioni e delle accuse allo stato reale della sua coscienza. Dopo la concessione di un mese di riflessione, ai primi di luglio, sottoposto - secondo un'informazione proveniente da un dispaccio del residente mediceo Francesco Babbi - a nuovo interrogatorio e alla tortura, il C. si confessò eretico. Pochi giorni dopo (8 luglio) inviò al tribunale un memoriale in cui ammetteva "d'aver in effetto assentito non solo a Valdés, ma ancora a Lutero circa l'articulo della giustificazione", nonché "alli altri articoli dependenti da quello" (certezza della grazia, non necessità della penitenza per la remissione dei peccati); dichiarava, infine, d'avere avuto dubbi sull'origine divina dei sacramenti e sul primato del papa e di "esser penduto dalla parte heretica più tosto che dalla cattolica" a proposito della confessione e della transustanziazione. Per tutto il resto si rimetteva agli atti del processo e si diceva disposto, se richiesto, a dare maggiori chiarimenti: una "sattisfattione maggiore" che il C. non diede mai (Estratto, p. 571). La confessione fu considerata insufficiente. Insoddisfacenti furono considerate anche le risposte date in altri interrogatori svoltisi durante le pause di un violento attacco di febbre malarica. L'ultimo interrogatorio di cui si ha notizia è del 6 agosto: in esso il C. respinse l'ultimo tentativo degli inquisitori di fargli avallare i sospetti che ancora gravavano sul Morone. L'udienza del 16 agosto fu dedicata alla lettura della sentenza, la cui pubblicazione avvenne solo il 21 settembre nella chiesa della Minerva, alla presenza di tutti i cardinali presenti a Roma (fu notata e commentata l'assenza del Morone, che si era allontanato da Roma pochi giorni prima). Dei diciotto condannati dei quali nello stesso giorno fu letta la sentenza, solo due, il C. e il frate minore conventuale Giulio Maresio, risultarono condannati alla degradazione, alla privazione dei benefici e al deferimento al braccio secolare. Cedendo alle insistenti pressioni di Cosimo de' Medici, Pio V differì di dieci giorni l'esecuzione della sentenza, in attesa d'un completo ravvedimento del C., cui sarebbe seguita la commutazione della pena di morte nel carcere perpetuo. Ma nell'ultima confessione che il C. scrisse per consiglio del frate che lo assisteva, il cappuccino pistoiese Geronimo Finucci, aggiunse solo pochi chiarimenti sul conto del Pole e sui suoi rapporti con Pietrantonio da Capua: nulla aggiungeva alla confessione dell'8 luglio, già ritenuta insufficiente, e nulla aggiungeva sulla condotta e sulle dottrine professate dal Morone, sul cui conto (secondo una voce colta e fatta propria dall'agente mediceo Francesco Babbi) gli inquisitori si attendevano dal C. dichiarazioni compromettenti. Il 27 settembre Pio V ordinò che il 1ºottobre, con lo scadere della dilazione concessa, la sentenza venisse eseguita mediante decapitazione e rogo. Per suggerimento del governatore di Roma, fu designata come luogo dell'esecuzione la piazza adiacente al ponte S. Angelo anziché Campo dei Fiori. Il 30 settembre il C. si confessò e si comunicò. All'alba del giorno successivo, in compagnia del Maresio e assistito dal Finucci, lasciò il carcere di Tor di Nona. Salì sul patibolo con dignità e decoro, "tutto attillato - come due giorni dopo scrisse a Cosimo de' Medici il suo agente Serristori - con la camicia bianca, con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano". La decapitazione avvenne senza indugi. Più lenta fu, invece, l'azione del rogo a causa della pioggia.

