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Pietro Carnesecchi (1508-1567 ) un eretico, un martire ma principalmente un personaggio in cerca d'autore sul palcoscenico della storia religiosa italiana

 

< ….Un uomo nato per stare a fronte ai re… >

pagina in lavorazione con un cenno finale su un altro eretico : Dante Carnesecchi anarchico con un piede nella "Storia"

 

 

 

NON COMMETTETE MAI L'ERRORE DI CONSIDERARE LA LIBERTA' DI PENSIERO UNA CONQUISTA DEFINITIVA

 

 

L'importanza di Pietro Carnesecchi non e' tanto legata allo sviluppo di un originale pensiero eretico quanto invece alla poderosa azione di diffusione delle idee eretiche compiuta con ogni mezzo e in ogni luogo.

merita approfondimento ad esempio :

La vita e i tempi di Pietro Perna. di Leandro Perini ............. anno 1542.......Carnesecchi aveva aiutato due monaci lucchesi che si accingevano ad emigrare in terra riformata, uno dei due altri non era se non il futuro stampatore di Basilea Pietro Perna....

......A questo punto la congettura che che il Perna fosse entrato in contatto con una rete di corrispondenti italiani della Riforma svizzera e tedesca assumeva i connotati concreti di due fiorentini , il Del Caccia e il Carnesecchi , rompendo cosi il legame privilegiato tra Lucca e la Ruforma e l'isolamento lucchese nel quale sino allora le conoscenza avevano confinato il Perna aggiunge oggi che il passaggio del lucchese Perna da Venezia a Basilea aiutato materialmente dal Carnesecchi presuppone un contatto diretto o indiretto tra il Carnesecchi e il mondo svizzero tedesco ignorato dai biografi

 

Pietro e' un uomo che e' stato ammazzato . Ammazzato per le sue idee

Idee idee che ebbe la forza di non rinnegare scegliendo di morire

Cosi anche grazie a lui quelle idee continuarono a diffondersi ed oggi sono nostro patrimonio comune. Tanto che ci meravigliamo che un tempo qualcuno possa esser morto per averle professate

 

 

CON LA RIFORMA PROTESTANTE E LE ISTANZE DI PROFONDO RINNOVAMENTO MORALE E STRUTTURALE INIZIO' UNA LOTTA ALL'INTERNO DELLA CHIESA CATTOLICA

SONO PASSATI QUASI 5 SECOLI EPPURE QUELLA LOTTA ALLORA INIZIATA NON HA ANCORA TROVATO UNA CONCLUSIONE

PUO' LA CHIESA CATTOLICA UMILIARSI , SPOGLIARSI DELLA RICCHEZZA E DEL POTERE POLITICO , SEMPLIFICARE LA PROPRIA STRUTTURA GERARCHICA , ABBANDONARE L'ABITO ROSSO PER UN SAIO SDRUCCITO E CONTINUARE A MANTENERE LA POSIZIONE DI POTERE CHE AVEVA NEL PASSATO ALL'INTERNO DELLA SOCIETA' ?

 

 

La lotta intestina all'interno della chiesa romana era iniziata dal Carafa gia' dai tempi di Paolo III con la creazione di un sistema inquisitorio aggiornato ai tempi , che doveva divenire lo strumento decisivo nello scontro non dichiarato tra due fazioni

E' difficile capire la visione che aveva della Chiesa nel lungo periodo il Carafa , ( che passera' il testimone al Ghislieri ) che sembrava interessato alla conservazione delle istituzioni e della gerarchia della Chiesa che doveva essere la Chiesa di Roma che vedeva pericolare nella concezione protestante di tante Chiese di pari dignita e di Vescovi di pari dignita' tra cui il Vescovo di Roma, primo inter pares

Una Chiesa splendida e centro di potere non una Chiesa povera e con scarso potere politico

 

Era una guerra sorda

Chi contrastava le idee della gerarchia romana con l'apertura del Concilio di Trento aveva coscienza di stare in una posizione considerata eretica e punita severamente dalla struttura

Cosa vuol dire essere eretico ?

LA VITA DI UN ERETICO CHE IN QUEI TEMPI NON SI RIFUGIAVA NEI PAESI RIFORMATI E' OVVIAMENTE SCARSAMENTE DOCUMENTATA

LA SUA FIRMA NON DEVE COMPARIRE DA NESSUNA PARTE PENA L'ARRESTO E LA PRIGIONE O LA MORTE

QUELLO CHE MI LASCIA PERPLESSO DEL CARNESECCHI E' LA VASTITA' DELLA RETE DI CONTATTI ERETICI IN CUI STAVA AL CENTRO. COME UN RAGNO SU UNA RAGNATELA. COSA FACEVA O COSA SI PROPONEVA DI FARE ? ED EVENTUALMENTE ERA IL SOLO A FARLO ?

PUR AVENDO TRATTI CHE LO IDENTIFICANO CON GLI ALTRI VALDESIANI VI E' QUALCOSA CHE LO FA DIVERSO

PUR AFFIDANDOSI A DIO CERCA DI DETERMINARE DELLE CONSEGUENZE CON DELLE AZIONI

LO CARATTERIZZA UN ATTIVISMO PARTICOLARE : UNA SORTA DI SOCCORSO ERETICO

E' UN PERSONAGGIO CHE SEMBRA RIMANERE SEMPRE SULLO SFONDO......................MA E' VERAMENTE COSI ?

 

Il suo sentire lo avrebbe spinto ad un esilio nei paesi riformati ma continua a rimanere , pur alla larga da Roma , in Italia

non compie mai l'atto irrevocabile della fuga

Indubbiamente alcune cose lo trattenevano in Italia

I benefici ecclesiastici che gli permettevano un'autonomia economica

L'affetto per la Gonzaga

La fiducia in un rovesciamento della situazione

C'era qualche motivo diverso ?

In terra cattolica ogni manifestazione gli era preclusa : non e' facile per noi oggi rintracciare le sue azioni : scritti , opere , pensieri sono avvolti nell'ombra

la cautela e il non agire apertamente era una sua regola

Anche con Giulia Gonzaga che pare essere un rifugio spirituale non e' detto fosse sincero sino in fondo

Tutto cio' che noi pensiamo di sapere su di lui ci viene dalle quelle poche lettere conservate dalla Gonzaga ( che non sono state pubblicate nell'interezza ) ma e' sufficiente tutto cio' ?

E' possibile che il suo pensiero fosse ben piu' complicato ?

Chi tra le persone cosidette eretiche ebbe un ventaglio cosi ampio di contatti eterodossi ?

 

Il periodo in cui vive e' un periodo che si rivelera' di svolta ( una svolta tragica a mio parere ) per la Chiesa papista

All'interno si stava apparecchiando una lotta interna

Iniziata con Paolo IV Carafa , uomo animato dalla consevazione del passato con scarsa visione prospettica

Proseguita con Pio V che con metodo quasi scientifico trasforma l'Inquisizione in un centro di potere e porta quella lotta alle estreme conseguenze

Uomo pragmatico e terrigno. Il futuro Pio V trasformo' l'inquisizione in un mezzo decisivo ( piu' ancora di quello creato dal Carafa )

La sua elezione a Papa va studiata anche alla luce di questo potere , cercando gli elementi anche di tipo ricattatorio di cui era entrato in possesso durante la sua attivita' d'inquisitore

 

 

 

E' una situazione ambigua

Da una parte c'e' un processo per eresia dove l'imputato gioca a fare l'imputato ed i giudici a fare i giudici ma sullo sfondo il processo e' politico tra due posizioni profondamente antitetiche sulla struttura dell'edificio della Chiesa

L'una ( spirituale ) che vuole inserire nella morale cattolica quelle eresie ritenendole cattoliche e piu' vicine al messaggio evangelico, l'altra ( pragmatica ) che avverte che quelle eresie metterebbero in crisi la struttura creata pazientemente nei secoli dando vita ad una Chiesa senza Papa e con una struttura senza apparato senza Cardinali , senza frati senza suore , senza miracoli e senza santi

Senza il potere temporale e finanziario. Quelle eresie decreterebbero la fine della Chiesa medioevale costruita sulla donazione di Costantino , sul potere del Papa come forza universale

 

Il potere inquisitorio dara' vita ad un tentativo di fermare il mondo

L'immobilismo e il regresso culturale come rimedio

Tutto cio' che sara' nuovo diventera' sospetto e nemico ; la scienza , i libri , l'aldfabeto , i filosofi , i medici , i matematici

La Chiesa provera' a serrare il popolo cattolico in una morsa di controllo e di superstizione. Preferira' l'ignoranza alla scienza , il latino all'italiano , la superstizione alla conoscenza

Tentera' di controllare la vita delle persone ,seguendole nei sacramenti, tentando di registrare ed uniformare i comportamenti non accettando stravaganze di alcun tipo

Spegnendo qualsiasi fermento

Si asservira' al potere politico in una alleanza di conservazione del presente e di chiusura al futuro

E l'Italia iniziera' quel lungo sonno che durera' per oltre due secoli

 

 

 

LE CONTRADDIZIONI E LA CRISI DI UN SISTEMA

 

La religione cristiana ha ancor oggi aspetti molto infantili ( favole, miti e superstizioni ) che si sono accumulati piano piano nel corso he di secoli , in tempi in cui non esisteva una cultura scientifica/P>

Questi aspetti infantili oggi non ci danno noia e si ci convive , difficilmente su tali aspetti ci si sofferma a pensare

Gesu' bambino , la strage degli innocenti , le reliquie , l'Eucarestia , il Purgatorio, il Paradiso e l'inferno ,la Madonna vergine , una Madonna umana venerata piu' di un Gesu' Cristo divino , il primato del Vescovo di Roma , i Santi e i beati , le undicimila vergini , le reliquie , le case volanti di Loreto o di Monte San Savino, il potere temporale della chiesa , i frati e i preti e le suore e una innaturale castita' , le indulgenze , la confessione , i libri proibiti e messi all'Indice, la Bibbia ,come libro sacro................

Una chiesa dei poveri da sempre schierata coi ricchi : oppio dei popoli nei secoli : predicante la poverta' paludata di ricche vesti

Tante volte con la forza nel passato la Chiesa papista aveva arginato le spinte pauperistiche

Tante volte aveva fatto fronte alle vite scandalose dei suoi piu' alti rappresentanti

Ed i costumi licenziosi di molti dei suoi rappresentanti erano stati accettati quasi come cosa inevitabile e risibili

Con l'umanesimo ed il rinascimento si affermo' un uomo che non aveva paura di guardare alla religione con atteggiamento critico e pur con mille limiti ( capacita' di analisi limitata dalle scarse conoscenze scientifiche ) , un uomo che vedeva le contraddizioni e si rendeva conto che bisognava tornare alle origini della religione e sfrondarla da quanto urtava piu' violentemente con la ragione

Quello di cui non ci rendiamo ben conto e' che ancora oggi ci troviamo di fronte a divisioni metafisiche di questo tipo. E che chi alla domenica recita il Credo recita formule preconfezionate di divisioni scientificamente ridicole

 

La consustanziazione è una dottrina teologica cristiana, per lo più diffusa in ambito luterano, che, come la dottrina cattolica della transustanziazione, tenta di descrivere la natura dell'Eucaristia in termini concreti metafisici. Essa sostiene che nel sacramento eucaristico il pane e il vino al tempo stesso mantengano la loro natura fisica e divengano anche sostanza del corpo e del sangue del Cristo.

Differisce dalla transustanziazione poiché quest'ultima afferma invece la reale conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue.

La consustanziazione è una dottrina sostenuta da una minoranza di Cristiani, fra i quali alcuni Luterani e alcune Chiese Ortodosse Orientali.

In teologia, transustanziazione, o transubstanziazione (lat. trans-substantiatio), è il termine che indica la conversione della sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo e della sostanza del vino nella sostanza del sangue di Cristo, che avviene, durante la celebrazione eucaristica, al momento della consacrazione.

A seconda delle sensibilità teologiche (soprattutto nel dibattito tra Chiesa latina e Chiese ortodosse), si diede e si dà tuttora una divergenza circa il momento preciso in cui avverrebbe questa trasformazione: secondo le chiese orientali, essa avverrebbe quando il vescovo o il presbitero, durante la preghiera eucaristica, invoca Dio Padre affinché mandi lo Spirito Santo (epiclesi sulle oblate) che trasformi il pane ed il vino in corpo e sangue di Cristo; secondo la Chiesa cattolica, la conversione sarebbe operata nel momento in cui vengono ripetute (in persona Christi) le parole di Gesù durante l'Ultima cena (anzi, la teologia scolastica identifica il momento preciso della transustanziazione nell'istante in cui è pronunciata la parola est nella frase Hoc est enim corpus meum).

 

 

Nel XVI secolo il mondo inizia a cambiare profondissimamente

La crisi protestante ha come sottofondo un mondo che cambia velocemente con lo sviluppo di nuove scienze e di nuove conoscenze

Siamo di fronte ad una nuova globalizzazione

Le convinzioni medioevali sono messe in discussione ogni giorno e si ha l'impressione che togliendo un mattone possa crollare tutta la torre

Una scelta e' di non cambiare nulla , di tenere le bocce ferme -----------USO E ABUSO DELLA CREDULITA' POPOLARE come mezzo di difesa---------

 

 

E' esemplare la genesi del Purgatorio a cui ANCORA noi cattolici dobbiamo credere come verita' di fede

Fino al XII secolo i cattolici vissero senza conoscerlo e senza averne bisogno

Il termine purgatorio venne introdotto verso la fine del XII secolo mentre la relativa dottrina venne definita dal secondo Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel Concilio di Trento, nel 1563. Sono però riscontrabili diversi riferimenti ad un passaggio di purificazione prima dell'ingresso nel regno dei cieli (spesso tramite la figura di un fuoco purificatore, probabilmente richiamando Prima lettera ai Corinzi 3,14 e 15), con conseguenti incitazioni alle preghiere di intercessione per le anime dei defunti fin dalle prime comunità cristiane: nel Cippo di Abercio, dove si invita alla preghiera per l'anima del defunto; nel diario di Perpetua (si veda Perpetua e Felicita), dove viene descritta una visione in sogno riguardo all'anima del fratello defunto della scrivente e viene dichiarata l'efficacia della preghiera per l'espiazione dei peccati dei defunti. Diversi Padri della Chiesa (Tertulliano in modo più marcato tra i suoi contemporanei) affermarono la necessità delle preghiere di intercessione per i morti e al tempo stesso esprimevano il loro timore per tale fuoco espiatorio.

 

 

Lo storico Jacques Le Goff, ne La nascita del purgatorio, sostiene che l'idea occidentale del Purgatorio si afferma tardi, nella seconda metà del XII secolo, e cioè alcuni secoli dopo l'apparizione dell'analogo concetto che si trova nella Vita copta di san Ciro monaco, che pure presenta il fuoco come mezzo della purificazione dopo la morte,[6] e un solo secolo prima dell'iniziale definizione della relativa fede cattolica, che non ha accettato le caratteristiche note di fuoco e di luogo; il sostantivo "purgatorio" si usava prima soltanto come aggettivo, come nella frase "fuoco purgatorio" (elemento non recepito nella dottrina della Chiesa), e solo successivamente il Purgatorio si strutturò nella seconda cantica della Commedia dantesca (composta secondo la critica tra il 1304 e il 1321) a mano a mano che lo sviluppo dei commerci e i miglioramenti economici rendevano necessario integrare nella comunità anche quei "peccatori di mestiere", come banchieri o mercanti, dai cui traffici basati sul "commercio di denaro" in definitiva dipendeva la prosperità. Il termine venne introdotto precisamente tra il 1170 e il 1200 nella scuola del capitolo di Notre-Dame di Parigi e il monastero cistercense di Cîteaux. Prima di tale data non esisteva il sostantivo purgatorium: esisteva solo l'aggettivo, come nella frase ignis purgatorius (fuoco purificante). Il Giubileo del 1300 fu poi il culmine del trionfo del nuovo concetto.

Il concetto del purgatorio come luogo dell'anima, dimensione di pena e purificazione mediante il "fuoco" è affermato da vari santi e beati che hanno riferito di avere avuto visioni del purgatorio, come santa Caterina da Genova, o santa Coletta di Corbie.

 

 

 

Metafisica =Ogni dottrina filosofica che si presenti come scienza della realtà assoluta, che cerchi cioè di dare una spiegazione delle cause prime della realtà prescindendo da qualsiasi dato dell'esperienza; quindi fig. ( iron. o spreg. ), di quanto presuma di raggiungere o formulare ragioni risolutive mediante procedimenti estremamente cerebrali e astrusi.

 

Tutte queste favole sono in realta' costate dispute feroci e tanto sangue innocente

Sotto l'aspetto di mansuetudine delle Chiese cristiane tutte queste favole sono infatti grondanti del sangue di migliaia di persone e del loro dolore . Il sangue di chi la pensava diversamente ed ebbe il coraggio o l'avventatezza di non tacere

E chi oggi non fa caso alla differenza tra Consustanzazione o Transustanzazione sappia di essere un eretico . E sappia che se vive tranquillo e' solo perche' fortunatamente alle Chiese son stati tolti unghie e denti altrimenti ancor oggi potrebbe correre il rischio di abbrustolire su un rogo

 

Questa litigiosita' e aggressivita' umana sugli ideali , questa volonta' di far prevalere la propria idea con la forza , dovrebbe farci riflettere come una gran parte del genere umano sia impastato di fango , ( aggressivita' ancora piu' forte la dove a dividere sono le sfumature :anarchici-socialisti-comunisti , menscevichi -bolscevichi , stalinisti - trotskisti, .......... )

E che e' cosi oggi come ieri e che sara' sempre cosi se la ragione e la legge non interverrano a moderare questo istinto

Quanti individui hanno sofferto torture indicibili fisiche e psicologiche

Perche' volevano adorare Dio o gli Dei in un modo diverso o affermare l'inesistenza di Dio o Dei

Quando penso a questo, uno spirito terribile di vendetta mi opprime il cuore

Ieri quei vili torturatori sono morti nei loro letti soddisfatti del loro operato. Oggi nessuna vendetta e' piu' possibile per dar loro la medesima sofferenza

Almeno pero' non si cessi di ricordare i delitti di questi maledetti torturatori e assassini. E il loro nome sia associato in eterno ai crimini contro l'umanita'

E si condannino per sempre i loro delitti che ancor oggi con mistificazioni ed ipocrite parole si cerca di giustificare

Non c'e' perdono

Pio V fu beatificato il 1° maggio 1672 e fu proclamato santo il 22 maggio 1712

Un Pio V ancor oggi santo e' una condanna morale per il cattolicesimo

 

 

 

 

DIFFUSIONE MASSICIA DELLA CULTURA : GUTTEMBERG : LA STAMPA A CARATTERI MOBILI

( tratto liberamente da Wikipedia )

 

questa tecnica fu introdotta dal tedesco Johannes Gutenberg negli anni 1453-55

La tecnica tipografica di Gutenberg consisteva nell'allineare i singoli caratteri in modo da formare una pagina, che veniva cosparsa di inchiostro e pressata su un foglio di carta. L'innovazione stava nella possibilità di riutilizzare i caratteri. Con la tecnica precedente, cioè la xilografia (da cui il torchio xilografico), le matrici di stampa venivano ricavate da un unico pezzo di legno, che poteva essere impiegato solo per stampare sempre la stessa pagina, finché non si rompeva la matrice, cosa che accadeva molto spesso.

Questa tecnica si rivelò di gran lunga migliore rispetto ai procedimenti tradizionali e si diffuse in pochi decenni in tutta Europa: solo 50 anni dopo erano stati stampati già 30.000 titoli per una tiratura complessiva superiore ai 12 milioni di copie. Il primo testo fu la Bibbia a 42 linee, cioè 42 righe per pagina, con il testo stampato su due colonne. I libri stampati con la nuova tecnica tra il 1453-55 e il 1500 vengono chiamati incunaboli.

In Occidente la stampa a caratteri mobili in metallo fu inventata dall'orafo tedesco Johannes Gutenberg a Magonza. Il primo libro stampato da Gutenberg con la nuova tecnica fu la «Bibbia a 42 linee» (1453-55); il testo utilizzato fu quello della Vulgata, la bibbia latina tradotta dal greco da san Gerolamo nel V secolo. In tre anni ne furono prodotte 180 copie, 48 delle quali sono arrivate fino a noi. Quaranta copie furono stampate su pergamena e 140 su carta di canapa importata dall'Italia.

Con il procedimento ideato da Gutenberg, testi di qualsiasi natura potevano essere pubblicati in modo più veloce, economico e in maggiore quantità. La stampa a caratteri mobili diede un contributo decisivo alla diffusione del libro. A sua volta, la diffusione del libro creò un nuovo settore di attività economica, quello dell'editoria.

Una dopo l'altra, in tutte le principali città europee nacquero delle officine di stampa (Colonia: 1466, Roma: 1467, Venezia: 1469, Parigi e Napoli: 1470, Segovia: 1472, Cracovia: 1473, Valencia: 1474, Londra: 1477). Già nel 1480 in Germania e in Italia vi erano stamperie in ben 40 città; i due Paesi sono considerati i principali centri editoriali in termini di quantità e di qualità. Secondo una stima, alla fine del XV secolo vi erano almeno mille torchi da stampa disseminati in 200 città europee[1]. Secondo Elizabeth Eisenstein, nei primi 50 anni dopo l'invenzione gutenberghiana furono stampati otto milioni di libri nelle diverse lingue europee[2]. Dai torchi uscivano volumi di differenti tipologie: testi antichi di diritto, libri di medicina, messali finemente decorati e libri liturgici, classici della letteratura latina, testi universitari, opuscoli d'occasione, fogli volanti e testi sui più vari argomenti, sia in latino che in volgare.

Nel 1470 Jean Heynlin costruì una pressa a Parigi. Nel 1472 Johannes Parix stampò a Segovia il Sinodal de Aguilafuente per il vescovo Arias Dávila. Nel 1473 a Cracovia Kasper Straube pubblicò l'Almanach cracoviense ad annum 1474. Nel 1476 una pressa fu montata in Inghilterra da William Caxton. Alla fine del XV secolo l'uso della stampa era già diffuso in tutta l'Europa occidentale. Le biblioteche si arricchirono di copie. I libri circolarono e favorirono il confronto delle opinioni. Ai libri stampati affidarono le loro idee grandi scienziati come Copernico (1473-1543).

Con non meno di 10.500 edizioni nel XV secolo e 64.000 nel XVI, tenendo conto solo delle edizioni giunte fino a noi, l'Italia ebbe un ruolo principale nella prima età della stampa[4]. Il primo libro stampato fuori della Germania fu realizzato nel monastero di Santa Scolastica a Subiaco (tra Lazio e Abruzzo). Fu opera di Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz (il primo della diocesi di Magonza e il secondo di quella di Colonia). Giunti nella penisola nel 1464, tra il 1465 e il 1467 pubblicarono: un Donato minore ovvero Donatus pro puerulis (una grammatica latina per fanciulli, ora disperso), il De oratore di Cicerone, il De Civitate Dei di Sant'Agostino e tre opere di Lattanzio: tutti con una tiratura di 275 copie

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Nello stesso periodo veniva impiantata la prima stamperia a Roma, ma non si è conservato nessun incunabolo romano anteriore al 1467. Di certo i primi stampatori furono tedeschi[7]. Nel 1470 apparvero, sempre nell'Urbe, le prime opere di quello che è considerato il primo tipografo italiano: Giovanni Filippo De Lignamine. Nel 1471 Papa Paolo II fece riprodurre a stampa la bolla con cui preannunciava il VII Giubileo del 1475. Fu il primo documento pontificio a stampa

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Nel 1470 Johannes Numeister, concittadino e allievo di Gutenberg, stampò a Foligno il "De bello italico adversos Gothos", dell'umanista Leonardo Bruni. L'11 aprile 1472 sempre a Foligno fu finito di stampare da Numeister e dal folignate Evangelista Mei[12] il primo libro in volgare italiano con data certa: la Divina Commedia. Sempre nel 1472 Jacopo da Fivizzano stampò nella sua città d'origine le Opere di Virgilio. Il primo libro al mondo stampato in greco con data certa apparve a Milano nel 1476: fu una grammatica della lingua (???t?µata, Erotémata di Costantino Lascaris). L'Italia detiene il primato anche della prima opera stampata con caratteri arabi: nel 1514 uscì a Fano Horologium breve, ad opera del tipografo Gregorio de' Gregori.

A differenza delle stampe a caratteri mobili in Oriente, il sistema di stampa a caratteri mobili di Gutenberg vide fin da subito una rapida diffusione in tutta Europa, tanto che nel 1480 erano presenti nel continente ben 110 macchine da stampa

Una pressa come quella di Gutenberg venne impiantata a Venezia nel 1469. Nel 1500 vi erano a Venezia ben 417 stampatori. La Serenissima in questo senso fu una città molto fertile, anche grazie a personaggi come Aldo Manuzio (le cui edizioni, denominate "aldine", sono ancora oggi molto pregiate), Francesco Marcolini da Forlì ed altri. A Roma, durante gli anni 1467-1500 furono stampati ben 1.825 titoli. Nel complesso, delle 110 tipografie europee in attività nel 1480, una cinquantina erano attive in Italia, una trentina in Germania, 9 in Francia, 8 in Spagna e le restanti negli altri Paesi del continente

 

L'inizio dell'editoria veneziana è fatto risalire solitamente al 18 settembre 1469 quando il governo della Serenissima concesse al tedesco Giovanni da Spira un privilegio di stampa della durata di cinque anni[16]. In breve tempo l'autorizzazione - in considerazione dell'elevata domanda - fu estesa anche a tipografi non tedeschi. Il primo non tedesco ad avviare una stamperia a Venezia fu il francese Nicolas Jenson nel 1470. Ciascun tipografo adottò un particolare segno grafico detto "marca", per identificare ciascuna copia stampata.

A Venezia giunsero stampatori anche da varie regioni italiane. Nel 1490 si stabilì nella città lagunare Aldo Manuzio, il quale ideò i canoni del libro moderno; nello stesso periodo approdò in laguna Ottaviano Petrucci, l'inventore della stampa musicale a caratteri mobili. Sin dagli inizi del XVI secolo Venezia divenne la città europea più importante per il settore dell'editoria. Il suo primato in Italia e nel mondo era assoluto: nel decennio 1541-1550 furono stampati nella città lagunare quasi il 62% dei titoli italiani e il 50% di tutti i libri stampati in Europa. Ciò fu possibile grazie ad alcuni fattori come il vasto contesto di libertà civili, l'estesissima rete commerciale della Serenissima, l'impiego della carta prodotta dalle cartiere poste lungo il Piave, il Brenta e presso il lago di Garda, il relativamente alto tasso di alfabetizzazione della popolazione maschile[18] e la grande disponibilità di capitali a disposizione dei nobili veneziani. Venezia, grazie a ciò, ottenne diversi primati, come la stampa del primo libro in armeno "Libro del venerdì", 1512, in cirillico bosniaco (Oficje svete dieve Marie traslitterato in lettere latine, "Ufficio della Vergine Maria"), oltre che la realizzazione delle prime edizioni a stampa della Bibbia rabbinica (Daniel Bomberg, 1516-17), del Talmud (Bomberg, 1520-23) e del Corano (Paganino Paganini, 1538).

Il primato veneziano, offuscato solo a metà del Cinquecento a causa della Controriforma, che costrinse molti editori a trasferirsi nell'Europa del nord, riprese vigore nella seconda metà del secolo e rimase tale sostanzialmente fino al tardo Settecento

( tratto liberamente da wikipedia )

 

 

 

 

 

 

 

LA CONTRORIFORMA E LA CULTURA : ROGO DI ESSERI UMANI E ROGO DI LIBRI : TRIONFO DELLA PAURA E ROGO DELLE IDEE

 

Chiunque possa scusare o comunque minimizzare gli episodi di quei tempi , deve essere ascoltato e guardato con sospetto

La controriforma tento' invano di spostare indietro le lancette dell'orologio

 

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare" sermone del pastore Martin Niemöller.

 

 

 

Col senno del poi

Le conseguenze culturali dell'azione della Controriforma per l'Italia furono pesantissime tagliandoci fuori dallo sviluppo della cultura europea

L'innarrestabile diffusione delle idee filosofiche e scientifiche dovute all'invenzione della stampa a caratteri mobili trova un implacabile freno nella controriforma

e mentre in Europa si impara a leggere in Italia si disimpara per evitare guai e si ci autocensura

e mentre in Europa la Bibbia diventa un libro su cui si impara a leggere in Italia la Bibbia diventa nuovamente un libro per iniziati

Il libro cristiano sacro per eccellenza viene nascosto al fedele , che non deve conoscerlo direttamente ma solo attraverso la mediazione del sacerdote

 

 

UNA COSA ALQUANTO PARADOSSALE : LA BIBBIA : UN LIBRO PROIBITO AI CATTOLICI !

 

 

La chiesa cattolica ha avvertito spesso in epoche diverse nella libera lettura della Bibbia un pericolo

Nel 1229 col Concilio di Tolosa regnante papa Gregorio IX, si decretò la proibizione per i laici di possedere copia della Bibbia.

Nel 1234 il Concilio di Tarragona decreto ', entro 8 giorni, la consegna e la distruzione delle bibbie scritte in volgare

Divieti simili furono emanati in tutta Europa da vescovi e da Concili provinciali fino al XVI secolo.

Con la riforma protestante le proibizioni si moltiplicarono nel vano tentativo di frenare la diffusione della riforma protestante in Europa.

La nuova Inquisizione romana, istituita da papa Paolo III con la bolla “Licet ab initio” del 1542, aveva tra i suoi compiti anche quello di controllare la produzione, la vendita e la diffusione degli stampati.

Nel 1558 sotto il pontificato di Paolo IV viene anche compilato un primo elenco di libri proibiti in cui erano elencate, anche 45 edizioni della Bibbia e del Nuovo Testamento

Il Concilio di Trento, da principio non si pronuncio' apertamente contro la lettura della Bibbia

il 24 marzo 1564 pero' nella bolla papale (Index librorum prohibitorum) venivano introdotta la proibizione della lettura della Bibbia in lingua volgare, se non dietro particolare licenza del vescovo.

Gregorio XV, nel 1622, eliminò anche questa possibilità revocando tutte le licenze concesse dai suoi predecessori.

Nel 1631, Urbano VII ingiunse di nuovo a tutti i possessori di copie della Bibbia di consegnarle alle autorità per bruciarle, pena la denuncia alla “santa” Inquisizione.

Pio VII nel 1820 condannò con decreto la traduzione italiana della Bibbia,e quindi la Bibbia fu nuovamente posta all’indice dei libri proibiti

 

 

 

 

 

 

GIGLIOLA FRAGNITO

 

 

La censura ecclesiastica in Italia.........

 

 

Le conseguenze politiche furono invece forse conservative . L'unita d'Italia era stata pesantemente compromessa dalla Chiesa nei secoli precedenti ora invece la morsa d'immobilismo che la Chiesa cattolica strinse sull'Italia dal XVI secolo in poi forse valse a preservarne l'integrita territoriale ( nei confronti dello straniero ) pur nella divisione in staterelli

 

 

Carafa e Ghislieri sono i Papi della transizione

Si passa da una Chiesa effettivamente universale ad una Chiesa asservita al trono e allo stato nazionale

Era inevitabile ?

Non piu' la Chiesa che fulminava con la scomunica e di fronte alla quale si umiliavano gli imperatori ed i re ma una Chiesa che per reggersi ha bisogno della stampella del trono

Solo in Italia la Chiesa riesce ancora ad esercitare una forte azione politica a fronte della debolezza degli staterelli

Anche la cattolica Spagna in realta' nella religione ha una sua indipendenza da Roma con un inquisizione nazionale che esercita un controllo e delle restrizioni anche maggiori e comunque fuori del controllo del Papa in carica

Nel vuoto di potere ecclesiastico si afferma il nuovo concetto del potere dei Re derivante direttamente da Dio senza bisogno d'intermediari

E l'Europa passa direttamente dall'esperienza feudale medioevale all'esperienza feudale nazionale dei secoli XVI XVII e XVIII

La splendida e moderna avventura del Comune italiano entrata in crisi ed in agonia gia' nel secolo XV culmina ora in un profondo decadimento culturale nella morsa di una lentissima agonia cattolica non ancora terminata nel XXI secolo

 

 

Come vedremo la censura sulla stampa in Italia fu continuata ad essere esercitata e demandata alla Chiesa

Mentre in Europa diveniva per lo piu' un fatto politico-statale riguardante il potere nazionale ed eventualmente la religione di stato ( per evitare turbolenze sociali )

E' nel quadro della censura che si stagliano in Italia coloro che lottarono contro le idee correnti della Chiesa

Tra loro Carnesecchi

Carnesecchi che sceglie la morte potendo scegliere di chinare il capo e vivere diventa un esempio di coraggio , anzi di eroismo , in quei secoli bui in cui precipita l'Italia

Lo sprezzo e la derisione che mostra verso chi lo condanna diventano un esempio per chi nell'ottocento volge lo sguardo verso il potere ecclesiastico che si stava disfacendo e mostrava la putredine

E' una figura che gli stessi cattolici dovrebbero riabilitare. La visione politica dei Carafa e dei Ghislieri condanno' la Chiesa cattolica ad un lentissimo declino che forse avrebbe potuto essere evitato con soluzioni di compromesso

 

 

QUESTA E' UNA STORIA CHE GLI UOMINI CHE VOGLIONO ESSERE LIBERI DEBBONO TRAMANDARE

 

LA CHIESA ROMANA RISPOSE ALLE ISTANZE DI RINNOVAMENTO CON L'OMICIDIO ED IL PIU' EMPIO OSCURAMENTO DI OGNI CULTURA

PIETRO CARNESECCHI FU UNA DELLE PRIME VITTIME DI QUASI DUE SECOLI DI UNA NUOVA OPPRESSIONE CULTURALE CATTOLICA

 

IL CRIMINE PIU' GRAVE VERSO NOI STESSI E' PERMETTERE CHE GLI ASSASSINI CI PRIVINO ANCHE DEL RICORDO DEGLI ASSASSINATI

LASCIARE AGLI ASSASSINI LA POSSIBILITA' DI GETTARE ANCORA FANGO SULLE VITTIME PER SMINUIRE IL LORO DELITTO

 

 

 

 

LE SPERANZE DELUSE DI MICHELE GHISLIERI

 

Gli furono dati ulteriori 10 giorni di vita perche' riflettesse che avrebbe avuto salva la vita se avesse denunciato e chiamato a correi il cardinale Giovanni Morone e il cardinale Reginald Pole

NON VOLLE TRADIRE

 

 

 

 

 

 

Nel XVI secolo la chiesa di Roma fu squassata dalla scissione delle chiese protestanti

La rivolta al potere del Papa aveva solide basi dogmatiche

E all'interno della Chiesa papista vi furono molti che lo compresero e puntarono a riforme che permettessero di ripristinare l'unita' ma principalmente ripristinassero una fede fondata sui principi evangelici originari

Contro questi il partito degli intransigenti che fecero del Santo uffizio un fortilizio della conservazione e con il terrore di fatto crearono una Chiesa oscurantista debole e ottusa che trascino' nel proprio tracollo i paesi cattolici su cui ancora esercitava un'influenza ( Italia e Spagna ) che la seguirono al fondo

 

 

 

 

Spirituali (XVI secolo) da Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo

Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Il movimento degli "spirituali" fu costituito da un insieme di prelati ed umanisti particolarmente attivo negli ambienti curiali negli anni centrali del XVI sec. Gli "spirituali" erano gli eredi del magistero napoletano (1534-41) di Juan de Valdés. Dopo la morte del Valdés una parte cospicua di essi si riunì attorno al cardinale Reginald Pole nel corso della sua legazione apostolica a Viterbo, dando luogo alla cosiddetta Ecclesia viterbensis. I più radicali trovarono un nuovo maestro napoletano nel misterioso Juan de Villafranca (morto nel 1545) e in seguito confluirono nel movimento anabattista, orientandolo verso posizioni antitrinitarie.

Un altro "padre nobile" degli "spirituali" fu il cardinale veneziano Gasparo Contarini, morto nel 1542. Le idee valdesiane, a partire dalla fine degli anni trenta, divennero sempre più egemoni nel mondo del dissenso religioso italiano, e il loro successo è alla base, secondo lo studioso Massimo Firpo, dell'originalità della "Riforma italiana".

Una dirimazione spagnola degli "spirituali", per molti versi continuatrice dell'esperienza degli alumbrados (da cui la teologia dello stesso Valdés aveva tratto linfa), si riunì attorno alla carismatica figura di Bartolomé Carranza.

Gli "spirituali" come Reginald Pole, Giovanni Morone, Bartolomé Carranza (e loro seguaci) assumevano la dottrina luterana della "giustificazione per fede", svilivano i riti e le pratiche esteriori, propugnando una religiosità basta su pochi fundamentalia fidei. Loro intenzione era riformare la Chiesa dall'interno e deprecavano la rottura con Roma operata da Lutero.

Una controversa particolarità del gruppo degli "spirituali", che li caratterizzava in senso mistico-ascetico, è l'adesione alla dottrina valdesiana della "illuminazione interiore dello spirito", che superava ampiamente il "primato della Scrittura" luterano e calvinista e ancor più delegittimava totalmente l'autorità della Chiesa: si accedeva alla Verità grazie al beneficio di un'illuminazione per grazia divina che scendeva direttamente (e gradualmente) sul fedele.

Il gruppo degli "spirituali", particolarmente influente in Curia sino all'inizio degli anni cinquanta al punto che il cardinal Pole mancò d'un soffio l'elezione papale, fu progressivamente scardinato dall'avanzata del partito inquisitoriale guidato da Gian Pietro Carafa (Paolo IV). Il papato di quest'ultimo, che fece arrestare il cardinal Giovanni Morone e molti altri prelati ed umanisti legati al gruppo, fu un punto di non ritorno. L'arresto di Bartolomé Carranza da parte dell'Inquisizione spagnola, avvenuto nell'agosto 1559, pochi giorni dopo la morte di Paolo IV e la liberazione del cardinal Morone (poi assolto da Pio IV ma nuovamente oggetto di indagini sotto Pio V) fu il punto culminante della parabola discendente del gruppo degli "spirituali" spagnoli. I giochi si chiusero poi definitivamente sotto Pio V con il processo e la condanna a morte di Pietro Carnesecchi.

 

 

 

Da ERETICOPEDIA:ORG

 

L’Inquisizione romana o Sant’Uffizio dell'Inquisizione fu la rete di tribunali che a partire dalla riorganizzazione decretata con la bolla Licet ab initio (21 luglio 1542) di Paolo III si occupò della repressione delle eresie e del controllo dell'ortodossia con competenza, principalmente, sui territori degli Stati dell'Italia centro-settentrionale. L’azione dell’Inquisizione romana si limitò quasi esclusivamente a queste zone della penisola italiana, giacché, al momento della sua istituzione, in Spagna (dal 1478) e Portogallo (dal 1536) esistevano già Inquisizioni "nazionali", strutturate, efficienti ed integrate nei rispettivi sistemi monarchici. In Francia invece la "moderna" Inquisizione non fu mai introdotta essendo la persecuzione dell’eresia demandata ad un’apposita commissione detta Chambre ardente istituita da Francesco I nel 1535 (puramente nominale fu la sopravvivenza dei tribunali inquisitoriali di Tolosa, Carcassonne e Besançon, mentre quello di Avignone, l'unico veramente attivo sul suolo francese, risiedeva in territorio formalmente appartenente allo Stato della Chiesa e governato da un legato apostolico). Nel Regno di Napoli e nella Repubblica di Lucca la competenza inquisitoriale fu demandata ai vescovi, mentre la Sicilia e la Sardegna rientravano nelle competenze dell’Inquisizione spagnola.

 

L'avvio della "nuova" Inquisizione e la repressione del protestantesimo in Italia. Antecedenti sotto Clemente VII

 

Nell'ottobre 1532 Gian Pietro Carafa faceva pervenire a Clemente VII un celebre memoriale da Venezia per sollecitare il papa ad agire con la massima durezza davanti a una situazione ormai insostenibile che vedeva una larga penetrazione delle nuove idee religiose nella penisola. Il 4 gennaio di quello stesso anno Clemente VII, che non aveva una grande considerazione di Carafa ma cominciava a preoccuparsi molto della situazione, aveva nominato l'agostiniano Callisto Fornari, uomo di sua fiducia, predicatore apostolico e "inquisitorem generalem… haeresis lutheranae tantum per totam Italiam". Tale nomina tuttavia non fu particolarmente efficace e non poteva bastare per far fronte al grave stato delle cose.

 

L'istituzione della Congregazione del Sant'Uffizio da parte di Paolo III e il progressivo affermarsi della linea intransigente

 

Nel 1542 Paolo III cedeva dunque alle pressanti richieste del cardinal Gian Pietro Carafa per una riorganizzazione ed un potenziamento dell’Inquisizione resi urgenti dal dilagare di Riforma protestante e movimenti ereticali nella Penisola. Già l'anno precedente d'altronde (concistoro del 15 luglio 1541) Paolo III aveva preposto Carafa stesso e Girolamo Aleandro alla riorganizzazione dell'Inquisizione. Veniva istituita adesso la congregazione cardinalizia del Sant’Uffizio incaricata di coordinare la repressione e l’attività dei tribunali locali, nei quali sin dagli esordi medievali operavano principalmente frati francescani e domenicani e anch’essi destinati ad essere riorganizzati e potenziati. La composizione iniziale di questa congregazione cardinalizia rifletteva l’esigenza di rispettare gli equilibri tra rigore, repressione e tendenze più concilianti, giacché al momento la partita tra correnti ireniche, non contrarie a un accordo coi protestanti, e intransigenti, fautrici della più dura repressione, all'interno della Curia romana era ancora aperta. Oltre al cardinal Carafa, posto alla testa della Congregazione, ne erano membri il canonista Pietro Paolo Parisio (morto nel 1545), uomo di fiducia di Paolo III, Dionisio Laurerio (morto nel settembre 1542, quindi poco dopo l’istituzione della congregazione), vicario generale dei serviti ed altro uomo di fiducia della famiglia Farnese, l’intransigente cardinale lucchese Bartolomeo Guidiccioni (morto nel 1549), il “moderato” Tommaso Badia, maestro del Sacro Palazzo, e Juan Alvarez de Toledo, fratello del viceré di Napoli Pedro de Toledo e uomo di Carlo V. Il primo effetto immediato e clamoroso dell’istituzione del nuovo organo fu la fuga all’estero di Bernardino Ochino, generale dei cappuccini, accusato di eresia e convocato a Roma per discolparsi.

 

Malgrado il fiorire degli studi sull’Inquisizione in Italia a partire dagli anni novanta del XX secolo, né le dinamiche di inclusione/esclusione dei membri del Sant’Uffizio né gli eventuali dibattiti interni alla Congregazione sono stati ben approfonditi. Importanti passi avanti si sono avuti grazie a studi molto recenti di Massimo Firpo e Chiara Quaranta. Si può dire che a poco a poco la Congregazione fu egemonizzata dagli uomini più intransigenti fedeli al cardinal Carafa. Nella compagine originaria del 1542 gli intransigenti duri e puri erano soltanto due su sei (cioè Carafa e Guidiccioni). Nel 1545 si aggiunse un altro uomo vicino alle posizioni degli "spirituali", il cardinale benedettino Gregorio Cortese. Contemporaneamente era incluso nella Congregazione anche Francesco Sfondrati, giurista milanese riconvertitosi alla carriera ecclesiastica. Dalla fine degli anni quaranta i due nuovi membri intransigenti Marcello Cervini e Rodolfo Pio di Carpi (morto nel 1564) assunsero sempre più peso all’interno della congregazione. Per giunta i due membri "moderati", Badia e Cortese, morirono rispettivamente nel 1547 e nel 1548, senza essere sostituiti. Nel 1549 moriva anche l'intransigente Guidiccioni, e nel 1550 anche Francesco Sfondrati. Per sopperire, sotto il papato di Giulio III, furono immessi nella Congregazione Girolamo Verallo (morto nell’ottobre 1555) e Giacomo Puteo, quest’ultimo assai intransigente e vicino al Carafa. Più estemporanea, sempre sotto Giulio III, fu la partecipazione alle riunioni del Sant’Uffizio dei legati al concilio di Trento Marcello Crescenzi e Sebastiano Pighini.

Una volta assunto il dominio della congregazione il Carafa e i suoi sodali la usarono per affermare la propria egemonia all'interno della Curia romana stessa: il Sant’Uffizio, insomma, divenne sempre più strumento nelle mani del Carafa che lo utilizzò contro i suoi nemici interni in curia: nel 1549 proprio i sospetti di eresia impedirono l’elezione papale, che sembrava cosa ormai già fatta, di Reginald Pole.

Contemporaneamente si poneva il problema dell'installazione delle sedi locali della "nuova" Inquisizione, il che andava trattato di volta in volta con le varie autorità civili, spesso gelose della propria autonomia giurisdizionale. In due casi si crearono sistemi "misti", nei quali le autorità civili si preoccuparono di affiancare all'Inquisizione ecclesiastica dei magistrati laici. A Lucca, dove il potere inquisitoriale rimase nelle mani del vescovo, fu istituita nel 1545 la magistratura dell'Offizio sopra la religione. A Venezia invece il potere inquisitoriale fu spartito tra il nunzio, l'inquisitore di nomina papale, il patriarca della città e la magistratura dei tre Savi sopra l'eresia, istituita nel 1547.

 

La battaglia decisiva negli anni del papato di Giulio III

 

Una battaglia decisiva si svolse negli anni del papato di Giulio III, che odiava profondamente il cardinal Carafa, nondimeno a stento riusciva a moderare il suo impeto inquisitoriale. Giulio III avviò un politica a favore dell'indulto e della delazione. Ne approfittò subito don Pietro Manelfi, la cui delazione del 1551 consentì lo smantellamento dell'anabattismo veneto. Peraltro Giulio III tentò di mettere un freno all'intransigenza e alla sete di potere dei cardinali inquisitori: fu proprio negli anni del suo papato che il Sant’Uffizio avviò l’indagine a carico del cardinal Morone: Giulio III impose la cassazione del processo, ma il Carafa si rifiutò di obbedire. Inoltre il Sant’Uffizio fece arrestare e mise sotto processo il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo, protetto dai cardinali Pole e Morone, e ancora una volta l’intervento papale fu provvidenziale per salvare l’imputato. Ma la battaglia fu infine vinta dagli inquisitori, tant’è che di lì a poco, nel 1555, divennero pontefici: prima Marcello Cervini (Marcello II), poi il Carafa stesso (Paolo IV).

 

Il papato di Paolo IV: l'esplosione della lotta contro l'eresia

 

Alla fine del papato di Giulio III la Congregazione del Sant’Uffizio risultava composta dai cardinali Carafa, Carpi, Toledo, Verallo, Cervini e Puteo. Glo "intransigenti" avevano ormai "conquistato" la Congregazione. La tappa successiva sarebbe stata la "conquista" del papato e dell'intera curia romana. Cosa che avvenne pienamente con Paolo IV, sotto il cui regno il Sant’Uffizio ampliò a dismisura il suo potere e le sue competenze. I cardinali membri del Sant’Uffizio, ridottisi a quattro (con le elezioni al trono pontificio del Cervini – seguita dalla sua prematura morte – e quindi del Carafa), furono in breve aumentati fino a quindici, con l’immissione nella compagine di fieri intransigenti fedelissimi di Paolo IV: per esempio, Michele Ghislieri, già commissario generale del Sant’Uffizio, nominato per l’occasione cardinale e inquisitor magnus et perpetuus, e gli altri neocardinali Giovanni Antonio Capizuchi, Bernardino Scotti, Scipione Rebiba, Virgilio Rosario. Il partito degli “spirituali” subì una violenta aggressione frontale con l’arresto e processo del cardinal Morone, la revoca della legazione inglese al Pole, richiamato a Roma per essere esaminato (ma il cardinale inglese, protetto dalla regina Maria Tudor, si guardò bene dall’obbedire all’ordine del pontefice), il nuovo processo in contumacia del Soranzo e vari altri arresti, processi ed esecuzioni. Da Roma l’impulso all’intensificazione della lotta agli eretici in tutta Italia fu molto forte, pertanto il papato di Paolo IV costituì una svolta significativa.

 

Il papato di Pio IV: il Sant'Uffizio perde terreno

 

Tuttavia con Pio IV si voltò momentaneamente pagina, tornando a orientamenti simili a quelli di Giulio III: il cardinal Morone fu prosciolto e inviato a dirigere il concilio di Trento, i nipoti di Paolo IV, Carlo e Giovanni Carafa, di contro furono messi a morte, il Sant’Uffizio fu ridimensionato nel numero dei cardinali e soprattutto nelle sue competenze e nella sua influenza. Nella congragazione vennero confermati soltanto Michele Ghislieri, Rodolfo Pio di Carpi (morto nel 1564), Pedro Pacheco (morto nel marzo 1560), Giacomo Puteo e Bernardino Scotti. In seguito Pio IV ritoccò a più riprese la composizione della commissione: tra i nuovi inclusi, Gian Battista Cicala (che, ostile a Paolo IV, durante il suo papato si era allontanato da Roma per risiedere nella natia Genova) e il cardinale umanista Marcantonio Da Mula, entrambi uomini di fiducia di Pio IV. Il cardinal Ghislieri, pur rimanendo formalmente alla testa del Sant’Uffizio, subì una dura politica di isolamento da parte di Pio IV. Ma venne infine anche per lui il tempo della vendetta, con la sua elezione al papato nel 1566, che sancì il trionfo definitivo dell’Inquisizione e la rovina di tutti gli orientamenti a lei avversi.

 

 

IPOTESI DI LAVORO :

( NDR L'AZIONE DEL GHISLIERI AVREBBE POTUTO PORTARE ANCHE ALLA RACCOLTA DI DOSSIER COMPROMETTENTI SUI VARI CARDINALI )

L'ELEZIONE DI UN PIO IV ERA STATO UN ERRORE DI PERCORSO CHE DOVEVA ESSERE EVITATA IN FUTURO

IL CAMBIAMENTO DI ORIENTAMENTO NEL CONCLAVE POTREBBE ESSERE DOVUTA AD AZIONE RICATTATORIA

ANDREBBE STUDIATO L'ANDAMENTO DEL CONCLAVE CHE ELEGGE PIO V

 

 

Da Pio V a Sisto V: il trionfo dell'Inquisizione

 

Pio V riorganizzò di nuovo il Sant’Uffizio, affidandolo ai cardinali Scipione Rebiba, Bernardino Scotti (morto nel 1568), Francisco Pacheco e Gian Francesco Gambara. Spiccavano nella compagine inquisitoriale i nomi di Bernardino Scotti, antico teatino e collaboratore di Paolo IV, e, con una posizione di preminenza, del siciliano Rebiba, anch'egli fedelissimo di Paolo IV e duramente perseguitato da Pio IV per i suoi legami con la famiglia Carafa. Un altro personaggio la cui influenza cominciò a imporsi fu Giulio Antonio Santori, già consultore della congregazione dal 1566, che entrò a pieno titolo nella compagine inquisitoriale alla sua nomina cardinalizia nel 1570. Contemporaneamente veniva premiato con il cardinalato anche un altro inquisitore di professione, Felice Peretti (il futuro Sisto V). Sotto Pio V il Sant’Uffizio completò il debellamento della fazione degli “spirituali” con il processo e la condanna a morte di Pietro Carnesecchi. Esso affermò la propria preminenza sulle altre congregazioni romane sorte in seguito all’applicazione dei decreti tridentini (tra le quali la congregazione dell’Indice, istituita dallo stesso Pio V nel 1571, che assorbiva una parte delle competenze del Sant’Uffizio), preminenza che venne confermata dal successore Gregorio XIII e ratificata infine da Sisto V nel 1588 con la bolla Immensa aeterni. L'apogeo del Sant'Uffizio si ebbe negli anni del segretariato di Giulio Antonio Santori (dal 1586 al 1602).

 

Dalla repressione del protestantesimo al controllo dell'ortodossia e dei comportamenti sociali . Ampliamento di competenze

 

Gli anni sessanta e settanta del XVI secolo furono anni di intensa persecuzione inquisitoriale, nel corso dei quali quel che restava del movimento protestante italiano, che aveva già subito duri colpi nei due precedenti decenni, fu definitivamente annientato. A partire da questo momento in poi, molta parte dell'attenzione del Sant'Uffizio si spostò su magia diabolica e stregoneria. Una svolta importante fu rappresentata dalla bolla Coeli et terrrae (1586) con la quale Sisto V condannò senza mezzi termini astrologia e magia colta, con cui la Chiesa rinascimentale aveva convissuto. Ma nel mirino c'erano anche le superstizioni popolari. Magia diabolica e stregoneria erano terreni tradizionalmente di competenza dei tribunali vescovili, ma l'Inquisizione strappò a poco a poco la competenza in materia ai delegati vescovili. Il che rientrava in un processo di ampliamento di competenze della nuova Inquisizione ai danni degli organi tradizionali del clero secolare e regolare. Le competenze del Sant'Uffizio si allargarono progressivamente altresì alla bestemmie e ai reati connessi alla sfera sessuale (sodomia, bigamia…). Il Sant'Uffizio ottenne la competenza anche sui reati di adescamento in confessione, la cosiddetta sollicitatio ad turpia. La questione venne definita da Gregorio XV nella bolla Universi dominici gregis (1622). Sul terreno della repressione delle idee, sgominato il pericolo protestante in Italia, l’attenzione si concentrò sul controllo delle minoranze religiose (valdesi, cristiani ortodossi, ebrei), degli intellettuali (è passato alla storia il rogo di Giordano Bruno del 1600, e altrettanto significativa è la vicenda di Tommaso Campanella, sottoposto a torture e ad una lunga carcerazione; particolarmente aspro fu altresì lo scontro con la nuova cultura scientifica, col caso clamoroso del processo a Galileo), nonché sulla censura della stampa, in collaborazione con la Congregazione dell'Indice. Particolare attenzione fu rivolta altresì alla cultura popolare e ai fenomeni di santità spontanea.

Negli ultimi decenni del Cinquecento la rete dei tribunali locali si consolidò ed assunse la fisionomia che la caratterizzò fino alle abolizioni settecentesche. Attorno al 1580 si era completato un processo per cui la nomina degli inquisitori locali era passata dagli ordini rispettivi di appartenenza alla Congregazione del Sant'Uffizio. I cardinali inquisitori istruivano e addestravano i delegati locali attraverso la corrispondenza (si diffusero anche manuali per inquisitori, ma ebbero un ruolo meno rilevante). Le sedi inquisitoriali locali accrebbero la propria autonomia rispetto alle autorità civili, e i rapporti tra sedi inquisitoriali locali e la Congregazione del Sant'Uffizio furono ben regolati. I delegati locali, che risiedevano in città, si dotarono di vicari nelle aree rurali, vero e proprio collante tra città e campagna nell'amministrazione della repressione, la cui nomina non era decisa autonomamente ma era posta sotto il controllo della Congregazione del Sant'Uffizio. Il che creò un sistema accentrato ed efficiente, anche se non esente da un certo spirito paternalistico nella dialettica tra cardinali inquisitori e delegati locali, come risulta ampiamente dalla corrispondenza.

Questo in tutte le aree della Penisola in cui la nuova Inquisizione si era installata. Non nel Regno di Napoli, dove la giurisdizione inquisitoriale rimase saldamente in mano ai vicari vescovili. L'unica concessione fu nel 1585 l'instaurazione a Napoli di ministri del Sant'Uffizio con competenza su tutto il Regno, ma il loro ruolo fu di fatto sempre limitatissimo anche nella capitale, dove il potere inquisitoriale rimase sempre stabilmente in mano alla curia arcivescovile.

 

Altrove i tribunali inquisitoriali guadagnarono sempre più autonomia rispetto alle autorità civili, riuscendo talvolta a condizionarne pesantemente le politiche. Beninteso, l'alleanza tra Stato e Chiesa si fondava su interessi comuni e il controllo dei comportamenti e la preservazione dell'ortodossia costituivano per le autorità civili rilevanti problemi di ordine pubblico, il che giustifica l'accondiscendenza spesso mostrata da parte di quest'ultime verso le prerogative inquisitoriali.

 

L'obiettivo primario del Sant'Uffizio non era spargere sangue senza ritegno ma preservare l'ortodossia.

La procedura del processo inquisitoriale si definì compiutamente nel periodo di massimo apogeo del Sant'Uffizio, a cavallo tra Cinquecento e Seicento. L'indagine si apriva in genere a seguito di una denuncia o esposto scritto, raramente d'ufficio. Quindi venivano raccolte le prove a carico dell'imputato. Se esse non erano sufficienti seguiva l'archiviazione, altrimenti si procedeva ad incarceramento ed interrogatori del reo. Questa fase era detta processo offensivo: il reo doveva difendersi da solo, e gli inquisitori potevano servirsi della tortura, anche se il suo uso venne progressivamente regolato.

Essa infatti a partire dal 1591 non poteva essere applicata autonomamente da delegati locali, ma doveva essere approvata obbligatoriamente dai cardinali inquisitori.

La fase successiva era quella difensiva: i capi d'accusa erano formalizzati ed erano ammessi avvocati difensori se l'imputato decideva di avvalersene. Quindi si ritornava agli interrogatori, e infine si perveniva alla sentenza.

La pena di morte era in genere comminata agli impenitenti e ai relapsi, e l'esecuzione poteva essere orribile e accompagnata da forme brutali di accanimento se il reo non mostrava alcun segno di pentimento (cosa che accadeva raramente: fu il caso, per es. di Pomponio Algieri nel 1556, di Giordano Bruno nel 1600 e di Giulio Cesare Vanini nel 1619, le cui esecuzioni furono particolarmente atroci). In caso contrario in genere, come atto di clemenza, il reo veniva decapitato, quindi si procedeva al rogo del cadavere. A Venezia, caso particolare, le autorità civili imposero a quelle ecclesiastiche come forma prevista dell'esecuzione capitale degli eretici l'annegamento nella laguna.

Nei casi meno gravi le pene previste in alternativa alla condanna a morte erano l'immurazione (cioè la reclusione in una cella piccolissima e senza finestre) o il servizio coatto ai remi sulle galere. Procedure speciali e trattamenti di favore erano previsti per chi collaborava e si presentava spontaneamente, in linea di continuità con la politica dell'indulto inaugurata sin dagli anni di papa Giulio III.

Da ERETICOPEDIA:ORG

 

 

 

I GESUITI E LA PRESA RELIGIOSA SULLA SOCIETA'

TRA TIMORE ED INDOTTRINAMENTO : IL CONTROLLO SOCIALE

in lavorazione

 

 

 

 

dal sito della biblioteca Panizzi di Reggio Emilia

Libri proibiti : Stampa e censura nel Cinquecento

 

L’avvento della stampa mutò in modo radicale rispetto ai secoli precedenti la natura e la dimensione del problema relativo al controllo, sia politico che religioso, della produzione e della circolazione dei libri. L’immissione sul mercato di libri in quantità molto elevata e a prezzi relativamente contenuti consentì una facilità di accesso alla cultura e una diffusione del sapere mai conosciuti prima.

Le straordinarie potenzialità dell’uso della nuova tecnologia furono ben presto rese evidenti dalla rapida diffusione della Riforma protestante. Tra il 1517 e il 1530 gli scritti di Lutero furono divulgati in oltre trecentomila copie: un evento storicamente senza precedenti. Lo stesso Lutero definì la stampa “l’atto di grazia più alto di Dio”, mentre uno scrittore protestante, l’inglese John Foxe, scriveva: “Quante saranno le tipografie nel mondo, tanti saranno i fortilizi contrapposti a Castel Sant’Angelo, cosicchè o il papa dovrà abolire il sapere e la stampa oppure la stampa avrà infine ragione di lui”.

Per arginare gli effetti della Riforma e per combattere la diffusione delle teorie ereticali, la Chiesa cattolica mise in campo una vasta azione di difesa dell’ortodossia con la riaffermazione, attraverso il Concilio di Trento, dei dogmi messi in discussione dal protestantesimo, con la persecuzione degli eretici e con il controllo e la censura della produzione libraria.

Nel 1542 papa Paolo III istituiva la Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione o Sant'Uffizio, il tribunale preposto alla repressione dell'eresia, mentre risale al 1559 il primo indice dei libri proibiti. La sua struttura, che sarà ripresa dagli indici successivi fino alla metà del Seicento, si articola in tre classi: la prima comprende gli autori dei quali si proibisce la lettura tutte le opere; nella seconda sono raccolti 126 titoli di 117 autori, 332 opere anonime, una lista di Bibbie vietate e un elenco di 61 tipografi la cui produzione è interamente proibita; la terza comprende intere categorie di libri, come quelli senza data e luogo di pubblicazione o ancora le opere di astrologia e magia. Per leggere le Bibbie e i Nuovi Testamenti in volgare, infine, si rendeva obbligatoria un’apposita licenza del Sant'Uffizio che in nessun caso veniva rilasciata alle donne o a chi non conoscesse il latino.

L’estremo rigore e la severità di questo primo indice provocarono vivaci reazioni e proteste, tanto che il nuovo papa, Pio IV, nel 1564 promulgava un altro indice più moderato e tollerante, corredato da dieci regole rivolte a conferire maggiore organicità e razionalità all’azione di controllo e censura. Con la regola decima veniva ribadito l’obbligo di sottoporre ogni manoscritto da stampare all’esame delle autorità ecclesiastiche per ottenerne l’autorizzazione alla pubblicazione (“imprimatur”), mentre la regola ottava consentiva la pratica dell’espurgazione, ammettendo la possibilità che un’opera proibita fosse rimessa in circolazione dopo essere stata corretta con l’eliminazione delle parti incriminate.

Tra le oltre seimila edizioni del Cinquecento conservate nel ricco patrimonio della Biblioteca Panizzi, sono stati selezionati alcuni volumi che recano le tracce più vistose degli interventi di espurgazione e che documentano nel modo più diretto l’impatto che la censura ecclesiastica ha esercitato nei confronti della stampa nel secolo della Controriforma.

dal sito della biblioteca Panizzi di Reggio Emilia

 

 

 

Secondo il diritto canonico, le forme di controllo sulle opere a stampa dovevano essere principalmente due: la prima, di approvazione, volta a concedere il classico imprimatur ai libri redatti da cattolici su tematiche riguardanti la morale o la fede; una seconda, di condanna, per volumi che si ritiene mettano in circolazione idee erronee: quest'ultima prevedeva l'inserimento di tali opere nell'Indice.

 

“Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant'Uffizio”.

 

 

esempio di libro sopravvissuto al rogo ma espurgato

 

 

 

 

 

 

TOSCANA

 

da un opera molto interessante sull'inquisizione cattolica del prof Adriano Prosperi

 

In Toscana probabilmente anche Cosimo I aveva idee eterodosse ( vedi corrispondenza col Gelido ) a cui rinuncera' prestamente con senso di realpolitik

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo contesto si inserisce la vicenda di Pietro Carnesecchi

 

 

Per dare un primo sguardo schematico alle vicende di Pietro utilizzeremo quella che e' l'enciclopedia principe della cultura italina: cioe' la Treccani

Il dizionario biografico degli Italiani ha infatti una corposa voce a lui dedicata ed ha Anche una voce dedicata a suo padre Andrea di Paolo di Simone

Riporto questa voce ( ai tempi in cui e' stata scritta la piu' autorevole ) sia per la completezza di quello che di lui si e' scritto , sia per mettere in condizioni il lettore d'inquadrare un poco il personaggio

Cio' che mi propongo e' pero di dimostrare quanto poco sia stato capito il personaggio anche dopo la pubblicazione dell'edizione critica degli atti processuali tratti dagli Archivi segreti del Vaticano di Dario Marcato e Massimo Firpo

 

Il personaggio Pietro Carnesecchi e' stato ricostruito in modo completamente anomalo

Normalmente un uomo si giudica dalle sue azioni per Pietro non e' stato cosi

Troppo comoda e ghiotta era l'occasione di tracciarne un ritratto su due fonti che erano a portata di mano e che evitavano la fatica di un duro lavoro d'archivio che permettesse di ricostruirne le azioni caratterizzanti

Queste fonti erano :

Una piccola parte delle lettere scritte da Pietro a Giulia Gonzaga ( poche centinaia di migliaia scritte ) centinaia incautamente da questa conservate che riguardano fondamentalmente gli ultimi anni del loro lunghissimo rapporto;

Quindi un ritratto ad una sola voce , perche' la voce di Giulia non si sente mai e si intuisce solo dalla risposta di Pietro

Un ritratto da noi conosciuto mutilo ( nonostante queste centinaia di lettere esistano ancora negli archivi vaticani ) perche' le lettere compaiono nella redazione degli atti processuali solo come brani stralciati dalle lettere venendo citati e contestati come prove autografe a carico

Quale era il vero rapporto tra Pietro e Giulia ?

In una sorta di omaggio verso Giulia Gonzaga si e' voluto vedere a priori di qualunque altra considerazione nel rapporto sentimentale tra i due un rapporto casto e puro

E questo nonostante Pietro si dichiari ancora innamorato di donna Giulia dopo 20 anni dalla loro prima conoscenza

Credo che dovrebbero esser pubblicate le lettere rimaste . Credo che il rapporto Carnesecchi-Gonzaga dovrebbe essere chiarito per dare maggiore significato al loro scambio epistolare.

Credo che molte delle affermazioni di Pietro siano quelle di un uomo abile a mantenersi l'affetto di Giulia e quindi da prendersi con le molle

Il linguaggio tra i due teneva conto della gran signora che era Giulia Gonzaga , donna abituata all'omaggio e ad essere al centro dell'attenzione

Non e' detto che Carnesecchi rivelasse tutto il suo agire e tutto il suo pensiero alla Gonzaga

 

La seconda fonte : gli atti processuali

I tentennamenti dogmatici della Chiesa cattolica si erano da poco definiti con il termine del Concilio di Trento con conclusioni che potevano essere rovesciate da un possibile nuovo Concilio

Da molto poco si era quindi definito cosa era cattolico e cosa non era cattolico

Nel 1567 la situazione era ancora fluida e proprio per questo piu' repressiva e feroce

Difficile quindi valutare la personalita' e le idee di un individuo che si sta arrampicando sugli specchi per salvare la sua vita da cio' che dice in sua difesa e da quanto ammette a suo carico

E' ovvio che menta su tante cose

Le lettere da lui scritte alla Gonzaga erano la principale e fondamentale fonte d'accusa ( se non l'unica credibile e databile ) ma lui ignorava quante e quali erano in possesso dell'inquisizione

Mi pare quindi poco sensato dar peso alle sue affermazioni e alle sue smentite considerando che Pietro non sapeva quali lettere fra le migliaia scritte erano in mano dell'accusa e da che parte gli sarebbe avvenuto il prossimo attacco

Di volta in volta appariva una lettera con cui poteva essere accusato . Quindi ogni sua affermazione doveva essere preventivamente cauta e circospetta

 

 

Lo storico moderno ha bisogno di ben altro

Ma per Pietro raramente e quasi mai si sono cercati negli archivi altri documenti . La documentazione rimasta dell'opera di sostegno verso gli eretici italiani , e il nome dei fruitori di questa opera di sostegno

 

 

 

 

Sulle vicende biografiche di Pietro Carnesecchi l'importante voce di A. Rotondò in Dizionario biografico degli italiani,

d'ora in poi DBI, vol. 20, Roma 1977, pp. 466-76.

 

 

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CARNESECCHI, Pietro
di A. Rotondò

CARNESECCHI, Pietro. - Nacque a Firenze il 24 dic. 1508, da Andrea e da Ginevra Tani.

Entrambi, prima della loro unione, erano vedovi con figli: vedovo di Caterina Capponi Andrea, vedova di Giovan Battista Dovizi, fratello del cardinale Bibbiena, Ginevra. Il casato era antico: fin dalla seconda metà del Trecento, esponenti dei Carnesecchi avevano coperto magistrature cittadine e accumulato notevoli fortune con l'esercizio della mercatura. A metà del Quattrocento hanno già stemma gentilizio e sepoltura di famiglia in S. Maria del Fiore. Tradizione di famiglia erano anche le simpatie politiche di parte medicea. Andrea Carnesecchi fu un protetto di Giulio de' Medici, il futuro Clemente VII, e funzionario della corte di Cosimo I. Protezione dei Medici e parentela con i Dovizi avranno un peso determinante nella rapida carriera curiale del Carnesecchi.

Probabilmente nel 1518, all'età di dieci anni, il C. fu mandato a Roma. Avviato ancora giovanissimo alla carriera ecclesiastica, a Roma fu accolto come "scholarus et clericus" in casa del cardinale Bibbiena. Retta e animata, tanto in assenza quanto dopo la morte del prelato, dal protonotario apostolico Angelo Dovizi, fratello di parte materna del C., la corte del Bibbiena era l'ambiente più propizio tanto a una buona educazione umanistica del giovinetto quanto a prospettive di un suo futuro avviamento alla carriera di Curia. Niente si sa dei suoi maestri e dei suoi studi, né, più in generale, si hanno notizie precise sui nove anni di questo suo primo soggiorno romano. L'elevazione al Pontificato di Giulio de' Medici (novembre 1523) gli offrì ampie possibilità di una precoce sistemazione in Curia. Nella primavera del 1527 il sacco di Roma lo costrinse a far ritorno a Firenze. Ma agli inizi del 1529 è già di nuovo alla corte pontificia. Nel giro di pochi anni i sempre più prestigiosi titoli e incarichi di Curia si alternano senza interruzione a concessioni di benefici ecclesiastici. Al titolo di monsignore s'aggiunsero prima le funzioni di cameriere segreto e poi la carica di protonotario. Il 25 ott. 1533 gli è conferito il canonicato della cattedrale fiorentina con la facoltà di portare il nome dei Medici; nel marzo del 1534 è nominato governatore di Tivoli: cariche e titoli cui s'accompagnano benefici in Italia (abbazia di S. Pietro in Eboli; abbazia di S. Maria di Gavello, nella diocesi di Adria) e pensioni e prebende in Francia e in Spagna. Seguì la corte pontificia a Bologna in occasione dell'incoronazione di Carlo V e a Marsiglia in occasione delle nozze di Caterina de' Medici con Enrico d'Orléans. Aspirò senza successo al vescovato di Tortosa, nonostante l'appoggio di Clemente VII e del potente ministro di Carlo V, Nicolas Perrenot de Granvelle. Agli inizi del 1534 Clemente VII progettava d'assegnare al C. il disputatissimo possesso del vescovato di Treviso. Nel frattempo (settembre del 1533) era succeduto a Giacomo Salviati nella carica di segretario pontificio, e in queste funzioni tenne la corrispondenza con Girolamo Aleandro e con Pier Paolo Vergerio, nunzi rispettivamente a Venezia e in Germania.

La destrezza dimostrata, nonostante la giovane età, nel maneggio degli affari di Curia è testimoniata tanto dalle lettere che il C. scrisse al Vergerio quanto dai riconoscimenti di cui è intessuta la corrispondenza d'un diplomatico consumatissimo qual era l'Aleandro. Favori di Clemente VII e abilità diplomatica accrebbero rapidamente l'autorità e l'influenza del C.: nel mondo curiale e negli ambienti diplomatici era diffusa (secondo le espressioni di Gioacchino Camerario) l'opinione che "papatum… magis a Petro Carnesecca regi quam a Clemente". Oltre che relazioni d'amicizia con letterati come Claudio Tolomei, Giovanni Mauro, Paolo Giovio, Giovanni Della Casa e il Bembo (per quest'ultimo, vedi Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 23, c. 34r) e con prelati come Giovanni Morone, Ercole Gonzaga e Iacopo Sadoleto, sono di questi anni di permanenza in Curia anche alcuni incontri con uomini le cui vicende religiose si intrecceranno in un modo o nell'altro con quelle del C.: il vescovo di Cava Giovanni Tommaso Sanfelice, il futuro vescovo di Bergamo Vittore Soranzo, il toscano Pietro Gelido, il napoletano Giovan Francesco Alois. Con Juan de Valdés, agente imperiale presso la corte pontificia dal 1531 al 1534, nell'ultimo processo il C. dichiarò d'avere avuto, in questo periodo, rapporti di semplice amicizia ("solo lo conoscevo per cortegiano modesto et ben creato, et come tale l'amavo assai": Estratto, p. 196). Nel 1534 seguì con attenzione l'intera predicazione quaresimale dell'Ochino, con il quale volle anche intrattenersi in colloqui privati. E intanto la fitta corrispondenza del Vergerio e dell'Aleandro era per il C. anche un osservatorio dal quale poteva misurare le diniensioni che la protesta religiosa aveva ormai assunto in Germania e l'ampiezza delle inquietudini religiose serpeggianti in Italia.

La morte di Clemente VII (settembre 1534) e il rovesciamento di indirizzi politici avvenuto in Curia con l'elezione di Paolo III Farnese interruppero la sua carriera ecclesiastica. Il suo distacco dal mondo curiale fu graduale, non senza incertezze sul nuovo assetto da dare alla propria esistenza. Fu fermo nel respingere offerte di mansioni che lo avrebbero tenuto ancora legato alla vita di corte, ma continuò ad aspirare al vescovato di Tortosa. È di questo periodo ("il primo anno di Papa Paulo terzo") il primo incontro con Vittoria Colonna, "per introductione… del cardinale Palmieri" (Estratto, p. 267). Lasciò cadere l'invito di ritirarsi nella quiete degli studi a Padova, rivoltogli dal Bembo (Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 23., c. 35r) e da Giovan Francesco Valerio, che gli additava come esempio il Flaminio. Nel settembre del 1535 il Valdés gli fece giungere da Napoli (in una lettera diretta a Ercole Gonzaga) lodi di Giulia Gonzaga. Nella stessa lettera c'è l'esplicita attesa del Valdés che il C. mantenga la sua decisione di abbandonare Roma e forse anche, implicito, il riferimento a una promessa di trasferirsi a Napoli (Montesinos, p. 4). Fu certamente a Napoli nei primi mesi del 1536, dove conobbe di persona la Gonzaga e dove, secondo una voce raccolta da Gioacchino Camerario, avrebbe incontrato Carlo V desideroso d'avere informazioni sulle trattative intercorse tra Clemente VII e Francesco I a Marsiglia. Il C. avrebbe opposto il suo dovere di rispettare il segreto d'ufficio.
Nell'estate del 1536 il C. si trasferì a Firenze "più che mai resoluto di attendere a la quiete et a li studi", come il 15 luglio dell'anno successivo scrisse al vescovo di Fano, Cosimo Gheri (Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 24, cc. 264r-265r). Nella stessa lettera il C. accenna vagamente a "novità", "alterazioni" e "accidenti" che per un momento gli suggerirono il proposito di lasciare Firenze; ma si dice incerto se trasferirsi a Padova, a Bologna o a Mantova. I tre anni trascorsi a Firenze prima di unirsi al sodalizio napoletano del Valdés furono, comunque, anni di tranquilla meditazione, di frequenti rapporti con la corte di Cosimo I e di relazioni col mondo letterario cittadino. Un sonetto (si tratta dell'unico scritto letterario del C. sinora a noi noto: cfr. Bruni, p. 13), in risposta ad altro di Benedetto Varchi, contiene accenti non convenzionali di riflessione religiosa. Il resto delle informazioni su questo periodo proviene dagli atti del processo. Nell'autunno del 1536 ospitò Reginald Pole e Gian Matteo Giberti in viaggio verso Roma, chiamativi da Paolo III per far parte della commissione da cui uscì il famoso Consilium de emendanda ecclesia.ColPole contrasse in quell'occasione un'amicizia "poi continuata con lui insino alla morte" (Estratto, p.208) e ben nota negli ambienti religiosi e umanistici (nel 1556 Bernardino Tomitano dedicherà al C. il suo Clonicus sive de Reginaldi Poli laudibus, Venetiis, Aldus). La contemporanea presenza a Firenze dell'Ochino, che di nuovo il C. ascoltò e incontrò privatamente, fu occasione di un incontro, in casa del C., tra il cappuccino e il Giberti, al quale partecipò la marchesa di Camerino Caterina Cybo. Nel 1538 rivide ai Bagni di Lucca Vittoria Colonna, con la quale ebbe "occasione di pigliar ancor più stretta famigliarità" (Estratto, p.510).
Alla fine del 1539 il C. partì per Napoli, dove giunse (dopo una sosta a Roma) agli inizi del 1540. Nel corso dell'ultimo processo dichiarò di avere intrapreso questo viaggio "più per visitare detta Signora [Giulia Gonzaga] che per altro appresso alla dottrina del Valdés" (Estratto, p. 329). Questo anno di soggiorno a Napoli (ospite, del principe.di Sàlèmo, con periodiche visite alla sua abbazia di Eboli, dove fra l'altro avrebbe voluto ospite il Flaminio) fu comunque decisivo. La partecipazione al sodalizio del Valdés coincise con le ragioni stesse della sua permanenza a Napoli. Ritrovò in esso amici e conoscenze degli anni romani: l'Ochino, il Sanfelice, il Soranzo. Fra i nuovi incontri, notevolissimi quelli col Flaminio, con Pietro Martire Vermigli e con Galeazzo Caracciolo. L'ammirazione per la Gonzaga divenne relazione di fiducia senza riserve. L'amicizia che lo aveva legato al Valdés si mutò in piena consonanza di idee ("dove prima si poteva dire che fusse amicizia carnale, cominciò a Napoli alhora diventare spirituale": Estratto, p.196).

Agevolò questo accostamento del C. alla sostanza dell'insegnamento del Valdés la constatazione dell'autorità che lo spagnolo godeva presso il Flaminio e presso l'Ochino. Fu piena la sua accettazione della dottrina della giustificazione per fede "come quella nella quale reputava che consistesse la salute, et per consequente tutta la forza della religione christiana" (Estratto, p. 332). La sequenza di argomentazioni con cui i "preceptori" Valdés e Flaminio fecero cadere le sue ultime esitazioni è descritta dallo stesso C.: la dottrina della fede giustificante è fondata sulle Scritture ed è "accettata da tutti i principali dottori della Chiesa"; quelli tra i dottori che hanno esaltato il valore delle opere "lo facevano per contenere ditti populi in officio, dubitando che se fusse stata loro predicata la giustificazione per la fede solamente, non se fussero dati a vivere troppo largo et licentioso, facendosi beffe delle opere, conforme a quello che si vede che hanno fatto i populi d'Alemagna et delli altri luoghi dove è stato predicato liberamente tale articulo"; l'esiguità del numero di quanti nella Chiesa professano la dottrina della giustificazione per fede è conferma del detto di Elia secondo il quale "il populo di Dio alcuna volta (è) redutto a non esser più che sette milia persone"; la comune convinzione di teologi e di predicatori della necessità delle opere per la salvezza dipende in parte da imitazione della cautela degli antichi dottori, in parte dal fatto che essi hanno studiato "più presto la theologia scholastica, che la Scrittura et i Sancti Padri"; la condanna dei movimenti riformatori nati dalla protesta religiosa aperta da Lutero dipese dalla loro intenzione di distruggere il Papato e il loro distacco dalla comune fede cattolica non avvenne a causa della dottrina della fede giustificante da loro predicata, ma per le "illazioni et conclusioni che deducevano da tale principio in ruina et destruttione della Chiesa cattolica" (Estratto, pp. 333-335). A Napoli insieme con gli scritti del Valdés il C. fu tra i primissimi a poter leggere il Beneficio di Cristo di don Benedetto da Mantova, in una delle due revisioni del Flaminio e ancora manoscritto, e ne fece copia per amici.

Nel maggio del 1541 il C. partì da Napoli insieme con il Flaminio. Dopo una breve sosta a Roma (ospiti del cardinale Ercole Gonzaga), i due amici raggiunsero insieme Firenze, dove il Flaminio - che nel frattempo aveva differito, se non abbandonato, il proposito di trasferirsi a Verona presso il Giberti - si trattenne fino all'ottobre successivo come suo ospite. Furono cinque mesi di comune approfondimento degli insegnamenti del Valdés. Per suggerimento del Flaminio il C. lesse in quei mesi l'Institutio Christianae religionis di Calvino. Intrattennero comuni rapporti con Caterina Cybo, stabilitasi nel frattempo a Firenze, e insieme frequentarono ancora l'Ochino e il Vermigli. Risale probabilmente già a questo periodo fiorentino l'inizio della solidarietà religiosa dei due amici col tesoriere di Cosimo I de' Medici, Pier Francesco Ricci, il possessore dell'unico manoscritto a tutt'oggi noto del Beneficio di Cristo.A Firenze li raggiunse la notizia della morte del Valdés.
Nell'ottobre dello stesso anno, sempre in compagnia del Flaminio, il C. si trasferì a Viterbo su invito del cardinale Pole, da poco destinato alla legazione del Patrimonio di S. Pietro. Il clima religioso trovato alla corte del Pole non differiva molto da quello in cui il C. era vissuto durante l'anno di appartenenza al sodalizio napoletano del Valdés: molte le persone già incontrate a Roma e a Napoli (Donato Rullo, Apollonio Merenda, Alvise Priuli, il Soranzo); identico - sia pure con variabile misura di adesione, di deduzioni e di riserbo - il motivo centrale della loro meditazione, cioè la giustificazione per fede. In una lettera al Contarini, il Pole dichiara la sua predilezione per la conversazione col C., oltre che col Flaminio. Sono frequenti gli incontri e le conversazioni su problemi religiosi con Vittoria Colonna, ritiratasi anch'essa a Viterbo, e frequente è la corrispondenza con Giulia Gonzaga.

Più consapevolmente che a Napoli, a Viterbo il C. continuò, come per un naturale processo di approfondimento, a trarre conseguenze dalla dottrina della giustificazione per fede: l'assenza di determinazioni dottrinali in materia contribuiva a fare del seguito delle sue "filazioni" un'evoluzione senza fratture. Si può fondatamente congetturare che a Viterbo, sotto gli occhi e con la partecipazione del C., il Flaminio portò a termine tanto il lavoro, già cominciato a Firenze, di definitiva revisione del Beneficio di Cristo quanto la perduta Apologia di quest'ultimo contro gli attacchi di Ambrogio Catarino Politi (il testo dell'Apologia, rinvenuto dagli inquisitori fra le carte del C., sembra scritto in parte a Firenze, da Filippo Carnesecchi, in parte a Viterbo, dal famiglio del Pole Onorato Toffetti: Estratto, pp. 205-206). Preesistenti dubbi del C., già affiorati a Napoli, sul sacramento della penitenza e sul purgatorio, si mutarono in piena convinzione attraverso la lettura dei riformatori d'Oltralpe (Lutero Butzer). Col riserbo voluto dalla condotta imposta dal Pole, il C. comunicò di preferenza al Flaminio (forse anche al Priuli e al Soranzo: Estratto, pp. 326, 504) dubbi e deduzioni dalle comuni letture. Ma la loro concordanza di giudizio sui meriti (dottrina, eloquenza, sincerità) e sui demeriti (separazione dalla Chiesa) di Lutero, non impedì che fra i due amici si profilassero divergenze profonde. Il contrasto sull'eucaristia, che si manifesterà l'anno successivo, presuppone le conversazioni di Viterbo (Epistolae aliquot, p. G5r).

Alla fine di giugno del 1542, il C. fu raggiunto a Viterbo dalla notizia della morte del padre; ma differì di almeno un mese la partenza per Firenze (Oxford, Bodleian Library, Mss. It.C 25, c. 217rv). Il nuovo soggiorno fiorentino, durante il quale si mantenne in corrispondenza col Flaminio e ricevette una celebre lettera in cui l'umanista genovese Iacopo Bonfadio rievocava il Valdés e il loro comune soggiorno a Napoli, fu breve. Ristabilitosi da una malattia e assicurata la successione di altro suo congiunto (forse il fratello Paolo) alle funzioni di corte tenute dal padre, nella seconda metà di novembre il C. lasciò Firenze in compagnia di Pietro Gelido. Dopo una sosta a Bologna (dove tra gli altri visitò il filosofo aristotelico Ludovico Boccadiferro), giunse a Venezia fra il novembre e il dicembre. Motivi di salute sono la sola ragione nota (Estratto, p. 198)di questo trasferimento del C. a Venezia. Ma la prospettiva di una lunga permanenza risale a pochi giorni dall'arrivo: dopo due settimane di ospitalità offertagli da Donato Rullo, vi impiantò casa propria e dimora stabile.

Anche per questo primo triennio di soggiorno veneziano è caratteristico della biografia del C. il mantenimento di una trama vasta e varia di relazioni e di amicizie: amicizia col patriarca Giovanni Grimani; rapporti col nunzio Giovanni Della Casa; corrispondenza con gli amici bolognesi (ai quali inviò, nell'aprile del 1544, uno scritto inedito del Valdés e parole di felicitazione per la recente destinazione del Morone alla legazione di Bologna); relazioni col circolo veronese raccoltosi negli anni precedenti attorno al Giberti. Non v'è testimonianza che a Venezia il C. si sia in qualche modo interessato della stampa del Beneficio di Cristo; ma in un modo o nell'altro fanno capo al C. tutte le relazioni veneziane di quanti trovano nel libretto del monaco benedettino una soluzione al loro problema religioso: oltre ovviamente al Flaminio, Lattanzio Ragnone, Pier Paolo Vergerio, Baldassarre Altieri, Camillo Orsini, Pietrantonio da Capua, Guido Giannetti da Fano, Francesco Porto, Donato Rullo, Germano Minadois, molto probabilmente anche Antonio Brucioli. La sentenza di condanna addebita al C. "alloggio, ricetto, formento et danari a molti apostati et heretici, che per conto d'heresia se ne fuggivano in paesi d'heretici oltramontani" (Estratto, p. 554).Probabilmente allude anche a questa liberalità verso i bisognosi di soccorso la dedica al C. che Giandomenico Tarsia premise alla sua traduzione del De subventione pauperum di Ludovico Vives.
Da Venezia il C. continuò a corrispondere con il Flaminio. Ma le posizioni dei due amici si venivano ormai distanziando, come risulta da una lunga lettera del C. sull'eucaristia, non datata ma scritta in risposta ad altra del Flaminio del 1º genn. 1543. In essa - unico scritto del C. di carattere dottrinale, noto nella sola traduzione latina pubblicata nel 1571da Gioacchino Camerario - il C. confuta i tre argomenti addotti dall'amico contro "l'abominevol setta Zwingliana" e contro quanti e seguendo l'opinion di Lutero condannano d'idolatria la messa et d'impietà coloro che l'ascoltano" (Ireneo testimonia che la Chiesa primitiva ha creduto nella presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nell'eucaristia; essa ha sempre celebrato il sacrificio di Cristo sotto la specie del pane e del vino; tale forma di sacrificio fu istituita da Cristo e introdotta nella Chiesa dagli apostoli). L'accertamento della verità, sostiene il C., non si giova né di un indiscriminato richiamo alla tradizione ("praescriptio longi temporis") né delle dispute di troppo accesi contendenti. Certo è autorevole, in generale, la testimonianza di Ireneo: che tuttavia è resa malferma, da una parte, dalla poca attendibilità del testo corrente delle sue opere (traduzioni dal greco), dall'altra da scarsa considerazione dell'esatto significato delle sue espressioni e delle vere ragioni storiche delle sue affermazioni (polemica contro Marcione). Strano, esclama il C., che il Flaminio, "verborum significationis attentissimo inquisitori et proprietatis sermonis custodi", si lasci sfuggir
e che il significato originario dell'espression e "missam habere" deriva dal greco ἐκκλησιάζειν, equivalente a "populum congregare". Prima che in scrittori come Ireneo e Ignazio, la sanzione autorevole della veritΰ
del mistero eucaristico è nei Vangeli; ma né negli uni né negli altri è possibile trovare argomenti che giustifichino le posteriori deduzioni dommatiche e tanto meno la plurisecolare pratica di abusi. A torto si invoca l'autorità di Ireneo per sostenere quella sorta di mutamento naturale del pane e del vino, che ha dato e dà luogo alle controversie sulla "transustanziazione" e sulla "consustanziazione". La comparsa della sanzione ufficiale di questo supposto mutamento naturale del pane e del vino risale a tempi di decadenza (Gregorio I, Carlo Magno), mentre alle storture e alla pratica degli abusi ha dato luogo lo smarrimento del significato originario del rito eucaristico come sacrificio santificante della comunità. A torto il Flaminio condanna quanti sostengono un ritorno alla purezza originaria; a torto egli taccia di superbia umana uomini come Martin Butzer, sulla cui pietà e dottrina il C. ha informazioni ben diverse.

Agli inizi del 1546 un breve papale intimò al C. di presentarsi agli uffici romani dell'Inquisizione. Prendeva così avvio il primo dei tre processi da lui subiti. Seguito da unanimi attestazioni di innocenza (fra le altre quella del nunzio a Venezia G. Della Casa) e anche da incitameti a non ottemperare al mandato di comparizione, il C. lasciò subito Venezia. Fece una breve sosta a Ferrara e si fermò per due mesi a Firenze. è probabilmente di questo periodo di permanenza a Firenze un incontro che il C. ebbe a Pisa con amici delle sue stesse convinzioni religiose. In aprile partì per Roma, dove s'avvide subito che le prospettive del procedimento contro di lui erano assai più pericolose di quanto lasciassero sperare gli attivi interventi di Cosimo I de' Medici presso il cardinale Juan Alvárez de Toledo, commissario del S. Uffizio, presso il cardinale Giovanni Salviati e presso l'ambasciatore imperiale a Roma Juan de Vega. Alla rapida interruzione del processo valse tuttavia il congiunto interessamento del Pole e forse anche del cardinale Alessandro Farnese. Tutto il resto di questo primo procedimento inquisitorio rimane ancora poco chiaro: ignote le imputazioni, formulate sulla base degli interrogatori di alcuni inquisiti; incerti gli stessi termini giuridici della soluzione. Sull'interruzione del procedimento con soluzione extragiudiziale (assoluzione concessagli da Paolo III) gli atti dell'ultimo processo ("la tua causa non fu terminata giudicialmente": Estratto, p. 554) concordano con la testimonianza dell'ambasciatore fiorentino Giovan Battista Ridolfi ("senza cassar et annullar il procedimento"). Quanto alle accuse, la sentenza dell'ultimo processo fa riferimento soltanto alla confessione resa dal C. d'essersi dichiarato innocente simulando.
Dopo l'assoluzione extragiudiziale ottenuta da Paolo III, il C. si trattenne a Roma ancora per vari mesi. Si incontrò ancora con Camillo Orsini e rivide per l'ultima volta Vittoria Colonna, che gli confidò la sua soddisfazione per l'assenza del Pole da Trento al momento della votazione del decreto sulla giustificazione: circostanza della quale il C. chiese e ottenne conferma dal Priuli e dal Flaminio al loro ritorno a Roma da Trento. In un viaggio a Napoli visitò Giulia Gonzaga. Verso la fine del 1546, anziché accogliere un insistente invito di amici ferraresi, preferì seguire il Pole e il Flaminio a Bagnoregio.
Alla breve permanenza presso il Pole seguirono alcuni mesi di soggiorno a Firenze, dove L'11 ag. 1547 il C. fu ammesso all'Accademia Fiorentina. A metà settembre partì per la Francia, pare col solo scopo di riavere l'interrotta corresponsione delle rendite di un suo beneficio ecclesiastico. Dopo una breve sosta a Lione, giunse a Fontainebleau alla fine d'ottobre, munito d'una calorosa commendatizia di Cosimo I. Il favore subito accordatogli da Caterina de' Medici rese possibile una rapida soluzione della questione delle rendite ecclesiastiche. Ma l'offerta d'un prestigioso ufficio a corte finì col trattenere il C. in Francia per cinque anni. Fu un periodo di ritrovato gusto della vita di corte e dei negozi politici. Dimestichezza con Caterina e amicizia col gran cancelliere François Olivier gli consentirono di fornire a Cosimo I, direttamente o tramite il residente fiorentino in Francia, preziose informazioni politiche. Quanto alla sua attività religiosa, nell'ultimo processo il C. dichiarò che il soggiorno in Francia era stato "uno interregno del diavolo" (Estratto, p. 554). Ma sono molti gli indizi d'un persistente interesse ad approfondire le sue posizioni religiose già maturate in Italia: lettura di Melantone, lettura e diffusione di scritti del Valdés. Motivi di solidarietà religiosa probabilmente non furono estranei all'amicizia con l'Olivier. A Parigi si incontrò con l'esule Giovanni Morillo e col visionario piemontese Iacopo Brocardo (Arch. di Stato di Venezia, Sant'Ufficio dell'Inquisizione, Processi, b. 25, proc. Isabella Frattina, ff. 29r-30r, 43r, 44v). Il riferimento al suo nome nella dedica a Caterina de' Medici che L. P. Roselli premise alla traduzione dei Sermoni di Teodoreto vescovo di Ciro (Venezia 1551) è testimonianza di ininterrotta comunicazione del C. con gli amici lasciati a Venezia. Continuò a corrispondere con Giulia Gonzaga, col Priuli e col Flaminio, al quale propose di dedicare a Margherita di Valois una raccolta di carmi, di cui, morto il Flaminio, il C. curò la stampa presso Roberto Stefano. Durante il conclave seguito alla morte di Paolo III si valse delle sue aderenze a corte nel tentativo di guadagnare i cardinali francesi alla causa della elezione del Pole. Nel corso di una grave malattia fece cessione della sua abbazia di Eboli in favore del cardinale Morone. Nell'estate del 1552, per ragioni che rimangono ancora oscure, il C. lasciò la corte francese. Dopo una sosta di parecchi mesi a Lione, dove respinse l'incitamento di Lattanzio Ragnone a stabilirsi a Ginevra, nell'aprile dell'anno successivo partì per l'Italia.
Al rientro in Italia si stabilì a Padova. In frequenti viaggi a Venezia (ospite di amici, ma dal 1555 usufruendo più stabilmente dell'abitazione del vescovo di Feltre Filippo Maria Campeggi) riprese gli incontri con gli amici d'un tempo. Nell'assidua corrispondenza col Priuli seguì la missione del Pole in Inghilterra. Circospetta, ma sempre più fitta fu la corrispondenza con la Gonzaga, nella quale la viva attesa di una possibile elezione al pontificato del Morone o del Pole dovette ben presto cedere il posto alle inquietudini di fronte all'immediata e dura repressione intrapresa da Paolo IV. Il 6 nov. 15573 nel pieno delle preoccupazioni causate dalle notizie dell'imprigionamento del Morone e della chiamata a Roma del Pole, il C. ricevette a Venezia l'atto di convocazione a Roma. Si mostrò subito deciso a sottrarsi al giudizio degli inquisitori romani e si adoperò per ottenere prima il trasferimento del processo a Venezia, poi una dilazione di esso. Ma a nulla gli valse l'interessamento in questo senso di protettori e amici potenti (Cosimo de' Medici, Ferrante Gonzaga, i cardinali Carlo Carafa e Cristoforo Madruzzo: Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 24, cc. 86v, 91v). Il 24 marzo 1558 il C. fu dichiarato contumace. La dichiarazione, con la connessa sospensione dei benefici ecclesiastici, ebbe conseguenze immediate: abbandono di gran parte degli amici e difficoltà economiche, che il C. poté alleviare grazie ai prestiti della Gonzaga. Nel novembre del 1558 la morte del Pole accrebbe il peso di queste angustie, aggravate, subito dopo, dalla notizia che il prelato inglese aveva inserito nel suo testamento una dichiarazione di piena ortodossia cattolica che includeva il dovere di obbedienza al papa come vicario di Cristo. Dopo qualche esitazione, il C. condivise il giudizio della Gonzaga nel ritenere la dichiarazione del Pole "superflua, per non dire scandalosa" (Estratto, p. 294). Il 6 apr. 1559 il processo, il cui corso era stato rallentato per l'interessamento di Cosimo de' Medici, si concluse con la condanna capitale. La possibilità di una non lontana scomparsa di Paolo IV restava l'unica speranza del C., confortato in questa sua attesa anche da suggerimenti autorevoli (per esempio, del cardinale Madruzzo). Intanto si diceva sicuro di poter vivere a Venezia senza pericolo, "a dispetto del papa", come scriveva alla Gonzaga, e, come chiarirà più tardi, fondando la sua sicurezza "in parole private di gentilhuomini" (Estratto, pp. 322, 304).

Gli anni trascorsi a Venezia dopo il ritorno dalla Francia furono, come il C. ammetterà nel 1567, il periodo "del maggior fervore, o per dir meglio furore" (Bruni, p. 60). Gli atti superstiti dell'ultimo processo danno notizie di suoi rapporti, incontri, "conversazioni" con correligionari presenti o di passaggio per Venezia (il Gelido, il Rullo, il Soranzo, il Merenda, Fabrizio Brancuti, il Caracciolo, ecc.). Ma non mancano testimonianze più precise sulla partecipazione del C. alla coperta attività religiosa di alcuni "ridotti" veneziani. Insieme col Gelido il C. frequentò il circolo di nobili (Agostino Tiepolo, Carlo Corner, Marcantonio Canal, Pietro Calbo, Bernardino Loredan, ecc.) che si riunivano attorno ad Andrea da Ponte e ad Alvise Malipiero, tenevano rapporti con Ginevra, raccoglievano fondi per soccorrere esuli e compagni di fede. Da una testimonianza raccolta dagli inquisitori veneziani nel 1565 risulta che a questi "ridutti" e "academie" partecipavano "un Carnesechi et il Pero et che un di loro leggeva, una volta l'uno et una volta l'altro, cioè il Pero et il Carnesechi" (Arch. di Stato di Venezia, Sant'Ufficio dell'Inquisizione, Processi, b. 11, proc. Giovanni Andrea Ugoni, ff. 20v-21r). Nello stesso circolo era controverso il problema della fuga (ibid., ff. 19v-20v, 44r), che il C. dovette affrontare allorché si sentì attratto dalla descrizione che della vita religiosa di Ginevra gli fece Galeazzo Caracciolo, incontrato nell'estate del 1558 a Venezia. La prudenza e gli infingimenti ai quali lo costringeva la precarietà della sua situazione indussero il C. a riflessioni sulla diversità di comportamento di quanti si rifugiavano "in parte dove potesseno vivere secondo la loro coscienza", e di quanti invece, simulando e dissimulando, preferivano vivere "claudicando, come si dice, da tutte doe le parte" (Estratto, p.285). Ma la determinazione del C. di lasciare l'Italia si impigliò in una serie di "pretesti honorevoli" e in un attento calcolo delle convenienze. La propensione a partire - scriveva alla Gonzaga - "è tanto gagliarda et vehemente che ho talvolta paura del giuditio di Dio a resisterli" (Estratto, p. 289); ma la fuga - soggiungeva - avrebbe nuociuto alla causa del Morone e avrebbe aggravato la posizione processuale di amici come Bartolomeo Spadafora e Mario Galeota; avrebbe inoltre nuociuto al Priuli, che si diceva tenuto a considerare "come herede del respetto che in tal caso harrei dovuto" al Pole; la partenza l'avrebbe, sì, sottratto a una condizione in cui era costretto a vivere "come il lepore, in continua paura et sospetto", ma lo avrebbe privato dei parenti e degli amici; con la fuga, Isabella Briseña e il Caracciolo erano andati incontro a nuovi incomodi derivanti dal pericolo di guerra tra Ginevra e il duca di Savoia; in ogni caso, preferibili a Ginevra sarebbero state l'Inghilterra o la Francia, "per non preiudicarsi col successore del Papa"; e così via. Il C. attribuì al consiglio della Gonzaga un peso determinante sulla sua rinuncia alla fuga. In realtà, mentre incertezze e "rispetti umani" derivavano da una sua sostanziale estraneità al proposito di una rottura definitiva e brusca tale da spingerlo a Ginevra, dissimulazione e calcolo delle convenienze erano implicitamente giustificate da persistente attesa di possibili esiti riformatori del concilio ("quelle opinioni erronee che ho havuto, le ho havute con presupposito che si havessero a proponere et disputare nel concilio…": Estratto, p.340) e da attesa della fine di tutte le "controversie. - tra noi christiani circa le cose della fede": insomma, attese accompagnate "da speranze di tipo millenaristico" (Cantimori, p. 535).

Nell'agosto del 1559 la morte di Paolo IV aprì al C. la concreta possibilità della revisione del processo. Lasciò subito Venezia, diretto a Firenze per sollecitare l'intervento di Cosimo. Da Firenze seguì attentamente lo svolgimento del conclave, non senza la speranza dell'elezione del Morone (mitigata, questa volta, dalle riserve della Gonzaga). Nel gennaio del 1560, appresa l'elezione di Pio IV Medici e ottenuta, per intervento di Cosimo, la sospensione della sentenza, il C. partì per Roma. La sua speranza d'una rapida assoluzione si scontrò presto con la realtà delle lentezze procedurali e soprattutto con i forti contrasti che il suo caso suscitava fra i membri del S. Uffizio. Nel frattempo, insisteva presso il Morone per l'attuazione del progetto di pubblicazione delle opere del Pole da affidare, secondo il suggerimento della Gonzaga, a Girolamo Seripando. Il processo riprese solo in maggio e dopo un mese di minuziosi interrogatori il C. dovette attendere, dal formale ritiro loco carceris nel monastero di S. Marcello, l'esito d'un supplemento di inchiesta a Venezia e a Napoli. Per tutto il resto dell'anno le pressioni di Cosimo I si scontrarono con l'intransigenza del Ghislieri. Solo nel gennaio del 1561 un più diretto intervento di Cosimo presso Pio IV, in occasione della sua visita a Roma, e la soprintendenza sul processo affidata dal papa al Seripando rimisero in moto la procedura in una direzione favorevole al Carnesecchi. Dopo altri lunghi interrogatori, la sentenza di piena assoluzione, osteggiata fino all'ultimo dal Ghislieri, fu stilata in maggio e ratificata da Pio IV in luglio.
Dopo l'assoluzione il C. rimase a Roma per tutta l'estate, occupato dalle pratiche per la reintegrazione nel godimento dei benefici ecclesiastici. Nell'autunno partì per Napoli, dove fu ospite della Gonzaga. Con la Gonzaga riparlò del progetto della pubblicazione delle opere del Pole, interrotto dalla partenza del Seripando per il concilio. Nel settembre del 1562 lasciò Napoli. Si fermò a Roma un intero anno, fino all'autunno del 1563. Ogni diffidenza nei suoi confronti era ormai scomparsa. Si valse di appoggi in Curia per concludere l'acquisto dell'abbazia di Canalnuovo nel Polesine, che raggiunse nel novembre. Di là, dopo una sosta a Firenze, si trasferì a Venezia, dove riprese abitudini e relazioni dei due soggiorni precedenti. Questo nuovo soggiorno veneziano fu interrotto da frequenti viaggi a Firenze, dove si mantenne in stretti rapporti con Ludovico Beccadelli destinato al vescovato di Prato (Parma, Bibl. Palatina, 1027, fasc. 12; 1028, fasc. 9 Oxford, Bodleian Library, Mss. It. C 24, cc. 151v, 155v, 159r, 163v). Da Venezia si tenne in corrispondenza con quanti si erano rifugiati a Lione e a Ginevra, in particolare col Gelido, al quale mandò più volte aiuti in danaro. Richiese ed ebbe dalla Gonzaga gli scritti del Valdès per una loro conservazione più sicura, di quanto fosse possibile a Napoli, forse anche con l'intenzione di darli alle stampe (Estratto, p. 558).
Fra il dicembre del 1565 e il gennaio del 1566 il C. partì improvvisamente per Firenze. Non è da escludere che a tale subitanea decisione contribuisse anche l'inchiesta che gli inquisitori veneziani venivano svolgendo a carico del gruppo di gentiluomini del circolo di Andrea da Ponte, rifugiatosi intanto a Ginevra, e di Alvise Malipiero. Il C. vide comunque urgente la necessità di trasferirsi a Firenze, allorché il 7 genn. 1566 col nome di Pio V salì al pontificato Michele Ghislieri, il più intransigente oppositore alla sua precedente assoluzione. I suoi timori si dimostrarono subito fondati. Alla morte della Gonzaga (16 apr. 1566), il sequestro delle carte della nobildonna mise a disposizione degli inquisitori un ampio materiale in base al quale condurre l'indagine su tutta la trama del movimento valdesiano. In questa prospettiva si colloca l'immediata ripresa del processo del C., come il 19 giugno scrisse esplicitamente il cardinale Francisco Pacheco nel darne comunicazione a Cosimo de' Medici. L'esplicito avvertimento del Pacheco, secondo il quale i futuri rapporti con la Curia sarebbero dipesi dalla volontà di Cosimo di consegnare senza indugi il C., facilitò la speciale missione a Firenze del maestro del Sacro Palazzo Tommaso Manriquez. Il 26 giugno il C. venne consegnato al Manriquez. Pochi giorni dopo partiva per Roma, dove giunse fra il 3 e il 4 luglio.
Il processo (giudici i cardinali Francisco Pacheco, Scipione Rebiba, Gian Francesco Gambara, Bernardino Scotti) ebbe inizio pochi giorni dopo (il primo costituto cui si fa riferimento nell'Estratto è dell'8 luglio). La prima fase degli interrogatori riguardò le preventive ammissioni del C. su tutto il suo passato. Sforzo costante del C. fu di richiamare ai giudici la fluidità delle varie situazioni, la mancanza di precise definizioni e discriminanti dottrinali, il ruolo e l'influenza avuti da incontri e letture (…son cose, come ogni uno sa, che obrepunt a pocho a pocho nelli animi nostri": Estratto, p. 197). Ma gli interrogatori divennero ben presto incalzanti. Sulla base del materiale in possesso degli inquisitori, il C. fu chiamato a rispondere principalmente su tre punti: chi fossero gli "eletti" ai quali egli faceva riferimento nelle sue lettere alla Gonzaga; quali fossero i presupposti della sua intenzione di rifugiarsi a Ginevra; quali fossero i motivi della sua riprovazione della dichiarazione di fedeltà al papa nel testamento del Pole. Da quel momento, pur tra continui tentativi di sfumare e distinguere, le ammissioni compromettenti del C. si susseguirono senza sosta: "eletti" erano quanti "havevano la vera fede catholica, sì come tenevo che fusse quella che mi haveva insegnata il Valdés" (Estratto, p. 239); la dottrina cattolica che "universalmente si predicava", in quanto "fondata troppo in sulle opere", aveva fatto sì che "a poco a poco fosse ritornata quasi furtivamente a regnare la opinione di Pellagio" (ibid., p.338); aveva approvato in parte le dottrine professate a Ginevra (ibid., p. 292); il primato del papa era da intendersi "quo ad ordinem potius quam ad dominatum, intendendo per ordine la precellentia" (ibid., p.297). Le domande sulle dottrine da lui professate si intrecciarono fittamente (due volte si ricorse alla tortura) con le domande sulla condotta e sulle dottrine di tutti i suoi amici vivi e morti, in particolare la Gonzaga, il Pole, il Morone, il Seripando. Cosimo seguiva da Firenze attentamente l'andamento del processo e moltiplicava i suoi interventi presso il papa e presso il cardinale Pacheco. Nei primi mesi del 1567 l'intercettazione di alcuni messaggi fatti uscire segretamente dal carcere, nei quali il C. informava gli amici e complici dei possibili pericoli che l'andamento degli interrogatori poteva rappresentare anche per loro, aggravò la sua posizione. Il 21 aprile confermò tutto quanto aveva deposto nei precedenti costituti ("così circa le persone… come quello che ho deposto di mé medesimo": Estratto, p. 536).
Il processo subì una svolta in maggio, allorché il C. si rifiutò di sottoscrivere un elenco di trentaquattro "opinioni heretiche, temerarie et scandalose" desunte dagli interrogatori, considerandole o non rispondenti in tutto al senso delle sue deposizioni o "confessate contro la propria conscientia" oppure ammesse "per non esser reputato fitto et simulatamente converso" (Estratto, pp.567-568). La sua richiesta di una copia degli atti e la designazione di due avvocati con i quali concordare una linea di difesa furono considerate dai diplomatici fiorentini a Roma un gesto temerario. Lo stesso cardinale Pacheco fece sapere a Cosimo che la decisione del C. aggravava la sua posizione. Gli argomenti addotti a propria difesa si rivelarono troppo fragili, equivalenti a una vera e propria ritrattazione di tutto quanto aveva inizialmente ammesso: l'unica ammissione era d'aver creduto nella dottrina della giustificazione per fede, ma non oltre la data del relativo decreto tridentino di condanna; per il resto intendeva far valere le sue incertezze, i suoi dubbi, l'occasionalità delle sue credenze, la non rispondenza delle deposizioni e delle accuse allo stato reale della sua coscienza. Dopo la concessione di un mese di riflessione, ai primi di luglio, sottoposto - secondo un'informazione proveniente da un dispaccio del residente mediceo Francesco Babbi - a nuovo interrogatorio e alla tortura, il C. si confessò eretico. Pochi giorni dopo (8 luglio) inviò al tribunale un memoriale in cui ammetteva "d'aver in effetto assentito non solo a Valdés, ma ancora a Lutero circa l'articulo della giustificazione", nonché "alli altri articoli dependenti da quello" (certezza della grazia, non necessità della penitenza per la remissione dei peccati); dichiarava, infine, d'avere avuto dubbi sull'origine divina dei sacramenti e sul primato del papa e di "esser penduto dalla parte heretica più tosto che dalla cattolica" a proposito della confessione e della transustanziazione. Per tutto il resto si rimetteva agli atti del processo e si diceva disposto, se richiesto, a dare maggiori chiarimenti: una "sattisfattione maggiore" che il C. non diede mai (Estratto, p. 571). La confessione fu considerata insufficiente. Insoddisfacenti furono considerate anche le risposte date in altri interrogatori svoltisi durante le pause di un violento attacco di febbre malarica. L'ultimo interrogatorio di cui si ha notizia è del 6 agosto: in esso il C. respinse l'ultimo tentativo degli inquisitori di fargli avallare i sospetti che ancora gravavano sul Morone. L'udienza del 16 agosto fu dedicata alla lettura della sentenza, la cui pubblicazione avvenne solo il 21 settembre nella chiesa della Minerva, alla presenza di tutti i cardinali presenti a Roma (fu notata e commentata l'assenza del Morone, che si era allontanato da Roma pochi giorni prima). Dei diciotto condannati dei quali nello stesso giorno fu letta la sentenza, solo due, il C. e il frate minore conventuale Giulio Maresio, risultarono condannati alla degradazione, alla privazione dei benefici e al deferimento al braccio secolare. Cedendo alle insistenti pressioni di Cosimo de' Medici, Pio V differì di dieci giorni l'esecuzione della sentenza, in attesa d'un completo ravvedimento del C., cui sarebbe seguita la commutazione della pena di morte nel carcere perpetuo. Ma nell'ultima confessione che il C. scrisse per consiglio del frate che lo assisteva, il cappuccino pistoiese Geronimo Finucci, aggiunse solo pochi chiarimenti sul conto del Pole e sui suoi rapporti con Pietrantonio da Capua: nulla aggiungeva alla confessione dell'8 luglio, già ritenuta insufficiente, e nulla aggiungeva sulla condotta e sulle dottrine professate dal Morone, sul cui conto (secondo una voce colta e fatta propria dall'agente mediceo Francesco Babbi) gli inquisitori si attendevano dal C. dichiarazioni compromettenti. Il 27 settembre Pio V ordinò che il 1ºottobre, con lo scadere della dilazione concessa, la sentenza venisse eseguita mediante decapitazione e rogo. Per suggerimento del governatore di Roma, fu designata come luogo dell'esecuzione la piazza adiacente al ponte S. Angelo anziché Campo dei Fiori. Il 30 settembre il C. si confessò e si comunicò. All'alba del giorno successivo, in compagnia del Maresio e assistito dal Finucci, lasciò il carcere di Tor di Nona. Salì sul patibolo con dignità e decoro, "tutto attillato - come due giorni dopo scrisse a Cosimo de' Medici il suo agente Serristori - con la camicia bianca, con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano". La decapitazione avvenne senza indugi. Più lenta fu, invece, l'azione del rogo a causa della pioggia.

Iconografia. Agli inizi del Novecento, le sembianze del C. sono state, concordemente e indipendentemente, riconosciute da C. Gamba (in Critica d'arte, VI [1909], pp.277-79) e da E. Schaefer (in Monatsh. für Kunstwissenschaft, IX [1909], pp. 405-412)in due ritratti di giovane in abito ecclesiastico, conservati a Firenze alla Galleria degli Uffizi (n. 1169)e alla Galleria Pitti (n. 184) e indiscriminatamente attribuiti dalla tradizione ad Andrea del Sarto. Mentre il Gamba attribuisce a Domenico Ubaldini detto il Puligo entrambi i dipinti, lo Schaefer mantiene ad Andrea del Sarto l'attribuzione di uno dei due, e precisamente di quello conservato alla Galleria Pitti. Fonte per l'identificazione della mano del Puligo in uno o in entrambi i ritratti è la testimonianza del Vasari, che da uno dei due dipinti ha tratto ispirazione nel ritrarre il C. in veste di chierico giovinetto nel dipinto della sala di Clemente VII nel fiorentino Palazzo Vecchio (G. Vasari, Opere, a cura di G. Milanesi, IV, Firenze 1879, p. 465).

 

Fonti e Bibl.:

La fonte più importante resta l'Estratto del processo di P. C., edito da G. Manzoni, in Miscellanea di storia italiana, X (1870), pp. 187-573. In esso sono riportate, per intero oper brani, molte lettere del C. alla Gonzaga (vedi Opuscoli e lettere di riformatori ital. del Cinquecento, a cura di G. Paladino, I, Bari 1913, pp. 99-114;

Lettere del Cinquecento a cura di G. G. Ferrero, Torino 1967, pp. 533-549). Lettere del C., oltre a quelle indicate in P. O. Kristeller, Iter Italicum, I, pp. 66, 67, 117, 175, 269, 277; II, pp. 39, 152, 160, 161, 553, si conservano in Archivio di Stato di Bologna, Archivio Malvezzi-Campeggi, s. 3, 11/535, cc.n.n. (indicaz. di A. Prosperi);

Arch. di Stato di Firenze, Mediceo, f. 357, c. 771; f. 377, c. 148; f. 386, c. 793; f 391, c. 244; f. 467, c. 500; Carte del cardinale di Ravenna, b. 16, n. 81; Firenze,

Biblioteca nazionale, Magl.VIII, 51, c. 258;

Archivio di Stato di Modena, Letterati, ad nomen;

Modena, Biblioteca Estense, Autografoteca Campori, ad nomen;

Archivio Segreto Vaticano, Fondo Chigi, R. II, cc.267r-274v;

Oxford, Bodleian Library, Mss. It.C24, cc. 264r-265r (indicazione di G. C. Morel);

Lettere volgari di diversi nobilissimi huomini et eccellentissimi ingegni scritte in diverse materie, III, Venezia 1564, pp. 10-11;

Epistolae aliquot M. Antonii Flaminii, a cura di G. Camerario, Nurenberg 1571 (vedi J. G. Schelhorn, Amoenitates historiae eccles. et literariae, II, Francofurti et Lipsiae 1738, pp. 155-179);

Lettere memorabili, Roma 1670, III, pp. 259-263; G. Della Casa, Opere, Milano 1806, II, pp. 254-255;

Nuntiaturberichte aus Deutschland 1533-1559, I, a cura di W. Friedensburg, Gotha 1892, pp. 119-121, 130-131, 158-162, 176-183.

Diverse e di vario valore e intendimenti sono le biografie complessive del C.:

G. Bandi, P.C., storia fiorentina del sec. XVI, Firenze 1873 (biografia romanzata);

L. Ruffet, P.C., un martyr de la Réforme en Italie, Toulouse 1876;

L. Witte, P. C., ein Bild aus der italien. Martyrergeschichte, Halle 1883;

A. Agostini, P. C. e il movimento valdesiano, Firenze 1899;

S. Fera, P. C. gentiluomo fiorentino, Firenze 1908;

A. Del Canto, P. C., Roma [1911];

O. Ortolani, Per la storia della vita religiosa ital. nel Cinquecento. P. C. Con estratti dagli atti del processo, Firenze 1963.

Studi e fonti attinenti ai processi:

G. Laderchi, Annales ecclesiastici ab anno 1566, XXII, Roma 1728, pp. 97, 98, 326;

Legazioni di A. Serristori, ambasciatore di Cosimo I a Carlo V e in corte a Roma, a cura di L. Serristori - G. Canestrini, Firenze 1853, pp. 339-340, 426, 433, 435-439, 440-443, 454;

F. Mutinelli, Storia arcana ed anedottica d'Italia, I, Venezia 1856, pp. 52, 73, 75;

R. Gibbings, Report of the Trial and Martyrdom ofP. C., Dublin 1856; C. Cantù, Ilprocesso C., in Archivio storico italiano, s. 3, XIII (1871), pp. 303-315;

C. A. Hase, Process und Martyrium C., in Jahrbücher für protestant. Theol., III(1877), pp. 148-89; C. Corvisieri, Compendio dei processi del S. Offizio di Roma (da Paolo III a Paolo IV), in Archivio della Società romana di storia patria, III(1880), pp. 286-287;

T.Brieger, Aus italienische Archiven und Bibliotheken. Beiträge zur Reformationsgeschichte, in Zeirschrift für Reformationsgesch., V(1882), pp. 584, 612-613;

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  1. Bertolotti, Martiri del libero pensiero e vittime della Santa Inquisizione nei secoli XVI, XVII e XVIII, Roma 1892, pp. 38-43;
  2. D. Orano, Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII sec., Roma 1904, pp. 22-23; L. von Pastor, Storia dei papi, VIII, Roma 1951, pp. 206 207, 604-605.

    Vedi inoltre I. Sadoleto, Epistolarum libri sexdecim, VII, Lugduni 1554, p. 265;

    R. Pole, Epistolarum… collectio, a cura di A. M. Querini, III, Brescia 1756, p. 42;

    Monumenti di varia letter. tratti dai manoscritti di mons. Lodovico Beccadelli, I, 2, Bologna 1799, p. 85;

  3. Cantù, Eretici d'Italia. Discorsi storici, II, Torino 1866, pp. 422-434; Id., Italiani illustri, III, Milano s.d. (ma 1879), pp. 163-191;
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D.Fenlon, Heresy and Obedience in Tridentine Italy. Cardinal Pole and the Counter Reformation, Cambridge 1972, pp. 93-99 e passim;

Benedetto da Mantova, Il beneficio di Cristo, a cura di S. Caponetto, Firenze-Chicago 1972, pp. 501-504;

C. Ginzburg-A. Prosperi, Le due redazioni del "Beneficio di Cristo", in Eresia e Riforma nell'Italia del Cinquecento. Miscellanea I, Firenze-Chicago 1974, pp. 139-142.

 

 

 

 

la voce ha queste imperfezioni

. Il casato era antico: fin dalla seconda metà del Trecento, esponenti dei Carnesecchi avevano coperto magistrature cittadine e accumulato notevoli fortune con l'esercizio della mercatura. A metà del Quattrocento hanno già stemma gentilizio e sepoltura di famiglia in S. Maria del Fiore.

Noi sappiamo invece che Durante di Ricovero e' Priore gia' nel 1297 e conosciamouna sua compagnia commerciale operante ai primi del trecento. Sappiamo che i Duranti avevano stemma risalente almeno al primo trentenio del trecento e come avessero abbandonato le sepolture in Santa Maria Novella e a San Piero di Cascia per le sepolture in Santa Maria Maggiore e che non avevano allora alcun legame con Santa Maria del fiore ( errore ricavato dai brevi cenni sui Carnesecchi dell'Ortolani )

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni passi da Oddone Ortolani "Pietro Carnesecchi"

 

SENTENZA DI MORTE

(Roma, 16 agosto 1567)

Noi Bernardino di Santo Mattheo de Trani, Scipione di Santo Angelo di Pisa, Francesco di Santa Croce in Hierusalem Pachecco et Giovanni Francesco di Santa Potentiana di Gambara' de' titoli per la mìseratione divina della santa romana Chiesa preti cardinali et nella universa republica christiana contro l'heretica pravità inquisitori generali dalla Santità di nostro signore Pio per la divina providentia papa quinto spetialmente deputati, ogni giorno per esperienza vederno verificarsi quello che il divino apostolo san Paulo scrivendo a Thimoteo predisse: "Erit enim tempus cum sanam doctrinam non sustinebunt, sed ad sua desíderia coacervabunt síbí magístros prurientes auríbus et a veritate quidem auditum avertent, ad fabulas autem convertentur ", sì come in questi infelici et calamitosi tempi si vede continuamente fare da molte scelerate sette di heretici, con irreparabíl danno della republica christiana et perditione d'infinite anime, et particolarmente se può considerare nella presente causa.

Poiché, essendo tu Pietro Carnesecchi, chierico fiorentino già prothonotario apostolico, in questa corte di Roma stato allevato et liberalmente beneficato di honori, beneficii ecclesiastici et pensioni, non bavendo riguardo all'ineffabile verità della santa fede catholica né rispetto veruno all'authorità della santa romana et apostolica Chiesa, né considerando il grado tuo ma deviando dalla diritto strada della vera salute, cadesti in alcune beresie contro la detta santa fede et tenesti et credesti molte et diverse opinioni beretiche et erronee:

Et prima dal 1540 in Napoli, instituito dalli quondam Giovanni Valdés spagnolo, Marc'Antonio Flaminio et Bernardino Occhino da Siena et conversando con loro et con Pietro Martire' et con Galeazzo Caracciolo et con molti altri beretici et sospetti d'heresia, leggendo il libro Dei beneficio di Christo et scritti del detto Valdés.........................................................................................................................................................

Invocato il santissimo nome di nostro signore Jesu Christo et della gloriosissima vergine Maria , dalla faccia delli quali procedono li retti giuditii et gli occhi dei giudici riguardano la verita', in questa causa et cause vertenti nel Santo Officio , tra il magnifico m. Pietro Belo procuratore fiscale di esso Santo Officio, da una parte e te Pietro Carnesecchi, reo, processato , confesso et colpevole respettivamente ritrovato, dall'altra parte , per questa sentenza definitiva, che in questa scrittura proferimo, pronunciamo, sentenziamo , diffinimo et dechiariamo , che tu Pietro Carnesecchi dall'anno 1540 et seguenti sei stato eretico , credente agl' eretici , et loro fautore , et recettatore respettivamente , et percio' sei incorso nelle sentenze, censure e pene legittime et ecclesiastice, dalli sacri canoni, leggi, et constitutioni, cosi generali come particolari, a simili delinquenti imposte. Et attesi tanti inganni fatti alla Santa Chiesa ,et tanti periurii , varieta', vacillationi , et l'incostantia et instabilita' tua et la durezza nel confessare la verita', et la impenitentia da te mostrata in molte cose , per molti segni , et tra gl'altri essendo prigionenel scrivere et dare avisi in favore di heretici ,come si e' detto,et la inveterata vita nelli errori et conversatione d'heretici et l'incorrigibilita'tua,poiche' in tre altre instanze oltra di questa e' stato giudicato di te et tua causa,havendo in quelle deluso et et ingannato il Santo Offitio, né doppo le prefate due assolutioni ti sei emendato né corretto, et considerando che perciò il Santo Offitio di te non si può più fidare né haverne sigurtà che sii vera et sinceramente pentito, né può sperarne correttione alcuna; per questo similmente ti dichiaramo et giudichiamo heretico impenitente, fintamente converso et diminuto et esser ipso iure privato, et quatenus opus est di nuovo ti priviamo d'ogni grado, honore et dignità et de' beneficii, pensioni et offitii ecclesiastici et temporali, qualunche si siano et in qualsivoglia modo qualificati, et quelli essere vacati dal tempo delle tue beresie, et doppo quello te essere stato inhabile a conseguirli, et alla confiscatione de tutti li tuoì beni mobili et stabili et semoventi, ragioni et attioni, secondo la dispositione de' sacri canoni, da applícarse sì come l'applichiamo a chi di ragione si debbono.Et come incorrigibíle, impenitente et fintamente converso parimente dechiaramo et decretiamo dovere essere degradato, sì come ordiniamo che sii attualmente degradato, dalli ordini nelli quali sei constituito. Et così degradato ex nunc prout ex tunc come inutil palmíte"' ti scacciamo dal foro nostro ecclesiastico et dalla / protettione della nostra santa Chiesa et diamo et relassiamo alla corte secolare, cioè a voi monsignore governatore di Roma, che lo riceviate nel vostro foro et a vostro arbitrio da punirsi con debito gastigo, pregandovi però si come caldamente vi preghiamo a moderare la sentenza vostra intorno la persona sua senza pericolo di morte et effusione di sangue.

Ita pronunciamus nos cardinales inquisitores generales infrascripti

Bernardinus cardinalis Tranensis

Scipio cardinalis Pisarum

Franciscus cardinalis Pacheco

Ioannes Franciscus cardinalis de Gambara

 

La pubblicazione della sentenza avvenne nel corso di un solenne autodafe'svoltosi nella chiesa della Minerva in Roma al quale Pio V volle dare particolare importanza appunto per la funzione d'esempio che la condanna dell'alto prelato doveva assumere presso i componenti della Curia. A tutti i cardinali di stanza a Roma venne imposto di parteciparvi

come eretico impenitente, fu condannato alla degradazione, alla perdita di tutti i benefici ecclesiastici e alla consegna al Governatore di Roma (braccio secolare) per l'applicazione "del debito castigo" (che nella fattispecie era la pena di morte) con la solita ipocrita formula intesa "a moderare la sentenza nostra intorno alla sua persona senza pericolo di morte ed effusione di sangue".

 

......Segui la lettura della sentenza del secondo condannato a morte. e poi i due vennero condotti in sagrestia per subire la degradazione. Carnesecchi passo' in mezzo a una folla di grandi personaggi quasi tutti da lui conosciuti che lo guardavano con interesse misto a disprezzo. anche in questa occasione volle far sfoggio di superiorita' agli eventi e a un gentiluomo di vista corta che si sporgeva per guardarlo <<Non vi affaticate tanto per vedere questo ricamo >>disse gentilmente , alludendo alla veste d'infamia con la quale era stato coperto << ecco che ve la mostro con comodita'>> e al proprio compagno di sorte fu sentito dire : <<Padre ,noi andiamo vestiti a livrea come se fussi di carnevale>>

 

Il primo ottobre 1567 il C. (in questi casi la decapitazione doveva precedere il rogo) lasciò il carcere di Tor di Nona e salì al patibolo con dignità e decoro. Il taglio della testa, notano gli agenti di Cosimo I che assistettero all'evento, avvenne senza problemi nella piazzetta antistante il ponte S. Angelo. Qualche problema ci fu per l'azione del rogo a causa della pioggia.

 

 

 

 

..pronunciamo, sentenziamo , diffinimo et dechiariamo , che tu Pietro Carnesecchi dall'anno 1540 et seguenti sei stato eretico , credente agl' eretici , et loro fautore

 

 

 

Non gli fu concesso di parlare prima di morire

Ed egli escogito' come parlare ugualmente nonostante il divieto, escogito' come lasciare un eredita' morale di se stesso

Il suo atteggiamento fermo e senza paura , l'eleganza dei modi e degli abiti , i guanti nuoi e la pezzuola bianca furono il suo messaggio , furono il suo testamento

Cosi come l'inchino alla fila dei cardinali dopo il decreto della sentenza di morte

La sua derisione degli abiti ereticali

Il suo far mostra di voler convertire il confessore che doveva convertirlo in estremo. Invertendo i ruoli

E cosi si impose all'oblio con degli atti che sono giunti sino a noi , meglio che con delle parole che avrebbero potuto essere cancellate o censurate dai verbali

 

 

 La splendida morte

 

 ................. Al momento di lasciare il carcere Carnesecchi non pronuncio' parole di circostanza ,ne' lascio' ricordi personali ; soltanto quando fu sul punto di muoversi verso il luogo dell'esecuzione, scorgendo che la minaccia di pioggia era cessata per il tempo che gli restava da vivere si tolse il ferraiolo per donarlo ai confortatori. Apparve allora elegantissimo, come se si recasse a una gran festa con indosso un vestito << tutto attillato con la camicia bianca ,con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano>> . Fra i presenti si rinnovo' l'ammirazione che al cronista dell'autodafe' della Minerva aveva fatto esclamare << pulcherrimus erat aspectu et magnum nobilitatis signum ostendebat >>

 

Il tragico corteo si mosse alle sei del mattino.......Agli scarsi spettatori Carnesecchi apparve straordinariamente sereno e sicuro di se'; sali' sul palco con atteggiamento di alto decoro e di distacco di quanto accadeva intorno a lui <<nel condursi non mostro' vilta' non per altro se non per ostentatione del mundo e perche' andasse fuori voce che lui fosse morto con molta costantia per la nuova religione.>>

 

............Due anni dopo Cosimo I riportava il premio del suo tradimento e riceveva il titolo ambito di Granduca e una Bolla pontificia che diceva come per suo merito, per la sua virtu'e per la prudenza la provincia della Toscana era , tra tutte le altre, la piu' libera dalla perniciosa tabe delle pestifere eresie

 

(Da Agostini Antonio "Pietro Carnesecchi e il movimento Valdesiano" )

 

 

Gli storici che si occupano di religione sono storici un poco particolari ,molto spesso sono fantastici nel senso che perdono il senso del terreno e quindi perdono di vista i fatti e si abbandonano spesso alle sensazioni

Si perdono a volte dietro ai conteggi di quanti angeli stanno sulla punta di uno spillo e incredibilmente riescono a convincere se stessi e gli altri che si stanno invece occupando di cose serie

Lo storico dovrebbe sempre occuparsi delle azioni , delle mancate azioni e delle conseguenze

 

Non c'e' cosa cosi dividente come le opinioni

In chi adora un Dio solo ( religione monoteista ) la principale preoccupazione pare essere che il suo Dio sia l'unico

Da qui l'infinita' superiorita' delle religioni politeiste

Per i Romani un Dio in piu' non guastava le cose , e in fatto di religione lasciavano che ognuno credesse a chi voleva

I Cristiani usciti dalle catacombe si misero subito a brigare per imporre il loro Dio

 

I teologi si perdono nelle sfumature , non avendo le competenze non discutono della struttura dell'atomo, ma si perdono sul fatto se sia piu' giusto adorare Dio alle 11,00 o alle 12,00 e su questo si accapigliano per quell'amore di battagliare con le parole per arrivare poi alle mani

 

Di fatto l'uomo e' un animale religioso e questo lo rende superstizioso

La religione cattolica ha costruito una struttura imponente

Ha il grandissimo merito di aver preservato la cultura occidentale , trascrivendo libri , tramandando tradizioni e conoscenze , mantenendo uniti i popoli

Piegando popoli barbari alla propria spiritualita'

Utilizzando Dio a sostegno del potere , ed avendo il sostegno del potere

 

 

Ma torniamo al nostro Pietro

Era fiorentino .Nato in quella Firenze in cui Girolamo Savonarola venne ucciso il 23 maggi del 1498 . Dieci anni prima della nascita di Pietro

Savonarola fu una presenza inquietante , che lascio' qualcosa anche nei suoi nemici , precorse di 20 anni alcuni temi della Riforma protestante ma propose soluzioni guardando al passato e non al futuro

Savonarola alimento' una sorta di superstizione mistica e divise i parenti tra loro

Il padre Andrea di Paolo di Simone era sicuramente un avversario di Savonarola , invece Giovanni di Leonardo di Giovanni era stato uno dei capi Piagnoni

ma l'esperienza savonaroliana si respirava nell'aria a Firenze cosi come si respirava nell'aria un amore odio verso il papato per i fatti trecenteschi,( guerra dei sette santi ) attenuato/alimentato dal fatto che dal 1513 con l'avvento dei Papi medicei il rapporto Roma - Firenze si era fatto strettissimo ed ambiguo ( fortune economiche per i Medicei e clima di sospetto per i Repubblicani )

La famiglia Carnesecchi era una delle prime in Firenze

Famiglia che aveva avuto una grande storia durante la Repubblica , e prima dell'avvento del Savonarola compattamente di parte Medicea ; Medici con cui aveva rapporti parentali e commerciali

Andrea di Paolo di Simone suo padre era un mercante importante , che aveva pero' avuto diverse vicissitudini. Capace diplomatico era stato Emino della Nazione fiorentina a Costantinopoli

Andrea politicamente e socialmente era molto legato alla famiglia Medici , ma nel nostro caso la cosa piu' importante era che in seconde nozze aveva sposato Ginevra Tani ( figlia di un importante banchiere fiorentino ) che era vedova di Giovambattista Dovizi fratello di Piero Dovizi ( cancelliere di Lorenzo il magnifico ) e principalmente di Bernardo Dovizi il celebre Cardinale Bibbiena

 

Il destino di Pietro era praticamente segnato dalla nascita con questo potente religioso nella linea materna

 

 

 

Presto separato dalla famiglia , crebbe alla corte del cardinal Bibbiena, in orbita della corte papale , tant'e' che per diverso tempo si e' pensato fosse rappresentato in questo dipinto

Probabilmente gia' a 10 anni scholarus et clericus presso il seguito del cardinale Bibbiena insieme ai figli del suo fratello uterino Antonio Dovizi: Marcantonio e Vittorio

Nel 1520 ( il 9 novembre ) il Cardinal Bibbiena mori . Angelo Dovizi , protonotario apostolico continuo a mantenere i tre giovani al proprio servizio e a farli educare

 

Il ragazzo crebbe cosi' nella corte papale che era divenuta un'ambiente estremamente favorevole ai fiorentini di parte medicea

Leone X (Giovanni de Medici ) era stato eletto Papa nel 1513 , era seguita la brevissima parentesi di Adriano VI a cui era seguita l'elezione di Giulio de Medici ( Clemente VII ) il 26 novembre 1523

Giulio de Medici era un Papa giovane , nato il 26 maggio del 1478 ( un mese dopo l'uccisione di suo padre Giuliano nella "congiura dei Pazzi" ) e preannunciava un lungo papato

 

 

 

Il dipinto e' nella Biblioteca Palatina di Parma :

eseguito su una sottile lastra d’ardesia, apparteneva ai Farnese, come si evince dal sigillo e dal numero d’inventario presenti sul retro. Menzionato a Roma nel 1600 tra i beni del bibliotecario Fulvio Orsini, giunse a Parma alla metà del ‘600 e fino ad alcuni anni fa si era creduto che il ritratto raffigurasse Clemente VII con un chierico ( Pietro Carnesecchi ). Un’identificazione errata su basi inventariali, sorta anche per certe similarità con le effigi note di quel papa, ora comunque risolta. E’ il ritratto di Paolo III Farnese con un nipote, dipinto da Sebastiano del Piombo attorno al 1534, come ebbe modo di ricordare Vasari: ritrasse il medesimo papa Paolo III subito che fu fatto sommo pontefice e cominciò il duca di Castro, ma non lo finì.

 

 

All'elezione di Giulio de Medici . Pietro aveva quindi 15 anni

Sembra che gia' dal 1524 fosse entrato nel servizio dell'anticamera pontificia

Durante il SACCO DI ROMA del 1527 Pietro era un giovane di 18 anni . In questa occasione a Firenze dove si era rifugiato , secondo il Vasari fu dipinto l'unico suo ritratto il piu' conosciuto realizzato dal Puligo , gli altri sono ricavati da questo

 

 

alla fine del 1528 era nuovamente a Roma

Il 10 gennaio 1529 e' tra i pochi che assistono alla concessione del cappello cardinalizio a Ippolito de Medici

 

 

Nel febbraio e' a Bologna presente all'incoronazione di Carlo V , che gli mostrera' sempre un certo favore

 

Aveva appena 20 anni ma aveva gia' iniziato quella folgorante carriera ( colma di onori ) che doveva portarlo giovanissimo ad essere il braccio destro del Papa nel disbrigo della gestione del papato

Una posizione INVIDIABILE

Eppure nessuno sembra mostrare invidia

Tutti gli riconoscono capacita' superiori

Tutti gli riconoscono una solidissima cultura ,quasi eccezionale per la sua giovane eta'

Aveva la rara capacita' di farsi perdonare la fortuna ed il merito

Clemente lo privilegera' moltissimo , giungendo ad una sorta di adozione , con il privilegio di unire al cognome Carnesecchi quello dei Medici e ventilando la possibilita' di farlo Cardinale

 

 

 

LA VITA DI BENVENUTO CELLINI FIORENTINO scritta (per lui medesimo) in Firenze

avvenga che tutte le volte che io gli capitavo inanzi, Sua Signoria mi dava da fare qualche opera d'importanza, per la qual cosa m'inpediva assai alla fine della mia medaglia, avvenne che misser Pier Carnesecchi, favoritissimo del Papa, prese la cura di tener conto di me: cosí in un destro modo mi disse quanto il Papa desiderava che io lo servissi. Al quale io dissi che in brevi giorni io mostrerrei a Sua Santità, che mai io non m'ero scostato dal servizio di quella.

 

 

 

Nel giro di pochi anni la sua importanza cresce fino a culminare a cameriere segreto e a pronotario apostolico ed infine nel settembre del 1533 a segretario pontificio ( succedendo al Cardinal Giacomo Salviati morto il 5 settembre 1533, cognato di Leone X )

La nomina di Carnesecchi segnava un nuovo avvicinamento tra Santa Sede e Francia e dava il via libera al matrimonio tra Caterina de Medici e Enrico d'Orleans , che poi diverra' re di Francia ( e Caterina sino all'ultimo sara' grata al Carnesecchi ). Carnesecchi fara' parte del seguito che accompagnera' Caterina a Marsiglia ed assistera' alle nozze

 

 

il 16 dicembre 1533 : canonicato della metropolitana fiorentina

il 15 marzo 1534 : governatore di Tivoli e castellano della fortezza

 

 

Lutero fu uno straordinario personaggio . L'uomo giusto al momento giusto

La sua acuta disamina dei mali della Chiesa romana fanno risaltare la sua intelligenza

Sotto la sua lente d'ingrandimento crolla come un cartello di carte un mondo che si credeva ingiudicabile ed intoccabile

Le critiche feroci di Lutero colpivano tutte le incrostazioni senza senso alcuno che nel corso dei secoli si erano depositate sulla fede cattolica e sui suoi apparati di potere

Erano critiche talmente giuste che ebbero subito presa sulla gente. Non fu il contenuto dottrinale a vincere ma fu la critica agli usi della Chiesa e alla sua interferenza sulla vita della gente, talmente giuste che era impossibile per una testa libera non condividerle e vedere la necessita' di forti cambiamenti

La Discussione sulla dichiarazione del potere delle indulgenze (in latino: Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum), nota anche come Le 95 tesi, fu un elenco di tesi, redatte dal frate agostiniano Martin Lutero. Dal 16 al 18 aprile 1521 Lutero fu convocato per ritrattarle alla Dieta di Worms ma, invece di abiurare, difese dinanzi all'assemblea la sua riforma del cristianesimo, che sarà successivamente denominata Riforma protestante.

Si racconta che questo elenco di tesi sia stato affisso alla porta della chiesa del castello (Schlosskirche) di Wittenberg, in vista di una pubblica assemblea in cui Lutero avrebbe difeso e provato le proprie affermazioni, come era allora costume corrente nei centri universitari. Ma, in realtà, non risultano testimonianze coeve dell'affissione. Autorevoli storici hanno sostenuto che le 95 tesi furono in realtà inviate il 31 ottobre 1517 ai vescovi interessati e che furono diffuse solo dopo la mancata risposta dei vescovi. La storia dell'affissione infatti è raccontata nel 1546 da Filippo Melantone, che peraltro il 31 ottobre 1517 non era a Wittenberg.

Comunque, questo ipotetico gesto per convenzione storica è considerato l'inizio della Riforma protestante.

Impegnato nel grandioso progetto di rifacimento della Basilica di San Pietro in Vaticano, papa Leone X dei Medici si trovava in una profonda crisi finanziaria, anche perché la Santa Sede aveva già contratto un enorme debito per le guerre antifrancesi in Italia. Fu quindi bandita, attraverso le diocesi, compresa quella di Magonza, un'intensa campagna di vendita di indulgenze.

Il principe elettore di Sassonia Federico il Saggio, nel cui territorio Lutero viveva e insegnava, e suo cugino il duca Giorgio di Sassonia, il cui territorio era confinante, si riservarono la vendita di indulgenze nelle loro terre, ma i fedeli si mettevano comunque in viaggio per acquistarle nelle terre confinanti. Si raggiunsero eccessi e si diffusero interpretazioni distorte della dottrina in materia di sacramenti: «si verificavano grossolani abusi, per cui, confondendo la pena temporale con la colpa, si prometteva che bastasse acquistare la bolla indulgenziale per ottenere il perdono di determinati peccati o che l'anima (ad esempio di parenti defunti) "volasse dal purgatorio in cielo"».

L'azione di Lutero fu in gran parte una risposta a questa vendita di indulgenze da parte di Johann Tetzel, un frate domenicano, che agiva su commissione dell'arcivescovo Alberto di Magonza nominato commissario dal papa Leone X, in quelle terre. Lutero trovava inammissibile che la remissione della pena per i peccati commessi potesse essere lucrata con il versamento di una somma di denaro, considerando che secondo la dottrina cattolica l'assoluzione penitenziale rimette la colpa ma non la pena (che per i morti è scontata nel purgatorio). Per sostenere le sue convinzioni redasse le 95 tesi, invitando il principe di Sassonia e la comunità accademica a una discussione sul valore e l'efficacia delle pene e delle indulgenze. L'iniziativa di Lutero provocò ben presto una scossa religiosa, che ebbe non poche ripercussioni anche di carattere politico.

Muore Leone X nel 1521

Muore Adriano I il 14 settembre 1523,

Ascende al Papato Clemente VII de Medici un Papa giovane a cui sarebbe toccato il compito di affrontare la crisi

 

 

 

Bisogna ammettere che i tempi e le circostanze non hanno davvero aiutato Clemente VII

 

In un mondo profondamente cambiato si trova a fronteggiare una Spagna ed una Francia incontenibili , la crisi della sua famiglia a Firenze, la rivolta luterana

Clemente VII e' dal 1527 ossessionato ( e quindi condizionato ) dalla volonta' di far riprendere alla sua famiglia il controllo di Firenze e di fare dei Medici una famiglia reale : desiderio concretizzato con le nozze di Caterina de Medici con Enrico d'Orleans

Questa ossessione condizionera' buona parte della sua attivita' dal sacco di Roma alla fine del suo papato e ne subordinera' le decisioni

Probabilmente la rivolta di Lutero sara' sottovalutata in questa ottica

 

Avesse avuto una sfera di cristallo difficilmente si sarebbe dato tanto da fare per portare Alessandro ad essere Duca di Firenze

Alessandro infatti sara' assassinato da Lorenzino de Medici due anni dopo la morte di Clemente ; e tutto cio che Clemente avra' costruito per suo figlio sara' messo a frutto dal ramo secondario dei Medici disceso da Lorenzo il vecchio

 

 

 

Nel frattempo Pietro aveva sicuramente sentore delle conseguenze della rivolta di Lutero

il Carnesecchi era ben informato della situazione in Germania dal Vergerio che vi era Nunzio , e di Venezia dall'Aleandro , e dalla Francia dall'amico Ubaldino Bandinelli

 

E forse guardava a questa rivolta con simpatia e/o pensando si potesse reincanalare in una situazione di dialogo

Probabilmente pensava di poter essere chiamato ad essere parte in causa nella questione , anche perche' non poteva davvero immaginarsi la morte prematura di Clemente VII

Clemente VII, nato Giulio Zanobi di Giuliano de' Medici (Firenze, 26 maggio 1478 – Roma, 25 settembre 1534), muore infatti a soli 56 anni ( l'eta' a cui normalmente un papa viene eletto )

 

 

INIZIO PRECOCE DELLE IDEE ERETICHE

 

nell' ultimo processo dichiara di essere stato tra la folla che nel 1534 per << tutta una quaresima intiera >> segui quotidianamente la predicazione di frate Bernardino Ochino in San Lorenzo in Damaso a Roma e confesso' di non essere stato soltanto un uditore passivo di quelle pubbliche ed accese orazioni ma di essersi spinto a ricercare l'austero francescano << due o tre volte alla sua camera>> per interrogarlo ed ascoltarlo nell'intimita' di << ragionamenti privati e domestici >>

durante il pontificato di Clemente VII PC ha amicizia con Vittorio Soranzo , Pietro Gelido , Giovan Tommaso Sanfelice , e Giovanni Valdes

il che mostra come nell'immediato seguito di Clemente VII si fosse formato un gruppo di giovani umanisti con idee novatrici

La conoscenza con Juan Valdes risale ai tempi romani cioe' prima del viaggio a Napoli

l'Agostini narra come Giovanni Valdes fosse a Roma alla corte di Clemente VII con la funzione di cameriere papale

A ROMA L'INIZIO DELLA CONOSCENZA CON JUAN DE VALDES infatti PC conobbe Giovanni Valdes a Roma prima ancora che a Napoli

dira' nell'ultimo processo <>

ovviamente e' una testimonianza processuale e come tale va presa

Nel 1535 inizia il rapporto di amicizia di Pietro con Vittoria Colonna ( nel 1538 saranno insieme ai bagni di Lucca )

PC e Vittoria Colonna giunsero a confidenze su argomenti teologici delicatissimi

C'e' materiale sufficiente per indagare se idee eretiche non fossero gia' presenti in germe

 

 

Lo 24 settembre 1434 muore Clemente vii ( 1478—1534 ) una morte prematura a soli 56 anni

19 giorni dopo e’ eletto Paolo III Farnese

l’elezione di questo Papa riassume la volonta’ della curia di dare alla Chiesa un indirizzo religioso piu’ deciso e di distaccarla dalla lamentata preponderanza degli interessi medicei che da Leone X a Clemente VII avevano caratterizzato il papato

In questa situazione la conferma di PC nella carica di pronotario apostolico era impossibile. E nelle lettere con cui risponde alle numerose condoglianze degli amici dimostra di esserne perfettamente consapevole

Ha termine l'eccezionale carriera ecclesiastica di Pietro

in questo momento a 26 anni Pietro gia' meriterebbe un suo posto nella storia come segretario di Clemente VII

Scrive l'Ortolani :

....................lo dimostra la scelta delle amicizie compiuta evidentemente assecondando tendenze religiose latenti nel suo animo; gli furono infatti accanto il "costumato e religioso" Vittor Soranzo, Pietro Gelido,Giovan Tommaso Sanfelice e Giovanni Valdes. Di quest'ultimo egli cosi parlava ai giudici : " io l'amavo assai , si che la pratica e la conversazione ch'io ebbi seco a Napoli fu la continuazione dell'amicizia fatta a Roma

Tali nomi rivelano come nell'immediato seguito di Clemente VII si fosse formato un nucleo di giovani umanisti legati da profonde affinita' spirituali .Forse non e' il caso di parlare di una "chiesuola di novatori" ma non e' da escludere che tra quegli amici serpeggiasse un acceso interesse per le novita' allora difusissime in Roma.Varnesecchi nel processo nego' che in quelle conversazioni si fosse parlato di riforme

.............ammise di aver fatto parte della folla che reverente e avida di rinnovamento cristiano nel 1534 per "tutta una Quaresima intiera" segui quotidianamente la predicazione di frate Bernardino Occhino in San Lorenzo in Damaso di Roma e confesso' di non essere stato soltanto un uditore passivo di quelle pubbliche ed accese orazioni , ma di aver spinto la propria curiosita' fino a ricercare l'austero francescano " due o tre volte alla sua camera", per interrogarlo e ascoltarlo nell'intimita' di "ragionamenti privati e domestici"

 

 

SU QUESTO BREVE PERIODO ( gennaio 1529--settembre 1534 ) POSSIAMO FARE SOLO SUPPOSIZIONI NESSUNA AZIONE CONOSCIUTA CI AIUTA

 

 

Il 24 settembre 1534 un ancor giovane Clemente VII ( 1478--1534 ) muore. Il gli succede Farnese che prende il nome di Paolo III

Nel conclave e' prevalsa la volonta di sgravare la Chiesa da quella pesante commistione con gli interessi medicei che ne aveva per tanti anni gravato l'azione

La presenza del filo-mediceo Carnesecchi era divenuta incompatibile

Pietro doveva ancor compiere i 26 anni

Iniziava una nuova fase della vita . Giovane senza problemi economici ,poteva lasciarsi tranquillamente avvolgere da una quieta vita ecclesiastica

destinato comunque a salire la scala ecclesiastica vista la fama benigna che lo accompaniava e vista la protezione della regina di Francia Caterina dei Medici e del Duca di Firenze Cosimo I

 

 

Chiusasi per il momento la via dell’alta prelatura , per PC si prospettava il problema di dare un nuovo assetto alla propria esistenza.

Fino allora la vita era stato la vita era stata un seguito di avvenimenti sempre rispondenti all’attesa , che avevano avuto un solo imprevisto nell’estrema facilita’ e rapidita’ del successo ……….

Libero da qualsiasi legame di convenienza umana ed economica , in piena indipendenza per decidere secondo le autentiche tendenze della propria personalita’, gli si presentavano ora varie possibilita’ di scelta. Si confido’ con alcuni amici , gli umanisti Cosimo Geri e Giovan Francesco Valerio che lo consigliarono di abbandonare Roma , respingendo le offerte di riprendere la vita di corte che gli venivano da fatte da un nuovo prelato ( Niccolo’ von Schomberg arcivescovo di Capua , creato Cardinale da Paolo III nel concistoro del 21 maggio 1535 ) , e di dedicarsi totalmente agli studi , alle meditazioni , alle dotte conversazioni in qualche centro culturale

Molti amici offrirono ospitalita’

Viene ventilita’ la possibilita’ di aggregarsi ad un ristretto gruppo formato da Reginaldo Pole , Alvise Priuli , Ludovico Beccatelli , Marcantonio Flaminio

Le sue condizioni economiche sono ottime grazie ai benefici ecclesiastici ottenuti da Clemente VII

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste le premesse

Poteva starsene tranquillo appagando le sue curiosita' intellettuali con qualche lettura di libri proibiti , che vista la statura non gli sarebbe stata vietata

Si incammino invece lungo un sentiero irto di pericoli fino a divenire :

Un ingrato ed un traditore per la Chiesa romana

Un brutto ricordo per la famiglia dei Medici che dominava la Toscana

Un brutto ricordo per i Carnesecchi , che subivano le conseguenze di quel " vescovo matto " che pesava come un macigno in una Toscana che andava annegando nel bigottismo e nella superstizione, e che si preparava al processo al vecchio Galileo Galilei

 

 

Oggi dicono viviamo in tempi piu' liberi e quindi dovremmo aspettarci di vedere le cose guardate con piu' obiettivita'

Invece...................

Sia pace alla gente a cui le vecchie storie ( specie di religione ) non interessano piu' , ma dagli storici uno si aspetterebbe di piu' perche' l'epoca in cui agisce il Carnesecchi e' un'epoca di bivio

La storia italiana e la storia del Papato ( e forse la storia europea ) avrebbe potuto prendere in quei tempi un'altra piega

 

 

Una figura incredibilmente controversa e ancora bistrattata e' la figura di Pietro Carnesecchi : a cicli alterni esaltata , dimenticata , disprezzata

Taluni lo hanno detto un martire del libero pensiero di cui si sente il bisogno solo in certi momenti in altri un personaggio scomodo

 

E' un uomo che in fondo alla sua vita sceglie liberamente di morire pur potendo salvarsi abiurando

Sceglie di morire per preservare le sue idee e non tradire gli amici

E la sua morte e' dignitosa ,orgogliosa, sprezzante. Epica quel tanto che basta da colpire la fantasia dei testimoni

 

 

Altissime le sue qualita' umane sino dall'inizio

Bello , con modi e una capacita' di piacere a tutti ( umili e potenti ) , intelligente ,coltissimo , con capacita' organizzative assai sviluppate.

Legato alla famiglia Medici dai rapporti strettissimi del padre Andrea con questa famiglia

Legato ai Dovizi e al cardinal Bibbiena ( Bernardo Dovizi ) perche' fratello uterino di Monsignor Angelo Dovizi

Facilitato quindi negli inizi della sua carriera ecclesiastica sia da Clemente VII ( Giulio de Medici : figlio naturale di Giuliano ) e dai fratelli uterini , seppe pero' per le sue qualita' notevolissime imporsi sulla scena romana divenendo un protagonista del papato di Clemente

 

...........ed era tale l'influenza di cui godeva presso quel papa, che si diceva comunemente, " che la Chiesa era governata più da Carnesecchi, che da Clemente. " Pure si condusse con tanta modestia , e convenienza nella sua delicata situazione, che in vita non incorse invidia, nè disfavore in morte del suo padrone. Ma i progressi di Carnesecchi nella carriera degli onori mondani, che aveva con tanto belli augurj principiata furono arrestati da una causa diversa. A Napoli strinse con Valdes un' intima amicizia da cui s'imbevve della dottrina riformata...............

 

Amato e apprezzato raccoglie elogi continui ( CHE PAIONO ESSER SINCERI ) da tutti i contemporanei

 

" Pietro Carnesecchi, protonotario , uomo d' onore , famoso pel possesso di tutte le virtù, e di una mente più culta di qualunque ch' io abbia mai conosciuto nel corso della mia vita "

Aldo Manunzio

 

.............Fin dalla sua prima gioventù mostrò di esser nato per " stare avanti ai re, e non avanti a uomini da poco. " A una bella presenza, ad un vivo giudizio penetrante univa affabilità, dignità di maniere, generosità, e prudenza. Sadoleti lo loda come : un giovane di spechiata virtù, e di molta coltura "

 

Queste manifestazioni divennero piu' timide quando Pietro entro' in odore di eresia , ma non cessarono tanto era il fascino del personaggio

 

 

 

 

Per l'uomo che vive l'oggi ed ha la falsa convinzione di essere un uomo libero non e' facile capire cosa volesse dire vivere in quei giorni

A cavallo della meta' del XVI secolo si teneva il Concilio di Trento

Il Concilio era la risposta tardiva e inadeguata alle varie riforme protestanti

Convinti di essere ancora in tempo a restaurare il passato i Papi che si succedono decidono di usare le maniere forti per rimettere i buoi nella stalla

La Chiesa cattolica cerca uno scontro da cui ritiene di poter uscire vittoriosa e di poter ripristinare l'antico potere

In realta' dal Concilio di Trento uscira' una Chiesa piu' piccola detentrice di un potere fortemente ridimensionato

Non solo ma da allora la Chiesa cattolica sara' ostaggio di Spagna o di Francia

 

La Chiesa che aveva tenuto in scacco il Regno longobardo e Carlo Magno

La Chiesa che aveva imposto l'umiliazione a Enrico IV

La Chiesa che aveva spezzato le mire di Federico II di Svevia e dei suoi figli

La Chiesa che teneva il mondo cristiano in pugno con la minaccia della scomunica

La Chiesa che decideva l'assegnazione dei regni

La Chiesa che teneva l'Italia divisa in due tronconi

Quella Chiesa non aveva capito che il mondo stava cambiando , che la mappa dei poteri stava cambiando , che le nuove scoperte scientifiche e geografiche mettevano in crisi un sistema di credenze

I nuovi poteri nazionali avevano messo in crisi la visione di un Europa divisa tra Papato ed Impero

Lutero ,Calvino , Enrico VIII avevano spezzato l'unita' dei cristiani

Le decime provenienti da mezzo mondo cristiano cessavano ed anche questo era un problema per la Chiesa cattolica

 

 

Un'incredibile combinazione aveva portato Carlo V al trono di Spagna L'immenso impero che comprendeva le nuove terre americane ,aveva fatto della Spagna una superpotenza

I Papi che per secoli avevano portato la guerra in Italia ora pagavano lo scotto ad un Italia spagnolizzata

 

Molti intellettuali di quell'Italia cosi divisa e cosi impotente , guardarono con interesse alla RIFORMA protestante e pensarono che occorreva una soluzione di compromesso che portasse al soddisfacimento di quel forte bisogno di rinnovamento

Si sviluppo allora in Italia in mancanza di un ideale politico un forte ideale religioso che intendeva spingere i cristiani verso una riconciliazione tramite delle concessioni spirituali

Un tentativo morbido di aprire gli occhi verso un mondo che stava cambiando

Un tentativo di accettare le critiche

 

Come tutte le religioni anche la religione cristiana ( cattolica o protestante che sia ) una volta uscita dalle catacombe nella sua fase trionfante esprime tutti i toni della dittatura

Non esiste religione senza fanatici e senza persecutori

 

Ai bisogni di rinnovamente la Chiesa romana rispose con l'inquisizione e con i due inquisitori Papi : Paolo IV Carafa e Pio V Ghislieri

Il declino del potere temporale inizia in quei giorni ed anche il potere spirituale

Il potere spirituale sara' da quel momento ostaggio del potere politico

La Chiesa diventera' per quasi tre secoli la Chiesa dei ricchi e dei potenti e non si parlera' di giustizia ma di carita'

L'Italia sara' sepolta da una cappa di ignoranza e di analfabetismo

Si fara' il processo a Galileo Galilei Processo simbolo perenne della stupidita' di quell'eta'

I Gesuiti imperverseranno tentando di soffocare ogni progresso . Sara' una societa' mediocre, che tentera' invano di mantenersi immobile

Il Papa sara' ostaggio di Spagna e di Francia prima di Napoleone e poi di Austria e di Francia dopo Napoleone nel vano tentativo di mantenere quel potere temporale , col passare degli anni una parola sempre piu' vuota

In Italia il cattolicesimo tra alti e bassi entrera' in crisi con il problema romano e con la nascita dei movimenti proletari nelle citta' industriali .La presa di Roma segnera' la fine del potere temporale

Poi il lento continuo declino del potere spirituale di una Chiesa che con le sue favole non e' piu' in grado di dare risposte adeguate neanche al bisogno di superstizione dell'uomo

 

 

Probabilmente Pietro puo' dirsi vendicato ma non credo fosse questa la vendetta che voleva , se mai ne abbia voluta una

 

 

 

 

 

A ROMA L'INIZIO DELLA CONOSCENZA CON JUAN DE VALDES

Valdes e' a Roma nell'agosto del 1531, divenendo cameriere segreto di papa Clemente VII e segretario imperiale

Non vi sono notizie sulla sua attività romana; nell'autunno del 1533 Juan è a Napoli, per succedere al fratello Alfonso nell'incarico di archivario, che tuttavia non gli viene accordato

La conoscenza tra Pietro e Juan Valdes risale quindi ai tempi romani cioe' molto prima del viaggio del Carnesecchi a Napoli

Nel processo dichiara :.....io l'amavo assai , si che la pratica e la conversazione ch'io ebbi seco a Napoli fu una continuazione dell'amicizia fatta a Roma.........

 

In una lettera a Giulia Gonzaga del marzo 1559 Pietro le da merito

BRUTO AMANTE ...............In altra lettera del 18 marzo 1559 commemorava il singolare beneficio, che aveva per mezzo suo ricevuto, della santa dottrina e conversazione di Valdesio, che, se ben, secondo disse, lo conosceva prima di essa D. lulia, non lo conosceva però in quel modo

rimarca quindi di averlo conosciuto ancor prima di donna Giulia

 

 

 

 

Cronologia della vita di Pietro Carnesecchi

 

 

PRONOTARIO APOSTOLICO DI CLEMENTE VII

 

 

Un uomo che fu in grande potenza e a contatto costante con uomini che ,nel suo tempo, reggevano il mondo.

Aveva capacita' diplomatiche sviluppatissime , esso era avveduto e accorto e sapeva facilmente discernere il lato debole di un discorso o di un avvenimento

Di lui i contemporanei tracciano ogni genere di lode e la maggior parte sono sincere perche' era di carattere molto amabile. Aveva il dono di piacere alle persone

Per tutte queste qualita' della mente e della persona non era punto straordinario che il Carnesecchi entrasse nelle grazie e nel favore di Clemente VII. Il Papa apparteneva a i Medici famiglia che era sempre stata in intime relazioni con i Carnesecchi.

Clemente VII ponendo sempre maggior amore al Carnesecchi ,non cessava di proteggerlo e di beneficarlo in tutte le maniere Adunque chiamo Pietro alla sua corte e gli dette l'uffizio di Notaro, conferendogli poi poco alla volta i titoli di famigliare, di continuo commensale, di segretario del numero dei partecipanti. Egli infine lo fece protonotario della Curia , e per designare quell'intima relazione che confina con la parentela, gli concedette il privilegio, davvero molto ambito , di aggiungere al suo nome anche quello di Medici: onde si venne a chiamare Pietro Medici dei Carnesecchi

Infatti col breve 16 dicembre 1533 diretto al <<Dilecto filio Magistro Petro Medicis alias de Carnesecchis Canonico Florentino Notario et Familiari nostro >> gli conferiva il canonicato della metropolitana fiorentina, concedendogli il privilegio straordinario di assumere il suo stesso nome di famiglia

Nel 1533 il Papa oltre al canonicato fiorentino, gli conferiva l'ufficio di governatore di Tivoli e di castellano di quella fortezza,l'abbazia di san Piero in Eboli nella diocesi di Salerno e l'abbazia di santa Maria di Gavello nella diocesi di Adria

In ultimo il Papa lo fece suo primo segretario, facendogli balenare anche la speranza di un cappello cardinalizio nel caso il nipote Ippolito non avesse voluto saperne di continuare la carriera ecclesiastica

Bernardino Pio ambasciatore di Mantova a Roma cosi riferiva nel 1567 ...............sotto Clemente VII il Carnesecchi hebbe in Roma tanto di autorita' et ho sentito de lui degni di fede che detto Papa haveva a dire che in caso chel cardinale di Medici Hippolito suo nipote non restasse cardinale ,come si dubitava , di volergli dare il suo cappello e farlo de Casa Medici>> ( Davari Cenni storici intorno al Tribunale dell'inquisizione in Mantova (Archivio storico lombardo 1879 )

L'ufficio di segretario era uno dei piu' difficili da sbrigarsi e portava con se' una serie di importanti e delicate occupazioni. Con moltissima esagerazione si arrivava a dire : Il popolo a vedere che il Carnesecchi prendeva una parte cosi grande nel maneggio degli affari , credeva che fosse lui e non il papa che mandasse avanti tutto il meccanismo politico e dirigesse la barca dello stato. E la poesia delle persone dotte fa eco all'opinione popolare.

A 26 anni quindi aveva raggiunto veramente un potere molto grande

La morte di Clemente VII gli togliera' tutto questo potere,

Ma intanto in lui erano maturate idee ed aveva coltivato amicizie che gli impedivano di rimpiangere il passato e che lo spingevano su una nuova strada

Da questo momento si comincia ad intuire l'uomo che vuole modificare dall'interno il sistema ecclesiastico dei suoi tempi

Era un uomo abituato all'intrigo dalla lunga milizia sotto Clemente , non agiva mai troppo scopertamente e non si esponeva mai piu' del dovuto ma continuava a tessere una fitta ragnatela di contatti

 

Di eventuali azioni atte a favorire la parte eretica poco rimane , l'inquisizione a quei tempi non scherzava affatto e lui non era uomo sprovveduto da lasciar traccia di cio' che facesse , (a tradirlo saranno le sue lettere conservate da Giulia Gonzaga, lettere che gli inquisitori useranno per farlo cadere in contraddizione nonostante la sua capacita' dialettica)

Sara' lungamente , alla corte di Francia presso Caterina dei Medici, sara' a Venezia , e mai non cessera' di tener contatto e prestare aiuto agli eretici

Processato piu' volte riuscira' sempre a cavarsela in virtu' dei suoi appoggi e della sua abile dialettica , della sua capacita magica di far vedere lucciole per lanterne

La morte di Giulia Gonzaga mette nelle mani dell'inquisizione l'epistolario che la stessa teneva con lui ; quest'epistolario gli sara' fatale

 

 

 

 

PRESUNTO INIZIO DELLA CONOSCENZA CON GIULIA GONZAGA

 

una cosa sfuggita

Il primo documento che parla della conoscenza tra Pietro Carnesecchi e Giulia Gonzaga Colonna e' una lettera di G. Valdes a Ercole Gonzaga del 4 settembre 1535

Gli storici che si sono occupati della questione fanno riferimento a questa lettera e pongono quindi la prima conoscenza tra i due al 1535

IMPORTANTE

In una lettera ( che pare quasi essere una lettera d'amore ) di Pietro a Giulia del novembre 1562

In risposta ad una lettera non conservata egli dice SBRIGATIVAMENTE ( abbandonando le solite cerimonie ): ".....signora mia , io sto fresco se Calliope ha ancora a sapere ch'io sia innamorato di lei , essendo gia' 35 anni ch'io la servo ! ....."

35 anni a ritroso dal 1562 : quindi addirittura dal 1927

Quindi salvo errori di Pietro e lo stesso Pietro a dire di averla conosciuta nel 1527 anche se la cosa sembrerebbe poco probabile : in tal caso l'incontro deve essere avvenuto a Roma o a Fondi con Giulia appena sposata al Colonna : Pietro e Giulia avevano rispettivamente 19 e 14/16 anni anche ammettendo un errore comunque la loro conoscenza data a molto prima del 1535

Le cose sono nebbiose

Il 13 marzo 1528 muore il marito di Giulia : Vespasiano Colonna

Giulia a Fondi fonda con l'aiuto del suo segretario ( il poeta Gandolfo Porrino ) un piccolo e raffinato circolo intelletuale , frequentato tra gli altri da Juan de Valdes ,Vittoria Colonna ,Marcantonio Flaminio , Vittore Soranzo , Pier Paolo Vergerio , Sebastiano del Piombo ,Francesco Berni ,Pier Paolo Vergerio,

( Anche Ippolito de Medici , nato il 19 aprile 1511, creato cardinale il 10 gennaio 1529 ,rientra a Roma nel febbraio 1533 ( morira' il 10 agosto 1535 )si innamora di Giulia )

la notte fra l' 8 e il 9 agosto 1534 il pirata Barbarossa tenta di rapirla , forse sobillato dai Colonna con cui e' in lite

Giulia pensa di lasciare Fondi per trasferirsi a Napoli

il trasferimento sembra avvenire nel dicembre 1535

 

A Maggio del 1935 PC e’ ancora a Roma

NAPOLI : una prima visita

 

Pietro sara a Napoli nel giugno -settembre 1535 , per curare i propri interessi relativi ai proventi dell'abbazia di Eboli e il Valdes dice di averlo incontrato a Fondi presso Giulia Gonzaga non e' chiaro se nel viaggio di andata o di ritorno da Napoli. E' la prima documentazione della conoscenza con Giulia Gonzaga

 

Oddone Ortolani colloca nel ritorno di questo viaggio la conoscenza con G.Gonzaga a Fondi ma non porta prove

l'Ortolani parte dal presupposto che difficilmente PC avrebbe potuto incontrare G.Gonzaga a Fondi negli anni romani del Carnesecchi, troppo impegnato come era

propone in alternativa Roma come luogo d'incontro nell'autunno 1531 o primavera 1534 durante i viaggi da Fondi in Lombardia e ritorno

oppure nel 1532 a Roma durante il viaggio di G.Gonzaga a Mantova

Nessuna prova viene portata a sostegno di nessuna di queste ipotesi

Di certo sappiamo dall'ultimo processo ( dichiara che uno dei motivi che lo spingevano a Napoli era di rivedere Giulia ) che i due si conoscevano gia' prima del secondo viaggio di PC a Napoli

 

 

NAPOLI : una seconda visita

tornato a Roma e sistemati i suoi affari PC ritorna a Napoli dove riincontra G.Gonzaga

Le cose relative al loro incontro a Napoli sono confuse

Giulia si era trasferita a Napoli nel dicembre 1535 ( qui poi rimarra' per tutta la vita )

condividera' con Giulia una medesima spiritualita'

il loro rapporto durera' da allora per tutta la vita e probabilmente e' da questo momento iniziera' l'intensissimo scambio epistolare tra i due

PC si tratterra' a Napoli

La cerchia spirituale intorno a G.Gonzaga era quella che circondava Giovanni Valdes

 

In questo periodo avrebbe avuto un incontro richiesto dall'imperatore Carlo V in lunga sosta a Napoli dopo l’impresa di Tunisi ( ( fonte =Camerario ) che invano lo interroghera' sulla politica di Clemente VII e sugli accordi di Marsiglia tra il re di Francia Francesco e Clemente VII .PC avrebbe opposto il segreto d’ufficio all’imperatore

A Napoli si avvicinera' alle idee religiose valdesiane della cerchia che gravitava intorno a Giulia Gonzaga

Nelle lettere PC attribuisce a Giulia Gonzaga il merito di averlo avvicinato all'intimita' con Giovanni Valdes e alla lettura delle sue opere

Nel processo dichiara di essersi avvicinato al Valdes per merito di fra Bernardo Ochino

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Non so quando il PC abbandoni Napoli

 

FIRENZE

 

Nell'estate del 1536 il Carnesecchi e' a Firenze nella casa paterna e qui pare permanere per oltre 3 anni

scarse le notizie

ottimi i rapporti con Cosimo I e la sua corte

 

Si ha notizia di visite private a Bernardo Occhino

Agosto o Settembre 1536 Sembra conoscere per la prima volta il Cardinal Reginald Pole e lo ospita nella sua casa per diversi giorni. Tra il Pole e PC nasce una profonda amicizia che durera’ tutta la vita

 

 

UNA MISTERIOSA RIUNIONE

 

Nel 1536 nella sua casa paterna di Firenze dove si era ritirato si ebbe una straordinaria e misteriosa riunione di alcuni dei piu' vivaci protagonisti della storia religiosa del cinquecento :Bernardo Ochino, Caterina Cybo ,il Cardinale inglese Reginald Pole ,Giberti ,Alvise Priuli e con la presenza di G.P. Carafa , il fondatore della moderna inquisizione e futuro Paolo IV

 

La presenza del Carafa e' veramente strana considerato che sara' il persecutore del Carnesecchi

Carnesecchi nel processo dichiara di non esser stato presente al loro incontro

 

 

Sicuramente in questo periodo frequenta Vittoria Colonna (gia' conosciuta a Roma ) si ha lacertezza di un loro incontro a Firenze e poi di un periodo d'incontri a Bagni di Lucca nel 1538 ( dove tutti e due frequentano le cure termali nello stesso periodo)

 

 

NAPOLI : terza visita

 

Verso la fine del 1539 PC lascia Firenze con direzione Napoli

Sosta a Roma : Dove forse incontra il domenicano Bartolomeo Carranza ( fonte Cesare Cantu' )

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E’ in questo periodo che si parla della sua conversione al valdesianesimo ; RICORDIAMO PERO’ CHE AVEVA GIA’ CONOSCIUTO VALDES A ROMA

Nei primi mesi del 1540 Carnesecchi e' a Napoli

Qui rimane per circa un anno ed alloggia nel palazzo del principe di Salerno e a Eboli nella sua abbazia di questo periodo non siconserva ovviamente nessuna lettera tra Pietro e Giulia

Nel processo dichiarera' di esser andato a Napoli piu' per visitare Donna Giulia che per altro

La cerchia spirituale intorno a Giulia Gonzaga era quella che circondava Giovanni Valdes

Una cerchia composta da : fra Bernardino Ochino , Marcantonio Flaminio , Vittorio Soranzo , Giovan Tommaso San Felice ,l’umanista Jacopo Bonfandio , il vescovo Pierantonio di Capua , il sacerdote Apollonio Merenda , Bartolomeo Spadafora , l’abate Antonio Villamarina , Donato Rullo , Lattanzio Ragnoni , Isabella Brisegna , Pietro Martire Vermigli.........................

in particolare si lega di profonda amicizia con Marco Antonio Flaminio

E’ in questo periodo che si parla della sua conversione al valdesianesimo ; RICORDIAMO PERO’ CHE AVEVA GIA’ CONOSCIUTO VALDES a Roma

Nelle lettere PC attribuisce a Giulia Gonzaga il merito di averlo avvicinato all'intimita' con Giovanni Valdes e alla lettura delle sue opere

Nel processo dichiara di essersi avvicinato al Valdes per merito di fra Bernardo Ochino

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FIRENZE

 

Nella primavera del 1541 Carnesecchi torna a Firenze col Flaminio,fino a Roma viaggiano con il Rullo e il Villamarina

Rullo si fermava a Roma per entrare nel seguito del cardinal Pole ; Villamarina doveva invece prender servizio alla corte del Morone

Flaminio aveva intenzione dopo una sosta di qualche mese presso PC di trasferirsi a Verona presso il Giberti

 

 

Stefania Romito giornalista : Jacopo Bonfadio: un poeta eretico del Cinquecento. genn2021

...............Come Firpo fa notare, gli storici preferiscono mettere in relazione la dissoluzione del gruppo napoletano alla morte di Valdés senza prestare attenzione al fatto che, mentre essa si verificò nel luglio del 1541, la partenza da Napoli di Flaminio e degli altri ebbe luogo nel periodo tra aprile e maggio di quell’anno. Il trasferimento di quegli uomini nella casa del cardinale inglese Pole a Viterbo indica la volontà di inserirsi nelle linee di frattura dottrinale apertesi all’interno dell’evangelismo italiano all’indomani dei colloqui di Ratisbona e di utilizzare le nuove possibilità di azione offerte loro dal grande prestigio personale del Pole, dalle sue responsabilità politiche, dal suo ruolo istituzionale ai vertici della chiesa. Negli anni Quaranta il clima politico-religioso divenne sfavorevole per gli spirituali e i valdesiani. I segni del cambiamento furono diversi: la nascita del S. Uffizio romano (1542), la fuga di Bernardino Ochino in terra riformata, i decreti tridentini sulla giustificazione e il primo processo inquisitoriale contro Carnesecchi (1546)........................

 

 

 

( Wikipedia ) I colloqui di Ratisbona sono gli storici colloqui tra cattolici e protestanti che si sono svolti nel 1541 e nel 1546 nella città bavarese di Ratisbona. Dei due il più importante è il primo, affidato al legato papale Gasparo Contarini (1483-1542), il quale cercò di evitare la definitiva frattura tra il mondo cattolico e quello protestante.

Riunito su iniziativa dell'imperatore Carlo V (1500-1558) dal 27 aprile al 22 maggio, il colloquio del 1541 si tiene in concomitanza con la dieta imperiale (5 aprile-29 luglio). Vi partecipano in qualità di collocutori sei eminenti teologi, tre di parte cattolica: Johann Eck (1486-1543), Johann Gropper (1503-1559), Julius von Pflug (1499-1564) e tre di parte protestante: Martin Bucer (1491-1551), Philipp Melanchthon (1497-1560), Johannes Pistorius il Vecchio (ca 1504-1583)[5], posti sotto la duplice presidenza del conte palatino Federico di Baviera (1482-1556)[6] e del cancelliere imperiale Granvilla (1484-1550).

Inizialmente in materia di giustificazione, si poté pervenire ad un importante compromesso dottrinale soddisfacente per i teologi protestanti e per il legato papale, mentre di diversa natura fu la discussione sui sacramenti, in particolare su quello della Cena (già di per sé oggetto di divisione tra i Riformati), nonché sul carattere apostolico della Chiesa di Roma e del suo ordine gerarchico. Il tentativo di mediazione fallì proprio sopra l'argomento della transustanziazione dell'eucaristia, definito dogma dal Concilio Lateranense IV del 1215[2] e sul quale il cardinal Contarini decise di non transigere. Pertanto, malgrado i contorni speculativi della questione, egli rifiutò la formula di compromesso prodotta in seno al colloquio per evitare il rischio da lui paventato di una concordia palliata, vale a dire la finzione di una consenso verbale a copertura di un dissidio di fondo in materia dogmatica e pastorale, circa i fondamenti della sacramentaria ed i modi di amministrare l'eucaristia ed attingere alla grazia connessa alla presenza reale del Cristo. Nella misura in cui la dottrina sulla transustanziazione era stata fissata da un precedente concilio, al dissidio prettamente teologico se ne aggiungeva uno di carattere ecclesiologico. Sicché strategicamente era parso vantaggioso arrivare alla rottura sull'eucaristia piuttosto che sul primato petrino.........................

.............................. Nel contempo, esso realizzò un chiarimento definitivo che in quanto tale soddisfaceva le esigenze dottrinali tanto di Lutero (1483-1546) quanto di Paolo III (1468-1549), il quale ultimo si avviava a confermare l'attesa convocazione del Concilio di Trento, sospesa dal 1539......... ( Wikipedia )

 

 

 

La sosta a Roma fu breve

Il PC e Flaminio a Roma presero alloggio presso il cardinale di Mantova : Ercole Gonzaga

Alla fine di maggio PC e il Flaminio furono a Firenze

Nell’agosto del 1541 hanno notizia della morte di Valdes. Giulia Gonzaga diventa la custode dei manoscritti del teologo spagnolo

Malattia grave di PC : febbre acutissima che lo condusse appresso la morte

Insieme rendono visite a Bernardo Ochino , ed anche a Caterina Cybo ed anche a Pietro Martire Vermigli

Ochino e Vermigli sono alla vigilia dell’aperta ribellione alla Chiesa

Nell’ottobre del 1541 il cardinale Pole , da poco eletto legato nel patrimonio di San Pietro invita i due amici a Viterbo dove egli intende riunire un cenacolo scelto di una ventina di persone

 

 

VITERBO

 

Il Flaminio e il Carnesecchi raggiungono il cardinal Pole a Viterbo qui ritrovano Luigi Priuli ed il Soranzo e il Rullo e Apollonio Merenda e inoltre Bartolomeo Stella

....Si venne a costituire un centro di intensa vita spirituale sul quale piu' tardi sorgeranno non pochi sospetti da parte della Curia romana

a Viterbo e’ presente anche Vittoria Colonna che aveva preso dimora presso il convento di Santa Caterina ( in una vita di mortificazioni e di digiuni che l’aveva ridotta ad avere la pelle sull’osso

Furono PC e Luigi Priuli a tenere i piu’ frequenti contatti con la Colonna

Nel dicembre 1541 Vittoria Colonna scrisse a Giulia Gonzaga invitandola a raggiungerla

GG non aderi al’invito ma resto in contatto epistolare col gruppo

Carnesecchi dice ( nel processo pero' ) : che in quel tempo il Flaminio era piu' assiduo di lui nello scrivere a donna Giulia e che quindi lui non scrisse niente.......

Gia per il periodo di Viterbo viene contestato nel processo al Carnesecchi il tentativo di diffusione di idee eretiche

Il Flaminio fu a Napoli nel 1542 interrompendo il soggiorno viterbese

A Viterbo non manco’ pure un tentativo di proselitismo delle idee ad opera

il 29 giugno 1542 muore a Firenze suo padre il senatore Andrea di Paolo di Simone padre del pronotario

 

 

............Mentre il Carnesecchi si trovava a Viterbo ebbe una notizia che lo addoloro' profondamente . Suo padre Andrea era morto . Questi era rimasto sempre fedele alla causa dei Medici e, dopo la salita al potere di Cosimo I aveva ottenuto anche un ufficio nella corte .Percio' il Carnesecchi scrisse una lettera al duca , in cui lo ringraziava della cortese e autorevole protezione che si era degnato di accordare a suo padre e nello stesso tempo lo supplicava di far succedere nell'ufficio rimasto vacante il maggiore dei suoi fratelli <<della qual cosa sono forzato a supplicarla tanto piu' instantemente , quanto che , havendo lei usato di far in simili casi il medesimo favore ad altri suoi servitori , si potria arguir quando lo si negasse a noi , o che ella non ci tenesse in quel numero , come pur ci persuadiamo d'essere , o che il subbietto non li fusse parso habile a un tal grado , donde quella puo' facilmente pensare quanta vergogna et danno fusse per redundar a noi et alla casa nostra>>. E concludeva col rimettersi in tutto e per tutto alla gentilezza e alla cortesia del Duca e con l'augurarsi << di poter servirlo in modo corrispondente alla sua volonta'>>

Lettera di Pietro Carnesecchi a Cosimo I Archivio Mediceo Filza 357 carta 771 da Viterbo li XXII di Luglio MDXLII...................