Iconografia. Agli inizi del Novecento, le sembianze del C. sono state, concordemente e indipendentemente, riconosciute da C. Gamba (in Critica d'arte, VI [1909], pp.277-79) e da E. Schaefer (in Monatsh. für Kunstwissenschaft, IX [1909], pp. 405-412)in due ritratti di giovane in abito ecclesiastico, conservati a Firenze alla Galleria degli Uffizi (n. 1169)e alla Galleria Pitti (n. 184) e indiscriminatamente attribuiti dalla tradizione ad Andrea del Sarto. Mentre il Gamba attribuisce a Domenico Ubaldini detto il Puligo entrambi i dipinti, lo Schaefer mantiene ad Andrea del Sarto l'attribuzione di uno dei due, e precisamente di quello conservato alla Galleria Pitti. Fonte per l'identificazione della mano del Puligo in uno o in entrambi i ritratti è la testimonianza del Vasari, che da uno dei due dipinti ha tratto ispirazione nel ritrarre il C. in veste di chierico giovinetto nel dipinto della sala di Clemente VII nel fiorentino Palazzo Vecchio (G. Vasari, Opere, a cura di G. Milanesi, IV, Firenze 1879, p. 465).

 

Fonti e Bibl.:

La fonte più importante resta l'Estratto del processo di P. C., edito da G. Manzoni, in Miscellanea di storia italiana, X (1870), pp. 187-573. In esso sono riportate, per intero oper brani, molte lettere del C. alla Gonzaga (vedi Opuscoli e lettere di riformatori ital. del Cinquecento, a cura di G. Paladino, I, Bari 1913, pp. 99-114;

Lettere del Cinquecento a cura di G. G. Ferrero, Torino 1967, pp. 533-549). Lettere del C., oltre a quelle indicate in P. O. Kristeller, Iter Italicum, I, pp. 66, 67, 117, 175, 269, 277; II, pp. 39, 152, 160, 161, 553, si conservano in Archivio di Stato di Bologna, Archivio Malvezzi-Campeggi, s. 3, 11/535, cc.n.n. (indicaz. di A. Prosperi);

Arch. di Stato di Firenze, Mediceo, f. 357, c. 771; f. 377, c. 148; f. 386, c. 793; f 391, c. 244; f. 467, c. 500; Carte del cardinale di Ravenna, b. 16, n. 81; Firenze,

Biblioteca nazionale, Magl.VIII, 51, c. 258;

Archivio di Stato di Modena, Letterati, ad nomen;

Modena, Biblioteca Estense, Autografoteca Campori, ad nomen;

Archivio Segreto Vaticano, Fondo Chigi, R. II, cc.267r-274v;

Oxford, Bodleian Library, Mss. It.C24, cc. 264r-265r (indicazione di G. C. Morel);

Lettere volgari di diversi nobilissimi huomini et eccellentissimi ingegni scritte in diverse materie, III, Venezia 1564, pp. 10-11;

Epistolae aliquot M. Antonii Flaminii, a cura di G. Camerario, Nurenberg 1571 (vedi J. G. Schelhorn, Amoenitates historiae eccles. et literariae, II, Francofurti et Lipsiae 1738, pp. 155-179);

Lettere memorabili, Roma 1670, III, pp. 259-263; G. Della Casa, Opere, Milano 1806, II, pp. 254-255;

Nuntiaturberichte aus Deutschland 1533-1559, I, a cura di W. Friedensburg, Gotha 1892, pp. 119-121, 130-131, 158-162, 176-183.

Diverse e di vario valore e intendimenti sono le biografie complessive del C.:

G. Bandi, P.C., storia fiorentina del sec. XVI, Firenze 1873 (biografia romanzata);

L. Ruffet, P.C., un martyr de la Réforme en Italie, Toulouse 1876;

L. Witte, P. C., ein Bild aus der italien. Martyrergeschichte, Halle 1883;

A. Agostini, P. C. e il movimento valdesiano, Firenze 1899;

S. Fera, P. C. gentiluomo fiorentino, Firenze 1908;

A. Del Canto, P. C., Roma [1911];

O. Ortolani, Per la storia della vita religiosa ital. nel Cinquecento. P. C. Con estratti dagli atti del processo, Firenze 1963.