 

 

 

FIRENZE

 

Da notare che Cosimo I non accoglie l'appello del Carnesecchi

Sul finire dell'estate Pietro e' a Firenze ad impetrare Cosimo perche' il titolo di senatore rimanga nella famiglia

 

 

da Leandro Perini autore de La vita e i tempi di Pietro Perna

Nel 1542 Pietro Perna si rifugia in Svizzera proprio con l'aiuto di Pietro Carnesecchi

l'autore si fa una domanda giusta

.......Carnesecchi aveva aiutato due monaci lucchesi che si accingevano ad emigrare in terra riformata, uno dei due altri non era se non il futuro stampatore di Basilea Pietro Perna....

e termina : ......A questo punto la congettura che che il Perna fosse entrato in contatto con una rete di corrispondenti italiani della Riforma svizzera e tedesca assumeva i connotati concreti di due fiorentini , il Del Caccia e il Carnesecchi , rompendo cosi il legame privilegiato tra Lucca e la Ruforma e l'isolamento lucchese nel quale sino allora le conoscenza avevano confinato il Perna aggiunge oggi che il passaggio del lucchese Perna da Venezia a Basilea aiutato materialmente dal Carnesecchi presuppone un contatto diretto o indiretto tra il Carnesecchi e il mondo svizzero tedesco ignorato dai biografi

 

VENEZIA;

 

Dice l'Ortolani che nell'autunno del 1542 si hanno le prime prestazioni di Cosimo I a favore dell'Inquisizione , In corrispondenza della fuga di Pietro Martire Vermigli in terra riformata

Tutto da valutare

Non e' comunque chiaro il motivo dell'abbandono di Firenze

 

ORTOLANI : La coincidenza della partenza con le prime prestazioni di Cosimo I a favore dell'inquisizione , avvenute nel medesimo scorcio d'autunno in occasione della fuga del Vermigli, fece passare che il vero scopo del viaggio fosse la ricerca di una citta' piu' libera e sicura di Firenze; ma l'ipotesi non regge ad una critica serena (????) , perche' non c'e' prova che Carnesecchi fosse gia' tra i sospetti che il Sant'Uffizio inendeva perseguire. Anzi la sua personalita' non si distingueva allora da quella dei suoi amici che come si e' visto proprio in quei giorni stavano iniziando per mandato del Papa l'organizzazione del Concilio. Carnesecchi arrivo' a Venezia tutt'altro che deciso a stabilirvisi ; tale proposito sorse in lui dopo qualche settimana di soggiorno. Una procura del maggio successivo a favore del fratello Antonio per l'amministrazione di alcuni beni in Toscana, conferma come egli fosse partito senza prevedere una lunga assenza da Firenze ( ASFi procura del 26 maggio 1543 vedi Agostini pg 153 )

Dalla fine del 1542Venezia divenne la seconda patria di Carnesecchi; la scelta fu certo incoraggiata dal miglioramento della salute (????) attribuito , non si sa bene se all'opera dei medici o al favore del clima. Ma altre ragioni poterono concorrere sulla decisione. Innanzitutto va osservato come il pronotario non aveva obblighi che lo impegnassero altrove ; se Napoli si prestava per controllare comodamente il beneficio di Eboli , Venezia tornava ugualmente utile per la vicinanza all'altra badia , quella di Santa Maria di Gavelle nei pressi di Adria

 

L'ORTOLANI propone come al solito per verita' le sue deduzioni

Di certo sappiamo che abbandona Firenze per Venezia su invito del Rullo . Qui ritrova anche il Gelido suo amico , antico collega di Curia , amico di famiglia incaricato ivi da Cosimo I come suo rappresentante a Venezia

Venezia era vicina alla badia di Santa Maria di Gavello nei pressi di Adria

Nel 1542 rinuncia al Canonicato nella Chiesa Metropolitana fiorentina ( Salvino Salvini )

 

Nel viaggio di andata passa per Bologna !!! lettera di Francesco dell'Ottonaio a Paolo dell'Ottonaio ( dicembre 1542 )

nel processo giustifica questa decisione con una indisposizione che pensava di curare meglio ivi

Novembre 1542 Pietro e' a Venezia

cenno di diffusione di idee eretiche

Nel 1543 viene pubblicato a Venezia il beneficio di Cristo con grandissimo successo

il manoscritto scritto dal Fontanini era stato rivisto e implementato dal Flaminio probabilmente Carnesecchi aveva curato i rapporti col tipografo Bernardino dei Bindoni a Venezia

Aveva avuto subito un immenso successo di vendite con migliaia di copie vendute

Nel maggio 1543 ilCarnesecchi fa una procura al fratellastro Antonio Carnesecchi per l'amministrazione di alcuni beni in Toscana e questo puo' far pensare fosse partito senza preventivare una lunga assenza

cenno di diffusione di idee eretiche

Pierantonio Di Capua durante un viaggio a Trento , soggiorno a Venezia ; vedendo il PC accetto' di inviare in una sua diocesi Ludovico Manna domenicano siciliano che alloggiava presso il Carnesecchi e che successivamente in seguito a pratiche eretichefu rimosso

cenno di diffusione di idee eretiche

Caterina Cybo accolse due religiosi inviati dal Carnesecchi perche' aprissero una scuola di dottrina nelle terre della gentildonna ma furono arrestati poco dopo

 

PC e' in amicizia con Camillo Orsini

amicizia con Della Casa legato pontificio a Venezia dall'agosto 1544

cenno di diffusione di idee eretiche

Il Gelido procura opere eretiche germaniche agli amici fiorentini

cordiali e pressanti inviti da parte del Giammatteo Giberti vescovo di Verona e del Soranzo di avere il Carnesecchi presso di loro a Verona

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L'orizzonte del Carnesecchi si allarga probabilmente a nuove idee che s'innestano sul substrato valdesiano

Si moltiplicano i personaggi eterodossi che ruotano intorno alla sua figura sembra continuare un attivita' di diffusione di idee eretiche

 

Anno 1545 inizio concilio di Trento che si protrarra' al 1563

 

 

PRIMA ACCUSA DI ERESIA

 

Un fulmine a ciel sereno

Gennaio 1546 Paolo III intima a Carnesecchi di presentarsi a Roma per rispondere dell'accusa di eresia

la distruzione dell'archivio dell'inquisizione impedisce oggi di conoscere i capi d'accusa

Infatti le carte accusatorie furono distrutte durante l'assalto del popolo romano al carcere inquisitoriale nel 1559 alla morte dell'odiato Carafa

secondo quanto si vociferava a Roma negli ambienti diplomatici ( archivio Mediceo 3590 F,Babbi a Cosimo I 6 febbraio 1546 ) l'azione giudiziaria era stata provocata dalla confessione di due eretici interrogati dal Santo Uffizio , dalla quale il Carnesecchi sarebbe risultato uno dei principali aderenti alla setta luterana in Italia

era anche sospetto per l'ospitalita' data a Lattanzio Ragnoni e al prete fiorentino Francesco Maria Strozzi , che in casa del Carnesecchi avrebbe tradotto in volgare il "Pasquino in estasi" di Celio Secondo Curione

per l'amicizia con Guido Giannetti da Fano

 

La Santa Inquisizione e' guidata dal Cardinale Gian Pietro Carafa

Secondo il Carlo Gualteruzzi egli ha molti fieri nemici intorno e accenna ai sospetti scaturiti dalla sua amicizia con un huomo del re d'Inghilterra ( Guido Giannetti da Fano ) e da una lettera scritta a Buzero

Sempre secondo Gualteruzzi la traduzione in volgare del libro Pasquinus extaticus di Celio Secondo Curione fatta dal prete fiorentino Francesco Maria Strozzi sarebbe stata fatta con lo Strozzi ospite del Carnesecchi

La convocazione seguiva pero' la denuncia di uno spagnolo Juan Ramirez che lo accusava dell'ospitalita data a Lattanzio Rognoni ed ai legami di amicizia con il Giannetti e lo Strozzi

 

 

 

Nota bene : Ne i "Processi inquisitoriali" pubblicati dal prof Massimo Firpo e da Dario Marcato si scrive di una fantomatica lettera a Buzero

La prima convocazione a Roma sotto Paolo III

Vol I pagina V..................Di quei primi sospetti e di quelle prime accuse , tuttavia , non resta traccia alcuna nella documentazione oggi nota , dal momento che le carte cui esse erano affidate andarono perdute nel devastante saccheggio del carcere inquisitoriale verificatosi nell'agosto del 1559, alla morte di Papa Carafa. Ma non v'e' dubbio che soltanto fondate ragioni e solide prove avessero indotto il Sant'Uffizio a prendere l'iniziativa di sottoporre a processo formale un personaggio come il Carnesecchi, che infatti qualcuno ritenne opportuno sconsigliare dal presentarsi di fronte a quel tribunale.Per converso dalla corte papale il Gualteruzzi si diceva convinto che " s'egli non viene a Roma andara' male" , mentre qualora si fosse presentato si poteva sperare nella benevolenza del pontefice e del cardinale Farnese , " accompagnandovisi la innocentia sua [----] ; ma egli ha di molti fieri nemici intorno ", concludeva accennando ai sospetti scaturiti dalla sua amicizia con un "homo del re d'Inghilterra ( il Giannetti ) e da una lettera scritta a Buzero"

 

 

 

(WIKIPEDIA) Martin Bucer, o Butzer (latino Martinus Buccer, Martinus Bucerus, in italiano anche Bucèro; Sélestat, 11 novembre 1491 – Cambridge, 28 febbraio 1551), è stato un teologo riformatore tedesco. Bucer nacque a Schlettstadt in Alsazia (oggi Sélestat in Francia). Nel 1506 entrò nell'Ordine dei domenicani e fu inviato a studiare a Heidelberg. Qui si familiarizzò con le opere di Erasmo da Rotterdam e di Lutero. Si convertì alla Riforma, abbandonò l'ordine con dispensa papale nel 1521 e si sposò con una suora Elisabeth Silbereisen. Dopo essere rimasto vedovo, sposò nel 1542 Wibrandis Rosenblatt, vedova dei riformatori Giovanni Ecolampadio e Volfango Capitone. Nel 1522 era pastore a Landstuhl, nel Palatinato, e intraprese frequenti viaggi per propagandare la Riforma. Si stabilì a Wissembourg ove predicò per circa un anno e dopo la sua scomunica, nel 1523, si stabilì a Strasburgo, dove succedette a Mathias Zell. Negli anni successivi divenne una delle figure centrali della Riforma, tanto da essere consultato dal re d'Inghilterra Enrico VIII per avere una sua opinione sul divorzio da Caterina di Aragona. La posizione di Bucer riguardo al sacramento dell'eucaristia era simile a quella di Zwingli, ma, prevalendo il suo desiderio di mantenere l'unità con i luterani, si impegnò costantemente – specie dopo la morte di Zwingli – nella formulazione di una professione di fede che potesse essere accettata sia dai luterani sia dai riformatori svizzeri e della Germania meridionale. Questi tentativi di conciliazione - che si concretizzarono nella sua partecipazione a molti incontri, fra i quali quello di Basilea del 1536 da cui uscì la prima delle due Confessiones Helveticae - furono all'origine dell'accusa di oscurità che gli venne mossa. Dopo il fallimento dei colloqui di Marburgo, nell'ottobre del 1529, insistette nel cercare un accordo con i luterani, che fu poi raggiunto con il cosiddetto Concordato di Wittenberg il 29 maggio 1536. Bucer fu fra i firmatari del concordato, insieme, fra gli altri, a Martin Lutero, Filippo Melantone e Volfango Capitone ma, successivamente, ripudiò questo accordo, in particolare per quanto riguardava la questione della cosiddetta manducatio indignorum, ossia della partecipazione alla santa cena di coloro che dovevano essere considerati indegni. Nel 1548 Bucer fu inviato a Augusta per firmare l'accordo fra cattolici e protestanti che fu detto "Interim di Augusta". La sua ostinata opposizione al progetto lo espose, tuttavia, a molte difficoltà e fu quindi felice di accettare l'invito di Cranmer a stabilirsi in Inghilterra. Al suo arrivo, nel 1549, fu nominato "regius professor of Divinity" all'Università di Cambridge. Egli fu consultato quando si decise di rivedere il "Book of Common Prayer" (Libro delle preghiere comuni), testo base della comunione anglicana. Morì il 28 febbraio 1551 e fu sepolto con tutti gli onori nella chiesa dell'Università. Nel 1557 i commissari della regina Maria esumarono e bruciarono il suo corpo e ne demolirono la tomba, che fu poi ripristinata dalla regina Elisabetta I. (WIKIPEDIA)

 

 

 

 

PC chiese aiuto a Cosimo I

L'azione di Cosimo I fu generosa e mosse un ampia rete di raccomandazioni

Filippo Del Migliore , F Babbi sono allertati da Cosimo I

cardinale Burgos inquisitore , cardinale Salviati ,Giovanni de Vega ambasciatore di Carlo V

Aprile 1546 il PC e' a Roma tesi difensiva trttarsi esclusivamente di calunnie

Le cose si complicarono durante gli interrogatori

PC si rende conto che senza una massiccia azione di sostegno esterno non se la sarebbe cavata e chiede aiuto al cardinal Pole probabilmente fu l'aiuto decisivo

Forse ha l'aiuto anche del Cardinal Morone

Al principio dell'estate la causa si chiuse improvvisamente, ma non e' chiaro quale sia stata la soluzione giuridica

Paolo III si appropriava del caso e imponeva la sua autorita' al tribunale della fede e mandava assolto il Carnesecchi

PC fu ricevuto da Paolo III con molta cortesia

Carnesecchi si affretto' a spargere la buona notizia dell'assoluzione

il processo non aveva scalfito la sua onorabilita' e nessuno mostro' diffidenza nei suoi riguardi

tutte le lettere di congratulazioni parlano di innocenza trionfante e di malvagita' dei calunniatori sconfitta

 

NAPOLI

 

breve viaggio a Napoli per i suoi affari e per vedere Giulia Gonzaga

GENNAIO 1547 colloquio con Vittoria Colonna poco prima della morte della poetessa ; in cui si parla della malattia del cardinal Pole che impedisce la sua presenza all'emanazione del decreto contro la giustificazione avvenuto a Trento in quel mese

 

BAGNOREA

 

gennaio 1547 e' a Bagnorea invitato dal Pole e dal Flaminio dove rimane qualche mese; soggiorno su cui non si hanno notizie

A Bagnorea sono raggiunti dalla notizia della morte di Vittoria Colonna

 

 

Vivendo tra Padova e Venezia la sua vita s'intreccia in frequentazioni o corrispondenze con Pietro Gelido , Guido Giannetti , Endimio Calandra ,Donato Rullo ,Fabrizio Brancuti da Cagli ,Galeazzo Caracciolo ,Alvise Priuli e naturalmente con Giulia Gonzaga

Nel frattempo si acuisce il clima inquisitoriale all'insaputa e contro la volonta' papale

 

 

 

FIRENZE

 

lo 11 agosto 1547 elezione a membro dell'ACCADEMIA FIORENTINA : Tra i membri anche Michelangelo Buonarroti , Giovanni Della Casa , Pier Vittori , Benedetto Accolti .........

 

 

 

PERIODO FRANCESE settembre 1547----aprile 1553

 

ATTENZIONE UNA LETTERA STRANA A LODOVICO DOLCE ----------vi e' sicuramente un errore

 

15 novembre 1548 Una strana lettera diretta a Ludovico Dolce ( assai amico di Benedetto Varchi e di Francesco Berni ) per chiedergli di leggere un manoscritto di Anton Francesco Doni (Firenze, 16 maggio 1513 – Monselice, settembre 1574) che questi gli aveva lasciato con altre carte per farle stampare.Manoscritto delle Epistole di Seneca tradotte dal Doni

La stranezza da controllare e' che la lettera sarebbe locata VINEGIA 15 novembre 1548

Ritengo la data sbagliata e non il luogo; mi pare difficile si fosse portato il manoscritto in Francia e da li lo spedisse a maggior pericolo di perderlo

 

 

CATERINA de MEDICI ( 1519---1589 ) Regina di FRANCIA non fara' mai mancare il suo appoggio al Carnesecchi

anche nel 1560 fara' pressioni sul Papa per la sua assoluzione

 

settembre 1547 e' in viaggio verso la Francia . Lo scopo sembra essere il verificare perche' le rendite dell'abbazia francese di ......... non gli vengano piu' pagate e per ripristinare il beneficio

Sistemato il problema sosta a Lione di cui non si conosce il motivo

verso la fine di ottobre 1547 e' a Fontainebleau presso Caterina de Medici ( Pietro aveva favorito e presenziato al matrimonio di Caterina con Enrico ) e' accolto molto cordialmente

Caterina trattiene il Carnesecchi al servizio della monarchia francese dandogli un incarico d'importanza

Ha molta influenza su Caterina

Mantiene contatti con Cosimo I e viene ventilata l'idea di farne l'ambasciatore fiorentino presso la corte francese

 

anno 1549 Pietro Aretino scrive : Il filosofo

e cita il Carnesecchi in questa ambigua maniera : .............a cui puzza il moscado e cammina in punta di zoccoli

 

 

10 novembre del 1549 morte di Paolo III

 

 

L'inquisizione ( Gian Pietro Carafa ) sta assumendo tanta forza da poter agire anche contro la volonta papale e da influire sul conclave

 

 

azione inutile del Carnesecchi in favore dell'elezione del Pole ( che e' visto come rappresentante imperiale ), sulla corte francese ( in particolare sul gran cancelliere Olivier ) e in contrasto con i cardinali francesi che contrattaccano ricordando i sospetti di eresia che gravavano su di lui tentando di screditarlo

Il cardinal Pole la notte del 4/5 dicembre 1549 rifiuta l'elezione a Papa per acclamazione ed il giorno dopo gli manca la maggioranza per un solo voto crollano cosi le possibilita' di riformare la chiesa dall'interno

TIMIDEZZA D'AZIONE E INCREDIBILE RINUNCIA DEL CARDINALE REGINALD POLE

Momento decisivo per i novatori italiani : la notte fra il 4 e il 5 dicembre 1949 il cardinal Pole viene eletto Papa per acclamazione e rifiuta . In seguito per un solo voto non viene eletto

Gian Pietro Carafa insinua il sospetto che il Pole sia luterano e mette sul piatto il peso dell'inquisizione riuscendo a non farlo eleggere

Quando si pensava all'elezione del Pole si preparava anche un azione ricattatoria nei confronti di Carnesecchi

 

Acutissima l'analisi del prof Firpo

Il Pole era un Papa che faceva paura per la sua ingenua probita'

I Cardinali avevano molto da perdere e poco da guadagnare da una sua elezione

Elezione che poteva solo dipendere quindi da una decisione politica imposta esternamente al Conclave

 

 

 

Soluzione di compromesso. Sale al soglio pontificio Giulio III (07 02 1550--23 03 1555 )

l'azione inquisitiva del Santo Uffizio apparentemente si indebolisce

Carafa prepara la sua elezione preparandosi a colpire i suoi eventuali avversari : Pole e Morone

febbraio 17 1550 muore a Roma ( nella casa del Pole ) Marcantonio Flaminio e muore protestando solenne fedelta' alla Chiesa cattolica

 

 

 

Il 17 ottobre 1551 a Firenze , scoppiò il caso di Pietro Manelfi: l'ex sacerdote e anabattista pentito, che rivelò tantissimi dettagli sulle organizzazioni anabattiste ed evangeliche italiane e portò, fra il dicembre 1551 ed il gennaio 1552, ad arresti di massa negli ambienti evangelici fiorentini. Anche Manna e Bartolomeo Panciatichi. furono arrestati, ma, quest'ultimo, dopo aver pagato un grosso riscatto, fu liberato in febbraio: la probabile promessa a Cosimo I di non occuparsi più di religione favorì la sua elezione a consigliere dell'Accademia Fiorentina (l'ex A. degli Umidi) il 24 febbraio 1552. Da quel momento Bartolomeo Panciatichi, abbandonata - o perlomeno nascosta - ogni pericolosa simpatia per il calvinismo, fu ricordato solamente per la sua carriera politica (senatore nel 1567, commissario a Pisa nel 1568 e a Pistoia nel 1578), che si concluse con la sua morte nel 1582.

Pier Vettori (1499-1585), Ludovico Manna, Aonio Paleario, Benedetto Varchi, Pier Francesco Riccio, Pietro Carnesecchi e Marcantonio Flaminio.

 

 

 

nel poco indagato e conosciuto periodo francese del Carnesecchi :

Conosce Margherita di Valois sorella di Enrico e cognata di Caterina ( poi sposa ad Emanuele Filiberto di Savoja ) a lei donera' un manoscritto con gli inni sacri del Flaminio ( poco dopo della morte di questo )

 

MARGHERITA di VALOIS

 

 

Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e coll'aiuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro l'autorita' pontifizia, alla quale esso, come i suoi , era stato docilissimo

 

Gli eretici d'Italia ----Cesare Cantu'

 

Margherita Valois (5 giugno 1523 – 14 settembre 1574) nata principessa di Francia e duchessa di Berry, era figlia di Francesco I di Francia e di Claudia di Francia. Era quindi sorella minore del re Enrico II di Francia.

Margherita, ancora giovanissima, a seguito della Pace di Cambrai del 1529, fu fidanzata con Massimiliano II del Sacro Romano Impero, ma il matrimonio in seguito non ebbe luogo.

Nel 1538 suo padre Francesco e l' imperatore Carlo V del Sacro Romano Impero si accordarono per il fidanzamento tra Margherita e Filippo, figlio unico dell'Imperatore, il futuro Filippo II di Spagna, ma l'accordo tra i due sovrani fu di breve durata.

Alla corte di suo padre Margherita fu legata da profondo affetto alla zia paterna Margherita, futura regina di Navarra, e alla cognata Caterina de' Medici. Amante della cultura, soprattutto italiana, costituì con esse un circolo intellettuale e compose una raccolta di novelle. Viene ricordata come una persona molto colta e caritatevole. 

 wikipedia

 

 

Antecedentemente alla morte il Carnesecchi aveva sollecitato il Flaminio a inviargli in Francia alcuni carmi religiosi dedicandoli a Margherita di Valois

Nel 1550 alla morte del Flaminio in casa del Pole , Carnesecchi ebbe da Alvise Priuli come spettantigli in eredita' dall'amico e li pubblico in Francia nello stesso anno col titolo " De rebus divinis carmina" e con dedica appunto a Margherita di Valois

 

 

Sposò, infine il 10 luglio del 1559 Emanuele Filiberto I di Savoia (1528-1580), duca di Savoia. Il loro matrimonio costituiva una delle condizioni della Pace di Cateau-Cambrésis. La cerimonia ebbe luogo il giorno stesso in cui morì il re Enrico II, fratello di Margherita, che era stato ferito durante un torneo indetto per festeggiare le nozze della figlia Elisabetta; Enrico insistette perché si celebrasse anche il matrimonio della sorella, temendo che il duca Emanuele Filiberto si ritirasse dall'accordo.

La coppia ebbe un solo figlio:

Carlo Emanuele (1562 - 1630), futuro duca di Savoia dal 1580 con il nome di Carlo Emanuele I.

Il bambino nacque cagionevole di salute ma fu molto seguito e curato dalla madre. Raggiunta l'età adulta avrebbe sposato Caterina Micaela di Spagna, figlia di Filippo II di Spagna e della seconda moglie Elisabetta di Valois.

 

 

 

???? FRANCESCA DI CARNESAY ???? carissima a MARGHERITA DI VALOIS

 

Dopo di lei, l’educazione del principino fu affidata ad Elena di Tournon,contessa di Montrevel, e a Maria di Gondy, sorella del famoso cardinale e sposa,in seconde nozze, di Claudio II conte di Pancalieri, 1’una e l’altra di chiaro lignaggio e delle più virtuose e colte di quella schiera nobilissima di gentildonne dove brillavano inoltre, partecipi alla festa del battesimo di Carlo Emanuele, la « benigna e graziosa » Anna di Montilard, Margherita di Saluzzo vedova del marchese di Termes, P « affabile e modesta » Francesca di Carnesay carissima a Margherita di Valois, Catterina Tornabuoni che l’aveva accompagnata in Piemonte, Lucrezia d’Ayelle, Antonietta di Montaffier di Stroppiana ed altre ancora parecchie (1). La Gondy era sopra tutte la favorita della Duchessa: «estoit touiours », dice il Grangier che la conobbe in quella circostanza (2), «comme une autre Nimphe aux pieds de sa Diane »

 

???? Margherita di Valois era stata in contatto con Pietro Carnesecchi e pare favorisse i riformati

???? Caterina dei Medici si circondava di Fiorentini

 

Per maggiori informazioni  Francesca Carnesecchi ?

 

 

Nel caso si tratti di una Francesca Carnesecchi non e' davvero facile la collocazione genealogica

Quindi capire se questa aveva dei legami d'intimita' con Pietro oppure era dei Carnesecchi gia' residenti in Francia eventualmente legati ai Gondi

 

 

 

 

 

FERDINANDO MARIA GABOTTO ANNO 1889

 

 

La giovinezza di Carlo Emanuele I di Savoia ..........

 

 

 

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legge Melantone in francese ( nel processo del 67 : ai giudici dice di averlo letto per perfezionare la lingua----ironico ?

Il Priuli spedisce al Carnesecchi il manoscritto degli inni sacri ( che hanno la dedica al Carnesecchi )

incontra a Parigi lo stampatore Roberto Stefano (di idee calviniste poi fuggito a Ginevra ) e gli affida la stampa degli inni sacri del Flaminio

incontra il teologo Giovanni Morillo ( gia' conosciuto a Bagnorea presso il Pole )

si fa spedire dall'Italia un libro di Valdes

marzo 1551 Soranzo , caduto in sospetto , e' convocato a Roma

Giulia Gonzaga e' sottoposta a sorveglianza dall'inquisizione

Una grave malattia che lo riduce in fin di vita rivela i suoi legami col cardinal Morone fino ad allora semisconosciuti . In pericolo di vita rinunzia a favore del cardinal Morone ai suoi benefici ( rendite ) ecclesiastici. Il Morone continuera' pero' a versargli quanto ricavato da tali benefici

 

Estate 1552 Pietro Carnesecchi si accomiata dalla corte francese e si sposta a Lione dove sembra partecipare alla vita intelletuale della citta'

A Lione incontra Lattanzio Rognoni nel frattempo fuggito dall'Italia riceve l'invito di trasferirsi a Ginevra e rifiuta

Si trattera' in Francia fino allo aprile 1553

via mare abbandona la Francia e, sbarca a Genova e si dirige a Padova

 

Si parla di lui per una comunita' clandestina di calvinisti scoperta poi nel 1565 e di cui faceva parte anche Andrea Del Ponte fratello di Niccolo' ( questo Niccolo' sara' Doge di Venezia dal 1578 al 1585 )

 

Dopo la morte di Paolo III la situazione dei riformati italiani che intendevano agire nel seno della Chiesa si era ora alquanto distesa

Giulio III non aveva mutato l'indirizzo del predecessore , ma usava minore energia nella repressione

I sospetti sui valdesiani non cessarono ma alcune azioni intentate contro di loro non ebbero conseguenze irrimediabili

L'azione contro il Soranzo e' moderata fu condannato e perdonato per alcune eresie

Giulia Gonzaga non e' inquisita ma solo messa sotto sorveglianza tentando di isolarla creandogli intorno il vuoto

 

 

PADOVA

Del Carnesecchi rientrato nel 1553 non si ha alcuna notizia per alcuni anni Un enorme buco temporale che potrebbe essere in parte colmato con gli archivi veneti

Qualche notizia dalle lettere inviate dal Carnesecchi alla Gonzaga

 

23 marzo 1555 muore Giulio III

gli succede brevissimamente Marcello II ( 09 04 1555---01 05 1555 )

 

Se andiamo a ben vedere abbiamo lasciato il nostro Carnesecchi in viaggio verso la Francia e da allora non ne abbiamo saputo quasi piu' niente

 

 

gli succede l'inquisitore Paolo IV Caraffa ( 23 05 1555--18 08 1559 )

Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa (Sant'Angelo a Scala o Capriglia, 28 giugno 1476 - Roma, 18 agosto 1559), è stato papa dal 1555 al 1559. Napoletano dal carattere impulsivo ed ostinato, è indiscutibilmente da considerarsi il “padre” del Sant’Uffizio, la “nuova” Inquisizione che egli condusse sin dal 1542 dopo averne caldamente perorato l’istituzione con Paolo III.

 

E' PADRONE DELLA SITUAZIONE IL PARTITO DEGLI INQUISITORI

INIZIA LA FASE FINALE DELLA VITA DEL CARNESECCHI UNDICI ANNI TURBATI DAI CONTINUI PROCESSI INQUISITORIALI Ottobre 1557----Ottobre 1567

azione forte contro gli eretici

peste nella laguna 1555/1556

PC aiuta economicamente il Gelido e gli offre ospitalita'

ha contatti con Rullo , Merenda , Brancuti , con l'umanista francese M Antonio Mureto , e con Paolo Manuzio

ospita il gentiluomo inglese Gherardo conte di Childaria

 

Nel 1557 un prete bolognese affermera' che il decto Carnesecca laudava quel libro decto del beneficio di Cristo , per quanto me diceva il Flaminio e credo che il Charnesecca fosse un di quelli che lo fece tradurre o lo traducessi

in realta' il libro era stato come detto implementato dal Flaminio e probabilmente Carnesecchi ne aveva solo curato i rapporti col tipografo Bernardino dei Bindoni a Venezia

 

 

Convocazione a Roma del cardinal Pole

arresto del cardinal Morone 31 maggio 1557

nuovi processi contro Pietro Antonio Di Capua , Vittore Soranzo ,Giovan Francesco Verdura ,Egidio Foscarari , Andrea Centanni ,Giovanni Tommaso Sanfelice , e i due amici del Carnesecchi Bartolomeo Spadafora e Mario Galeotta

 

 

SECONDA ACCUSA DI ERESIA

 

OTTOBRE 1557 CONVOCAZIONE A ROMA PER PIETRO CARNESECCHI PER ESSERE SOTTOPOSTO A GIUDIZIO

Interessante questa procura di Giulia Gonzaga

 

APRILE 1558 DICHIARAZIONE DI CONTUMACIA PER PIETRO CARNESECCHI

Anno 1558 17 novembre : morte del cardinal Pole

A Roma le cose parevano mettersi di male in peggio e precipitare verso quel tracollo che neanche i potenti della terra intervenuti in favore del Carnesecchi erano stati in grado di evitare di qui il suo desiderio di ritirarsi in un luogo dove potesse vivere sicuro del corpo et quieto dell'animo , il che era impossibile a Venezia convenendoli vivere come il lepore in continua paura et sospettoper le grandi inimicizie che ha alle spalle , come scriveva sconfortato a donna Giulia il 21 febbraio 1559

06 APRILE 1559 CONDANNA A MORTE PER ERESIA PER PIETRO CARNESECCHI

Il 6 aprile 1559 un anno dopo la dichiarazione di contumacia venne promulgata a Roma la sentenza che lo dichiarava eretico impenitente con la conseguente condanna alla confisca dei beni e alla privazione dei benefici , e ne decretava la consegna alla corte secolare

 

Progetta la fuga e lo trattiene il pensiero di aggravare la situazione del cardinale Morone e la speranza della morte del Papa

 

18 Agosto 1559 finalmente la tanto da lui desiderata morte di Paolo IV Carafa

 

 

 

VELENI IN VATICANO

 

L'odio contro Paolo IV Carafa a Roma era a livelli inimaginabili

Chiunque esibisse lo stemma dei Carafa venne immediatamente dichiarato nemico del Popolo romano

( 18 agosto 1559 alla morte di Paolo IV il popolo assale le prigioni liberando i detenuti e mette a fuoco le carte dell'inquisizione. Cosi vanno perdutiquasi completamente i documenti del precedente procedimento del 1546 sotto Paolo III )

Gia' il 21 Agosto il Morone viene liberato dal carcere dopo oltre due anni di detenzione , e viene ammesso con diritto di voto al conclave per l'elezione del nuovo Papa

Anche con l'aiuto del Morone viene eletto Papa il milanese Gian Angelo Medici ( Medichini ) il 25 dicembre 1559 col nome di Pio IV

 

 

 

 

LA FAMIGLIA DI PIO IV : I MEDICI DI MELEGNANO

 

Le prime notizie sulla famiglia dei Medici di Melegnano vengono riportate da Paolo Morigia e riprese in seguito dallo storico e scrittore Giorgio Giulini; secondo tali informazioni la famiglia godeva di un'ottima reputazione sin dall'XI secolo a Milano, pur non godendo della nobilitazione. Il Ripamonti, nella sua Historia urbis Mediolani ed il Missaglia nella Vita di Gio. Jacopo Medici marchese di Marignano edita a Milano nel 1865, fanno derivare la casata dei Medici milanesi dal medesimo capostipite dei Medici fiorentini, mentre Ludovico Antonio Muratori riporta come la casata avesse origini completamente diverse e che a suo tempo venne inscritta nella matricola d'Ottone Visconti. Quel che è certo è che verso la fine del XIII secolo la famiglia dei Medici di Marignano si divise in cinque diramazioni: Medici di Porta Ticinese, Medici di Casorezzo, Medici di Nosigia, Medici d'Albairate e Medici di Novate.

 

Il primo dei Medici di Nosigia di cui si abbia notizia certa è Paolo (detto "Parolo") che fu decurione a Milano nel 1335 e nuovamente nel 1340, zio di Jacopino, che fu a sua volta membro del Consiglio Generale della città nel 1390 e che si schierò coi guelfi in città, divenendo prefetto della fabbrica del Duomo di Milano dal 1406 e sino al 1411. Un suo discendente, Bernardino (m. 1519), ottenne dal governo l'incarico di gabbelliere, ma perse ingenti somme di denaro e si salvò grazie al matrimonio con Cecilia Serbelloni, unione da cui nacquero Giambattista (1500-1545) e Gabriele che furono entrambi uomini d'arme, Margherita (1510-1547), moglie del conte Giberto Borromeo e madre di San Carlo, Clara (1507-?) che sposò Wolfgang Teodoric von Hohenems (Altemps), Giovanni Angelo che divenne papa col nome di Pio IV, Agosto (1501-1570) e Gian Giacomo (1498-1555), detto il Medeghino, celebre condottiero della sua epoca e primo marchese di Melegnano con diploma del 1 marzo 1532.

 

Fu all'intraprendenza di quest'ultimo che si deve buona parte della fortuna e della fama della famiglia che, per coronare il nuovo status sociale raggiunto, fece erigere a Milano uno splendido palazzo in Via Brera su progetto di Vincenzo Seregni, che venne continuato poi da Giovanni Angelo dopo la morte di Gian Giacomo

 

La famiglia dei Medici milanesi, di modeste condizioni economiche ma nobile sin dai tempi di Ottone Visconti - si veda Matricula nobilium familiarum Mediolani -, non aveva vincoli di parentela con i più cospicui Medici di Firenze; e tuttavia quando Gian Giacomo (1498-1555), detto il Medeghino,verrà insignito del titolo di marchese e diverrà un noto condottiero, i de' Medici di Firenze cominceranno a chiamarlo parente per ovvi motivi di prestigio.

 

 

I Medici milanesi adottavano per prestigio e senza contestazione , non so da quando, lo stesso stemma del Medici fiorentini con la concessione dei gigli di Francia

 

 

 

Adesso il Carnesecchi puo' sperare nella benevolenza del nuovo Papa e nella revisione della condanna a morte

Gian Angelo Medici e' fortemente legato a Cosimo I e quindi disposto a favorirlo nelle sue richieste

Gli amici e corrispondenti romani del pronotario gli suggerivano di attendere l'elezione del nuovo podesta' prima di recarsi a Roma ma non avevano dubbi sul fatto che il suo caso avrebbe avuto il desiserato successo

il 2 settembre 1559 Pietro e' a Firenze

Nel gennaio 1560 e' a Roma con la condanna a morte ancora pendente

Con l'elezione di Gian Angelo Medichini e la liberazione del Morone ora in auge , il costante aiuto di Cosimo I e di Caterina de Medici si attende un rapido disbrigo della sua vicenda

13 marzo 1560 assoluzione del cardinal Giovanni Morone

anno 1560 muore Alvise Priuli

 

Bisogna rilevare il ruolo del Morone come principale nel consilio di tutti gli affari piu' importanti del nuovo Papa..............................Il Morone avra' pero' un atteggiamento verso le cose del Carnesecchi estremamente pavido e tremebondo non all'altezza del momento storico , e sara' sempre guidato dalla paura di compromettersi suscitando nell'animo di Pietro un sentimento di delusione verso la fragilita' dell'uomo ( LXXXII : pozzo di San Patrizio ma non tanto profondo che non se ne puo' vedere il fondo, Persistente freddezza del Morone , LXV LXVI ,LXXXVI )

 

Paolo IV Carafa era stato quello che fortemente aveva voluto il Tribunale della fede e l'aveva ottenuto sotto Paolo III

Alla sua morte l'Inquisizione era passata sotto la guida del suo seguace Cardinal Alessandrino ( cardinale Michele Ghislieri ) , intransigente ma astuto , abile e tenace, ed era ora divenuta un centro di potere in grado di contrapporsi allo stesso Papa

Con l'elezione di Gian Angelo Medici e la liberazione del Morone ora in auge , il costante aiuto di Cosimo I e di Caterina de Medici poteva ben sperare in una prontissima risoluzione del suo caso

Ma i primi segnali non furono affatto favorevoli: l'8 marzo la congregazione del Santo Uffizio gli assegnava per carcereuna cella nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva il luogo tradizionalmente deputato alle abiure e solo l'8 maggio otteneva di essere trasferito nelle piu' dignitose e comode stanze del monastero di San Marcello

 

Il 13 maggio 1560 inizia formalmente il suo processo

 

la documentazione inquisitoriale raccolta negli anni precedenti a carico del Carnesecchi era andata completamente perduta ed il Santo Uffizio intendeva ricominciare da capo il giudizio ricostituendo la documentazione mancante

Gia' il 14 maggio le domande degli inquisitori cominciano ad investire il lontano processo del 1546, concluso con l'assoluzione extragiudiziale di Paolo III e le accuse che lo avevano avviato a partire dalle frequentazioni sospette e dalle letture eterodosse di cui egli si era reso responsabile a Venezia

Il 24 maggio Pietro presenta in Tribunale una supplica in cui chiedeva di essere liberato dalle condanne in cui era incorso sotto Paolo IV con una semplice abiura "in foro conscientiae " , vale a dire con una sorta di confessione privata in cui avrebbe dichiarato di dissociarsi da ogni eresiada lui eventualmente ( e involontariamente ) professata in passato

Egli pensava che il processo dovesse incanalarsi soprattuto a formalizzare una scontata assoluzione per la lunga contumacia veneziana e forzare i giudici ad adeguarsi alle richieste del Papa

 

Ma fin dall'inizio del processo fu chiaro che nonostante l'esplicita' volonta' del Papa di mandare assolto il Carnesecchi rapidamente , gli inquisitori invece non erano affatto intenzionati a trasformare gli interrogatori in un rito formale ed in una farsa ma intendevano invece approfittare sino in fondo dell'opportunita' di scavare nel passato , per accumulare nei loro archivi , documenti , carte e prove.

Si voleva sfruttare l' opportunita' di ricostruire attraverso il Carnesecchi di una intera stagione eterodossa in cui questi era stato fortemente coinvolto e strada facendo vedere se le prove avessero permesso di ostacolare la volonta' papale

Nel giugno il Santo Uffizio

...........non si limitava a richiamare con durezza la lunga e pervicace contumacia del Carnesecchi , ma asseriva di voler dimostrare che era stato.....

 

" RICOSTRUIRE UN ARCHIVIO E CON ESSO LE BASI E GLI STRUMENTI DELLA PROPRIA DURATA, DEL PROPRIO POTERE , DELLA PROPRIA FUNZIONE STORICA

 

A settembre il Carnesecchi auspicava l'intervento del Morone ( che si sottraeva ) ed intanto si spargeva la voce che il Papa intendesse nominare il Seripando a cardinale ed intendesse farlo soprintendere al gidizio del Carnesecchi ed opporre un teologo di chiara fama al Ghislieri che la faceva da padrone nel Santo uffizio

Girolamo Seripando ex generale agostiniano

 

Segni di benevolenza verso il Carnesecchi dal Cardinale Madruzzo e dal Seripando

Intanto il 29 ottobre 1560 il cardinale Madruzzo veniva inserito nel collegio inquisitoriale

6 novembre 1560 Cosimo I visita Roma e raccomanda al Papa una sollecita conclusione del processo al Carnesecchi

Nonostante tutte queste attivita' le resistenze del Santo Uffizio rimanevano fortissime

 

 

 

Le prime imputazioni erano riassumibili nella dottrina valdesiana della giustificazione per sola fede : nella negazione del valore meritorio delle opere e nella certezza della salvezza per chiunque sentisse in se tale giustificazione

Le seconde nella dottrina zwigliana sui sacramenti (ERESIA SACRAMENTARIA), sull'esistenza del Purgatorio ,sull'invocazione dei Santi, sulla frequentazione e complicita' verso eretici notori , sulla lettura di libri proibiti

 

.................Nell'intento di piegare questi tenaci orientamenti ispirati a rigorosa intransigenza il Pontefice decide di inserire nella congregazione del Santo Uffizio una figura autorevole come Girolamo Seriprando

 

E' probabile che il Carnesecchi esponesse le proprie ragioni difensive tra il novembre 1560 ed il gennaio 1561

 

( Successivamente le imputazioni furono ridotte , non mi e' chiaro il modo , all'aver seguito la sola dottrina valdesiana )

 

 

 

 

9 dicembre colloquio privato tra il cardinal Madruzzo e il Carnesecchi dai toni amichevoli : il Pontefice intende seguire la procedura seguita da Paolo III e mettere a tacere le accuse del Santo Uffizio con una assoluzione extragiudiziale ove le cose andassero ancora per e lunghe

Il cardinale Girolamo Seripando inizia a partecipare alle riunioni del Supremo Tribunale della Fede il 7 gennaio 1561 per imporre la volonta' papale

Probabilmente l'effetto della sua presenza sembra farsi subito notare con l'attenuazione delle accuse :

che ora si riducono a quanto riconducibile alla dottrina valdesiana della giustificazione per sola fede

 

Intanto il conflitto ideale e politico tra Pio IV Medici e gli stretti collaboratori del papa precedente si acuiva con i processi criminali ai nipoti di Carafa

Tengono il Papa occupato

il concilio

la sentenza di morte del 3 marzo e l'esecuzione del 5 di Carlo e Giovanni Carafa

la volonta' del Papa di essere presente all'assoluzione del Carnesecchi ( sarebbe a quest'ora espedita se non fusse che Sua Santita' ha detto di voler essere presente all'espeditione )

 

Il 20 maggio 1561 viene letta in congregazione una lettera del Seripando al cardinal Madruzzo

Il Seripando vuole infatti che tale lettera sia resa ufficiale ed allegata agli atti del processo . In essa esprime il suo parere sulla causa Carnesecchi

E' un atto per spazzare qualunque resistenza del Ghislieri e dei suoi seguaci

 

 

 

 

il 4 giugno 1561 Pio IV proclama solennemente che il Carnesecchi era stato sempre <<innocente e catholico >>

Il seguito si dira' che il processo in realta' non termino' in maniera ufficiale ma fu sospeso

 

XCVII ........Ma il felice esito della vicenda non poteva nascondere il fatto che era trascorso quasi un anno e mezzo dalla sua venuta a Roma all'indomani dell'elezione di Pio IVe che solo la designazione papale di nuovi inquisitori e l'affidamento al Seripando della guida del processo avevano potuto piegare le resistenze degli intransigenti , che al termine dell'inchiesta processuale avevano concluso in termini rigorosamente colpevolisti, al punto di ritenere accertata --tra le eresie professate dal protonotario fiorentino ---non solo la dottrina valdesiana della giustificazione per sola fede , ma anche quella zwingliana del sacramento eucaristico. Quella del Carnesecchi , insomma cosi come quella del Morone fu un assoluzione politica: il Cardinale Alessandrino , che le sottoscrisse entrambe , lo sapeva benissimo.E di li a pochi anni , quando sarebbe diventato Papa Pio V , avrebbe mostrato di ricordarsene altrettanto bene..

 

 

Dopo questo processo l'avventura ereticale di Pietro credo che termini qui

Rimane a Roma per sistemare i suoi affari

 

NAPOLI

 

E' alloggiato dalla Gonzaga nell'autunno del 1561

anno 1561 il Gelido e il Brancuti fuggono da Venezia e si rifugiano a Ginevra

Pietro e' un uomo stanco logorato da quattro anni di palpitazioni e paure , mai era stato cosi vicino alla morte

Ora cessa quasi del tutto la sua azione

Sente solamente il bisogno di quiete

Cio nonostante si dedichera' ancora all'edizione delle opere del Pole

Una breve visita a Napoli a donna Giulia , ma invece di fermarsi come sembrava desiderare , torna nuovamente a Roma

Prima di partire da Napoli incontra ancora Giovan Francesco Alois incontro in cui si discute della fuga del Gelido e della situazione religiosa in Francia

Probabilmente ha perso molta della sua lucidita'

 

nell'autunno del 1561 Pietro e' finalmente di nuovo a Napoli . Fu alloggiato presso Giulia che aveva momentaneamente abbandonato il convento di san Francesco

Rimane a Napoli presso Giulia fino alla fine dell'estate 1562

Un tempo breve e sara' l'ultima volta che i due staranno insieme

Molto probabilmente ambedue fortemente delusi e provati per come le cose si stavano mettendo

anno 1562 settembre abbandona Napoli e va a Roma

 

 

L'Insigne sacro e militare ordine di Santo Stefano papa e martire è un ordine religioso cavalleresco di fondazione pontificia (Bolla His quae del 1º febbraio 1562 di Pio IV), con doppia personalità giuridica, cioè canonica (attualmente Associazione pubblica di fedeli di fondazione pontificia) e civile.

Dopo vari tentativi di Cosimo de' Medici duca di Firenze e di Siena, fu solo con l'ascesa al soglio papale di papa Pio IV, favorevole alla casa dei Medici, che poté essere fondato l'Ordine di Santo Stefano papa e martire, consacrato sotto la regola benedettina, in memoria della vittoria riportata sui francesi del maresciallo Strozzi del 2 agosto 1554 contro Siena, festa di santo Stefano papa e martire, per altri dal giorno della vittoria di Cosimo nella battaglia di Montemurlo (1º agosto 1537). Fu lo stesso papa Pio IV che con la solenne bolla His quae del 1º febbraio 1562 ne decretò la costituzione ("perpetuo erigimus ac instituimus") e ne approvò lo Statuto ("statuimus ac ordinamus"), dando il gran magistero ("ufficio ecclesiastico") "in affidamento" ("perpetuo constituimus et deputamus") a Cosimo de' Medici duca di Firenze e poi Granduca di Toscana e ai suoi successori, cosicché l'Ordine fu definito una quasi religio. Il primo gran maestro fu quindi Cosimo e poi i suoi successori, i granduchi di Toscana prima di casa Medici e poi di casa Asburgo-Lorena (il passaggio del Gran Magistero ai Lorena fu confermato da papa Benedetto XIV con il breve "Praeclara Militiae" dell'8 giugno 1748).

 

ROMA

 

Un anno a Roma fino al novembre del 1563

anno 1563 a Roma tenta di pubblicare le opere del Pole

Ottiene un nuovo benefizio : Abbazia di Canalnuovo nel Polesine

 

FIRENZE

 

 

VENEZIA

anno 1564 e' a Venezia

 

 

La congiura Accolti fu un presunto complotto contro la vita di papa Pio IV organizzato, nel dicembre 1564, da Benedetto Accolti, figlio illegittimo dell’omonimo cardinale che era stato accusato di tradimento da Paolo III.

Accolti, un carismatico e fervente religioso, sembra essere stato profondamente contrario alle proposte di Pio IV: permettere una piena comunione ai laici e concedere al clero il diritto al matrimonio (linea politica richiesta dall’imperatore nella speranza di una riconciliazione fra il Protestantesimo germanico e la Chiesa Cattolica).

Durante il suo processo, si è sostenuto che Accolti avesse persuaso gli altri cospiratori – suo nipote Pietro Accolti, il conte Antonio di Canossa, Taddeo Manfredi, Giangiacomo Pellicione e Prospero de ‘Pittori – sulla veridicità di una sua rivelazione : a Pio IV sarebbe succeduto un papa migliore e più ortodosso e per tale ragione tutti loro avrebbero dovuto aiutarlo ad eliminare il pontefice.

Il piano di Accolti era di presentarsi a Pio IV con una petizione per chiedere la sua abdicazione; nel caso in cui il pontefice si fosse rifiutato di abdicare, lo avrebbero assassinato con un pugnale avvelenato. In questo gesto, che Accolti credeva esser stato ispirato da Dio, egli avrebbe dovuto essere assistito dal conte Canossa, da Manfredi e da Pellicione. Gli altri due congiurati avrebbero invece atteso la notizia in piazza San Pietro.

Al momento di agire, nonostante gli fosse concessa un'udienza papale, Accolti fu sopraffatto dalla paura dimostrandosi incapace di portare a termine il suo piano. I cospiratori ben presto iniziarono a litigare fra di loro, così Pelliccione, temendo che qualcuno dei suoi compagni avrebbe potuto rivelare il complotto, decise di salvarsi per primo tradendoli con le autorità.

 

 

I VELENI SONO SEMPRE PIU' ESIZIALI

 

 

Il conclave del 1565 merita come detto l'attenzione degli storici : con quali mezzi ( reali ) Michele Ghislieri ottenne l'elezione ? teoria complottista ? puo' anche essere , ma il potere degli irriducibili dell'Inquisizione aveva saputo piegarsi e nascondersi sotto Pio IV e ora risorgeva

anno 1565 muore Pio IV sale al pontificato Pio V Ghisleri

anno 1565 Venezia non e' piu' luogo sicuro e Carnesecchi si rifugia a Firenze sotto la protezione di Cosimo I

 

 

 

Michele Ghislieri non si era mai dimenticato del Carnesecchi e delle prove raccolte contro di lui nel processo sotto Pio IV, terminato con un assoluzione strappata contro la sua volonta'

E non si era dimenticato del Cardinal Morone e del Cardinal Reginald Pole

E non si era dimenticato delle umiliazioni che aveva dovuto subire ai tempi del precedente papa Pio IV

Ora che era riuscito a trionfare in conclave si apprestava a sistemare le cose

 

 

Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri (Bosco Marengo, 17 gennaio 1504 – Roma, 1º maggio 1572),

Elezione 7 gennaio 1566

Incoronazione 17 gennaio 1566

 

Dal punto di vista di quel vecchio Papa probabilmente arteriosclerotico che fu Pio V , che i cattolici hanno fatto santo credendo che avesse salvato la Chiesa cattolica ma che probabilmente fu invece l'artefice dell'inizio della decadenza, Pietro Carnesecchi doveva morire o essere umiliato a morte

 

PIO V GHISLERI PER I CATTOLICI UN SANTO

Quasi che fosse inverno,

brucia cristiani Pio siccome legna

per avvezzarsi al fuoco dell'inferno

 

 

 

Tre mesi dopo l'elezione dell'inquisitore Ghislieri muore a Napoli il 16 aprile 1566 Giulia Gonzaga ( probabilmente di tumore al seno ) , le sue carte vengono immediatamente sequestrate ed il 15 di giugno Papa muove per la cattura del Carnesecchi

La morte di Giulia Gonzaga fa cadere una certa quantita' di lettere di Pietro Carnesecchi in mano all'Inquisizione ed il 22 giugno 1566 Carnesecchi viene arrestato

Gli inquisitori alla morte di Giulia misero le mani su :

duecentotrenta lettere di Piero conservate da Giulia Gonzaga all'insaputa di Pietro ; diciotto lettere di Giulia Gonzaga conservate dal Carnesecchi

Quindi solo una piccola parte della fittissima corrispondenza tra i due.

( Brown parla di uno scambio epistolare che toccava in taluni momenti fino a tre lettere settimanali e questo e' possibile visto quanto emerge in sede processuale )

le lettere coprono solo un periodo tardo della loro relazione : 65 coprono i quasi 10 anni dal novembre 1547 al dicembre 1558.

ottantacinque dal gennaio 59 al luglio 60

ottanta dall'agosto 1560 al 25 marzo 1566

Le lettere sono autografe e sono una specie di diario ad una voce della vita dei due

La voce di Giulia si puo' solo intuire dal tono della risposta del Carnesecchi

nessuna lettera tra il 35 ( o il 1527 ) ed il 47 sembra esser caduta in mano all'inquisizione

la mancanza di queste lettere rende molto nebuloso il periodo fino al 1559

 

Le lettere sono cifrate ed inoltre tra il 1558 e il 1561 Pietro preferi spesso firmarsi con lo pseudomino di Gabriele Pellegrino e molto spesso sono in terza persona

le lettere sono fortemente compromettenti rispetto alle idee religiose di Pietro e di Giulia ; lasciando l'ex pronotario esposto ad una difesa impossibile

difesa impossibile anche perche' Pietro non sapeva quali e quante lettere erano in mano all'inquisizione venendo le stesse contestate di volta in volta e quindi esponendolo a dichiarazioni difensive subito contraddette

L'elenco di queste lettere e' riportato nei processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi di Massimo Firpo e di Dario Marcatto nel volume ii tomo i pag CLI CLII

Quindi le lettere, salvo qualcuna , esistono ancora e non credo siano mai state date alle stampe nella loro interezza : probabilmente sono editi solo i brani riportati negli atti del processo

 

 

 

 

Si dice anche che si volesse estorcere al Carnesecchi delle prove contro il deceduto Cardinal Pole e contro il Cardinal Morone ma la coincidenza della morte della Gonzaga fa pensare che siano i documenti sequestrati a donna Giulia la goccia che ha fatto traboccare il vaso

Cioe' la morte di donna Giulia mise in mano al Pontefice e all'inquisizione quei documenti necessari a vincere la protezione di Caterina regina di Francia e di Cosimo Duca di Firenze e di Siena

Poi si colsero due piccioni con una fava sola lusingandolo di poter salvare la vita cionvolgendo principalmente il cardinal Morone e il defunto cardinal Pole

Comunque la sua morte o la sua umiliazione doveva essere un esempio. La Chiesa non poteva non mostrare di non saper piegare i ribelli o comunque mostrare di non sapersi vendicare di loro

 

 

 

C'ERA da VINCERE LA RESISTENZA DI COSIMO I E DI CATERINA DI FRANCIA

 

 

Ecco come il Cardinale Pacecco li diciannove di Giugno prevenne il Duca di questo affare:Dalla lettera ,che N.S. scrive a Vostra Eccellenza , e dalla persona , che spedisce, potra' Ella ben giudicare di quanta premura sia il negozio , che il Padre Maestro Le dirà , nel quale Le posso assicurare che ho visto con i miei occhi cose nuovamente scoperte, che non solo non si possono dissimulare , ma sarebbe gran peccato davanti a Dio se sua Santita' non ne venisse a capo , e di Vostra Eccellenza come Principe Temporale se non desse al Papa tutto il favore , di cui ha bisogno per fare il suo uffizio come Vicario di Gesu' Cristo . Sua Santita' mi ha parlato di questo affare con gran premura e ansieta', e io l'ho assicurata di due cose , l'una che in tutta la Cristianita' non vi e' principe piu' zelante della gloria di Dio , e delle cose della Inquisizione quanto Vostra Eccellenza,.......................

 

 

Le lettere scritte di pugno del Carnesecchi e conservate da Giulia Gonzaga rendono la posizione del Carnesecchi irrimediabile

anno 1566 Cosimo I consegna il Carnesecchi all'inquisizione

In molti si muovono in suo favore in particolare lo stesso Cosimo I ( che si era visto costretto a consegnarlo ) e Caterina di Francia

anno 1566-1567 il processo durante il quale il Carnesecchi viene torturato

anno 1567 dopo un lunghissimo processo il 16 agosto 1567 la condanna a morte. La lettura della sentenza duro' oltre 2 ore

anno 1567 la condanna venne eseguita il 1 ottobre mediante decapitazione , quindi il corpo venne arso

 

 

 

Un opera molto importante per capire la ferea volonta' di Pio V nel volere avere nelle mani Pietro Carnesecchi e' l'opera di Giacomo Laderchi : Annales Ecclesistici del 1728 in cui e' riportata una lettera in latino diretta a Cosimo I con la richiesta di arresto e di estradizione per Pietro Carnesecchi rifugiato a Firenze . Lettera oggi dispersa e che in quel momento era conservata nell'archivio mediceo di Firenze . Lettera in cui il Pontefice con tono obbligante imponeva a Cosimo I la consegna del Carnesecchi

Il Laderchi non aveva certo simpatia esprimeva nei confronti del Carnesecchi il concetto cattolico dell'infame traditore

Nella sua opera riporta gli articoli di condanna del Sant'uffizio

 

 

 

La stessa lettera veniva riproposta dallo Schelhorn nel 1738 che ripubblicava anche l'elogio scritto dal Camerario e le lettere dubbie del presunto scambio epistolare sulla eucarestia tra il Flaminio e il Carnesecchi utilizzate dal tipografo Gerlach del 1571

 

Infine e' pubblicata nel 1781 da Riguccio Galluzzi tradotta in Italiano in Istoria del Granducato di Toscana sotto il governa della casa Medici vol II Firenze per Gaetano Cambiagi 1781

 

l'opera che dette celebrità al Galluzzi,(Volterra, 1739-Firenze, 1801) e' l'Istoria del Granducato di Toscana sotto il governo della casa Medici (I-V, Firenze 1781),edizione del Cambiagi,

Il Galluzzi aveva una grande conoscenza dei documenti , infatti il 31 ott. 1769 aveva avuto l'incarico di riordinare, insieme con Carlo Bonsi e Ferdinando Fossi, l'archivio della Segreteria vecchia, ossia l'archivio dei granduchi medicei, consistente di oltre 6000 filze.

Questo lavoro di riordino lo porto a quella notevole conoscenza delle carte . ( E per quello che interessa per Pietro Carnesecchi del gran lavorio di Pio V per ottenerne la consegna da Cosimo I )

............TRECCANI .........Da questo imponente lavoro di studio durato otto anni scaturirono i 21 tomi di "spogli" manoscritti intitolati Indice generale della Segreteria vecchia che, a tutt'oggi, costituiscono uno strumento utilissimo e preliminare a ogni indagine sulle carte del periodo mediceo................................

............Questo lavoro archivistico fu alla base dell'opera che dette celebrità al Galluzzi, l'Istoria del Granducato di Toscana sotto il governo della casa Medici (I-V, Firenze 1781), che il granduca Pietro Leopoldo gli commissionò nel 1775.

L'opera ebbe fin dal suo apparire larga fortuna, tanto da vedere altre tre edizioni nello stesso anno (due a Firenze presso Cambiagi e Del Vivo e una a Livorno presso Masi e C.). Fu tradotta in francese e ne venne fatto un compendio in tedesco. Successivamente fu edita nel 1822 (Firenze), nel 1830 (ibid.), e nel 1841 (Capolago) con una Premessa sulla vita e l'opera del Galluzzi.

OPERA ANTICLERICALE

.TRECCANI La polemica anticuriale, vero centro propulsore dell'opera, dovuta anche alle posizioni filogianseniste del Galluzzi, si legava direttamente alla politica giurisdizionalista di Pietro Leopoldo in campo ecclesiastico. Storia ufficiale dunque, volta principalmente a una legittimazione dinastica degli Asburgo Lorena e dedicata al granduca che "con la libertà, la giustizia e l'umanità" governava il Paese. Da questo punto di vista l'Istoria sottintende ed esalta la continuità Medici-Lorena, e suona conferma dei diritti dei Lorena alla successione in Toscana, dopo le incertezze che avevano accompagnato l'estinzione dell'ultimo Medici. La Istoria si configura, quindi, come uno strumento pubblico propagandistico, rivolto all'orientamento dell'opinione tanto interna quanto internazionale. In questo senso essa risulta analoga ad altre iniziative politico-culturali dei Lorena ed è affiancabile alla fondazione del mito galileiano e alla rivalutazione del mecenatismo mediceo.

 

TENTATIVI ROMANI DI IMPEDIRNE LA STAMPA

TRECCANI L'opera al suo apparire fece scalpore. Dalla corrispondenza tra Horace Mann e il ministro degli Esteri britannico Walpole sappiamo che già prima che l'Istoria venisse terminata circolavano "rumori" da parte di Roma, al punto che vi sarebbero stati tentativi di impedirne la stampa, arrivando per giunta a intimidire il Galluzzi. Ma alle spalle dell'impresa era direttamente il granduca di Toscana coadiuvato dal fratello, l'imperatore Giuseppe II: entrambi avrebbero usato strumentalmente la narrazione storica delle vicende di casa Medici per la battaglia politica di rafforzamento dell'autorità sovrana contro l'autorità ecclesiastica.

 

 

 

 

dalla"Storia del Granducato di Toscana sotto il governo della casa Medici" di Riguccio Galluzzi editore Marchini Leonardo 1822

 

Fosse in Borromeo debolezza di lasciarsi guadagnare dal Farnese , ovvero perfetta cognizione del Soggetto nominatoli dal medesimo e' certo che egli s'impegno' a proporre il Cardinale Alessandrino , il quale a pieni voti li sette gennaio resto' assunto al Pontificato. .......... facendosi denominare Pio V; ...................Niuno certamente si rallegro' di tale elezione temendo di veder risorgere in esso il genio feroce di Paolo IV , di cui si era dimostrato sempre sincero ammiratore......................

Estremamente zelante della purità della Fede introdusse un nuovo metodo nel Tribunale della Inquisizione, e sì prefisse di purgar l'Italia da tutti quei soggetti , che fossero infetti delle nuove opinioni; ne richiese perciò a varj principi per averli nelle sue forze, il che sparse per l'Italia il térrore, quale tanto più si accrebbe quando si rese noto l'impegno con cui richiese a Cosimo il Carnesecchi.

Pietro Carnesecchi Fiorentino era di una famiglia assai riguardèvole, e di quelle che seguitarono la fortuna dei Medici: servì Clemente VII in qualita' di Segretario e ciò gli meritò la protezione della Regina Caterina , la benevolenza di Cosimo, e l'acquisto di un competente Patrimonio Ecclesiastico ; dopo la morte di Papa Clemente , nauseato della permanenza di Roma , scorse per le varie Citta' dell'Italia., occupandosi unicamente delle lettere , e della conversazione dei dotti ; era egli versatissimo nelle lettere Greche e Latine , eloquente parlatore , e poeta. Passò in Francia , dove, mediante il favore, di quella Regina, e del suo proprio merito fu tenuto in sommo onore, e stimato da quella Nazione.

Siccome nei suoi viaggi avea contratto' amicizia con alcuni settarj, e singolarmente con Pietro Martire, e con Bernardino Ochino, s' imbevve percio' facilmente delle loro opinioni: ciò diede occasione alla Inquisizione di Roma di processarlo mentre era in Francia , ma il favore di quella Regina pote' liberarlo da ogni molestia. Nel 1552 ritornò in Italia , e stabili la sua dimora in Venezia, dove nel 1557 giunsero novamente a turbarlo le citazioni di Roma , e: in conseguenza il terrore dell'inesorabile Paolo IV. In tale occasione la protezione del Duca fu efficace a salvarlo dalle mani dell'Inquisitore Fra Míchele per mezzo di commendatizie, proroghe, e attéstazioni d'infermità, tanto che lo trattenne dal comparire , finché ebbe' vita quel Papa. Successe poi Pio IV. , e allora non fù dìfficile a Cosimo di renderlo immune da qualunque molestia , che anzi volle si portasse egli medesimo a Roma a difendere la propria causa : nel 1561 ne riporto' una sentenza assolutoria, che lo dichiarava purgato da ogni macchia d' imputazione, e riconosciuto per vero Cattolico, e obbediente alla Chiesa Romana. Dopo tanti travagli prevalse nondimeno nel Carnesecchi il fanatismo alla prudenza , poiche' non solo continuò con i settarj le antiche corrispondenze , ma apparve ancora complice , e fautore della evasione del Pero. Era questi Pietro Gelido da Samminiato, denominato comunemente il Pero, Ecclesiastico di molta dottrina, esercitato anch' esso in sua gioventù neila Corte di Clemente VII. Avea servito il Duca con carattere di Segretario alla Corte di Francía , e poi trattenutosi alla Corte di Ferrara si era meritato la benevolenza della Duchessa Renata , per opera della quale s'imbevve delle nuove opinioni di Calvino, che essa professava palesemente. Dipoi il Duca Cosimo lo dichiaro' suo Segretario Residente presso la Repubblica di Venezia, e dal 1552 al 1561 servì in questo incarico con molta lode, e sodisfazione del suo Principe. Ma infine la familiarità, e domestica conversazione del Carnesecchi avendo posto in agitazione il suo spirito, mosso dal fanatismo si risolvè di abbandonare l'Italia . e portarsi in Francia presso la Duchessa Renata per professare liberamente la nuova Setta con la di lei protezione . I Fiorentini della Regina avendolo diffamato per uno spione di Cosimo lo posero in necessita' di ritirarsi in Ginevra ,dove incorporatosi con quella Chiesa , e ridottosi a mendicare il cibo ,scriveva a Cosimo lettere oratorie , perche' inducesse il Papa a convocare un Concilio nel centro della Germania , e v'intervenisse personalmente. Fu comune opinione che il Carnesecchi , oltre ad aver fomentato il Pero a questa risoluzione , lo ajutasse ancora con le rimesse di danaro. Nondimeno egli si stava in Firenze godendo il favore del Duca , e conversando con esso domesticamente , essendo quel Principe singolarmente inclinato alla compagnia degli uomini di lettere . Questa tranquillita' del Carnesecchi doveva pero' essere turbata sotto un Papa Inquisitore , a cui erano ben noti i suoi andamenti , le corrispondenze , e le antecedenti imputazioni.

Considerando Pio V , che siccome costui era il piu' autorevole e illustre corrispondente dei Settarj in Italia. il toglierlo di mezzo era percio' della massima importanza per estirpare da questa Provincia il seminio delle nuove opinioni. Sapeva la protezione , che avea Cosimo per il medesimo , e trattò in Congregazione del modo di obbligarlo con gli ufficj per non avere una negativa. Ecco come il Cardinale Pacecco li diciannove di Giugno prevenne il Duca di questo affare:Dalla lettera ,che N.S. scrive a Vostra Eccellenza , e dalla persona , che spedisce, potra' Ella ben giudicare di quanta premura sia il negozio , che il Padre Maestro Le dirà , nel quale Le posso assicurare che ho visto con i miei occhi cose nuovamente scoperte, che non solo non si possono dissimulare , ma sarebbe gran peccato davanti a Dio se sua Santita' non ne venisse a capo , e di Vostra Eccellenza come Principe Temporale se non desse al Papa tutto il favore , di cui ha bisogno per fare il suo uffizio come Vicario di Gesu' Cristo . Sua Santita' mi ha parlato di questo affare con gran premura e ansieta', e io l'ho assicurata di due cose , l'una che in tutta la Cristianita' non vi e' principe piu' zelante della gloria di Dio , e delle cose della Inquisizione quanto Vostra Eccellenza, e Sua Santita'conosce molto bene questa parte in Lei , e la predica. L'altra che per suo particolar contento e consolazione non vi sarebbe cosa per grave che fosse , che Ella non facesse , e mi ha detto che non poteva venir negozio in cui Vostra Eccellenza gli potesse mostrare il suo animo come questo ;e per dichiararglielo in una parola diro' che mi commesse nella Congregazione due volte che io venissi in persona a far l'uffizio, che viene a fare il P.Maestro, e se gli illustrissimi miei Colleghi non avessero disapprovato questa risoluzione non mi scaricava di tal peso ,dicendo queste parole : << Se bisognasse per la buona spedizione di questo affare che andassi io in persona lo farei volontieri , perche' questo e' il mio uffizio. >>

Non si meravigli Vostra Eccellenza che per un uomo solo si faccia questa istanza , perche' sarebbe possibile ricavare altre cose che importassero moltissimo , e forse qualcuna che fosse di suo servizio. La supplico intanto che , considerando questo negozio con la sua solita Cristianita' e prudenza , si risolva in quello come suole nelli altri maggiori , tenendo Dio davanti agli occhi , e tenendo ancora per certo che da questo caso dipendera' gran parte della buona corrispondenza , che Vostra Eccellenza deve tenere col Papa in questo Pontificato ecc.

Fu percio' spedito a Firenze il Maestro del Sacro Palazzo , accompagnato da una lettera di proprio pugno di Sua Santita' in data del 30 Giugno del seguente tenore : Dilecte fili ecc..Per causa molto importante al servizio di Sua Divina Maesta', e della Religione Cattolica mandiamo il portatore della presente Maestro del nostro Sacro Palazzo , e e quando non fossero stati i caldi eccessivi avressimo mandato il Cardinale Pacecco per la stessa causa , tanto l'abbiamo a cuore per l'importanza suddetta , nella quale dara' ad esso Maestro quella credenza , che daria a nostra medesima persona. Cosi Sua Divina Maesta' benedicavi ecc..Cosi vigorose premure del Papa posero il Duca Cosimo in un grave cimento, ma prevalendo in esso il desiderio di guadagnarsi la sua benevolenza , e dimostrare il zelo per la Religione , delibero' di concederlo , lusingandosi che in progresso i buoni ufficj , e forse la giustizia della causa avrebbero potuto renderli la liberta'. Condotto a Roma li quattro di Luglio fu rinchuso nelle carceri della Inquisizione . Dopo nove mesi di silenzio il Duca spedi espressamente al Papa per implorare la di lui clemenza , e impiego'a questo effetto l'autorita', e il favore dei Cardinali ; tento' di scusarlo , attribuendo i suoi errori a leggerezza piuttosto che a matura riflessione ; ma tutto fu inutile perche' il Carnesecchi si aggravava da per se stesso nei costituti .Li ventuno di Settembre 1567 fu letta pubblicamente la sua sentenza e dichiarato convinto di trentaquattro opinioni condannate ; fu privato di tutti gli onori , dignita', e benefizj , e consegnato al braccio secolare; gli fu posto indosso il Sambenito , dipinto a fiamme ,e diavoli , fu degradato. Si tento' a nome del Duca di muovere il Papa a compassione per risparmiarli l'ultimo supplizio ; e siccome era impenitente , Sua Santita' sospese l'esecuzione per dieci giorni , promettendo la grazia qualora si convertisse . Un Cappuccino da Pistoja fu incaricato di esortarlo , e ridurlo con la speranza della vita , ma egli godeva di disputare , e non di pentirsi , e sprezzava la morte . Riconosciute inutili le prove di Fra Pistoja li 3 Ottobre 1567 fu decapitato in Ponte , e abbruciato. Sostenne fino alli ultimi momenti il suo fanatismo , e volle intervenire alla esecuzione come in pompa, affettando di avere biancheria , e guanti nuovi , ed eleganti , giacche' il Sambenito infiammato non gli permetteva l'uso di altre vesti.

La compiacenza di Cosimo accrebbe certamente nel Pontefice la stima , e l'amicizia verso di esso;

 

 

 

La stessa lettera venne pubblicata anche in Gibbings Report of the trial martyrodom of Pietro Carnesecchi

 

 

Carnesecchi si era allontanato da Venezia e Padova dove per tanto tempo aveva soggiornato ma che ora diventavano luoghi meno sicuri per una nuova politica della Serenissima verso la Santa Sede e si era rifugiato nella sua Patria sotto la protezione del suo Duca

I venti anni di procedimenti inquisitoriali sono venti anni che parlano in un solo modo l'aiuto quasi filiale di Cosimo I , tutte le volte che era richiesto , nei confronti di Pietro

Un rapporto particolare tra i due che teneva conto dell'affetto avuto per Pietro da Clemente VII

Vediamo cosi Pietro consigliare Cosimo sul tipo di pressione da esercitare a suo favore sugli inquisitori

E vediamo sempre nel corso di ventanni Pietro riporre costantemente fiducia nell'aiuto in particolare di Cosimo I

Anche nel 66-67 dopo esser stato costretto a consegnare il Carnesecchi successivamente Cosimo I tentera' di aiutare continuamente il Carnesecchi come aveva fatto anche in passato

Quindi una protezione che Cosimo non aveva mai fatto mancare al suo suddito per i legami quasi parentali che li legavano nel nome della fedelta' a Clemente VII del Carnesecchi e dell'affetto quasi paterno di Clemente VII verso il Carnesecchi ( Quasi il medesimo rapporto che il Carnesecchi aveva con Caterina di Francia )

La sua consegna fu quindi visto come un bieco tradimento

In realta' fu un atto di real politik che faceva seguito a pressanti atti di protezione che si susseguivano con successo dalla prima convocazione del 1546

E quindi assai difficile avanzare accuse di tradimento per Cosimo I che venne semplicemente messo con le spalle al muro , in una situazione politica in cui lui aveva tanta carne al fuoco che rischiava di far bruciare con un passo falso

 

 

LA CATTURA

 

Quello che colpi molto in seguito furono anche le modalita' con cui avvenne la cattura

Soggiornando a Firenze sotto la protezione di Cosimo I dei Medici si riteneva completamente al sicuro dalle mene dell'inquisizione

Molti equipararono il modo della cattura ad un tradimento

(si giunse cosi a dire persino che il Carnesecchi al momento dell'arresto stesse cenando col Duca stesso)

 

Cosimo avrebbe potuto sicuramente avvertirlo pur non permettendogli di fuggire , in modo da dargli modo di sbarazzarsi di materiale compromettente

MASSIMO FIRPO E DARIO MARCATO :........Quali che fossero le argomentazioni del Manrique, esse valsero comunque a convincere subito il duca mediceo, che la sera stessa del suo arrivo - il 22 giugno - ordinò l'arresto del Camesecchi. Il bargello si presentò a casa sua con tre uomini che provvidero a effettuare una perquisizione, al termine della quale fu stilato un inventario dei 65 pezzi sequestrati e poi inviati a Roma, da cui il Sant'Ufficio avrebbe tratto nuovi elementi in grado di orientare gli interrogatori e di arricchire il poderoso arsenale probatorio già in suo possesso: scritti del Valdés e del Flaminio, lettere di quest'ultimo, del Priuli, della Gonzaga, minute del protonotario, scritti sull'eucaristia, documenti relativi all'ultimo processo del 1560-61 , il cui originale era peraltro custodito negli archivi inquisitoriali. Dopo le carte napoletane, il dossier a carico del Carnesecchi si arricchiva ora di quelle fiorentine,

 

 

 

Cosimo I ebbe tutta una serie di compensazioni per questa consegna

I vari storici si sono sbizzariti ad elencare le motivazioni che hanno consigliato a Cosimo di non mettersi di traverso alla volonta' papale

Cosimo come diceva Carnesecchi era caldissimo nelle cose sue e freddo nelle cose degli altri

Pio V ricompensera' Cosimo con tutta una serie di benefici per la consegna di Pietro

Il titolo di Granduca ( titolo che comparava la Toscana ad una Monarchia ) possiamo quindi considerarlo una parte del "risarcimento del danno" visto come la questione delle "precedenze" angustiasse Cosimo I da vari anni

 

Cosimo si adoperò molto per ricevere un titolo regale che lo affrancasse dalla condizione di semplice feudatario dell'imperatore e che gli desse quindi maggior indipendenza politica. Non trovando alcun appoggio da parte imperiale si rivolse al Papato. Già con Paolo IV aveva cercato di ottenere il titolo di re o arciduca, ma invano. Finalmente, Nel 1569, dopo aver stipulato un accordo col Papa secondo il quale avrebbe messo la sua flotta a servizio della Lega Santa che si stava venendo a formare per contrastare l'avanzata ottomana, Pio V emanò una bolla che lo creava granduca di Toscana. Nel gennaio dell'anno successivo fu incoronato dal papa stesso a Roma. In realtà tale diritto sarebbe spettato all'imperatore e per questo Spagna e Austria si rifiutarono di riconoscere il nuovo titolo minacciando di abbandonare la Lega, mentre Francia ed Inghilterra lo ritennero subito valido e col passare del tempo tutti gli stati europei finirono per riconoscerlo

 

 

>L'ASSEGNAZIONE DEL TITOLO GRANDUCALE A COSIMO I

 

 

La Corona granducale di Toscana per lui e per i suoi discendenti fu una ( la principale ) delle compensazioni per Cosimo I per la consegna e l'uccisione di Pietro Carnesecchi ( consegnato a tradimento all'inquisizione )

 

Infatti due anni dopo la morte del Carnesecchi il 24 agosto 1569 il papa Pio V investe Cosimo I del titolo di Granduca di Toscana

 

 

New York Times  Il titolo di Granduca di Toscana e il sangue di Pietro Carnesecchi

 

 

 

OPINIONE DIVERSA DEGLI STORICI MASSIMO FIRPO E DARIO MARCATO

basandosi sull'ampio intervallo di tempo che intercorre tra la consegna del Pronotario e la concessione del beneficio

 

Massimo Firpo e Dario Marcato ne "I processi inquisitoriali ......" scrivono :

 Piuttosto, è lecito ipotizzare che altri furono forse gli strumenti di pressione messi in campo dal pontefice: vale a dire da un lato la minaccia di scatenare anche a Firenze una poderosa offensiva inquisitoriale, come già stava avvenendo in molte città italiane, e dall'altro l'impegno a non utilizzare ai danni dell'establísbment cittadino la nuova documentazione caduta nelle mani del Sant'Ufficio e, a maggior ragione, gli eventuali elementi d'accusa scaturiti dagli interrogatori del protonotario in relazione a uomini e ambienti vicini alla corte medicea. Il che era agevole supporre da parte di chiunque - a cominciare dal duca stesso - fosse stato a conoscenza delle deviazioni e complicità eterodosse di cui si erano resi responsabili negli anni quaranta e oltre alcuni dei patrizi e degli intellettuali più vicini alla corte medicea, da Bartolomeo Panciatichi ad Alessandro Del Caccia, da Giovan Battista Ricasoli a Pietro Gelido, da Pierfrancesco Riccio a Benedetto Varchi, da Cosimo Bartoli a Giambattista Gelli, da Ludovico Domenichi allo stesso Carnesecchi ". t bene non dimenticare, insomma, che mentre quest'ultimo sarebbe stato processato, condannato e giustiziato a Roma a causa delle dottrine valdesiane da lui professate e diffuse per un quarto di secolo, i sacri riti del potere mediceo non avrebbero cessato di essere celebrati nell'antica basilica di San Lorenzo, dove splendevano i "chiari colori" con cui tra il 1545/46 e il 1558 - e non certo senza il consenso e l'avallo del duca - Iacopo da Pontormo e poi il suo allievo Bronzino avevano trasferito nei grandiosi affreschi del coro lo spirito e la lettera del catechismo dell'esule spagnolo pubblicato nel '45 `. Non più tardi del 24 marzo 1562, del resto, un vecchio amico e confidente del protonotario come il Gelido, all'indomani della sua fuga a Ginevra nella cui Chiesa si era ormai "incorporato", concludeva una sua lettera a Cosimo con l'esortazione ad astenersi dal "perseguitare i membri di Christo, il quale in un momento può mandarli altretanta calamità e ruina quanta in tanto tempo le ha data felicità et grandezza", e l'augurio che Iddio si inducesse infine a "darle vera cognitione della verità, accioché la sia ministro e istrumento di Dio per persuadere al papa che, deposto ogni ambitione et ogni interesse, voglia una volta che si vegga et si conosca il vero di questa causa, come farebbe se egli medesimo volesse congregare un concilio legittimo nel mezzo di Germania, trovarvisi in persona et che davvero si riformasse la Chiesa". Tutto ciò consente di ipotizzare che ciò che Cosimo chiese in cambio della consegna a Roma del Carnesecchi non fu tanto la corona granducale, che ne sarebbe stata piuttosto una ricompensa, una sorta di riconoscimento dell'ormai consolidata fama di "grande essecutor de lo que se ordena en la Inquisición en Roma", come avrebbe scritto nel '68 l'ambasciatore spagnolo presso la santa sede ". Ciò che forse il duca chiese - e ottenne - fu piuttosto una garanzia di impunità per sé e per il mondo che più da vicino lo aveva circondato negli anni dell'aspro conflitto contro Paolo III e Paolo IV, quando anche le dottrine valdesiane erano potute apparire al suo sguardo di spregiudicato uomo politico un'arma con cui combattere contro le prepotenti invadenze della corte papale, di schierarsi al fianco e nell'ombra di Carlo V, di appoggiare l'irenico riformismo che gli 'spirituali' avevano cercato di proporre anche in sede conciliare, di lottare contro la sorda opposizione piagnona. Ma ora quel mondo era tramontato per sempre: e se il prenderne realisticamente atto e schierarsi di conseguenza non dovette comportare eccessivi scrupoli di coscienza per il duca, gli impose tuttavia di fare qualcosa per mascherare e nascondere a occhi, indiscreti un passato religioso non proprio esemplare dal punto di vista della nuova ortodossia tridentina. Di qui la decisione di consegnare a Roma il Carnesecchi, mentre al pennello del Bronzino in San Lorenzo (1565-69) e alla penna del Vasari nella Vita del Pontormo (1568) veniva affidato il compito far dimenticare il significato religioso degli affreschi valdesiani scoperti solo dieci anni prima nella basilica medicea". Ne offre una pur indiretta riprova il fatto che, nonostante il lungo sforzo per spremere dalle esperienze e dai ricordi del protonotario tutto quanto egli sapeva su eretici e sospetti del passato e del presente, il tribunale romano evitò di porre domande imbarazzanti sul conto di Cosimo de' Medici, che per parte sua il Carnesecchi volle sempre presentare come "principe tanto catholico" `. E ciò a dispetto della sua stessa testimonianza su alcuni dei più stretti collaboratori del duca, come per esempio il Panciatichi e il Rícasoli, nei confronti dei quali da parte di Roma non fu preso alcun provvedimento alla fine del processo nonostante essi fossero ancor vivi e vegeti a Firenze`. 11 che autorizza il sospetto di una sorta di scambio tutto politico tra l'impunità per sé e la sua città ottenuta dal duca (e forse offerta dal papa) e l'abbandono del Carnesecchi al suo destino, senza lasciargli neanche la possibilità di sottrarsi all'arresto con una fuga da Firenze, o almeno di sbarazzarsi di carte e libri compromettenti...................................................................................................................................................................Per parte suo papa Pio V, che riusciva finalmente ad acciuffare quell'eretico impenitente sottrattosi solo pochi anni prima al Sant'Ufficio non nascose la sua soddisfazione e subito, appena avuta notizia dell'arresto, il primo luglio, volle che il cardinal nipote ringraziasse il duca mediceo: "Nostro Signore è restato intieramente satisfatto di Vostra Eccellenza nel successo di questo negotio", esordiva Michele Bonelli, assicurandolo peraltro che il pontefice non aveva mai dubitato di trovare piena collaborazione da parte sua e facendogli sapere che "non cessa di laudarla quanto meritamente si deve per ogni rispetto" e, oltre a impartirgli la benedizione apostolica, "promette serbarne viva et grata memoria": "Se molti altri principi christiani fossero simili allei in questa parte et dallei pigliassero essempio per l'avenire - concludeva -, le cose della religione piglíarebbon forma migliore et più servitio sarebbe del signor Iddio et maggior benefitio consequentemente di tutto '1 christianesmo" `. Concetto sul quale avrebbe insistito all'indomani della conclusione di quel processo anche il cardinale Scipione Rebiba che, nello scrivere all'inquisítore di Mantova il 5 novembre 1567 per sollecitare analoghi comportamenti da parte di Guglielmo Gonzaga, avrebbe additato ad esempio proprio "íl signor duca di Fiorenza et il signor viceré di Napoli, ch'hanno dato nelle mani della santissima Inquisitione quelli che gl'erano molto e molto cari, e per tal causa poi sempre odiosi" .Quali che fossero le argomentazioni del Manrique, esse valsero comunque a convincere subito il duca mediceo, che la sera stessa del suo arrivo - il 22 giugno - ordinò l'arresto del Camesecchi. Il bargello si presentò a casa sua con tre uomini che provvidero a effettuare una perquisizione, al termine della quale fu stilato un inventario dei 65 pezzi sequestrati e poi inviati a Roma, da cui il Sant'Ufficio avrebbe tratto nuovi elementi in grado di orientare gli interrogatori e di arricchire il poderoso arsenale probatorio già in suo possesso: scritti del Valdés e del Flaminio, lettere di quest'ultimo, del Priuli, della Gonzaga, minute del protonotario, scritti sull'eucaristia, documenti relativi all'ultimo processo del 1560-61 , il cui originale era peraltro custodito negli archivi inquisitoriali. Dopo le carte napoletane, il dossier a carico del Carnesecchi si arricchiva ora di quelle fiorentine,.......................

 

 

 

 

Gioco' pure un ruolo importante nelle considerazioni di Cosimo la possibilita' di revoca dell' Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano col nuovo Papa

 

Il 1º febbraio 1562 Pio IV con la Bolla “His quae Pro Religionis Propagatione” approvò gli Statuti e il 15 marzo consacrò l'Ordine sotto la regola Benedettina e la protezione di Santo Stefano Papa e Martire, conferendo a Cosimo I de' Medici e ai suoi discendenti il titolo e l'abito di Gran Maestro.

Dopo vari tentativi di Cosimo de' Medici Duca di Firenze e di Siena, fu solo con l'ascesa al soglio papale di papa Pio IV, favorevole alla casa dei Medici, che poté essere fondato l'Ordine di Santo Stefano papa e martire, consacrato sotto la regola benedettina, in memoria della vittoria riportata sui francesi del maresciallo Strozzi del 2 agosto 1554 contro Siena, festa di santo Stefano papa e martire, per altri dal giorno della vittoria di Cosimo nella battaglia di Montemurlo (1º agosto 1537). Fu lo stesso papa Pio IV che con la solenne bolla His quae del 1º febbraio 1562 ne decretò la costituzione ("perpetuo erigimus ac instituimus") e ne approvò lo Statuto ("statuimus ac ordinamus"), dando il gran magistero ("ufficio ecclesiastico") "in affidamento" ("perpetuo constituimus et deputamus") a Cosimo de' Medici duca di Firenze e poi Granduca di Toscana e ai suoi successori, cosicché l'Ordine fu definito una quasi religio. Il primo gran maestro fu quindi Cosimo e poi i suoi successori, i granduchi di Toscana prima di casa Medici e poi di casa Asburgo-Lorena (il passaggio del Gran Magistero ai Lorena fu confermato da papa Benedetto XIV con il breve "Praeclara Militiae" dell'8 giugno 1748).

Nato a somiglianza degli Ordini gerosolimitani e di quelli spagnoli, si proponeva come scopo la difesa della Fede e la lotta agli ottomani e alla pirateria barbaresca nel Mediterraneo, soprattutto nel mar Tirreno, dove Cosimo aveva da poco promosso il nuovo porto di Livorno. Inoltre egli desiderava che l'Ordine raccordasse la nobiltà toscana da poco riunita sotto la sua corona (in particolare quella senese e pisana) e voleva dare un forte segno di appoggio alla Chiesa romana, minacciata dal pericolo turco e quello protestante. A un livello più generale si può riassumere che il fine ultimo di Cosimo non era altro che quello di rafforzare la sua autorità e il prestigio interno ed esterno al Granducato.

 

 

 

 

 

Anche i benefici ecclesiastici posseduti prima del processo dal Carnesecchi diverranno parte di questo "risarcimento"

Benefici che entrati nella disponibilita' di Cosimo saranno girati poi ai parenti del Carnesecchi

 

 

 

Da premettere quindi e' il costante aiuto che Pietro Carnesecchi ricevette da Cosimo I

Dalla prima convocazione nel 1546 a dopo la sua consegna Cosimo si adoperera' sempre mettendo il suo peso politico in favore del pronotario

Prima lo consegnera' ma poi fara' molto ( con prudenza pero' ) per salvarlo

Ed ancora a favore di Cosimo I bisogna dire che questi non immaginava quanto fosse compromessa la situazione

CONCESSIONE DEL TITOLO GRANDUCALE A COSIMO I E ALLA SUA DISCENDENZA

 

La "real politik " e' pero' piena di pagine nere e quindi e' ipocrita stupirsi

Cosimo fece il suo interesse ed approfitto' di una ghiotta occasione che inaspettatamente gli si presentava per ottenere la benevolenza del Papa e consolidare le concessioni gia' ottenute ed ottenerne di nuove

Certo, quando tre anni dopo Cosimo fu da quel pontefice con solenne cerimonia finalmente incoronato granduca, egli non poté non pensare che la maggior parte del prezzo di quella preziosa corona costellata di gemme e d'oro l'aveva pagata col sangue del Carnesecchi.

 

La consegna a tradimento del Carnesecchi era ancora piu' grave per via dell'imparentamento conseguente all'adozione di Pietro da parte di Clemente VII , ma Cosimo affermo che se fosse stato necessario avrebbe consegnato un suo stesso figlio

 

 

 

 

LA STATUA DELL'ARRINGATORE

 

PERUGIA – Dietro le quinte della scoperta della statua dell’Arringatore, opera d’arte etrusca di altissimo livello tecnico, proveniente da Pila di Perugia – come ha dimostrato, in maniera inoppugnabile e definitiva la recente scoperta del paleografo Alberto Maria Sartore – per l’esattezza in località Fonte di Sant’Ilario, si cela anche una vicenda, molto cinica, secretata dalla ragion di Stato, dei rapporti tra Pio V (papa Antonio Ghisleri) e Cosimo I de’ Medici, che, in quel periodo, brigava per farsi riconoscere dal pontefice Granduca di Toscana.

Uno dei testimoni della vicenda del ritrovamento della statua è stato individuato nell’orafo perugino Giulio Danti, che chiamato davanti alla giustizia del tempo, spiegò che ad acquistare l’antico bronzo – anche se era stato lui stesso a tenere i contatti ed a pagare il contadino Costanzo di Camillo, detto il Barbone (ex soldato della “Guerra di Siena”), scopritore casuale del bronzo mentre lavorava in un uliveto – era stato suo figlio Ignazio, cartografo del ducato di Toscana, per conto del duca di Firenze.

La vendita si svolse in tempi particolarmente rapidi se Giorgio Vasari, uno dei collaboratori più stretti del duca, il 20 settembre 1567 scriveva ad un amico: “La statua è arrivata intera intera, che non gli manca niente”. Il paleografo lettore e interprete degli atti del processo penale e civile – svoltosi a Perugia perché la nobildonna Mansueta de’ Mansueti sposata con un Graziani, reclamava i soldi che il duca aveva versato al contadino per la statua di Aulo Metello, in quanto il rinvenimento era avvenuto nei terreni di sua proprietà – ha ricostruito come l’opera d’arte etrusca fosse stata trasportata con un carro trainato da due cavalli, passando per Tuoro e Cortona e non per la più agevole e piana strada di Sant’Arcangelo e Chiusi. E che l’Arringatore rappresentava un omaggio del pontefice (in quanto un terzo dell’opera bronzea doveva considerarsi della Camera Apostolica, perché Perugia faceva parte integrante del Patrimonio di San Pietro).

Quale il motivo di quel grazioso dono? Cosimo era stato forzato pochi mesi prima, a consegnare all’Inquisizione, su pressioni dello stesso papa, Pietro Carnesecchi, letterato ed intellettuale toscano, legato ai circoli di Vittoria Colonna, vedova D’Avalos, marchesa e poetessa (amica del cardinale inglese Reginald Pole, di Michelangelo Buonarroti, di Bernardino Ochino, dello scrittore spagnolo Juan Valdes e di altri adepti che professavano idee di riforma della Chiesa Cattolica) e di Giulia Gonzaga, vedova di un Colonna, che viveva tra Fondi e Napoli. Queste correnti religiose venivano sospettate di coltivare l’eresia luterana. Carnesecchi, condannato due volte per questo reato, in entrambi casi era stato assolto e perdonato. Tra i più accesi sostenitori delle tesi accusatorie e punitive si distinse il cardinale Ghisleri che, salito al soglio di Pietro, intimò al duca che l’umanista ed ex protonotario papale, rifugiatosi a Firenze, venisse rispedito a Roma per subire un nuovo procedimento.

Il duca sulle prime provò a resistere (i Carnesecchi, da sempre, orbitavano intorno alla propria casata, di cui risultavano fedelissimi, tanto che Pietro al suo cognome aveva ottenuto di poter aggiungere quello dei Medici), ma alla fine fu costretto (nel 1566) a cedere. Carnesecchi venne processato e condannato a morte per eresia. Anche perché, con il decesso di Giulia Gonzaga, l’Inquisizione entrò in possesso di una serie di lettere, sequestrate nell’archivio della nobildonna, contenenti precisi riferimenti alle teorie religiose dell’umanista (da lei stessa, peraltro, condivise: se fosse stata in vita il papa – così disse dopo averle lette – l’avrebbe “abbrusciata”!).

Questi elementi, imbarazzanti e gravi, fecero pendere l’ago della bilancia a favore dell’accusa. Il papa, col “regalo” dell’Arringatore, cercò di tenere buono Cosimo, che dal canto suo, non aveva alcun interesse a tirare troppo la corda in quanto attendeva il “placet” del Santo Padre, per fregiarsi del titolo di Granduca (nomina che si concretizzò nel 1569). Carnesecchi venne decapitato e il suo corpo fu arso sul rogo, il 16 agosto 1567. Il fiorentino fu l’unico del gruppo di “riformatori” a subire la pena capitale – anche se affrontata con grande dignità (più volte torturato non si fece sfuggire mai alcun nome dei presunti complici) –

 

 

 

ENORME ECO DEL PROCESSO AL CARNESECCHI

 

Il processo ebbe un eco clamorosa e veniva seguito da tutte le segreterie di Stato italiane ed europee

Si stava processando per eresia l'antico segretario di Papa Clemente VII dei Medici

Amico di grandi personaggi nel mondo curiale e protetto da sempre dalla famiglia medicea

con coinvolgimento in modo marginale di due grandi famiglie dell'aristocrazia italiana quelle di Giulia Gonzaga e Vittoria Colonna

 

 

 

 

Le lettere conservate da Giulia Gonzaga ( piccola parte di un enorme carteggio ) sono elementi determinanti per la condanna

autoaccuse innegabili e inequivocabili

 

COME VALUTARE LO SCAMBIO EPISTOLARE CARNESECCHI - GONZAGA

 

Sono conservate tra le carte del processo una piccola parte di un carteggio di anni che se conservato avrebbe aggiunto qualcosa sulla Riforma in Italia

 

Conosciamo parte della vita di Pietro Carnesecchi ,delle sue aspirazioni , dei suoi contatti col mondo riformato , del suo rapporto di amicizia e/o amore con Giulia Gonzaga attraverso le lettere di Pietro che alla morte di Giulia cadono in mano all'inquisizione

Pur parendo moltissime esse coprono solo periodi limitati della loro relazione e dell'azione eretica dei due

Vengono usate piccole astuzie credo piu' per richiesta della Gonzaga ;

la cifratura dei documenti in realta' aveva lo scopo di evitare che una lettera finita durante il viaggio in mani sbagliate fosse compresa

Pietro infatti mostrera' una certa insofferenza per la cifratura smarrendo il cifrario elaborato dalla Gonzaga e richiedendone copia

immagino che anche gli ulteriori sotterfugi adottati fossero ispirati da Giulia Gonzaga

Pietro infatti usera' lo strattagemma di parlare di se e di Giulia come se fosse un terzo a riferire dei fatti loro e talvolta invece scrivera' sotto le spoglie di un immaginario Gabriele Pellegrino

Credo che fosse fuori dell'immaginazione di Pietro la conservazione da parte di Giulia di una mole cosi imponente di sue lettere e cosi compromettenti

Immagino la sua sorpresa e il suo sconcerto quando nel corso del processo si trovo a fronteggiare la contestazione di quanto scritto senza sapere nemmeno di quale e quanto materiale epistolare disponesse l'accusa

Le lettere sono ad una voce quella dello scrivente Pietro ; la voce di Giulia si puo' solo intuire dalla risposta di Pietro

le lettere sono talvolta influenzate dal sentimento di Pietro di non contraddire Giulia ( come nel giudizio sul comportamento del Pole al momento della morte quando Pietro si piega al giudizio di Giulia )

 

 

Gli inquisitori alla morte di Giulia misero le mani su :

duecentotrenta lettere di Piero conservate da Giulia Gonzaga all'insaputa di Pietro ; solo diciotto lettere di Giulia Gonzaga conservate dal Carnesecchi

Quindi solo una piccola parte della fittissima corrispondenza tra i due.

( Brown parla di uno scambio epistolare che toccava in taluni momenti fino a tre lettere settimanali e questo e' possibile visto quanto emerge in sede processuale )

le lettere coprono solo un periodo abbastanza tardo della loro relazione : 65 coprono i quasi 10 anni dal novembre 1547 al dicembre 1558.

ottantacinque dal gennaio 59 al luglio 60

ottanta dall'agosto 1560 al 25 marzo 1566

Le lettere sono una specie di diario ad una voce della vita dei due

La voce di Giulia si puo' solo intuire dal tono della risposta del Carnesecchi

nessuna lettera tra il 35 ( o precedente ) ed il 47 sembra esser caduta in mano all'inquisizione

la mancanza di queste lettere rende molto nebuloso il periodo fino al 1559

 

 

 

Stranamente in un punto libro di Bruto Amante : Giulia Gonzaga contessa di Fondi viene invertito il flusso delle lettere utilizzate nel processo

dice infatti :

Col Carnesecchi, oltre la cifra, Giulia usava lo stratagemma di adoperare nello scrivere la terza persona per far credere, in caso di scoperta delle lettere, che si trattasse di altri i quali parlassero intorno a' rapporti tra il protonotario e Giulia stessa. E da supporre che pure il Carnesecchi seguisse lo stesso metodo ; ma le centinaia e forse migliaia di lettere, spedite da lui a Giulia, non sappiamo dove sieno sepolte : quelle invece, o meglio una parte di quelle di Giulia, ricevute dal Carnesecchi, furono riprodotte nell'estratto del processo, più volte ricordato.

 

 

dice anche

Carnesecchi riceveva perfino tre lettere la settimana da Giulia, come rilevasi dal processo .

 

 

il 16 aprile 1566 la morte di Giulia Gonzaga fa cadere le lettere di Pietro , incautamente conservate , in mano all'inquisizione il 22 giugno 1566 Carnesecchi viene arrestato

Le lettere sono cifrate ed inoltre tra il 1558 e il 1561 Pietro preferi spesso firmarsi con lo pseudomino di Gabriele Pellegrino

le lettere sono fortemente compromettenti rispetto alle idee religiose di Pietro e di Giulia ; lasciando l'ex pronotario esposto ad una difesa impossibile

difesa impossibile anche perche' Pietro non sapeva quali e quante lettere erano in mano all'inquisizione venendo le stesse contestate di volta in volta e quindi esponendolo a dichiarazioni difensive subito contraddette

L'elenco di queste lettere e' riportato nei processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi di Massimo Firpo e di Dario Marcatto nel volume ii tomo i pag CLI CLII

Quindi le lettere dovrebbero esistere ancora e non credo siano mai state date alle stampe nella loro interezza : probabilmente si conoscono solo i brani riportati negli atti del processo

 

 

Sicuramente molta piu' verita' c'e' nelle lettere rispetto alle dichiarazioni processuali

con una premessa :

Giulia Gonzaga era da sempre considerata una donna bellissima . Sposa di Vespasiano Colonna a 13 anni nel 1526 e di lui vedova nel 1528, fu erede del marito a condizione che non si risposasse

Poeti come l'Ariosto la cantarono , fu corteggiata dal cardinale Ippolito de Medici si dice deciso a lasciare la veste cardinalizia per sposarla prima della sua morte improvvisa e imprevedibile

Quale era il vero rapporto tra i due ?

le lettere conservate si riferiscono ad un periodo tardo della relazione

Lo scambio epistolare tra i due sembra sia stato fittissimo nonostante la consegna dei messaggi fossero in quei tempi difficilissimi

e' possibile si tratti addirittura di migliaia di lettere

si conservano 230 lettere di Piero ( conservate da Giulia Gonzaga all'insaputa di Pietro) ; e solo 18 lettere di Giulia Gonzaga conservate dal Carnesecchi

Quindi solo una piccola parte della fittissima corrispondenza tra i due.

Non ci sono lettere anteriori al novembre 1547 : cominciano quindi quando la loro relazione datava gia quindici anni e la mancanza di lettere nel periodo iniziale rende molto nebulosi i termini della loro relazione

Comunque in alcune il Carnesecchi esprime un amore umano verso Giulia

in altre esprime una sorta di amore angelicato con Donna Giulia eletta apparentemente a guida spirituale

Il Carnesecchi chiama Giulia sua regina ed esprime il desiderio in fondo alla vita di passare gli ultimi anni insieme e di morire con lei

Il Carnesecchi era dichiaratamente innamorato della Gonzaga , che almeno a livello di una profonda amicizia lo ricambiava sicuramente ; in alcune lettere di Pietro pare pero' di capire ci fosse tra i due qualcosa di piu' e che quell'amore fosse ricambiato

vi sono infatti tracce di affettuose rimostranze di Giulia,

Nella lettera gia' citata ( che pare essere una lettera d'amore ) di Pietro a Giulia del novembre 1562 egli dice SBRIGATIVAMENTE ( abbandonando i toni formali ): ".....signora mia , io sto fresco se Calliope ha ancora a sapere ch'io sia innamorato di lei , essendo gia' 35 anni ch'io la servo ! ....."

I formalismi dell'epoca , la mancanza delle lettere di Giulia, la mancanza delle lettere d'inizio relazione , non ci permettono di risolvere la questione

Normalmente chi ha scritto di Giulia Gonzaga ha inteso parlare del rapporto tra i due in forma platonica

Cosa provava Giulia per il Carnesecchi ?

Pare di capire che lo contraccambiasse " Frattanto vostra signoria sara' servita di amarmi come suole et di commandarmi come non suole , tenendo di me memoria nelle sue orazioni......"

Certo tra i due esisteva una comunione profondissima ed un rapporto sicuramente del tutto particolare

Mi pare significativa del loro rapporto questa lettera

in data 29 aprile 1564 da Napoli di Giulia Gonzaga a Ippolito Capilupi, Vescovo di Fano in Venezia ed amico di Pietro Carnesecchi

Giulia , nonostante l'eta' non piu' giovane , celia civettando amabilmente domandata dal Capilupi sul primato presso il suo cuore tra i due monsignori abilmente si schermisce

.......quella opinione cortese ch'ella e monsignor Carnesecchi tengono di me, della quale fo tanto caso quanto del giudicio di tutto il resto degli huomini, poiche' se bene e' fallace , nasce tuttavia da affetione et da amore che mi portano. Del qual inganno d'ambedue io resto contentissima, perche' da quello ne risulta a me cosi notabile guadagno

Io non voglio per ora dar la sentenza del primato , desiderando che in questo atto di precedenza ognuno stia col parere et opinion propria; maxime che in tal caso non accadra' sedere in pubblico , ove si habbia da vedere chi ha l'onore del primo luogo , dunque se Monsignor Carnesecchi e V.S. vuole qualche certezza del luogo suo , sappia che chi mi porta maggior affetione, tiene anche maggior grado appresso di me et si puo' premettere la preminenza senza alcun dubbio

da B. AMANTE : Giulia Gonzaga e il movimento religioso femminile nel secolo xvi Bologna 1896

 

E' una Giulia 52 enne che scrive , e a me pare una risposta piu' rivolta alla lettura del Carnesecchi che a quella del Capilupi

 

E' evidente da parte di un Carnesecchi , legato alla donna , il desiderio di compiacere la Gonzaga , di non contrariarla , di non contrastarne taluni punti di vista , di smussare situazioni di possibile contrasto di dar mostra di accettare alcune opinioni di Giulia anche se in realta' non erano da lui condivise. Parole.

Credo che la visione religiosa estrinsecata nelle opere dal Carnesecchi non coincidesse completamente con la visione di Giulia Gonzaga

Credo che talvolta fingesse incertezze e paure per essere consolato : quasi in un gioco affettuoso

Il loro rapporto era cominciato a Fondi e poi era continuato perlopiu' per via epistolare

Quando si erano per la prima volta conosciuti , Giulia era giovane , conosciuta per la sua bellezza, indubbiamente intelligente , una giovane donna sicura di se' che come vedova non doveva dipendere da nessuno ne' economicamente ne per dovere , fuori dagli schemi , nello stesso tempo orgogliosa e permalosa , ben determinata ad occupare una posizione di primo piano nelle decisioni della famiglia Gonzaga , nella vita del nipote Vespasiano , nel pesare qualcosa nella vita spirituale del suo tempo

Pietro era un giovane coltissimo , Giulia una giovinetta non colta

Giulia era una Gonzaga , suo marito era stato un Colonna , era abituata ad avere il mondo ai suoi piedi per nascita e per il dono della bellezza , immagino non amasse essere contraddetta, Pietro era di nascita molto inferiore , era un cortigiano e sapeva come comportarsi con garbo e gradevolezza , aveva avuto esperienze politiche sotto Clemente VII che lo avevano scaltrito e reso capace di sottili accorgimenti

Era praticamente impossibile che il pronotario non restasse affascinato da Donna Giulia/P>

Separati d'eta' di pochissimi anni , lei bellissima

E anche per Giulia penso fosse impossibile non provare simpatia ed interesse per un giovane uomo , dai contemporanei considerato bello , molto conosciuto e considerato , di una cultura vastissima

Probabilmente il loro legame affettivo attraversa tutta la loro vita

Ritengo pero' che vista la differenza sociale Pietro non abbia mai , anche in un rapporto di affetto ,potuto esimersi dalla accondiscendenza e dalla tolleranza verso taluni atteggiamenti e talune idee che non condivideva della donna amata, accondiscendenze fatte allo scopo di piacere e/o di non dispiacere

Nel medesimo tempo le lettere di lui a lei non possono non aver risentito del sentimento d'amore che Pietro mai nasconde , vezzi da innamorato , con paure ingigantite ad arte per aver consolazione, con richiesta di consigli per dare importanza all'altra persona , con espressioni di gratitudine per meriti falsamente attribuiti , con complimenti a volte eccessivi , ecc.....

 

In una lettera persa Pietro deve aver fatto accenno ad un " estasi fisica" e deve aver subito un rimbrotto affettuoso di donna Giulia che scherzosamente gli deve aver ricordato che il Papa aveva proibito l'estasi ( facendo riferimento all'inclusione del " Pasquino in estasi " tra i libri proibiti ) risponde il Carnesecchi come segue :

cioe' che pensando a lei provava, l'estasi che ne fa talvolta salire l'ali del pensiero al cielo

 

 

nota bene : la raffigurazione di Giulia Gonzaga non e' detto corrisponda al vero

 

Purtroppo manchiamo di lettere ( non e' detto che ci fossero , ma e' possibile ) degli anni dell'inizio del loro legame

 

In definitiva penso che il pensiero espresso da Carnesecchi nelle lettere non rivelasse completamente l'animo suo, le decisioni prese , i veri dubbi . i veri giudizi , ma tenessero conto in talune angolazioni di quanto Giulia volesse sentirsi dire

 

 

LVI.............."per le complimentose insistenze con cui aveva sollecitato la Gonzaga a non fargli venir meno il conforto delle sue lettere " Non mi occorre altro che pentimento d'havere speso tante parole inutile et vane , ma bisogna che la gioventu' faccia il corso suo, non havendo io in quel tempo che le scrissi piu' di cinquanta anni.".................

.........."Non mi occorre altro che pregare le Signorie Vostre che non vogliano mettere in questo processo tutte le mie vanita' desiderando io che se ne perdi la memoria et non che si consacrino alla immortalita' come mi pare che intendeno di fare"

 

 

NATURA DELLE LETTERE CONSERVATE

 

ovviamente sarebbe interessante la pubblicazione delle lettere di Pietro Carnesecchi a Giulia Gonzaga conservate negli atti del processo

 

 

 

 

Piero Carnesecchi era un uomo abituato ad ogni scaltrezza diplomatica condotta ad alto livello : era l'uomo che gia' a 22 anni era segretario di Clemente VII e trattava con l'imperatore e con il re di Francia

ma nelle lettere e' un uomo indifeso a fronte di una donna che ama e a cui vuole piacere accondiscendendo

Studiare l'uomo attraverso le dichiarazioni nei processi e le lettere puo' andare bene ma tenendo ben presente le circostanze altrimenti e' utilizzare una metodologia sbagliata

Occorrono riscontri diversi a supporto di qualunque affermazione da essi si possa pensare di trarre

Occorre principalmente , con lavoro d'archivio ricostruire le azioni

Le azioni descrivono l'uomo

La mole dei suoi contatti con molti protagonisti del suo tempo e' in ogni momento della sua vita vastissima

Di certo tutti riconoscono a Piero un'intelligenza ed una cultura superiori : e le persone che affermano questo sono tutto eccetto che persone a cui non prestar fede

Credo occorra studiare il personaggio facendo piu' fatica e utilizzando fonti non inquinate

Manca quindi ancora uno studio vero sull'azione riformatrice di Piero che probabilmente si diede da fare molto nel creare una rete eretica italiana piu' che a proporre tesi

Occorre gettare in un canto i saggi dell'Agostini e dell'Ortolani (in modo particolare ) e riordinare vecchie e nuove informazioni

 

 

 

 

PROCESSO

 

E' stata , come detto , recentemente pubblicata un'edizione critica sui processi contro Pietro Carnesecchi a cura di Massimo Firpo e Dario Marcatto : I PROCESSI INQUISORIALI DI PIETRO CARNESECCHI (1557-1567) che nasce dopo che e' stata reso possibile l'accesso alle carte originali rimanenti dei tre processi conservate negli negli archivi vaticani

Questa e' un edizione critica delle carte processuali che non avanza eccessive pretese di giudicare la figura del pronotario

Ovviamente e' un' opera molto importante messa a disposizione degli studiosi perche' prima si disponeva solo di estratto a cura di G.Manzoni

Nella nota critica viene taciato di ottimismo imprudente , di ingenuita' , di incredibile proposito senza considerare che molte situazioni che lo riguardano aspettano ancora chiarimenti dall'indagine storica e aspettano risposta sui motivi che le generavano e che infine la sua fiducia in Dio era sempre salda e che l'ottimismo non e' colpa ma a volte e' fiducia nei risultati del proprio lavoro

 

Il recentemente si riferiva al 1998 -2000

Credo che il professor Firpo abbia nel frattempo ( 2021 ) proseguito con studi assai interessanti e modificato alcune sue impressioni

 

 

 

 

Viene arrestato il 22 giugno 1566 , gli interrogatori iniziano il 6 luglio e termineranno nel maggio del 1567, sara' sottoposto anche a tortura

Tutto il suo percorso processuale e' un alternarsi di momenti di ottimismo e di pessimismo

Il Carnesecchi era gia' condannato dai documenti che l'inquisizione aveva raccolto poteva ottener misericordia dichiarando la ereticita' del cardinale Reginaldo Pole e del cardinale Morone e tradendo gli amici

Tentera' di salvarsi ma senza avere alcuna possibilita' tanto erano schiaccianti le prove delle sue opinioni

Ma si badi la verita' era dalla sua parte .

Carnesecchi cerchera' per quanto possibile di non coinvolgere nessuno , parlera' il piu' delle volte solo dei morti e di cio' che riteneva l'inquisizione conoscesse gia'. Sara' costretto a parlare di due eterodossi ( Ferrante Trotti e Galasso Ariosto ) ma cerchera' di avvertirli con messaggi intercettati

 

 

AMMISSIONI PROCESSUALI

 

 

E' evidente che le dichiarazioni del Carnesecchi durante i processi siano per buona parte false e utili a scagionare se stesso e gli amici

Nell'evolversi del processo sara' un crescendo di ammissioni di colpa

Man mano che le prove dell'accusa saranno innegabili , l'invocato alibi di una memoria carente dovra' capitolare di fronte alle evidenze

 

 

 

Sono le sue dichiarazioni quelle di un uomo che non sa cosa ha in mano l'inquisitore contro di lui

sono le dichiarazioni di un uomo che solo all'inizio del processo scopre che molte sue lettere a Giulia sono in mano all'inquisitore senza sapere quali e che cosa contengono

Che dovendo fingere sincerita' non sa su cosa puo' mentire

Fino all'ultimo cerca di salvare i beni e se stesso , e in questa ottica tenta una lotta impossibile che diventa facile dall'esterno battezzare come ingenua , come miope

infine ha lampi di orgoglio e salvaguarda le sue idee e accetta di morire per esse

Lampi di orgoglio di un uomo che si sente intellettuatualmente superiore ai suoi giudici Lampi che vengono giudicati inopportuni dai suoi critici . Lampi con cui fa sapere ai suoi giudici che sa che cosa vogliono da lui

 

 

Comunque Piero Carnesecchi e' uno sconfitto

Le sue idee e le sue azioni non producono effetti duraturi in Italia.

Fu considerato molto pericoloso da Pio V che si diede molto da fare per averlo in sue mani e che per questo molto concesse a Cosimo I

Questa considerazione e la meravigliosa dignita' con cui affronto' la morte lo pongono di diritto nei libri di storia di tutto il mondo

 

 

 

L'immensa follia di assassinare un uomo per amore di Dio

 

 

 

Legazioni di Averardo Serristori ambasciatore di Cosimo I a Carlo quinto e in corte di Roma ( 1537—1568 )

 

https://books.google.it/books?id=eAY_I94htiwC&pg=PR26&dq=legazioni+serristori&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=carnesecchi&f=false

TORTURA

 

 

 

LA SPLENDIDA MORTE

................. Al momento di lasciare il carcere Carnesecchi non pronuncio' parole di circostanza ,ne' lascio' ricordi personali ; soltanto quando fu sul punto di muoversi verso il luogo dell'esecuzione, scorgendo che la minaccia di pioggia era cessata per il tempo che gli restava da vivere si tolse il ferraiolo per donarlo ai confortatori. Apparve allora elegantissimo, come se si recasse a una gran festa con indosso un vestito " tutto attillato con la camicia bianca ,con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano" .

Fra i presenti si rinnovo' l'ammirazione che al cronista dell'autodafe'della Minerva aveva fatto esclamare " pulcherrimus erat aspectu et magnum nobilitatis signum ostendebat"

 

 

L'AZIONE FIANCHEGGIATRICE

 

 

Credo sia un azione molto vasta e poco esplorata dagli storici

Credo che l'azione di aiuto all'ambiente riformato veda impegnati insieme il Carnesecchi e la Gonzaga ( questa piu' larga di mezzi economici )

 

La pubblicazione del "Beneficio" di Valdes

I contatti con tutto il mondo eretico italiano

In casa di Pietro il prete fiorentino Francesco Maria Strozzi Avrebbe tradotto dal latino al volgare il "Pasquino in estasi" ( Pasquillus extaticus) di Celio Secondo Curione

l'aiuto dato al Perna per l'espatrio

Il periodo francese e' completamente inesplorato dagli storici e non viene trattato per opportunita' politica durante il processo

 

Ho l'idea che quando si fara' un vero studio sull'uomo si ci rendera' conto che quello che oggi si conosce e' solo la punta dell'iceberg

e che la grandezza sua consiste nel tentativo di riformare la Chiesa dall'interno favorendo le possibilita' di dibattito

 

 

 

I beni di Pietro

 

Molto irrazionalmente durante il processo e' tormentato (quando ancora pensava di cavarsela ) dal timore della perdita dei benefici ecclesiastici

Le rendite delle sue abbazie rappresentavano la possibilita' di una vita indipendente e dignitosa

Se vogliamo questo e' un aspetto molto irrazionale per un eretico

 

 

 

10 febbraio 1567 ( 1568 calendario italiano )

Donazione da parte di Cosimo I dei beni di Pietro Carnesecchi ai fratellastri di Pietro : Paolo ed Antonio

( Fondo Tordi )

 

 

 

Sara giudicato eretico anche il nipote di Pietro : Marcantonio Dovizi influenzato dalle idee dello zio

 

 

 

LE SUE PRESUNTE CONVINZIONI MOLTO MODERNE

 

credeva :

Che la fede sola salvava senza il concorso delle opere;

Che non pecca mortalmente chi non osserva i digiuni;

Che non tutti i concilii generali aveano avuto l'assistenza dello Spirito Santo;

Che la confessione e la cresima non fossero sacramenti;

Che fosse falsa la dottrina delle indulgenze e mera invenzione dei papi per cavar denaro dai popoli;

Che non vi fosse purgatorio;

Che il papa era solamente vescovo di Roma, e non aveva potestà sulle altre chiese;

Che nell'eucaristia non vi fosse transubstanziazione, quantunque credesse a guisa dei luterani alla presenza del corpo di Cristo nell'ostia consecrata;

Detestava i frati e le monache, chiamandogli peso inutile della terra, nati solo per mangiare e divorarsi le sostanze dei poveri;

Condannava l'invocazione dei santi;

Sosteneva che non si può far voto di castità, e che il farlo é un tentare Iddio;

Credeva lecito mangiare nei giorni proibiti ogni sorte di cibi, e sì gli mangiava;

Protestava potersi da chiunque senza peccato serbare e leggere i libri degli eretici

 

 

 

 

 

 

 

L'importanza di Pietro Carnesecchi non e' tanto legata allo sviluppo di un originale pensiero eretico quanto invece alla poderosa azione di diffusione delle idee eretiche compiuta con ogni mezzo e in ogni luogo.(NDR)

 

Nonostante gli alcuni libri che parlano espressamente di lui e' un uomo tutt'oggi non sufficientemente conosciuto, non ci sono studi esaustivi sul suo conto che coprano l'intera sua vita e l'intera sua opera di riformatore.

Normalmente la sua vita e' trattata a mezzo dalle dichiarazioni processuali e delle lettere a Giulia Gonzaga

Elementi per un motivo o per l'altro non completamente veritiere

Anche l'ultimo lavoro su di lui dovuto a Massimo Firpo e Dario Marcato utilizza prevalentemente gli elementi del processo per dipingere l'uomo

 

 

 

LA DOMANDA CHE DOBBIAMO PORCI E' :

CARNESECCHI ERA UN CATTOLICO VITTIMA DELLE FISIME DI PIO V ?

UN CATTOLICO CHE AVEVA SEGUITO LA DOTTRINA VALDESIANA CON QUALCHE ESCURSIONE IN CAMPO ETERODOSSO SALVO POI RITIRARSENE QUANDO IL CONCILIO DETTE IL VERDETTO DEFINITIVO

OPPURE UN PERICOLOSO FAUTORE DEGLI ERETICI ?

 

INSOMMA IN PAROLE POVERE VA RIFATTO IL PROCESSO !

 

 

 

 

Effettivamente Pietro Carnesecchi ebbe dalla Chiesa romana una quantita' notevolissima di onori e di prebende considerata l'eta' giovanissima

Il suo presunto tradimento , la sua ingratitudine , il clamore del suo processo e della sua esecuzione , il suo ostinato rifiuto di pentirsi ebbero come conseguenza un odio profondissimo contro il personaggio forse pari se non maggiore di quello verso Giordano Bruno

 

 

Dalla sua esecuzione nel 1567 tutta una letteratura lo ricorda quasi come una figura proverbiale

Ancora ai giorni nostri in alcuni romanzi compare il suo fantasma in personaggi di spirito eccentrico che senza riferirsi espressamente a lui ne portano il cognome , quasi ad evocarlo senza nominarlo

Gli storici cattolici hanno poi teso a mediocrizzarne la figura

 

 

 

 

...................SE IL CARNESECCHI AL QUALE PUZZA IL MOSCADO E CAMMINA IN PUNTA DI ZOCCOLI .....

DAMNATIO MEMORIAE

Nel diritto romano, la damnatio memoriae era una pena consistente nella cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una determinata persona, come se essa non fosse mai esistita; si trattava di una pena particolarmente aspra, riservata soprattutto ai traditori e agli hostes, ovvero i nemici del Senato romano.

 

Mi e' sempre parso di avvertire un astio profondo degli ambienti cattolici verso Pietro Carnesecchi

Un astio che dal lontanissimo 1567 si e' trascinato fin quasi ai giorni nostri

E' incredibile come i cattolici non sappiano perdonare le loro vittime . Non gli hanno mai perdonato di averli costretto ad ucciderlo

 

 

L'INFAME CARNESECCHI !

 

Infatti con la condanna al rogo di Pietro il cognome Carnesecchi ha iniziato a puzzare un pochino di zolfo ………… perche'ai cattolici non e' bastato averlo arso ma volendo distruggerne anche la figura per molto tempo hanno continuato a dipingere Pietro come una specie di emanazione vile e diabolica

………………………………

……..La storia de' Governatori di Tivoli l'ho, ed è vero, che il Giberto fu uno di essi, e anche l'INFAME Carnesecchi, il quale mandava le rendite de' Beneficj a Calvino, e fu fatto bruciare da San Pio V………….

………………………………

SANTO L'ASSASSINO , INFAME L'ASSASSINATO : .....CARITA' CATTOLICA

 

Cosi l'eresia e l'odore di zolfo che accompagna il suo nome e' talvolta passato da Pietro a tutto il cognome segnandolo con un marchio

Dice bene il priorista :

.....se nonche monsigniore Veschovo a machiato eresia questa famiglia per la tanta sua perfida ostinazione che meritamente in Roma fu abruciato a tempi nostri saria in maggiore riputazione che la non è.

 

Questa famiglia è stata in Firenze molto honorata per la loro richezza et anchora ritiene il nome de Carnesechi per e molti casamenti che in quello luogo anno dove habitano quei di questa famiglia e per li dischordie civile che alla giornata nascevono nella cipta era potente causa di non asciendere a qualche grado rilevato pero non e manchato loro nelle ochorentie che alla giornata nascievono dessere adoperati al pari dogni altro ciptadino come fu Franciesco di Berti che fu fatto uno de V ciptadini che havessino a vendere e beni della parte guelfa accietto che la loro residenzia et la torre doltre arno allato al ponte vechio che fu lanno 1471 et se nonche monsigniore Veschovo a machiato eresia questa famiglia per la tanta sua perfida ostinazione che meritamente in Roma fu abruciato a tempi nostri saria in maggiore riputazione che la non è.

Priorista Corsi-Salviati ( Cortesia dottoressa Laura Cirri )

 

 

 

 

Di questo stato di cose rende l’idea ancora nell'ottocento una novella ottocentesca di Emma Parodi che , come altri , usa un Carnesecchi come elemento diabolico .

……………..E le nozze si prepararono infatti con molta pompa, e nella chiesa della Pieve a Bibbiena si presentò come testimone del Vicario di Poppi un bellissimo cavaliere che disse di chiamarsi messer Lando Carnesecchi, e di esser cugino dello sposo. Però, mentre il prete benediva l'anello, si verificò un fatto strano. L'immagine della Madonna che ornava l'altare si voltò dal lato opposto a quello dove stavano il Vicario e il cavaliere fiorentino, e dalla loro parte si spensero tutti i ceri.
La sposa impallidì e cadde svenuta; la madre di lei mandò un grido; il prete fuggì, e dietro a lui fuggirono tutti gli astanti. La gente urlava, si pigiava per scappar più presto, e tutti dicevano che era stato commesso un sacrilegio, che la chiesa era profanata e che ci doveva essere il Diavolo, e il Diavolo non poteva essere altri che il Vicario o il suo testimone. Questa voce era così generale, che formava quasi un coro, e giunse anche all'orecchio del padre della sposa, il quale cercava di farsi largo nella folla adunata sulla piazza per ricondurre a casa Violante, tuttavia priva di conoscenza.
- Qui non è aria per noi! - disse sottovoce il finto cavaliere al Vicario.
Questi andò per uscire, ma la folla, appena lo ebbe riconosciuto, incominciò a gridare:
- Dàlli, dàlli! Ecco il Diavolo!
In un momento tutti si chinarono a raccoglier sassi e incominciarono a bersagliar con quelli il povero Vicario. Il cavaliere, vista la mala parata, aveva ripreso la pelle di micio e sgattaiolava fra la folla, senza curarsi di chi lasciava nelle peste.
I sassi lanciati con furia, quasi a bruciapelo, avevan ferito il Vicario nella testa, nel viso, nel petto, nelle spalle, e il poveretto, sentendosi morire, stramazzò a terra.
Allora da molte parti si udì dire:
- Prepariamo il rogo, bruciamolo vivo!

………………………………………………………………

 

 

O almeno una taccia di stravaganza verso il VESCOVO MATTO : Come per il personaggio CARNESECCA nel Fogazzaro

 

 

Il "Potere" ha sempre bisogno di aizzare a calpestare il corpo dei suoi nemici vinti probabilmente nel tentativo di non farne dei martiri

Nel caso del Carnesecchi molti dei cattolici che descriveranno la sua vicenda si troveranno stretti nella morsa di dimostrarne la poca rilevanza della sua azione eretica e additarlo con veemenza al pubblico ludibrio

 

 

 

Con la controriforma e lui morto Pietro divenne per i cattolici un emanazione diabolica , era l'uomo che non aveva chinato la testa , era il beneficato che aveva mostrato tutta la sua ingratitudine verso Santa Madre Chiesa , era l'uomo che Pio V il Papa santo non era riuscito a piegare , e iniziarono gli scritti diffamatori e il tentativo di distruggerne la memoria

Per due secoli fu dimenticato in un Italia bigottamente cattolica , asservita , ligia al potere , restia a qualunque cambiamento , sempre piu' culturalmente piatta e analfabeta

 

 

 

 

 

 

Anche in Toscana , la famiglia Medici al potere ebbe tutto l'interesse a dimenticare la vicenda di Pietro

nonostante le moltissime circostanze attenuanti

Quella di Piero Carnesecchi, fu una pagina nera nella vita politica di Cosimo.

 

 

 

 

Pietro Carnesecchi  Pietro Carnesecchi : un martire dell'Inquisizione , qualcuno dice che il suo sangue fu il prezzo della corona granducale di Cosimo I

Pietro Carnesecchi  Pietro Carnesecchi : un simbolo di liberta’

Pietro Carnesecchi  Pietro Carnesecchi il prezzo della corona granducale della dinastia medicea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LUOGHI CHE LO RICORDANO :

Firenze via Pietro Carnesecchi

Reggello via Pietro Carnesecchi

Casellina via Pietro Carnesecchi ??

Avola via Pietro Carnesecchi

Orbetello lapide per Pietro Carnesecchi

una loggia massonica Pietro Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

SCRITTI CHE LO RICORDANO

 

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bibliografia su Pietro Carnesecchi

 

Agostini Antonio........................ Pietro Carnesecchi ed il movimento Valdesiano Firenze 1899

Ortolani Oddone..................... Pietro Carnesecchi il dramma di un alto prelato vaticano nell'epoca tormentata del concilio di Trento Le Monnier

[Monografia] - Ortolani, Oddone - Pietro Carnesecchi ; Con estratti dagli Atti del processo del Santo Officio. Prefazione di Alberto Pincherle - Firenze - 1963 (IT\ICCU\LIA\0109970)

Bertolotti A...................................Martiri del libero pensiero e vittime della S. Inquisizione

[Monografia] - Bruni, Leonardo - Cosimo 1. de' Medici e il processo d'eresia del Carnesecchi : contributo alla storia della Riforma in Italia, con l'aiuto di nuovi documenti / Leonardo Bruni - TorinoFirenze - 1891 (IT\ICCU\CUB\0137698)

Cantu' Cesare............... ...............Gli eretici d'Italia Torino 1865-66

Corazzini Napoleone.....................Di alcuni grandi italiani dimenticati e di Giordano Bruno Firenze 1873

Estratto del processo di Pietro Carnesecchi a cura di Giacomo Manzoni in Miscellanea di storia italiana

Galatera di Genola ,Carlo............. Roma papale e i matiri del libero pensiero Roma 1904

Lemmi Francesco................. ....... La riforma in Italia e i riformatori italiani all'estero nel secolo XVI Milano 1939

Orano Domenico .........................Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVII secolo Roma 1904

Ruffet L. P. Carnesecchi.............. Un martyr de la Reforme en Italie Toluose 1876

Palandri E.....Les negociations politiques et religieuses entre la Toscana et la France a l'epoque de Cosme et de Catherine de Medicis 1544-1558 Paris 1908

Rastrelli Modesto .........................Fatti attinenti all'inquisizione e sua storia generale e particolare di Toscana Firenze 1782

Witte Leopold...............................Pietro Carnesecchi , ein Bild aus der italienischen Martyrergeschiehte Halle 1883

Haase C. A ................................ Process und Martyrthum Carnesecchi

 

 [Monografia] - Bandi, Giuseppe <1834-1894> - Pietro Carnesecchi : storia fiorentina del 16. secolo / Giuseppe Bandi - Firenze (IT\ICCU\UBO\0278816)

[Monografia] - Dal canto alete : Pietro carnesecchi - RomaTip. Roma - 1911 (IT\ICCU\CUB\0153310)

[Monografia] - Dal Canto, Alete - Pietro Carnesecchi / Alete Del Canto - Roma (IT\ICCU\LIA\0039770)

[Monografia] - 1: I processi sotto Paolo 4. e Pio 4., 1557-1561 - Citta del VaticanoSelci - 1998 (IT\ICCU\TO0\0705433)

[Monografia] - 2: Il processo sotto Pio 5. (1566-1567). (IT\ICCU\TO0\0957599)

[Monografia] - Don Abbondio e Carnesecchi : ricordi d'un esule al clero toscano - Italia - 1860 (IT\ICCU\IEI\0157219)

[Monografia] - Santini, Luigi - Oddone Ortolani. Per la storia della vita religiosa italiana nel Cinquecento. Pietro Carnesecchi... / [recensione di L. Santini] - [S.l. - dopo il 1963] (IT\ICCU\NAP\0278212)

[Monografia] - Fera, Saverio - Pietro Carnesecchi : gentiluomo fiorentino arso in Roma dall'Inquisizione, li 3 ottobre 1567 / Saverio Fera (IT\ICCU\TO0\0118073)

[Monografia] - Estratto del processo di Pietro Carnesecchi / edito da Giacomo Manzoni - Torino - 1870 (IT\ICCU\RAV\1140182)

 

A questa bibliografia vanno aggiunti gli atti dei processi inquisitoriali

 

 

Dario Marcato e Massimo Firpo che hanno avuto il merito di far uscire dagli Archivi Vaticani gli atti dei processi da lui subiti ,

Opera fondamentale ( per l'importanza documentale ) di recente pubblicazione e'

 

Firpo Massimo - Marcato Dario : I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi Collectanea archivi Vaticani Archivio segreto Vaticano 2000

L'opera e' articolata in 2 volumi

Il primo volume in un unico tomo tratta della documentazione relativa al procedimento del 1546 e al procedimento del 1557 intervallato dalla condanna a morte in contumacia e concluso con l'assoluzione di Papa Pio IV

MASSIMO FIRPO – DARIO MARCATTO, I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi (1557-1567).

Edizione critica— vol. I, I processi sotto Paolo IV e Pio IV (1557-1561), 1998, pp. CXX, 582
ISBN 88-85042-30-9

 

Il secondo volume in tre tomi tratta del processo del 1566/67 conclusosi con la definitiva condanna a morte

MASSIMO FIRPO – DARIO MARCATTO, I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi (1557-1567).

Edizione critica— vol. II, Il processo sotto Pio V (1566-1567), 2000, pp. CLXXIX, xxx
ISBN xxxxxx

 

La nota critica e' accurata ed e' svolta nelle CXX + CLXXIX pagine che corredano i due volumi , accurata nel succedersi degli avvenimenti invece le considerazioni sugli avvenimenti sono molto opinabili

Insomma gli autori non mi paiono essere sufficientemente obiettivi nel trattare il personaggio

Nel senso che non vi e' alcuno sforzo per immedesimarsi nella condizione psicologica dell'imputato

 

 

PUR STORICAMENTE CORRETTO IL TITOLO DEI LIBRI STESSI E' INGANNEVOLE

"PROCESSO" EVOCA NEL LETTORE L'IDEA DI UNA PROCEDURA MODERNA CIOE' IL PROCESSO SECONDO IL NOSTRO ORDINAMENTO GIUDIZIARIO CON PARI DIRITTI TRA ACCUSA E DIFESA , LA NEUTRALITA' DEL GIUDICE ED UN CERTO GARANTISMO

 

IN REALTA' PIU' CHE DI PROCESSO SI DOVREBBE PARLARE DI PROCEDIMENTO INQUISITORIALE DOVE CHI ACCUSA E' ANCHE GIUDICE .CHI ACCUSA PUO' RICORRERE ALLA TORTURA PER ESTORCERE CONFESSIONI . ED ANCORA L'IMPUTATO NON HA DIRITTO A CONOSCERE LE PROVE CONTRO DI LUI, NON HA DIRITTO A CONOSCERE I TESTIMONI D'ACCUSA SE NON AL MOMENTO IN CUI IL TUTTO GLI VIENE CONTESTATO

CIOE' UN PROCEDIMENTO TOTALMENTE SQUILIBRATO A FAVORE DELL'ACCUSA

 

 

 

 

SU DI LUI UN ULTERIORE OPERA :

tutta tesa a ridimensionarne la figura :

Un opera complicata scritta da una persona di religione valdese la dressa Raffaella Malvina La Rosa

Siamo di fronte ad una tesi stimolante ma che a me e' parsa sviluppata in maniera abbastanza confusa , poco organizzata e spesso anche ingenua negli elementi portati a sostegno

punti di sostegno che in realta' sono opinioni personali scarse di documentazione

Opinioni che talvolta cozzano tra loro in una logica dell'autrice non facile da comprendere

Trovo ad esempio incredibilmente ingenuo accettare come vere le dichiarazioni processuali e citarle come prova a sostegno ( la lettera del Flaminio e la sua datazione, il periodo francese come privo di contatti eretici : durante i processi dichiaro' che il periodo trascorso a Parigi era stato salutare ed utile per allontanarsi dalle eresie e riconciliarsi con la chiesa cattolica , quindi esattamente il contrario di cio' che sosteneva Alete Dal Canto ..........., la un poco comica ricostruzione della presunta biblioteca del Carnesecchi, il valore dato alla dichiarazione di non essere luterano o di non essere teologo, .............)

Ma di tutto questo parleremo ancora piu' avanti dopo esserci fatte le idee piu' chiare

 

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Ecco chi ha scritto una monografia di Pietro Carnesecchi in Italia che come ho detto debbono la loro notorieta' al pronotario

( Non prendero' in considerazione Alete Dal Canto un eccletico personaggio , mens sana in corpore sano , che meriterebbe fama maggiore di quella che ha ma che nel caso e' troppo di parte )

Antonio Agostini opere :

Pietro Carnesecchi ed il movimento valdesiano

non ho trovato altro dell'Agostini

 

 

Oddone Ortolani opere :

Pietro Carnesecchi per la storia religiosa italiana del cinquecento con estratti dagli Atti del processo del Santo Offizio 1963 Le Monnier di Firenze

The hopes of the italian reformers in Roman action 1965

Colloqui di storia per gli esami di maturita' ed abilitazione 1968 Le Monnier di Firenze

Il tempo e le opere.Corso di storia ed educazione civica per la scuola media con sintesi di studio e ricerca guidati Le Monnier di Firenze

volume 1 Oriente ,Grecia , Roma 1963

volume 2 Medioevo,Eta' moderna, Evo contemporaneo (fino al 1815 ) 1965

volume 3 Evo contemporaneo ( dal 1815 ai giorni nostri ) 1965

Storia contemporanea dal 1815 ad oggi --1973----serie i manualetti Le Monnier ----------

La storia ,le storie corso di storia per il ginnasio e per il biennio del liceo scientifico editore Cappelli Bologna 1982

CivitasEducazione civica per le scuole superiori (coautore Zampilloni Roberto ) editore Trevisini 1987

 

 

Senza togliere niente alle opere di Antonio Agostini e di Oddone Ortolani forse Pietro Carnesecchi meriterebbe qualcosa di meglio

PIU' CHE MAI PIETRO CARNESECCHI E' UN PERSONAGGIO IN CERCA DI AUTORE , AUTORE CHE SIA UNO STORICO DI MESTIERE PERO' E USI UNA METODOLOGIA MODERNA, CON CONSIDERAZIONI BASATE SOLO SU DOCUMENTI E NON SU OPINIONI

NELLA RICERCA STORICA LO STORICO TACE E PARLANO I DOCUMENTI SE HANNO VOCE

 

 

 

 

 

Teniamo sempre presente invece il punto cardine di questa vicenda cioe' di come il Carnesecchi venga trovarsi in mezzo ad una lotta di potere nella Chiesa papista

Lotta di potere che non puo' essere trascurata nell'inquadrare la vicenda

E come una svolta ancora possibile nei rapporti con i protestanti sotto PIO IV diventi impossibile dall'elezione di PIO V in poi

 

Con l'indice e la censura sulla stampa si apre un periodo di soffocante ignoranza ( il culmine sara' toccato con l'ignobile processo a Galileo ) che ci accompagnera' sino al periodo napoleonico

 

 

 

 

 

UN EXCURSUS NELLE OPERE PRINCIPALI CHE PARLANO DI LUI O ANCHE DI LUI

 

E' impossibile pensare che possano esistere opere su un eretico fatte con intento celebrativo in area riformata prima della morte dell'eretico

Opere di tal genere lo avrebbero posto a rischio della vita ( lui residente in Italia )

Possono essere esistiti sussurri ma non testimonianze scritte

Il Carnesecchi avrebbe potuto anche essere sufficientemente conosciuto senza che di questa fama fosse possibile avere percezione avanti il 1567

Non possiamo escludere quindi fosse gia' conosciuto in area germanica prima ancora della sua morte attraverso la testimonianza degli esuli

 

 

Dobbiamo attenzionarci sulla presenza di estratti del processo inviati dalla Santa Sede a varie segreterie di Stato italiane ed europee

 

 

Quattro mesi dopo la sua morte abbiamo di lui invece sicuramente il primo accenno scritto su carte private:

una lettera del 2 marzo 1568 di Tobias Egli a Heinrich Bullinger da Coira sembra essere la prima che parla di lui come martire in ambito germanico

scriveva che a Roma quotidie aliquot comburuntur , suffocantur decollantur ................Vix amplissima quanvis Roma piorum numerum capit et detinet.................Combuxit eximium quendam virum nomine Carneseccam, olim Florentini ducis oratorem ........................

Heinrich Bullinger Korrespondenz mit den Grau-bundnern , voll 3, herausgegedern von Traugott Schiess, Basel, Verlag der Basler Buch-und Antiquariatshandlung, 1904, vol III p.74

 

Heinrich Bullinger (Bremgarten, 18 luglio 1504 – Zurigo, 17 settembre 1575) è stato un teologo e riformatore svizzero. Per 44 anni fu Antistes della chiesa riformata zurighese.Egli fu uno dei più rilevanti teologi del Protestantesimo nel XVI secolo.

...............Bullinger giunse con la moglie e i due figli a Zurigo, dove già la prima domenica dopo il suo arrivo tenne nel Grossmünster un sermone, per il quale a molti sembrò che Zwingli non fosse morto ma fosse rinato come la fenice. Nel dicembre dello stesso anno fu eletto, a soli 27 anni, come successore di Zwingli nella carica di Antistes della Chiesa di Zurigo. Bullinger accettò la carica, che avrebbe ricoperto fino alla propria morte nel 1575, solo dopo che gli si assicurò espressamente che egli avrebbe potuto predicare liberamente senza vincoli e limiti, anche se egli avesse criticato le autorità.........................

 

Questa lettera forse sara' ripresa come falsariga da

Istoria del progresso e dell'estinzione della Riforma in Italia nel secolo sedicesimo

di Thomas MacCrie

Forse sara' presa come riferimento anche da Gioacchino Camerario per l'encomio pubblicato nel 1571

 

 

---TOBIAS EGLI -----PONE L'ACCENTO SU QUELLO CHE RENDE DIVERSO QUESTO PROCEDIMENTO INQUISITORIALE DAGLI ALTRI

PIETRO CARNESECCHI , L'UOMO BRUCIATO, ERA UN UOMO ILLUSTRE CHE OCCUPAVA UN RUOLO SOCIALE ELEVATO E QUINDI SI DISTINGUEVA TRA IL GRANDE NUMERO DI PERSONE CHE ERANO IMPRIGIONATE ED UCCISE AI TEMPI DI PIO V

NON SI DISTINGUE PER UNA PARTICOLARE CONNOTAZIONE DOGMATICA MA SOLO PER ESSERE UN PERSONAGGIO PARTICOLARMENTE ELEVATO NELLA SCALA SOCIALE

 

 

COME HA DETTO PAOLO TIEPOLO AMBASCIATORE DELLA SERENISSIMA :

COSI E' PASSATO QUESTO ATTO D'INQUISIZIONE SOPRA OGN'ALTRO CHE S'HABBIA FATTO NOTABILE

 

CIOE' NON SI ERA MAI COLPITO COSI IN ALTO CON UNA CONDANNA A MORTE PER ERESIA

 

Non e' possibile sapere quale effetto possa avere avuto la lettera dell'Egli al Bullinger . La lettera non passo' comunque inosservata poiche' MacCrie quasi tre secoli dopo la riprendeva

MASSIMO fIRPO ACCENNA A QUESTA LETTERA PER L'INGRESSO NEL MARTIROLOGIO PROTESTANTE

 

 

 

 

 

Quattro anni dopo

Camerario redige un proprio lavoro dottrinale nel 1571 , in area protestante e con l'intento di dimostrarne il pensiero eterodosso , trascrive una serie di lettere di Marcantonio Flaminio

Camerario scrive nel proprio lavoro che esisterebbe una lettera anteriore a quelle da lui trascritte cioe' una lettera del Flaminio in risposta al Carnesecchi che chiarisce il pensiero del Flaminio sull'eucarestia

Scrive che questa lettera esprime un pensiero ancora cattolico ( il che farebbe decadere il presupposto del suo lavoro ) e giustifica ad ogni buon conto la cosa .....................

 

Camerario DICE : .....Cosicche' se si affermasse che Flaminio l'ha scritta e se l'avesse scritta con sincerita' , a ragione si potrebbe pensare che in seguito egli cambio' idea , soprattutto per il fatto che dopo averla scritta visse sette anni e compose molte lettere colme di devozione cristiana, indici di una comprensione migliore e piu' sicura delle cose divine .........

 

Gioacchino Camerario senior non trascrive la lettera e poiche' la lettera sarebbe diretta a Carnesecchi ricorda al lettore chi era il Carnesecchi con un " encomio" di Pietro Carnesecchi

Un normalissimo e brevissimo ( poche righe ) necrologio che ne ricorda la vita e la morte , senza uscire troppo dalla percezione dei fatti visto che ripete cose che tutti qui e la' avevano detto in passato del pronotario in Italia

Poche righe 100

22 righe lo raccontano : originario di Firenze ,di nobile stirpe , poi le qualita intellettive , morali e fisiche

19 righe ne descrivono la fortuna sotto Papa Clemente VII

6 righe raccontano l'incontro con Carlo V

2 righe raccontano un rapporto con il Re di Francia

6 righe parlano dei soggiorni Napoli ........Francia

11 righe per descrivere una vita virtuosa a Venezia

Fin qui nessun accenno in alcun modo a problematiche religiose

7 righe per dire della denuncia falsa di eresia dettata dall'invidia.E la bonaria assoluzione di Papa Paolo III Farnese

11 righe per la nuova accusa mossa da PaoloIV Carafa e l'assoluzione successiva da parte di Pio IV Medici amico di Cosimo I

Siamo giunti alla 84 riga e fino a qui non si e' fatto che una cronistoria minimale e stringatissima degli avvenimenti della vita del Carnesecchi

Nelle 16 righe seguenti possiamo effettivamente scorgere qualche accenno di encomio

..........Nel frattempo Pio mori e fu nominato papa il Cardinale Alessandrino , nemico acerrimo di Carnesecchi e di tutti gli uomini onesti e eruditi, proprio quello stesso che,in passato, aveva consigliato e sostenuto il processo e la condanna di Carnesecchi in sua assenza.........................

Ripetute e confermate le precedenti accuse , gli fu mozzata la testa ed il suo corpo fu bruciato sul fuoco . Si fece sapere attraverso una lettera inviata da Roma che aveva affrontato e sopportato il supplizio con un coraggio straordinario e risoluto , a tal punto da dichiarare con parole molto libere di disprezzare tanto l'infamia e il disonore dello squallido abito, quanto l'asprezza della pena, essendo di mente fermissima con l'ammirazione e la misericordia di tutti gli uomini virtuosi. Non si conosce la sua eta' precisa , ma si pensa che sia morto a circa 58 anni

 

 

( NDR = e' possibile che il Camerario lo elabori anche sulla lettera di Tobias Egli a H. Bullinger del 2 marzo 1568 ........Combuxit eximium quendam virum nomine Carneseccam, olim Florentini ducis oratorem ........da sottolineare e attenzionare e' quindi cheGioacchino Camerario senior non e' assolutamente il primo a scrivere di Carnesecca in area germanica)

Da sottolineare e attenzionare e' anche che Camerario non cita assolutamente alcuna lettera di RISPOSTA al Flaminio da parte del Carnesecchi

??? Per quale motivo ne scrive addirittura un encomio ???

 

Pero' all'encomio Gioacchino camerario premette queste ambigue parole

..........inoltre si sa che Carnesecchi l'anno scorso fu arrestato e crudelmente ucciso a Roma , poiche'non condivideva la falsita' delle invenzioni romane e sosteneva invece la semplice pura ed incorrotta dottrina della verita' celeste propria di Gesu'Cristo e degli Apostoli : ed il fatto rende credibile ed evidente che entrambi furono alla fine ben lontani dagli errori della comune empieta' .Ma il peggiore ed il piu' dannoso e' quello di una siffatta concezione della messa come e' ora celebrata , qualunque velo le si ponga davanti e con qualdsiasi colore la si dipinga per coprirne l'empia vergogna o per farla sembrare un dipinto piu' rispettabile .Ma lasciamo ad altri la considerazione e la confutazione di queste cose , essendo state dimostrate assai chiaramente a coloro che desiderano davvero esaminarle ed affannandosi invece quelli che fino ad ora si oppongono o per assoluta ignoranza in materia teologica o per una sfriontatissima ostinazione ,Anzi , a questo punto , raccontiamo pure anche cio' che siamo venuti a sapere di Carnesecchi che poco fa abbiamo menzionato, per celebrarne la tenace devozione e confermare il giudizio da noi sopra espresso riguardo al cambiamento di convinzione del Flaminio

 

SICURAMENTE IL CAMERARIO NON CONOSCE LA RISPOSTA DEL CARNESECCHI AL FLAMINIO

SEMBRA PERO' QUASI CORRELARE IL CAMBIAMENTO DI OPINIONE DEL FLAMINIO ALL'AMICIZIA COL CARNESECCHI SENZA PERO' DARE ALCUNA PROVA

 

 

 

Quando il manoscritto di Camerario va in stampa avviene il patatrac

 

 

Adesso il lavoro dottrinale di Camerario diventa lavoro dottrinario a due mani :procuratasi ( per una corretta completezza d'informazione al lettore la lettera mancante ) e lettala ( cioe' lettera del Flaminio al Carnesecchi ) lo stampatore vuole vederci chiaro e vuole dire la sua e con poche righe scrive un volume

Infatti lo zelante tipografo Gerlach per amore di verita' completa il manoscritto del Camerario mettendo in appendice due lettere , ambedue in latino (siamo in area tedesca ) di cui non spiega precisamente la provenienza ma spiega precisamente lo scopo.

Sono la lettera citata dal Camerario ( Dovrebbe essere logico che la lettera del Flaminio sia ricavata dalla pubblicazione italiana del 1554 in latino ) ed una misteriosa lettera firmata "Carneseca" ( anche questa in versione latina ) che contesta la risposta del Flaminio ( lettera ovviamente a conoscenza del Gerlach e non di Camerario )

la lettera del Flaminio presenta una criticita' non da poco per l'area protestante e' una lettera che esprime un pensiero cattolico e anche lo stampatore lo avverte chiaramente e sente il bisogno di approfondire la cosa e da qualche parte trova ed inserisce quella lettera di contestazione a quanto detto dal Flaminio , esprimendo cosi il suo sconcerto per la posizione espressa dal Flaminio

 

Gerlach DICE : ............Poiche' sopra ho visto che si fa menzione di un epistola del Flaminio scritta a Carnesecchi , in cui si affrontano significative controversie , rispetto alle quali egli era stato o superficiale o fuorviato, e sembrava che poi avesse cambiato la sua idea : essendomi capitate per le mani sia quella lettera tradotta in latino sia la risposta alla medesima , non so se di Carnesecchi o di qualcun altro che, secondo etopea, aveva commentato o scritto che cosa si sarebbe dovuto o potuto rispondere , ho pensato che avrei fatto una cosa gradita agli studiosi della verita' se avessi qui pubblicato quelle lettere

 

 

Quindi la presunta lettera del Carnesecchi ( SCONOSCIUTA al Camerario ) compare per la prima volta a stampa ovviamente ed in latino in quella stessa edizione del 1571 ( il Carnesecchi era stato ammazzato nel 1567 )

Gerlach e' principalmente colpito dal pensiero cattolico ed ortodosso della lettera del Flaminio , che poco si confa'

Il presupposto della prima lettera e' la richiesta del Carnesecchi al Flaminio di un consiglio su come confutare le tesi della setta zuingliana sulla eucarestia

la lettera del Carnesecchi e' invece una contestazione a quanto detto dal Flaminio ed esporrebbe le vere idee del Carnesecchi sull'eucarestia

 

 

 

 

IN QUESTO PRESUNTO SCAMBIO EPISTOLARE RIPORTATO ALLA LUCE DA GERLACH LA FIGURA DI PIETRO VIENE ACCOSTATA AD UN BEN PRECISO DOGMA

EVIDENTEMENTE PERO' SIA CAMERARIO CHE GERLACH CONOSCONO IL LEGAME TRA FLAMINIO E CARNESECCHI

SI NOTI COMUNQUE LA CIRCOLAZIONE DI DIVERSI ESTRATTI DEL PROCESSO CHE GIA' NEL 1571 POTREBBERO AVER INFLUITO SULLA CONOSCENZA DEL CARNESECCHI

INFATTI IL PROBLEMA EUCARISTICO FIGURA SIA NEL PROCEDIMENTO DEL 60-61 CHE IN QUELLO DEL 66-67 . FA PARTE DELLE CONFESSIONI DEL 66-67 ED E' UNO DEGLI ELEMENTI DI CONDANNA

 

 

DA NOTARE CHE DELLA LETTERA A FIRMA CARNESECA NON SI POSSIEDE L'ORIGINALE ; CHE LA LETTERA E' IN LATINO. QUANDO DIFFICILMENTE IL CARNESECCHI AVREBBE SCRITTO IN LATINO ; E' PRESUPONIBILE QUINDI UNA TRADUZIONE FATTA DA NON SI SA CHI DALL'ITALIANO AL LATINO

LA TRADUZIONE DALL'ITALIANO AL LATINO ERA PARTICOLARMENTE UTILE PER L'AREA TEDESCA

QUINDI EVENTUALMENTE UN TEDESCO CHE LEGGENDO L'ITALIANO LO RENDEVA IN LATINO

SONO EVIDENTI I LIMITI DI QUESTA IPOTETICA SERIE DI TRADUZIONI

 

 

Nota bene : Ne i "Processi inquisitoriali" pubblicati dal prof Massimo Firpo e da Dario Marcato si scrive di una fantomatica lettera a Buzero

La prima convocazione a Roma sotto Paolo III

Vol I pagina V..................Di quei primi sospetti e di quelle prime accuse , tuttavia , non resta traccia alcuna nella documentazione oggi nota , dal momento che le carte cui esse erano affidate andarono perdute nel devastante saccheggio del carcere inquisitoriale verificatosi nell'agosto del 1559, alla morte di Papa Carafa. Ma non v'e' dubbio che soltanto fondate ragioni e solide prove avessero indotto il Sant'Uffizio a prendere l'iniziativa di sottoporre a processo formale un personaggio come il Carnesecchi, che infatti qualcuno ritenne opportuno sconsigliare dal presentarsi di fronte a quel tribunale.Per converso dalla corte papale il Gualteruzzi si diceva convinto che " s'egli non viene a Roma andara' male" , mentre qualora si fosse presentato si poteva sperare nella benevolenza del pontefice e del cardinale Farnese , " accompagnandovisi la innocentia sua [----] ; ma egli ha di molti fieri nemici intorno ", concludeva accennando ai sospetti scaturiti dalla sua amicizia con un "homo del re d'Inghilterra ( il Giannetti ) e da una lettera scritta a Buzero"

 

 

Inoltre si scrive di una dichiarazione di Carnesecchi sull'esistenza di una lettera da lui scritta a Caterina Cybo che gli chiedeva di spiegargli l'opinione che aveva Calvino sull'eucarestia

( dichiarazione ovviamente preventiva nel sospetto/timore questa fosse in possesso degli inquisitori )

Caterina Cybo (Ponzano, 13 settembre 1501 – Firenze, 17 febbraio 1557) fu duchessa consorte di Camerino. A partire dagli anni trenta fu fortemente influenzata da Bernardino Ochino. Ebbe stretti legami altresì con Marcantonio Flaminio e Pietro Carnesecchi.

In tale pagina si scrive anche della lettera del Flaminio che mostra un opinione cattolica che ambedue avrebbero tenuto sull'eucarestia

Volume II pagina 106

 

 

 

 

 

 

 

Jacques Auguste de Thou (Thuanus) (8 October 1553, Paris – 7 May 1617, Paris)

la celebrità gli viene dalle Historiae sui temporis, storia contemporanea riguardante gli anni dal 1543 al 1607, che saranno tradotte dal latino in francese nel 1734. Nel suo libro, di cui il primo volume appare nel 1604, il magistrato si schiera dalla parte della tolleranza religiosa, attacca gli eccessi del clero cattolico e osserva verso i protestanti un atteggiamento comprensivo, il che fa mettere il suo libro nell'Index Librorum Prohibitorum nel 1609.

Parla anche dell'uccisione del Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

Da ERETICOPEDIA:ORG

Nella seconda metà del Seicento ed ancora all'inizio del Settecento la rete dei tribunali fu pienamente efficiente. In questa fase si diffuse il fenomeno delle conversioni e dei battesimi forzati degli ebrei nello Stato della Chiesa, proseguì l’offensiva contro la stregoneria e la magia (i casi del Friuli e di Siena sono particolarmente significativi) e contro la santità spontanea e mistica (in particolare si ebbe la repressione del movimento pelagino in Valcamonica; anche la condanna del quietismo va nella medesima direzione). Il giansenismo venne duramente represso, così come le teorie giurisdizionaliste: in quest'ultimo ambito il caso più clamoroso fu la carcerazione di Pietro Giannone. L’Inquisizione processò altresì filosofi (celebre fu il processo contro gli ateisti napoletani del 1688-1697) e massoni (di rilievo fu l'offensiva contro i massoni fiorentini la cui vittima più illustre fu Tommaso Crudeli, arrestato nel 1739).

Da ERETICOPEDIA:ORG

 

 

 

 

 

GRANDUCATO DI TOSCANA

 

Il processo a Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione alla teoria geocentrica, sostenuta dalla Chiesa cattolica, iniziò a Roma il 12 aprile 1633 e si concluse il 22 giugno 1633 con la condanna per "veemente sospetto di eresia" e con l'abiura forzata delle sue concezioni astronomiche.

 

Invocato dunque il S.mo nome di N. S.re Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra diffinitiva sentenza, qual sedendo pro tribunali, di consiglio e parere de' RR Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell'una e dell'altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e nelle cause vertenti avanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell'una e dell'altra legge Dottore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, a te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processato e confesso come sopra, dall'altra;

Diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo suddetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li suddetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.

E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell'avvenire e essempio all'altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de' Dialoghi di Galileo Galilei.

Ti condanniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.

 

 

 

CHIARA RIZZO

 

 

Letteratura all'Indice: Boccaccio, Galileo, Tasso e la censura libraria tra Cinque e Seicento

 

 

Il processo a Galileo riporto' alla memoria in Toscana il processo al Carnesecchi il procedimento inquisitoriale piu' noto a carico di untoscano prima di questo a Galileo

 

 

 

 

In Italia i condizionamenti dell'inquisizione erano ancora ben presenti. E Carnesecchi era un eretico da dimenticare

in Toscana restava vivo il ricordo del Vescovo matto

Specie nei Prioristi che dovendo parlare della famiglia non mancavano di rilevare come la famiglia fosse macchiata d'eresia

e nella famiglia stessa angustiata dalla fama dell'eretico

 

I Carnesecchi, come oramai sappiamo , erano una delle famiglie piu' importati di Firenze , presenti nelle cariche repubblicane sino dal 1297 ,avevano avuto 11 Gonfalonieri e 49 Priori . Durante il Principato sino al 1567 avevano avuto 3 Senatori

Ne avranno altri 5 in seguito , 1571 , 1586 , 1615 , 1622 , 1663

 

 

Questa famiglia è stata in Firenze molto honorata per la loro richezza et anchora ritiene il nome de Carnesechi per e molti casamenti che in quello luogo anno dove habitano quei di questa famiglia e per li dischordie civile che alla giornata nascevono nella cipta era potente causa di non asciendere a qualche grado rilevato pero non e manchato loro nelle ochorentie che alla giornata nascievono dessere adoperati al pari dogni altro ciptadino come fu Franciesco di Berti che fu fatto uno de V ciptadini che havessino a vendere e beni della parte guelfa accietto che la loro residenzia et la torre doltre arno allato al ponte vechio che fu lanno 1471 et se nonche monsigniore Veschovo a machiato eresia questa famiglia per la tanta sua perfida ostinazione che meritamente in Roma fu abruciato a tempi nostri saria in maggiore riputazione che la non è.

Priorista Corsi-Salviati ( Cortesia dottoressa Laura Cirri )

 

 

 

 

……..La storia de' Governatori di Tivoli l'ho, ed è vero, che il Giberto fu uno di essi, e anche l'INFAME Carnesecchi, il quale mandava le rendite de' Beneficj a Calvino, e fu fatto bruciare da San Pio V………….

 

GRANDUCATO DI TOSCANA

 

 

 

Scipione Ammirato si arrampica sugli specchi per giustificare la consegna del Carnesecchi come atto inevitabile

 

 

 

 

 

UNO STORICO SCRIVE DEL PONTIFICATO DI PIO V

LADERCHI, Giacomo. - Storico, nato a Faenza verso il 1678, morto a Roma il 25 aprile 1738; entrato nella Congregazione dell'Oratorio, si acquistò larga fama per la sua dottrina e pietà.

Pubblicò parecchi scritti di agiografia, fra cui la Vita S. Petri Damiani (Roma 1702), e gli Acta passionis SS. martyrum Crescii et sociorum (Firenze 1707). Quest'ultimo suscitò una fiera polemica contro certi sistemi della sua critica, ch'egli tentò difendere con due trattati: La critica di oggi o sia l'abuso della critica odierna (Roma 1726), e I congressi letterarii di oggidì (Venezia 1734). Nel campo liturgico pubblicò le Osservazioni su due libri del card. Tomasi: Codices sacramentorum et Antiqui liibri missarum (Roma 1720). Curò pure la continuazione degli Annali del Baronio (v.) pubblicando i volumi XXII-XXIV (Roma 1728-1734) per il pontificato di Pio V. L'opera del L., se non si può paragonare a quella dei predecessori, supera quella del polacco Bzovio (Bzowski), che narrò gli stessi avvenimenti con minori informazioni. ( Treccani )

 

 

Giacomo Laderchi

Ha sicuramente la possibilita' di consultare l'archivio vaticano

Nel 1733 compare in :

indagando il pontificato di Pio V in senso agiografico pubblica

La lettera con cui Pio V metteva alle strette Cosimo I perche' consegnasse Pietro Carnesecchi

Eòe motivazioni della sentenza con cui il Carnesecchi era stato condannato per eresia

Il Laderchi, abbastanza ovviamente, sembra non provare grande simpatia per il Carnesecchi e propaganda l'infamita' del Carnesecchi nei confronti della Chiesa cattolica

 

 

 

GIACOMO LADERCHI

 

 

Annales ecclesiastici ab anno 1566 ubi Odericus Raynaldus desinit tomo XXII

 

 

 

 

 

 

L'attenzione del Laderchi sul Carnesecchi ( legata al suo interesse per il pontificato di Pio V e non al Carnesecchi ) fornisce elementi in piu' anche a Johannes G Schelhorn

In area germanica nel 1729 nelle Amoenitates literariae si era limitato a pubblicare a proposito del Carnesecchi ancora l'encomio del Camerario

Nel 1738 Johannes G Schelhorn : Amoenitates historiae ecclesticae et liliterarie scrive nuovamente del Carnesecchi ed in maniera piu' completa

Riporta le informazioni e gli articoli della condanna desunti dal lavoro di Giacomo Laderchi

Ora pubblica nuovamente la presunta lettera di Marcantonio Flaminio e la presunta risposta del Carnesecchi sul tema dell'eucarestia

Quindi torna in evidenza in un certo modo lo scambio epistolare sull'eucarestia dopo circa 150 anni

E su questa questione quindi in un certo modo nel 1738 Schelhorn chiude il cerchio

giustamente prende in considerazione che la lettera del Flaminio sia falsa e di conseguenza non attribuibile al Carnesecchi la risposta

Ovviamente fosse falsa sarebbe chiaramente falsa anche la risposta del Carnesecchi

Poi si piega alla idea che Flaminio partito da una posizione cattolica sull'eucarestia abbia nei sette anni cambiato radicalmente la sua convinzione

e qui AGGIUNGE che questo si debba all'influenza del Carneseccchi sull'amico e certifica senza alcuna prova attribuibile al Carnesecchi la risposta

 

DICE : .....Comunque stiano le cose , a ragione con il Camerario si potrebbe ritenere che egli successivamente abbia cambiato idea su questo argomento , soprattutto pensando al fatto che visse ancora sette anni dopo averla scritta e che compose molte lettere piene di devozione cristiana indici di una comprensione migliore e piu' sicura delle cose divine . Per non parlare del fatto che sia abbastanza verosimile che , vinto dalle motivazioni , si sia arreso a Carnesecchi , la cui opinione , del resto era solito tenere in grandissimo conto

 

tutto viene forzosamente sistemato : Flaminio ha mutato opinione questa volta si indica anche la causa : sotto l'influenza del Carnesecchi

 

NON HO L'IMPRESSIONE CHE QUESTO NUOVO SCRITTO AGITI PIU' DI TANTO LA PERCEZIONE DEL CARNESECCHI

PERO' MUTUATA DALLO SCRITTO DI GIACOMO LADERCHI ORA LA FIGURA ED IL PROCESSO DEL CARNESECCHI STANNO PRENDENDO UN CONNOTATO PIU' NITIDO ANCHE IN AREA GERMANICA

 

 

 

 

 

Daniel Gerdes (Latin: Gerdesius) (19 April 1698, Bremen – 11 February 1765) was a German Calvinist theologian and historian. He became professor at the University of Duisburg in 1726,[1] and at the University of Groningen in 1736 ( Wikipadia )

 

Nel 1765 si riparla brevemente del Carnesecchi nello "Specimen Italiae reformatae" di Daniel Gerdes

Specimen Italiae reformatae sive observata quaedam ad historiam renati in Italia tempore reformationisevangelii , una cum syllabo reformatorum italicorum

Narra le vicende del protonotario , una breve biografia

non riporta i testi delle epistole sulla eucarestia

elenca gli articoli di condanna del Santo Uffizio

parla della damnatio memoriae imposta dalla paura dell'inquisizione e della censura

Il punto piu' importante:

Ma poiche sono stati nominati i Devoti Martiri d'Italia , non si puo' tacere senza grave colpa il nome di Pietro Carnesecchi , uomo di fama straordinaria , che rese testimonianza con il suo sangue alla dotrina evangelica.E ne rinnoviamo la memoria tanto piu' volentieri poiche' non e' stato fatto nessun cenno su di lui nel "Martirologio dei Protestanti", se non quell'elogio che Gioacchino Camerario formulo' in un libretto su Marco Antonio Flaminio e Pietro Carnesecchi , preservando dall'oblio il ricordo di questi due uomini eccellenti.Tuttavia esserdo quest'opera piu' rara di un corvo bianco, Schelhorn , il celebre difensore delle Muse che stavano scomparendo tra i suoi compatrioti svevi , fece benissimo a voler estrarre l'elogio di entrambi dal libro del Camerario per inserirli nelle sue Amoenitates litterariae, e d'altra parte non si accontento'solo di ricavare dal Camerario l'Elogio di Carnesecchi ma poi lo commento' anche con speciale scrupolosita'e racconto' in modo assai completo tutta questa vicenda come per dare nuova vita alle sue ceneri e indubbiamente ci forni la materia e ci offri l'esempio per reintegrare il ricordo di quest'uomo

 

 

Pietro Carnesecchi e' commemorato , dagli Evangelici , come martire il 2 di ottobre

non sono riuscito a capire ancora quando venne ufficializzato questo inserimento del martirologio ,in che modo ed in base a quali impulsi

 

 

 

 

 

 

 

Da ERETICOPEDIA:ORG

Nella seconda metà del Seicento ed ancora all'inizio del Settecento la rete dei tribunali fu pienamente efficiente. In questa fase si diffuse il fenomeno delle conversioni e dei battesimi forzati degli ebrei nello Stato della Chiesa, proseguì l’offensiva contro la stregoneria e la magia (i casi del Friuli e di Siena sono particolarmente significativi) e contro la santità spontanea e mistica (in particolare si ebbe la repressione del movimento pelagino in Valcamonica; anche la condanna del quietismo va nella medesima direzione). Il giansenismo venne duramente represso, così come le teorie giurisdizionaliste: in quest'ultimo ambito il caso più clamoroso fu la carcerazione di Pietro Giannone. L’Inquisizione processò altresì filosofi (celebre fu il processo contro gli ateisti napoletani del 1688-1697) e massoni (di rilievo fu l'offensiva contro i massoni fiorentini la cui vittima più illustre fu Tommaso Crudeli, arrestato nel 1739).

Dalla metà del Settecento in poi la Chiesa romana subì in modo sempre più veemente la contestazione illuministica e l'Inquisizione ne fece le spese: l’attività delle sedi periferiche fu limitata dai governi riformatori, quindi esse furono soppresse una dopo l'altra. Nel 1765-68 l'Inquisizione fu abolita nel ducato di Parma; nel 1775 Maria Teresa d'Austria stabilì che i delegati locali dell'Inquisizione nello Stato di Milano non sarebbero più stati sostituiti alla loro morte; nel 1782 il Sant'Uffizio fu abolito nel Granducato di Toscana; nel 1785 fu la volta di Modena, dove negli ultimi decenni della sua storia, l'attività del tribunale era stata ancora intensa (così come a Siena e a Malta, mentre altrove essa andava verso un inesorabile declino). Negli anni novanta l'attività dell'Inquisizione nella Repubblica di Genova e nella Repubblica di Venezia era di fatto esaurita. A fare il resto ci pensò Napoleone, durante le sue campagne italiane

Il periodo napoleonico rappresentò una rottura significativa. Alla fine di esso niente più restava della un tempo efficiente e temibile rete dei tribunali dell'Inquisizione romana. Il Sant'Uffizio restava operativo solo nello Stato della Chiesa. Nel Lazio, peraltro, l'Inquisizione non aveva mai operato attraverso giudici locali poiché da Roma la Congregazione del Sant'Uffizio poteva governare agevolmente la situazione.

Alla fine dell'epoca napoleonica come sedi periferiche del Sant'Uffizio erano quindi rimaste in vita solo quelle nello Stato pontificio fuori dal Lazio. Queste cessarono di esistere nel 1860, con l'annessione dei territori pontifici, Lazio escluso, al neonato Regno d'Italia. Nel 1870, quindi, con l'annessione di Roma e del Lazio all'Italia e la fine dello Stato della Chiesa, la Congregazione del Sant'Uffizio perdeva definitivamente la sua rete giudiziaria territoriale.

Da ERETICOPEDIA:ORG

 

 

 

 

 

 

Quanto distante era la Toscana da quando Francesco Guicciardini dichiarava :

<< Tre cose desidero vedere innanzi alla morte : uno vivere di repubblica bene ordinato nella citta' nostra , Italia liberata da tutti e barbari e liberato il mondo dalla tirannide di questi scellerati preti >>.

 

l'Italia era allora un paese preda dell'ignoranza e della superstizione

Ed in un paese siffatto non potevano esserci giornali o libri se non quelli scritti per chi o da chi deteneva il potere i soli che sapevano leggere o che li potevano comprare

E chi li scriveva pensava come i gesuiti che li avevano educati

e se la pensava diversamente difficilmente avrebbe avuto la possibilita' di scrivere contro il potere

Ma qualcosa cominciava a muoversi , seppur con molta timidezza

 

 

 

 

 

Tra i compiti del Sant'Uffizio, istituito da papa Paolo III nel 1542, era compresa la vigilanza e la soppressione dei libri eretici, compito affidato a una commissione di cardinali e collaboratori. Sotto papa Paolo IV, venne pubblicato un indice dei libri e degli autori proibiti, detto "Indice Paolino", redatto dall'Inquisizione e promulgato con un suo decreto, affisso a Roma il 30 dicembre 1558. Il decreto dell'Inquisizione romana prescriveva, pena la scomunica, «Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant'Uffizio». L'elenco dei libri proibiti comprendeva l'intera opera degli scrittori non cattolici, compresi i testi non di carattere religioso, altri 126 titoli di 117 autori, di cui non veniva tuttavia condannata l'intera opera, e 332 opere anonime.

Vi erano inoltre elencate 45 edizioni proibite della Bibbia, oltre a tutte le Bibbie nelle lingue volgari, in particolare le traduzioni tedesche, francesi, spagnole, italiane, inglesi e fiamminghe. Veniva condannata l'intera produzione di 61 tipografi (prevalentemente svizzeri e tedeschi): erano proibiti tutti i libri che uscivano dai loro torchi, anche riguardanti argomenti non religiosi, in qualsiasi lingua e da qualsiasi autore fossero scritti; questa disposizione aveva l'obiettivo di dissuadere gli editori di autori protestanti di lingua tedesca.

Infine si proibivano intere categorie di libri, come quelli di astrologia o di magia, mentre le traduzioni della Bibbia in volgare potevano essere lette solo su specifica licenza, concessa solo a chi conoscesse il latino e non alle donne.

Lo scopo dell'elenco era quello di ostacolare la possibile contaminazione della fede e la corruzione morale attraverso la lettura di scritti il cui contenuto veniva considerato dall'autorità ecclesiastica non corretto sul piano strettamente teologico, se non addirittura immorale.

L'indice nei suoi quattro secoli di vita venne aggiornato almeno venti volte (l'ultima nel 1948) e fu abolito in seguito alle riforme del Concilio Vaticano II, nel 1966, sotto papa Paolo VI. Solo l'Opus Dei, prelatura personale della Chiesa Cattolica, mantiene in vigore, una sorta di Indice sotto forma di semplice guida bibliografica.

La locuzione latina Imprimatur ("Si stampi") è stata e talvolta è ancora utilizzata dalla competente autorità ecclesiastica nel concedere l'autorizzazione preventiva alla stampa e alla pubblicazione di un libro. La menzione dell'imprimatur era solitamente riportata all'inizio del libro, generalmente subito dopo il frontespizio.

La locuzione Nihil obstat quominus imprimatur ("Nulla osta a che si stampi") indica invece il previo giudizio favorevole della persona incaricata di esaminare il testo ma che non possiede la facoltà di accordare l'autorizzazione di stampare.

Tale pratica di censura preventiva della stampa fu codificata definitivamente il 4 maggio 1515 dalla bolla Inter Sollicitudines, emanata durante il V Concilio Lateranense rielaborando un'idea precedentemente espressa nel 1487 da Innocenzo VIII con la bolla Inter multiplices. Nessun cattolico era comunque obbligato a richiedere tale autorizzazione.

Erano tenuti a farlo solo i fedeli che intendevano pubblicare saggi sulla morale e la fede. Inoltre, se un libro non otteneva l'imprimatur, non per questo ne veniva bloccata la stampa.

Le autorità preposte (solitamente il vescovo o altri in sua vece) all'autorizzazione e al controllo e le misure repressive (dapprima consistenti nel rogo dei libri non autorizzati, in multe o nella sospensione delle attività per gli stampatori), variarono nel corso della storia della Chiesa

L'imprimatur ecclesiastico viene concesso solamente su richiesta dell'autore o dell'editore. Significa che la pubblicazione è immune da errori circa la fede cattolica e i costumi, ma non che il concedente condivida le opinioni in essa espresse.

L'autorizzazione alla stampa spetta sempre all'Ordinario locale (nella maggioranza dei casi, il vescovo) o dell'autore o del luogo di pubblicazione dell'opera

L’istituzione dell’Indice fu un blocco insormontabile per lo sviluppò della cultura italiana. Per i lettori significò che la lettura di tutti i testi contenuti nella lista dei libri proibiti era pericolosa e poteva essere condotta solo a proprio rischio. Per gli stampatori significava che i libri contemplati in un qualunque modo nell’Indice divenivano un investimento pericoloso. Certo ci fu il contrabbando e l’Indice non riuscì mai a coprire la totalità dei libri stampati, ma si trattava quasi sempre di libri di poco valore.

La censura ecclesiastica perderà in maniera lenta ma costante la sua importanza a partire dall’Illuminismo, ma fu soltanto con l’unità d’Italia che abbandonerà per sempre e in maniera definitiva il suo valore giuridico.

 

 

 

 

GIGLIOLA FRAGNITO

Proibito capire La Chiesa e il volgare nella prima età moderna anno 2005 IL MULINO

 

Celebrando la prima messa in italiano, nel marzo del 1965, Paolo VI dichiarò che con quell'evento "memorabile" aveva "sacrificato tradizioni di secoli per arrivare a tutti". Per cogliere tutta la portata rivoluzionaria di questa affermazione ci si deve rifare alla plurisecolare strategia della Chiesa che dell'inaccessibilità del "patrimonium fidei" per le masse dei credenti aveva fatto un obiettivo fondamentale. L'allarme suscitato dalla diffusione delle dottrine protestanti e dalle successive dispute aveva, infatti, indotto Roma a riaffermare il monopolio del latino e a erigere steccati sempre più alti tra religione dei chierici e credenze dei fedeli. Oltre ad allontanare la gente comune dall'esperienza di una fede consapevole, le proibizioni operate dall'Inquisizione contro l'uso del volgare ebbero ripercussioni anche al di là dell'ambito propriamente religioso: sulla letteratura d'intrattenimento, caratterizzata dalla commistione di temi sacri e profani, e sui contenuti dell'insegnamento primario, imponendo la sostituzione di libri devozionali molto diffusi con catechismi e preghiere in latino. Se le conseguenze di queste scelte sul processo di alfabetizzazione e di unificazione linguistica della penisola attendono ancora di essere compiutamente valutate,

 

 

 

 

 

GIGLIOLA FRAGNITO

 

 

La censura ecclesiastica in Italia.........

 

 

 

 

 

GIGLIOLA FRAGNITO

 

 

La censura ecclesiastica in Italia.........

 

 

 

 

 

MARIO INFELISE

 

 

I libri proibiti. Da Gutenberg all’Encyclopédie, Laterza, Roma-Bari 1999,

 

 

 

 

 

RODOLFO SAVELLI

 

 

Biblioteche professionali e censura ecclesiastica (XVI-XVII sec.)

 

 

SENZA TENER DI CONTO L'AUTOCENSURA E LA CENSURA PREVENTIVA

 

 

 

 

 

 

 

Con l'indebolirsi della Chiesa a favore degli stati nazionali con l'affermarsi del potere assolutistico del Monarca la censura divenne appannaggio dello Stato , e comunque mantenne ( nel rispetto del Clero oramai subordinato al Monarca ) viva la vigilanza sulle questioni religiose come funzionali al mantenimento dell'ordine sociale

 

 

 

 

L'assolutismo monarchico è una teoria politica che sostiene che una sola persona, generalmente un monarca, debba detenere i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario esercitati in maniera assoluta. Questo è giustificato dal concetto di "diritto divino dei re", che implica che l'autorità di un governante derivi direttamente da Dio, formando una "monarchia teocratica".

Tradizionalmente l'origine del concetto di sovrano assoluto si individua negli scritti di Jean Bodin. Egli sosteneva l'unità, indivisibilità e perpetuità della sovranità. Hobbes, nella sua filosofia della legge naturale, riteneva che i governanti assoluti emergessero in accordo con gli istinti fondamentali degli uomini, in particolare la loro paura della morte e il loro bisogno di potere. Nella sua visione, non poteva esserci ordine sociale senza la cessione del potere a un singolo individuo che lo avrebbe usato per limitare le tendenze violente e anti-sociali del popolo. Hobbes insisteva anche sull'irreversibilità del potere assoluto comunque acquisito, per vie pacifiche o violente, legali o illegali.

Per coloro che credevano che il monarca assoluto fosse stato scelto da Dio, la ribellione contro il monarca era equivalente alla ribellione nei confronti di Dio. Quindi, il governo era considerato assoluto, in quanto non poteva essere sfidato.

Il Sovrano dovrà essere] considerato ed onorato da tutti i sudditi come il capo sommo e supremo sulla terra, sopra tutte le leggi umane, non riconoscendo altro capo o giudice sopra di sé, nelle questioni sia spirituali che temporali, al di fuori di Dio solo»

deteneva la suprema autorità giudiziaria del Paese, e poteva addirittura condannare qualcuno senza processo

( Treccani ) Le origini teoriche dell’a. si collocano nella dottrina giuridica del tardo Medioevo, che affermò l’autonomia dello Stato di fronte ai poteri universalistici e il diritto del sovrano, rappresentante di Dio in terra, a esercitare con pienezza il governo sull’insieme dei sudditi. Tuttavia, furono soprattutto i teorici dell’Età moderna, come J. Bodin, Giacomo I Stuart e T. Hobbes, a segnare il superamento della tradizionale concezione del potere, definendo il concetto di sovranità, intesa come pienezza e unicità del potere statuale, e assegnandone l’esercizio al solo sovrano. Anche per i teorici dell’a., peraltro, il monarca rimaneva vincolato ai dettami del diritto divino e naturale, distinguendosi così dal paradigma politico del dispotismo e della tirannide. La traduzione della teoria dell’a. in concreta pratica di governo caratterizzò le monarchie europee tra il 16° e il 18° sec. e si realizzò attraverso una serie di processi, tra loro collegati: la creazione di una burocrazia che faceva capo al sovrano; il disciplinamento dei comportamenti della nobiltà, anche attraverso la creazione di una corte che si poneva come centro politico e culturale del Paese; l’affermazione del sovrano a spese dei residui poteri feudali e delle istituzioni ecclesiastiche; la mobilitazione degli apparati statali nelle grandi guerre dell’epoca. Pur nella concomitanza dei processi, è possibile individuare significative differenze tra le varie realtà. In Spagna l’a., affermatosi già con Carlo V e Filippo II, convisse a lungo con i particolarismi regionali, che durante i decenni centrali del Seicento si espressero in una serie di rivolte. In Inghilterra, la costruzione di una monarchia assolutista, avviata dai sovrani Tudor Enrico VII ed Enrico VIII nel Cinquecento, sfociò, nel corso del Seicento, in un duro contrasto tra la monarchia e il Parlamento. A seguito delle rivoluzioni del 1642-48 e del 1688, il ruolo del Parlamento si affermò e l’azione dei sovrani fu sottoposta a una serie di rigidi vincoli, che avviarono la costruzione di una monarchia costituzionale. In Francia, la fine delle guerre di religione (1562-98) portò, nel corso del Seicento, a una forte affermazione dell’a. monarchico, grazie all’azione del cardinale Richelieu e del cardinale Mazzarino, che ridussero all’obbedienza l’alta nobiltà, ribellatasi durante la Fronda (1648-53). Raccogliendo la loro eredità, Luigi XIV, durante il suo regno personale (1661-1715), segnò l’apogeo dell’ideologia e della pratica assolutistica, costituendo un modello da imitare anche per numerosi Stati regionali in Germania e in Italia. Nel 18° sec., la forma di governo assolutista evolvette in direzione del cosiddetto «a. illuminato», caratterizzato cioè da un’energica azione riformatrice e modernizzante, che si apriva a un nuovo rapporto con le istanze politiche espresse dal basso, ma l’affermazione di forme di monarchia limitata si realizzò solo nel corso dell’Ottocento, dopo l’esperienza della Rivoluzione francese ( Treccani )

Nel XVII secolo, l'assolutismo monarchico si affermò in Francia e in altri Paesi dell'Europa continentale, come la Prussia e la Russia degli zar. Nell'Europa dell'inizio dell'età moderna era la forma di governo più diffusa, nella sua incarnazione di Stato dei ceti dove il potere del principe era affiancato da una corte, ufficiali, parlamenti, Diete, nei quali erano presenti le classi privilegiate, come il clero e la nobiltà, ma spesso il potere di questi apparati si riduceva ad essere puramente consultivo. Non avevano seria influenza nelle decisioni, solamente cercavano di difendere i propri privilegi. Tra il Quattrocento e il Cinquecento, i monarchi ridimensionarono i poteri di tali ceti, nonostante questi tendessero ad allargare la propria presenza.