Studi e fonti attinenti ai processi:

G. Laderchi, Annales ecclesiastici ab anno 1566, XXII, Roma 1728, pp. 97, 98, 326;

Legazioni di A. Serristori, ambasciatore di Cosimo I a Carlo V e in corte a Roma, a cura di L. Serristori - G. Canestrini, Firenze 1853, pp. 339-340, 426, 433, 435-439, 440-443, 454;

F. Mutinelli, Storia arcana ed anedottica d'Italia, I, Venezia 1856, pp. 52, 73, 75;

R. Gibbings, Report of the Trial and Martyrdom ofP. C., Dublin 1856; C. Cantù, Ilprocesso C., in Archivio storico italiano, s. 3, XIII (1871), pp. 303-315;

C. A. Hase, Process und Martyrium C., in Jahrbücher für protestant. Theol., III(1877), pp. 148-89; C. Corvisieri, Compendio dei processi del S. Offizio di Roma (da Paolo III a Paolo IV), in Archivio della Società romana di storia patria, III(1880), pp. 286-287;

T.Brieger, Aus italienische Archiven und Bibliotheken. Beiträge zur Reformationsgeschichte, in Zeirschrift für Reformationsgesch., V(1882), pp. 584, 612-613;

L. Bruni, Cosimo I de' Medici e il processo d'eresia del C., Torino 1891;

  1. Bertolotti, Martiri del libero pensiero e vittime della Santa Inquisizione nei secoli XVI, XVII e XVIII, Roma 1892, pp. 38-43;
  2. D. Orano, Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII sec., Roma 1904, pp. 22-23; L. von Pastor, Storia dei papi, VIII, Roma 1951, pp. 206 207, 604-605.

    Vedi inoltre I. Sadoleto, Epistolarum libri sexdecim, VII, Lugduni 1554, p. 265;

    R. Pole, Epistolarum… collectio, a cura di A. M. Querini, III, Brescia 1756, p. 42;

    Monumenti di varia letter. tratti dai manoscritti di mons. Lodovico Beccadelli, I, 2, Bologna 1799, p. 85;

  3. Cantù, Eretici d'Italia. Discorsi storici, II, Torino 1866, pp. 422-434; Id., Italiani illustri, III, Milano s.d. (ma 1879), pp. 163-191;
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H. Jedin, G. Seripando. Sein Leben und Denken im Geisteskampf des 16. Jahrhunderts, Würzburg 1937, I, p. 140; II, pp.88, 90;

P. Paschini, Tre ricerche sulla storia della Chiesa nel Cinquecento, Roma 1945, pp. 115-116, 119-120, 137-138;

S. Caponetto, Origini e caratteri della Riforma in Sicilia, in Rinascimento, VII(1956), pp. 292, 317, 321, 322-325;

Domingo de S.ta Teresa, Juan de Valdés: 1498(?)-1541. Su pensamiento religioso y las corrientes spirituales de su tiempo, Roma 1957, pp. 142-144 e passim;

P.Paschini, Tre illustri prelati del Rinascimento: E. Barbaro, A. Castellesi, G. Grimani, Roma 1957, pp. 134, 138, 166, 171, 175;

Nunziature di Venezia, I (12 marzo 1533-14 ag. 1535), a cura di F. Gaeta, Roma 1958, ad Indicem;D. Cantimori, Studi di storia, Torino 1959, pp. 531-535;

  1. Stella, G. Giannetti da Fano eretico del sec. XVI al servizio dei re d'Inghilterra, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 206-208, 222;
  2. F. Gaeta, Un nunzio a Venezia nel Cinquecento (G. Aleandro), Venezia-Roma 1960, pp. 81-83; R. Ristori,

  3. Accolti. A proposito di un riformato toscano del Cinquecento, in Rinascimento, s. 2, II(1962), pp. 240, 246, 274, 305;

J. C. Nieto; Juan de Valdés and the Origins of the Spanish and Italian Reformation, Genève 1970, ad Indicem;

D.Fenlon, Heresy and Obedience in Tridentine Italy. Cardinal Pole and the Counter Reformation, Cambridge 1972, pp. 93-99 e passim;

Benedetto da Mantova, Il beneficio di Cristo, a cura di S. Caponetto, Firenze-Chicago 1972, pp. 501-504;

C. Ginzburg-A. Prosperi, Le due redazioni del "Beneficio di Cristo", in Eresia e Riforma nell'Italia del Cinquecento. Miscellanea I, Firenze-Chicago 1974, pp. 139-142.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla wikipedia russa

 