La necessità di mantenere eserciti permanenti e di imporre tributi senza interpellare i sudditi facilitò il rafforzamento dei monarchi di fronte alla nobiltà e alla borghesia, mentre le guerre contribuirono allo sviluppo del sentimento nazionale e nella figura del sovrano sembrò incarnarsi l'intera nazione. In Francia, in Prussia e più tardi in Russia, la cultura del Cinque-Seicento sostenne l'idea di un primato politico, culturale ed etico-religioso della Nazione.

 

 

Nell'ambito religioso, il cattolicesimo, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), favorì l'affermarsi dell'idea di sovrano come rappresentante dell'ordine razionale voluto da Dio.

Diversificato fu invece l'atteggiamento del mondo protestante: i calvinisti furono decisi avversari dell'assolutismo, mentre i luterani, seguendo le dottrine del loro maestro, videro nel principe anche il capo della comunità religiosa, perché ritennero che egli solo, con la sua autorità assoluta, potesse reprimere la volontà dei malvagi.

 

 

 

CLERO , GIUDICI, ESERCITO , IL BRACCIO DEL POTERE

 

 

 

 

 

 

 

GIORNALISMO da la Storia d'Italia di Indro Montanelli

 

 

 

 

 

 

 

1766

 

Lezioni di antichità toscane e spezialmente della città di Firenze recitate nell'Accademia della Crusca da Giovanni Lami pubblico professore

Giovanni Lami, 1766

da pagina 600a pag 611

 

 

 

GIOVANNI LAMI

 

 

PIETRO CARNESECCHI da pag 600 a pag 611

 

 

 

 

 

 

ANNO 1781 UN GRANDE LAVORO D'ARCHIVIO DI RIGUCCIO GALLUZZI

 

l'opera che dette celebrità al Galluzzi,(Volterra, 1739-Firenze, 1801) e' l'Istoria del Granducato di Toscana sotto il governo della casa Medici (I-V, Firenze 1781),edizione del Cambiagi,

Il Galluzzi aveva una grande conoscenza dei documenti , infatti il 31 ott. 1769 aveva avuto l'incarico di riordinare, insieme con Carlo Bonsi e Ferdinando Fossi, l'archivio della Segreteria vecchia, ossia l'archivio dei granduchi medicei, consistente di oltre 6000 filze.

Questo lavoro di riordino lo porto a quella notevole conoscenza delle carte . ( E per quello che interessa per Pietro Carnesecchi del gran lavorio di Pio V per ottenerne la consegna da Cosimo I )

............TRECCANI .........Da questo imponente lavoro di studio durato otto anni scaturirono i 21 tomi di "spogli" manoscritti intitolati Indice generale della Segreteria vecchia che, a tutt'oggi, costituiscono uno strumento utilissimo e preliminare a ogni indagine sulle carte del periodo mediceo................................

............Questo lavoro archivistico fu alla base dell'opera che dette celebrità al Galluzzi, l'Istoria del Granducato di Toscana sotto il governo della casa Medici (I-V, Firenze 1781), che il granduca Pietro Leopoldo gli commissionò nel 1775.

L'opera ebbe fin dal suo apparire larga fortuna, tanto da vedere altre tre edizioni nello stesso anno (due a Firenze presso Cambiagi e Del Vivo e una a Livorno presso Masi e C.). Fu tradotta in francese e ne venne fatto un compendio in tedesco. Successivamente fu edita nel 1822 (Firenze), nel 1830 (ibid.), e nel 1841 (Capolago) con una Premessa sulla vita e l'opera del Galluzzi.

OPERA ANTICLERICALE

.TRECCANI La polemica anticuriale, vero centro propulsore dell'opera, dovuta anche alle posizioni filogianseniste del Galluzzi, si legava direttamente alla politica giurisdizionalista di Pietro Leopoldo in campo ecclesiastico. Storia ufficiale dunque, volta principalmente a una legittimazione dinastica degli Asburgo Lorena e dedicata al granduca che "con la libertà, la giustizia e l'umanità" governava il Paese. Da questo punto di vista l'Istoria sottintende ed esalta la continuità Medici-Lorena, e suona conferma dei diritti dei Lorena alla successione in Toscana, dopo le incertezze che avevano accompagnato l'estinzione dell'ultimo Medici. La Istoria si configura, quindi, come uno strumento pubblico propagandistico, rivolto all'orientamento dell'opinione tanto interna quanto internazionale. In questo senso essa risulta analoga ad altre iniziative politico-culturali dei Lorena ed è affiancabile alla fondazione del mito galileiano e alla rivalutazione del mecenatismo mediceo.

 

TENTATIVI ROMANI DI IMPEDIRNE LA STAMPA

TRECCANI L'opera al suo apparire fece scalpore. Dalla corrispondenza tra Horace Mann e il ministro degli Esteri britannico Walpole sappiamo che già prima che l'Istoria venisse terminata circolavano "rumori" da parte di Roma, al punto che vi sarebbero stati tentativi di impedirne la stampa, arrivando per giunta a intimidire il Galluzzi. Ma alle spalle dell'impresa era direttamente il Granduca di Toscana coadiuvato dal fratello, l'imperatore Giuseppe II: entrambi avrebbero usato strumentalmente la narrazione storica delle vicende di casa Medici per la battaglia politica di rafforzamento dell'autorità sovrana contro l'autorità ecclesiastica.

 

 

 

 

dalla"Storia del Granducato di Toscana sotto il governo della casa Medici" di Riguccio Galluzzi editore Marchini Leonardo 1822

 

Fosse in Borromeo debolezza di lasciarsi guadagnare dal Farnese , ovvero perfetta cognizione del Soggetto nominatoli dal medesimo e' certo che egli s'impegno' a proporre il Cardinale Alessandrino , il quale a pieni voti li sette gennaio resto' assunto al Pontificato. .......... facendosi denominare Pio V; ...................Niuno certamente si rallegro' di tale elezione temendo di veder risorgere in esso il genio feroce di Paolo IV , di cui si era dimostrato sempre sincero ammiratore......................

Estremamente zelante della purità della Fede introdusse un nuovo metodo nel Tribunale della Inquisizione, e sì prefisse di purgar l'Italia da tutti quei soggetti , che fossero infetti delle nuove opinioni; ne richiese perciò a varj principi per averli nelle sue forze, il che sparse per l'Italia il térrore, quale tanto più si accrebbe quando si rese noto l'impegno con cui richiese a Cosimo il Carnesecchi.

Pietro Carnesecchi Fiorentino era di una famiglia assai riguardèvole, e di quelle che seguitarono la fortuna dei Medici: servì Clemente VII in qualita' di Segretario e ciò gli meritò la protezione della Regina Caterina , la benevolenza di Cosimo, e l'acquisto di un competente Patrimonio Ecclesiastico ; dopo la morte di Papa Clemente , nauseato della permanenza di Roma , scorse per le varie Citta' dell'Italia., occupandosi unicamente delle lettere , e della conversazione dei dotti ; era egli versatissimo nelle lettere Greche e Latine , eloquente parlatore , e poeta. Passò in Francia , dove, mediante il favore, di quella Regina, e del suo proprio merito fu tenuto in sommo onore, e stimato da quella Nazione.

Siccome nei suoi viaggi avea contratto' amicizia con alcuni settarj, e singolarmente con Pietro Martire, e con Bernardino Ochino, s' imbevve percio' facilmente delle loro opinioni: ciò diede occasione alla Inquisizione di Roma di processarlo mentre era in Francia , ma il favore di quella Regina pote' liberarlo da ogni molestia. Nel 1552 ritornò in Italia , e stabili la sua dimora in Venezia, dove nel 1557 giunsero novamente a turbarlo le citazioni di Roma , e: in conseguenza il terrore dell'inesorabile Paolo IV. In tale occasione la protezione del Duca fu efficace a salvarlo dalle mani dell'Inquisitore Fra Míchele per mezzo di commendatizie, proroghe, e attéstazioni d'infermità, tanto che lo trattenne dal comparire , finché ebbe' vita quel Papa. Successe poi Pio IV. , e allora non fù dìfficile a Cosimo di renderlo immune da qualunque molestia , che anzi volle si portasse egli medesimo a Roma a difendere la propria causa : nel 1561 ne riporto' una sentenza assolutoria, che lo dichiarava purgato da ogni macchia d' imputazione, e riconosciuto per vero Cattolico, e obbediente alla Chiesa Romana. Dopo tanti travagli prevalse nondimeno nel Carnesecchi il fanatismo alla prudenza , poiche' non solo continuò con i settarj le antiche corrispondenze , ma apparve ancora complice , e fautore della evasione del Pero. Era questi Pietro Gelido da Samminiato, denominato comunemente il Pero, Ecclesiastico di molta dottrina, esercitato anch' esso in sua gioventù neila Corte di Clemente VII. Avea servito il Duca con carattere di Segretario alla Corte di Francía , e poi trattenutosi alla Corte di Ferrara si era meritato la benevolenza della Duchessa Renata , per opera della quale s'imbevve delle nuove opinioni di Calvino, che essa professava palesemente. Dipoi il Duca Cosimo lo dichiaro' suo Segretario Residente presso la Repubblica di Venezia, e dal 1552 al 1561 servì in questo incarico con molta lode, e sodisfazione del suo Principe. Ma infine la familiarità, e domestica conversazione del Carnesecchi avendo posto in agitazione il suo spirito, mosso dal fanatismo si risolvè di abbandonare l'Italia . e portarsi in Francia presso la Duchessa Renata per professare liberamente la nuova Setta con la di lei protezione . I Fiorentini della Regina avendolo diffamato per uno spione di Cosimo lo posero in necessita' di ritirarsi in Ginevra ,dove incorporatosi con quella Chiesa , e ridottosi a mendicare il cibo ,scriveva a Cosimo lettere oratorie , perche' inducesse il Papa a convocare un Concilio nel centro della Germania , e v'intervenisse personalmente. Fu comune opinione che il Carnesecchi , oltre ad aver fomentato il Pero a questa risoluzione , lo ajutasse ancora con le rimesse di danaro. Nondimeno egli si stava in Firenze godendo il favore del Duca , e conversando con esso domesticamente , essendo quel Principe singolarmente inclinato alla compagnia degli uomini di lettere . Questa tranquillita' del Carnesecchi doveva pero' essere turbata sotto un Papa Inquisitore , a cui erano ben noti i suoi andamenti , le corrispondenze , e le antecedenti imputazioni.

Considerando Pio V , che siccome costui era il piu' autorevole e illustre corrispondente dei Settarj in Italia. il toglierlo di mezzo era percio' della massima importanza per estirpare da questa Provincia il seminio delle nuove opinioni. Sapeva la protezione , che avea Cosimo per il medesimo , e trattò in Congregazione del modo di obbligarlo con gli ufficj per non avere una negativa. Ecco come il Cardinale Pacecco li diciannove di Giugno prevenne il Duca di questo affare:Dalla lettera ,che N.S. scrive a Vostra Eccellenza , e dalla persona , che spedisce, potra' Ella ben giudicare di quanta premura sia il negozio , che il Padre Maestro Le dirà , nel quale Le posso assicurare che ho visto con i miei occhi cose nuovamente scoperte, che non solo non si possono dissimulare , ma sarebbe gran peccato davanti a Dio se sua Santita' non ne venisse a capo , e di Vostra Eccellenza come Principe Temporale se non desse al Papa tutto il favore , di cui ha bisogno per fare il suo uffizio come Vicario di Gesu' Cristo . Sua Santita' mi ha parlato di questo affare con gran premura e ansieta', e io l'ho assicurata di due cose , l'una che in tutta la Cristianita' non vi e' principe piu' zelante della gloria di Dio , e delle cose della Inquisizione quanto Vostra Eccellenza, e Sua Santita'conosce molto bene questa parte in Lei , e la predica. L'altra che per suo particolar contento e consolazione non vi sarebbe cosa per grave che fosse , che Ella non facesse , e mi ha detto che non poteva venir negozio in cui Vostra Eccellenza gli potesse mostrare il suo animo come questo ;e per dichiararglielo in una parola diro' che mi commesse nella Congregazione due volte che io venissi in persona a far l'uffizio, che viene a fare il P.Maestro, e se gli illustrissimi miei Colleghi non avessero disapprovato questa risoluzione non mi scaricava di tal peso ,dicendo queste parole : << Se bisognasse per la buona spedizione di questo affare che andassi io in persona lo farei volontieri , perche' questo e' il mio uffizio. >>

Non si meravigli Vostra Eccellenza che per un uomo solo si faccia questa istanza , perche' sarebbe possibile ricavare altre cose che importassero moltissimo , e forse qualcuna che fosse di suo servizio. La supplico intanto che , considerando questo negozio con la sua solita Cristianita' e prudenza , si risolva in quello come suole nelli altri maggiori , tenendo Dio davanti agli occhi , e tenendo ancora per certo che da questo caso dipendera' gran parte della buona corrispondenza , che Vostra Eccellenza deve tenere col Papa in questo Pontificato ecc.

Fu percio' spedito a Firenze il Maestro del Sacro Palazzo , accompagnato da una lettera di proprio pugno di Sua Santita' in data del 30 Giugno del seguente tenore : Dilecte fili ecc..Per causa molto importante al servizio di Sua Divina Maesta', e della Religione Cattolica mandiamo il portatore della presente Maestro del nostro Sacro Palazzo , e e quando non fossero stati i caldi eccessivi avressimo mandato il Cardinale Pacecco per la stessa causa , tanto l'abbiamo a cuore per l'importanza suddetta , nella quale dara' ad esso Maestro quella credenza , che daria a nostra medesima persona. Cosi Sua Divina Maesta' benedicavi ecc..Cosi vigorose premure del Papa posero il Duca Cosimo in un grave cimento, ma prevalendo in esso il desiderio di guadagnarsi la sua benevolenza , e dimostrare il zelo per la Religione , delibero' di concederlo , lusingandosi che in progresso i buoni ufficj , e forse la giustizia della causa avrebbero potuto renderli la liberta'. Condotto a Roma li quattro di Luglio fu rinchuso nelle carceri della Inquisizione . Dopo nove mesi di silenzio il Duca spedi espressamente al Papa per implorare la di lui clemenza , e impiego'a questo effetto l'autorita', e il favore dei Cardinali ; tento' di scusarlo , attribuendo i suoi errori a leggerezza piuttosto che a matura riflessione ; ma tutto fu inutile perche' il Carnesecchi si aggravava da per se stesso nei costituti .Li ventuno di Settembre 1567 fu letta pubblicamente la sua sentenza e dichiarato convinto di trentaquattro opinioni condannate ; fu privato di tutti gli onori , dignita', e benefizj , e consegnato al braccio secolare; gli fu posto indosso il Sambenito , dipinto a fiamme ,e diavoli , fu degradato. Si tento' a nome del Duca di muovere il Papa a compassione per risparmiarli l'ultimo supplizio ; e siccome era impenitente , Sua Santita' sospese l'esecuzione per dieci giorni , promettendo la grazia qualora si convertisse . Un Cappuccino da Pistoja fu incaricato di esortarlo , e ridurlo con la speranza della vita , ma egli godeva di disputare , e non di pentirsi , e sprezzava la morte . Riconosciute inutili le prove di Fra Pistoja li 3 Ottobre 1567 fu decapitato in Ponte , e abbruciato. Sostenne fino alli ultimi momenti il suo fanatismo , e volle intervenire alla esecuzione come in pompa, affettando di avere biancheria , e guanti nuovi , ed eleganti , giacche' il Sambenito infiammato non gli permetteva l'uso di altre vesti.

La compiacenza di Cosimo accrebbe certamente nel Pontefice la stima , e l'amicizia verso di esso;

 

 

 

RIGUCCIO GALLUZZI

 

 

PIETRO CARNESECCHI da pag a pag

 

 

 

 

 

 

1782 MODESTO RASTRELLI o FRANCESCO BECATTINI

 

 

Fatti attinenti all'Inquisizione e sua istoria generale e particolare di Toscana

Firenze : OPERA ANONIMA per FRANCESCO BECATTINI anno 1782

Il testo, pubblicato originariamente anonimo, è assegnato da OPAC SBN, sulla base del “Dizionario delle opere anonime” del Gaetano Melzi a Modesto Rastrelli. Studi più recenti propongono come autore Francesco Becattini.

Opera sicuramente del fiorentino Becattini. Nacque probabilmente intorno al 1740, sicuramente a Firenze, dato che egli stesso, nella prefazione alla terza edizione della Istoria dell'Inquisizione (Milano 1797, p. 3), ricorda "le patrie amenissime sponde dell'Arno". Interessantissimo poligrafo di inesauribile vitalità e di vastissima produzione, pochissime tracce ha lalasciato infatti di sé dal punto di vista biografico, e la sua esistenza si compendia perciò nell'ininterrotta fila di compilazioni e di volumi d'ogni genere cui egli diede mano, e solo attraverso di essa ci è dato seguirla con qualche precisione .

 

 

Quel che più di tutto però sparse il terrore e la costernazione del Pubblico, fu la consegna fatta nel 1566. al Maestro del Sacro Palazzo di Pio V., spedito a bella posta in Toscana, di Pietro Carnesecchi Gentiluomo Fiorentino uno de’ più illustri letterati de’ suoi tempi, se non avesse deviato dalla retta via della salute. Nacque egli in Firenze di nobil famiglia ora estinta, che seguì la fortuna della Casa de’ Medici, e per le rare doti del suo ingegno e vasta erudizione fu da Clemente VII. fin dalla prima sua gioventù promosso al posto di suo Segretario, il che gli meritò i favori di Caterina Regina di Francia, la benevolenza di Cosimo, l’acquisto di competente Patrimonio Ecclesiastico, e il titolo di Protonotario Apostolico. Morto Clemente passò in Francia, dipoi a Napoli, dove nel 1540. contrasse amicizia con Pietro Valdes Spagnuolo, Marco Antonio Flaminio d’Imola, Bernardino Ochino Senese, e fu molto famigliare di Pietro Martire Vermigli, e di Galeazzo Caraccioli. In Viterbo nell’anno susseguente conobbe Vittore Soranzo Vescovo di Bergamo, Appollonio Merenda, Luigi Priuli, Pietro Paolo Vergario Vescovo di Giustinopoli, e Lattanzio Rognoni di Siena, i quali tutti erano Valdesiani, Zuingliani, o Calvinisti, e s’imbevve perciò delle loro erronee opinioni. Pieno per loro di affetto gli aiutava e sosteneva co’ mezzi e col danaro. Godendo la grazia di Giulia Gonzaga Principessa di Mantova, le raccomandò con molto ardore due eretici, tenendo aperta corrispondenza con molti Principi e cospicui Personaggi. Fu per molto tempo ammesso alla conversazione di Margherita Duchessa di Savoja, di Vettoria Colonna Marchesa di Pescara, di Renata di Francia Consorte di Ercole II. Duca di Ferrara, di Lavinia della Rovere Orsini, e altre illustri femmine credute propense a nuovi errori. Passato in Francia volle personalmente vedere e trattare con Melantone Capo degli eretici di quel Regno. Ritornato nel 1552. in Italia si trattenne alquanto in Padova, e in Venezia dove non tralasciò il carteggio con gli eretici. Giunto ciò a notizia di Paolo IV. lo fece citare nel dì 6. di Novembre a comparire avanti l’Inquisizione di Roma, ma non comparendo fu dichiarato incorso nelle censure espresse nel Munitorio, e scomunicato. Il Carnesecchi non essendosi di ciò curato, venne da’ Cardinali Inquisitori dichiarato nel dì 6. Aprile 1559. contumace ed eretico. Nonostante aiutava e commendava coloro che si rifugiavano in Ginevra, lodò pubblicamente la confessione di Fede, che fece Giovanni Waldes sulla fine dell’empia sua vita, e scrivendo a’ seguaci di Calvino o Lutero gli chiamava nostri innocenti Fratelli, pii Amici, ed eletti di Dio. Succeduto all’inesorabile Paolo IV., Pio IV. per mezzo del Duca Cosimo, chiese di esser sentito da questo Pontefice e l’ottenne, e appresso il medesimo seppe tanto parlare e difendersi con quel profluvio di eloquenza, che possedeva, che fu intieramente assoluto e ricevuto di nuovo nel grembo della Chiesa. Dopo tanti travagli e disastri nondimeno prevalse in lui l’imprudenza e il fanatismo, poichè non solo rimesse danaro a Pietro Gelido Sacramentario, e a Pier Leone Marioni, che erano fuggiti in Ginevra, ma tenne mano alla fuga del d. Pietro Gelido da S. Miniato Sacerdote di molta dottrina, e che era pure stato Segretario di Clemente VII. in Roma, e del Duca Cosimo I. presso la Corte di Francia, ove per opera della nominata Renata Duchessa di Ferrara ritornata al natìo suo Paese, avea apprese le nuove opinioni di Calvino. Stava nonostante i suoi deliri il Carnesecchi in Firenze sua Patria, godendo del favore del Duca, e conversando seco domesticamente, quando fu richiesto dal Papa Pio V. a Cosimo, il quale volendo conservarsi la benevolenza di S.S. da cui sperava l’aumento del titolo, che poi ottenne nel 1566., dette ordine che fosse arrestato e consegnato nelle forze Pontificie nel dì 4. Luglio di detto anno 1566. Condotto a Roma fu rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione, da cui gli fu formato rigoroso processo, e seriamente esaminato, dopo varie tergiversazioni, confessò di propria bocca la sua credenza, e si aggravò molto ne’ suoi costituti. Nel dì 21 Settembre 1567. fu letta pubblicamente in S. Maria della Minerva la sua sentenza che lo dichiarava reo convinto di 34. opinioni condannate, e privato di tutti gli onori, dignità, benefizj; di poi col Sambenito indosso dipinto con fiamme e diavoli fu degradato. Un Cappuccino Pistoiese fu incaricato d’esortarlo a pentirsi con speranza della vita, ma egli sprezzator della morte godeva di disputare e non di pentirsi, onde consegnato al braccio Secolare fu nel dì 3. Ottobre decapitato e bruciato, conservando fino agli estremi il suo fanatismo (Lami lezione XVI. Galluzzi Istoria Tomo III. )

 

 

 

 

FRANCESCO BECATTINI

 

 

PIETRO CARNESECCHI da pag 136 a pag 146

 

 

l'Istoria dell'Inquisizione, corredata di opportuni e rari documenti, pubblicata a Firenze nel 1782, in cui intendeva delineare una breve storia di quel tribunale, abolito dal granduca di Toscana Leopoldo I proprio nel 1782.

Del notevole successo commerciale dell'opera sono prova la seconda edizione uscita a Napoli nel 1784 con aggiunte, e la terza stampata a Milano nel 1797, entrambe a cura dell'autore.

 

 

 

 

La legge di riforma della legislazione criminale toscana, meglio nota come Codice leopoldino o Leopoldina, fu una consolidazione del diritto penale del Granducato di Toscana emanata il 30 novembre 1786 dal granduca Pietro Leopoldo d'Asburgo. Con questa normativa il Granducato di Toscana fu il primo Stato al mondo ad abolire formalmente la pena di morte

 

 

 

 

 

ancora imbevuto di principi cattolici

 

MARCO ANTONIO LASTRI

 

 

 

MARCO ANTONIO LASTRI

 

 

PIETRO CARNESECCHI

 

 

 

 

L'Osservatore fiorentino sugli edifizi della sua patria. del Rosso‎ - Pagina 48

Marco Antonio Lastri - 1799

In mezzo alla pace, di cui godeva la Cattolica Chiesa verso il principio del secolo XVI, comparve inaspettatamente l'Eresia di Lutero, per cui molte Società Cristiane si viddero abbandonar ciecamente il culto e i dommi dei padri loro, e formar nuove sette sù principj molto differenti da quègli della Santa Chiesa Romana. Questa infelice rivoluzione, debole ed oscura nel suo principio, si sparse dalla Sassonia con una rapidità sorprendente, non solo in tuttala Germania, ma in tutta ancora l'Europa. Deh perchè non abbiami noi la gloria d'esserne rimasti esenti! Gli esempi delle persone attaccate da eretica pravità furon pochi, ma grandi. Tra gli altri, forse il più illustre, fu quel di Pietro Carnesecchi, famiglia nobile inoggi spenta, il quale non solo riguardo alla nascita, ma quanto ancora alla dottrina e alle dignità di cui godeva nell' Ecclesiastica gerarchia, presentò in se stesso uno de'più stravaganti deviamenti dello spirito umano. Il fatto è stato descritto puntualmente da uno de' moderni nostri Letterati, ond'io credo superfluo il darne ragguaglio in altre parole .

Pietro Carnesecchi nacque di nobil famiglia in Firenze, e per la sua erudizione, ed altre doti del suo ingegno, meritò la stima della casa de' Medici . Fu egli al servizio di Clemente VII. Sommo Pontefice, come Segretario; e fu sempre dalla Principesca Famiglia Medici favorito, finchè il suo vivere, e le sue azioni lo comportarono. Era egli nello stato Clericale, e dipiù Protonotario. Fu ne' tempi lacrimevoli dell'eresie di Lutero, di Calvino, e di altri Novatori ; e si trovava egli in Napoli nell' anno 1540, ed ivi fu discepolo di Giovanni Valdes, Spagnolo, di Marco Antonio Flaminio d'Imola, e dr Bernardo Ochino Senese ; e fu molto familiare di Pietro Martire, e Galeazze Caraccioli. Era egli in Viterbo nel 1 541 , quando contrasse più stretta familiarità col detto Marco Antonio Flaminio ; e dipiù con Vittore Soranzo Vescovo di Bergamo, Apollonio Merenda, Luigi Priuli, Pietro Paolo Vergerio, Vescovo Giustinopolitano, Lattanzio Ragnoni di Siena, che era alunno e seguace di Bernardino Ochino; i quali erano Valdesiani, Zuingliani, Calvinisti: e dipiù con Baldassarre Altieri, apostata Luterano; il quale aveva commercio cogli Eretici, e co'Principi Protestanti della Germania , e spacciava i libri degli Eretici. Inoltre stando in Roma, benchè pieno di benefizi, onori, e pensioni Ecclesiastiche, riceveva in casa sua, e proteggeva gliipustati della Religione Cattolica; e quei, che cercavano di fuggire ne'paesi oltramontani per cagione di eresia , aiutava co mezzi, e col danaro. Avea egli la grazia di Giulia Gonzaga , alla quale coi molto ardore raccomandò due Eretici, e li celebrò con gran lode; poichè di essa non si credeva pira la Religione. Aveva egli corrispondenza con atri Principi, e gran Signori; e fu molto tempo familiare di Margherita Duchessa di Savoia : e oltra questo poi con alcune sospette d'eresia, come con Vittoria Colonna Marchesana di Pescara; pethò in que'tempi varie femmine illustri in Italia er.no credute propense a' nuovi errori, come questa, ( la detta Giulia Gonzaga, e Renata moglie d'Ere* II. Duca di Ferrara, e Lavinia della Rovere Otini, e Teodora Sauli ec. Per tutte queste cose rifete a Paolo III. Papa, fu dal medesimo citato a Rina ; ed egli, negando ivi tutte le accuse dategli, fu assoluto. Allora, lasciata l'Italia, passò in Francia, dove , tra gli altri Eretici, godè molto della conservazione del Melandone. ( Forse di Andrea, che come Eretico vi fu carcerato; e non di Filippo suo parente, il quale non sembra essere mai stato in Francia . ) Ritornato nel 1552. in Italia, si trattenne alquanto in Padova , ed in Venezia, dove non tralasciò la corrispondenza cogli Eretici ; onde aderì a molto opinioni de' Luterani. Saputasi questa cosa, Papa Paolo IV. a dì a5 Ottobre 1557. lo fece citare a comparire a Roma il dì 6. di Novembre, essendo ancora in Venezia. Ma non comparendo egli, fu dichiarato, essere incorso nelle pene e censure contenute nel Monitorio, sotto di 24 Marzo 1558. Contumace pertanto, e scomunicato il Carnesecchi, avendo così perseverato più d' un anno, fu da'Cardinali Inquisitori proferita Sentenza sotto dì 6 d'Aprife del 155g. con cui fu dichiarato contumace , ed Iretico. Ma egli non la curò , e continuò a conversa-C con gli Eretici, cercando di disseminare 1' opinioni ereticali ; e dicendo, che a Ginevra si predicava coi maggior purità l'Evangelio, che ne'nostri paesi.Aiutava e raccomandava gli Eretici che si rifugiavant a Ginevra , o trai Luterani ; e arrivò a biasimare 1; professione della Fede Cattolica, che un Signore atva fatta in articolo di morte; spezialmente perchè \vea detto, che il Pontefice Romano era vero Vicaio di Cristo, e successore di S. Pietro. Per lo contrrio lodò 1' empia professione di Fede, che al fini della sua vita fece Giovanni Valdes. Gli dispiacer infinitamente, che gli Eretici fossero puniti; e scivendo loro, gli chiamava Nostri, Innocenti, Pratlli, Pii, Amici, ed.

ed Eletti di Dio. Morto Papa Paolo IV. 1'anno i55g. e succedutogli Pio IV. chiese da questo Papa, esser dinuovo sentito, e l'ottenne. Appresso il medesimo seppe con tali finzioni, e false scuse, difendersi ; che fu intera mente assoluto, e ricevuto dinuovo nel grembo della Chiesa: lo che egli raccontava ridendo, per aver saputo ingannare la clemenza di quel Pontefice, per la quale non divenne niente migliore ; nè si astenne dalla famigliarità cogli Eretici in Roma, in Napoli , in Firenze, in Venezia, in Padova, e in altri luoghi. E per vero dire, avea comodo di trattar con siimi sorta di gente anche de'suoi paesi, vivendo allora Pietro Martire Vermigli, e Antonio Brucioli, e Francesco Pucci Fiorentini; Aonio Paleario di Veroli, dimorante in Colle di Valdelsa, Bernardino Ochino, e Fausto, e Lelio Socini, e Mino Celso, Senesi, ed altri ; e specialmente i Lucchesi, che in que'tempi aveano in Toscana abbracciato, o inclinavano agli errori de' nuovi Settarj. Affezionato dunque agli Eretici il Carnesecchi, rimetteva loro molte volte anche danaro, come fece a Pietro Gelid Sacramentario, a Pietro Leone Marioni , e ad altri, ch'erano fuggiti a Ginevra . Continuò ancora a leggere i libri degli Eretici, e spezialmente di Martino Lutero, di Pietro Martire, e l'Apologetico di Marco Antonio Flaminio pel pestifero libro intitolato: 11 Benefizio di Cristo, e scritto, come più verosimilmente si crede, da Antonio Paleario contro l'Arcivescovo Ambrogio Caterine. Trovandosi perciò un giorno a sentir discorrere alcuni Sacramentarj empiamente dell'Eucaristia , e del Sacrifizio della Messa, procurò il Carnesecchi di rimuovergli da que'sentimenti ; ma per persuadergli ad abbracciare l'Impanazione di Lutero. Correva intanto l' anno i566 ed era Sommo Pontefice S. Pio V. Quando fu questi informato degli errori, e delle pessime opinioni del Carnesecchi, che si ritrovava in Firenze , e godeva della benevolenza del Duca Cosimo de'Medici, si risolvè di spedire a Firenze il Maestro del Sacro Palazzo Apostolico con lettera diretta al detto Duca, acciò fatto prigioniero il Carnesecchi, lo conducesse seco nelle carceri di Roma. „

„ Ricevuta dal Duca Cosimo la lettera , e intesa la cagione per cui era stato mandato il maestro del Sacro palazzo, diede subito ordine che ad esso fosse consegnato il Carnesecchi (i), il quale appunto era allora assiso alla sua mensa, e rispose al Papa , che se per una tal causa avesse dovuto far consegnare il Principe suo figlio, volentieri l'avrebbe fatto (2). Ebbe il Papa di ciò gran piacere, e ordinò al Cardinale Alessandrino di scriver lettera officiosa, e cortese al Duca . „

„ Condotto il Carnesecchi a Roma, e consegnato al Tribunale dell'Inquisizione, gli fu formato il processo; e seriamente esaminato, dopo varie tergiversazioni e scuse, confessò di propria bocca, e scrisse di propria mano, che le cose qui sopra narrate erano vere: e fu convinto, e ritrovato tenace di trentaquattro opinioni o eretiche o erronee, o temerarie, e scandalose (i), secondochè fu giudicato; e costò dalle sue proprie lettere, che aveva egli deliberato d'andarsene a Ginevra, per ivi più sicuramente professare i suoi errori . Il Carnesecchi però, benchè convinto, non volle mai ritrattare e pentirsi de'suoi errori, contuttochè gli fusse conceduto lungo spazio di tempo per ravvedersi. Quindi è, che come Eretico incorreggibile, fautore, e ricettatore di Eretici, e due volte fintamente convertito, fu dal Foro Ecclesiastico rigettato, e consegnato al Giudizio secolare, il quale lo condannò alla morte, e che dipoi fosse bruciato , con sentenza data il dì 16 di agosto dell'anno iSOa, la quale poscia fu pubblicamente recitata nella domenica del dì ai di settembre del medesimo anno, nella Chiesa di S. Maria sopra Minerva .

Questo fu l'infausto esito e fine di un nostro dotto concittadino, nelle greche, e latine lettere versatissimo . Dell' erudizione , e dottrina del Carnesecchi sono buoni riscontri le amicizie , che egli ebbe con persone di quel secolo per letteratura assai celebri

Nella raccolta di Epistole scelte latine d'uomini illustri, stampata in Venezia nel 1556 , ven' è. una del famoso Cosimo Gheri Vescovo di Fano scritta a Pietro Carnesecchi ; e nell' altra Raccolta d'Epistole Italiane impressa nel medesimo anno, vene sono alcune scrittegli da lacopo Bonfadio, da Francesco della Torre, e da Paolo Giovio Vescovo di Nocera . Marc' Antonio Mureto in una lettera a Paolo Manuzio fa menzione d' una Ode di Pietro Carnesecchi, la quale non averebbe voluto, che si sperdesse. Trai Carmi di Marc'Antonio Flaminio, dell'edizione del Mancurto, vene sono tre elegantissimi indirizzati al Carnesecchi : ma la sospetta Religione di Mctrc' Antonio Flamiuio non fa d'ogni parte onore al nostro Pietro . Chi bramasse un saggio dello scrivere latino di Pietro Carnesecchi legga una sua lettera diretta al predetto Marc'Antonio Flaminio nel Tomo secondo dell' Opera di Giovai) Giorgio Schelornio intitolata : Amoenitates Historiae Ecclesisticae,et Litterariae , pag. 155. la quale è parimente un saggio del suo erroneo opinare.

 

 

 

 

LA RIVOLUZIONE DELL'OTTANTANOVE : LA RIVOLUZIONE FRANCESE E CAMBIA LA PERCEZIONE DEL MONDO

 

 

Una Nazione rimasta addormentata per piu' di 200 anni , oppressa da una cultura pretesca pavida ed ignorante alleata di piccoli tiranni di scarso peso politico

 

 

 

IL MITO : PIETRO CARNESECCHI VIENE RIVALUTATO PER QUELLA MORTE COSI MEMORABILE

 

La ventata con cui la rivoluzione francese travolse l'epoca dei re cattolici e assolutistici , fu avvertita in Italia non col vigore di altre Nazioni ma fu avvertita

La testa di Luigi XVI che rotolava nel paniere e la prigionia del Papa cambiarono la percezione di cio' che era possibile

L'Italia si scuoteva da tre secoli di ottundimento

La fede nella ragione , nella tecnica , nel progresso , la contestazione sociale , la contestazione ad una religione ancorata e avviluppata su valori passati e non piu' accettati portarono a rivalutare la figura di Pietro Carnesecchi

Non visto come una figura anticlericale ( che questa continuo' ad essere la visione solo dei cattolici strenui ) ma come la figura di un uomo che aveva difeso le proprie idee fino alla morte di fronte all'oscurantismo clericale cinquecentesco

Un antesignano dei contestatori ottocenteschi dell'oscurantismo dei preti e dei despoti come dira' Pietro Gori alla fine di un secolo cosi fecondo di idee nuove

Per tutto l'ottocento quindi venne individuato da quegli uomini come un eroe del libero pensiero )

Individuato il clero come il nemico del progresso ,l'ignorante nemico della scienza . l'ingordo poltrone complice del potere e nemico del povero , volgeva lo sguardo reverente a qualcuno che tre secoli prima aveva contestato il potere della gerarchia di Roma pagando con la vita

 

Protestava potersi da chiunque senza peccato serbare e leggere i libri degli eretici

Che il papa era solamente vescovo di Roma, e non aveva potestà sulle altre chiese;

Che non tutti i concilii generali aveano avuto l'assistenza dello Spirito Santo;

Condannava l'invocazione dei santi;

Che non vi fosse purgatorio;

Che fosse falsa la dottrina delle indulgenze e mera invenzione dei papi per cavar denaro dai popoli;

Detestava i frati e le monache, chiamandogli peso inutile della terra, nati solo per mangiare e divorarsi le sostanze dei poveri;

Sosteneva che non si può far voto di castità, e che il farlo é un tentare Iddio;

Che la fede sola salvava senza il concorso delle opere;

Che nell'eucaristia non vi fosse transubstanziazione, quantunque credesse a guisa dei luterani alla presenza del corpo di Cristo nell'ostia consecrata;

Che la confessione e la cresima non fossero sacramenti;

Che non pecca mortalmente chi non osserva i digiuni;

Credeva lecito mangiare nei giorni proibiti ogni sorte di cibi, e sì gli mangiava;

 

 

 

 

 

Un patriota il livornese Cesare Corridi adotta il soprannome di Pietro Carnesecchi come nome di battaglia :

probabilmente non e' un caso sia un toscano

 

 Inserimento di Garibaldi a Rio

Quando Garibaldi arrivò a Rio de Janeiro, si sapeva solo di lui che era stato oggetto di una condanna morte per contumacia, per aver partecipato ad un'insurrezione mazziniana, e questo valeva tutti i passaporti presso la comunità repubblicana. Ma non si sapeva che era stato Luigi Canessa, di Marsiglia, a indicarlo come rappresentante della Giovine Europa, che l'incontro a Taganrog con Cuneo non era mai avvenuto, e tanto meno l'incontro con Mazzini a Genova. Nelle sue Memorie, Garibaldi è poco preciso in merito, ma oggi la ricostituzione di quegli anni è abbastanza sicura.10 Il prof. Romano Ugolini da una spiegazione alla distorsione dei fatti : la necessità più tardiva, di consacrare il mito di un giovane eroe che sarebbe stato coinvolto ed iniziato nelle teorie mazziniane già dal 1833, sarebbe portatore di un messaggio, e così in grado di imporsi a tutti quelli che già avevano un ruolo nella comunità degli esuli. In effetti, arrivando a Rio de Janeiro, Garibaldi non trova un terreno vergine.
Il prof. Scirocco sostiene che "il bandito condannato per il moto di Genova, già personaggio, uomo-immagine, dei rivoluzionari per la rinuncia a cercare il perdono delle autorità, potrebbe trovare rifugio sicuro più vicino alla patria, per esempio a Costantinopoli, dove è vissuto a lungo. Si muove verso l'America per una scelta precisa, non come un esule sfiduciato, ma come un patriota ardente che vuole continuare a dare la sua opera per il trionfo degli ideali nazionali."11 Non coincidano i giudizi di Ugolini e di Scirocco, poiché Scirocco cede qualcosa al mito di Garibaldi, mentre Ugolini da per molto più casuali gli eventi di Marsiglia e la partenza, dovuta anche ad un epidemia di colera a Marsiglia e dintorni. Ma quello che conta è che in quel momento Garibaldi scopre la sua vocazione, ed anche il suo talento : ha individuato nelle idee di Mazzini un viatico per se e nei mazziniani un ambiente che lo accoglie, lo porta, lo riconosce.
La condanna a morte di Genova è l'atto di nascita di Garibaldi, l'incontro con Luigi Rossetti, con Cuneo, poi con Zambeccari l'inizio del suo protagonismo politico e militare, ed è quanto a noi interessa.12

I compagni, gli aiuti

Luigi Rossetti (sopranome Olgiati) lo accoglie a braccia aperte e immediatamente scocca tra i due una scintilla che Garibaldi stesso descrive efficacemente nelle sue Memorie. "Gli occhi nostri s'incontrarono, e non sembrò per la prima volta, com'era realmente. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili".13 Nel 2000, Tabajara Ruas ha dato alle stampe il suo bel "Garibaldi e Rossetti"14 ed ha contribuito egregiamente alla migliore conoscenza di questa nobile figura. Va fatto poi costante riferimento all'opera monumentale di Yvonne Capuano su questo punto e molti altri. 15
Vi sono altre forti personalità sul posto, tra gli altri Giuseppe Stefano Grondona. I rapporti tra i due non saranno mai semplici. Anche di lui Garibaldi si ricorda nelle Memorie. Il Grondona è qualificato da Garibaldi di "genio quasi infernale". Questo ligure, antico giacobino, è stato compagno di lotta di Giacomo Mazzini, è arrivato a Rio intorno al 1815, espulso per le sue idee nel 1823 e riammesso nel 1834 dal regime più liberale di Pedro II. Benché sia più legato all'idea della rivoluzione universale che a quella italiana, si mette in contatto con Mazzini e si fa arrivare le pubblicazioni della Giovine Italia che traduce, creando con mezzi propri una Società Filantropica italiana. Garibaldi in un primo tempo lo agevola, entra in una loggia locale della Massoneria per inserirsi nell'ambiente (Grondona è massone) alla famosa loggia "Asilo de la Vertud". Ma Garibaldi si considera investito direttamente da Mazzini, poiché lo è da Canessa, e si crea subito una difficoltà con Grondona. In breve, Garibaldi deve imporsi su Grondona, e non glielo perdonerà mai. Sarà per questo che Grondona non riuscì mai a tornare in patria ?
Tornano invece, nel 1839, altri personaggi presenti nella congrega di Rio de Janeiro, e sono le loro relazioni alla polizia che ci illuminano su molti fatti, tra testimonianza forzata e delazione. Vincenzo Raimondi, Gian Battista Folco, soprattutto Cesare Corridi,che aveva come sopranome Pietro Carnesecchi
, e potrebbe essere anche lo stesso di Michele Lando. Lui presterà il sopranome di Carnesecchi a Grondona, già indiziato dalla polizia, quando tornerà in Italia. Chi dei due si sarà veramente nascosto sotto il nome di Carnesecchi? I pareri non concordano.
Una considerazione sulla questione dell'età dei partecipanti alla Giovine Italia. Noi siamo abituati a vedere i nostri eroi rappresentati come grandi vecchi, consideriamo la loro l'età: nel 1835, Mazzini ha 30 anni, Garibaldi ne ha 28. Zambeccari, che è già un grande scienziato, ne ha 33. Giovan Battista Cuneo (sopranome: Farinata degli 0berti) è nato a Oneglia nel 1809, ha 26 anni, ne aveva 24 quando è stato costretto all'esilio. (Sarà uno dei pochi a morire in Italia e nel suo letto, a Firenze, nel 1875, dopo essere stato eletto deputato nel 1849 ma avere scelto di tornare a vivere in America Latina). Il genovese Luigi Rossetti, direttore con Cuneo del giornale "O Povo" muore invece in combattimento nei pressi di Viamao il 24 novembre 1840, poco più che trentenne. Quasi una squadra di ragazzi, diremmo oggi, di giovani teppisti, a appena buoni per una rivoluzione di farrapos... Rossetti è arrivato a Rio nel 1827, Cuneo nel 1835, con Pietro Gaggini, orologiaio, anche lui condannato per i fatti di Genova del 1833, ed abitano assieme. Ambedue hanno un buon grado di cultura : Rossetti ha studiato legge, Cuneo ha il talento del giornalista e dello scrittore. Per aiutare Garibaldi ad imporsi, ed in particolare a superare l'handicap culturale che può darla vinta a Grondona che organizza contro di lui un vero e proprio sabotaggio, Cuneo crea, nel marzo 1836, un giornale che intitola proprio "La Giovine Italia". Il suo scopo è di preparare attività sovversive in Italia.

 

 

 

Sono i figli di questi idealisti ( gente di ogni estrazione sociale ma per lo piu' modesta ) che come abbiamo visto nella storia dei Carnesecchi ( Agostino , Cesare , Telemaco , Francesco, Ettore ) si batterano nelle guerre di indipendenza rinunciando a buona parte della loro giovinezza

 

 

 

 

 

CARLO BOTTA

storia d' Italia continuata da quella del Guicciardini , sino al 1789

1835

 

 

Già abbiamo veduto come la riforma avesse acquistato non pochi fautori in Italia. I semi delle nuove dottrine avevano allignato con maggior vigore in Toscana, massimamente nelle sue città principali Firenze, Siena patria dei Sozzini, Pisa, Lucca, o ciò provenisse dall' attività che danno agl' ingegni le lettere, o dalla maggior prontezza che deriva negli animi dalle rivoluzioni, o l'amore della libertà la quale, quando si perde pella parte politica, si getta nella parte religiosa, desiderando l'uomo di esser libero almeno dentro quando non é più fuora. A molti segni ciò si conosceva. Cinque studenti di Pisa avevano oltraggiata la statua di un santo, il proposto di Lari aveva portato nella processione del coipo del Signore l'ostensorio sinz' ostia, nel duomo alla messa parrocchiale il calice si trovò indegnamente contaminato con orribile sozzura, eccessi veramente degni non solo di riprensione, ma di castigo , e che il principe né poteva né doveva tollerare. Simili enormità succedevano in altri luoghi della Toscana con grave scandalo dei fedeli. Cosimo usava grandissima vigilanza non solamente per frenare ma per prevenire disordini tanto detestabili ; le sue spie si affaccendavano in ogni luogo, le sagrestìe stesse non ne andavano esenti; imperciocché per venire in cognizione dei progressi che potesse fare nascostamente ne'suoi stati lo spirito della riforma, voleva sapere se scemasse il numero delle persone che andavano a comunicarsi, ed a questo fine impose che gli mandassero dalle sagrestìe la nota del numero delle ostic che si consumavano.

Il tribunale ecelesiastico, cioé l'inquisizione, vegliava ancor esso queste scandalose pratiche, e fulminava processi adosso ora a questo ora a quello : né contentandosi il frate che ne avea cura di udire quanto gli si rapportava o dagli uomini di sincero cuore per religione o dai malevoli per vendetta o dai cupidi per interesse , andava o mandava interrogando la gente semplice e idiota sulle dottrine della fede; e se alcuno rispondeva ( senza nemmeno sapere che si rispondesse) poco sanamente, come facilmente avveniva, tosto il processava come sospetto; cosa che riusciva di terrore anche a coloro che non avevano mai udite altre parole intorno alla fede che quelle del loro parrocchiano. Erravasi per eccesso da una parte, erravasi anche per eccesso dall'altra.

Ciò succedeva non tanto in Toscana, quanto in altre parti d'Italia. Ciò nondimeno parendo al pontefice, che siccome i principi volevano che i loro deputati assistessero ai processi dell' inquisizione, e che anzi Cosimo aveva ordinalo che il nunzio gli rendesse conto dei medesimi , e le sentenze non si eseguissero senza il suo consentimento, quel tribunale per così dire imbrigliato non fosse un freno sufficiente contro i novatori, si era deliberato di tentare altra via per arrivare al suo fine. Percuotere i capi per atterrir i seguaci, e tirargli dai paesi forestieri all' inquisizione di Roma gli parve risoluzione conforme al suo desiderio. La signoria di Venezia gli diede agevolmente in mago Giulio Zanntti, ricoveratosi in Padova per querela d'eresia. La repubblica si scuso di un alto che non era senza bruttura, allegando che il Zanetti era nato in Fano, e però suddito del papa. Per quasi tutti i dominii si andava ricercando di tali persone,onde i popoli si spa; ventavano ed in alcuni luoghi tumultuavano, come in Mantova accadde. I principi secondavano la volontà di Pio, chi per mostra di religione, chi per timore del papa, chi pel terrore che avevano concetto per gli avvenimenti tremendi di Germania e di Francia, dove si era veduto e vedeva tuttavia che la riforma della religione aveva portato con sé la ribellione dello stato.

Fra i principali contaminati Pietro Carnesecchi fu d'esempio spaventevole che o non bisogna scostarsi dalle credenze comuni o fuggire là dov' esse non si professano. Dimostrò anche con una lacrimevole fine, che impotenti sono in tali casi le amicizie dei principi e mal sicuro scudo contro i fulmini del Vaticano. Era il Carnesecchi nato in Firenze da famiglia onciatissima fra quelle che scopertesi insin dal principio in favore della casa de'Medici, loro erano sempre state fedeli così nella prospera come nell ' avversa fortuna. Personaggio di molte buone qualità, si era esercitato nella carica di protonotario in Roma, dove Clemente VII l'aveva amato ed in molti modi onorato. Le novelle opinioni poscia lo avevano sviato. Teneva corrispondenza coi più famosi eresiarchi di quei tempi, Ochino, Pietro Martire, Valdez, Vergerio : ne teneva con Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga sospette ancor esse, e col celebre letterato Marcantonio Flaminio che pareva seguitare le medesime dottrine : ne teneva finalmente con Galeazzo Caràccioli marchese di Vico, famoso personaggio di quell'età; il quale condottosi in Ginevra, vi aveva abbracciato la riforma. Aveva anche commercio di lettere con la duchessa Margherita moglie di Emanuele Filiberto di Savoia, la quale si vedeva essersi imbevuta delle nuove massime alla corte di Francia.

Per queste ragioni Carnesecchi era stato messo una prima volta nelle mani dell'inquisizione, ma pei favori fattigli dal duca di Firenze rimesso in libertà, promettendo di vivere cattolicamente. Ma ritiratosi in Francia, dove fu beo veduto dalla regina Caterina, vi aveva continuate le sue pratiche sospette, e particolarmente vissuto in molto stretta famigliarità con Melantone. Paolo IV che non era uomo da tollerar queste cose, l'aveva falto citare, processare e sentenziare per eretico dal santo offizio, ma in contumacia, non essendosi presentato in giudizio. Favorillo di nuovo il duca, fu dal novello pontefice novellamente assoluto, sì veramente che da quindi innanzi al grembo della Chiesa ritornasse e stabilmente vi si mantenesse. Ma il fato tirava il pertinace Carnesecchi. Ostinossi nell'eresia, fecesi beffe della fede e riti cattolici, scrisse in disonore del pontefice.

Molte erano le sue sentenze contrarie alla dottrina cattolica :

Che la fede sola salvava senza il concorso delle opere;

Che non pecca mortalmente chi non osserva i digiuni;

Che non tutti i concilii generali aveano avuto l'assistenza dello Spirito Santo;

Che la confessione e la cresima non fossero sacramenti;

Che fosse falsa la dottrina delle indulgenze e mera invenzione dei papi per cavar denaro dai popoli;

Che non vi fosse purgatorio;

Che il papa era solamente vescovo di Roma, e non aveva potestà sulle altre chiese;

Che nell'eucaristia non vi fosse transubstanziazione, quantunque credesse a guisa dei luterani alla presenza del corpo di Cristo nell'ostia consecrata;

Detestava i frati e le monache, chiamandogli peso inutile della terra, nati solo per mangiare e divorarsi le sostanze dei poveri;

Condannava l'invocazione dei santi;

Sosteneva che non si può far voto di castità, e che il farlo é un tentare Iddio;

Credeva lecito mangiare nei giorni proibiti ogni sorte di cibi, e sì gli mangiava;

Protestava potersi da chiunque senza peccato serbare e leggere i libri degli eretici.

Con una soma di tali opinioni non si sa capire come il Carnesecchi si sia ardito, come fece, di venirsene stare a Firenze, città così vicina a Roma, e soggetta ad un principe che per avere picciolo e debole stato era in necessità di condiscendere ad ogni istanza. Di tanta imprudenza fu verisimilmente cagione l'affezione che Cosimo gli portava e la mansuetudine di Pio IV. Ma l'aver perseverato nella medesima stanza quando fu assunto al trono pontificale il terribile frà Michele, pare piuttosto in lui pazzia o acciecamento che Dio gli mandava, che animosa risoluzione. Certamente Carnesecchi non poteva vivere sicuro accosto a Pio V. Fuggire e ben lungi era il solo scampo che gli restasse.

Una nuova imprudenza per non dire temerità venne ad accrescere la soma delle sue colpe verso Roma, e il sospingeva al suo destino. Si era egli falto membro di una società formata in Toscana per ajutar col denaro quelli che cadessero in mano dell' inquisizione. Né in ciò si contenne , perciocché favorì anche palesemente la fuga di Pietro Gelido da San Miniato, denominato comunemente il Pero, ecelesiastico di molta dottrina, favoritissimo per lo avanti di papa Clemente,poi presentemente di Cosimo. Scopertosi calvinista ( di tali opinioni erasi infermato alla corte di Ferrara ai tempi della duchessa Renata ), fuggl primieramente in Francia, poscia a Ginevra. Il Carnesecchi l'aveva in ciò sovvenuto di consiglio e di denaro : l'opera era pietosa, ma gli era attribuita a complicità.

Seppesi il papa tutte queste cose, e volle ferire per esempio e terrore degli altri quella principale e famosa testa. Fece ufficio assai premuroso appresso a Cosimo, perché a fine di giustizia gliel concedesse ; poi pel medesimo effetto gli scrisse di proprio pugno un breve, mandandone portatore a Firenze il maestro del sacro palazzo. Il duca sapeva che il darlo era un mandarlo a morte ; pure il diede per acquistarsi la grazia di un pontefice temuto : anzi vogliono alcuni che gli scrivesse che per la fede gli avrebbe consegnato, mani e piedi legati, il proprio figliuolo nonché il Carnesecchi. Tanto tenero eradella fede il principe avvelenatore e pagatore di sicari ! Tentò ciò non ostante con replicate lettere, usando anche l'intercessione dei cardinali, di mansuefare l'animo di Pio. Il papa desiderava di compiacerne] o; ma Carnesecchi non tanto che desse segni di volersi ravvedere, sempre più si ostinava nelle sue opinioni, e ne'suoi costituti si aggravava.

Il ventisei d'agosto del 1567 fu dannato a morte come convinto di trentaquattro opinioni condannate. Fugli letta pubblicamente la sentenza il ventuno del mese seguente. Consegnato al braccio secolare, gli fu posto adosso il sanbenito dipinto a fiamme e diavoli. In quell'estremo passo non disperò Cosimo di muovere a compassione il pontefice. Sospese Pio l'esecuzione per dieci giorni, promettendo la grazia, qualora il dannato le eretiche opinioni ripudiasse ed alle cattoliche ritornasse. Mandò anche un cappuccino ad esortarlo. Ma fu indarno ; perché non che si convertisse egli, voleva disputando convertire il cappuccino, e sprezzava la morte. Fu decapitato in Ponte, poi abbruciato. Sostenne sino all'ultimo con singolare costanza il terribile apparato e l'aspetto della morte stessa. Volle anzi andar al patibolo come in pompa e con biancheria e guanti nuovi ed eleganti, giacché il sanbenito non gli permetteva l'uso <l' oltre vesti. Gli scrittori ecelesiastici, e specialmente il Baronio, riprendono chi scrisse che il Carnesecchi sia stato arso vivo,

anzi affermano che l'inquisizione di Roma non usava mai tal sorte di troppo crudele supplici" ; il che fu vero , almeno quanto al Carnesecchi. Vogliono che il san t'officio , prima di bruciare gli eretici, gli facesse o decapitare o impiccare; ma certamente il sanbenito si accendeva prima della morte, e mentre ardeva decapitavasi o strangolava" il condannato. Che pietà e moderazione di pena fosse quella, e se l'inquisizione avesse motivo di vantarsene,il lettore giudicherà : funeste parti di storia Sono queste.

Gran terrore, grande costernazione averi prodotto non solamente in Toscana, ma ancora in tutta l'Italia la tragedia del Carnesecchi. Ognuno temeva per sé, pei parenti, per gli amici: il dolce e confidente conversare era sbandito insino dai più segreti colloqui delle famiglie.

Ma il papa non si restava : Cosimo proovò che l'avere dato il suo amico e il servitor fedele della sua famiglia in mano di chi credeva che la sua morte importasse alla religione, non che saziasse le voglie altrui, viepiù le accendeva. Aonio Paleario, oltre i Sozzini, avea sparso semi di dottrine sospette in Siena ed altri luoghi circostanti. Alcuni suoi scolari, in un' accademia eretta per l'interpretazione di Dante, avevano sostenuto in San Gimignaoo che l'amor delle donne può far forza alla volontà e costringerla inrimedia tomente. Ciò parre ai preti e frati, che più degli altri il dovevano sapere, una cosa molto terribile. Fecersi informazioni ed esamini su i sospetti e sn quanto potessero le donne. Molti perseguitati fugarono, alcuni portati a Romo, e dalla inqnisizione processati soffersero varie pene e castighi. Fuggivasi da Siena, fuggivasi da Firente, la rabbia religiosa vi faceva quello che arevi cessato di farvi la rabbia politica. Lo stadio di Pisa ne diventò quasi deserto, perché alcuni giovani tedeschi venutivi sotto la fade pubblica per forsi ammaestrare, presi come sospetti dall'inquisizione, ebbero per gran fortuna 1' aver salvata la vita : i compagni fuggirono l'inospita terra. Il beneficio di Cosimo che aveva fondato lo studio, e chiamatovi i più chiari professori d'Italia, per le sue condiscendenze verso l'inquisizione andava di giorno in giorno desertandosi.

Il fanatismo partoriva il rigore, il rigore la spavento : le più pazze cose si credevano, ddk più pazze se ne facevano. Cinque donne s'erano date al diavolo, l'ospedale dei matti le doveva raccettare: furono arse in Siena. Simili scene spaventavano altre parti d'Italia: dotti sospetti e fattucchiere ignoranti erano messi in fascio innanzi ai frati inquisitori. Due inffuenze contrarie si osservavano. L'Ariosto e il Sannazara, echi gli seguitava, ingentilivano i costuim,B Tasso s'apprestava od ingentilirgli, i frati ju arrozzivano ed inferocivano. Gran sorte degli uomini che Torquato abbia vinto i frati.

II rigore sulle parole e su gli atti portava con sé il rigore su i libri. Già insin dal tempo di Carlo V la facoltà di proibire certi libri s'apparteneva ai principi secolari, i quali sempre l'avevano usata, ben inteso però che qualora si trattasse di libri che toccavano le materie religiose i principi sentivano il parere delle facoltà di teologia. I pontefici stessi in ciò facevano leggi solamente per lo stato ecelesiastico, non per altri. Paolo IV volle estendere questa facoltà all'orbe cattolico, pubblicando un catalogo di libri proibiti da osservarsi in tutti i paesi che professavano la religione romana. Era il catalogo accompagnato dalla comminazione d pene severissime di arbitrio, privazione di benefizi ecelesiastici, infamia e censure per chi detti libri leggesse o ritenesse, o in un dato tempo ai ministri deputati per ricevergli non gli consegnasse. Il catalogo era diviso in tre elassi, la prima conteneva i nomi di quegli autori le opere dei quali, di qualunque argomento fossero, erano condannate tutte e del tutto; si comprendevano nella seconda quelli dei quali alcune opere erano condannate, altre tollerate ; la terza indicava alcuni libri senza nome di autore, e conteneva oltre a ciò l'espressa proibizione di tutti gli anonimi stampati dal 1519 in poi, e di tutti quelli che fossero per stamparsi per l'avvenire, senza l'appruovazione dell'ordinario e dell'inquisitore. Si aggiungeva un catalogo di più di sessanta stampatori , e si comandava che tutte le opere uscite dalle loro stamperie, di qualunque genere o sostanza o idioma si fossero, dovessero restar interdette.

L'indice era stato accettato, ma con qualche moderazione negli stati d'Italia. Il duca di Firenze volle che si eseguisse l'editto di Roma soltanto pei libri contrarii alla religione o che trattassero di magia o astrologia, lasciando libera la pubblicazione e la possessione degli altri. La repubblica di Venezia, secondo il suo costume, aveva bensì accettato l'indice, ma poi l'eseguiva a modo suo, né gli ecelesiastici Ti si ardivano far romore per le infrazioni. Negli stati italiani di Romagna ebbe la sua più forte esecuzione. Restò dall'editto di Paolo nella maggior parte, anzi quasi in tutti i paesi cattolici quel dritto che anche a dì nostri usano gli ecelesiastici, che nissun libro si stampi senza la loro appruovazione.

Quando poi il concilio tridentino riassunse a trattare di questa materia, sospesi gli animi intorno a quel che fosse per essere ordinato, gli stampatori non si arrischiavano più di stampare: l'arte si trovò scaduta,e andò a metter fiori in Svizzera e nelle città libere della Germania.

 

( da Carlo Botta storia d' Italia continuata da quella del Guicciardini , sino al 1789 )

 

 

Da: Storia d'Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789. -Di Carlo Botta - Ed. Capolago, Tipografia Helvetica 1835. Pag. 338

"...il 26 di Agosto 1567

.......- Pietro Carnesecchi fu dannato a morte come convinto di trentaquattro opinioni condannate. Fugli letta pubblicamente la sentenza il ventuno del mese seguente. Consegnato al braccio secolare, gli fu posto adosso il sanbenito dipinto a fiamme e diavoli. In quell'estremo passo non dispero' Cosimo (De' Medici) di muovere a compassione il pontefice- Sospese Pio (V) l'esecuzione per dieci giorni, promettendo la grazia, qualora il dannato le eretiche opinioni ripudiasse ed alle cattoliche ritornasse. Mando' anche un cappuccino ad esortarlo. Ma fu indarno; perche' non che si convertisse egli, voleva disputando convertire il cappuccino, e sprezzava la morte. Fu decapitato in Ponte, poi abbruciato (il)

-1° ottobre 1567.

Sostenne sino all'ultimo con singolare costanza il terribile apparato e l'aspetto della morte stessa. Volle anzi andar al patibolo come in pompa e con biancheria e guanti nuovi ed eleganti, giacche' il sanbenito non gli permetteva l'uso d'altre vesti. Gli scrittori ecclesiastici. e specialmente il Baronio, riprendono chi scrisse che il Carnesecchi sia stato arso vivo, anzi affermano che l'Inquisizione di Roma non usava mai tal sorte di troppo crudele supplicio; il che fu vero, almeno quanto al Carnesecchi. Vogliono che il sant'Officio, prima di bruciare gli eretici, gli facesse o decapitare o impiccare; ma certamente il sambenito si accendeva prima della morte, e mentre ardeva decapitavasi o strangolavasi il condannato. Che pieta' e moderazione di pena fosse quella, e se l'inquisizione avesse motivo di vantarsene, il lettore giudichera': funeste parti di storia sono queste."

 

 

 

 

 

1827 ( Inghilterra) --1835 ( Italia)

1835 : prima traduzione in italiano (stampata a Parigi )

 

Istoria del progresso e dell'estinzione della Riforma in Italia nel secolo sedicesimo

di Thomas MacCrie

1835 pagine 449

 

l'opera era stata pubblicata in Inghilterra nel 1827 quindi precede The trial martyrodom basato sul processo

La traduzione italiana e' del 1835 ed e' fatta da una persona rimasta anonima .L'opera e' stampata a Parigi probabilmente per timore della censura

 

 

Almeno l'inizio del brano sul Carnesecchi e' preso da una lettera del 2 marzo 1568 di Tobias Egli a Heinrich Bullinger da Coira

controllare !?

scriveva che a Roma quotidie aliquot comburuntur , suffocantur decollantur ................Vix amplissima quanvis Roma piorum numerum capit et detinet.................Combuxit eximium quendam virum nomine Carneseccam, olim Florentini ducis oratorem ........................

Heinrich Bullinger Korrespondenz mit den Grau-bundnern , voll 3, herausgegedern von Traugott Schiess, Basel, Verlag der Basler Buch-und Antiquariatshandlung, 1904, vol III p.74

 

Heinrich Bullinger (Bremgarten, 18 luglio 1504 – Zurigo, 17 settembre 1575) è stato un teologo e riformatore svizzero. Per 44 anni fu Antistes della chiesa riformata zurighese.Egli fu uno dei più rilevanti teologi del Protestantesimo nel XVI secolo.

...............Bullinger giunse con la moglie e i due figli a Zurigo, dove già la prima domenica dopo il suo arrivo tenne nel Grossmünster un sermone, per il quale a molti sembrò che Zwingli non fosse morto ma fosse rinato come la fenice. Nel dicembre dello stesso anno fu eletto, a soli 27 anni, come successore di Zwingli nella carica di Antistes della Chiesa di Zurigo. Bullinger accettò la carica, che avrebbe ricoperto fino alla propria morte nel 1575, solo dopo che gli si assicurò espressamente che egli avrebbe potuto predicare liberamente senza vincoli e limiti, anche se egli avesse criticato le autorità.........................

 

 

Brani sul Carnesecchi

 

A Roma, ogni giorno, qualcuno è bruciato, o impiccato, o decollato; tutte le prigioni, e i luoghi di detenzione, rigurgitano tanto, che il governo è obbligato di fabbricarne dei nuovi. Questa gran città non può fornire carceri abbastanza [306] per la quantità dei buoni cristiani che sono continuamente arrestati. Un'uomo illustre, chiamato Carnesecchi, già ambasciatore presso la corte di Toscana, è stato bruciato. Inoltre altre due persone, anche di maggior riguardo, Bernardo di Angole, e il conte di Petiliano, vero e eccellente Romano, stanno nelle carceri. Questi, sulla promessa, che sarebbero stati messi in libertà, dopo aver lungo tempo resistito s'indussero al fine a fare una ritrattazione; ma traditi dalla loro credulità, uno fu condannato a pagare una multa di ottanta mila scudi, e ad una prigione perpetua; l'altro a mille scudi, e alla detenzione in vita nel convento dei Gesuiti. Così hanno con la loro disonorevole diserzione comprato una vita peggior della morte

 

Uno è Pietro Carnesecchi, Fiorentino, di buoni natali, e liberamente educato (466). Fin dalla sua prima gioventù mostrò di esser nato per "stare avanti ai re, e non avanti a uomini da poco." A una bella presenza, ad un vivo giudizio penetrante univa affabilità, dignità di maniere, generosità, e prudenza. Sadoleti lo loda come "un giovane di spechiata virtù, e di molta coltura" (467). E Bembo ne parla in termini del più alto rispetto, ed affetto (468). Fu fatto segretario, e quindi protonotario apostolico da Clemente VII, che gli conferì due abbazie, una in Napoli, l'altra in Francia; ed era tale l'influenza di cui godeva presso quel [323] papa, che si diceva comunemente, "che la Chiesa era governata più da Carnesecchi, che da Clemente." Pure si condusse con tanta modestia, e convenienza nella sua delicata situazione, che in vita non incorse invidia, nè disfavore in morte del suo padrone. Ma i progressi di Carnesecchi nella carriera degli onori mondani, che aveva con tanto belli augurj principiata furono arrestati da una causa diversa. A Napoli strinse con Valdes un'intima amicizia da cui s'imbevve della dottrina riformata (469); e siccome possedeva una gran sincerità di cuore, e sentiva amore per la verità, crebbe ogni giorno l'attaccamento a quella dottrina, con la lettura, la meditazione, e la conferenza degli uomini dotti.

Nei più bei giorni del cardinal Pole, egli fece una delle scelte società, che si formavano a Viterbo in casa di quel porporato, e spese il tempo in esercizj religiosi (470). Quando il suo amico Flaminio, intimorito al pensiero di abbandonare la Chiesa di Roma, si arrestò nelle sue ricerche, Carnesecchi spiegò quel coraggio intellettuale, che accoglie la verità [324] quando calpesta i pregiudizj, e la segue malgrado i pericoli, che s'incontrano in folla sul suo sentiero. Dopo la fuga di Ochino, e di Martire incorse violenti sospetti di coloro, che proseguirono le ricerche degl'eretici, e nel 1546, fu citato a Roma, dove il cardinal de Burgos, uno degl'inquisitori, ebbe ordine di esaminare le accuse portate a suo carico. Fu accusato di corrispondenza cogli eretici, che si erano colla foga sottratti alla giustizia; di soccorrere persone sospette con denaro, di abilitarle a ritirarsi all'estero; di rilasciare certificati ai precettori, che sotto il pretesto d'insegnare i primi rudimenti, appestavano le menti della gioventù co' loro catechismi ereticali; e particolarmente di aver raccomandato alla duchessa di Trajetto due apostati, ch'egli lodava fino alle stelle come apostoli mandati a predicare il Vangelo ai pagani (471). Col favore del pacifico pontefice Paolo III, l'affare fu accomodato; ma Carnesecchi, per evitar l'odio, ch'era stato contro di lui eccitato, stimò necessario di lasciar l'Italia per qualche tempo. Dopo aver passato del tempo con Margherita di Savoja, che non era nemica delle dottrine protestanti, andò in Francia, dove godè del favore del nuovo monarca Enrico II e della regina Caterina Medici.

Nell'anno 1552 tornò in patria confermato nelle sue opinioni dai rapporti avuti coi protestanti oltramontani(472), e fissò la sua [325] dimora a Padova nello stato Veneto, perchè ivi era meno esposto ai pericoli, e agl'intrighi della corte romana, e poteva godere della società di quei, che professavano gli stessi suoi sentimenti religiosi. Non era molto, che Paolo IV era asceso al trono quando fu istruito contro di lui un processo criminale. Siccome non volle assoggettarsi all'arbitrio di quel papa furioso venne formalmente citato a Roma, e a Venezia dove non comparve nel termine prescritto, e fu perciò fulminata contro di lui la sentenza di scomunica, in forza di cui fu consegnato al braccio secolare per essere punito, quando fosse preso, come un'eretico contumace (473). Quando Giovanni Angelo de' Medici ascese alla cattedra di San Pietro col nome di Pio IV, Carnesecchi, che aveva vissuto tanto tempo nella più stretta amicizia con la famiglia di questo pontefice, ottenne da lui la cessazione di quella sentenza, senza essere ricercato di fare alcuna abjura delle sue opinioni. Gli scrittori papisti si lagnano, che, nonostante questi reiterati favori, conservava pure la sua corrispondenza cogli eretici di Napoli, Roma, Firenze, Venezia,[326] Padova, e di altri luoghi sì dentro che fuori d'Italia; che soccorresse con denaro Pietro Celio, eretico sacramentario, Leone Marionio, ed altri, che erano andati a Ginevra, e che raccomandasse le opere dei luterani, mentre parlava con disprezzo di quelle dei cattolici

Quando fu fatto papa Pio V, Carnesecchi si ritirò a Firenze, e si mise sotto la protezione di Cosimo, gran duca di Toscana, temendo con ragione la vendetta del nuovo pontefice. Dalle carte che gli furono trovate si rileva, che aveva intenzione di ritirarsi a Ginevra; ma sulla confidenza, che riponeva nel suo protettore, protrasse l'esecuzione del suo progetto, finchè poi [fu] troppo tardi. Il papa spedì a Firenze il maestro del sacro palazzo con una lettera lusinghiera a Cosimo, e con istruzioni di pregarlo di consegnare Carnesecchi, come eretico pericoloso, che aveva da lungo tempo travagliato in varie maniere per distruggere la fede cattolica, ed era stato lo strumento, a corrompere le menti delle intere popolazioni. Quando il maestro del sacro palazzo giunse, e consegnò la lettera, Carnesecchi sedeva a tavola col gran duca, che per insinuarsi nella grazia del papa ordinò, che il suo ospite fosse immantinente arrestato, e tradotto a Roma; e il papa rese infinite grazie al gran duca per questa violazione delle leggi d'ospitalità, e di amicizia (474). Contro il nuovo prigioniero si compilò senza [327] ritardo il processo avanti la corte dell'Inquisizione sopra un'accusa di trentaquattro articoli, che contenevano tutte le particolari dottrine sostenute dai protestanti in opposizione alla Chiesa di Roma(475). Questi articoli furono provati con testimonianze, e lettere dell'accusato, che, dopo essersi per qualche tempo difeso, ammise la verità dell'accusa, e confessò gli articoli in generale.

Abbiamo la testimonianza di uno storico papista, che consultò i registri dell'inquisizione, sulla fermezza, con cui Carnesecchi confessò i suoi sentimenti, "con un cuore il più indurito, e con le orecchie incirconcise, ricusò di cedere alla necessità delle sue circostanze, e rese inutili le ammonizioni, e gl'intervalli spesso reiterati, accordatigli a decidersi; di modo che non fu possibile, per quanti mezzi fossero messi in opera, d'indurlo ad abjurare i suoi errori, e tornare nel grembo della vera religione, come Pio desiderava, il quale aveva risoluto, se si pentiva, di punire i suoi passati delitti molto [328] più dolcemente di quello che meritava"(476). Noi non crediamo di trasgredire le leggi di carità se supponiamo, che gl'inquisitori lo tennero in carcere quindici mesi nell'intenzione di aver la gloria di annunziare in lui un penitente, e che niuna confessione l'avrebbe mai salvato dalla pena capitale. Nel dì 5 ottobre 1567 fu decapitato, e gettato alle fiamme (477).

Barbara è stata veramente la politica della Chiesa romana di distruggere la fama, per altro ben meritata, e di abolire, se fosse stato possibile, la memoria, e cancellare gli stessi nomi di coloro, le cui vite furono spente per cagion d'eresia. Quando si considera che Flaminio non isfuggì altrimenti a questa occulta censura, e che fu il suo nome cancellato dalle lettere pubblicate dopo la sua morte, quantunque non convinto mai formalmente d'eresia, e avesse degli amici [329] nel sacro collegio, non dobbiamo meravigliarsi, che il nome di Carnesecchi abbia subito la stessa sorte (478). Il soggetto è interessante, e non disconviene l'addurne uno, o due esempi, Il celebre Mureto stava pubblicando un'opera, che aveva per oggetto un poema in lode di Carnesecchi.

Nello stesso tempo ebbe principio una persecuzione dell'eresia in opposizione all'oggetto del suo panegirico, che mise l'autore timido in un mare di dubbiezze. Niente disposto a perdere il frutto della fatica impiegata nell'ode, ma timoroso d'altronde di associarsi ad una persona sospetta d'eresia, tenne consiglio sul caso, e il risultato fu, che la sua precauzione vinse la sua vanità; e il poema fu soppresso (479). Carnesecchi fu intimo amico del dotto tipografo Aldo Manuzio, e fu compare ad uno de' suoi figli; ma in una collezione delle lettere di Manuzio, pubblicate dopo che Carnesecchi ebbe incorso la stigma di eretico, il compare è cambiato in Pero. In [330] un'edizione delle sue lettere uscite alle stampe nel 1558, lo stesso autore, scrivendo a Mureti, parla del suo Carnesecchi nella maniera la più favorevole, e gentile; ma nelle susseguenti edizioni inclusivamente a quelle che uscirono da' suoi torchi, troviamo il nome aspro del suo amico, raddolcito in quello di Molini. Più, nel dedicare un'edizione delle opere di Sallustio al cardinal Triulzi, Manuzio dice: "Pietro Carnesecchi, protonotario, uomo d'onore, famoso pel possesso di tutte le virtù, e di una mente più culta di qualunque ch'io abbia mai conosciuto nel corso della mia vita"; ma poi nell'edizioni posteriori alla dedica, cerchiamo in vano il nome dell'onorato protonotario(480). E nell'avvicinarsi ai nostri tempi circa la metà del secolo XVIII, sortì un'edizione dei poemi di Flaminio da Mancurti, uno de' suoi concittadini, che la credè necessaria, o la giudicò conveniente per ommettere le odi dirette a Carnesecchi, "per paura d'incorrere la censura di quelli, che avevano detto, e scritto, che Marco Antonio Flaminio era un eretico, perchè coltivò l'amicizia di Carnesecchi".(481) Nè questo [331] è tutto; poichè il dotto editore, nel citare una dedica di prima edizione dei poemi, ne' quali Carnesecchi è altamente lodato(482), sopprime il suo nome, dimenticandosi forse, che il suo illustre autore era stato egli stesso primieramente soggetto al medesimo indegno trattamento.

 

 

 

 

Ad Petrum Carneseccum.

 

O dulce hospitium, o lares beati,

O mores faciles, o Atticorum

Conditæ sale collocutiones,

Quam vos ægro animo, et laborioso,

Quantis cum lacrymis miser relibquo!

Cur me sæva necessitas abire,

Cur vultum, atque oculos, jocosque suaves

Cogit linquere tam venusti amici?

Ah! reges valeant, opesque regum,

Et quisquis potuit domos potentumAnteponere candidi sodalis

Blandis alloquiis, facetiisque.

Sed quanquam procul a tuis ocellis,

Jucundissime Carnesece, abibo

Regis imperium mei secutus,

Non loci tamen ulla temporisveIntervalla tuos mihi lepores,

Non mors ipsa adimet. Manebo tecum,

Tecum semper ero, tibique semper

Magnam partem animæ meæ relinquam

Mellite, optime, mi venuste amico.

 

 

 

In appendice al libro sia nell'originale inglese che nella versione italiana viene pubblicata la lettera sulla eucarestia presunta risposta del Carnesecchi alla presunta lettera del Flaminio

Da notare che tale lettera e' in versione ridotta

E compare nell'originale inglese gia' tradotta dal latino all'inglese , cosi nella versione italiana subisce una ulteriore traduzione in italiano

Latino ---Inglese---Italiano

 

 

Estratto di una lettera di Carnesecchi a Flaminio (689).

 

 

Ho ricevuta la vostra lettera in cui vi diffondete, tanto istruendo, che ammonendo, sopra a quei temi da noi spesso discussi in conversazione. Vi ringrazio sinceramente, e vi sono obbligato dell'affezione, e buona volontà. che dimostrate a mio riguardo. Quando rifletto [472] agli odj crudeli, e alle discordie furenti, che hanno prodotto queste discussioni, e alla licenza con cui le parti contendenti si sono a vicenda offese, dimentiche della loro propria estimazione come pure del bene altrui, contro i precetti della carità, che vuole, che ci asteniamo dall'offendere ogni cristiano, sono incantato alla moderazione, e alla dolcezza, che avete mostrata non abusando de' vostri avversarj, nè percuotendoli con pungenti sarcasmi, ma contentandovi di dichiarare esecrabile la loro setta, e senza punto alterarvi, lodando quei fra essi, che si distinguono pei loro talenti, e sono superiori agli altri nella modestia, e nelle maniere.

Una simile condotta era molto approvata fra gli antichi, ed ha onorato il nostro secolo, quanto quello che l'ha preceduto. Mi vien detto che Gioviano Pontano abbia fatto l'elogio degli studj di tutti, niuno maltrattando, nè in pubblico, nè in privato. M. Sabellico non ha voluto vendicarsi dei suoi oppositori lasciando di ritorcere contro di essi i loro più violenti, e maliziosi moteggi, benchè non mancasse di grazia, e di un bello stile magnifico, marca di buon carattere, che ha portato alcuni critici più che severi a stimare troppo bassamente i suoi talenti. Pomponio Leto, romano, non si è curato di entrare in lizza con quei, che l'avevano ingiustamente offeso con le loro calunnie. Per passare sotto silenzio tanti altri dei nostri tempi, Nicola Leonico, e Giacomo Sadoleti non sono eglino luminosi esempi di modestia, e di sofferenza? Ma con rispetto ai Filelfi, ai Poggi a Valle, [473] ed altri (perchè sono ben lungi dal nominare alcuno d'oggidì), quali contumelie non hanno essi proferite contro i loro antagonisti in diffamazione del loro carattere? Voi però vi contentate semplicemente di dire i nomi di quelle persone, che secondo voi si sono allontanate dalla purità della religione, e trattate gli articoli, che condannate, con diligenza, e dolcezza. Quanto alla questione per se stessa, onde poterla considerare con maggior attenzione, dirò con vostro permesso quello, che mi si è presentato in opposizione ai vostri sentimenti, e mi lusingo, che lo prenderete in buona parte, facendo osservazione secondo la vostra pietà e dottrina, se mai io adduca qualche cosa in favore della parte avversa.

Siccome in tutte le discussioni di questo genere il grande scopo deve essere sempre lo scoprimento della verità, così voi dovete rimovere ogni ostacolo, che si frappone all'intento, ogni rispetto ai costumi, prescrizione di tempo, autorità di istituzione, e stringendo con forza quest'unico punto, attentamente fissare i vostri occhi sulla luce, affinchè nel cammino oscuro non possiate inciampare, e cader nell'errore. Voi mi raccomandate di leggere certi volumi, che sono immensi di numero, e di grossezza; ma poi mi dite (e ve ne ringrazio di cuore), perchè io eviti tanta fatica, che voi stimate sufficiente di sostenere la vostra causa solamente sull'autorità d'Ireneo, autore antico, e altamente approvato. L'avere esaminato tutti i volumi da tutte le parti, e [474] squadernati tutti i libri, che mi nominate, proverebbe certamente una difficoltà, una pena, ed anche una forza erculea. Se, per essere giudice imparziale, leggessi gli scritti della parte avversa per conoscere gli argomenti di cui si serve in difesa, come mai potrei disimpegnare un'incarico sì grave? Imperciocchè conoscete bene le conseguenze delle questioni, delle dispute, delle altercazioni come queste, quando ciascuna parte vuol essere vittoriosa; come si pondera ogni argomento che possa confutare l'altrui, e come se ne inventino onde favorire, o assistere la propria opinione. Si sa bene, che questa smania di disputare è egualmente forte in ambe le parti, sia per sfigurare la verità, sia per distruggere la menzogna; dal che nasce, che anche la verità, fatta p artecipe dell'artifizio, è divenuta sospetta, come se da questo scaltrito contegno l'intelletto fosse depravato, e la semplicità del vero distrutta. Passiamo dunque sopra queste cose, e rendendo giustizia a ciascuno, procediamo a considerare con esattezza, e diligenza la testimonianza di quegli autori antichi, che hanno trattato la materia con miglior giudizio, e con la più grande imparzialità. Voi scrivendomi, non aveste luogo di stabilire l'autorità delle opere d'Ireneo, nè di lodarmi tanto caldamente l'autore, giacchè io so bene la stima, in cui è universalmente tenuto, e sono tenuti i suoi scritti; io stesso ne sono ammiratore. Spesso mi sono rammaricato, che le sue opere non siano giunte fino a noi [475] nell'originale greco, che, come si rileva dagli estratti inseriti nei libri di Eusebio, di Epifanio, e di altri, sembra di essere stato scritto con molta fluidità, ed eleganza. Mi sorprende moltissimo, che un dotto scrittore metta in dubbio se scrivesse in greco. Quanto a questi scritti, che sono stati tradotti in latino, come questo, non potrei far fede, che siano fedeli coll'originale; ma lo stile certamente non è in alcun modo, nè buono, nè casto. Il traduttore fa uso di parole senza senso, il suo idioma straniero necessariamente confonde l'intelligenza del lettore. Ma sì in questo, come in tanti altri casi, dobbiamo ritrarre quel che si può, non quel che si vorrebbe; e in quei libri, che sono stati pubblicati, v'è molta discussione su materie di alta importanza. Esaminiamo per un momento l'estratto del quarto libro d'Ireneo contro gli eretici.

È necessario però, affine di capire quello che dice, che si sappia il disegno, l'occasione, e il soggetto; altrimenti il lettore vagherà nel più nero, e non potrà ricevere alcuna giusta percezione. Per esempio, Cristo, dice: "Senza di me, voi non potete far niente." Commettere il peccato è far qualche cosa; ne segue dunque, che senza Cristo il peccato non si commette? Di nuovo dice: "Date a ognuno ciò che domanda." Dovremo dunque dare a qualche eretico ciò che ci domanda per uno scopo infame, e vile? Potrei addurre molti esempi di questo genere, ma questi spiegheranno quello che penso........ [476]Nè il consenso universale della Chiesa cattolica rispetto alle cerimonie fra i Greci, gli Armeni, gli Indiani, e se vi piace, gli Etiopi, sostiene il punto, perchè la frequenza, e l'estensione dell'uso non forma la difesa d'una pratica corrotta. È cosa evidente, che in ogni nazione l'indolenza nel preservare la verità e la purità di dottrina, l'ignoranza delle belle arti, e le turbolenze de' tempi hanno recato impedimento ai frutti della pietà e della vera religione. Considerate, di grazia, qualè oggidì l'opinione universale riguardo ad un barbaro stile? Condanneremo noi coloro, che rigettando rozzi termini, che da lungo tempo erano stati in uso ne introdussero de' migliori, e di più eleganti? Ma io non debbo distendermi su questo soggetto con una delle vostre cognizioni. Il resto della vostra lettera racchiude molte accuse, che, sebbene su certi punti severe, non attribuisco a voi, ma a coloro, che, invece di abbracciare la verità, preferiscono di difendere il falso.

Questi tali, se avessero senso comune, considererebbero, che nessuna infamia è tanto frivola, e ridicola quanto quella che ripercuote sul capo dell'autore. Nella vostra lettera voi censurate con gran severità e giustizia l'ostinazione di coloro, che restano ciecamente schiavi della propria opinione, mascherano il loro orgoglio sotto un falso zelo, accusano con arroganza i costumi generali stabiliti, e, come voi aggiungete, sono agitati dal timore di perdere i guadagni, e le dignità di questo mondo. Tutte queste cose [477] sono pestifere; concedo, che l'antico costume generale debba essere conservato per timore che possano essere distrutti i veri fondamenti, ma questa è la vera questione, che si discute, e resta ancora irresoluta. Quali sono quelli che hanno trasgredito la conformità cattolica, o vi si sono opposti? Voi dite che havvi di quei che sono ostinatissimi ciechi per zelo, troppo fidati nella loro arditezza, ambiziosi, avari. Sieno dunque, direi, giudicati questi che meritano tali accuse. Noi sappiamo bene quanto crudelmente un partito goda d'infamar l'altrui, e quanto mai questo male siasi accresciuto in questi tempi corrotti immorali; perciò dovremmo noi esaminar bene ciò che è vero proprio, e lodevole, attendere a quello che deve farsi, non a ciò che è stato fatto da questo o da quello. Così dopo aver deciso, pronunciamo i nostri sentimenti sopra il soggetto; quindi se lo stimiamo opportuno pronuncieremo sulle persone. Di queste come mi sono spiegato, non dirò nulla, nè in accusa, nè in difesa; poichè quel che dice Orazio sulla guerra di Troja può, se non erro, giustamente applicarsi a questa controversia: Iliacos intra muros peccatur et extra.

Un uomo probo farà attenzione a ciò che asserisce riguardo a un altro, per timore di far circolare un rapporto mal fondato; dico questo perchè voi mi parlate di Bucer in guisa che sembrate tenerne proposito [478] per relazione di qualche genio malefico, e non per cognizione vostra propria. Io ho avuto molti ragguagli e di lui, e dell'affare per cui desiderate di mettermelo in disistima. Molte lettere celebrano la pietà, e la dottrina di Bucer; e tutti sanno quanto zelo abbia egli impiegato in guarir le piaghe della Chiesa. Sono stato assicurato, ch'egli è di carattere dolce, e punto pertinace, contenzioso, o severo, tuttochè fermo nella causa della verità, a segno di non desister mai dal difenderla col sacrifizio, se fa d'uopo, di qualunque dignità o fortuna, e a prezzo della stessa vita. Ma, come ho già detto, noi non dobbiamo giudicare le persone, ma le cose. Ecco risposto alla vostra lettera: forse sono stato meno accurato, e meno di vostro genio di quello, che vi aspettavate. Spero però che prenderete tutto in buona parte, e nulla v'impedirà dal protrarre la discussione, se lo stimerete conveniente, e dal continuare a ripetere le vostre istruzioni e i vostri consigli, giacchè nelle placide discussioni di veri amici, quantunque siavi discrepanza di opinione, spesso la verità elice, e contro l'aspettazione comune sorge fuori da una semplice contesa, come il fuoco dalla collisione delle pietre focaie. Addio. [479]

 

 

 

 

 

 

 

 

AGOSTINO ADEMOLLO (Siena, ottobre 1799 – Firenze, 20 giugno 1841)

 

Nato dal pittore milanese professore Luigi Ademollo e da Margherita Cimballi, venne indirizzato dai genitori alla carriera ecclesiastica. Appena in grado di decidere autonomamente, preferì studiare legge all'Università di Pisa e pare che abbia ottenuto un certo successo nella professione, a tal punto che ebbe anche a scrivere, nel 1840, un libro dal titolo Cenni Teorico-pratici del Giudizio Criminale in Toscana secondo la riforma Leopoldina. A proposito del saggio l'Ademollo in una lettera da parte del professor Carmignani ricevette un commento lusinghiero: «Il suo lavoro è ben concepito, meglio ordinato, e utilissimo alla pratica odierna. Io le ne fo le più sincere congratulazioni, e mi compiaccio che dalla mia scuola escano campioni della sua tempra.» Si interessò di storia e scrisse diversi libri al riguardo: Gli Spettacoli dell'Antica Roma - Descrizione istorica (1837), Istoria di Beatrice de' Cenci (1839), Marietta de' Ricci ovvero Firenze al tempo dell'assedio (1840).

 

 

 

Da :

Marietta de' Ricci ovvero Firenze al tempo dell'assedio racconto storico di Agostino Ademollo seconda edizione con correzioni e aggiunte per cura di Luigi Passerini   Stabilimento Chiari Firenze 1845

Note del Passerini : nota 17………… pagina 1768……………………….

 

E' famoso Piero Carnesecchi protonotario apostolico , uomo distinto per letteratura ed amico di Cosimo I. Essendosi imbevuto delle opinioni dei Luterani , andava altamente

predicandole , talche' viveva in gravi disturbi con l'inquisizione e solo sicuro perche' sempre ai fianchi del Duca (sic : non ando' cosi ) . Quando il Medici si maneggio' presso Pio V

per aver titolo granducale , uno dei patti impostigli dal Pontefice si fu la consegna del Carnesecchi . Cosimo I lo fece immediatamente arrestare e condurre a Roma nelle carceri dell'inquisizione.

La fu processato ; e il 10 Agosto 1562 (SIC : 01 ottobre 1567 ) gli fu recisa la testa e quindi abbruciato il cadavere

 

 

 

le note revisionate dal Passerini sostituivano quelle ben poco attendibili della prima edizione del 1840 ( in realta' come abbiamo visto sui Carnesecchi anche il Passerini fa molti errori )

ecco le note del 1840

 

molto imprecisi nell'uno e l'altro caso ( anche il Passerini ) i legami genealogici

 

 

 

 

 

1843

 

Carnesecchi Pietro nacque in Firenze da nobil famiglia, e per la sua erudizione ed altre doti del suo ingegno meritò la stima della casa Medici. Neil' epoca VI della mia Storia alla pag. 693 e seg. abbiamo veduto quanto grande fosse il favore di questa real famiglia verso tal personaggio, onde mi credo dispensato dal qui ripetere quanto ivi è stato narrato,ed i luminosi impieghi dei quali fu decorato. Molte sono le citazioni che il Carnesecchi ebbe da Paolo III, da Paolo IV e da Pio IV, dalle quali, mediante il favore dei Medici e le sue eloquenti difese, fu assoluto; ma una sola e l' ultima per lui fu quella di Pio V. Teneva egli corrispondenza coi principali settarii dei suoi tempi, ed essendo in Roma ricco pei benefizi, onori e pensioni ecclesiastiche, riceveva in sua casa , e proteggeva gli apostati della religione cattolica , ed aiutava con denaro quei che cercavano fuggire in paesi oltramontani. Essendo egli in Venezia fu da Paolo IV citato a comparire a Roma il 6 novembre i557, attese molte opinioni dei luterani alle quali aveva aderito. Il Carneseechi nou comparve alla citazione, onde fu dichiarato contumace ed eretico. Egli non curò tutto questo, anzi andava dicendo che a Ginevra si predicava con maggior purità l' evangelio ohe nei nostri paesi, ed arrivò persino a biasimare la professione della fede cattolica, che un signore aveva fatta in articolo di morte, specialmente perchè aveva detto che il Pontefice romano era vero vicario di Cristo e successore di s. Pietro. Per lo contrario lodò l'empia professione di fede che alla fine di sua vita fece Giovanni Valdes. Gli dispiaceva che gli eretici fossero puniti, e scrivendo loro li chiamava nostri, innocenti, fratelli, pii, amici. Seppe di tutto questo difendersi con Pio IV,ed ottenere l'assoluzione della scomunica che egli portava da più d'un anno, e seguitare a vivere conversando cogli eretici sparsi in varie parti dltalia. Correva intanto l'anno 1566 allorchè sedendo sulla cattedra di san Pietro Pio V spedì a Firenze il maestro del sacro palazzo apostolico con lettera diretta al duca Cosimo I, acciò fatto prigioniero il Carnesecchi, seco lo conducesse nelle carceri di Roma. Era egli, all'arrivo del maestro, assiso alla mensa del duca , il quale più prevalendo Io ossequio e la deferenza al pontefice che l'amicizia, dimentico del pericolo di Pietro, ordinò immantinente che fosse consegnato al maestro del sacro palazzo. Condotto il Carnesecchi a Roma, e consegnato al tribunale deil ' inquisizione gli fu formato il processo. Dopo seri esami e varie tergiversazioni , finalmente ei confessò e scrisse di propria mano esser vera la sua accusa. Fu convinto e trovato tenace di 34 opinioni o eretiche, o erronee, o temerarie e scandalose secondo che fu giudicato, e constò dalle sue lettere, che aveva deliberato di recarsi a Ginevra per ivi professare più francamente i suoi errori. Tenace egli delle sue opinioni, fu giudicato come eretico incorreggibile, fautore e ricettatore di eretiche due volte fintamente convertito, rigettato dal foro ecclesiastico, e consegnato al secolare, che lo condannò al supplizio, e quindi ad esser morto abbruciato nell'agosto del Questo fu l'infausto fine di persona così dotta, nelle greche e latine lettere versato, come della dottrina ed erudizione sua sono buoni riscontri le amicizie ch'egli ebbe con persone di quel secolo per letteratura assai illustri. Fu il Carnesecchi discepolo del celebre Marcantonio Flaminio, il quale scriveva a Pietro eleganti carmi,e disse essere stato egli accusato presso Pio V da Achille Tazio uomo dotto, ma di malafede e nemico del Carnesecchi. Il padre Sandrini ha dato occasione al Lami di scrivere di un tanto uomo, rammentando la di lui condanna

 

 

 

 

 

 

Alcuni accusano il Conte Giacomo Manzoni di aver sottratto documenti relativi ai processi a Galilei e a Carnesecchi nel periodo dell'occupazione italiana

Giacomo Manzoni si difese dicendo di esser venuto in possesso di un estratto del processo del Carnesecchi trovandolo nelle carte dell'Archivio Dandini da lui acquistato

" l Estratto che or pubblicasi del Processo del Protonotario PIETRO CARNESECCHI, fu, secondo ogni verosimiglianza, mandato dalla Corte di Roma al suo Nunzio a Parigi per essere presentato a Caterina de Medici Nella compra di buona parte dell Archivio DANDINI trovai una copia del tempo di detto Estratto, la quale congetturo rimanesse nelle mani di Mons. Anzelmo DANDINI nipote del celebre Card. Girolamo quando fu Nunzio Apostolico presso quella Regina " (dall Avvertimento). Importante pubblicazione per la storia della Riforma religiosa in Italia del sec. XVI

 

 

Giacomo Maria Manzoni (Lugo, 24 ottobre 1816 – Lugo, 30 dicembre 1889)

Appartenente alla nobile famiglia dei conti Manzoni, nacque da Giambattista e Caterina Monti, nipote del celebre poeta neoclassicista Vincenzo. Studiò al collegio "Carlo Ludovico" di Lucca fino al 1835; si perfezionò in ebraico a Roma da monsignor Nicola Wiseman.

A Lugo fu insegnante di greco antico al Collegio Trisi, istituzione accademica locale. Fu il primo presidente della Cassa di Risparmio cittadina (1845). Nel 1846 la famiglia Manzoni acquistò una villa in località Frascata appartenente ai Bentivoglio d'Aragona

Nel 1848 divenne membro del Consiglio dei Deputati (la Camera bassa del parlamento pontificio) e segretario del primo ministro Pellegrino Rossi; l'anno seguente fu ministro delle finanze della Repubblica Romana del 1849.

Dopo la repressione dei repubblicani fu in esilio in Grecia, Inghilterra e regno di Sardegna e solo nel 1859 poté ritornare in Romagna, dove si stabilì.

Attento e fine bibliofilo (la sua passione era cominciata negli anni lucchesi), raccolse una vasta e ricca biblioteca di venticinquemila volumi, tra cui più di quattrocento incunaboli e circa duecentoventi manoscritti. Appartenne a lui il prezioso Codice sul volo degli uccelli di Leonardo da Vinci, oggi conservato alla Biblioteca Reale di Torino. Il Manzoni ne realizzò una copia di propria mano, attualmente custodita a Lugo in una collezione privata. La sua biblioteca privata non gli sopravvisse: dopo infruttuose trattative tra il figlio Luigi e il Ministero della Pubblica istruzione, fu smembrata e dispersa in aste tra il 1892 e il 1894.

 

 

Di fatto come vedremo cominciarono dal 1849 a circolare notizie piu' precise sugli atti del processo

Nel caso il Manzoni abbia sottratto i documenti sarebbe il segno dell'importanza che gia' riconosceva al personaggio ed al suo processo

 

 

 

 

 

1850

 

SUPPLIZIO DI PIETRO CARNESECCHI

CONVINTO DI OPINIONI CONDANNATE

 

Per ammaestramento degli uomini noi crediamo ntile il narrare con brevi parole la tragica fine di Pietro Carnesecchi.

Nato in Firenze nel secolo XVI, s' era in tutta la sua vita dimostrato divotissimo a casa Medici, avea servito lungamente Clemente VII come pronotario, e Cosimo come segretario in Venezia; era celebrato per bontà e per dottrina dal Sadoleto, dal Bembo, dal Mureto e dal Muzio; e, innamoratosi delle riforme religiose che venivansi operando in Francia e in Germania, teneva corrispondenza con Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, sospette di massime liberali, e avea anche commercio di lettere con la duchessa Margherita, moglie di Emanuele Filiberto di Savoia, la quale attingeva con piacere alla fonte delle nuove dottrine.

Mancata allora la libertà nella parte politica, si era essa gettata nella parte religiosa, perocchè l'uomo è così fortemente desideroso di essere libero, che quando non lo può essere fuora, lo vuole essere almeno dentro.

II Carnesecchi, avido come i novatori, che la religione fosse richiamala a'suoi principii, professava apertamente alcune opinioni che erano dai Papi c dagli Inquisitori considerato come contrarie alla dottrina cattolica.

Professava, secondo lo storico:

Che non pecca mortalmente chi non osserva i digiuni;

Che la confessione e la cresima non tono sacramenti;

Che è falsa la dottrina delle indulgenze, e mera invenzione dei papi per cavar danaro dai popoli;

Che non v'è purgatorio;

Che il papa è solamente vescovo di Roma e non ha potestà sulle altre chiese;

Che i frati e le monache son peso inutile alla terra, nati solo per mangiare e divorarsi le sostanze dei poveri;

Che è dannabile l'invocazione de'santi;

Che non si può far voto di castilà, e che il farlo è un tentare Iddio;

Che è lecito mangiare ne' giorni proibiti ogni sorta di cibi.

Era stato allora assunto al trono pontificale il terribile fra Michele del Bosco d'Alessandria, il quale avea assunto il nome di Pio V. Costui erasi cacciato in capo doversi esterminare col ferro e col fuoco chiunque avea odore d'eretico: e quando ne agguantava alcuno, la era finita per questo tapino.

Immagini dunque il lettore s'egli avrebbe potuto tollerare le opinioni del Carnesecchi, le quali, quantunque innocenlissime, erano tuttavia tali da farlo credere a' suoi occhi pel più scellerato e testeremo eretico del mondo.

Mandò senza più a Firenze il Maestro del sacro palazzo, ordinando a quella buona lana di Cosimo che gliel concedesse a fine di giustizia, e assiditandolo che per compenso sarebbo stato da lui coronato granduca, con facoltà di usare corona ed armi reali.

Cosimo, che per un cosi segnalato favore avrebbe dato non che un amico, mille, invitò alla sua mensa il Carnesecchi, e dopo avere bevuto più volte alla salute dell'ospite, si levò da tavola, e fece segno agli sgherri pontificii, i quali sbucaron fuora da certo loro nascondiglio, e, poste le mani addosso al povero Carnesecchi, lo trassero a Roma.

Giunto quivi nell'agosto del 1567, gli venne letta la sentenza di morte il 21 del mese seguente.

Consegnato al braccio secolare, gli fu posta una vestaccia indosso, dipinta a fiamme e diavoli.

Sorrise il Carnesecchi dell' aver troppo lungamente creduto all'amicizia d'un principe, qual era Cosimo, e della pazienza degli uomini nel comportare la barbarie dell' inquisizione, la quale volea colla violenza e col fuoco conficcare nei cuori una religione di mansuetudine, di perdono, di persuasione e di convinzione!

Per mostrare quanto egli temesse la morte, volle che gli fossero dati abiti elettissimi e guanti bianchi ed eleganti. S'incamminò alla morte come a pompa. Vide il capestro che dovea strozzarlo e il rogo che dovea arderlo, e non una sola fibra del suo volto tremò. Prima che salisse la scala fatale, gli fu abbruciata indosso la vestaccia che chiamavasi il sambenito, poi fu impiccato ed arso!

Questi erano i trionfi dell'Inquisizione!...

Cosimo e Pio V avranno essi chiusi gli occhi al sonno eterno con pari tranquillità e pari forza?...

 

 

 

 

 

 

L'eco di Savonarola foglio mensile stampato a Londra in lingua italiana 1850

 

Pietro Carnesecchi nacque in Firenze da nobili genitori. Fin dalla sua prima gioventù mostró di esser nato per " istare avanti ai re, e non avanti a degli omiciattoli." A una bella presenza, ad un vivo giudizio penetrante univa affabililà, dignità di maniere, generosita, e prudenza. Sadoleti lo loda come " un giovane di specchiata virtú e di perfezioni liberali." E Bembo ne parla in termini del più alto rispetto e attaccamento. Fu fatto segretario, e quindi protonotario apostólico da Clemente VII, che gli conferí due abbadie, una in Napoli, e un' altra in Francia ; ed era tale l' influenza di cui godeva presso quel papa, che si diceva comunemente, " che la Chiesa era governata più da Carnesecchi, che da Clemente." Pure si condusse con tanta modestia e convenienza nella sua delicata situazione, che in vita non incorse invidia, ne disfavori in morte del suo padrone. Ma i progressi di Carnesecchi nella carriera degli onori mondani, che aveva con tanto belli augurj principíata, furono arrestati da causa diversa. A Napoli strinse con Váldes un' intima amicizia ; s' imbevve dunque della dottrina riformata ; e siccome possedeva una gran sincerità di cuore, e sentiva amore per la verita, crebbe ogni giorno l' attaccamento a quella dottrina, con la lettura, la meditazione, e la conferenza degli uomini dotti. Nei più bei giorni del cardinal Pole, fece parte di una delle scelte società che si formavano a Viterbo in casa di quel porporato, e spese il tempo in esercizi religiosi. Quando il suo amico Flaminio, intimorito al pensiero di abbandonare la Chiesa di Roma, si arresto un poco nelle sue ricerche, Carnesecchi spiego quel mentale coraggio, che accoglie la verità quando calpesta i pregiudizj, e la segue malgrado i pericoli che s' incontrano in folla sul di lui sentiero. Dopo la fuga di Ochino e di Martire, incorse violenti sospetti di coloro che proseguirono le ricerche degli eretici, e nel 1546 fu citato a Roma, dove il cardinal di Burgos, uno degli inquisitori, ebbe ordine di esaminare le accuse portate a suo carico. Fu accusato di corrispondenza cogli eretici che si erano colla fuga sottratti alla giustizia ; di soccorrere persone sospette con denaro, di aiutarle a ritirarsi all' estero ; di rilasciare certificati ai precettori, che sotto il pretesto d' insegnare i primi rudimenti, appestavano le menti della gioventù соi loro catechismi ereticali ; e particolarmente di aver raccomandato alla Duchessa di Trajetto due apostati, che egli lodava fino alle stelle come apostoli mandati a predicare il Vangelo ai pagani. Col favore del pacifico pontefice Paolo III, l' affare fu accomodato ; ma Carnesecchi, per evitar l' odio eh' era stato contro di lui eccitato, stimo necessario di lasciar l' Italia per una stagione. Dopo aver passato qualche tempo con Margherita di Savoja, che non era nemica delle dottrine protestanti, ando in Francia, dove gode del favore del nuovo monarca Enrico II, e della regina Caterina de' Medici. Nell'anno 1552 torno' in patria, confermato nelle sue opinioni dalla comunicazione avuta coi protestanli oltramontani, e fisso la sua dimora a Padova nello stato Veneto, perché ivi era meno esposto ai pericoli, e agl' intrighi della corte Romana, e poteva godere della società di quei che professavano gli stessi suoi sentimenli religiosi. Non era molto che Paolo IV era asceso al trono, quando fu istituito contro di lui un processo crimínale. Siccome non credè di assoggettarsi all' arbitrio di quel papa furibondo, venne formalmente citato a Roma e a Venezia, dove non comparve nel termine prescrítto, e fu perciô fulminata contro di luí la sentenza di scomunica, in forza di cui fu consegnato al braccio secolare per esser punito, quando fosse preso, come un erético contumace. Quando Giovanni Angelo de' Medici ascese alla cattedra di San Pietro col nome di Pio IV, Carnesecchi, che aveva vissuto tanto tempo nella più stretta amicizia con la famiglia di questo pontefice, ottenne da lui la cessazione di quella sentenza, senza essere ricercato di fare alcuna abjura delle sue opinioni. Gli scrittori papisti si lagnano che, nonostante questi reiterati favori, conservava pure la sua corrispondenza cogli eretici di Napoli, Roma, Firenze, Venezia, Padova, e altri luoghi si dentro che fuori d' Italia ; che soccorresse con denaro Pietro Gelido, erético sagramentario, Leone Marionio, ed altri che erano andati a Ginevra, e che raccomandasse le opere dei luterani, mentre parlava con disprezzo di quelle dei cattolici Quando fu fatto papa Pio V, Carnesecchi si ritiro' a Firenze, e si mise sotto la protezione di Cosimo, gran duca di Toscana, appunto temendo la vendetta del nuovo pontefice. Dalle carte che gli furono trovate si rileva, che aveva intenzione di ritirarsi a Ginevra ; ma sulla confidenza che riponeva nel suo protettore, protrasse l' esecuzione del suo progetto, finché poi fu troppo tardi. Il papa spedi a Firenze il maestro del sacro palazzo con una lettera lusinghiera a Cosimo, e con delle istruzioni di pregarlo affinche' consegnasse Carnesecchi, come eretico pericoloso, che aveva da lungo tempo travagliato in varie maniere per distruggere la fede cattolica, ed era stato lo strumento onde erano corrotte le menti delle intere popolazioni. Quando il maestro del sagro palazzo giunse, e consegno la lettera, Carnesecchi sedeva a tavola col gran duca che, per insinuarsi nella grazia del papa, ordino che il suo conviva fosse immantinente arrestato e tradotto a Roma ; e il papa rese infinite grazie al gran duca per questa violazione delle leggi d' ospitalità e di amicizia. Contro il nuovo prigioniere si compilo senza ritardo il processo avanti la corte dell' Inquisizione sopra un' accusa di trentaquattro articoli, che contenevano tutte le particolari dottrine sostenute dai protestanti in opposizione alla Chiesa di Roma. Questi articoli furono provati con testimonianze e lettere dell' accusato, che, dopo essersi per qualche tempo difeso, ammise la verità dell' accusa, e confesso' gli articoli in generale. Abbiamo la testimonianza di uno storico papista che consulto' i registri dell' Inquisizione, sulla fermezza con cui Carnesecchi confesso i suoi sentimenti . Con un cuore il più indurito, e con le orecchie incirconcise, ricuso' di cedere alla necessita' delle sue circostanze, e rese inutili le ammonizioni e gli intervalli spesso reiterati, accordatigli a decidersi ; di modo che non fu possibile, per quanti mezzi fossero messi in opera, d' indurlo ad abjurare i suoi errori, e tornare nel grembo della vera religione, come Pio desiderava, il quale aveva risoluto, se si pentiva, di punirei suoi passati delitti molto più dolcemente di quello che meritava." Noi non crediamo di trasgredire le leggi di carita' , se supponiamo che gl' inquisitori lo tennero in carcere quindici mesi nell' intenzione di aver la gloria di annunziare in lui un penitente, e che niuna confessione l' avrebbe mai salvato dalla pena capitale. Nel di 3 ottobre 1567 fu decapitate, e gettato alle fiamme.

 

 

 

 

 

UN UFFICIALE DI NAPOLEONE BONAPARTE ASPORTA 69 FASCICOLI DEL PROCESSO

 

Report of the trial and the martyrdom of Pietro Carnesecchi

 

 

 

RICCARDO GIBBINGS

 

 

Report of the trial martyrodom of Pietro Carnesecchi

 

In Inghilterra a cura del reverendo Riccardo Gibbings pastore della chiesa irlandese era stato pubblicata una " Relazione intorno al processo di Fulgenzio Manfredi

Were heretics ever burned alive at Rome ? A report of proceedings in the roman Inquisition against Fulgenzio Manfredi taken from the original manuscript brought from Italy by a french officer ( London 1852 )

Segue nel 1853

Storia di un frate minore condannato da S. Carlo Borromeo ad essere murato , ma che fuggito fu arso in effigie

Record's of the roman Inquisition : case of a minorite friar , who was sentenced by a Charles Borromeo to be walled up , and who having escaped was burned in effigy ( Dublin 1853 )

 

compare inaspettatamente nel 1856 anche una " relazione intorno al processo e al martirio di Pietro Carnesecchi

Report of the trial and the martyrdom of Pietro Carnesecchi

 

Napoleone I occupando Roma aveva requisito molti documenti dell'archivio dell'inquisizione perche' aveva intenzione di fare un grande archivio dell'Impero con sede in Parigi

Fu un furto di una quantita' enorme di manoscritti , migliaia di casse che dal 1810 al 1813 presero la via di Parigi come preda di guerra ( si calcola componessero circa 46.000 volumi

Molti di questi documenti alla caduta di Napoleone non vennero restituiti

Probabilmente nel trasporto Roma Parigi alcuni documenti ( sessantanove fascicoli ) vennero trafugati da un ufficiale francese

Il reverendo Carlo W. Wall vice-Proposto del Trinity College ebbe l'occasione di comperarli a sue spese e di farne dono alla biblioteca del collegio

( per queste notizie : vedi Antonio Agostini )

Rimane il dubbio che la provenienza dei documenti fosse in realta' Giacomo Manzoni

 

Da notare che Gibbins mette in dubbio lo scambio epistolare sull'eucarestia tra il Flaminio e Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

 

Un opera di nessuna importanza ma che rende il clima del dibattito anticlericale e dell'arretratezza culturale pretesca

 

 

LUIGI PARASCANDOLO sacerdote del clero napoletano

 

 

La eterodossia italiana ed il Papa Re anno 1862

 

 

 

 

Un' opera che esprime la rabbia ed il vomito che molti giovani sentivano verso la chiesa romana ed i suoi preti e si rifa' alle opinioni attribuite al Carnesecchi

 

1869

Don Abbondio e Carnesecchi: ricordi d'un esule al clero toscano

Stanislao Bianciardi

 

 

 

STANISLAO BIANCIARDI

 

 

IL CLERO TOSCANO E IL POTERE PRETESCO

 

 

 

 

 

 

Verso il 1867 ,frequentando la tipografia di Giovanni e di Tito Carnesecchi il celebre caricaturista Mata ( Mattarelli) per la stampa del giornale satirico Il Lampione , fu ideata la pubblicazione delle poesie di Giuseppe Giusti

 

 

POESIE

https://books.google.it/books?id=nkejKYicg9sC&printsec=frontcover&dq=dante+carnesecchi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiBkZudhrjlAhWLyqQKHc6VACA4KBDoAQg0MAI#v=onepage&q&f=false

 

 

 

 

 

Due opere cattoliche che esprimono due pensieri molto diversi su Pietro Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

 

 

Cesare Cantu' ha un atteggiamento abbastanza negativo sul Carnesecchi e si attirera' le critiche del Corazzini

Sembra abbastanza informato sull'andamento del processo

Sembra giudicare Cosimo I in un certo qual modo coinvolto in opinioni eretiche

 

 

 

CESARE CANTU'

 

 

PIETRO CARNESECCHI da pag 416 a pag 440

 

 

 

................. Dobbiamo alla cortesia dell' onorevole C. Cantù ll poter, pubblicare questo brano inedito della sua Storia degli Eretici Italiani. La Direzione.

RIVISTA UNIVERSALE ANN. IV.

 

http://www.carnesecchi.eu/Pietro_Carnesecchi1.pdf vedi da pg 85 a pg 98

 

 

 

 

 

IL CONTE GIACOMO MANZONI SOTTRAE O ACQUISTA UN ESTRATTO DEL PROCESSO NEL 1849 DURANTE L'OCCUPAZIONE DI ROMA

 

la pubblicazione di un "estratto del processo del 1566-67" sara' lungamente la base documentaria fondamentale

Occorrera attendere fino al 1998-2000 per merito di Massimo Firpo e Dario Marcato per avere la pubblicazione dei dati del fascicolo Carnesecchi ( non pero' le lettere Carnesecchi--Gonzaga

 

Durante l'occupazione nel periodo della Repubblica Romana Giacomo Manzoni riusci a penetrare nell'Archivio dell'inquisizione e ad asportare una serie di atti

Tra cui una serie di atti riguardanti il processo a carico del Carnesecchi ed un estratto del processo

( Mi sono sempre chiesto se questo abbia causato perdite documentarie )

secondo quanto asseriva il Manzoni,il possesso era legale : una copia proveniente dall’archivio Dandini, da lui stesso acquistato dall’avvocato Panzini di Rimini

 

Giacomo Manzoni pubblica l'estratto del processo di cui era in possesso

Pietro Carnesecchi (1508-1567 ) un martire. Estratto del processo di Pietro Carnesecchi a cura di Giacomo Manzoni in Miscellanea di storia italiana

L'Agostini spiega la storia di questo estratto

 

Oggi l'estratto figura nel fascicolo processuale in quanto donato ( o reso ) da Luigi figlio di Giacomo all'archivio vaticano

Estratto dell'ultimo processo di Pietro Carneseccchi ( intitolazione autografa di Giacomo Manzoni ) Proviene dall'archivio Dandini e probabilmente l'ebbe monsignor Anselmo quando ando' nunzio apostolico a Parigi da Caterina de Medici cui fu , a quanto sembra , mandato dalla romana -Inquisizione per ordine del Papa. Fu da me Giacomo Manzoni pubblicato nelle miscellaneee torinesi

" l' Estratto che or pubblicasi del Processo del Protonotario PIETRO CARNESECCHI, fu, secondo ogni verosimiglianza, mandato dalla Corte di Roma al suo Nunzio a Parigi per essere presentato a Caterina de Medici Nella compra di buona parte dell Archivio DANDINI trovai una copia del tempo di detto Estratto, la quale congetturo rimanesse nelle mani di Mons. Anzelmo DANDINI nipote del celebre Card. Girolamo quando fu Nunzio Apostolico presso quella Regina " (dall Avvertimento). Importante pubblicazione per la storia della Riforma religiosa in Italia del sec. XVI

 

Oggi l'estratto figura nel fascicolo processuale in quanto donato ( o reso ) da Luigi figlio di Giacomo all'archivio vaticano

Mi rimane il dubbio che altre carte siano andate disperse

 

anno pubblicazione : 1870

Torino, Stamperia Reale, 1870, in 8, br. orig. ; 6 pp.n.n. per l Avvertimento dell A. + pp. 429 (a partire dalla n. 49). carta forte. Edizione originale ed unica pubblicata contemporaneamente nella Miscellanea di Storia Italiana Tomo X (per cura della R. Dep. di Storia Patria).

 

 

 

GIACOMO MANZONI

 

 

Estratto dal processo di Pietro Carnesecchi

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Bandi pubblica il romanzo storico : Pietro Carnesecchi, storia fiorentina del XVI secolo

Un romanzo storico con poche pretese di storicita'

 

 

 

GIUSEPPE BANDI

 

 

PIETRO CARNESECCHI

 

 

 

Napoleone Corazzini lo celebra tra gli Italiani dimenticati ma da non dimenticare

 

 

 

 

 

anno pubblicazione : 1873

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NAPOLEONE CORAZZINI

 

 

PIETRO CARNESECCHI da pag 107 a pag

 

 

 

 

 

A glance at the Italian inquisition

Witte, Leopold London : Religious tract society, 1885

 

 

 

 

A glance at the Italian inquisition

 

 

PIETRO CARNESECCHI

 

 

 

John Wycliffe, Jan Hus 1415 Michele Serveto 1553,Tommaso Campanella , Pietro Ramo 1572, Aonio Paleario 1570 , Lucilio (Giulio Cesare) Vanini 1619 Paolo Sarpi,

 

 

Il 9 giugno 1889 fu innaugurata nella piazza Piazza Campo de’ Fiori a Roma una statua di bronzo, a memoria del rogo del 17 febbraio del 1600 in cui fu ucciso Giordano Bruno. Sul piedistallo della statua sono affissi dei medaglioni di bronzo con le effigi di otto altri personaggi condannati per eresia (alcuni a morte): Michele Serveto, un medico e teologo spagnolo, che fu perseguitato sia dai cattolici che dai protestanti per le sue idee eretiche sul concetto di trinità e venne alla fine processato e arso vivo nel 1553 dai calvinisti di Ginevra con i suoi scritti appesi al collo; Tommaso Campanella, che passò ben 27 anni della sua vita fra un carcere e l’altro, accusato d’eresia, pratiche demoniche e cospirazione, salvandosi dalla pena capitale solo perché si finse pazzo; Pietro Ramo, assassinato da un sicario cattolico a Parigi nella tragica notte di S. Bartolomeo nel 1572; Aonio Paleario, condannato dal tribunale dell’inquisizione come eretico, impiccato nel 1570 (il suo cadavere fu bruciato davanti a ponte Sant’Angelo, sul Lungotevere di Roma); Lucilio (Giulio Cesare) Vanini, arso sul rogo a Tolosa nel 1619 per ateismo e bestemmie, dopo essergli stata tagliata la lingua ed essere stato strangolato; Paolo Sarpi, morto a Venezia nel 1623, denunciato più volte al tribunale del Sant’Uffizio (fra l’altro anche per sospetti legami con ebrei veneziani), subendo diversi attentati; il ceco Jan Hus, arso sul rogo nel 1415 a Costanza (Germania) per eresia contro la chiesa cattolica; e infine John Wycliffe, teologo inglese dissidente, morto nel 1384 e dichiarato eretico dal Consiglio di Costanza nel 1415, il che portò nel 1428 all’esumazione del cadavere e al rogo dei suoi resti (e dei suoi libri).

Pubblicato in Attualità il 16/02/2012 rav Gianfranco Di Segni, Collegio rabbinico italiano

che ricorda anche la lapide sul selciato a memoria il rogo del libro sacro agli Ebrei "Talmud" messo in atto il 9 settembre 1553

 

La statua fu realizzata dallo scultore massone Ettore Ferrari

Subito dopo l'inaugurazione papa Leone XIII rimase l'intero giorno a digiunare inginocchiato davanti alla statua di San Pietro, pregando contro «la lotta ad oltranza contro la religione cattolica». Poco prima dell'inaugurazione il papa minacciò di abbandonare Roma per rifugiarsi in Austria, qualora la statua fosse stata scoperta al pubblico. Il Primo Ministro italiano Francesco Crispi a tale intenzione rispose: «Se Sua Santità dovesse andare via dall’Italia non potrà più tornare» ( wikipedia )

 

 

Il monumento, aldilà della battaglia politica condotta per erigerlo, è significativo anche per la figura che rappresenta: quello che è stato tramandato nella coscienza popolare, più che il pensiero di Giordano Bruno, è stato il suo rifiuto alla sottomissione. Se si fosse pentito, probabilmente avrebbe avuta salva la vita. Per il suo inquisitore, il cardinal Bellarmino (fatto santo dalla chiesa), era molto più importante l’abiura che non la condanna. Il rifiuto di Giordano Bruno al pentimento, la sua tenacia nel difendere le proprie idee, la sua spavalderia nell’affrontare la sentenza di condanna con la risposta al Cardinal Madruzzo, che gliela leggeva, "Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla", ne hanno fatto un simbolo della libertà di pensiero, della volontà dell’uomo a lottare in difesa delle proprie idee. ( Michele Traversa novembre 2009 LSDmagazine )

 

 

Siamo nel 1889 e non figura tra i personaggi ricordati il Carnesecchi

E questo ha un significato ( forse solo legato all'indirizzo politico del comitato promotore (non e' ricordato il Savonarola ??? o forse legato ad una fama circoscritta)

 

 

 

 

Leonardo Aretinus Bruni ( da non confondersi ovviamente col celebre cancelliere della Repubblica fiorentina )

Cosimo I de Medici e il processo di eresia del Carnesecchi anno 1891

 

 

 

 

 

Pietro Gori nel 97 lo accomuna ad altri martiri del libero pensiero (Galileo Galilei , Arnaldo da Brescia ,Thomas More , Tommaso Campanella , Giordano Bruno Girolamo Savonarola

 

Dal sito .............................http://www.domusgalilaeana.it/Esposizioni/mostragiugno95/rimandi/eppur.html

 

EPPUR SI MUOVE

NUMERO UNICO

PUBBLICATO A CURA DEI SOCIALISTI-ANARCHICI PISANI

 

EPPUR SI MUOVE

Così proruppe, come protesta della verita' torturata, dlla bocca di Galileo, la ribellione del pensiero scientifico contro la prepotenza incivile del dogma: In cotesto grido dell'anima, abiurante l'abiura che i tormenti strapparono alle labbra del martire, c'è come la sintesi della storia.
E qual sintesi, tutta di genio e d'eroismo da un lato , di ferocia e di viltà dall'altro.
(....)

RETTILI NERI
Che cosa fate?
No, no. E' inutile! E' inutile che vi adattiate maschere nuove :
Anche sotto le nuove maschere, noi, vi conosciamo.
Si, vi conosciamo. siete sempre quelli che rubbavate le offerte ai numi!
(...)
Dove un raggio di luce, dove un raggio d'amore, si affaccio' per brillare sulla deserta ingannata e oppressa umanita', voi, o eterni fabricatori d'infamie correste per soffocarlo.
I secoli si accavallarono ai secoli, come le onde del mare; le vicende, seguirono alle vicende, come le nubi del cielo;voi, cambiaste come il camaleonte, pelle e colori; ma una sola fu la costra fede, una la vostra tattica: l'impostura.
Una sola, non mai mutata la vostra natura: ingordigia e perfidia.
No!
Il vento dell'oblio, non crediate abia disperso le ceneri degli eroi del pensiero.
No!
Le ceneri di Arnaldo, del Moro, del Campanella, del Bruno, del Savonarola, del Carnesecchi e di cento altri, non sono disperse.
No, insensati, no!
Quelle ceneri si addensano, si aggirano tempestose, preparando il ciclone dell'ultima e definitiva disfatta.
(...)
La cuccagna, è quasi al tramonto.
Non per nulla Dante, ha cacciato i papi, ancora vivi, capofitti nelle bolge dei simoniaci!
Ed ora, tornate a spolverarci sul viso, le tele bizantine e tibie e teschi intermati?
Spudorati!
Il popolo, il vero popolo, il popolo veggente e volente, vi guarda indignato e grida col poeta:

O date pietre a sotterrarli, ancora, Nere macerie delle Touilleri !...

On Comitato
per le Onoranze a Galileo -- Pisa

Alla libera voce di popolo, salutante oggi in Pisa, la gloria di Galileo, si unisce -pur da lontano- il modesto saluto d'un credente nella forza vittorioso del pensiero.
Ma le insidie alla libertà della scienza mutaron forme e strumenti di tortura; e cessando d'esser monopolio dei preti, la inquisizione al pensiero non scomparve tuttavia dalla civiltà moderna.
Ditelo questo, a gran voce, voi almeno, che vi dichiarate amici della libertà.
E lasciate che in questa apoteosi del genio, sfolgorante sulla barbarie del passato, penetri un raggio di futuro redentore.
Dite alla maestà del popolo, che la eresia sociale ha oggi i suoi torturati- come ieri li ebbe quella scientifica e religiosa.
(...)
Rivendicate al pensiero la libertà - libertà vera, per tutti.
Questo è il solo monumento degno della grandezza di Galileo.

Milano, li 26 Giugno 1897

Vostro
PIETRO GORI

 

 

 

 

 

nata a Cerreto Guidi nel 1850

Emma Perodi, Le novelle della nonna. Fiabe fantastiche, Roma, Perino, 1893.

 

Il "quadro" narra la storia della famiglia Marcucci, famiglia contadina con struttura patriarcale che abitava in un podere del Casentino. Come d'abitudine, ogni domenica sera d'inverno, i familiari si radunavano davanti al focolare e la Nonna Regina raccontava ai nipoti, ai figli e alle nuore le vicende che, come tradizione, erano a quell'epoca quasi tutte a sfondo religioso e nelle quali angeli e santi erano sempre pronti a difendere il malcapitato dal diavolo di turno.

Tutte le fiabe fantastiche che la nonna racconta nei vari capitoli sono ambientate nel Casentino e si denota il rapporto non certo amichevole che questa popolazione ha con Firenze.

 

Utilizza nella novella "il gatto del Vicario" un personaggio di fantasia : Lando Carnesecchi bellissimo cavaliere come emanazione diabolica

 

……………..E le nozze si prepararono infatti con molta pompa, e nella chiesa della Pieve a Bibbiena si presentò come testimone del Vicario di Poppi un bellissimo cavaliere che disse di chiamarsi messer Lando Carnesecchi, e di esser cugino dello sposo. Però, mentre il prete benediva l'anello, si verificò un fatto strano. L'immagine della Madonna che ornava l'altare si voltò dal lato opposto a quello dove stavano il Vicario e il cavaliere fiorentino, e dalla loro parte si spensero tutti i ceri.

La sposa impallidì e cadde svenuta; la madre di lei mandò un grido; il prete fuggì, e dietro a lui fuggirono tutti gli astanti. La gente urlava, si pigiava per scappar più presto, e tutti dicevano che era stato commesso un sacrilegio, che la chiesa era profanata e che ci doveva essere il Diavolo, e il Diavolo non poteva essere altri che il Vicario o il suo testimone. Questa voce era così generale, che formava quasi un coro, e giunse anche all'orecchio del padre della sposa, il quale cercava di farsi largo nella folla adunata sulla piazza per ricondurre a casa Violante, tuttavia priva di conoscenza.

- Qui non è aria per noi! - disse sottovoce il finto cavaliere al Vicario.

Questi andò per uscire, ma la folla, appena lo ebbe riconosciuto, incominciò a gridare:

- Dàlli, dàlli! Ecco il Diavolo!

In un momento tutti si chinarono a raccoglier sassi e incominciarono a bersagliar con quelli il povero Vicario. Il cavaliere, vista la mala parata, aveva ripreso la pelle di micio e sgattaiolava fra la folla, senza curarsi di chi lasciava nelle peste.

I sassi lanciati con furia, quasi a bruciapelo, avevan ferito il Vicario nella testa, nel viso, nel petto, nelle spalle, e il poveretto, sentendosi morire, stramazzò a terra.

Allora da molte parti si udì dire:

- Prepariamo il rogo, bruciamolo vivo!

 

 

 

 

 

Antonio Fogazzaro , lo utilizza nel suo racconto Leila a rappresentare una certa stravaganza

 

Da Leila di Fogazzaro anno 1910

In seguito alla condanna della Chiesa cattolica per Il Santo, Antonio Fogazzaro tenta, invano, con quest'ultima opera, di rientrare nel cattolicesimo. Il romanzo, attraverso la vicenda del protagonista, discepolo del santo Piero Maironi, affronta ancora una volta il tema della riforma religiosa.

 

 

La signora parlò subito del gran dispiacere di don Aurelio per non aver potuto alloggiare Massimo e neppure andargli incontro alla stazione. Raccontò che si era preso in casa, da due giorni, un infermo, un povero reietto, un venditore di bibbie protestanti, che a Posina era stato malmenato a furor di popolo e cui nessuno voleva ospitare.

"Poveretto!" esclamò la signora. "E' un tipo! Un tipo!" E rise di un riso breve, tosto represso perché la pietà prevalse al senso del comico e alla voglia di sfogarlo.

"E' un certo Pestagran" diss'ella, "ma qui gli hanno posto nome Carnesecca perché nei suoi discorsi, che sono sempre lirici, nomina spesso Carnesecchi . Egli si rifà, del resto. Una volta chiamava "pesci" i suoi concittadini di Lago: pesciolini, anguille, pesce popolo, marsoni, qualche volta gamberi. Adesso li chiama pescicani."

Ella continuò a parlare del disgraziato Carnesecca con un umorismo placido e fine, che divertì Massimo e non gli lasciò indovinare in lei un'assidua visitatrice pia dell'infermo. S'interruppe tre volte, per incontri diversi, prima all'uscita della selvetta di castagni, poi nel verde grembo fiorito che i meli e i noci ombreggiano, dove le donne di Lago hanno il lavatoio e la maestà delle pendici silenziose incombe sull'idillio. Prima una vecchia miserabile, poi un povero sciancato trattennero la signora per raccontarle guai. Ella stessa fermò una fanciullina scalza, sudicia, che portava un canestro. Parlò a ciascuno affabile, dolce, chiamandolo per nome, chiedendo di altre persone, di malati, di lontani. Alla fanciullina disse una parola di rimprovero.

Aveva saputo da un uccelletto certe cose! Congedati con bontà i poveri, riprendeva a pennelleggiare la figura e le varie gesta eroicomiche di Carnesecca, intercalandovi di tempo in tempo un "poveretto!" come a soddisfazione della coscienza che le rimordesse di questo umorismo poco cristiano.

 

 

 

Poi finalmente tre studi principali aventi lui come soggetto ( monografie )

 

 

 

Antonio Agostini nel 1899 pubblica il suo studio : Pietro Carnesecchi e il movimento Valdesiano

 

parte col dire che trattasi di personaggio minore ( dovuto pedaggio alla cattolicita' dell'opera ) ma poi accalorandosi nel corso della narrazione inizia ad esaltarne la figura

Quindi alla fine diventa un saggio celebrativo

 

 

Quello che ritengo andrebbe investigato meglio pero' e' l'insolito attivismo per un valdesiamo e l'ampia frequentazione eterodossa fuori dalla cerchia valdesiana che lo fa ritenere diverso dagli altri e fa pensare vi sia ancora da indagare

 

 

 

 

 

PIETRO CARNESECCHI di ALETE DAL CANTO anno 1911

 

 

Alete Dal Canto, nato a Roma il 17 aprile 1883 in Via della Frezza n. 387, da Amodio ed Eva Della Marta. Fu tra i primissimi soci della Lazio. Socio podista. Si classifica 3° nella gara di marcia del 17 dicembre 1900. E' presente alla gita a piedi di 12 km organizzata dalla sezione podistica il 16 maggio 1901 in cui fu scattata la prima foto conosciuta della S.P. Lazio. A fine maggio dello stesso anno giunse 3° ad una marcia di 50 km svoltasi ai Castelli romani in cui fu preceduto solo da Luigi Bigiarelli e Romano Zangrilli. Nel 1905 era detentore del record italiano di marcia sull'ora con km 11,133. Oltre che sportivo, Dal Canto fu un fecondo scrittore collaborare dell'ASINO. Libero pensatore, ateo, anticlericale, antimilitarista, probabilmente massone, esoterico, pubblicò numerosi libri tra i quali "Aonio Paleario - Un martire del libero pensiero", "Pietro Carnesecchi", "Chiesa e brigantaggio", "Le imposture del prete", "La Messa svelata ovvero la Commedia Clerico - Acrobatico -Tragico - Antropofago - Teofago - Pagana", "Il culto e le sacre reliquie della Vergine Maria" ecc. Durante la 1^ Guerra Mondiale fu ferito gravemente. Nel 1925 fu nominato Cavaliere. Morì a Roma il 14 ottobre 1968, riposa nel cimitero del Verano.

 

Autore di opere fortemente anticattoliche

 

La Messa svelata ovvero la Commedia Clerico - Acrobatico -Tragico - Antropofago - Teofago - Pagana con Introibo dell'On.Avv.Giuseppe Macaggi Deputato al Parlamento. Copertina rigida – 31 dicembre 1899

Aonio Paleario un martire del libero pensiero

Han ragione i preti ?

Le imposture del prete

La Madonna

 

 

 

 

 

Durante il fascismo la figura di Pietro scompare stante anche la complessa situazione con il Vaticano

 

 

 

 

Solo nel dopo guerra ( 1963 ) esce un nuova monografia su Pietro Carnesecchi cioe' lo studio di Oddone Ortolani

Oddone Ortolani non ha quello che oggi definiamo metodo storico

Esordisce con questa monografia e finisce poi per dedicarsi alla scrittura di testi per la scuola media

 

opere :

 

Pietro Carnesecchi per la storia religiosa italiana del cinquecento con estratti dagli Atti del processo del Santo Offizio 1963 Le Monnier di Firenze

The hopes of the italian reformers in Roman action 1965

Colloqui di storia per gli esami di maturita' ed abilitazione 1968 Le Monnier di Firenze

Il tempo e le opere.Corso di storia ed educazione civica per la scuola media con sintesi di studio e ricerca guidati Le Monnier di Firenze

volume 1 Oriente ,Grecia , Roma 1963

volume 2 Medioevo,Eta' moderna, Evo contemporaneo (fino al 1815 ) 1965

volume 3 Evo contemporaneo ( dal 1815 ai giorni nostri ) 1965

Storia contemporanea dal 1815 ad oggi --1973----serie i manualetti Le Monnier ----------

La storia ,le storie corso di storia per il ginnasio e per il biennio del liceo scientifico editore Cappelli Bologna 1982

CivitasEducazione civica per le scuole superiori (coautore Zampilloni Roberto ) editore Trevisini 1987

 

Si puo' forse dire che e' l'Ortolani a dovere la fama a Pietro Carnesecchi e non viceversa

 

Per la storia della vita religiosa italiana nel cinquecento

PIETRO CARNESECCHI il dramma di un alto prelato vaticano nell'epoca tormentata del concilio di Trento con estratti dagli atti del Processo della Santa Inquisizione

 

L'Ortolani scrive un opera di ottica nettamente di parte cattolica

E' un'opera dove la figura di Pietro e' vittima di una descrizione che tende a minimizzarne sia il carattere che le azioni .

Letta oggi mostra i limiti di comprensione del momento storico ( ma questo e' normale perche' il metodo storico oggi e' basato molto di piu' sulla documentazione che un tempo )

E' sicuramente meno documentato dell'opera dell'Agostini . ha il vantaggio di poter mostrare in appendice un estratto del processo

 

Dipinto da sempre dai cattolici ( fanatismo religioso ) come grande traditore

Il beneficato che con somma ingratitudine volge la bocca a mordere chi lo ha per tanto tempo accarezzato

Dannato nella memoria

La monografia dell'Ortolani segue quella linea e diventa un libello contro il Carnesecchi che viene alla fin fine descritto come personalita' di poco conto , ignorando i tanti interrogativi che le sue vicende pongono al lettore

 

 

 

 

UNA DISANIMA SUI SAGGI DELL'AGOSTINI E DELL'ORTOLANI

Perseguitato in vita e perseguitato da morto

Pietro Carnesecchi ha avuto la sfortuna di due studi che hanno dato l'impressione che su di lui fosse stato detto tutto e non ci fosse piu' niente da scoprire

E' un personaggio invece in cerca d'autore

I due studi di cui dicevo sono :

uno dell'Agostini alla fine dell'ottocento e uno dell'Ortolani negli anni 60 del novecento

Quello dell'Agostini piu' documentato ma non ancora sufficientemente via via intende tratteggiarlo come un eroe del libero pensiero

Su questo studio non mi soffermero'.

Quello dell'Ortolani e' in certi momenti al limite dello scritto diffamatorio con insinuazioni non documentate ma buttate li ad indirizzare il lettore ed e' grossolano nella narrazione perche' privo di fonti sufficienti ( infarcito di supposizioni : continue le deduzioni personali forzose ed inadeguate ). Una ricerca pigra , fatta evitando di faticare con un lavoro d'archivio che arricchisse i dati processuali

L'Ortolani era in realta' prevalentemente uno scrittore di testi per le scuole medie, che si cimento' in questo studio mi pare con lo stesso metodo , mettendo insieme un collage di documenti presi da altri testi

Tutta la vicenda si riduce all'interpretazione personale di quella parte degli atti dei processi che allora si conoscevano ( quelli di G. Manzoni ) e sui rapporti epistolari con Giulia Gonzaga , questi visti attraverso gli stralci presentati nel processo finale ( i soli conosciuti ) e su pochissime altre cose raffazzonate qui e la e comunque solo utilizzando documenti gia' editi

Questo prassi sarebbe anche tollerabile se non sentisse il bisogno di commentare ogni fatto raccontandolo secondo il suo punto di vista

Forse io pecco nel difenderlo ma non posso evitare di rimarcare come lo studio dell'Ortolani sia a senso unico

Lo studio dell'Ortolani mi da l'impressione di svilupparsi con una tesi preconcetta da convalidare : l'infame Carnesecchi

I suoi giudizi sono trancianti. E' uno studio che interpreta i fatti del Carnesecchi sempre e solo in senso riduttivo. Questa insistenza fa chiaro l'intento di sminuirlo : non solo non e' un eroe del libero pensiero ma e' una mediocre personalita'

L'insistenza dell'Ortolani su questa posizione non puo' pero' non lasciare perplesso un lettore sagace che ha l'impressione di trovarsi costantemente di fronte non a uno storico che racconta dei fatti documentandoli ma ad un giudice molto parziale ,che insiste nel riempire il testo di giudizi non necessari imponendo un opinione ed impedendo al lettore di formarsene una sua

Taccia il Carnesecchi talora di ingenuita' talora di superbia senza considerare che sta giudicando un uomo che a 22 anni per meriti suoi era gia' segretario di Clemente VII con indubbie doti universalmente riconosciutegli dai suoi contemporanei

Un piccolo dubbio che la personalita' non fosse cosi mediocre poteva anche concederselo

 

Anche Oddone Ortolani pur avendo una sua tesi da dimostrare si piega ad affermare :

Si deve pertanto ritenere che Carnesecchi superasse ben presto i limiti di un valdesianesemo puro forse sin gia' nei colloqui tenuti a Napoli col Soranzo ed il Sanfelice.............

...........Poche altre notizie illuminano questi anni......

..........Per questo come per altri periodi della vita di Carnesecchi , occorre osservare che la maggioranza delle notizie proviene dalle dichiarazioni rese nell'ultimo processo.

...........Sono risposte a sollecitazioni dei giudici tendenti ad accertare non solo la gravita' e la continuita' delle colpe dell'imputato ma anche a rintracciare reati di eresia in persone sospette .

.......Notizie monotone , tutte convergenti su persone in qualche modo nelle liste del Sant'ufficio e che vengono a dare un valore uniforme alla vita di relazione del pronotario , che in realta' fu invece assai piu' varia

.......Quadri dunque manchevoli e da accettare come prospettanti un aspetto a danno di altri ma che, d'altra parte , non potrebbero venire completati se non per mezzo di arbitrarie supposizioni

 

i principali limiti della sia monografia a mio parere sono

Accetta questi dati senza tenere conto delle particolari condizioni da cui scaturiscono : un uomo che lotta per la sua vita , un uomo che scrive ad una donna che ama , e donna abituata a non essere contrariata

a fronte dei vuoti riempie il suo saggio di supposizioni

trascura la continua diuturna azione che lascia tracce a Venezia , in Francia , in Toscana..........

limiti ( metodologia d'indagine storica ) tali da inficiare le conclusioni

L'Ortolani in alcuni momenti e' sconcertante nel suo supplire al vuoto documentale spiegando al lettore e spiegandosi situazioni da lui immaginate

una frase troppo spesso impiegata e' : e' probabile che.......

Lo studio dell'Ortolani ancora oggi e' pero' nonostante questo limite vistoso ritenuto uno studio storico su Pietro Carnesecchi e viene citato come tale

 

 

ancora

Oddone Ortolani se ne esce con queste considerazioni ( nota bene senza uno straccio di prova documentale ):

pag 45.........Carnesecchi fece poco o nulla per diffondere i propri convincimenti : in lui l'ideale missionario puo' dirsi assente o per lo meno assai fiacco ..... poi cita due episodi di proselitismo di cui era accusato ..........e quindi aggiunge una nuova considerazione :

pag 46...........Cosi inquadrati i due episodi sui quali i giudici si fondarono per accusare Carnesecchi di aver organizzato la diffusione di eresie , e che serviranno ad alcuni storici per fare del protonotario un eroe in disperate battaglie controcorrente acquistano limiti ben precisi e non possono venir accettati come prove di un sotterraneo e ampio lavoro tendente a minare l'unita' della Chiesa. Furono due fatti sporadici, generati da occasioni contingenti........

pag 47.......Piccole imprese fallimentari che non comportavano certo una vasta organizzazione la quale del resto , male si accorderebbe con il carattere e le capacita' dimostrate da Carnesecchi lungo tutta la vita

 

poi di colpo cambia tono;

 

pag 48 ..........Sebbene non ne siano rimaste tracce e' assai probabile che Carnesecchi abbia avvicinato a Venezia Antonio Brucioli perche' quest'ultimo fu in frequente contatto col Gelido , ............Inoltre la sentenza del processo , riferendosi a questo periodo veneziano , parla di conversazione continua con molti diversi heretici tra i quali Vergerio , Lattanzio , Bagnone e Baldassare Altieri e di alloggio e di ricetto ,formento et danari a molti apostati et heretici; ma quali siano i limiti di tale attivita' non e' dato di poter stabilire con certezza

In quattro pagine Oddone Ortolani semplicemente si contraddice ( senza neanche accorgersene ) perche' in realta' la documentazione da lui raccolta e' molto insufficiente;

In realta' pare a me di capire che l'azione di proselitismo ed aiuto fu possente e continua

una quantita' enorme di personaggi della riforma ( piccoli e grandi ) gli ruotano intorno e paiono il segno di una vasta rete stesa dall'ex protonotario

 

 

Oddone Ortolani da l'ennesimo giudizio negativo sul rifiuto del Carnesecchi di fuggire a Ginevra e sorretto da nessun documento immagina nuovamente il motivo

..........Si trattava di un passo che era intimamente contrario al temperamento e alle convinzioni di Carnesecchi il quale , essendo per natura incapace di prendere una decisione che non fosse suggerita dalla dinamica degli avvenimenti , non possedeva la forza morale sufficiente ........

 

 

 

da Leandro Perini autore de La vita e i tempi di Pietro Perna

Nel 1542 Pietro Perna si rifugia in Svizzera proprio con l'aiuto di Pietro Carnesecchi

l'autore si fa una domanda giusta

 

.......Carnesecchi aveva aiutato due monaci lucchesi che si accingevano ad emigrare in terra riformata, uno dei due altri non era se non il futuro stampatore di Basilea Pietro Perna......

e termina : ......A questo punto la congettura che che il Perna fosse entrato in contatto con una rete di corrispondenti italiani della Riforma svizzera e tedesca assumeva i connotati concreti di due fiorentini , il Del Caccia e il Carnesecchi , rompendo cosi il legame privilegiato tra Lucca e la Riforma e l'isolamento lucchese nel quale sino allora le conoscenza avevano confinato il Perna aggiunge oggi che il passaggio del lucchese Perna da Venezia a Basilea aiutato materialmente dal Carnesecchi presuppone un contatto diretto o indiretto tra il Carnesecchi e il mondo svizzero tedesco ignorato dai biografi

 

 

 

 

Nel 1557 un prete bolognese affermera' che il decto Carnesecca laudava quel libro decto del beneficio di Cristo , per quanto me diceva il Flaminio e credo che il Charnesecca fosse un di quelli che lo fece tradurre o lo traducessi

in realta' il libro era stato tradotto dal Flaminio probabilmente Carnesecchi aveva curato i rapporti col tipografo Bernardino dei Bindoni a Venezia

 

 

il Carnesecchi invece aveva ospitato a Venezia Francesco Maria Strozzi ed in casa sua questi avrebbe tradotto il Pasquino in estasi di Celio Secondo Curione dal latino al volgare

 

 

INSOMMA IO CREDO CHE PIETRO SIA ANCORA UN PERSONAGGIO IN CERCA D'AUTORE

L'uno e l'altro questi storici hanno fatto un cattivo servizio alla conoscenza del personaggio scrivendo molto su pochi elementi raccolti e dando una falsa idea di esaustivita' degli studi

precludendo in effetti uno studio serio su una personalita' molto complessa venuta a contatto con tutti i grandi del suo tempo e tenuta da loro in molta considerazione

ed anche lo studio del 2000 di Massimo Firpo e Fabio Marcato non ha sanato il debito che ha la storia con Carnesecchi

Anche i libri di Massimo Firpo e di Dario Marcato usciti nel 2000 si concentrano quasi esclusivamente sugli atti processuali

Cioe' anche qui la ricostruzione dell'uomo si basa prevalentemente sugli atti del processo ( qui quelli effettivi ) e sulle lettere alla Gonzaga

manca un quadro generale delle azioni di Pietro in favore della Riforma e manca una edizione critica delle lettere superstiti tra Pietro e Giulia Gonzaga

non sono introdotte ulteriori fonti con cui confrontarsi

 

Un eretico tende e' evidente ad agire in modo nascosto e qualora si mostri lo fa solo per sbaglio

Le difficolta' per uno storico quindi sono notevoli : ed il suo lavoro deve aver la capacita' di distinguere le dissimulazioni , non cadere nelle astuzie piccole e grandi , interpretare come falsi i falsi messaggi nati per essere intercettati e non darli per veri ..........

L'insieme di piccole cose , l'insieme delle persone che ruotano intorno

collegare piccole cose per disegnare un quadro

 

 

 

 

 

 

 

Il fucecchiese Indro Montanelli parla di Pietro :

 

INDRO MONTANELLI SU CARNESECCHI

 

 

 

 

Sabato, 5 Febbraio 2000

Giordano Bruno, il ribelle che si ribellava a tutto
Caro Montanelli,
Fra qualche giorno cadrà il quarto centenario del supplizio di Giordano Bruno e la Chiesa pronuncerà la riabilitazione di Giordano Bruno. Era ora che vi si decidesse. Credo però che di questo grande filosofo, incarnazione della "Libertà di Pensiero", il cosiddetto uomo della strada - categoria alla quale anch'io appartengo - sappia ancora poco. Potrebbe lei farcene un ritrattino e consigliarci quali opere di lui si debbono leggere?

Romolo Dirighetto, Roma

Caro Dirighetto,
Di Bruno, sul piano della dottrina cattolica che ne determinò la condanna da parte del Sant'Uffizio, ha già parlato giovedì sul Corriere, con grandissima competenza, Armando Torno. Se del personaggio e dello scrittore Bruno - di cui qualcosa posso dirle anch'io - lei vuole conservare l'alta opinione che mostra di averne, le consiglio di non leggerne nulla.
Dopo essermi più volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l'aveva digerita, e che nel suo pensiero c'era un po' di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilò lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: "Amante di Dio, dottore della più alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell'ignoranza presuntuosa e persistente...", e via di questo passo.
Non ho mai capito perché si fece frate e scelse l'ordine più severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, di uno "sciupafemmine" come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Infatti poco dopo gettò la tonaca alle ortiche, e cominciò a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d'immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa: tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Ne approfittò per denunciare gli errori e gli strafalcioni teologici in cui essi cadevano, e ne fu contraccambiato con l'espulsione dalla città.
Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Lui la ripagò facendosi propagandista del pensiero copernicano - rielaborato a modo suo - che la Chiesa condannava come eretico.
Stavolta il Sant'Uffizio perse la pazienza, se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, dove si era ultimamente rifugiato, e lo sottopose a processo.
Nell'interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnegò come false, confessò tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa.
Fu quando si trovò issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando ormai non aveva più nulla da perdere, che Bruno si pentì di essersi pentito e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie.
No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l'altezza morale e intellettuale. Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo.
Con questo - intendiamoci - non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione.
Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno è fra quelli che m'indignano di meno. Esso illumina della luce più cupa, e quindi più pertinente, lo squallido paesaggio dell'Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio

 

Questa lettera definita da molti lettori "infame " scateno' al tempo una rabbiosa serie di lettere di reazione

 

 

 

 

Nel passato in un paese cattolico o comunque nelle mani di ricercatori cattolici il povero Pietro Carnesecchi e' stato sovente maltrattato con scritti non benevoli

Anche oggi sul personaggio mi pare di percepire un certo astio

Ha goduto anche di momenti esaltanti nel clima antipretesco che ha pervaso la Nazione nell'ottocento e ai primi del novecento

Oggi tutto dovrebbe stemperarsi nella corretta applicazione della ricerca documentaria ma mi sembra che ancora i tempi non siano maturi

 

 

 

Facendo seguito alla pubblicazione degli Estratti del processo del conte Giacomo Manzoni

Nell'anno 2000 finalmente esce dagli archivi vaticani il materiale documentario che permette a Massimo Firpo la pubblicazione di un opera seria e fondamentale

Firpo Massimo - Marcato Dario I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi Collectanea archivi Vaticani Archivio segreto Vaticano 2000 

Opera in 4 volumi

 

Mi pare debba comunque considerarsi opera cattolica

La Chiesa non apre certo i suoi archivi a nemici dichiarati della fede

Infatti la lunga nota critica a corredo del volume mi pare mostri una coloritura che penda sul cattolico ( tesa a diminuire l'imputato ) e mi pare richieda una rivisitazione con documenti ricavati fuori dell'ambito processuale

Nei quattro volumi viene affrontato tutto il lungo iter processuale durato in piu' riprese circa venti anni e in cui determinanti diventano nell'ultimo processo concluso con la condanna a morte le lettere conservate dalla Gonzaga

 

UNA PARTICOLARE LACUNA CHE HO AVVERTITO E' LA MANCANZA DELLA TRASCRIZIONE COMPLETA DELLE LETTERE SCRITTE DA PIETRO ALLA GONZAGA

GLI EDITORI SI LIMITANO A FAR CONOSCERE AL LETTORE SOLO GLI STRALCI PROCESSUALI PRESENTI NELLE FASI PROCESSUALI

ED HO L'IMPRESSIONE VENGA PERSO QUALCOSA DI IMPORTANTE

 

 

 

MASSIMO FIRPO – DARIO MARCATTO, I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi (1557-1567).

Edizione critica— vol. I, I processi sotto Paolo IV e Pio IV (1557-1561), 1998, pp. CXX, 582
ISBN 88-85042-30-9

INDICE

Nota critica
1. La prima convocazione a Roma sotto Paolo III
2. il processo sotto Paolo IV
3. La condanna in contumacia
4. L’elezione di Pio IV e la presentazione a Roma
5. Il processo del 1560
6. L’assoluzione del 4 giugno 1561
7. I manoscritti
8. La presente edizione
9. Criteri di trascrizione

I. Processo sotto Paolo IV
1. Deposizione di Niccolò Bargellesi (Roma, 8 giugno 1557)
2. Atti inquisitoriali relativi a Pietro Carnesecchi (18 giugno 1556-6 aprile 1559)

II. Processo sotto Pio IV
Processo d’accusa (costituti e deposizioni)
Processi difensivi
Interrogatoria
del Fisco apostolico (Roma, luglio 1560)
I. Processo romano
II. Processo padovano
III. Processo napoletano
IV. Processo veneziano
Sentenza e documenti preliminari
Summa in causa domini Petri Carnesechi Florentini
Parere di Girolamo Seripando indirizzato a Cristoforo Madruzzo

 

 

 

 

 

 

 

Penso che dopo il processo del 1560 siamo di fronte ad un uomo diverso da prima un uomo fortemente provato, forse poco lucido

Conserva i propri pensieri ma tende a ritrarsi dall'azione e comincia ad accettare la sconfitta delle proprie idee

Lo scampato pericolo lo rende euforico ma probabilmente sente il logorio di una vita vissuta a sfuggire

E forse intende ritirarsi da un ruolo di militanza attiva per trascorrere in pace la propria vecchiaia

 

 

Nel processo del 1567 siamo di fronte ad un uomo che infine sente di non aver scampo

La morte di donna Giulia morta probabilmente per un tumore al seno , lo mette in una condizione difficile : non puo' abbandonare Firenze col rischio del venir meno della protezione di Cosimo I perche' sarebbe stato un riconoscimento di colpevolezza a fronte del non sapere se quella morte era per lui effettivamente un pericolo

Non poteva immaginare del gran numero di sue lettere da lei conservate

Dal momento della cattura Pietro Carnesecchi non ebbe scampo troppa corposa la documentazione raccolta contro di lui

La sua condanna era segnata.

A cosa era solo da definire in base alla collaborazione che avrebbe dato nel tradire

Il processo infatti fu solo un mezzo per strappargli informazioni compromettenti contro il cardinal Pole ( gia' morto ) e contro il cardinal Morone che Pio V voleva bruciato

l'ambasciatore veneziano Paolo Tiepolo nella relazione al Senato del marzo 1569 ( un anno e mezzo dopo l'esecuzione del Carnesecchi ) volle sottolineare l'estrema rigorosita' del Pontefice nelle cose dell'inquisizione , cui si dedicava con tanta diligenza che in questa cosa solo si puo' dire che consumi le meta' del tempo , ma anche lo scrupolo severo con cui non si accontentava di gastigare i nuovi delitti , ma andava diligentemente investigando i vecchi di dieci e vent'anni.Come appunto nel caso del Carnesecchi che in tutto il corso del processo fu non solo e non tanto un un imputato quanto un prezioso testimone soprattutto nei confronti di quei potenti prelati parte vivi e parti morti che da venti anni e piu' turbavano i sonni di Michele Ghislieri

O almeno questo fu il ruolo che Pio V e Giulio Antonio Santoro cercarono invano di fargli svolgere ( vedi I processi inquisitoriali pg xxxix vol 2 tomo 1 )

 

......conteneva anche un ultima imbarazzata giustificazione per aver cercato ancora una volta di inviare un suo disèerato biglietto all'ambasciatore fiorentino amaro e patetico esito della tragedia umana del Carnesecchi ,del suo continuo e irrisolto oscillare tra l'arrendersi e il reagire, tra l'accettare di piegare il capo e l'illudersi di avere ancora qualche carta da giocare

 

E solo allora quando percepisce di aver perso si ribella e lo si sente quasi schernire i suoi persecutori Rinunciato alla vita sente di essere intellettualmente superiore a questi giudici che sente mediocri e limitati;

E ritrova la sua superiorita' e rinuncia ad umiliarsi ulteriormente e sceglie di morire splendidamente

 

La nota critica che accompagna i dati processuali e' accurata

Il giudizio di Massimo Firpo e di Dario Marcato invece e' sempre abbastanza severo, talvolta ingiustificatamente feroce

Mi pare che non tengano conto dello squilibrio tra accusa e difesa in un processo inquisitoriale

Noi sappiamo a posteriori che con le lettere (sequestrate ) dirette ( poche rispetto ad una mole epistolare che copriva una vita e fatta di piu' lettere settimanali ) alla Gonzaga egli non aveva scampo sin dal primo giorno del processo

Lui inizia il processo non immaginando il possesso da parte dell'accusa di documenti cosi compromettenti ed a fronte di uno scambio epistolare cosi continuo e vasto , anche quando capi non gli riusciva di decifrare quali e di cosa trattavano le lettere cadute in mano all'inquisizione

Inizia il processo pensando di dover fronteggiare accuse generiche e si trova a dover affrontare la valanga di sue dichiarazioni autografe

E' evidente che in queste condizioni le difese debbano apparire "ingenue e infantili" , e che l'esito sia "amaro e patetico"

E' costretto a umiliarsi continuamente di fronte a gente che non stima ,

Ma quando non ha piu' nulla da perdere e lui che condanna i suoi giudici , s'inchina alla vilta' dei cardinali , muore come vuole lui senza che Pio V riesca ad impedire che corra la fama di una morte che posso monotonamente descrivere come splendidamente coreografica

 

 

 

 

UN GIUDIZIO CRITICO di ADRIANO PROSPERI SUGLI EDITORI : FIGLI DELLA CONTRORIFORMA

......... La sua sconfitta è misurata non solo dalla condanna di allora ma in fondo, paradossalmente, dal giudizio dei moderni editori del suo processo, che trovano quella similitudine "di dubbio gusto". La Controriforma non è passata invano

 

 

ELZEVIRO In memoria di Carnesecchi

Il dubbio al rogo nel nome della fede

 

 

Il condannato al momento della sentenza si profuse in un inchino

ELZEVIRO In memoria di Carnesecchi Il dubbio al rogo nel nome della fede di ADRIANO PROSPERI I turisti che affollano in questi giorni Castel Sant' Angelo a Roma dovrebbero dedicare un pensiero all' uomo che il 1° ottobre 1567 vi fu decapitato e bruciato. Si chiamava Pietro Carnesecchi e questo è un anno importante per la sua memoria. A poca distanza dal luogo dove fu giustiziato, le stamperie vaticane hanno dedicato tutta la severa perfezione tipografica di cui sono capaci all' edizione degli atti del suo processo, raccolti in quattro volumi a cura di due eminenti specialisti, Massimo Firpo e Dario Marcatto (I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi 1557-1567, Città del Vaticano ). Si tratta di una vera "cause celèbre". Tante le ragioni che ne fecero subito vicenda di prim' ordine: due papi - Paolo IV e Pio V - dettero a Carnesecchi una caccia spietata. I suoi legami con gli ambienti che furono detti "spirituali" raccoltisi intorno all' insegnamento del mistico ed eretico spagnolo Juan de Valdés e alla dottrina della giustificazione per fede lo avevano reso un obiettivo primario della neonata Inquisizione Romana. A Cosimo I duca di Toscana bastò un cenno della volontà papale per consentirne senza indugio l' estradizione nell' estate del 1566. I nuovi equilibri politici della Controriforma ebbero dunque nel suo caso un banco di prova. Pio V fece di quel processo una resa dei conti con un complesso di ambienti e di tendenze rappresentati dall' imputato e in qualche modo incarnati nel suo stesso modo di pensare e di esprimersi: ne avevano fatto parte cardinali, no bil donne, predicatori di grido, letterati e umanisti. Ma la violenza e l' inesorabilità della condanna furono piuttosto eccezionali per una giustizia ecclesiastica che si contentava in genere di ottenere il cedimento morale dei ribelli. Carnesecchi, d' altra parte, ben lungi dall' essere un oppositore deciso o, come si diceva, un "eretico pertinace", si professò sempre obbediente alla Chiesa e, quando gli fu letta la sentenza di condanna, rivolse ai suoi giudici un elegante inchino. Ma in lui fu condannato uno stile di pensiero, anzi un' intera cultura che aveva fatto del dubbio e del distacco intellettuale dalle pratiche e dalle convinzioni tradizionali una forma di vita, coprendo la spregiudicatezza delle opinioni con l' arte della dissimulazione. Era un' arte coltivata e apprezzata negli ambienti di corte del primo ' 500, dove Pietro Carnesecchi fu di casa e dove fu molto apprezzato per la sua squisita eleganza di modi. Eleganza unita alla bellezza: alla corte medicea di papa Clemente VII, un poeta gli si rivolse celebrando "quella Natura che vi fé sì bello" e ammirando in lui l' espressione serena del volto, dove "alcun giammai/ non vede un segno di melanconia". Eppure, proprio la malinconia è il sentimento destinato ad aleggiare per sempre intorno alla sua persona: e non solo per quello che subì nel corso del processo inquisitoriale, chiuso con la morte sul patibolo e col brutale dileggio di quel sua ancora bellissimo corpo. È nella forma che Pietro Carnesecchi dette ai suoi pensieri, nello stile col quale venne dialogando coi giudici ed elaborando discorsivamente idee, esperienze e memorie, che si avverte impalpabile un' atmosfera di malinconia. Essa nasce dall' incontro fra la grazia matura di una raffinata educazione cortigiana e l' arcigna diffidenza del mondo fratesco dell' Inquisizione. Un mondo da sempre deriso e criticato dagli umanisti: ma alla data del processo, la grazia era ormai impotente davanti alla forza. Il tentativo di Pietro Carnesecchi di imporre il suo stile gli valse giudizi durissimi: ci fu chi lo definì malinconico nel senso medico del termine, cioè pazzo, privo di senso della realtà. La realtà dei rapporti di forza e l' anacronistica fedeltà al proprio stile da parte di un mondo sconfitto si sono depositati nelle pagine di questo processo, intorno al quale hanno lavorato e meditato generazioni di storici. Per molto tempo ci si è dovuti contentare di un estratto parziale, pubblicato nell' 800 dal conte Giacomo Manzoni. Oggi, grazie all' apertura dell' Archivio del Sant' Uffizio e alle cure di due eccellenti studiosi, possiamo leggerne l' intero. Non è una lettura propriamente adatta ai tempi di vacanze, ma non è nemmeno un testo da lasciare agli specialisti del settore. Se i giudici potevano contare sul potere della forza, l' imputato aveva dalla sua la forza e l' eleganza della parola. Basta sfogliare gli atti del processo per rendersene conto. Le secche domande in latino ricevono ogni volta risposte accurate, di un uomo che ha sulla lingua l' italiano di Boccaccio e di Ariosto e sa come piegare senza sforzo l' espressione verbale a tutte le complessità dei sentimenti, delle idee, dei ricordi. Con Ludovico Ariosto, del resto, condivideva un mondo intero, riassunto nel nome di Giulia Gonzaga di cui non poteva leggere senza fremiti l' elogio nell' "Orlando Furioso". A Boccaccio, o meglio alla grande letteratura d' amore, ricorse istintivamente per una similitudine con la quale cercò di spiegare le sue colpe di eresia. Se una gentildonna che riceve biglietti e messaggi amorosi prova tentazioni e tremori di segrete emozioni ma finisce per salvare onestà e pudicizia, la si potrà definire "un poco vana et leggiera" ma non "si potrebbe con ragione chiamarla puttana". Così lui, che dopo aver condiviso alcuni errori si era però infine "del tutto acquietato al senso della santa Chiesa catholica". L' immagine scelta denuncia da sola quanto Carnesecchi fosse rimasto fuori della realtà che si era aperta con l' età del rigore confessionale e della moralizzazione delle pratiche - anche di quelle letterarie. La sua sconfitta è misurata non solo dalla condanna di allora ma in fondo, paradossalmente, dal giudizio dei moderni editori del suo processo, che trovano quella similitudine "di dubbio gusto". La Controriforma non è passata invano.

Prosperi Adriano

Pagina 32
(7 agosto 2001) - Corriere della Sera

 

 

 

Io ho invece avuto l'impressione che le note critiche ai due volumi di Massimo Firpo e Dario Marcato risentano di un difetto che ogni storico dovrebbe evitare

Il senno del poi

Cioe' giudicare sapendo come le cose sono andate a finire

Se il Pole avesse accettato la elezione per acclamazione , se Pio IV avesse smantellato il partito dell'inquisizione, se ..................

Il cambiamento degli equilibri europei allora in atto

Molte cose avrebbero potuto andare diversamennte da come andarono

Chi perde appare dopo patetico ,ingenuo , stupido ma la Storia ama i tempi lunghi , non va mai guardata troppo da vicino

 

E volendo guardare alla lunga le cose gli apparenti vincitori di ieri sono gli sconfitti di oggi

E oggi noi paghiamo

Paolo IV Caraffa e Pio V Ghislieri sono probabilmente i responsabili di un arretramento culturale della Chiesa papista che coinvolge anche la Nazione Italia

Responsabili di un oscurantismo che danna Chiesa cattolica e Italia ad una battaglia di retroguardia che dura fino ai tempi nostri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

...............L'ONDA GORGOGLIA E SALE . TUONI, BALENI E FULMINI SUL GALEON FATALE.................

Un timido attacco della dressa Raffaella Malvina La Rosa

 

 

Un nuovo ulteriore saggio L'affaire Carnesecchi 1546-1567 genesi di un identita' eretica della dressa Raffaella Malvina La Rosa anno 2020

prefazione della dressa EMANUELA PRINZIVALLI

 

Che fondamentalmente non mi sembra aggiunga idee concrete , anzi...........

( ha sicuramente il merito pero di fornire le traduzioni dell'encomio , della lettera latina del Flaminio , della lettera latina di "Carneseca" )

E si aggiunge pero' a quelli che hanno scritto tutto sul pronotario scoraggiando quella ricerca documentale che sarebbe invece ancora necessaria

Sarebbe probabilmente bastato un saggio sulla lettera del Carnesecchi con la traduzione in Italiano e un'elencazione dei punti critici invece le conclusioni si spingono troppo oltre senza il supporto di alcun documento

Cosi invece ingolosita' da un lavoro piu' vasto talvolta mostra l'ingenuita' di credere a quanto Pietro dichiara nel processo, a volte usa l'illogicita' di assumere punti di partenza non documentati e costruirvi sopra delle ipotesi malsicure

Mi paiono evidenti inoltre una serie di illogicita' piccole e grandi che rendono forzosa anche la costruzione delle semplici ipotesi e traballante la costruzione finale

Il metodo storico mi e' apparso abbastanza discutibile

 

 

( dall’analisi delle fonti, nel suo saggio va spesso tradotto = dichiarazioni processuali ) Sarebbe veramente strano che anche il luterano piu' incancrenito si dichiarasse volontariamente luterano in un processo inquisitorio dove si vuole ucciderlo come luterano

 

Insomma

Trecento pagine . Le prime 130 si affannano a tentare ( opinione=a me pare un tentativo scarsamente riuscito ) di spiegare la personalita' del Carnesecchi, al solito , rimasticando un poco le carte processuali , facendo riferimento ai libri proibiti che il Carnesecchi ammette di aver letto, ........chiacchiere insomma considerato il contesto processuale

La dressa si perde ad analizzare le parole del Carnesecchi e degli inquisitori senza rendersi conto che la condanna era gia' pronunciata dall'inizio e il procedimento aveva ben altro scopo

Carnesecchi da parte sua all'inizio confida che le sue potenti protezioni potranno salvarlo purche' la sua posizione rimanga leggera e nebulosa e via via si arrende all'evidenza di non aver scampo a fronte delle lettere alla Gonzaga

 

 

Il nucleo centrale del lavoro della dressa Malvina e' basato su due lettere gia' giudicate dubbie in passato ( quindi niente di particolarmente nuovo )

Nel 1554 compare in Italia a stampa una lettera in volgare del Flaminio ( il Flaminio era morto nel 1550 ) ; successivamente nello stesso anno la stessa lettera veniva edita tradotta in latino

E' una risposta del Flaminio a Pietro Carnesecchi che gli chiedeva consiglio su come confutare le tesi della setta zuingliana sulla eucarestia

La lettera e' datata 1 gennaio 1543 ed e' locata in Trento. Della lettera non esiste un originale ( quindi manca la prova autografa )

La lettera esprime un pensiero dottrinale pienamente cattolico

Non c'e' nessuna conferma dell'autenticita' della lettera del Flaminio che potrebbe essere stata costruita in ambito italiano proprio allo scopo di dare cattolicita' al Flaminio

 

La conferma dell'autenticita' della lettera del Flaminio cosi come stampata viene dal Carnesecchi stesso nel corso dei processi , non solo ma il Carnesecchi dice che lo stampatore si e' sbagliato nella data , e che la data giusta non e' 1543 ma bensi 1545

Il punto nodale e' che la lettera esprime pensieri ortodossi sulla eucarestia

Non si puo' sapere perche' Carnesecchi riconoscesse come autentica la lettera , ma sarebbe stato un idiota se non lo avesse fatto

La lettera del Flaminio lo faceva apparire come cattolico

Spostandone la data al 1545 stringeva l'intervallo che lo separava dall'assoluzione extragiudiziale di Paolo III nel 1546 e gli permetteva nel caso i giudici avessero avuto in mano qualche documento sospetto di dire che posteriormente nel 45 era rientrato nei ranghi del pensiero cattolico come dimostrava la lettera ( preventivamente scandaglia i giudici su una lettera scritta a Caterina Cybo in cui lui esponeva a lei quanto pensasse Lutero sulla messa----lettera del 1544 pero' sconosciuta ai giudici E teoricamente avrebbe potuto anche coprire anche la presunta lettera di risposta al Flaminio ove ci fosse stata databile al 1543 )

Ricordiamoci che in un processo inquisitoriale un accusato non sapeva di quali documenti disponesse l'accusa . Per cui doveva muoversi a tentoni e con cautela per far fronte alle contestazioni e senza lasciarsi sbugiardare sulle testimonianze gia' rese

 

Utilizzare la testimonianza del Carnesecchi ( risposta in un processo inquisitoriale ) per dimostrare l'autenticita' della lettera del Flaminio quindi pare arrischiato. Fosse stata falsa avrebbe avuto grande interesse a dirla vera

Camerario redige un proprio lavoro dottrinale nel 1571 , in area protestante e con l'intento di dimostrarne il pensiero eterodosso , trascrive una serie di lettere di Marcantonio Flaminio

Camerario scrive nel proprio lavoro che esisterebbe una lettera anteriore a quelle da lui trascritte cioe' una lettera del Flaminio in risposta al Carnesecchi che chiarisce il pensiero del Flaminio sull'eucarestia

Scrive che questa lettera esprime un pensiero ancora cattolico ( il che farebbe decadere il presupposto del suo lavoro ) e giustifica ad ogni buon conto la cosa .....................

 

Camerario DICE : .....Cosicche' se si affermasse che Flaminio l'ha scritta e se l'avesse scritta con sincerita' , a ragione si potrebbe pensare che in seguito egli cambio' idea , soprattutto per il fatto che dopo averla scritta visse sette anni e compose molte lettere colme di devozione cristiana, indici di una comprensione migliore e piu' sicura delle cose divine .........

 

Il Camerario non trascrive la lettera e poiche' la lettera sarebbe diretta a Carnesecchi ricorda al lettore chi era il Carnesecchi con un " encomio" di Pietro Carnesecchi

Un normalissimo e brevissimo necrologio che ne ricorda la vita e la morte , senza uscire troppo dalla percezione dei fatti visto che ripete cose che tutti qui e la' avevano detto in passato del pronotario

( NDR = e' possibile che il Camerario lo elabori su una lettera di Tobias Egli a H. Bullinger del 2 marzo 1568 ........Combuxit eximium quendam virum nomine Carneseccam, olim Florentini ducis oratorem ........cioe' Gioacchino Camerario senior non e' assolutamente il primo a scrivere di Carnesecca in area germanica)

Da sottolineare e attenzionare che Camerario non cita assolutamente alcuna lettera di risposta al Flaminio da parte del Carnesecchi

 

Quando il manoscritto va in stampa avviene il patatrac

 

Adesso il lavoro dottrinale di Camerario diventa lavoro dottrinario a due mani :procuratasi ( per completezza ) la lettera mancante ) e lettala ( cioe' lettera del Flaminio al Carnesecchi ) lo stampatore vuole vederci chiaro e vuole dire la sua e con poche righe scrive un volume

Infatti lo zelante tipografo Gerlach per amore di verita' completa il manoscritto del Camerario mettendo in appendice due lettere , ambedue in latino (siamo in area tedesca ) di cui non spiega precisamente la provenienza ma spiega precisamente lo scopo.

Sono la lettera citata dal Camerario ( Dovrebbe essere logico che la lettera del Flaminio sia ricavata dalla pubblicazione italiana del 1554 in latino ) ed una misteriosa lettera firmata Carneseca ( anche questa in versione latina ) che contesta la risposta del Flaminio ( lettera ovviamente a conoscenza del Gerlach e non di Camerario )

la lettera del Flaminio presenta una criticita' non da poco per l'area protestante e' una lettera che esprime un pensiero cattolico e anche lo stampatore lo avverte chiaramente e sente il bisogno di approfondire la cosa e da qualche parte trova ed inserisce quella lettera di contestazione a quanto detto dal Flaminio , esprimendo cosi il suo sconcerto per la posizione espressa dal Flaminio

 

Gerlach DICE : ............Poiche' sopra ho visto che si fa menzione di un epistola del Flaminio scritta a Carnesecchi , in cui si affrontano significative controversie , rispetto alle quali egli era stato o superficiale o fuorviato, e sembrava che poi avesse cambiato la sua idea : essendomi capitate per le mani sia quella lettera tradotta in latino sia la risposta alla medesima , non so se di Carnesecchi o di qualcun altro che, secondo etopea, aveva commentato o scritto che cosa si sarebbe dovuto o potuto rispondere , ho pensato che avrei fatto una cosa gradita agli studiosi della verita' se avessi qui pubblicato quelle lettere

 

Quindi la presunta lettera del Carnesecchi compare per la prima volta a stampa ovviamente ed in latino in quella stessa edizione del 1571 ( il Carnesecchi era stato ammazzato nel 1567 )

Gerlach e' principalmente colpito dal pensiero cattolico ed ortodosso della lettera del Flaminio , che poco si confa'

Il presupposto della prima lettera e' la richiesta del Carnesecchi al Flaminio di un consiglio su come confutare le tesi della setta zuingliana sulla eucarestia

la lettera del Carnesecchi e' invece una contestazione a quanto detto dal Flaminio ed esporrebbe le idee del Carnesecchi sull'eucarestia

 

Nel 1729 Schelhorn chiude il cerchio

giustamente prende in considerazione che la lettera del Flaminio sia falsa e di conseguenza non attribuibile al Carnesecchi la risposta

Ovviamente fosse falsa sarebbe chiaramente falsa anche la risposta del Carnesecchi

Poi si piega alla idea che Flaminio partito da una posizione cattolica sull'eucarestia abbia nei sette anni cambiato radicalmente la sua convinzione

e qui AGGIUNGE che questo si debba all'influenza del Carneseccchi sull'amico e certifica senza alcuna prova attribuibile al Carnesecchi la risposta

 

DICE : .....Comunque stiano le cose , a ragione con il Camerario si potrebbe ritenere che egli successivamente abbia cambiato idea su questo argomento , soprattutto pensando al fatto che visse ancora sette anni dopo averla scritta e che compose molte lettere piene di devozione cristiana indici di una comprensione migliore e piu' sicura delle cose divine . Per non parlare del fatto che sia abbastanza verosimile che , vinto dalle motivazioni , si sia arreso a Carnesecchi , la cui opinione , del resto era solito tenere in grandissimo conto

 

tutto viene forzosamente sistemato : Flaminio ha mutato opinione questa volta si indica anche la causa : sotto l'influenza del Carnesecchi

Stop

 

ANALISI DELLE LETTERE DA PARTE DELLA DRESSA LA ROSA

Segue poi un analisi sul latino e il greco delle due lettere sull'eucarestia del presunto scambio epistolare tra Flaminio e Carnesecchi che occupa fino a pagina 246

Niente di nuovo.Da sempre su questo scambio epistolare sono stati espressi dei dubbi

Sia la lettera del Flaminio sia la risposta del "Carneseca" hanno in definitiva lasciato in piu' occasioni perplesso qualcuno

comunque interessante anche se carente in logica

La LETTERA gia' comparsa a stampa in italiano e poi in latino in Italia e datata Trento 1 gennaio 1543

La RISPOSTA comparsa per la prima volta in Germania e solo in latino e non datata ne locata solo sottoscritta "Carneseca"

Non esistono autografi ma solo riproduzioni a stampa

La dottoressa La Rosa giudica ATTRIBUIBILE al Flaminio la LETTERA e NON ATTRIBUIBILE al Carnesecchi la RISPOSTA

Fin qui niente di strano : opinioni ( mancando degli autografi )

Il piu' fondato motivo per cui giudica ATTRIBUIBILE la LETTERA e' il riconoscimento durante il processo da parte del Carnesecchi ( il che e' un poco ingenuo )

La RISPOSTA viene giudicata NON ATTRIBUIBILE per la grammatica , i toni , e per un possibile anacronismo

 

 

Ora e' tutto vero e tutto falso .Senza base documentaria e' giusto giudicare NON ATTRIBUIBILI sia l'una che l'altra ( metodo storico )

Quello che credo non si possa storicamente fare ( e che la La Rosa fa ) e' esaminare grammaticalmente una lettera italiana letta da un tedesco e da lui tradotta in latino con duplice sforzo di rendere l'eventuale originale e voler ricavare da questo esame delle deduzioni e delle sfumature da questa serie di traduzioni fatta da un ignoto di cui non si conosce il livello culturale

Tralasciando eventuali inquinamenti del testo ( aggiunte e modificazioni ) nel passaggio tra mani sconosciute

Poi la dottoressa si dedica addirittura in alcune pagine a posticipare la data ( da Trento 01 gennaio 1543 a Trento 01 gennaio 1546 ) alla LETTERA ATTRIBUITA al Flamino per far coincidere il tutto con la dichiarazione processuale del Carnesecchi chiaramente poco credibile

 

 

La dottoressa non spiega comunque perche' nel 1571 il Camerario abbia sentito il bisogno di scrivere un encomio del Carnesecchi ed un poco contraddittoriamente dice che la RISPOSTA e' stata scritta in modo da essere verosimile fosse stata scritta dal Carnesecchi

Capisce da sola che la mancanza di ATTRIBUIBILITA' della RISPOSTA non ha come conseguenza immediata che questa non esprimesse COMUNQUE il pensiero del Carnesecchi ed e' invece questo che avrebbe dovuto essere dimostrato inopugnabilmente

PERCHE' IN DEFINITIVA POCO IMPORTA SE LA "RISPOSTA" E' STATA SCRITTA O MENO DA LUI MA PIU' IMPORTANTE SAREBBE CAPIRE SE QUELLO ERA O NON ERA IL SUO PENSIERO

 

 

Anche questo centinaio di pagine non ha aggiunto molto alla nostra storia: c'erano dubbi prima rimangono dubbi adesso

 

Finalmente la dottoressa passa ad esporre le sue considerazioni finali siamo a pagina 247 . Ora tra pagina 247 e 285 in 39 pagine si definisce il succo

Il Carnesecchi e' stato descritto in area germanica con un identita' non corrispondente al vero ( e ci puo' stare )

Poi estende il ragionamento anche all'Italia degli anni preunitari nell'anticlericalismo imperante

( e qui il ragionamento si fa confuso anche nelle valutazioni storiche dell'ideologia unitaria, un po pretenzioso , poco chiaro )

a PAG 277 conclude :

 

 

veramente problematica questa pagina 277 che mi strappa questo commento indignato, di cui mi scuso

 

 

Basta l'accenno alla fragilita' di un imputato di eresia ( sottoposto anche a tortura ) per mostrare l'ingiustificata prevenzione della storica e suscitare un poco di indignazione umana

Si dice maramaldeggiare

 

Quindi ,la dottoressa esprime una sua personale opinione, il Carnesecchi non e' un eroe del libero pensiero e manco un martire

Ne qui ne di la' dalle Alpi

Ora sul fatto del martirio penso non ci possa essere da discutere visto che non si e' suicidato ma e' stato ammazzato per le idee

sicuramente si puo' invece opinare su come sia nata la sua immagine di libero pensatore e se questa debba considerarsi effettiva o comunque valutarne la dimensione

E qui finisce il libro quando doveva cominciare

 

in definitiva la dottoressa scopre l'acqua calda su un movimento riformista italiano la cui esistenza e' oramai patrimonio acquisito della ricerca moderna ( Carnesecchi ne e' uno dei rappresentanti )

Vi fu sicuramente un tentativo di riformare il cattolicesimo dall'interno . La lotta tra gli intransigenti e i riformisti cattolici si sviluppa durante tutto l'arco della vita del Carnesecchi ed ha in pratica epilogo con la sua esecuzione quando il Papa santo Pio V piega le ultime resistenze

Carnesecchi non fu martire dei protestanti in senso stretto . Sicuramente condivideva molte delle loro idee e voleva una chiesa romana piu' vicina alle idee protestanti (e quindi di nuovo unificata ) ma probabilmente qualcosa di piu' ( una chiesa delle origini ) e fu vittima della lotta tra intrasigenti e riformisti

Cio' che lo rese celebre non fu la difesa di un particolare contenuto dottrinale ma la fermezza nella tortura e nella morte che seppe rendere epica

Ebbe momenti di debolezza e di sconforto durante i lunghi mesi di prigionia ma seppe imporsi di non cedere , di non tradire , di morire in modo esemplare

Non era un anticlericale come non lo erano Savonarola , o gli altri

Ma come loro si opponeva ad un potere che credeva formale e vuoto , superstizioso e lontano dal cristianesemo delle origini

 

 

La La Rosa dedica le ultime 5 pagine ( 291-295 ) per liquidare anche il Nicodenismo italiano

Carnesecchi , Giulia Gonzaga , il Pole , Flaminio , Vittoria Colonna

In queste 5 pagine la La Rosa non parla assolutamente dei complessi rapporti tra Carnesecchi e Cosimo I , Caterina de Medici , Paolo III , Paolo IV , Pio IV e Pio V

Non parla della politica complessa dello Stato veneto e della Toscana nei rapporti con Francia , Papato ed Impero e con le personalita' che di volta in volta guidavano Francia , Papato ed Impero

Della mancata elezione del Pole o del Morone , delle considerazioni di Pio IV sul matrimonio dei preti , insomma della lotta per il potere in Vaticano

................................... si limita a dire .........