 Пьетро Карнесекки (1508—1567), ученик Вальдеса, стал одной из первых и видных жертв инквизиции. Он родился в 1508 году в знатной флорентийской семье. Учился в Риме в доме кардинала Довицци, и поступил на папскую службу. Во время Клемента VII его сделали апостолическим пронотариум, и его влияние было таким сильным, что говорили “он был папой больше, чем сам Клемент”. Визит к Джулии Гонзага в 1540 года вовлек его в общество Вальдеса, которого он уже знал в Риме. Он бежал в Париж, вернулся в Венецию, в 1557 был вызван в Рим и бежал в Женеву. При Пие V ситуация стала чуть получше, чем при его предшественнике Павле IV, и Карнесекки чувствовал себя безопасно во Флоренции, пока в 1565 году инквизиция не возобновила свою деятельность. Герцог Козимо Медичи выдал его, и на состоявшемся вслед за этим процессе он был осужден на смерть. Материалы о процессе над ним, устроенным инквизицией в Риме является ценным источником об итальянской реформации, так как многие его собеседники по Риму и Витербо были осуждены этим трибуналом, причем некоторые посмертно[3]. По этому делу 17 человек были осуждены, из них 15 получили пожизненное заключение на галерах, а Пьетро Карнесекки вместе с братом Джулио Маресио были обезглавлены, а затем сожжены на мосту Святого Ангела 1 октября 1567 года.

 

 

 

 

 

Immagini di Pietro Carnesecchi

 

 

 

Esistono 4 immagini che ritraggono Pietro Carnesecchi

 

2 di Domenico di Bartolommeo Ubaldini detto il Puligo : 1 conservato agli Uffizzi 1 conservato a Palazzo Pitti

 

 

 

 

 

 

Questo :

 

 

 

 

Autore: Van der Straet Jan detto Giovanni Stradano: 1523/ 1605

Vasari Giorgio: 1511/ 1574

Soggetto: papa Clemente VII nomina cardinale il nipote Ippolito de' Medici | Soggetti profani. Personaggi: Clemente VII Ippolito de' Medici Lorenzo Pucci (cardinale Santiquattro) Girolamo Barbolani di Montaguto cardinale Franciotto Orsini Giovanfrancesco da Mantova Giovanni Battista Ricasoli (vescovo di Pistoia) vescovo Tornabuoni Alessandro Strozzi Piero Carnesecchi. Figure maschili: astanti. Abbigliamento: contemporaneo: veste guanto cappelli berretta del papa mozzetta abito cardinalizio tonacella scarpe. Interno. Architetture: gradini. Oggetti: seggioloni a braccioli.

Materia e Tecnica: intonaco/ pittura a olio

Data di creazione: 1556 / 1562

Ambito geografico: FI: Firenze | Palazzo Vecchio o della Signoria: Museo di Palazzo Vecchio

 

 

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La quarta immagine e' nel quadro di  Sebastiano del Piombo (Ritratto di Clemente VII benedicente e Pietro Carnesecchi 1533-1534 ) che e' conservato nella Biblioteca Palatina di Parma e di cui non possiedo fotografie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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bibliografia su Pietro Carnesecchi

 

 

 

 

Agostini Antonio........................ Pietro Carnesecchi ed il movimento Valdesiano Firenze 1899

Ortolani Oddone..................... Pietro Carnesecchi il dramma di un alto prelato vaticano nell'epoca tormentata del concilio di Trento Le Monnier

[Monografia] - Ortolani, Oddone - Pietro Carnesecchi ; Con estratti dagli Atti del processo del Santo Officio. Prefazione di Alberto Pincherle - Firenze - 1963 (IT\ICCU\LIA\0109970)

Bertolotti A...................................Martiri del libero pensiero e vittime della S. Inquisizione

[Monografia] - Bruni, Leonardo - Cosimo 1. de' Medici e il processo d'eresia del Carnesecchi : contributo alla storia della Riforma in Italia, con l'aiuto di nuovi documenti / Leonardo Bruni - TorinoFirenze - 1891 (IT\ICCU\CUB\0137698)

Cantu' Cesare............... ...............Gli eretici d'Italia Torino 1865-66

Corazzini Napoleone.....................Di alcuni grandi italiani dimenticati e di Giordano Bruno Firenze 1873

Estratto del processo di Pietro Carnesecchi a cura di Giacomo Manzoni in Miscellanea di storia italiana

Galatera di Genola ,Carlo............. Roma papale e i matiri del libero pensiero Roma 1904