.......Lo scontro E' RISAPUTO fu epocale : l'ala moderna fu lentamente sopraffatta ed il suo paradigma si estinse proprio con la condanna a morte di Carnesecchi alla fine degli anni sessanta , mentre i reduci sopravvissuti all'urto salirono sul carro dei vincitori ,non ultimo il cardinale Morone. In altre parole Carnesecchi non era un eretico in senso stretto ma fu giudicato tale prima dai suoi avversari interni ( cion ovvio spregio e successiva damnatio memoriae ) poi dai luterani tedeschi che accolsero e divulgarono questa identita' d'immagine

 

Giudichi chi vuole su questo Carnesecchi eretico in "senso largo"

NIENTE DI NUOVO TUTTO GIA' DETTO

Su questo Carnesecchi vittima di una lotta intestina in cui col senno del poi non possiamo dire che egli era dalla parte giusta della barricata

MA ANCORA VERAMENTE TANTO DA SCOPRIRE SU QUELLA LOTTA INTERNA

 

La dressa nei suoi ragionamenti dimentica troppi elementi tutta innervata nel dimostrare la sua tesi scarta molti elementi tutto quello che dice il contrario

Si cercava di fare i conti col passato , si voleva coinvolgere Morone e la memoria del Pole

Ruotano intorno a lui molti grandi personaggi religiosi dell'epoca

Viene torturato e non tradisce gli amici

Potrebbe salvarsi coinvolgendo altri e non lo fa

Muore suscitando l'ammirazione dei presenti all'esecuzione per la dignita' e l'eleganza dei modi

 

Martire sicuramente !

Martire Luterano , Calvinista , Cattolico in un certo modo . Le sue sono un insieme di convinzioni da uomo piu' avanti coi tempi e poco radicalizzato

 

Eroe del libero pensiero ?

Quando si sa affrontare la tortura e la morte con fermezza in nome delle proprie convinzioni , si puo' anche affermarlo

Per molto tempo nel lungo ultimo processo si aggrappa alla vita come ogni uomo farebbe, ma infine decide ( a favore della propria dignita' ) per la morte e per la coerenza

Vinto da giudici che avevano della religione e della liberta' idee molto diverse dalle sue

E' con i documenti del processo che viene tratteggiata la successiva figura di Carnesecchi

E viene tratteggiata per quegli elementi epidermici che colpivano di piu' la emotivita' e la fantasia

La forza d'irridere con gesti epici chi lo giudicava e che aveva solo il potere di togliergli la vita ma non poteva toglierli le idee

Da giudicato a giudice

 

Il processo Carnesecchi prima di quello di Bruno e di Galileo fu il piu' importante processo inquisitoriale italiano ( alla pari forse di quello di Aonio Paleario )

Come detto coinvolgeva un uomo che era stato potentissimo , che era protetto dalla Regina di Francia ,dal Duca di Firenze e di Siena , dalla famiglia Gonzaga , dai Dovizi

Pietro Carnesecchi fu un uomo bello , intelligente e colto, che a ventanni era gia' ai vertici di uno Stato ,ed era cosi affabile e gentile da farsi perdonare dai piu' il merito e la fortuna , che viene catturato con un tradimento amicale che non sfugge agli occhi , che passa venti anni sotto processo e che infine viene decapitato ed arso , e sa morire splendidamente esaltando al massimo la sua immagine come un consumato coreografo

La lettera vera o falsa che fosse e' un fatto talmente marginale nell'immagine del protonotaro e la sua fama sia in Europa che in Italia e' legata a ben altro

 

Il contenuto dottrinale della condanna passo' in secondo piano rispetto alla coreografia della sua morte che il Carnesecchi seppe imporsi

Mossa intelligente quella coreografia , capace di resistere nei secoli , visto che con questa supero' l' impedimento dei carcerieri di lasciare dichiarazioni ante-morte

Questo fu percepito con immediatezza tre secoli dopo quando i contenuti dottrinali della condanna avevano ormai perso il vigore iniziale

Apparve allora elegantissimo, come se si recasse a una gran festa con indosso un vestito " tutto attillato con la camicia bianca ,con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano"............. " pulcherrimus erat aspectu et magnum nobilitatis signum ostendebat"...............una scena di fronte ad un patibolo che non puo' non rimanere impressa nelle fantasie

Ha influito invece il fascino di una storia importante ( che coinvolgeva grossi personaggi del tempo ) tornata alla ribalta ; fascino legato al ruolo avuto nel papato di Clemente VII , ai contatti con eminenti personaggi politici , alla lunga fase processuale , ad un arresto molto particolare , alle sofferenze , alla tortura , alla coreografia della morte

Del pensiero dottrinale del Carnesecchi non interessava niente a nessuno importava invece molto la vicenda umana

 

Quale fosse il reale pensiero dottrinale del Carnesecchi , non lo sappiamo precisamente ancora oggi

Probabilmente voleva un cattolicesimo pulito dalle incrostazioni , un ritorno alle origini e quindi approvava molte tesi luterane desiderando un rapporto piu' libero dei fedeli con Dio e rifiutando i dogmi in questo rapporto

 

la vasta eco europea del "processo Carnesecchi" , per l'importanza che aveva avuto il personaggio e per le alte protezioni di cui godeva ancora e di come in conseguenza circolassero estratti del processo nelle varie segreterie di stato italiane ed europee fornite dalla Santa Sede per giustificare la condanna

Per cui e' possibile esista ancora materiale da scoprire negli archivi

Stupisce la vastita della rete di contatti eretici in cui stava al centro. Come un ragno su una ragnatela.Perche' lo faceva e che cosa si proponeva di fare ?

 

La risposta credo sia ancora negli archivi

Il reale pensiero non possiamo fondarlo sull'esistenza o meno di una lettera sulla eucarestia , quando vi sono altre tracce a confermare che il pensiero espresso nella lettera e' un pensiero che lui poteva condividere come parte di un pensiero piu' complesso

E non lo potremo ricavare dai dati processuali , e non lo potremo ricavare dalle lettere a Giulia Gonzaga

Molte risposte potrebbero venirci dall'inesplorato periodo francese, inparticolare dalla sua permanenza a Lione

Dovremo vincere la pigrizia e cominciare a consultare gli archivi , romani ,fiorentini , veneziani e francesi se veramente lo vogliamo conoscere

Ricostituendo la rete di contatti , definendo le persone con un'indagine prosopografica , indagando sui libri editati , indagando sugli aiuti e sugli aiutati

Insomma un buon lavoro d'archivio

 

 

Probabilmente cio' che egli voleva era il cambiamento della chiesa cattolica dall'interno , e la riunificazione dei cristiani in una religione rinnovata e rinnovabile

Ora con i criteri moderni nostri di gente che non va piu' neanche a messa ma si proclama cattolica il pronotario Carnesecchi non era certo eretico, ma per i Papi inquisitori che lo processarono era un uomo da bruciare vivo ( furono pietosi e lo fecero prima decapitare )

Secoli dopo la sua morte la sua figura era ancora ingombrante . Giovi quanto ne dice il Priorista nel XVII secolo e lo stesso Bonaventura Carnesecchi nel XVIII secolo che sente la macchia che grava ancora sulla famiglia

E' evidentissimo che non era "teologo" ma quasi quarant'anni passati in un vortice di uomini e donne eterodossi ( con le concezioni piu' diversificate ) un qualche significato devono averlo

L'azione possente di aiuto verso eretici delle piu' varie confessioni un qualche significato deve averlo

A tutto cio' oggi non si e' ancora nemmeno iniziato a dare risposta

 

Continuo a dire : il pronotario Carnesecchi e' una personalita' complessa ancora in cerca di autore

Oggi e' solo un uomo ostinatamente e ridicolmente descritto dagli storici quasi solo con elucubrazioni originate dalla lettura delle lettere ad una donna che amava e dalla lettura delle dichiarazioni rilasciate in processi in cui erano in gioco liberta' e vita , e dimenticando quasi totalmente vicende estremamente complesse in buona parte ancora da ricostruire : le sue azioni

Credo che il grande errore e' lasciare che della riforma italiana si occupino solo i cosidetti "storici delle religioni"

 

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo Pietro Carnesecchi e' comunque finito sui libri di storia di tutto il mondo

 

Dalla wikipedia russa

 

 Пьетро Карнесекки (1508—1567), ученик Вальдеса, стал одной из первых и видных жертв инквизиции. Он родился в 1508 году в знатной флорентийской семье. Учился в Риме в доме кардинала Довицци, и поступил на папскую службу. Во время Клемента VII его сделали апостолическим пронотариум, и его влияние было таким сильным, что говорили “он был папой больше, чем сам Клемент”. Визит к Джулии Гонзага в 1540 года вовлек его в общество Вальдеса, которого он уже знал в Риме. Он бежал в Париж, вернулся в Венецию, в 1557 был вызван в Рим и бежал в Женеву. При Пие V ситуация стала чуть получше, чем при его предшественнике Павле IV, и Карнесекки чувствовал себя безопасно во Флоренции, пока в 1565 году инквизиция не возобновила свою деятельность. Герцог Козимо Медичи выдал его, и на состоявшемся вслед за этим процессе он был осужден на смерть. Материалы о процессе над ним, устроенным инквизицией в Риме является ценным источником об итальянской реформации, так как многие его собеседники по Риму и Витербо были осуждены этим трибуналом, причем некоторые посмертно[3]. По этому делу 17 человек были осуждены, из них 15 получили пожизненное заключение на галерах, а Пьетро Карнесекки вместе с братом Джулио Маресио были обезглавлены, а затем сожжены на мосту Святого Ангела 1 октября 1567 года.

 

 

 

 

 

 

Non esistevano prima di questo mio alcuno studio sui Carnesecchi fiorentini

Revere aveva usato Manzo come personaggio del suo dramma Lorenzino nel 1862

Carlotta Lotti aveva dedicato una monografia nel 1912 a Lorenzo di Zanobi di Simone il grande commissario della Romagna fiorentina esaltato dal Varchi

Ed allo stesso ha dedicato un capitolo il dr Alessandro Monti conoscitore della Firenze nei tempi dell'assedio

Ma la fama di questa grande famiglia fiorentina meritava un piu' ampio ricordo nel gran numero di personaggi . Ricordo che sicuramente ha subito limitazioni dalla condanna per eresia di Pietro

 

 

 

 

 

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PROCESSO O MEGLIO PROCEDIMENTO INQUISITORIALE

 

E' stata , come detto , recentemente pubblicata un'edizione critica sui processi contro Pietro Carnesecchi a cura di Massimo Firpo e Dario Marcatto : I PROCESSI INQUISORIALI DI PIETRO CARNESECCHI (1557-1567) che nasce dopo che e' stata reso possibile l'accesso alle carte originali rimanenti dei tre processi conservate negli negli archivi vaticani

Questa e' un edizione critica delle carte processuali che non avanza eccessive pretese di giudicare la figura del pronotario

Ovviamente e' un' opera molto importante messa a disposizione degli studiosi perche' prima si disponeva solo di estratto a cura di G.Manzoni

Nella nota critica viene taciato di ottimismo imprudente , di ingenuita' , di incredibile proposito senza considerare che molte situazioni che lo riguardano aspettano ancora chiarimenti dall'indagine storica e aspettano risposta sui motivi che le generavano e che infine la sua fiducia in Dio era sempre salda

 

 

 

 

DICHIARAZIONI PROCESSUALI

 

Viene arrestato il 22 giugno 1566 , gli interrogatori iniziano il 6 luglio e termineranno nel maggio del 1567, sara' sottoposto anche a tortura

Tutto il suo percorso processuale e' un alternarsi di momenti di ottimismo e di pessimismo

Il Carnesecchi era gia' condannato dai documenti che l'inquisizione aveva raccolto poteva ottener misericordia dichiarando la ereticita' del cardinale Reginaldo Pole e del cardinale Morone e tradendo gli amici

Tentera' di salvarsi ma senza avere alcuna possibilita' tanto erano schiaccianti le prove delle sue opinioni

Ma si badi la verita' era dalla sua parte .

Carnesecchi non coinvolgera' nessuno , parlera' solo dei morti e di cio' che riteneva l'inquisizione conoscesse gia'. Sara' costretto a parlare di due eterodossi ( Ferrante Trotti e Galasso Ariosto ) ma cerchera' di avvertirli con messaggi intercettati

E' evidente che le dichiarazioni del Carnesecchi durante i processi siano per buona parte false e utili a scagionare se stesso e gli amici

( Nella lettera intercettata a suo nipote Marcantonio Dovizi del 13 febbraio 1567 dice di aver ricevuto in carcere lettere da Giulio Della Stufa e Girolamo Corte due sacramentarisvoperto che la lettera era stata intercettata ed era in possesso degli inquisutori faraì di tutto per discolpare il nipote ed i due )

 

Sono le sue dichiarazioni quelle di un uomo che non sa cosa ha in mano l'inquisitore contro di lui

sono le dichiarazioni di un uomo che solo all'inizio del processo scopre che molte sue lettere a Giulia sono in mano all'inquisitore senza sapere quali e che cosa contengono

Che dovendo fingere sincerita' non sa su cosa puo' mentire

Fino all'ultimo cerca di salvare i beni e se stesso , e in questa ottica tenta una lotta impossibile che diventa facile dall'esterno battezzare come ingenua , come miope

infine ha lampi di orgoglio e salvaguarda le sue idee e accetta di morire per esse

Lampi di orgoglio di un uomo che si sente intellettuatualmente superiore ai suoi giudici Lampi che vengono giudicati inopportuni dai suoi critici . Lampi con cui fa sapere ai suoi giudici che sa che cosa vogliono da lui

 

 

 

LA SPLENDIDA MORTE

................. Al momento di lasciare il carcere Carnesecchi non pronuncio' parole di circostanza ,ne' lascio' ricordi personali ; soltanto quando fu sul punto di muoversi verso il luogo dell'esecuzione, scorgendo che la minaccia di pioggia era cessata per il tempo che gli restava da vivere si tolse il ferraiolo per donarlo ai confortatori. Apparve allora elegantissimo, come se si recasse a una gran festa con indosso un vestito " tutto attillato con la camicia bianca ,con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano" .

Fra i presenti si rinnovo' l'ammirazione che al cronista dell'autodafe'della Minerva aveva fatto esclamare " pulcherrimus erat aspectu et magnum nobilitatis signum ostendebat"

 

 

L'AZIONE FIANCHEGGIATRICE

 

La pubblicazione del "Beneficio" del Fontanini--Flaminio

I contatti con molti personaggi del mondo eretico italiano

In casa sua il prete fiorentino Francesco Maria Strozzi avrebbe tradotto dal latino al volgare il "Pasquino in estasi" ( Pasquillus extaticus) di Celio Secondo Curione

Gli aiuti economici agli eretici suoi e di donna Giulia Gonzaga

l'aiuto al Perna per l'espatrio

Il ricetto dato a Lattanzio Rognoni e a ........

 

 

 

I beni di Pietro

 

10 febbraio 1567 ( 1568 calendario italiano )

Donazione da parte di Cosimo I dei beni di Pietro Carnesecchi ai fratellastri di Pietro : Paolo ed Antonio

( Fondo Tordi )

 

 

 

Sara giudicato eretico anche il nipote di Pietro : Marcantonio Dovizi influenzato dalle idee dello zio e che sara' costretto all'abiura

La scampo' invece il nipote Filippo Carnesecchi

 

 

 

 

LE SUE CONVINZIONI MOLTO MODERNE

 

credeva :

Che la fede sola salvava senza il concorso delle opere;

Che non pecca mortalmente chi non osserva i digiuni;

Che non tutti i concilii generali aveano avuto l'assistenza dello Spirito Santo;

Che la confessione e la cresima non fossero sacramenti;

Che fosse falsa la dottrina delle indulgenze e mera invenzione dei papi per cavar denaro dai popoli;

Che non vi fosse purgatorio;

Che il papa era solamente vescovo di Roma, e non aveva potestà sulle altre chiese;

Che nell'eucaristia non vi fosse transubstanziazione, quantunque credesse a guisa dei luterani alla presenza del corpo di Cristo nell'ostia consecrata;

Detestava i frati e le monache, chiamandogli peso inutile della terra, nati solo per mangiare e divorarsi le sostanze dei poveri;

Condannava l'invocazione dei santi;

Sosteneva che non si può far voto di castità, e che il farlo é un tentare Iddio;

Credeva lecito mangiare nei giorni proibiti ogni sorte di cibi, e sì gli mangiava;

Protestava potersi da chiunque senza peccato serbare e leggere i libri degli eretici

 

 

 

PIETRO CARNESECCHI E' RICORDATO PER LA SERENITA' E LA PADRONANZA CON CUI AFFRONTA LA MORTE

 

 

 

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Oltre quindi a questa coerenza all'idea spinta fino all'accettazione di morire per essa Pietro Carnesecchi e' ricordato per

 

IL PROFONDO LEGAME CON GIULIA GONZAGA E PER LE LETTERE DA LUI SCRITTE CHE , IMPRUDENTEMENTE CONSERVATE DA GIULIA , SEQUESTRATE DAGLI INQUISITORI ALLA MORTE DI GIULIA SERVIRANNO AD INCRIMINARE SENZA SCAMPO IL CARNESECCHI

 

 

GIULIA GONZAGA

 

 

E RICORDO CHE NON ESISTE L'EDIZIONE DELLE LETTERE SOPRAVVISSUTE

 

 

 

Pietro Carnesecchi  Pietro Carnesecchi : un martire dell'Inquisizione , qualcuno dice che il suo sangue fu il prezzo della corona granducale di Cosimo I

Pietro Carnesecchi  Pietro Carnesecchi : un simbolo di liberta’

Pietro Carnesecchi  Pietro Carnesecchi il prezzo della corona granducale della dinastia medicea

 

 

 

 

 

OPERE LETTERARIE DI PIETRO CARNESECCHI

 

Se Carnesecchi abbia o non abbia scritto qualche trattato dottrinale non penso sara' mai possibile saperlo

Non esistono documenti che possano far pensare ad alcuno scritto

Escluderlo a priori non lo si puo' nemmeno

 

 

La dottoressa La Rosa tutta tesa a dimostrare la sua tesi demolitoria del Carnesecchi nega i roghi

A................... dressa Malvina La Rosa pg 263-264

dressa Malvina La Rosa.----------.L'opinione che testi e documenti della Riforma del Cinquecento fossero stati bruciati dall'Inquisizione sui roghi insieme ai loro autori divenne un leitmotiv di grande successo per tutto il XIX secolo . Non che fosse un'affermazione falsa (sic NDR ) , come dimostra il caso del Beneficio di Cristo i cui esemplari italiani furono quasi tutti distrutti nell'arco di qualche decennio , ma spesso tale giudizio ha provocato eccessive semplificazioni storiche o , talora veri e propri travisamenti . Come vederemo infatti per spiegare la mancanza di lavori teologici elaborati da Carnesecchi , alcuni studiosi ...............hanno pensato che fossero stati censurati e arsi dopo la sua morte, affinche non ne restasse traccia . In realta' sulla base della documentazione piu' recente (sic NDR ), oggi si puo' dire con certezza ( sic NDR) che egli per scelta personale , non produsse mai nulla di sistematico , ma scrisse solo lettere , molte delle quali sono andate perdute; inoltre perfino l'attribuzione al protonotario della nota epistola latina del 1543 sull'eucarestia ( in risposta a quella di Marcantonio Flaminio ) e' problematica e discutibile ( sic NDR : )-----------dressa Malvina La Rosa

 

Tutto il libro L'affaire Carnesecchi segue questo schema e' infatti costruito su affermazioni non provate date per certe , che divengono base su cui fare altre affermazioni

La documentazione piu' recente a cui si riferisce e' quella dei processi il Carnesecchi sarebbe un matto se nelle dichiarazioni processuali avesse accennato ad aver scritto dei libri

NDR = Non che ci siano tracce indicanti che Pietro Carnesecchi abbia scritto qualcosa , ma negare con sicurezza l'evidenza della possibilita' di un azione repressiva dell'inquisizione e' illogico

Il beneficio di Cristo ad esempio ( come adesso vediamo ) ebbe una tiratura notevolissima eppure non sembra siano sopravvissute copie in Italia

In realta' sulla base della documentazione piu' recente (sic NDR ), oggi si puo' dire................si puo' dire NIENTE la documentazione recente a cui fa cenno la La Rosa sono gli atti processuali pubblicati da Firpo e Marcato

Adesso la LA ROSA dichiara problematica e discutibile la RISPOSTA in realta' la dichiarata con certezza falsa e vi ha costruito sopra tutto il libro

 

 

NDR Tanto per capire bene l'opera capillare dell'Inquisizione anche nei paesi non cattolici riportiamo proprio l'esempio della repressione del Beneficio di Cristo :

Il Beneficio di Cristo (Trattato utilissimo del beneficio di Giesù Cristo crocifisso verso i cristiani) è un testo scritto da Benedetto Fontanini e rivisto e ampliato da Marcantonio Flaminio, pubblicato a Venezia - senza l'indicazione dell'autore - per i tipi di Bernardino de' Bindoni nel 1543, che ebbe un successo clamoroso nell'Italia e nell'Europa del Cinquecento, probabilmente dell'ordine delle decine di migliaia di copie stampate, soprattutto dopo l'edizione del 1546. Diviso in sei brevi capitoli, risentiva ampiamente dell'influenza di testi di Lutero, Melantone e in particolar modo delle Institutiones Christianae Religionis di Calvino. Inoltre vi era ben evidente l'eco del pensiero di Juan de Valdés e del movimento degli Spirituali. Denunciato nel 1544 da Ambrogio Catarino Politi, il libretto fu in seguito oggetto di una feroce persecuzione, che portò alla distruzione di tutte le copie circolanti. Se ne erano definitivamente perse le tracce quando una copia venne fortunosamente ritrovata nel 1855 nella biblioteca del St. John's College a Cambridge.

 

 

AZIONE NELLO STATO VENETO

..............Nello stesso senso agì il senato pel resto de' suoi dominj. Nell'anno 1548 uscì un editto, in cui si ordinava, che tutti i libri contrarj alla fede cattolica [249] fossero consegnati dentro il termine di otto giorni, sotto pena, per i possessori, di essere processati come eretici, e si assegnava un premio ai delatori (381). Dopo questo editto ebbero luogo molte severe esecuzioni contro i protestanti di Venezia, e di tutti i territori della repubblica, ...................

 

 

 

il tentativo di comunicare con l'esterno durante l'ultimo processo , fu in parte frustrato dai carcerieri

le lettere indirizzate .............

 

I processi inquisitoriali : pg CXVdue Interessante e' una lettera di uno degli inquisitori il Cardinal Scipione Rebiba

Il 7 giugno 1567 per esempio il Cardinal Scipione Rebiba inviava all'inquisitore di Ferrara Camillo Campeggi un estratto dell'interrogatorio del 21 febbraio , nel corso del quale il Carnesecchi aveva parlato dei suoi rapporti con Ferrante Trotti e Galasso Ariosto nonche' una copia della lettera clandestina ad Alfonso Trotti del 28 febbraio precisando poi il 9 di luglio che in casa del Trotto e dell'Ariosto non s'haveva pensiero di trovare libri stampati , ma scritti di Valdese del Flaminio ,di Carnesecchi e compagni

 

 

 

 

Capitolo XII Antonio Agostini Pietro Carnesecchi e il movimento Valdesiano

 

Prima di procedere avanti col nostro racconto, occorre che ci fermiamo un poco per vedere se il Carnesecchi scrisse qualche opera e lasciò dietro di sè qualche monumento del suo ingegno. Poichè uno storico di gran fama ha detto che egli fu buon poeta e forbito scrittore in latino e in italiano e un altro si augura che sorga qualcuno a raccogliere le sue opere, perchè in quella'maniera sarà restituito non solo un martire al cristianesimo e un cittadino alla patria, ma anche un elegante scrittore alla nostra letteratura

Mi sembra che non sia fuori di luogo il ricercare quali furono veramente questi scritti, se essi esistono ancora, oppure se si può rinvenire qualche accenno, qualche traccia che comprovi la loro esistenza.

Il Carnesecchi era tenuto in grande stima e considerazione dagli artisti e dai letterati del suo tempo. Tutti quelli che parlano di lui sembra che facciano a gara per tributargli delle lodi lusinghiere. E' vero che egli ebbe una grande autorità nella corte di Roma al tempo di Clemente VII e poi si mostrò sempre liberale protettore dei letterati e degli studiosi, e quindi una parte di quelli elogi era ispirata dalla riconoscenza dei benefizi ricevuti oppure dal desiderio di procurarsene dei nuovi. Ma anche se si fa la tara a tutto questo, si vede che il sentimento di stima e di ammirazione, che stava nell'animo di quelli uomini, era schietto e sincero, e che le espressioni che risonavano nelle loro lettere e nelle loro opere erano dettate da vero affetto. Egli è " giovane dotto e gentile, " secondo Claudio Tolomei , " vir optimus atque elegantissimus, >> secondo il giudizio di Giovanni Faseolo . Egli ha una fine e squisita cultura, tanto che il suo nome è conosciuto in tutto il mondo letterario. " Níuno ci ha, " scrisse Giulio Ballino, dedicando al Carnesecchi la sua traduzione della Morale Filosofia di Epitetto, " niuno ci ha, a cui non sia noto, quanto sia intendente delle migliori lettere: della molta auttorità, che il suo gran valor li ha acquistata, meglio fia, ch'io taccia, poichè più non potrei dirne di quello che ne sa il Mondo, il quale ne é instrutto a pieno, e di assai maggiore la stimò sempre meritevole " . Pier Vettori in un suo libro di emendazioni alle epistole di Cicerone, viene,. Per incidenza, a ricordare il Carnesecchi e lo chiama " optimum et maximis in rebus spectatúm juvenem " . Egli poi manda quel libro in dono all'amico e umanista segnalatissimo, Francesco Robortello. Ma questi non si contenta di quelle poche parole di elogio, buttate là alla sfuggita sopra il nome del Carnesecchi, e fa un dolce rimprovero al Vettori e dice : " Vorrei che il Carnesecchi fosse nominato da te alquanto più onorevolmente " . Allora, al princìpio del 1540, non aveva ancora scritto quelle parole di ammirazione e di grata cortesia sopra il Carnesecchi e gli altri uomini cheprendevano parte insieme a lui alle conversazioni di Viterbo. Carlo Sigonio fa eco anch'egli al coro degli altri letterati e dipinge il Protonotario come " ornatissimum virum " .

Questi sentimenti di affetto, di simpatia, di stima che spuntavano qua e là in diversi animi, si vennero a riunire insieme, ed impressero un segno della più cara e gradita ricordanza. Il Carnesecchi era ritornato a Firenze, dopo aver subìto il primo processo per causa di eresia sotto Papa Paolo III. L'Accademia fiorentina stava allora " riformando, ordinando, e rassettando il suo corpo " ; cioè aveva dato balia ad alcuni soci di fare tutte quelle riforme e regolamenti che credessero necessari. Questi, dopo essersi radunati più volte insieme, il giorno 11 d'agosto del 1547, fissarono di cassare tutto il vecchio corpo degli accademici; vennero a nuove elezioni; e per di più nominarono una quantitá di uomini " chiari, ed illustri, si per gli onori, e sì per le lettere ", detti Padri, che dovevano aiutare a " reggere questo corpo con l'autoritá, consiglio, esempio, e dottrina. " Tra questi fu anche Pietro Carnesecchi. Il suo nome figurò in mezzo a quelli di Benedetto Accolti, di Giovanni della Casa; di Giambattista Ricasoli, di Pierfrancesco Riccio, di Lelio Torelli, di Pier Vittori, di Michelangelo Buonarroti .

Dopo tante frasche e tanti fiori si aspetterebbe di veder spuntare il frutto; voglio dire, dopo tante lodie tanti attestati di stima si aspetterebbe di trovare almeno uno scritto, un'opera più o meno vasta e importante, scritta dal nostro personaggio. Invece a noi non resta altro (oltre le lettere citate e l'epistolario contenuto nell'Estratto del processo) che un piccolo e magro componimento poetico, un sonetto, scritto in età giovanile, quando il pensiero non era ancora maturo. Questo sonetto, di cui abbiamo già riportato qualche verso, è scritto in risposta a un altro del Varchi e si riferisce a quel periodo di vita indeterminato e vago, pieno di abbattimenti dolorosi e di subite speranze, in cui il Carnesecchi, avendo volto le spalle alla Corte Romana, cercava di sollevarsi in un ordine di azioni e di pensieri più consentanei alla natura del suo ingegno.

 

Varchi, che sei dal secol cieco et empio

a Dio rivolto et al suo sant'ovile,

quasi smarrita pecorella humìle

con così chiaro et singular esempio,

Ben esser bramo quel sacrato tempio,

qual mi dipinge il tuo sacrato stile ;

et, divenendo in tutto a Dio simile,

schivar dei suo avversario il duro scempio.

Ma mel divieta la continua guerra

che al mio spirto quell'iniquo face

et farà, credo, fin ch'io sia sotterra.

Ond'il mio stato a me stesso non piace:

pur, per pietà di chi '1 ciel n'apre et serra,

spero goder là suso eterna pace.

 

In fondo segue una piccola lettera, che dice " Vedete, M. Benedetto mio, quant'obbligo ho " da avere alla vostra Musa che questo è il primo " sonetto che io abbia fatto ai miei giorni, come " l'opera stessa ve ne potrà far fede. Et in vero " era ben ragione, che, sì come. voi avete sforzato, il vostro genio in lodarmi tanto sopra il vero, così anch'io sfogassi il mio ingegno in ringratiarvene straordinariamente. Accettatelo adunque come segno, benchè piccolo, del mio grat'animo verso di voi, et poi gettatelo via come aborto della mia quasi vergine Musa " .

Il sonetto é scritto due volte, in due modi differenti. Nella prima copia appariscono molte cassature e correzioni. Specialmente quel verso che dice " che al mio spirto quell'iniquo face ", è tormentato più di tutti. L'Autore fa diversi tentativi per imprimere sulla materia ribelle quella forma che egli pregusta in confuso nella sua mente. Prima aveva scritto " esto iniquo allo spirito mio face >>; verso di suoni sgradevoli e di cattiva struttura. Poi corresse in quest'altro modo- " quel frodolento allo mio spirto face " ; che corre assai meglio, ma riesce troppo rimbombante per la modesta esiguítà del pensiero. Da ultimo venne alla forma che a me sembra la più semplice o la più conveniente: " che al mio spirto quell'iniquo face " .

Per Una Musa quasi vergine si può dire davvero che non ci sia male. Il Carnesecchi mostra un. gusto fine e delicato e sa avvolgere il suo pensiero nel fántasma poetico senza troppo contorcerlo o snaturarlo. Ma un solo componimento è troppo poca per poter giudicare dell'ingegno e delle qualitá poetiche di uno scrittore.

Si può domandare: E' probabile che il Carnesecchi scrivesse qualche altro componimento ? Può darsi che mettesse insieme qualche altra opera? Qui conviene fare una distinzione; cioè distinguere tra libri che trattano d'argomento religioso, e libri che riguardano altre materie. Per la. parte religiosa sembra che la supposizione si debba del tutto escludere. In fatti, nell'Estratto del processo comparisce una gran parte di libri che il Carnesecchi ha letto o che possedeva nella sua biblioteca. Vi è ancora notato chi era l'autore di 1 codesti libri, chi li aveva copiati, come mai erano venuti nelle mani del loro possessore. Ora, da questo esame non risulta mai un accenno o chiaro od incerto che il Carnesecchi scrivesse qualche, opera. E il Compendìum processuum, e l'interrogatorio che si trova nell'Archivio di Venezia serbano lo stesso silenzio. Un grado minore di probabilità possiamo raggiungere, quando diciamo che il Carnesecchi non compose opere riguardanti altri soggetti. Se si considera l'indole del suo ingegno adatto ad accogliere ed assimilarsi 'le idee degli altri, piuttosto che a produrre di proprio; se si pensa al suo carattere amante più della quieta conversazione, che dello studio ritirato e severo, si sarebbe indotti a credere che egli non serivesse alcun libro. Ma d'altra parte non bisogna perder di vista le difficoltà e le peripezie a cui questo libro, una volta scritto, sarebbe andato incontro. L'Inquisizione su questo punto era inesorabile. Essa non solo voleva che fosse soppresso il corpo del reo; ma anche si spengesse insieme con lui ogni memoria. Quindi ordinava, minacciando pene severe, che si gettassero alle fiamme i libri degli eretici, che si _disperdessero le loro lettere, che si cancellasse ogni ricordo; ed imponeva ai tipografi di non ristampare i libri o proibiti o sospetti, e di espungere anche dagli altri,ogni parola, ogni frase, che potesse risonare come lode agli individui, tagliati via violentemente dal corpo della Chiesa. Specialmente contro il Carnesecchi gli Inquisitori aguzzarono tutte le armi, perchè, avendo egli occupato un alto grado nella corte di Clemente VII, ed essendo stato in relazione con persone alte ed autorevoli, temevano che il desiderio di conoscere le sue credenze o i ricordi dell'amicizia potessero indurre qualcuno a frugare in mezzo ai suoi scritti. A volte, editori e scrittori, desiderando di evitare rischi e contese con l'Inquisizione, sopprimevano da loro stessi tutto quanto poteva riferirsi, anche da lontano, all'accusato. Gli esempi di questo genere non mancano; anzi, per chi legge gli epìstolari del ,decimosesto e decimosettimo secolo, sono frequenti ,e numerosi. Il nome del Carnesecchi nelle ultime edizioni delle poesie del Mauro è cambiato in Pontesecchi o Pontesecca. Il poeta Marco Antonio Mureto è veramente arguto nell'esprimere il Carnesecchi senza nominarlo, scappando, come suoi dirsi, per il rotto della cuffia. Egli aveva composto un'ode latina in onore del Protonotario. Ma, siccome questi era stato citato dal Sant'Uffizio a comparire a Roma e si trovava impigliato in quella causa che poi dovea finire con la sua condanna, in contumacia, il grazioso e peritoso poeta non vuole più aver che far nulla con lui, e scrivendo all'amico Paolo Manuzio, non osa neanche pronunziare il nome del Carnesecchi e lo chiama " Petrum òvnpòypv " aggiungendo però, affinchè l'altro capisse: " Immaginati qualche altro nome o Latino o vernacolo; così tu intenderai colui ch' io voglio dire >>. Qualche volta però non è colpa degli scrittori se i nomi sono cambiati. In una lettera al Mureto si legge : " Che cosa fa Carneseccus meus, fiore di tutte le squisitezze, e di tutte le virtù? Digli, più cortesemente che tu puoi, che io lo saluto e che stia bene ". Chi va a ricercare questo passo nelle edizioni fatte dopo il 1560, per esempio in quella di Colonia del 1586, o in quella di Lipsia nel 1669, trova che le parole di lode sono rimaste tali e quali, ma il nome non è più quello. " Molinus meus " si legge in luogo di " Carneseccus meus " . Il Manuzio dedica la ristampa delle opere di Sallustio al Cardinale Antonio, Trivulzio. Egli dice in fine della sua lettera: " Io ho per testimone del mio animo, non solo, ma anche per infervoratore del mio affetto e della mia benevolenza verso di te un uomo onorato, eccellente in tutte le virtù e il più gentile di quanti abbia visti in vita mia, Pietro Carnesecchi, Protonotario, che ti ama molto e ti tiene in grandissima stima e spesso leva al cielo i tuoi pregi " . Ora questo nome, unito ad espressioni di tanta entusiastica amicizia, si trova nell'edizione fatta in Venezia nel 1560 ; ma scomparisce affatto nelle edizioni posteriori . E lo stesso Mannuzio, che aveva scritto quelle parole e che anche in altre occasioni aveva dimostrato il suo affetto al Carnesecchi , non si peritò punto, nel ristampa re la lettera di Cosimo Gherìo : " Petro Carnesiccio Protonotario Apostolico ", di sopprimere a dirittura il nome, lasciando sola e isolata la qualitá dell'ufficio . Ma, tra tutti gli altri, il Mancurzio ebbe maggior numero di occasioni per tartassare e guastare l'infelice Protonotario, sebbene lo Schelhorn dica senza plausibile motivo che egli si mostrò più giusto " in pios Carnesecae manes " . Il Flaminio nel dedicare a Margherita, sorella del re Enrico II, i suoi Carmina sacra, dice: " Cum " Petrus Carnesecus, lectissimus et ornatissimus vir, de tua singulari erga Deum pietate, et assíduo litterarum studio scripsisset... " ; ed egli toglie via a dirittura il nome . Nei Carmina quinque illustrium Poetarum sono vari carmi del Flaminio al Carnesecchi ed egli li lascia da parte nell'edizione che fa delle poesie del Flaminio, nell'anno 1743 .Chi volesse cercare distesamente, potrebbe racimolare qua e là anche altri esempi. Il Mancurzio, più ardimentoso, ma anche più leale, confessa ingenuamente l'opera sua, e dice: " Noi abbiamo lasciato da parte in questa edizione i carmi di M. Antonio Flaminio diretti al Carnesecchi per non subire il giudizio di quelli che dissero eretico il Flaminio, perchè stette in amicizia con il Carnesecchi. Giacchè il Flaminio fu congiunto col Carnesecchi negli studi letterari e in ogni famigliaritá di gentili servizi, ma dissenti affatto da lui in materia religiosa ". Il Mancurzio confessa ingenuamente la sua intenzione. Ma gli altri facevano lo stesso, senza dir nulla.

In queste circostanze riesce molto difficile il poter escludere che il Carnesecchi scrivesse opere letterarie. Soltanto si può affermare con un certo grado di probabilità che egli non compose opere riguardanti argomenti religiosi. Tutto il resto sta sospeso nell' incertezza. Quando l'Inquisizione accendeva la sua pira, noi vediamo attraverso le nebbie e la lontananza dei tempi vampeggiare le fiamme che distruggevano il corpo del reo; ma intorno a lui e all'opera sua calavano più folte, più oscure le tenebre della. notte.

 

 

 

 

 

Immagini di Pietro Carnesecchi

Le immagini di Pietro Carnesecchi ci aiutano in una piccolissima lezione di Storia dell'Arte

Siamo abituati a veder raffigurati nei quadri grandi personaggi e a non farci nessuna domanda

Era veramente quella l'immagine del personaggio ? o ci siamo abituati solo abituati a credere sia quella

A parte quando vi e' una letteratura sull'opera ( ed anche in questo caso dipendiamo da chi funge da fonte ) non e' assolutamente facile capire

Ad esempio buona parte della galleria medicea quattrocentesca e' di fantasia

E si fa fatica a una corretta attribuzione facendo riferimento alla data di creazione

Ad esempio la raffigurazione dell'angelo di Santa Maria Novella di Santi di Tito si dice il ritratto di Virgilio Carnesecchi da parte di un erudito

E' difficile accertarsene perche' come vediamo nelle immagini di Pietro Carnesecchi

A il Vasari prende a modello l'opera del Puligo per creare l'immagine di Pietro nella nomina a cardinale di Ippolito e

B il ritratto conservato a Palazzo Pitti e' la copia del ritratto del Puligo

cioe' era uso fare ritratti utilizzando altre immagini di date anche molto precedenti

Ad esempio la bellezza di Giulia Gonzaga e' affidataa diverse opere . Dei vari ritratti di Giulia Gonzaga A non uno pero' possiamo affidarci con sicurezza per conoscere la vera immagine

L'unica immagine di Pietro attribuibile con una certa sicurezza e' il famoso ritratto del Puligo per ragioni storiche

 

Il dipinto, eseguito su una sottile lastra d’ardesia, apparteneva ai Farnese, come si evince dal sigillo e dal numero d’inventario presenti sul retro. Menzionato a Roma nel 1600 tra i beni del bibliotecario Fulvio Orsini, giunse a Parma alla metà del ‘600 e fino ad alcuni anni fa si era creduto che il ritratto raffigurasse Clemente VII con un chierico ( Pietro Carnesecchi ). Un’identificazione errata su basi inventariali, sorta anche per certe similarità con le effigi note di quel papa, ora comunque risolta. E’ il ritratto di Paolo III Farnese con un nipote, dipinto da Sebastiano del Piombo attorno al 1534, come ebbe modo di ricordare Vasari: ritrasse il medesimo papa Paolo III subito che fu fatto sommo pontefice e cominciò il duca di Castro, ma non lo finì.

 

Pietro nasce a Firenze il 24 dicembre 1508 da Andrea di Paolo di Simone di Paolo Carnesecchi e da Ginevra Tani

Giulio de Medici diventa papa nel quando Pietro aveva anni

 

 

 

 

Sembra esistano 2 ritratti di Pietro Carnesecchi di mano di Domenico di Bartolommeo Ubaldini detto il Puligo ( uno fatto come copia dell'altro quello di Palazzo Pitti ) : 1 conservato agli Uffizzi 1 conservato a Palazzo Pitti

 

 

 

 

 

 

ritratto giovanile di Pietro Carnesecchi realizzato dal Puligo (secondo il Vasari nel 1427 )

Dimensions : 39 cm x 59 cm Matériaux : Tempera sur bois Date : vers 1527 Artiste : Domenico Puligo Lieu : Galerie des Offices de Florence Section 26

nel ritratto ha quindi circa19 anni

il quadro e' agli uffizi dal 1797 proveniente dal gabinetto del granduca

 

  • ritratto di Pietro Carnesecchi
  • dipinto
  • Galleria degli Uffizi
    Firenze
  • (Altezza per Larghezza) 59.5 x 39.5
  • Inventario 1890, n. 1489 (1890 post)
  • SBAS FI 177961 (fotografia b.n.)
    SSPM FI 555971 (fotografia digitale)
    ex art. 15 n. 25474 (diapositiva colore)

Il passaggio del dipinto dalla Guardaroba agli Uffizi avvenne nel 1787, ma su questo episodio non sono stati trovati documenti certi. La tradizione lo attribuisce ad Andrea del Sarto; fu il Gamba , sulla base delle indicazioni del Vasari, a riconoscervi la mano del Puligo e ad identificare nel personaggio ritratto Pietro Carnesecchi, riconoscimenti confermati unanimamente dalla critica successiva. Un altro supposto ritratto del Carnesecchi, sempre attribuito al Puligo, si trova ad Oakley Park nella collezione Earl of Plymonth. Scrive il Vasari: "Fra molti ritratti che Domenico fece di naturale, che tutti son belli e molti somigliano, quello e' bellissimo che fece di Monsignor messer Pietro Carnesecchi, allora bellissimo giovanetto". Il Vasari stesso riproduce questo ritratto nella volta della sala di Clemente VII in Palazzo Vecchio, in un ovale nel quale e' raffigurato Clemente VII che impone la berretta cardinalizia a Ippolito de'Medici. "... e' M. Piero Carnesecchi, segretario gia' di Clemente che allora fu ritratto quando ancora era giovanetto,ed io dal ritratto l'ho messo in opera". Il Carnesecchi infatti, imparentato per parte di madre con il cardinal Bibbiena, fu segretario di Clemente VII, ma dopo il 1540 abbraccio' la Rifoma secondo le dottrine valdesi: fu perseguitato, decapitato e bruciato su ordine del Tribunale dell'Inquisizione, il primo ottobre 1567, sotto il pontificato di Pio V. Nel 1527 si era recato a Firenze, sfuggendo al sacco di Roma. Aveva allora diciannove anni e il ritratto in esame dovette essere dipinto in quel periodo, poiche' il Puligo mori' in quello stesso anno.

 http://www.polomuseale.firenze.it/catalogo/avanzata.asp

 

 

 

 

PALAZZO PITTI

 

Size: 59,5 x 39,5 cm,

Notes: This painter (actual name Domenico Ubaldini), the pupil of Ridolfo del Ghirlandaio, was attracted by the grandiose style of Fra Bartolomeo and Andrea del Sarto. Although he imitated these masters, he succeeded only in weakening their forms, rendering them mawkish and insufficiently incisive. This painting was traditionally attributed to Andrea del Sarto, but at the beginning of the 20th century critics succeeded in identifying the person portrayed and the painting's definite authorship was given to Puligo.

 

 

anche l'immagine qui sotto e' forse di Pietro ???

 Domenico di Bartolomeo Ubaldini detto il Puligo (Firenze 1475--1527 )

Uomo con le mani alla cintola ( Palazzo Pitti )

 

 

Puligo Domenico

ritratto d'uomo

dipinto

Galleria Palatina e Appartamenti Reali

Firenze

(Altezza per Larghezza) 106 x 74

Inventario Palatina, n. 184 (1912)

SBAS FI 97873 (fotografia b.n., intero)

Alinari 298 (fotografia b.n.)

Brogi 2895 (fotografia b.n., intero)

ex art. 15 n. 2843 (diapositiva colore)

 

 

Il ritratto è stato attribuito dalla critica ad Andrea del Sarto, a causadella sua alta qualità, fino al 1909, quando Carlo Gamba lo ha assegnato al Puligo e da allora questa attribuzione è stata condivisa da tutti gli studiosi. Maggiori problemi ha creato l'identificazione dell'uomo. Dai critici che hanno ritenuto il quadro opera di Andrea del Sarto, nell'Ottocento, è stato inizialmente considerato un autoritratto e con tale identificazione è stato trasportato a Parigi e citato nei cataloghi ottocenteschi della Galleria fiorentina. Ma già nel 1891, il Venturi cita il dipinto semplicemente come un ritratto di "nobile giovane fiorentino" realizzato da Andrea del Sarto, mentre altri studiosi dell'opera dell'artista hanno proposto altre identificazioni: il Biadi (1829) avanza l'ipotesi che si tratti del perduto ritratto del "Commesso di Vallombrosa", lo Jacobsen (1901) vede nel modello la stessa fisionomia del "Ritratto di uno scultore" della National Gallery di Londra (n. 690), mentre il Banchi ci vede quella del "Doppio Ritratto" della Palatina (inv. 1912, n. 118), anch'esso già considerato un autoritratto di Andrea del Sarto con la moglie del Bardi (1837), in realtà probabile opera di Tommaso di Stefano Lunetti (cfr. Padovani S. in Andrea del Sarto, 1986, pp.181-183). Infine il Guinness (1899) cita il quadro in esame più genericamente come un ritratto di artista e lo Knapp (1907) ritiene che non sia un autoritratto ma una copia di un originale perduto del Sarto. Ma già il Biadi (1829), il Bardi (1837), il Reumont (1835) e lo Jacobsen (1901) avevano notato una somiglianza con il ritratto degli Uffizi, inv. 1890, n. 1489. Sulla base di questa somiglianza, nel 1909 lo Schaeffer - che cinque anni prima aveva considerato il dipinto un autoritratto di Andrea del Sarto - ritiene che i due quadri, questo di Pitti e quello degli Uffizi, siano entrambi ritratti di Pietro Carnesecchi: il primo però realizzato da Andrea del Sarto, il secondo, meno grandioso, dal Puligo, come ci ricorda il Vasari. Lo stesso anno, e indipendentemente, giunge alla medesima conclusione anche il Gamba che, però, come visto, attribuisce anche il ritratto di Pitti al Puligo. La critica successiva non ha più messo in discussione l'identificazione e l'attribuzione proposte dal Gamba, tranne il Costamagna e la Fabre (1986). Infatti i due studiosi ritengono che i due ritratti sopracitati, pur essendo entrambi realizzati dal Puligo, non rappresentano la stessa persona e la loro somiglianza è solo apparente, dovuta alla tendenza a creare volti stereotipati propria dell'artista: dal momento che il ritratto degli Uffizi rappresenta sicuramente il Carnesecchi sulla base della testimonianza del Vasari, il ritratto della Palatina ha un'identità sconosciuta e è databile intorno la 1525. Ci sentiamo di condividere l'opinione del Costamagna e della Fabre, accostando il dipinto, da un punto di vista stilistico, oltre che al ritratto di Oakly Park, alla "Madonna con Bambino e San Giovanni Battista della Palatina (inv. 1912, n. 145), entrambi databili in questi anni (Capretti 1988-1989). La critica recente è concorde nel considerare il dipinto opera della maturità dell'artista.

 

 

Agli inizi del Novecento, le sembianze del C. sono state, concordemente e indipendentemente, riconosciute da C. Gamba (in Critica d'arte, VI [1909], pp. 277-79) e da E. Schaefer (in Monatsh. für Kunstwissenschaft, IX [1909], pp. 405-412) in due ritratti di giovane in abito ecclesiastico, conservati a Firenze alla Galleria degli Uffizi (n. 1169) e alla Galleria Pitti (n. 184) e indiscriminatamente attribuiti dalla tradizione ad Andrea del Sarto. Mentre il Gamba attribuisce a Domenico Ubaldini detto il Puligo entrambi i dipinti, lo Schaefer mantiene ad Andrea del Sarto l'attribuzione di uno dei due, e precisamente di quello conservato alla Galleria Pitti. Fonte per l'identificazione della mano del Puligo in uno o in entrambi i ritratti è la testimonianza del Vasari,

 

 

 

Questo :

 

 

 

Autore: ????? Van der Straet Jan detto Giovanni Stradano: 1523/ 1605

Vasari Giorgio: 1511/ 1574

Soggetto: papa Clemente VII nomina cardinale (10 gennaio 1529 ) il nipote Ippolito de' Medici | Soggetti profani. Personaggi: Clemente VII Ippolito de' Medici Lorenzo Pucci (cardinale Santiquattro) Girolamo Barbolani di Montaguto cardinale Franciotto Orsini Giovanfrancesco da Mantova Giovanni Battista Ricasoli (vescovo di Pistoia) vescovo Tornabuoni Alessandro Strozzi Piero Carnesecchi. Figure maschili: astanti. Abbigliamento: contemporaneo: veste guanto cappelli berretta del papa mozzetta abito cardinalizio tonacella scarpe. Interno. Architetture: gradini. Oggetti: seggioloni a braccioli.

Materia e Tecnica: intonaco/ pittura a olio

Data di creazione: 1556 / 1562

Ambito geografico: FI: Firenze | Palazzo Vecchio o della Signoria: Museo di Palazzo Vecchio

 

 

Iconografia. Agli inizi del Novecento, le sembianze del C. sono state, concordemente e indipendentemente, riconosciute da C. Gamba (in Critica d'arte, VI [1909], pp. 277-79) e da E. Schaefer (in Monatsh. für Kunstwissenschaft, IX [1909], pp. 405-412) in due ritratti di giovane in abito ecclesiastico, conservati a Firenze alla Galleria degli Uffizi (n. 1169) e alla Galleria Pitti (n. 184) e indiscriminatamente attribuiti dalla tradizione ad Andrea del Sarto. Mentre il Gamba attribuisce a Domenico Ubaldini detto il Puligo entrambi i dipinti, lo Schaefer mantiene ad Andrea del Sarto l'attribuzione di uno dei due, e precisamente di quello conservato alla Galleria Pitti. Fonte per l'identificazione della mano del Puligo in uno o in entrambi i ritratti è la testimonianza del Vasari, che da uno dei due dipinti ha tratto ispirazione nel ritrarre il C. in veste di chierico giovinetto nel dipinto della sala di Clemente VII nel fiorentino Palazzo Vecchio (G. Vasari, Opere, a cura di G. Milanesi, IV, Firenze 1879, p. 465).

 

E' GIORGIO VASARI CHE DICE DI AVER PRESO COME MODELLO PER DIPINGERE IL CARNESECCHI IL RITRATTO FATTO DAL PULIGO

 

 

 

 

 

ALCUNE NOTE

 

ALBERO GENEALOGICO DELLA DISCENDENZA DI SIMONE DI PAOLO DI BERTO DI GRAZINO DI DURANTE DI RICOVERO

 

 

 

LA SORELLA DI PIETRO FIGLIA DI ANDREA CARNESECCHI E DI GINEVRA TANI

 

 

I DOVIZI

 

 

 

l fondo Tordi della Biblioteca nazionale di Firenze: catalogo delle appendici - Pagina 51

di Demenico Tordi, Alan Bullock, Biblioteca nazionale centrale di Firenze - 1991 - 177 pagine

... appunti sull'albero genealogico della famiglia Medici "delineato in ...
beni di Piero Carnesecchi ad Antonio e Paolo d'Andrea Carnesecchi del 10/2/1567; ...

 

 

 

E' INTERESSANTE VEDERE QUANTO POCO SAPEVANO SULLA FAMIGLIA FIORENTINA DEI CARNESECCHI E SUI SUOI LEGAMI GENEALOGICI

 

Sulla famiglia Carnesecchi l'Agostini scrive :

 

 

Senza aver chiari i legami genealogici e seguendo l'errore di Scipione Ammirato il giovane cioe' Durante di Buonfantino progenitore anziche' Durante di Ricovero

Aveva ragione Pietro dal suo punto di vista di mediceo a lamentarsi della Schiatta perche' Lorenzo di Zanobi di Simone fu veramente nemico a Clemente VII

Non capisco perche' il Busini parli di ragioni di lamentela verso il padre Andrea che pure pati il sospetto e fu imprigionato durante l'assedio

 

 

 

 

 

Sulla famiglia Carnesecchi l'Ortolani scrive ( con la consueta superficialita' a dire il vero e copiando pure male dall'Agostini ) :

I Carnesecchi vantavano antiche origini fiorentine , ne sarebbe stato capostipite un certo Berto della famiglia dei Duranti " sommo magistrato " di Firenze nel 1358, la cui discendenza si sarebbe distinta col il nuovo "appellativo"

Il significato del cognome non sembra dovuto ad un ovvio riferimento di natura realistica, ma ad una cortese forma di augurio , perche' nell'antica Firenze desiderare ad alcuno " pane, vino e carnesecca " equivaleva ad augurare benessere ed abbondanza

Nel corso degli ultimi decenni del Trecento la famiglia si affermo' tra i medi casati della citta' , sviluppando una discreta attivita' economica consistente in non precisati traffici commerciali e partecipando nei limiti della propria importanza alla vita politica; i Carnesecchi infatti ritornano piu' volte nelle liste dei pubblici magistrati fiorentini senza pero' offrire personalita' di spiccato rilievo

Nel cuore del quattrocento risultano arricchiti in benessere e influenza e decisamente appoggiati al trionfante partito mediceo : Paolo Carnesecchi nonno di Pietroe' intimo dei Medici

La conclusione di alcuni matrimoni cospicui conferma l'inserimento della famiglia in un piu' considerato livello sociale. La capella gentilizia in Santa Maria del Fiore (??) sormontata dallo stemma di famiglia , resta ancora oggi a dimostrare la floridezza di quel periodo di fortuna

Andrea Carnesecchi , nato a Firenze il 1 luglio 1468 , svolse gran parte della sua ...........................uomo piuttosto mediocre ( ?? ) ..........

Sul padre di Pietro : Andrea di Paolo di Simone senatore del Granducato e Emino di Costantinopoli dal 1500 al 1505 , l'Ortolani inizia a esercitare le sue fantasie ( uomo piuttosto mediocre ) senza rendersi conto che GiovanBattista Busini era repubblicano e nemico dichiarato dei medicei Andrea e del figlio Pietro suoi avversari politici e che non puo' certo parlarne bene

Detto tra le righe che personalita' complessa Benedetto Varchi costretto dai tempi ....................

 

Sui Carnesecchi l'Ortolani ( di cui non sa praticamente niente e poco di storia di Firenze ) si rifa' al Corazzini a Scipione Ammirato, al Gamurrini , a Cesare Cantu' ( ? anche la cappella del SS Sacramento in Duomo fu fondata da un Carnesecchi : Bernardo nel 1449 ? ) come sappiamo Bernardo di Cristofano di Berto cappella in Santa Maria Maggiore dove i Carnesecchi avevano nel Quattrocento la sepoltura , lettera del Berni a Ubaldino Bandinelli:

Cita anche un GG Capponi Serie dei senatori fiorentini Firenze 1722 pg 25 per la riproduzione dello stemma ma confonde Gino Gaetano Capponi con Domenico Maria Manni che in effetti pubblica nel 1722 la serie dei senatori dedicandola al Capponi

Cita la strana teoria nobilitante dell' origine in un detto popolare del cognome anziche dal mestiere di macellaio di Pero Carnesecca il Priore del 1319 e ne da la fonte : lettera di Francesco Berni a Ubaldino Bandinelli in Lettere vulgari di diversi nobilissimi huomini et eccellentissimi ingegni Venezia 1564 tratto da A. Virgili " Francesco Berni" Firenze 1881 pg 33 n.1-------------da notare che Francesco Berni era parente dei Dovizi ed in un certo modo era amico e parente alla lontana di Pietro Carnesecchi vedi le rime in cui il Berni parla di Piero

ma la lettera ha un tenore completamente diverso : e non c'e' infatti alcuna spiegazione sull'origine del cognome

Cita invero non avendone tratto giovamento Benedetto Varchi , ed anche le lettere del Busini al Varchi sull'assedio di Firenze, Riguccio Galluzzi , il catalogo cronologico del Salvini ed infine la monografia di Antonio Agostini

 

 

il padre Andrea e' descritto nel Dizionario biografico degli Italiani edito dalla Treccani

voce curata dal prof Michele Luzzati

ed anche su questo sito in :

 

Andrea di Paolo di Simone Carnesecchi  …………. …….Andrea di Paolo di Simone carnesecchi  senatore del ducato di Toscana 

 

 

 

ALCUNI PARENTI CHE COMPAIONO ( in lavorazione )

 

La difficolta' nella identificazione di taluni e' legata al fatto che nome e cognome senza paternita' cozzano contro l'uso nelle famiglie di uno stock onomastico molto ristretto

 

Antonio fratellastro nato dal primo matrimonio di Andrea con Caterina Capponi

Paolo Carnesecchi , nipote si limita a partecipare all'ambasceria toscana per le suppliche al Papa

Marradini figlio di una sorella o sorellastra Carnesecchi e' accusato dal Carnesecchi non si sa quanto pretestuosamente della dispersione o distruzione della biblioteca di libri proibiti di Pietro durante la permanenza francese

Un capitano GiovanBattista Carnesecchi di difficile identificazione,.Questo capitano ha un atteggiamento d'aiuto verso Pietro. Pietro non lo identifica bene e non sa bene come collocarlo all'interno della sua parentela. Dubito per motivi cronologici possa trattarsi del capitano GiovanBattista di Gherardo ribelle contro Cosimo

Filippo Carnesecchi e' facilmente identificabile come figlio di ............................, ha sicuramente condiviso le opinioni dello zio. E' sua la trascrizione di parte di alcuni scritti eterodossi

Filippo e' descritto dai contemporanei come elegante . aristocratico e colto Viene pero' ricordato solo per alcune lettere sul ritrovamento della mappa di Roma . Credo muoia senza discendenza

Marco Amtonio Dovizi e' con Filippo Carnesecchi il nipote prediletto, coinvolto con la eresia dello zio sara' incarcerato, Ho trovato scarse notizie nonostante sia un personaggio coraggioso e di rilievo. Sara' procuratore legale e difensore dello zio nel processo

la parentela con Filippo Del Migliore

 

 

Non inquadro genealogicamente bene chi sia questo :

Un frate che muta la tonaca

 

Un apostata  …………Paolo Sebastiano Carnesecchi getta la tonaca alle ortiche

 

 

 

 

 

 

 

 

I CONTEMPORANEI

 

 

 

 

PAPA CLEMENTE VII de MEDICI

 Clemente VII, nato Giulio di Giuliano de' Medici (Firenze, 26 maggio 1478 – Roma, 25 settembre 1534), esponente della famiglia fiorentina dei Medici, fu il 219° papa della Chiesa cattolica dal 1523 alla morte.

 

Giulio era figlio naturale, poi legittimato di Giuliano de' Medici, ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita, e di una certa Fioretta, forse figlia di Antonio Gorini. Da giovane fu affidato, dallo zio Lorenzo il Magnifico, alle cure di Antonio da Sangallo. Dopo poco tempo, però, lo zio lo prese direttamente sotto la sua protezione. Nel 1488 riuscì a convincere Ferdinando I d'Aragona a concedergli il priorato di Capua dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, beneficio prestigioso e molto remunerativo.

 

Nel 1495, a causa delle sollevazioni popolari contro il cugino Piero, scappò da Firenze per rifugiarsi prima a Bologna, poi a Pitigliano, Città di Castello e Roma, dove visse per molto tempo ospite del cugino cardinale Giovanni, il futuro papa Leone X.

 

Il 9 maggio 1513 fu eletto arcivescovo di Firenze dal cugino papa Leone X, che aveva ripreso la città sconfiggendo le truppe francesi alleate dei repubblicani fiorentini, e il 14 agosto dello stesso anno Giulio fece il suo ingresso a Firenze. Alla morte del cugino Lorenzo duca di Urbino divenne anche signore della città. Sia come arcivescovo che come governatore si dimostrò un abile uomo di governo. Pur ricevendo spesso incarichi e missioni diplomatiche per conto del Papa non trascurò mai la sua arcidiocesi e con la collaborazione del suo vicario generale Pietro Andrea Gammaro volle conoscere, attraverso i singoli inventari, la situazione di tutte le chiese sotto la sua giurisdizione. Nel 1517 tenne un sinodo di tutto il clero. Da cardinale diacono nel frattempo fu dichiarato cardinale prete con il titolo di San Clemente (26 giugno 1513) e poi di San Lorenzo in Damaso.

 

Sventò una congiura tramata contro di lui e fu inflessibile contro i suoi nemici (1522).

 

Nel 1513, con l’elezione di Leone X, Giulio ebbe la concessione dell’arcidiocesi di Firenze e, il 29 settembre dello stesso anno, dopo una serie di procedure e dispense per superare lo scoglio della sua nascita illegittima, fu creato cardinale. Dopo questa nomina iniziò la sua ascesa, caratterizzata da una grande ricchezza di benefici ecclesiastici e da un ruolo molto delicato all'interno della politica pontificia. Tra le sue azioni è da ricordare il tentativo di costituire un’alleanza con l'Inghilterra per aiutare Leone X a contrastare le mire egemoniche di Francia e Spagna; per questo motivo fu nominato cardinale protettore d'Inghilterra. La caratteristica principale della politica di questo periodo fu la ricerca di un equilibrio tra i principi cristiani e l’indizione del Concilio Lateranense V (1512-1517), durante il quale Giulio si interessò di lotta contro le eresie.

 

Il 9 marzo 1517 fu nominato Vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, incarico che gli diede modo di mettere alla prova le sue qualità diplomatiche, mostrando un contegno serio e apparentemente illibato in confronto a quello mondano e dissoluto del cugino. Mentre cercava di organizzare una crociata contro i turchi, che Leone X reputava assolutamente necessaria, dovette risolvere due problemi: la protesta luterana, e la successione dell'Impero che, dopo Massimiliano I, toccò al nipote Carlo, già re di Napoli. Nel corso del 1521 la situazione di Firenze (di cui era Governatore cittadino) lo fece allontanare abbastanza spesso da Roma, ma l'improvvisa morte del papa, avvenuta nello stesso anno, lo costrinse a tornare a Roma per partecipare al conclave. Fu eletto Adriano VI, di cui aveva sostenuto la candidatura per ottenere l’appoggio di Carlo V. L’anno successivo fu vittima di una congiura, senza conseguenze, ordita dai repubblicani.

 

Il 3 agosto 1523 l’opera diplomatica di Giulio giunse alla sua conclusione: venne ratificata l'alleanza tra il papato e Carlo V. Poco dopo, nel settembre 1523 morì Adriano VI e Giulio, con l’appoggio dell’imperatore, dopo un conclave lungo (50 giorni) e difficoltoso, fu eletto al soglio di Pietro. Il 19 novembre Giulio de' Medici assunse il nome di Clemente VII.

 

L’elezione del nuovo pontefice venne salutata con entusiasmo, anche se certe aspettative si dimostrarono mal riposte: Giulio de' Medici risultò incapace di risolvere con decisione i problemi che dovette affrontare. Cercò di mantenere una politica di neutralità nella contesa tra Carlo V e Francesco I di Valois per il predominio sull'Italia e sull'Europa; Carlo V era intenzionato a restaurare l'Impero ammodernando le sue strutture amministrative e perseguendo una politica espansionistica che lo portava in rotta di collisione con il re di Francia. Nell’ottobre 1524, quando Francesco I conquistò Milano, il delicato apparato diplomatico messo in piedi da Clemente VII andò in crisi. Il papa, mentre l’arcivescovo di Capua, Niccolò Schomberg, lo spingeva a intraprendere una politica filoimperiale, mandò a trattare il datario apostolico, il filofrancese Gian Matteo Giberti, che dovette tornare indietro all’arrivo delle truppe imperiali in Lombardia. In quel periodo anche la Riforma si andava espandendo sempre più in Germania. Nella seconda dieta di Norimberga, del febbraio 1524, gli stati tedeschi ratificarono l'editto di Worms come legge dell'Impero, promettendo, però, al legato pontificio, cardinale Lorenzo Campegio, di mandarlo in esecuzione soltanto "nei limiti del possibile" e chiedendo un concilio nazionale che avrebbe dovuto aver luogo a Spira nello stesso anno. Sia il papa che l'imperatore negarono tale eventualità.

 

Il 24 febbraio 1525 le truppe imperiali sconfissero quelle francesi a Pavia, catturando lo stesso Francesco I e deportandolo a Madrid. Francesco venne umiliato, dovette perdonare Carlo di Borbone e reinsediarlo nelle sue terre, fu costretto a lasciare in ostaggio i suoi due figli e fu invitato a sposare la sorella di Carlo V, Eleonora. Nel 1526 fu costretto ad accettare la pace di Madrid, secondo la quale doveva rinunciare a Milano, a Napoli e alla Borgogna; dopo aver firmato la pace, il 18 marzo, Francesco I fu rilasciato.

 

Francesco I, dopo essere tornato in Francia, lamentando di essere stato costretto con la violenza ad accettare i patti, si rifiutò di ratificare il trattato di Madrid. Il 22 maggio 1526 a Cognac sur la Charente, stipulò con Clemente VII, Firenze, Venezia e Francesco Maria Sforza, una lega per scacciare gli imperiali dall’Italia. I confederati si obbligavano a mettere insieme 2.500 cavalieri, 3.000 cavalli e 30.000 fanti; Francesco I avrebbe dovuto mandare un esercito in Lombardia e un altro in Spagna, mentre i veneziani e il pontefice avrebbero dovuto assalire il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi. Cacciati gli spagnoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un principe italiano, che avrebbe dovuto pagare al re di Francia un canone annuo di 75.000 fiorini. Francesco I non tenne mai fede ai patti e, per tutto il 1526 non partecipò alle operazioni, preferendo trattare con Carlo V il riscatto dei figli.

 

Il fatto più grave che occorse al papa fu il tradimento del cardinale Pompeo Colonna, questi, incoraggiato da Carlo V con promesse e ricompense, nella notte tra il 19 ed il 20 settembre 1526, occupò con un esercito di 8000 uomini la porta di San Giovanni in Laterano e Trastevere, spingendosi lungo il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Clemente VII si rifugiò a Castel Sant'Angelo lasciando che il Vaticano venisse saccheggiato dalle truppe del cardinale. Il papa, vedendo che gli alleati non onoravano i patti, concluse una tregua di 8 mesi con l’imperatore, ma Carlo di Asburgo non accettò l'armistizio.

 

Il 31 marzo l'imperatore passò il Reno nei pressi di Bologna e si diresse verso la Toscana. Le truppe della Lega comandate da Francesco Maria I della Rovere e dal marchese di Saluzzo si accamparono vicino a Firenze per proteggerla dall'esercito invasore, ma questo attraverso il territorio di Arezzo e quindi di Siena si diresse verso Roma. Lungo il tragitto Carlo di Borbone devastò Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte, occupò Viterbo e Ronciglione. Il 5 maggio gli invasori giunsero sotto le mura di Roma, che era difesa da una milizia piuttosto raffazzonata comandata da Renzo da Ceri.

 

L’assalto alle mura del Borgo iniziò la mattina del 6 maggio 1527 e si concentrò tra il Gianicolo e il Vaticano. Per essere di esempio ai suoi, Carlo di Borbone, fu tra i primi ad attaccare, ma mentre saliva su una scala fu colpito a morte da una palla d'archibugio, che sembra sia stata tirata da Benvenuto Cellini. La sua morte accrebbe l'impeto degli assalitori, che, a prezzo di gravi perdite, riuscirono ad entrare in città.

 

Durante l'assalto Clemente VII pregava nella sua cappella privata e, quando capì che la città era perduta, si rifugiò a Castel Sant'Angelo insieme ai cardinali e gli altri prelati. Nel frattempo gli invasori trucidavano i soldati pontifici. L’esercito imperiale era composto di circa 40.000 uomini, così suddivisi: 6.000 spagnoli agli ordini di Carlo di Asburgo, a cui si erano aggiunte le fanterie italiane di Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga "Rodomonte"; molti cavalieri si erano posti sotto il comando di Ferrante I Gonzaga e del principe d'Orange Filiberto di Chalons, che era succeduto al Borbone; inoltre si erano accodati anche molti disertori della lega, i soldati licenziati dal papa e numerosi banditi attratti dalla speranza di rapine. A questi si aggiunsero i 14.000 lanzichenecchi comandati da Georg von Frundsberg, mercenari bavaresi, svevi e tirolesi, tutti luterani esasperati dalla fame e dal ritardo nei pagamenti, che consideravano il papa come l'anticristo e Roma come la Babilonia corruttrice, attratti dalla possibilità di arricchirsi saccheggiando la città.

 

Furono profanate tutte le chiese, furono rubati i tesori e furono distrutti gli arredi sacri. Le monache furono violentate, così come le donne che venivano strappate dalle loro case. Furono devastati tutti i palazzi dei prelati e dei nobili, ad eccezione di quelli fedeli all'imperatore. La popolazione fu sottoposta ad ogni tipo di violenza e di angheria. Le strade erano disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinavano dietro donne di ogni condizione, e da saccheggiatori che trasportavano oggetti rapinati.

 

L’8 maggio il cardinale Pompeo Colonna entrò a Roma seguito da molti contadini dei suoi feudi, che si vendicarono dei saccheggi subiti per ordine del papa saccheggiando tutte le case in cui ancora rimaneva qualcosa da rubare o da distruggere.

 

Tre giorni dopo il principe d'Orange ordinò che si cessasse il saccheggio; ma i lanzichenecchi non ubbidirono e Roma continuò ad essere violata finché vi rimase qualcosa di cui impossessarsi. Il giorno stesso in cui cedettero le difese di Roma, il capitano pontificio Guido Rangoni, si spinse fino al Ponte Salario con una schiera di cavalli e di archibugieri, ma, vista la situazione, si ritirò ad Otricoli. Francesco Maria della Rovere, che si era riunito alle truppe del marchese di Saluzzo, si accampò a Monterosi in attesa di novità.

 

Il 6 giugno Clemente VII capitolò, obbligandosi a versare al principe d’Orange 400.000 ducati, di cui 100.000 immediatamente e il resto entro tre mesi; era inoltre pattuita la consegna di Parma, Piacenza e Modena. Clemente VII, per evitare di ottemperare alle condizioni imposte dall'imperatore, abbandonò Roma e, il 16 dicembre 1527, si ritirò ad Orvieto.

 

Carlo inviò un'ambasciata presso il papa per fare ammenda dell'episodio. E Clemente alla fine, non ritenendolo responsabile, lo perdonò. Dopo questi accordi, intorno alla fine del 1529, fu stipulata la Pace di Barcellona, secondo i termini della quale, il papa, il 24 febbraio 1530, incoronò Carlo V imperatore, come segno di riconciliazione tra papato e impero. Carlo si impegnò anche ad aiutare il papa a restaurare i Medici a Firenze abbattendo la repubblica fiorentina e a concedere la Borgogna a Francesco I, che si impegnava a disinteressarsi degli affari italiani. Firenze fu consegnata ad Alessandro de' Medici (figlio illegittimo di Lorenzo), che sposò Margherita, figlia naturale di Carlo V. Facendo una parentesi su Alessandro de' Medici, molti storici sostengono ormai che la genealogia da Lorenzo Duca di Urbino fosse una semplice copertura del fatto che egli fosse in realtà figlio del papa stesso, nato nel 1511 quando egli era ancora cardinale, da una relazione con una serva di sua zia Alfonsina Orsini, chiamata Simonetta da Collevecchio e probabilmente di colore.

 

Con i problemi della riforma che infuocavano la Germania, l'imperatore si allontanò da Roma e, con i turchi che imperversavano persino sul litorale laziale, il papa si riavvicinò alla Francia. Carlo V allora, con l’intenzione di rompere la nuova amicizia, propose al papa una lega di tutti gli stati italiani contro i turchi e gli propose di convocare un concilio generale per pacificare la Germania. Clemente VII accolse di buon animo la proposta della lega, ma non accettò la proposta del concilio, temendo di procurare un'arma per i suoi avversari. L’unica cosa che fu disposto a concedere fu un accordo segreto, consacrato con la bolla del 24 febbraio 1533, in cui il papa si impegnava a convocare il concilio a data da destinarsi.

 

Nell’estate del 1533, il papa celebrò le nozze tra la nipote Caterina de' Medici, figlia di Lorenzo II de' Medici, al delfino di Francia, Enrico di Valois, secondogenito di Francesco I.

 

Clemente VII fu talmente attento alla politica italiana ed europea che trascurò e sottovalutò il movimento protestante, in special modo quello inglese. Enrico VIII non aveva un erede maschio e di questo incolpava la moglie Caterina d'Aragona, la cui unica figlia era la principessa Maria. Dopo numerose relazioni con altrettante dame di corte, si innamorò di Anna Bolena, una delle più belle signore del tempo, ma protestante. Dal 1527 Enrico iniziò a cercare un modo per divorziare da Caterina, prendendo come scusa che il matrimonio con la vedova del fratello non poteva essere valido.

 

Per perorare la sua causa Enrico mandò a Roma Thomas More, grande umanista e abile giurista. Nonostante le motivazioni addotte, il papa riteneva il divorzio impossibile, anche perché l’imperatore Carlo V era nipote di Caterina ed il papa non voleva renderselo nemico. Allora Enrico cominciò ad esercitare pressioni sul papa, arrivando, nel 1529 alla soppressione dell’indipendenza degli ecclesiastici inglesi ed ad arrogarsi il diritto di nominare i vescovi. Nel gennaio del 1533 Enrico VIII sposò Anna Bolena e, nel maggio dello stesso anno, il precedente matrimonio con Caterina d'Aragona fu dichiarato ufficialmente nullo dall’Arcivescovo di Canterbury. Dopo alcuni mesi, il 7 settembre 1533 nacque la futura regina Elisabetta, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena. Enrico venne scomunicato ed il papa continuava a ritenere legittimo il solo matrimonio con Caterina. Il re rispose allora con l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3 novembre 1534, che lo dichiarava Re supremo e unico Capo della Chiesa d'Inghilterra, attribuendosi quel potere spirituale che fino a quella data era stato appannaggio esclusivo del pontefice. Chi (come lo stesso Thomas More) rifiutò di accettare con giuramento il provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono, fu considerato reo di alto tradimento e punito con morte.

 

Lo scisma era ormai compiuto. Tutti i pagamenti che prima erano versati al papa ora venivano versati alla corona; il Parlamento escluse la principessa Maria dalla successione al trono in favore della figlia di Anna Bolena, nella speranza di un futuro erede maschio. La Bibbia venne tradotta in inglese, ai preti fu permesso sposarsi e le reliquie dei santi vennero distrutte. Tuttavia la religione di Enrico rimase quella cattolica.

Nei periodi in cui non dovette dedicarsi alla politica, Clemente VII fu un grande mecenate, con un occhio particolare alla ricerca di uomini particolarmente arguti che lo distraessero durante i pasti. Il 17 dicembre 1524, con la bolla Inter sollicitudines et coram nobis, indisse il IX giubileo. promulgata il 17 dicembre. Il papa aprì personalmente la Porta Santa. L’affluenza dei pellegrini, purtroppo, fu scarsa a causa delle guerre, del timore dell'avanzata turca e della rivolta dei contadini in Germania. Inoltre, nell'agosto del 1525 si ebbe una nuova epidemia di peste. Fu l’ultimo dei giubilei medioevali.

 

Tornato a Roma dopo la permanenza ad Orvieto, Clemente VII proseguì la sua opera di mecenate: sviluppò la Biblioteca Vaticana, continuò la costruzione della Basilica di S.Pietro, portò a termine i lavori del Cortile di San Damaso e di Villa Madama. Incaricò, inoltre, Michelangelo di affrescare la Cappella Sistina con il Giudizio Universale, seguendone personalmente i lavori. Commentò e fece pubblicare tutte le opere di Ippocrate. Nel 1528 approvò l'Ordine dei Cappuccini e, nel 1530, approvò i Chierici Regolari di San Paolo (detti Barnabiti).

 

Di ritorno dal matrimonio della nipote (1533), Clemente VII si riammalò della malattia che lo aveva colpito nel 1529 e che spesso tornava a visitarlo. Il papa morì a Roma il 25 settembre 1534, dopo aver mangiato l'amanita phalloides (un fungo mortale). Alla sua morte sotto la statua di Pasquino venne posto un ritratto dell'Archiatra Pontificio Matteo Curti, con l'ironica scritta: "Ecce aqnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi", segno che fu un Papa poco amato dal popolo romano. Era stato un pontificato intensissimo e controverso, segnato dall'onta del Sacco di Roma, durato undici anni. Clemente VII venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva. Il suo mausoleo si trova di fronte a quello del cugino Leone X e fu disegnato da Antonio da Sangallo il Giovane.

 

 

 

 

CLEMENTE VII MEDICI FIRENZE

 

 

ALCUNI ERETICI GIUSTIZIATI (WIKIPEDIA )

 

 

 

 

 

 

Paolo IV CARAFA

 

Da Wikipedia

 

 Paolo IV, nato Giovanni Pietro Carafa (in latino: Paulus IV; Sant'Angelo a Scala, 28 giugno 1476 – Roma, 18 agosto 1559), fu il 223° papa della Chiesa cattolica dal 1555 alla morte.

 

Nacque a Sant'Angelo a Scala (Avellino) da una nobile famiglia napoletana, i conti Carafa di Montorio; suo mentore fu un parente, il potente Cardinale Oliviero Carafa, che lo introdusse nella Curia Romana, quale cameriere pontificio alla corte di Alessandro VI nel 1503, per poi divenire protonotario apostolico ed essere eletto vescovo di Chieti nel 1505. Sotto il pontificato di Leone X fu ambasciatore in Inghilterra e in Spagna e nel 1518 venne trasferito alla sede arcivescovile di Brindisi.

 

Nel 1524, Clemente VII permise a Carafa di rinunciare ai suoi benefici e di entrare nell'Oratorio del Divino Amore, a Roma: qui conobbe Gaetano di Thiene, con cui decise di fondare l'ordine dei Chierici Regolari Teatini (dal nome latino della città di Chieti, Teate). Dopo il sacco di Roma del 1527, l'ordine si trasferì a Venezia. Carafa però venne richiamato a Roma da Paolo III per sedere nel comitato di riforma della Corte Papale, che, nel 1537, produsse un importante ed inattuato documento, il Consilium de Emendanda Ecclesia.

 

Nel dicembre 1536 venne creato cardinale e nel 1537 gli venne nuovamente affidato il governo della Chiesa di Chieti, che nel frattempo era stata elevata a sede metropolitana: nel 1549 venne trasferito alla sede di Napoli. Affidò il governo delle sue diocesi a degli ausiliari e rimase prevalentemente presso la Curia Romana, dove si distinse per la sua intransigenza sia nei confronti delle dilaganti idee protestanti che delle istanze delle correnti riformiste interne alla Chiesa. Si dedicò a riorganizzare i tribunali dell'Inquisizione, prima gestiti dalle singole diocesi, dirigendo la Congregazione del Sant'Uffizio col compito di coordinarne l'azione; fu anche promotore dell'Indice dei libri proibiti, promulgato il 30 dicembre 1558, pubblicato all'inizio del 1559.

 

Il 30 aprile 1555, dopo soli ventuno giorni di pontificato, morì a Roma Marcello II, il 15 maggio successivo i cinquantasei cardinali del Sacro Collegio si riunirono per eleggerne il successore nella persona di Giovanni Pietro Carafa, col nome di Paolo IV.

 

Fu seppellito a San Pietro, ma le sue spoglie furono in seguito traslate a Santa Maria sopra Minerva. Aveva sviluppato molto l'Inquisizione e per questo fu odiato dai romani, che, dopo la sua morte, ne decapitarono la statua in Campidoglio e gli dedicarono questa pasquinata:

 

Carafa in odio al diavolo e al cielo è qui sepolto

col putrido cadavere; lo spirto Erebo ha accolto.

Odiò la pace in terra, la prece ci contese,

ruinò la chiesa e il popolo, uomini e cielo offese;

infido amico, supplice ver l'oste a lui nefasta.

Di più vuoi tu saperne? Fu papa e tanto basta.

 

 

Fu una scelta a sorpresa la sua elezione a successore di Marcello II: il suo carattere rigido, severo e inflessibile, combinato con la sua età e il suo patriottismo facevano pensare infatti che avrebbe declinato l'offerta. Accettò invece, forse anche perché l'Imperatore Carlo V si era opposto alla sua ascesa.

 

La sua dedizione all'autonomia dello Stato della Chiesa fu una forza trascinante, usò l'Ufficio per preservare alcune libertà dello Stato pontificio di fronte ad una quadrupla occupazione straniera. Gli Asburgo non amavano Paolo IV ed egli si alleò con la Francia, forse contro gli interessi stessi del papato. Si alienò inoltre l'Inghilterra e rigettò la pretesa alla Corona inglese da parte di Elisabetta I. Il rafforzamento dell'Inquisizione continuò e la dirittura di Paolo IV implicò che pochi potessero ritenersi al sicuro, in virtù della sua spinta a riformare la Chiesa; anche i Cardinali che gli erano invisi potevano venire imprigionati.

 

Come altri Papi rinascimentali, Paolo IV non mostrò ritrosia nel promuovere e preferire i suoi parenti: un suo nipote fu nominato Cardinale e consigliere capo, altri parenti ricevettero favori e tenute, spesso sottratte a chi sosteneva gli spagnoli. Ad ogni modo, alla fine della disastrosa guerra contro Filippo II, nell'agosto 1557, il Papa svergognò in pubblico il nipote e lo bandì dalla Corte.

 

Il pontificato di Paolo IV ebbe un'importanza fondamentale nello sviluppo dell'Inquisizione Romana, fondata da Paolo III nel 1542, proprio con l'allora cardinal Carafa come commissario generale. Già da tempo il cardinal Carafa si era distinto nella lotta all'eresia protestante, sia per quel che riguarda la politica riformatrice (vedasi il già citato documento Consilium de Emendanda Ecclesia) ma soprattutto per la sua opera di repressione del dissenso e persecuzione degli eretici. Durante i pontificati di Paolo III e Giulio III la sua forte personalità si impose su quelle degli altri cardinali membri della Congregazione del Sant'Uffizio, dando un importante e decisivo contributo alla sua strutturazione durante gli anni '40 e '50. Quando nel 1555 Marcello II morì, si presentò l'occasione per Carafa di prendere personalmente in mano la guida della Chiesa per poter continuare e dare ancora più forza alla sua politica antiprotestante: per questo il suo pontificato fu caratterizzato in gran parte da decisioni in tal senso.

 

Già nel periodo in cui presiedeva la Congregazione del Sant'Uffizio, il cardinale Carafa aveva promosso e in parte anche condotto processi per eresia che coinvolgevano grandi personalità della Chiesa di allora, come Giovanni Morone e Vittore Soranzo, nonché raccolto corposi, per così dire, dossiers su altri cardinali che invece non furono mai processati, come Reginald Pole, per via dell'opposizione di Giulio III ad una tale politica aggressiva ai vertici della Chiesa. Una volta diventato papa nulla più impediva il suo progetto di "pulizia" tra le alte personalità della cattolicità, che riprese riaprendo vecchi processi e inaugurandone di nuovi.

 

Uno dei vescovi che si trovò a dover affrontare un secondo processo fu il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo , già condannato una prima volta e che ormai da anni si ritrovava ad essere esautorato di ogni potere nella sua diocesi, sostituito da un vicario nominato dal Sant'Uffizio. Non sono ben chiari i contorni di questo secondo processo del 1556-1557, per via della carenza di fonti, ma sappiamo che Soranzo, richiamato più volte a Roma non si poté presentare perché gravemente ammalato. Morirà difatti il 13 maggio 1558, pochi giorni dopo la conclusione del processo, che lo aveva condannato alla privazione del vescovado.

 

Il processo a Vittore Soranzo fu probabilmente il preludio a un processo molto più importante, quello contro Giovanni Morone , che già da anni era nei progetti di Carafa e che poteva finalmente attuare. Morone fu arrestato nel 1557 e venne ripetutamente interrogato dai cardinali del Sant'Uffizio (fra cui figurava anche il cardinal Michele Ghislieri, futuro papa Pio V) durante i suoi due anni di prigionia a Castel Sant'Angelo. Nonostante Paolo IV premesse per una condanna rapida del cardinale "riformato", egli non riuscì a vedere la fine del processo, che si concluse nel 1560 con la liberazione di Morone da parte di Pio IV in seguito a forti pressioni da parte di Filippo II di Spagna.

 

Non furono solo queste importanti personalità, protagoniste della corrente "moderata" e "riformata" del cattolicesimo cinquecentesco ad essere processate durante il pontificato di Paolo IV: la sua fu infatti un'operazione molto più estesa e capillare. Solo per citare alcuni altri vescovi inquisiti: Alberto Duimio, vescovo di Veglia, Andrea Centanni, vescovo di Limassol, Pietro Antonio di Capua, vescovo di Otranto ed Egidio Foscarari, vescovo di Modena

 

Il 12 luglio del 1555 emise una bolla, la Cum nimis absurdum, che istituiva la creazione del Ghetto di Roma; gli ebrei vennero quindi costretti a vivere reclusi in una specifica zona del rione Sant'Angelo. Anche in altre città dello stato pontificio gli ebrei furono rinchiusi in ghetti e obbligati a portare un copricapo giallo, per essere immediatamente individuati.

 

Si fece promotore di un radicale antigiudaismo imponendo conversioni forzate, in alternativa all'espulsione, battesimi di bimbi ebrei e altri metodi. Papa Paolo IV aveva mandato ad Ancona due commissari straordinari, Giovanni Vincenzo Falangonio e Cesare della Nave, per arrestare e processare gli ebrei apostati che dal 1540 erano fuggiti dal Portogallo e si erano stabiliti in città. Nel 1556 furono impiccati e bruciati al rogo 24 marrani che si erano rifiutati di convertirsi alla religione cattolica.