Lemmi Francesco................. ....... La riforma in Italia e i riformatori italiani all'estero nel secolo XVI Milano 1939

Orano Domenico .........................Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVII secolo Roma 1904

Ruffet L. P. Carnesecchi.............. Un martyr de la Reforme en Italie Toluose 1876

Palandri E.....Les negociations politiques et religieuses entre la Toscana et la France a l'epoque de Cosme et de Catherine de Medicis 1544-1558 Paris 1908

Rastrelli Modesto .........................Fatti attinenti all'inquisizione e sua storia generale e particolare di Toscana Firenze 1782

Witte Leopold...............................Pietro Carnesecchi , ein Bild aus der italienischen Martyrergeschiehte Halle 1883

Haase C. A ................................ Process und Martyrthum Carnesecchi

 

 [Monografia] - Bandi, Giuseppe <1834-1894> - Pietro Carnesecchi : storia fiorentina del 16. secolo / Giuseppe Bandi - Firenze (IT\ICCU\UBO\0278816)

[Monografia] - Dal canto alete : Pietro carnesecchi - RomaTip. Roma - 1911 (IT\ICCU\CUB\0153310)

[Monografia] - Dal Canto, Alete - Pietro Carnesecchi / Alete Del Canto - Roma (IT\ICCU\LIA\0039770)

[Monografia] - 1: I processi sotto Paolo 4. e Pio 4., 1557-1561 - Citta del VaticanoSelci - 1998 (IT\ICCU\TO0\0705433)

[Monografia] - 2: Il processo sotto Pio 5. (1566-1567). (IT\ICCU\TO0\0957599)

[Monografia] - Don Abbondio e Carnesecchi : ricordi d'un esule al clero toscano - Italia - 1860 (IT\ICCU\IEI\0157219)

[Monografia] - Santini, Luigi - Oddone Ortolani. Per la storia della vita religiosa italiana nel Cinquecento. Pietro Carnesecchi... / [recensione di L. Santini] - [S.l. - dopo il 1963] (IT\ICCU\NAP\0278212)

[Monografia] - Fera, Saverio - Pietro Carnesecchi : gentiluomo fiorentino arso in Roma dall'Inquisizione, li 3 ottobre 1567 / Saverio Fera (IT\ICCU\TO0\0118073)

[Monografia] - Estratto del processo di Pietro Carnesecchi / edito da Giacomo Manzoni - Torino - 1870 (IT\ICCU\RAV\1140182)

 

 

L'opera fondamentale di recente pubblicazione e'

 

Firpo Massimo - Marcato Dario I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi Collectanea archivi Vaticani Archivio segreto Vaticano 2000 

 

 

 

 

 

MASSIMO FIRPO – DARIO MARCATTO, I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi (1557-1567).

Edizione critica— vol. I, I processi sotto Paolo IV e Pio IV (1557-1561), 1998, pp. CXX, 582
ISBN 88-85042-30-9

INDICE

Nota critica
1. La prima convocazione a Roma sotto Paolo III
2. il processo sotto Paolo IV
3. La condanna in contumacia
4. L’elezione di Pio IV e la presentazione a Roma
5. Il processo del 1560
6. L’assoluzione del 4 giugno 1561
7. I manoscritti
8. La presente edizione
9. Criteri di trascrizione

I. Processo sotto Paolo IV
1. Deposizione di Niccolò Bargellesi (Roma, 8 giugno 1557)
2. Atti inquisitoriali relativi a Pietro Carnesecchi (18 giugno 1556-6 aprile 1559)

II. Processo sotto Pio IV
Processo d’accusa (costituti e deposizioni)
Processi difensivi
Interrogatoria
del Fisco apostolico (Roma, luglio 1560)
I. Processo romano
II. Processo padovano
III. Processo napoletano
IV. Processo veneziano
Sentenza e documenti preliminari
Summa in causa domini Petri Carnesechi Florentini
Parere di Girolamo Seripando indirizzato a Cristoforo Madruzzo

Indice dei nomi

 

 

 

Via Pietro Carnesecchi a Firenze

 

 

 

 

Via Pietro Carnesecchi a Reggello

 

 

 

 

 

 

 

 

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  ing. Pierluigi Carnesecchi La Spezia anno 2003