 

Nel 1558 la Congregazione del Sant'Uffizio emanò il primo Indice dei libri proibiti valido per tutta la cristianità (anche se in effetti non fu considerato valido nei territori sottoposti all'Inquisizione Spagnola, che già da tempo aveva i suoi propri Indici). Le proibizioni erano divise in tre classi: la prima comprendeva una serie di autori la cui produzione era proibita in toto, la seconda una serie di titoli, la terza tutti i volumi che non recassero indicazioni tipografiche, che non avessero ricevuto il permesso ecclesiastico e tutti i libri di astrologia e magia. In tutto, considerando anche errori e sviste, l'Indice comprendeva 904 titoli, e condannava in toto anche Erasmo da Rotterdam, nonostante fosse un autore cattolico. All'indice era allegata una lista di 45 edizioni di Bibbie e Nuovi Testamenti proibiti, nonché di editori messi al bando. Questo primo indice promulgato sotto Paolo IV (detto quindi paolino) è estremamente più severo dei suoi successori, a partire da quello promosso da papa Pio IV (detto invece tridentino, poiché discusso durante il Concilio di Trento)

 

 

 

 

PAOLO IY CARAFA

 

 

ALCUNI ERETICI GIUSTIZIATI (WIKIPEDIA )

 

 

 

 

 

 

PIO V GHISLIERI

 

 

 

 

Qualche notizia sul santo patrono della nostra comunità parrocchiale… San Pio V
[Contributo di Franco Panati, inserito anche nell'omonimo articolo del periodico Giona n° 2 di Aprile 2004]

La nostra comunità parrocchiale ha compiuto da poco i suoi primi cinquant’anni di vita. Anni alcune volte difficili, più sovente prodighi di soddisfazioni. I quali, tuttavia, sommati gli uni agli altri ci hanno portato a vivere la bella realtà attuale. Quest’anno celebriamo, inoltre, il cinquecentesimo anniversario della nascita di S. Pio V: è, quindi, d’obbligo ricordarlo in questa rubrica.
Papa Pio V nacque a Bosco Marengo (AL) il 17 gennaio 1504 dalla nobile famiglia Ghislieri. Al battesimo fu chiamato Michele, nome che mantenne anche da religioso. All’età di quattordici anni prese l’abito domenicano. Ordinato sacerdote nel 1528 e sotto la tutela di Maria, della quale fu sempre particolarmente devoto, germogliò in lui quell’angelica pietà che rappresentò l’anima ed il segreto di tutta la sua vita. In possesso di pregevoli doti di capacità e temperamento, ricoperse sempre cariche di notevole prestigio.
Iniziò la carriera apostolica con l’insegnamento a Bologna ed a Pavia. Successivamente fu chiamato a difendere la fede minacciata in Italia dall’eresia di Lutero che stava oltrepassando le Alpi. Nel 1556 Papa Paolo IV lo nominò Vescovo di Nepi e Sutri e nel 1558 lo creò Cardinale del titolo di Santa Maria Sopra Minerva. Nel 1560 il suo successore Pio IV lo trasferì alla sede di Mondovì dove la fede era più minacciata; richiamandolo successivamente a Roma dove si richiedeva la sua scienza e la sua illuminata prudenza. Alla morte di Pio IV, il 7 gennaio 1566, con l’appoggio esplicito di Borromeo (nipote dello stesso Pio IV) del Farnese e di Filippo II, fu eletto Papa prendendo il nome di Pio V. Severo, umile, autorevole ed ostinato all’un tempo, rappresentò il partito rigorista della Riforma esercitando un’influenza decisiva nella storia della Controriforma esigendo la rigida applicazione delle delibere relative ai decreti sanciti dal Concilio di Trento. Il Concilio aveva, infatti, auspicato che la dottrina cristiana venisse redatta in forma succinta, chiara, ma allo stesso tempo completa: nella convinzione che nulla poteva essere più efficace per salvaguardare i fedeli dagli errori cagionati dalle continue controversie. Anche se parecchi catechismi cattolici erano già stati pubblicati, citiamo a titolo di esempio quelli di Giovanni Dietemberg e di S. Canisio, nessuno corrispondeva alle esigenze del Concilio. Si richiedeva, quindi, una revisione radicale promossa dalla Chiesa stessa, non soltanto approvata dal Papa, ma pubblicata in suo nome. Pio IV aveva dato incarico di redigerne il testo ai domenicani Marini vescovo di Lanciano, a Foscarari vescovo di Modena ed al segretario di S. Carlo, il dotto Poggiani. Pio V mantenne verso costoro la sterra fiducia; ma volle seguire i loro lavori più da vicino e dopo il successivo esame del volume da parte di varie Commissioni, nel settembre 1566 lo fece pubblicare col titolo: "Catechismus ex decreto concilii tridentini, ad parochos, pii quinti pont. Max. iussu editus". A differenza di quello del Canisio, infatti, questo catechismo non era semplicemente un manuale compendio ad uso dei fedeli. Esso era indirizzato ai sacerdoti delle parrocchie mettendo in rilievo il dogma e la morale e fornendo loro la scienza teologica necessaria facilitandone l’insegnamento. Il Santo Padre, però, non contento della sola pubblicazione dell’opera, con una bolla del 6 ottobre 1571, rinnovò le sue esortazioni invitando i vescovi a fondare dei sodalizi destinati all’insegnamento del catechismo. Altre riforme volute dal Concilio di Trento fece pure S. Pio V. Quand’era ancora, ad esempio, semplice religioso e cardinale, visitando alcuni Santuari o assistendo ai divini uffici, aveva notato negligenza nel servizio di Dio e poca compostezza nei Fedeli. Ricevuta dal Sommo Pontefice la facoltà di rimediare a tutto ciò, si mise all’opra con grande ardore e la liturgia della Chiesa lo loda come scelto da Dio non soltanto per combattere i nemici del bene, ma anche per essere il restauratore del culto. Soppresse gli abusi che trasformavano i Templi in case profane ove si passeggiava con eccessiva famigliarità o si ciarlava e si scherzava ad alta voce senza alcun rispetto per la casa del Signore.
La riforma del culto ne richiedeva, comunque, un’altra più urgente e delicata: quella del breviario. Da circa venticinque anni, infatti, numerosi sinodi la reclamavano; mentre l’Imperatore Ferdinando I, il Re ed i Vescovi di Francia l’avevano già richiesta al Concilio. Paolo IV avrebbe avuto intenzione di estendere, a tutta la Chiesa, il breviario riformato dai teatini; ma fu sopraggiunto dalla morte. Pio V più fortunato dei suoi predecessori, i quali pur impegnatosi incontrarono non poche difficoltà, ebbe l’onore di dare al suo nome questa grande opera di restituire così alla Chiesa l’unità e la purezza della preghiera pubblica. Nella bolla QUOD AD NOBIS, promulgata il 9 luglio 1569, enumerò i principi ai quali si era ispirato ed i motivi che lo avevano indotto alla riforma. Pio V riprendendo, quindi, lì’idea di Paolo IV, già approvata dal Concilio di Trento, stabilì bene obblighi e proibizioni; facendo eccezione per le sole chiese o comunità religiose che si servivano, da almeno duecento anno, di un breviario approvato dalla Santa Sede. In questo modo la Chiesa di Milano poté, ad esempio conservare il proprio rito ambrosiano. Il nuovo breviario venne pubblicato nel 1568 dalla stamperia di Paolo Manuzio, come il Catechismo Romano. I successori di Pio V Gregorio XIII e Sisto V, quantunque suoi ammiratori, non si ritennero però legati dalla formula della QUOD AD NOBIS apportandovi delle modifiche criticate, peraltro, dal Bellarmino e dal Baronio. Altre varianti furono apportate da Clemente VIII, Urbano VIII e Benedetto XIV. Ma siccome le grandi opere finiscono sempre con il trionfare, quella di Pio V venne restituita alla dovuta stima. Il lavoro terminò nel 1570 ed una costituzione apostolica promulgò, finalmente, il nuovo messale. Altra iniziativa degna di nota fu, nel 1571, la fondazione della Congregazione dell’Indice con il compito di controllare e stilare un elenco di tutte le pubblicazioni dopo averne valutato la liceità della divulgazione. Grato a Maria, sua celeste alleata, istituì anche la festa del Rosario. Il suo santo trapasso, avvenuto il 1 maggio 1572 all’età di sessantotto anni, fu uno spettacolo degno degli angeli. Le sue spoglia mortali riposano nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Il 22 maggio 1712 fu proclamato Santo da Papa Clemente XI. La sua memoria si celebra il 30 aprile. A conclusione di questa riflessione si può osservare che S. Pio V fu considerato da alcuni un Papa scomodo; come sono scomodi, del resto, tutti i riformatori dei costumi. Rappresenta, comunque, per Lui titolo di merito l’avere debellato la simonia della Curia romana ed il nepotismo. Ai numerosi parenti che accorrevano a Roma con la speranza di ottenere privilegi, S. Pio V era solito dire che un parente del Papa può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce l’indigenza.

[ Testo di Franco Mariani - Addetto Stampa Congregazione Suore Domenicane dello Spirito Santo ]

Papa Pio V, nato a Bosco Marengo nel 1504, dalla nobile Famiglia Ghisleri, al battesimo fu chiamato Michele, nome che tenne anche da religioso. A 14 anni prese l’Abito Domenicano e sotto la tutela di Maria germogliò in lui quell’angelica pietà che fu l’anima e il segreto di tutta la sua vita. Iniziò la carriera apostolica con l’insegnamento a Bologna e a Pavia. Successivamente fu chiamato a difendere la fede, minacciata in Italia dall’eresia di Lutero che stava oltrepassando le Alpi. Michele Ghislieri fu nominato Grande Inquisitore Generale, titolo che a nessun altro passò. Parve allora rivivere in lui un'altra Gloria dell’Ordine, San Pietro da Verona, e se non dette il sangue, prodigò fatiche e sudori. Papa Paolo IV lo nominò Vescovo di Nepi e Sutri e due anni dopo lo creò Cardinale del titolo di Santa Maria Sopra Minerva. Il suo successore, Papa Pio IV, lo trasferì alla Sede di Mondovì dove la fede era più minacciata, richiamandolo poi a Roma dove si richiedeva la sua scienza e la sua illuminata prudenza. Alla morte di Pio IV i Cardinali, riunitisi in Conclave, lo elessero Papa. Il suo Pontificato, durato sette anni, fu uno dei più fecondi del suo secolo. Volle eseguiti i Decreti del Concilio di Trento, pubblicò il Catechismo Romano, stabilì l’unità della Liturgia Romana, represse il mal costume, fu il Padre d’ogni miseria. La sua gloria più grande fu la celebre vittoria contro i Turchi del 7 ottobre 1571 riportata dalle forze cristiane da lui animate e che salvò in Europa la civiltà e la fede. Grato a Maria, sua celeste alleata, istituì la festa del Rosario. Sia da vescovo, che da cardinale, che da Papa, visse sempre come un povero religioso. Volle morire con la sua rozza camicia di lana. Il suo santo trapasso fu uno spettacolo degno degni angeli. Il suo corpo è sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore. E’ stato proclamato Santo il 22 maggio 1712 da Papa Clemente XI.

 

 

 

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 Pio V, nato Antonio (in religione Michele) Ghislieri (Bosco Marengo, 17 gennaio 1504 – Roma, 1º maggio 1572), fu il 225° papa della Chiesa cattolica (1566 - 1572). Venne canonizzato da Clemente XI il 22 maggio 1712.

Nacque a Bosco (oggi Bosco Marengo, in provincia di Alessandria), appartenente all'epoca alla diocesi di Tortona e quindi al ducato di Milano, dalla nobile ma decaduta famiglia Ghislieri. All'età di quattordici anni entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori a Voghera. Nel 1519 professò i voti solenni a Vigevano, poi completò gli studi presso l'Università di Bologna. Negli anni di preparazione al sacerdozio, insieme a una solida formazione teologica, facilitata da un'intelligenza vivida, manifestò quella austerità di vita che gli avrebbe meritato tanta stima negli anni successivi. Nel 1528 ricevette l'ordinazione presbiterale a Genova e presto diede prova delle opinioni che avrebbero trovato realizzazione pratica nel corso del suo pontificato, sostenendo a Parma trenta proposte a supporto del seggio pontificio contro le eresie.

Come rettore di vari conventi domenicani si caratterizzò per una rigida disciplina e, in seguito a suo espresso desiderio, ricevette la nomina di inquisitore della città di Como. Tornato a Roma nel 1550, dove proseguì l'attività di inquisitore, fu eletto commissario generale dell'Inquisizione romana. Sotto papa Paolo IV divenne vescovo di Sutri e Nepi (1556), cardinale con il titolo di Alessandrino (1556), grande inquisitore (1558). Sotto Pio IV divenne vescovo di Mondovì (1560).

Nella sua qualità di Inquisitore generale, organizzò la distruzione delle colonie calabre dei valdesi, là chiamati Oltramontani. I monaci benedettini inviati da Ghisleri in Calabria, nel giugno 1561, con il supporto dei signorotti locali, presero d'assalto la zona nord-ovest della regione, dov'erano gli insediamenti valdesi di Guardia Fiscalda, San Sisto dei Valdesi, Montalto, San Vincenzo, Argentina, Vaccarizzo e Piano dei Rossi, distruggendo interi villaggi e sterminandone le popolazioni. Il massacro degli Oltramontani si concluse con la cattura di circa 1.600 persone e l'uccisione di altri 2.200 uomini, donne e bambini di confessione valdese, con modalità raccapriccianti

Alla morte di Pio IV, il 7 gennaio 1566, fu inaspettatamente eletto Papa grazie a un accordo tra i cardinali Borromeo e Farnese e consacrato il giorno del suo compleanno, dieci giorni dopo. La sua elezione fece tremare la curia romana, niente festeggiamenti e sontuosi banchetti per solennizzare l'evento, infatti Pio V era di carattere rigido e intransigente.

Cercò con ogni mezzo di migliorare i costumi della gente emettendo bolle, punendo l'accattonaggio, vietando il dissoluto carnevale, cacciando da Roma le prostitute, condannando i fornicatori, i bestemmiatori e i profanatori dei giorni festivi. Difese strenuamente il vincolo matrimoniale, infliggendo pene severe agli adulteri. Ridusse il costo della corte papale, impose l'obbligo di residenza dei vescovi ed asserì l'importanza del cerimoniale. Egli curò, inoltre, la pubblicazione del catechismo romano, del breviario romano riformato e del messale romano. Rafforzò gli strumenti della Controriforma per combattere l'eresia ed il protestantesimo e diede nuovo impulso all'Inquisizione Romana (condanna a morte per eresia di Pietro Carnesecchi e Aonio Paleario).

Fu rigido oppositore del nepotismo. Ai numerosi parenti accorsi a Roma con la speranza di qualche privilegio, Pio V disse che un parente del papa può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce l'indigenza. Siccome i cardinali ritenevano opportuna la presenza di un nipote del papa nel Collegio dei Principi della Chiesa, Pio V si lasciò indurre a dare la porpora a Michele Bonelli, nipote di una sua sorella e domenicano pure lui, purché lo aiutasse nel disbrigo degli affari. A un figlio (Paolo Ghislieri) di suo fratello invece permise di entrare nella milizia pontificia, ma lo cacciò persino dallo Stato appena seppe che coltivava illeciti amori.

Nel 1566 promosse la costruzione del convento domenicano di Santa Croce e Ognissanti a Bosco Marengo, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto costituire il centro di una città di nuova fondazione, nonché suo luogo di sepoltura.

Nel 1567 fondò a Pavia un'istituzione caritatevole per studenti meritevoli, il Collegio Ghislieri, che tuttora, tramite concorso pubblico, accoglie i migliori studenti dell'Università di Pavia.

Tra le sue Bolle papali, In Coena Domini (1568) ricopre un ruolo primario; tra le altre, quelle che più contribuiscono a definire la linea di condotta del suo pontificato sono: il divieto di questua (febbraio 1567 e gennaio 1570); la condanna di Michel de Bay, professore eretico di Lovanio (1567); la denuncia del dirum nefas (agosto 1568); fu persecutore degli Ebrei, a lui si deve la loro espulsione dai domini ecclesiastici tranne da Roma e da Ancona (1569); la conferma dei privilegi della Società dei Crociati per la protezione dell'Inquisizione (ottobre 1570); il divieto di discussione sul miracolo dell'Immacolata Concezione (novembre 1570); la soppressione dei Fratres Humiliati accusati di depravazione (febbraio 1571); l'approvazione del nuovo ufficio della Vergine Maria (marzo 1571).

Il poeta Aonio Paleario, che venne condannato al rogo per eresia, scrisse i seguenti versi contro il papa:

 

" Quasi che fosse inverno,brucia cristiani Pio siccome legna per avvezzarsi al fuoco dell'inferno "

 

 

Emanò contro gli ebrei la bolla "Hebraeorum gens sola quondam a Deo dilecta", con cui ne ordinava l'espulsione da tutte le terre dello Stato Pontificio, ad eccezione di Ancona e Roma. Gli ebrei di Bologna, città facente parte dello Stato dal 1506, passarono nel vicino territorio estense; ma siccome la bolla ordinava anche la distruzione di tutto ciò che potesse ricordare l'esistenza di una comunità ebraica, compresi i cimiteri, gli ebrei di Bologna abbandonarono la città portando con sé anche i loro morti. In seguito scomparirono per sempre alcune comunità ebraiche italiane: quelle di Ravenna, Fano, Camerino, Orvieto, Spoleto, Viterbo, Terracina, che mai più risorsero. Gli ebrei abitanti presso Roma si rifugiano nel già sovrappopolato ghetto romano.

In politica estera Pio V adottò una linea di difesa dei diritti giurisdizionali della Chiesa, entrando in conflitto con Filippo II di Spagna. Durante le guerre di religione in Francia, sostenne i cattolici contro gli ugonotti. Appoggiò la cattolica Maria Stuarda contro Elisabetta I di fede anglicana, che scomunicò nel 1570.

Preoccupato dall'avanzata turca, promosse una lega dei principi cristiani contro i Turchi e con Genova, Venezia e Spagna istituì la Lega Santa. Le forze navali della Lega si scontrarono con la flotta ottomana nelle acque al largo di Lepanto, il 7 ottobre 1571, riportando una vittoria che però non si concretizzò, come il papa avrebbe sperato, nella liberazione del Santo Sepolcro. Tuttavia si narra che ebbe una visione in occasione della vittoria della battaglia di Lepanto ed esclamò "sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto" e da quel giorno le campane suonano ogni giorno alle 12. L'anno successivo, nel 1572, il 7 ottobre venne celebrato il primo anniversario della vittoria di Lepanto con l'istituzione della "Festa di Santa Maria della Vittoria", successivamente trasformata nella "Festa del SS. Rosario".

Pio V, spossato da ipertrofia prostatica di cui, per pudicizia, non volle essere neanche visitato, si spense la sera del 1º maggio 1572, all'età di 68 anni, dopo aver detto ai cardinali radunati attorno al suo letto: "Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l'onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità".

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PIO V GHISLIERI

 

 

ALCUNI ERETICI GIUSTIZIATI (WIKIPEDIA )

 

 

 

 

 

 

IL DUCA ALESSANDRO FIGLIO NATURALE DI PAPA CLEMENTE VII

 

 

 Alessandro di Lorenzo de' Medici detto il Moro (Firenze, 22 luglio 1510 – Firenze, 6 gennaio 1537) , duca di Penne ed in seguito duca di Firenze (dal 1532), signore di Firenze dal 1530 al 1537; benché illegittimo, fu l'ultimo discendente del ramo principale dei Medici a governare Firenze e fu il primo duca ereditario della città.

 

 

 Fu riconosciuto figlio illegittimo di Lorenzo II de' Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico, ma molti lo ipotizzano come figlio naturale del cardinale Giulio de' Medici (che sarebbe diventato più tardi Papa Clemente VII). Non è chiaro se fosse per metà nero, forse nato dalla relazione tra Giulio e una serva mulatta di casa Medici, identificata nei documenti come Simonetta da Collevecchio (Collevecchio in Sabina); altre fonti indicano come sua madre una contadina della campagna romana. Comunque grazie al colore della propria pelle si guadagnò il soprannome de "il Moro".

 

Una volta assunto il potere a Firenze, cominciò quella trasformazione delle istituzioni repubblicane (che il trattato di resa della città imponeva di rispettare) che sarebbe stata portata a termine da Cosimo I, suo lontano cugino e successore. Avendo vissuto sempre alla corte imperiale di Carlo V ne portò a Firenze gli usi, come quello di circondarsi di una guardia di Lanzi armata di alabarde, che spaventarono e sconcertarono i fiorentini, usi a vedere anche i più autoritari Medici comportarsi con ben altra discrezione.

 

Cominciò a imprimere un tipico carattere "principesco" al proprio governo e ad eliminare i simboli, cari ai fiorentini, delle istituzioni comunali. Tra queste iniziative la più significativa fu certamente quella di incaricare Benvenuto Cellini (che ne riferisce nella sua autobiografia) di preparare monete di taglio diverso dal fiorino con la propria immagine. Inoltre Alessandro pretese (di nuovo contro i trattati) la consegna di tutte le armi possedute da privati cittadini, il che non gli impedì di morire poco dopo trafitto da un suo parente, Lorenzino de' Medici con il quale aveva un rapporto poco chiaro, che alcuni accenni (celebre la descrizione di Cellini) vorrebbero addirittura morboso.

 

Delle istituzione repubblicane lasciò in piedi solo un simbolico Senato, dal 1532, con quarantotto membri nominati a vita e un blando potere decisionale, più che altro consuntivo, sebbene la carica rimase un'alta onorificenza per tutto il successivo periodo del Granducato di Toscana.

 

Sposò la figlia naturale (poi legittimata) dell'Imperatore Carlo V, Margherita d'Asburgo il 18 gennaio 1536, anche se la coppia non ebbe alcun figlio.

 

 Da wikipedia

 

 

 

 

 

 

cardinale IPPOLITO de MEDICI

 

 

 

 

COSIMO I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COSIMO I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIULIA GONZAGA

 

 

 Nacque nel 1513 da Francesca Fieschi e da Ludovico Gonzaga, signore di Gazzuolo, Sabbioneta, Viadana e Casalmaggiore.

 

Andò sposa appena tredicenne nell'agosto del 1526 al figlio di Prospero Colonna, Vespasiano (1480-1528), rimasto vedovo l'anno prima di Beatrice Appiani, figlia del signore di Piombino, e padre di una figlia di nome Isabella. Questi, conte di Fondi e duca di Traetto, suo cugino di 3° grado, maggiore di lei di 33 anni, era, quasi non bastasse, "in cattive condizioni di salute, zoppo e monco". [1] Giulia, che aveva portato in dote 12.000 scudi d'oro, rimase vedova dopo meno di due anni, il 13 marzo 1528, e fu erede del marito a condizione che non si risposasse, nel qual caso il patrimonio di Vespasiano sarebbe andato tutto alla figlia Isabella.

 Infatti, nel testamento redatto il giorno prima della sua morte, Vespasiano scrisse: "Lasso Isabella ad Hipolito Medici nepote del Papa con 30.000 ducati de Regno in dote, et per contentezza de vaxalli et satisfatione de la posterità che li figli se chiamano con lo cognome de casa Colonna [...] In caso che il matrimonio di Isabella con Hipolito nepote non havesse loco, lo ha resolvere mia mogliere in uno de' fratelli con cinco millia ducati de rendita sopra lo stato di Campagna in dote. Del resto lasso mia mogliera donna et patrona in tutto lo stato predetto et anco del Regno, sua vita durante, servando lo habito de vidua, et in evento che si maritasse che se piglia la dote sua et Isabelhi resti herede universale tanto del Stato di Campagna quanto del Regno et di Apruzio".

Pertanto, Giulia non si sposò più, mentre Isabella non sposò Ippolito de' Medici - che fu fatto cardinale dal papa Medici cardinale il 10 gennaio 1529 - ma un fratello di Giulia, Luigi Gonzaga "Rodomonte": in questo modo, Giulia coinvolgeva nella protezione della proprietà dei suoi feudi la propria famiglia di origine e, nello stesso tempo, manteneva l'amicizia dell'influente cardinale.

 Da parte sua, Isabella ebbe da Luigi Gonzaga il figlio Vespasiano, che sarà un giorno duca di Sabbioneta e, dopo un suo nuovo matrimonio, sarà Giulia a doversi occupare del piccolo Vespasiano.

 Giulia Gonzaga si stabilì a Fondi, animando con il suo segretario, il poeta modenese Gandolfo Porrino, un piccolo ma raffinato circolo intellettuale nel locale Castello, frequentato da personalità quali Vittoria Colonna, Marcantonio Flaminio, Vittore Soranzo, Francesco Maria Molza, Francesco Berni, il pittore Sebastiano del Piombo - che le fece il ritratto - Pier Paolo Vergerio, Pietro Carnesecchi, Juan de Valdés, lo scrittore spagnolo residente a Napoli e in "odore di eresia", con il quale si mantenne in contatto per tutta la vita, il quale scriveva il 18 settembre 1535 al cardinale Ercole Gonzaga di essere stato a Fondi "con quella signora, che è grandissimo peccato che non sia signora di tutto il mondo, benché io credo che N. S. Dio ha provisto così perché anchor noi altri poveretti potiamo godere della sua divina conversatione et gentilezza, che non è punto inferiore alla bellezza".

La sua intelligenza e cultura, unita alla notevole bellezza, attirarono l'attenzione di importanti poeti del tempo, come l'Ariosto e Bernardo Tasso, il padre di Torquato, che le dedico diversi sonetti.

Anche il cardinale Ippolito non smise, malgrado la porpora, di corteggiarla: questo legato pontificio nell'Umbria, vice-cancelliere, amministratore dei vescovati di Casale e di Lecce, titolare di ricchi benefici, che manteneva nella sua lussuosa casa romana in Campo Marzio una corte di centinaia di persone, le dedicò la sua traduzione del secondo libro dell'Eneide, scrivendo che l'incendio del suo cuore, da lei provocato, era simile a quello di Troia, ed esso gli procura "affanni, sospiri e lagrime". Come una leggenda vuole che ella non volle consumare il matrimonio con Vespasiano Colonna, un'altra opposta diceria le attribuisce un figlio avuto dal cardinale Ippolito, Asdrubale de' Medici.

Nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1534, la città di Fondi fu attaccata dal corsaro Barbarossa che già da settimane andava saccheggiando le coste meridionali della penisola, effettuando rapidi sbarchi dalle sue navi. A dar credito alla tradizionale interpretazione degli avvenimenti, egli avrebbe cercato di rapirla per consegnarla in "dono" al sultano Solimano II il Magnifico. Riuscita a sfuggire al rapimento con una fuga avventurosa compiuta, naturalmente, in abiti discinti a Campodimele, il Barbarossa saccheggiò la cittadina e la vicina Sperlonga, ma fu poi respinto dalla strenua resistenza degli abitanti di Itri. Si è anche sostenuto che il tentativo del Barbarossa fosse stato sollecitato dalla famiglia Colonna che intendeva appropriarsi dei possedimenti della Gonzaga.

Lo stesso Carlo V, meno di un anno dopo, organizzò una spedizione contro Tunisi per distruggere la base delle sortite corsare del Barbarossa e quando, il 25 novembre 1535, l'imperatore rientrò a Napoli, Giulia Gonzaga andò a incontrarlo non solo per vedervi il suo vendicatore, ma per ingraziarselo a vantaggio delle proprie liti domestiche con i Colonna e la stessa figliastra Isabella. E a Napoli rimase, entrando nel convento napoletano di San Francesco delle Monache, autorizzata da un breve di Paolo III, mantenendo lo stato laicale.

Ortensio Lando la descrisse come una donna che, "scordatasi della sua bellezza, ha tutti i suoi pensieri al cielo rivolti et è fatta nelle sacre lettere assai più esercitata che l'altre femine non sono nell'ago over nella conocchia". A Napoli Giulia conobbe nel 1536 anche Bernardino Ochino, famosissimo e trascinante predicatore, generale dell'Ordine cappuccino, che fuggì poi in Svizzera per sottrarsi alla persecuzione dell'Inquisizione, e frequentò il circolo del Valdés, che la fece protagonista del suo dialogo Alfabeto cristiano, pubblicato postumo nel 1546 a cura della stessa Gonzaga. Le teorie di Valdés, condivise dalla Gonzaga, consistono nel rifiuto delle forme esteriori della devozione, nell'abbandonarsi con fiducia a Dio che, avendo posto su Cristo la punizione delle colpe dell'umanità, ha dato prova di una capacità di perdono della quale l'uomo può avere fede assoluta e la fede è un'illuminazione dello Spirito Santo, non il risultato di un'analisi razionale delle Scritture.

Con la sua morte, avvenuta nel 1541, il Valdés la fece erede di tutti i suoi scritti e Giulia proseguì le iniziative dello spagnolo, stabilendo contatti anche con il circolo che si riuniva a Viterbo nella casa del cardinale inglese Reginald Pole, vicino alle posizioni riformate. Quando, nel 1558, il cardinale Pole, rifugiato in Inghilterra, ingiunto di presentarsi a Roma davanti al Tribunale del Sant'Uffizio per rispondere dell'accusa di eresia, in punto di morte si dichiarò cattolico e obbediente al papa, la Gonzaga scrisse all'amico Pietro Carnesecchi di considerare "scandalosa" quella dichiarazione.

Le sue frequentazioni con persone sospette di essere vicine alla Riforma protestante le procurarono le attenzioni dell'Inquisizione che cominciò a raccogliere prove per un processo d'eresia ma non se ne fece nulla, grazie all'intervento dei cugini, il cardinale Ercole e Ferrante I Gonzaga.

Giulia Gonzaga morì all'età di 53 anni, il 16 aprile 1566.

Dopo la sua morte, il papa Pio V ottenne il sequestro della sua corrispondenza alla cui lettura disse che, se fosse stata ancora in vita, "l'avrebbe abrusciata viva". L'esame della sua corrispondenza con il Carnesecchi causò tuttavia l'apertura dell'inchiesta e del processo di eresia contro quest'ultimo, bruciato sul rogo il 1º ottobre 1567. Nei verbali del processo inquisitoriale contro il Carnesecchi, tanto la Gonzaga che il Pole che il Valdés, tutti ormai defunti, vengono descritti come eretici luterani.

 

Fonte : Wikipedia

 

 

 

 

 

BRUTO AMANTE

 

 

Giulia Gonzaga contessa di Fondi

 

 

dalle note Marietta dei Ricci

 

 

 

 

 

 

VITTORIA COLONNA

 

 Vittoria Colonna (Marino, aprile 1490 – Roma, 25 febbraio 1547) è stata una poetessa e intellettuale italiana.

 

Appartenente alla nobile famiglia dei Colonna in quanto figlia di Fabrizio Colonna e di Agnese di Montefeltro, dei Duchi di Urbino, ella stessa ebbe il titolo di marchesa di Pescara. I Colonna erano, in quegli anni, alleati della famiglia D’Avalos e, per suggellare tale alleanza, concordarono il matrimonio fra Vittoria e Ferdinando Francesco quando ancora erano bambini. I due si sposarono il 27 dicembre 1509 ad Ischia, nel Castello Aragonese.

Il soggiorno di Vittoria Colonna ad Ischia, dal 1501 al 1536, coincise con un momento culturalmente assai felice per l'isola: la poetessa fu infatti circondata dai migliori artisti e letterati del secolo, tra cui Michelangelo Buonarroti, Ludovico Ariosto, Iacopo Sannazzaro, Giovanni Pontano, Bernardo Tasso, Annibale Caro, l'Aretino e molti altri.

Il matrimonio con D'Avalos, sebbene combinato per servire le politiche di famiglia, riuscì anche dal punto di vista sentimentale, ma i due coniugi non trascorsero molto tempo insieme a Ischia dove si erano stabiliti, perché Ferdinando Francesco nel 1511 partì in guerra agli ordini del suocero per combattere per la Spagna contro la Francia. Fu preso prigioniero in occasione della Battaglia di Ravenna nel 1512 e deportato in Francia. Successivamente, divenne un ufficiale dell’esercito di Carlo V e rimase gravemente ferito durante la Battaglia di Pavia, il 24 febbraio 1525. Vittoria partì subito per raggiungerlo ma la notizia della sua morte la raggiunse mentre era in viaggio. Cadde in depressione e meditò il suicidio ma riuscì a superarla anche grazie alla vicinanza dei suoi amici.

Decise di ritirarsi in convento a Roma e strinse amicizie con varie personalità ecclesiastiche che alimentavano una corrente di riforma all’interno della Chiesa Cattolica, tra cui, soprattutto, Juan de Valdés e Bernardino Ochino.

Non rimase a lungo in pace perché il fratello, Ascanio Colonna, entrò in conflitto con il papa, una prima volta con Clemente VII, ed in tale occasione si trasferì a Marino e poi di nuovo a Ischia e cercò di mediare fra i contendenti. Questo, tuttavia, le evitò di vivere in prima persona la vicissitudine del Sacco di Roma (1527) e le consentì di prestare aiuto alla popolazione e di riscattare prigionieri anche ricorrendo alle proprie sostanze.

Ritornata a Roma nel 1531, nel 1535 conobbe Pietro Carnesecchi con cui intrecciò un rapporto di amicizia. In seguito, le venne l’ispirazione di compiere un viaggio in Terra santa per cui si trasferì a Ferrara nel 1537, in attesa di ottenere i permessi dal Papa, con l’intenzione di imbarcarsi da Venezia. Tuttavia non partì: la salute malferma la costrinse a rinunciare all’idea. Nel 1539 rientrò a Roma dove divenne amica di Michelangelo Buonarroti che la stimò enormemente e su cui ebbe una grande influenza.

Mantenne anche per molti anni una stretta corrispondenza epistolare con Michelangelo che nel 1540 le inviò un piccolo quadro, una Crocifissione per la propria cappella privata; i bozzetti della Crocifissione sono attualmente conservati al British Museum di Londra e al Louvre di Parigi: l'artista aveva dipinto soltanto il Cristo, la Vergine e la Maddalena e, quando nel 1547 Vittoria morì, Michelangelo modificò il quadro raffigurando Vittoria come Maddalena. Questo quadro è stato identificato da alcuni con quello conservato nella concattedrale di Santa Maria de La Redonda a Logroño.

Nel 1541 il fratello entrò per la seconda volta in conflitto con papa Paolo III, giungendo a fomentare una rivolta. Vittoria, allora, si trasferì a Viterbo dove conobbe il cardinal Reginald Pole.

Nel 1544 rientrò a Roma dove, nel 1547 la colse la morte che, probabilmente, le risparmiò un'inchiesta dell'inquisizione che perseguitò molti dei suoi amici.

 

 

Le sue opere comprendono poemi d'amore per il marito, le Rime, suddivise in Rime amorose e Rime Spirituali, ispirate allo stile di Francesco Petrarca, e composizioni in prosa di tema religioso tra cui il Pianto sulla passione di Cristo e l’Orazione sull’Ave Maria. Segue un elenco essenziale di alcune edizioni degli scritti di Vittoria Colonna, a cominciare da quelle pubblicate come poetessa ancora in vita:

 

Rime de la diuina Vittoria Colonna, In Parma, Antonio Viotti, 1538; e successive numerosissime edizioni.

Le rime spirituali della illustrissima signora Vittoria Colonna marchesana di Pescara. Non più stampate da pochissime infuori, le quali altroue corrotte, et qui corrette si leggono, In Vinegia, appresso Vincenzo Valgrisi, 1546; e successive edizioni;

Pianto della marchesa di Pescara sopra la passione di Christo. Oratione della medesima, sopra l'Aue Maria. Oratione fatta il Venerdi santo, sopra la passione di Christo, In Venetia, Paolo Manuzio, 1556; e successive edizioni;

Sonetti in morte di Francesco Ferrante d'Avalos marchese di Pescara, edizione del ms. XIII.G.43 della Biblioteca nazionale di Napoli a cura di Tobia R. Toscano, Milano, G. Mondadori, 1998;

 

da wikipedia

 

 

cardinale REGINALD POLE

 

 

 Reginald Pole, in italiano Reginaldo Polo (Stourton Castle, 3 marzo 1500 – Lambeth, 17 novembre 1558), è stato un cardinale inglese, tra i maggiori protagonisti dell'età della Controriforma.

 

La sua famiglia era strettamente imparentata con quella dei reali inglesi: suo padre, Richard Pole, era cugino di Enrico VIII, mentre sua madre, Margaret Pole Contessa di Salisbury (oggi venerata come beata dalla Chiesa cattolica), era nipote di Edoardo IV (era figlia di suo fratello, Giorgio di Clarence) e fu governante della futura regina Maria I.

 

Fin dall’infanzia fu destinato alla vita religiosa: ricevette giovanissimo gli ordini minori ed alcuni benefici ecclesiastici. Si formò in Italia, dove soggiornò fino al 1526 ed ebbe modo di frequentare personaggi della levatura di Pietro Bembo e Gasparo Contarini, ma anche l’agostiniano Pier Martire Vermigli, protagonista italiano della corrente riformista cattolica (poi passato alla riforma).

 

Nel 1527 tornò in Inghilterra, dove si ritirò nella Certosa di Sheen per completare gli studi; fu coinvolto contro la sua volontà nella vicenda del divorzio di Enrico VIII da Caterina di Aragona: benché personalmente contrario, ottenne dai teologi e canonisti dell’Università Sorbona di Parigi il parere favorevole allo scioglimento dell'unione. Perse comunque il favore del re e nel 1532 si trasferì a Padova, dove strinse un rapporto di grande amicizia con Gian Pietro Carafa, Benedetto Fontanini e Jacopo Sadoleto: a Venezia si dedicò poi allo studio filologico della Bibbia sotto la guida dell’ebreo fiammingo Giovanni di Kampen. Dopo la rottura di Enrico VIII con la Chiesa di Roma (1534), Pole inviò al re il trattato Pro ecclesiasticæ Unitatis defensione, per convincerlo a tornare sui suoi passi.

 

Ordinato diacono, Pole venne innalzato alla dignità cardinalizia da papa Paolo III nel concistoro del 22 dicembre 1536, ottenendo la diaconia dei Santi Nereo e Achilleo (fu poi trasferito, nel 1540, al titolo dei Santi Vito e Modesto e poi a quello di Santa Maria in Cosmedin): il papa lo scelse anche quale membro della commissione, presieduta dal Contarini, incaricata di tracciare le linee di una riforma della Chiesa, la quale consegnò al pontefice il documento Consilium de emendanda Ecclesia. Fu poi membro della commissione incaricata di preparare il Concilio ecumenico della Chiesa; incontrò a Nizza anche Francesco I di Francia e l’imperatore Carlo V.

 

Fu legato pontificio al Concilio di Trento (1546) e Amministratore del Patrimonio di San Pietro. Intanto a Londra sua madre e suo fratello vennero giustiziati per alto tradimento (1541). Pole si ritirò a Viterbo, dove divenne protettore del circolo degli Spirituali, i membri della Curia Romana in dissenso marcato, anche sul piano dottrinale, con la tradizione ecclesiastica e che premevano per una radicale riforma della Chiesa: del circolo facevano parte, tra gli altri, il cardinale Giovanni Morone, il protonotario apostolico Pietro Carnesecchi, le gentildonne Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, e il principale animatore era il mistico spagnolo Juan de Valdés, vicino alle dottrine luterane.

 

Intanto la Congregazione dell'Inquisizione accumulò una ricca documentazione a carico di questi personaggi, della quale si servì per controllare lo svolgimento dei successivi conclavi: in quello del 1549 (quello da cui uscì eletto Giulio III) e in quello del 1555 (da cui uscì eletto Paolo IV) il nome di Pole circolò tra quelli dei papabili, ma i sospetti di eresia avanzati soprattutto dall'interessato cardinale Giovanni Pietro Carafa (prefetto dell’Inquisizione, e in seguito divenuto Paolo IV) ne impedirono l’elezione.

Paolo IV Carafa lo costrinse a ritirarsi nel monastero benedettino di Maguzzano: dopo la deposizione di Thomas Cranmer (1555), Pole venne richiamato in patria da Maria la Cattolica, che aveva avviato la riconciliazione tra lo stato e la Chiesa, e l’11 dicembre 1555 venne eletto amministratore apostolico di Canterbury; il 20 marzo 1556 ricevette l’ordinazione presbiterale ed episcopale.

 

Morì nel palazzo di Lambeth (residenza degli arcivescovi di Canterbury), a Londra, il 17 novembre 1558, all'età di 58 anni: la regina Maria era morta dodici ore prima. Fu l'ultimo arcivescovo cattolico di Canterbury.

 

Da Wikipedia

 

 

PIETRO PERNA stampatore

 

Pietro Perna (Villa Basilica, 1519 – Basilea, 16 agosto 1582) è stato un tipografo italiano, uno dei più importanti tipografi di Basilea crocevia tra Rinascimento e Riforma protestante. I suoi libri promossero lo sviluppo del protestantesimo italiano, del socinianesimo e della teoria della tolleranza.

Pietro Perna Calcei, appartenente all'ordine dei Domenicani, si convertì al protestantesimo come discepolo del riformatore Pietro Martire Vermigli, rifugiandosi in Svizzera nel 1542 con l'aiuto di Pietro Carnesecchi[1]; giunto a Basilea nel 1544, fondò una tipografia nel 1558. Come "agente librario" costruì una rete che favorì la pubblicazione dei libri di protestanti italiani come Vermigli, Pier Paolo Vergerio, Jacopo Aconcio, Bernardino Ochino, Lelio Sozzini, Sebastian Castellio, Celio Secondo Curione, ecc. Pubblicò l'editio princeps del testo greco delle Enneadi di Plotino e stampò importanti edizioni di autori come Niccolò Machiavelli, Jean Bodin, Francesco Guicciardini, Lodovico Castelvetro, Francesco Petrarca. Pubblicò inoltre le opere di Paracelsus e di molti paracelsiani, ma anche del principale critico di Paracelso, Thomas Erastus. Morì di peste e fu sepolto a Basilea nella chiesa di S. Pietro.

 

 

 

APPENDICE

 

 

 

Mescolati agli avvisi italiani, si trovano spesso nelle raccolte de'fogli a parte contenenti copie di-documenti politici, ed altri tutti pieni di notizie oltremontane, i quali erano come supplementi , che gli stessi avvisatori fornivano ai loro clienti. I fogli si spedivano ogni settimana; quasi tutti nel sabato, il gran giorno del lavoro per gl'italiani, corrispondente anche alla mossa de'corrieri ordinari da Roma, Venezia, Genova e Milano. Una maggior frequenza sarebbe parsa cosa eccessiva e forse anche inutile; talché si teneva gran fatto, anche sul volgere del seicento, che alcune gazzette forestiere stampate uscissero due volte ogni gettimana.! Le notizie erano poste a modo di piccoli paragrafi, senza precedenza ed ordine alcuno; ed ove fossero di paesi esteri o di città lontane, si avvertiva generalmente esser cavate da altri avvisi, o da lettere; o arrivate per via di corrieri e di spaeci delle corti e di ambasciatori, de' quali si faceva ogni sforzo per penetrare il segreto. Spesso, dando nn sunto rapido di notizie portate da lettere, si costumava di ripetere la particella che, in altrettanti capoversi. Del qual modo di scrivere può servire di esempio il ragguaglio della condanna del Carnesecchi e de'suoi compagni, tal quale si legge nella gazzetta altre volte citata, che il Bartoli mandava da Venezia a Cosimo Granduca, il quale forse non potè leggerla questa volta senza impallidire:

" Per lettere di Roma de' 27 settembre 1567 [si ha) " Che domenica nella Minerva si fecero abiurare 17 persone, " con intervento di 22 cardinali. Dove in prima il Carnesecchi, per " aver dal 40 in qua tenute quasi tutte le false opinioni d' heretici, " con sottili interpetrazioni et intelligentie; per haver avuto stretto " commertio con heretici; per averne favoriti et sostentati molti con " denari; per havere fatto lezioni heretiche ad alcuni, in Fiorenza, " in Padova, in Venetia et in Francia; per havere scritte lettere a " varii signori, cercando di metter loro in capo le sue false oppinioni; per essere stato dubbioso, vario et incostante nel suo credere; per " essere stato d'animo di andare a Ginevra, dove diceva predicarsi " sicuramente Cristo, se non fussi-stato ritenuto da tre gran signori " (sopra le quali cose si discorre assai, per essere stato ammonito da " Paulo III, dichiarato heretico da Paulo IV et restituito da Pio IV-, e " sempre andato di male in peggio); et per havere ancora, stando " prigione, cercato di scrivere lettere ad heretici; fu dichiarato impe" nitente et incorrigibile. Imperò, deposto et degradato, privato di " honori, di offici, benefici et di pensioni per 4 mila scudi di entra" ta, et di tutti i suoi beni, fu dato in mano della corte secolare.

" Che detto Carnesecchi nominò molti morti, et fra gli altri un " Prioli viniziano, Marcantonio Flaminio et un Appollonio Merenda, " da' quali disse di haver imparato molte cose, una signora Isabella " Brisegna, una principessa d'Italia, che alcuni discorrono essere la " Duchessa di Ferrara, et altri la signora Vittoria Colonna. Et che " egli fusse pestilentissimo heretico dimostra la sua ostinatione, nella " quale perseverò sino hieri, nè per ancora mostra segno di pentirsi, " con tutto che gli stier.o attorno duo! frati scappuccini valenti huo" mini, et massimo il padre Pistoia, il quale mentre detto Carne" secchi era cattolico era molto suo amico. F.t si differisce di far giu" stiza per acquistar quest'anima, ma ci è poca speranza. —

" Il secondo fu Girolamo Manesio da Civital di Belluno, frate di " S. Francesco conventuale, condannato a morte, et consegnato an" cor esso alla corte secolare insieme al Carnesecchi. II quale quando " gli fu messo l'abito giallo colle fiamme di fuoco, disse: — Padre, " noi andiamo vestiti a livrea come se fussi di carnovale. — Et guar" dandolo un gentiluomo, che havea la vista corta, li disse: — Non vi " afalicate tanto per vedere questo ricamo. —Et accostatosi a lui; — " Ecco, — disse, — che ve lo mostro con comodità.—

" Che detto Carnesecchi, mentre si lesse il processo, stette sem" pre su un palco basso, nè fece mai altro che tenere una mano " sotto la guancia, et con l'altra si stropicciava la barba. Pure, " quando si venne alla sentenza, non si potette tenere che non al" zassi le mani al cielo, spargendo gravissimi sospiri, che davano " segno di animo travagliato.

" Che Sua Santità ha detto che la vita e la morte sta. in mano " del Carnesecchi, se si pente; ma, pentendosi, sarà condannato in " carcere perpetua.

" Che le sue abbazìe si daranno,una di 1000 scudi, che è nel Po" lesine, al cardinal Commendone; et l'altra, che è nel regno, di 3 mila, " chi dice al signor Don Antonio Caraffa, et chi al cardinal di Trani.

" Che Matteo e Paulo Lupari fratelli, gentiluomini bolognesi, " sono condannati ad esser murati in vita, et pagare 2 mila scudi " per fare in Bologna una abitatione per gli heretici penitenti.

" Che Antonio Aldovisi gentiluomo bolognese è condannato a " perpetua carcere.

" Che Girolamo Guastavillani, gentiluomo, Filippo Capiduro " dottore di legge, et Ottaviano Fioravanti mercante bolognese, conni dannati ad esser murati in vita.

Che Matteo Rubiani modanese, maestro di scuola in Bologna, condannato alla galera perpetua.

" Che maestro Antonio da Ferrara, libbraio in Bologna, per " havere venduti libri proibiti, et per alcuni altri inditii, abiurò come sospetto et fu confinato nel territorio di Bologna. Et tutti li sud" detti bolognesi saranno condotti alla lor patria a fare la medesima " abiuratione.

" Che Pietro Martire Providone, Battista, Francesco e Giovanni " Locatelli, tutti da Forlì, saranno condannati a perpetua carcere.

" Che Girolamo dal Pozzo da Faenza sarà murato in vita, per " essere inutile alla galera.

" Che Francesco Stagna da Faenza è condannato alla galera per " 7 anni.

" Che Giovanni Bone di Mini, ortolano da Faenza, è condannato " cinque anni alla galera. " 1

L'esempio di Roma e di Venezia si propagò rapidamente nelle altre principali città d'Italia, e specialmente in Genova ed in Milano, dove troviamo essere stabilite regolari corrispondenze di avvisi fino dagli ultimi anni del cinquecento. Gli avvisi di Genova e di Venezia applicavano soprattutto a divulgare le notizie venute dalla via del mare e del commercio. Le nuove di Spagna, di Piemonte, di Francia e delle altre regioni d'occidente; le mosse delle galere e de' navigli del mediterraneo, le imprese de'barbareschi e de'corsari affricani, si leggevano di prima mano ne' fogli genovesi. In quelli di Venezia si aveano invece, più fresche ed abbondanti, le novelle de'mari e de' paesi d'oriente e dell' impero germanico. I milanesi raccoglievano a destra e a sinistra, e si allargavano poi ne'fatti della corte di Spagna, in quella parte specialmente che riguardava il governo reale in Italia; nonché ne'successi di Svizzera, de' protestanti e della Fiandra. Ma le gazzette romane, specialmente de'loro tempi migliori, che furono gli ultimi del cinquecento ed i primi del secolo seguente, più estese di scrittura delle altre italiane,1 accoglievano le informazioni, che da ogni parte del mondo facevano recapito in quel gran centro della cristianità; ed erano poi, senza comparazione, più ricche di ragguagli di cose nostrali, specialmente delle provincie di mezzo e della bassa Italia. Benché le villeggiature, la salute e funzioni del Papa, le mosse, le promozioni, le malattie, le morti ed ogni minima cosa della curia, de' cardinali, de' nipoti, de' prelati e de' signori romani, prendano in quelle carte non piccolo luogo; pure riescono singolarmente istruttive per la copia delle notizie, ed in generale piacevoli a leggersi per la vivezza e franchezza dello siile. Per ordinario le gazzette antiche, e specialmente, queste di Roma, si estendono anche al racconto de'fatti privati, più assai di quello che sia conceduto onestamente ai fogli moderni. Ed anche le cose, che pur oggi si riferiscono, erano dagli antichi novellisti esposte più alla buona, con una certa confidenza e familiarità, che in questi parrebbero non convenire. Però le morti de'personaggi notevoli o per dignità o per condizione, erano spesso dagli antichi annunziate co' particolari de'testamenti, e talvolta col ragguaglio di quanto avessero lasciato di roba agli eredi. Le quali cose anche oggi si ricercano dagli uomini con molta curiosità, ma si tacciono per ordinario dalle gazzette. Cosi si scrivevano le vicende e gli esiti delle liti celebri, i fallimenti, le costruzioni delle fabbriche cospicue, le vendite ed anche gli affitti dei grandi palazzi e dei possessi importanti, le vincite grosse fatte da alcuno giuocando, le villeggiature, le nascite de' figliuoli, ed i matrimoni, non solo delle case de'principi, ma anche de'signori e de'cittadini più notevoli. Gran parte toccava ai ricevimenti, ed agli arrivi e partenze dei gran personaggi; ma anche gli annunzi di questi fatti, che tanto noiano il lettore delle gazzette moderne, erano in quelle vecchie, abbelliti quasi sempre da qualche curioso particolare de' cerimoniali, degli apparati e delle vesti. La lingua schietta e viva, benché non purgata; lo stile senza ombra di affettazione, ed un certo odore di buon senso, dovevano infine render grati a leggersi gli antichi fogli, così lontani dal gergo, dall'artificio, dalle parole e dai concetti di convenzione e di moda, che rendono uggiosi quelli moderni.

 

 

 

 

Passando molti altri sotto silenzio, farò menzione di due assai celebri pe' loro impieghi, e ingegno, i di cui nomi, a causa del segreto, che accompagnò la loro morte, non.hanno ottenuto un posto nel martirologio della Chiesa protestante.

Uno è Pietro Carnesecchi, Fiorentino, di buoni natali, e liberamente educato (1). Fin dalla sua prima gioventù mostrò di esser nato per " stare avanti ai re, e non avanti a uomini da poco. " A una bella presenza, ad un vivo giudizio penetrante univa affabilità, dignità di maniere, generosità, e prudenza. Sadoleti lo loda come < un giovane di spechiata virtù, e di molla coltura " (2). E Bembo ne parla in termini del più alto rispetto, ed affetto (3). Fu fatto segretario, e quindi protonotario apostolico da Clemente VII, che gli conferì due abbazie, una in Napoli, l'altra in Francia; ed era tale l'influenza di cui godeva presso quel papa, che si diceva comunemente, " che la Chiesa era governata più da Carnesecchi, che da Clemente. " Pure si condusse con tanta modestia , e convenienza nella sua delicata situazione, che in vita non incorse invidia, nè disfavore in morte del suo padrone. Ma i progressi di Carnesecchi nella carriera degli onori mondani, che aveva con tanto belli augurj principiata furono arrestati da una causa diversa. A Napoli strinse con Valdes un' intima amicizia da cui s'imbevve della dottrina riformata (4) ; e siccome possedeva una gran sincerità di cuore, e sentiva amore per la verità, crebbe ogni giorno l' attaccamento a quella dottrina, con la lettura, la meditazione, e la conferenza degli uomini dotti. Nei più bei giorni del cardinal Pole, egli fece una delle scelte società, che si formavano a Viterbo in .casa di quel porporato, e spese il tempo in esercizj religiosi (5). Quando il suo amico Flaminio, intimorito al pensiero di abbandonare la Chiesa di Roma, si arrestò nelle sue ricerche, Carnesecchi spiegò quel coraggio intellettuale, che accoglie la verità quando calpesta i pregiudizj, e la segue malgrado i pericoli, che s'incontrano in folla sul suo sentiero. Dopo la fuga di Ochino, e di Martire incorse violenti sospetti di coloro, che proseguirono le ricerche degli eretici, e nel 1546, fu citato a Roma, dove il cardinal de Bnrgos, uno degl' inquisitori, ebbe ordine di esaminare le accuse portate a suo carico. Fu accusato di corrispondenza cogli eretici, che si erano colla foga sottratti alla giustizia; di soccorrere persone sospette con denaro, di abilitarle a ritirarsi all' estero; di rilasciare certificati ai precettori, che sotto il pretesto d'insegnare i primi rudimenti, appestavano le menti della gioventù co' loro catechismi ereticali; e particolarmente di aver raccomandato alla duchessa di Trajetto due apostati, ch' egli lodava fino alle stelle come apostoli mandati a predicare il Vangelo ai pagani (6). Col favore del pacifico pontefice Paolo III, l'affare fu accomodato; ma Carnesecchi, per evitar l'odio, ch' era stato contro di lui eccitato, stimò necessario di lasciar l' Italia per qualche tempo. Dopo aver passato del tempo con Margherita di Savoja, che non era nemica delle dottrine protestanti, andò in Francia, dove godè del favore del nuovo monarca Enrico II e della regina Caterina Medici. Nell' anno 1552 tornò in patria confermato nelle sue opinioni dai rapporti avuti coi protestanti oltramontani (7), e fissò la sua

 

 

 

 

(1) Camerari dice, che Francesco Robertillo fu il suo precettore (Epistola? Flaminii, età, apud Schelhornii Amoenit. literarias, t. X, p. 1200). Se questo è, il maestro, e lo scuoiare erano della stessa età (Tiraboschi, t. VII, p. 841).

(2) Epist. fami!., voL II, p. i 89.

(3) Lettere, t. Ut, p. 437-439.

(4) Laderchii Annales, ad ann. 1367.

(5) " Il resto del giorno passò con questa santa, ed utile compagnia dei sig. Carnesecchi, e Mr. Marco Antonio Flaminio nostro. Utile io chiamo, perchè la sera poi Mr. Marco Antonio dà pasto a me, e alla miglior parte della famiglia, de ilio cibo qui non perii, in tal maniera, che io non so quando io abbia sentito maggior consolazione, nè maggior edificazione, n Lettere, il card. Reg. Polo al card. Gasp. Contarini, di Viterbo alti 9 <3i Dicembre 1541 (Pole Epistolce voi. Ili, p. 42),

(6) Laderchii Annal., ad ann. 1367.

(7) Laderchi dice, che fu intimamente legato con Filippo

 

 

 

 

dimora a Padova nello stato Veneto, perchè ivi era meno esposto ai pericoli, è agl' intrighi della corte romana, e poteva godere della società di quei, che professavano gli stessi suoi sentimenti religiosi. Non era molto, che Paolo IV era asceso al trono quando fu istruito contro di lui un processo criminale. Siccome non volle assoggettarsi all' arbitrio di quel papa furioso venne formalmente citato a Roma, e a Venezia dove non comparve nel termine prescritto, e fu perciò fulminata contro di lui la sentenza di scomunica, in forza di cui fu consegnato al braccio secolare per essere punito, quando fosse preso, come un' eretico contumace (1). Quando Giovanni Angelo de' Medici ascese alla cattedra di San Pietro col nome di Pio IV, Carnesecchi, che aveva vissuto tanto tempo nella più stretta amicizia con la famiglia di questo pontefice, ottenne da lui la cessazione di quella sentenza, senza essere ricercato di fare alcuna abjura delle sue opinioni. Gli scrittori papisti si lagnano, che, nonostante questi reiterati favori, conservava pure la sua corrispondenza cogli eretici di Napoli, Roma, Firenze, Venezia, Padova, e di altri luoghi si dentro che fuori d'Italia; che soccorresse coti denaro Pietro Gelio, eretico sacramentario, Leone Marionio, ed altri, che erano aodali a Ginevra, e che raccomandasse le opere dei luterani, mentre parlava con disprezzo di quelle dei cattolici. Quando fu fatto papa Pio V, Carnesecchi si ritirò a Firenze, e si mise sotto la protezione di Cosimo, gran duca dì Toscana, temendo con ragione la vendetta del nuovo pontefice. Dalle carte che gli furono trovate si rileva, che aveva intenzione di ritirarsi a Ginevra; ma sulla confidenza, che riponeva nel suo protettore, protrasse l' esecuzione del suo progetto, finche poi troppo tardi. Il papa spedi a Firenze il maestro del sacro palazzo con una lettera lusinghiera a Cosimo, e con istruzioni di pregarlo di consegnare Carnesecchi, come eretico pericoloso, che aveva da lungo tempo travagliato in varie maniere per distruggere la fede cattolica, ed era stato lo strumento, a corrompere le menti delle intere popolazioni. Quando il maestro del sacro palazzo giunse, e consegnò la lettera, Carnesecchi sedeva a tavola col gran duca, che per insinuarsi nella grazia del papa ordinò, che il suo ospite fosse immantinente arrestato, e tradotto a Roma; e il papa rese infinite grazie al gran duca per questa violazione delle leggi d'ospitalità, e di amicizia (I). Contro il nuovo prigioniere si compilò senza ritardo il processo avanti" la corte dell'inquisizione sopra un'accusa di trentaquattro articoli, che contenevano tutte le particolari dottrine sostenute dai protestanti in opposizione alla Chiesa di Roma (2). Questi articoli furono provati con testimonianze, e lettere dell' accusalo, che, dopo essersi per qualche tempo difeso, ammise la verità dell'accusa, e confessò gli articoli in generale. Abbiamo la testimonianza di uno storico papista, che consultò i registri dell'inquisizione, sulla fermezza, con cui Carnesecchi confessò i suoi sentimenti. < Con un cuore il più indurito, e con le orecchie incirconcise, ricusò di cedere alla necessità delle sue circostanze, e rese inutili le ammonizioni, e gl'intervalli spesso reiterati, accordatigli a decidersi; di modo che non fu possibile, per quanti mezzi fossero messi in opera, d'indurlo ad abjurare i suoi errori, e tornare nel grembo della vera religione, come Pio desiderava, il quale aveva risoluto, se si pentiva, di punire i suoi passati delitti molto più dolcemente di quello che meritava " (3). Noi non crediamo di trasgredire le leggi di carità se supponiamo, che gl' inquisitori lo tennero in carcere quindici mesi nell' intenzione di aver la gloria di annunziare in lui un penitente, e che niuna confessione 1' avrebbe mai salvato dalla pena capitale. Nel di 3 ottobre 1567 fu decapitato, e gettato alle fiamme (4). Barbara è stata veramente la politica della Chiesa romana di distruggere la fama, per altro ben meritata, e di abolire, se fosse stato possibile, la memoria, e cancellare gli stessi nomi di coloro, le cui vile furono spente per cagion d'eresìa. Quando si considera che Flaminio non isfuggi altrimenti a questa occulta censura, e che fu il suo nome cancellato dalle lettere pubblicate dopo la sua morte, quantunque non convinto mai formalmente d'eresia, e avesse degli amici nel sacro collegio, non dobbiamo meravigliarsi, che il nome di Carnesecchi abbia subito la stessa sorte (5). 11 soggetto è interessante, e non disconviene l'addurne uno, o due esempi, Il celebre Mureto stava pubblicando un'opera, che aveva per oggetto un poema in lode di Carnesecchi. Nello stesso tempo ebbe principio una persecuzione dell'eresìa in opposizione all'oggetto del suo panegirico, che mise l'autore timido in un mare di dubbiezze. Niente disposto a perdere il frutto della fatica impiegata nell'ode, ma timoroso d'altronde di associarsi ad una persona sospetta d'eresìa, tenne consiglio sul caso, e il risultato fu, che la sua precauzione vinse la sua vanità; e il poema fu soppresso (6). Carnesecchi fu intimo amico del dotto tipografo Aldo Manuzio, e fu compare ad uno de'suoi figli ; ma in una collezione delle lettere di Manuzio, pubblicate dopo che Carnesecchi ebbe incorso la stigma di eretico , il compare è cambiato in Pero. In un'edizione delle sue lettere uscite alle stampe nel 1558, lo stesso autore , scrivendo a Mureti, parla del suo Carnesecchi nella maniera la più favorevole, e gentile; ma nelle susseguenti edizioni inclusivamente a quelle che uscirono da'suoi torchi, troviamo il nome aspro del suo amico, raddolcito in quello di Molini. Più, nel dedicare un'edizione delle opere di Sallustio al cardinal Triulzi, Manuzio dice: " Pietro Carnesecchi, protonotario , uomo d' onore , famoso pel possesso di tutte le virtù, e di una mente più culta di qualunque ch' io abbia mai conosciuto nel corso della mia vita " ; ma poi nell'edizioni posteriori alla dedica, cerchiamo in vano il nome dell' onorato protonotario (7) E nell' avvicinarsi ai nostri tempi circa la metà del secolo Xvih , sortì un' edizione dei poemi di Flaminio da Mancurti, uno de'suoi concittadini, che la credè necessaria, o la giudicò conveniente per ommettere le odi dirette a Carnesecchi, " per paura d'incorrere la censura di quelli, che avevano detto, e scritto, che Marco Antonio Flaminio era un eretico, perchè coltivò l'amicizia di Carnesecchi ". (8) Nè que sto è tutto; poichè il dotto editore, nel citare una dedica di prima edizione dei poemi, ne'quali Carnesecchi è altamente lodato (9), sopprime il suo nome, dimenticandosi forse, che il suo illustre autore era stato egli stesso primieramente soggetto al medesimo indegno trattamento. Questi fatti non sono senza analogia al nostro assunto, e presenteranno alla mente dell'intelligente lettore una serie di riflessioni sulla fatale influenza, che la superstizione, e l'intolleranza devono avere esercitata in quel tempo in Italia sopra tutto ciò che riguarda il progresso nelle lettere, e generosità nello spirito. Se egli è soltanto dopo le più laboriose ricerche, e spesso pescando nel buio di fallaci nomi, confrontando l'edizioni delle opere dei dotti, che abbiamo potuto venire al giorno di una gran parte di quello, che ora sappiamo della riforma, e de'suoi seguaci in questo paese, quanti fatti importanti, che riguardano a quella, e questi, debbono restar nascosti, o sono stati irremissibilmente perduti in conseguenza della lunga non interrotta pratica di tale sistematica soppressione, e combinata impostura (

 

 

 

 

 

 

 

(1) Tuani Hist. ad ann. 1566. Laderchi che ha inserito ne' suoi Annali le lettere del papa a Cosimo, ammette la verità della narrazione di de Thou, quanto al modo dell'arresto di Carnesecchi, che loda " ex beni acta re, et optima Cosmi mente. " La lettera che domanda Carnesecchi è datala li 20 giugno, e l' altra, che porta i ringraziamenti è del primo luglio 1566:

(2) Gli articoli sono riportati per exlensum da Laderchi ne' suoi Annali, dai quali sono stati ristampati da Schelhorn (Amoen Hist. Eccles., t. II, p. \ 97-205), e di Gerdesio con qualche compendio (Ital. Ref., p. 144-148).

(3) Laderchius, ut supra.

(4) Laderchii Annales, ad ann. 1567. — Thuani Hist, ad ann. 1566. Tiraboschi, Storia della Lett. Ita!., t. VII, p. 38J e 38S. Laderchi dice, che la sentenza fu data li 46 agosto, e letta al pubblico li 21 settembre. Tiraboschi riporta la data dell' esecuzione presa dalla Storia del Galluzzi del gran Ducato di Toscana, opera che mi rincresce di non aver veduta. Laderchi rimprovera de Thou per aver detto, che Carnesecctii fu condannato al fuoco senza specificare se doveva esservi messo morto, o vivo, e asserisce, che la Chiesa romana non stabili mai che gli eretici fossero bruciati vivi. Ma nel si" ultimo volume vide necessario di ricredersi, ed ammettere la verità di ciò che evea negato (Annal., t. XXIII, f. 200).

(5) " Neque tamen occultam censurarn effugit (Flaminius), ejus nomine passim in Epistolis, quae pastea publicatae sunt, expuncto " (Thuani Hist. ad ann. 1551). Schelhorn ha prodotto degli esempj in illustrazione del vero, di asserzione di de Thou (Ergcetzlichkeiten, t. I, p. 201-205).

(6) Il passo relativo a questo soggetto è in una lettera ad Aldo Manuzio, e principia nel seguente stile caratteristico; " Erat ad Pelrum (finge alliquod ejusmodi nomen aut latinum, aut vernaculum, ita quem dicam intelliges) ode una jampridem scripta; de qua, quid faciam nescio, etc. (Mureti Orat. et Epist., lib. I, p. 442. Lips., 1672)

 

(7) Schelhorn, Ergcetzlichkeiten, 1.1, p. 205-209.

(8) Flaminii Carmina, ex praelo Cominiano, 1743, p. 375. L'editore Francesco Maria Mancurti aveva incluso le sudette odi in una prima edizione dell' Opera, stampata nel 1727 (Schelhorn, Ergcetzlichkeiten, t. I, p. 489, 491 , 192. Coni Amoen. Eccl., t. II, p. 209) Riporto uno dei poemi, donde l'intelligente lettore giudicherà della violenza, che l'editore deve aver fatta al suo gusto quando vinse la propria ripugnanza, e l'escluse.

Ad Petrum Carneseccum.

0 dulce hospitium, o lares beati,

0 mores faciles, o Atticorum

Condita? sale collocutiones,

Quann vos aegro animo, et laborioso,

Quantis rum Iacrymis miser relibquo!

Cur me saeva necessitas abire,

Cur vultum, atque oculos, jocosque suaves

Cogit linquere tam venusti amici?

Ah! reges valeant, opesque regum,

Et quisquis potuit domos potentum

Anteponere candidi sodalis

Blandis alloquiis, facetiisque.

Sed quanquam procul a tuis ocellis,

Jucundissime Carnesece, abibo

Regis imperium mei secutus,

Non loci tamen ulla temporisve

Intervalla tuos mihi Iepores,

Non murs ipsa adimet. Manebo tecum,

Tecum semper ero, tibique semper

Magham partem anima? meae relinquam

Mellite, optime, mi venuste amice.

(9) Schelhorn, Ergaetz., t. I, p. 196-7.

 

 

 

 

Nasce a Firenze il 24 dicembre 1508 da Andrea di Paolo di Simone di Paolo Carnesecchi e da Ginevra Tani

Ancora oggi il piu' noto di questo cognome

 

 

 

< ….Un uomo nato per stare a fronte ai re… >

 

 

Una figura incredibilmente controversa e ancora bistrattata e' la figura di Pietro Carnesecchi : a cicli alterni esaltata , dimenticata , disprezzata

Sicuramente un martire del libero pensiero di cui si sente il bisogno solo in certi momenti in altri un personaggio scomodo

 

E' un uomo che pur potendo salvarsi , sceglie liberamente di morire : decapitato ed arso

Sceglie di morire per preservare le sue idee

E la sua morte e' dignitosa quasi orgogliosa. Epica quel tanto che basta da colpire la fantasia dei testimoni

 

 

Altissime le sue qualita' umane sino dall'inizio

Bello , con modi e una capacita' di piacere a tutti ( umili e potenti ) , intelligente ,coltissimo , con capacita' organizzative assai sviluppate.

Legato alla famiglia Medici dai rapporti strettissimi del padre Andrea con questa famiglia

Legato ai Dovizi e al cardinal Bibbiena ( Bernardo Dovizi ) perche' fratello uterino di Monsignor Angelo Dovizi

Facilitato quindi negli inizi della sua carriera ecclesiastica sia da Clemente VII ( Giulio de Medici : figlio naturale di Giuliano ) e dai fratelli uterini , seppe pero' per le sue qualita' imporsi sulla scena romana divenendo un protagonista del papato

 

ed era tale l'influenza di cui godeva presso quel papa, che si diceva comunemente, " che la Chiesa era governata più da Carnesecchi, che da Clemente. " Pure si condusse con tanta modestia , e convenienza nella sua delicata situazione, che in vita non incorse invidia, nè disfavore in morte del suo padrone. Ma i progressi di Carnesecchi nella carriera degli onori mondani, che aveva con tanto belli augurj principiata furono arrestati da una causa diversa. A Napoli strinse con Valdes un' intima amicizia da cui s'imbevve della dottrina riformata

 

Amato e apprezzato raccoglie elogi continui ( E CHE PAIONO ESSER SINCERI ) da tutti i contemporanei

 

" Pietro Carnesecchi, protonotario , uomo d' onore , famoso pel possesso di tutte le virtù, e di una mente più culta di qualunque ch' io abbia mai conosciuto nel corso della mia vita "

Aldo Manunzio

 

Fin dalla sua prima gioventù mostrò di esser nato per " stare avanti ai re, e non avanti a uomini da poco. " A una bella presenza, ad un vivo giudizio penetrante univa affabilità, dignità di maniere, generosità, e prudenza. Sadoleti lo loda come < un giovane di spechiata virtù, e di molta coltura "

 

Queste manifestazioni divennero piu' timide quando Pietro entro' in odore di eresia , ma non cessarono tanto era il fascino del personaggio

 

Con la controriforma e lui morto Pietro divenne per i cattolici un emanazione diabolica , era l'uomo che non aveva chinato la testa , era il beneficato che aveva mostrato tutta la sua ingratitudine verso Santa Madre Chiesa , era l'uomo che Pio V il Papa santo non era riuscito a piegare , e iniziarono gli scritti diffamatori e il tentativo di distruggerne la memoria

 

Per due secoli fu dimenticato in un Italia bigottamente cattolica , asservita , ligia al potere , restia a qualunque cambiamento , sempre piu' culturalmente piatta e analfabeta

I documenti del processo erano ben custoditi nell'archivio segreto del Vaticano senza possibilita' di consultazione

 

 

 

 

Piero Carnesecchi era un uomo abituato ad ogni scaltrezza diplomatica condotta ad alto livello : era l'uomo che gia' a 22 anni era segretario di Clemente VII e trattava con l'imperatore e con il re di Francia

ma nelle lettere e' un uomo indifeso a fronte di una donna che ama e a cui vuole piacere accondiscendendo

Studiare l'uomo attraverso le dichiarazioni nei processi e le lettere puo' andare bene ma tenendo ben presente le circostanze altrimenti e' utilizzare una metodologia sbagliata

Occorrono riscontri diversi a supporto di qualunque affermazione da essi si possa pensare di trarre

Occorre principalmente , con lavoro d'archivio ricostruire le azioni

Le azioni descrivono l'uomo

La mole dei suoi contatti con molti protagonisti del suo tempo e' in ogni momento della sua vita vastissima

Di certo tutti riconoscono a Piero un'intelligenza ed una cultura superiori : e le persone che affermano questo sono tutto eccetto che persone a cui non prestar fede

Credo occorra studiare il personaggio facendo piu' fatica e utilizzando fonti non inquinate

Manca quindi ancora uno studio vero sull'azione riformatrice di Piero che probabilmente si diede da fare molto nel creare una rete eretica italiana piu' che a proporre tesi

Occorre gettare in un canto i saggi dell'Agostini e dell'Ortolani (in modo particolare ) e riordinare vecchie e nuove informazioni

 

 

Comunque Piero Carnesecchi e' uno sconfitto

Le sue idee e le sue azioni non producono effetti duraturi in Italia.

Fu considerato molto pericoloso da Pio V che si diede molto da fare per averlo in sue mani e che per questo molto concesse a Cosimo I

Questa considerazione e la meravigliosa dignita' con cui affronto' la morte lo pongono di diritto nei libri di storia di tutto il mondo

 

 

 

 

Una parentesi : il culto della umana madre del figlio di Dio : Gesu' Cristo cioe' la nostra Madonna ha un seguito maggiore del culto del divino Gesu Cristo

Invochiamo piu' spesso l'intercessione della Madonna di quanto invochiamo Gesu Cristo

Una forma residua di paganesimo

Ed in definitiva la religione pagana dei Latini nostri progenitori era infinitamente piu' tollerante della religione cristiana monoteista

 

 

 

 

 

Le radici dell’orrore – Da Alias, 11 settembre 2004

di Adriano Petta

 

Martedì 15 giugno scorso nella Sala Stampa della Santa Sede i cardinali Georges Cottier e Roger Etchegaray, assieme al bibliotecario ed archivista di S. Romana Chiesa Jean-Louis Tauran, hanno presentato gli atti del simposio internazionale sull’Inquisizione che si tenne in Vaticano dal 29 al 31 ottobre del 1998. Questi atti sono stati presentati e illustrati anche dal curatore dell’opera professor Agostino Borromeo, sotto la forma di un volume imponente di ben 788 pagine dal titolo L’Inquisizione — Atti del Simposio Internazionale edito nella collana “Studi e Testi” dalla Biblioteca Apostolica Vaticana nel 2003. IL Simposio era stato voluto da papa Wojtyla perché, in occasione del Giubileo del 2000, intendeva chiedere perdono «per le forme di antitestimonianza e di scandalo» praticate nell’arco della storia dai figli della Chiesa (cosa che fece il 12 marzo 2000 nella «Giornata del perdono»). Ma prima di chiedere perdono, era necessario avere una conoscenza esatta dei fatti. La Commissione teologico-storica del comitato giubilare aveva quindi invitato una cinquantina di professori specializzati nel campo, storici che abbiano dismesso i panni del giudice e si siano proposti solo di comprendere il passato (i testi in corsivo sono stati estratti dagli atti del simposio. Ndr.).

 

Mercoledì 16 giugno scorso quasi tutti i giornali hanno riportato la notizia della presentazione del volume, accompagnata da tabelline e commenti che riassumevano più o meno acriticamente le parole del professor Borromeo e dei cardinali che avevano presentato il libro: il numero degli eretici mandati al rogo dalla Santa Inquisizione non giungeva nemmeno a 100: erano stati solamente 99, e veniva così ristabilita la verità storica che finalmente sfatava la leggenda nera sull’Inquisizione, creata ad arte dalla propaganda anticattolica, come sottolineava esultante il principe dei giornali cattolici L’Avvenire: «tanto appassionante quanto ricco di scoperte si rivela l’imponente volume nel negare la «leggenda nera». Il card. Georges Cottier (Pro-teologo della Casa Pontificia) ha ribadito, infatti, che «una domanda di perdono che la Chiesa deve fare a riguardo dei propri errori del passato, non può riguardare che fatti veri e obiettivamente riconosciuti. Non si chiede perdono per alcune immagini diffuse all’opinione pubblica, che hanno più del mito che della realtà».

 

Ma una domanda nasceva spontanea: come mai erano trascorsi oltre sei anni per la pubblicazione degli atti del simposio? E come mai il comitato organizzatore si è premurato di assicurare che le cause stavano solo in motivi di salute di alcuni studiosi…? Occorreva leggere questo librone. I 60 euro sono stati ben spesi perché il risultato è stato effettivamente ricco di scoperte… ma non nel senso sbandierato dall’Avvenire o lasciato immaginare da gran parte della stampa (e dai numerosissimi siti cattolici di mezzo mondo) nei giorni successivi alla presentazione.

Innanzitutto la struttura di questo imponente volume. Dei 50 partecipanti al simposio, solo 30 hanno lasciato testi scritti, in italiano, inglese, spagnolo e francese (e note in portoghese e latino).

Ognuno dei partecipanti aveva ricevuto un tema da trattare (origini, strutture territoriali, procedure, inquisizione romana e le scienze, l’inquisizione e le streghe etc.): molti testi sono ossequiosi nei confronti della Chiesa cattolica, testi blandi, ambigui… ma ci sono anche testi durissimi, con molte scoperte o fatti poco noti.

 

Papa Wojtyla e il comitato organizzatore del Simposio sapevano fin dall’inizio ch’era praticamente impossibile mettere nero su bianco una cifra esatta del numero delle vittime.

L’Inquisizione cercò di far sparire quanti più archivi poté dei processi e delle sentenze. Non solo. Occorre tener presente che nel corso dei 600 anni di funzionamento di questo apparato repressivo, responsabile dei più grandi crimini collettivi della storia dell’umanità, spesso accadeva che il popolo terrorizzato ed esasperato assaltava i tribunali dell’Inquisizione distruggendo gli archivi che contenevano non solo la lista dei condannati, ma anche quella dei sospettati. Napoleone, poi, quando conquistò l’Italia, portò con sé tutti gli archivi dell’Inquisizione che purtroppo non furono ben conservati e solo una piccola parte è ancora intatti a Parigi. Nella capitale francese i pezzi erano 7900 circa, di cui 4148 volumi di processi e 472 di sentenze fino al 1771; nella seconda metà dell’800 in concomitanza con situazioni politiche “pericolose” (Garibaldi, porta Pia) i funzionari della Congregazione del Santo Uffizio operarono distruzioni nella documentazione processuale degli anni 1772-1810 che non era stata portata a Parigi e in quella prodotta in seguito. Dopo l’abolizione dell’Inquisizione in Spagna, il popolo bruciò quasi tutti gli archivi con i dati dei processi e delle condanne. Il governo illuminista del viceré Domenico Caracciolo fece bruciare tutti gli archivi di Palermo per mettere una pietra sopra quella storia di orrori e per tutelare le migliaia di persone segnalate, esattamente come accadde in tutte le terre portoghesi, come ad esempio il viceré del Portogallo conte di Sarzedas, a Goa, la capitale delle Indie.

 

Per avere un’idea delle proporzioni di quella macchina infernale, occorre ricordare che solo all’Inquisizione di Palermo lavoravano 25.000 persone! In un altro capitolo del librone risulta che le sentenze capitali eseguite a Roma dal 1500 al 1730 furono «solo» 128. Ma questi dati sono stati ottenuti da 11 dei 39 registri originari, quindi con una semplice proporzione è lecito pensare che le esecuzioni furono come minimo 453. Ma questi sono dettagli, le vittime innocenti dell’Inquisizione furono almeno cinquecentomila, senza contare i 100-150 mila presunti catari, uomini, donne e bambini, scannati vivi in poche ore a Béziers il 22 luglio 1209. Questa faccenda dei numeri è comunque fuorviante: l’orrore vero consisteva nel fatto che tutti, nessuno escluso, poteva essere sospettato, imprigionato, perdere tutte le proprietà ed essere arso vivo in quanto l’Inquisizione non giudicava dei crimini, ma le idee. Bastava un gesto, una parola, un litigio con un parente o un vicino di casa, il volersi liberare di qualcuno scomodo per essere denunziati o per denunziare.

Alcuni quotidiani hanno pubblicato la stessa tabellina che, nel librone, fa parte dell’articolo di Gustav Henningsen scritto in spagnolo. Alcuni nell’alto della tabellina hanno scritto correttamente «Caccia alle streghe», mentre sotto «le vittime dell’Inquisizione nel Seicento». S’immagini ora un qualunque lettore: prima riga, in Irlanda l’Inquisizione ha bruciato vivi solo due eretici; seconda riga, in Portogallo solo 7… ma allora è proprio vero che questa leggenda nera dell’Inquisizione è stata tutta un’invenzione! Da notare la finezza: la tabellina inizia con Irlanda e Portogallo, di cui non si conoscono i dati, mentre poteva cominciare con quelli della Polonia (10.000 creature accusate di stregoneria, bruciate vive, su una popolazione di 3.400.000… solo nel Seicento!). Senti come cambia la musica di morte? Altri quotidiani hanno compiuto veri e propri «capolavori» d’involontario depistaggio pubblicando la stessa tabellina ma intitolandola «Le esecuzioni in Europa» (esecuzioni generiche, quindi totali, mentre la tabellina in questione si riferiva solo ai condannati di stregoneria e solo al Seicento!). Occorre ricordare che la Riforma di Lutero in pratica aveva rigettato tutto del cattolicesimo, tranne la caccia alle streghe. Comunque tutta la stampa (sia cartacea che sul web) ha riassunto i dati forniti direttamente dal curatore dell’opera Agostino Borromeo, secondo i quali le condanne al rogo comminate dai tribunali ecclesiastici sono state — in Italia, Spagna e Portogallo — 99. È lecito pensare che i quotidiani abbiano fatto esattamente quello che il papa e il comitato organizzatore del Simposio si erano prefissi sei anni fa: hanno abboccato all’amo pubblicando dati che nulla hanno a che vedere con le proporzioni apocalittiche di quello ch’è accaduto in mezzo mondo per quasi 600 anni.

 

E non è nemmeno vero che in questi atti ci sia una volontà sfacciata di negare la «leggenda nera»: è l’insieme della vicenda ch’è subdolo, ma tanto la gente non leggerà mai l’imponente volume, mentre quello che scrivono i giornali sì.

 

Non è tuttavia da escludere quell’effetto boomerang tanto temuto dai vescovi e cardinali più prudenti, che per sei anni si sono opposti alla pubblicazione degli atti del Simposio: sapevano che rimestando nello sterco del demonio poteva sprigionarsi qualche zaffata. E infatti in questo librone si possono cogliere parecchie «noterelle», come la storia dell’Inquisizione spagnola e portoghese in centro-sud America e nelle Indie. Il pretesto che innescava le denunzie e i processi erano nella grande maggioranza dei casi le proprietà. Per appropriarsi dei beni della gente, la Chiesa, il Comune, la Città e lo Stato hanno accusato di eresia via via catari, valdesi, apostati, convertiti, apostolici, ebrei, ebrei neri, ebrei bianchi, musulmani, protestanti, marrani, nestoriani, induisti, blasfemi, sodomiti, streghe, illuse, illudenti, bigami, superstiziosi, anabattisti, criptogiudei, criptomusulmani, pagani, illuminati, scismatici, peccatori di magia, sortilegi, divinazione, abuso di sacramenti, disprezzo delle Chiavi, studiosi, medici, alchimisti, atei, oppositori politici, filosofi, matematici, scienziati… e li mandavano al rogo, perché l’eretico non può possedere beni, che invece sono della Chiesa la quale non lo spoglia ma si riprende ciò che è suo… anche in presenza di figli cattolici; per questo l’Inquisizione fu una macchina che macinò un’enorme massa di capitali finanziari e l’immanitas tormentorum spingeva gli accusati innocenti ad autoaccusarsi per sfuggire alla sofferenza: il risultato era che non vi si difendeva la pietas religiosa, ma se ne faceva pretesto per impadronirsi dei beni altrui. Vale la pena riportare una sola frase del Manuale degli inquisitori di Nicolau Eymerich (il «vangelo» dell’Inquisizione per secoli): «Bisogna ricordare che lo scopo principale del processo e della condanna a morte non è salvare l’anima del reo, ma… terrorizzare il popolo».

 

In genere la ripartizione dei beni depredati era 1/3 agli inquisitori, 1/3 alla Chiesa e un terzo al comune, alla città o allo stato. A Viterbo e a Roma, sedi papali, 1/3 al comune e 2/3 agli inquisitori.

Oltre allo scopo primario (minimizzare la quantità dei bruciati vivi) il Simposio aveva altri due intenti. Quello di parlare di numerose inquisizioni, di fenomeni differenziati, diversi d’epoca in epoca e di stato in stato e di far risaltare che la più umana fu — guarda caso — quella romana; e quello di addossare agli stati (soprattutto quello spagnolo e portoghese) la responsabilità di aver esagerato con la tortura e i roghi. L’ossequioso Adriano Garuti scrive, infatti, che la stessa carcerazione in S. Ufficio è forse stata soffusa da un alone eccessivamente tetro… non mancavano però normative o prassi che ne attenuavano il rigore: non si carceravano facilmente le donne, specie se nobili… e la capacità del soggetto ad essere sottoposto alla tortura era vagliata e confermata da un medico… L’inquisitore si faceva assicurare da un medico se l’eretico era forte e se si poteva divertire a sazietà. Significative sono alcune pagine di Henningsen quando racconta che quasi la metà dei 200 processi di stregoneria li portarono a compimento due inquisitori tedeschi: Jacob Sprenger (1436-1495) e Heinrich Institoris (1432-1492). La loro fanatica persecuzione delle streghe nel sud della Germania si scontrò con l’opposizione delle autorità civili ed ecclesiastiche. Allora i due inquisitori si lamentarono col papa Innocenzo VIII che il 5 dicembre 1484 emanò la bolla “Summis desiderantes affectibus” con cui dette ai due l’appoggio di cui avevano bisogno, elencando dettagliatamente quello che combinavano le streghe: «uccidono il bambino nel ventre della madre, così come i feti delle mandrie e dei greggi, tolgono la fertilità ai campi, mandano a male l’uva delle vigne e la frutta degli alberi; stregano gli uomini, donne, animali da tiro, mandrie, greggi ed altri animali domestici; fanno soffrire, soffocare e morire le vigne, piantagioni di frutta, prati, pascoli, biada, grano e altri cereali; inoltre perseguitano e torturano uomini e donne attraverso spaventose e terribili sofferenze e dolorose malattie interne ed esterne; e impediscono a quegli uomini di procreare, e alle donne di concepire…».

 

All’inizio del sec. XVI gli inquisitori di Germania, Francia e Italia intrapresero una violenta campagna di persecuzione verso la setta delle streghe con la completa approvazione del Vaticano grazie alle circolari papali emesse da Alessandro VI, Giulio II, Leone X e Adriano IV. Nel 1501 papa Alessandro VI scrive all’inquisitore della Lombardia Angelo da Verona raccomandandogli di procedere più duramente contro le tante streghe della zona che rovinano le persone, gli animali ed i raccolti. Il senato di Venezia protestò verso l’Inquisizione che aveva bruciato vive 70 streghe in Valcamonica e di sospettare che altre 5.000 facessero parte della setta satanica… ma papa Leone X nel 1521 scrisse una bolla violenta nella quale autorizzava gli inquisitori a scomunicare le autorità civili che dovessero opporsi ai roghi delle streghe condannate dal Santo Ufficio. In soli 10 anni vennero bruciate vive 3.000 «streghe».

Nella stampa populista si continua a incontrare una cifra di nove milioni di vite sacrificate durante la persecuzione delle streghe di quell’epoca. Oggi si stima che il numero di processi di stregoneria in quell’epoca è di 100.000 in totale e circa una metà, 50.000 persone, finirono al rogo. Delle 1300 vittime in Portogallo, Spagna e Italia, meno di cento roghi possono essere attribuiti all’Inquisizione dei suddetti paesi. Il resto si deve ai tribunali civili e vescovili degli stessi paesi.

 

Come se quei tribunali civili e vescovili non fossero emanazione diretta del potere della Chiesa che tutto permeava in quei secoli bui. Con questa operazione del Simposio, papa e cardinali hanno provato a mischiare le carte, a introdurre distinguo, a confondere, a scaricare responsabilità che sono state e resteranno sempre di coloro che crearono e mantennero vivo quel sistema di sterminio: la Chiesa cattolica, i suoi vertici.

Nel 1600 l’inquisitore don Alonso de Salazar Frías girò in lungo e in largo per tutto il Paese Basco spagnolo portando un Editto di Grazia alla setta delle streghe. 2000 persone si presentarono davanti all’Inquisizione chiedendo che fosse loro concessa l’amnistia promessa alle streghe. Le suddette 2000 streghe denunziarono altre 5000. Quel clima apocalittico era stato alimentato dalle bolle papali. Soprattutto la bolla di Innocenzo VIII, più di nessun altro, legalizzò la persecuzione delle streghe. Scrive Adriano Prosperi: A partire dal 1559 e per volontà di Paolo IV, in maniera sistematica e capillare, tutti i cristiani che si recarono a fare la confessione dei loro peccati furono interrogati su eventuali loro reati o semplici conoscenze di reati di eresia o lettura di libri proibiti; e se qualcosa emergeva, vennero rinviati al tribunale dell’inquisizione. Se la violenza della tortura e del patibolo spezzava i corpi, la violenza morale esercitata attraverso la subordinazione della confessione all’inquisizione spezzò le coscienze: e lo fece su tutta la popolazione in età di confessione.

Due anni prima lo stesso Paolo IV aveva investito tutta la travolgente irruenza del suo carattere nella trasformazione di un tribunale (della Santissima Inquisizione) spesso interlocutorio e prudente, incline a interrogarsi su se stesso, frenato e intralciato da altri centri di potere, in un’arma affilata di repressione e annientamento conferendogli (il 29 aprile 1557) per mezzo della minuta «Pro votantibus» licenza e facoltà di emettere voti e sentenze che comportassero tortura, mutilazioni e spargimento di sangue, fino alla morte inclusa, senza per questo incorrere in censura o in irregolarità. Il 28 ottobre dispensò tutti i cardinali e inquisitori del Santo Ufficio dall’irregolarità in cui incorrevano infliggendo tortura reiterata. Lo stesso papa, il 5 novembre dell’anno prima, aveva reso solenne e consacrato il rogo che sarebbe avvenuto la domenica successiva concedendo l’indulgenza plenaria a tutti i fedeli che avessero assistito allo spettacolo.

 

L’uso della tortura nell’Inquisizione fu introdotto da papa Innocenzo IV il 15 maggio 1252, con la bolla Ad extirpanda, mentre Innocenzo III, con la bolla del 25 marzo 1199 Vergentis in senium, aveva modificato il reato d’eresia da religioso a crimine contro lo stato, coinvolgendo così accanto alla Chiesa tutti gli stati.

Le rare volte che ci fu un tentativo di evangelizzazione senza violenza, venne puntualmente stroncato dal papato. Charles Amiel nel suo intervento L’inquisizione di Goa (capitale delle Indie portoghesi) racconta l’esperienza missionaria di due famosi gesuiti italiani, Matteo Ricci in Cina e Roberto De Nobili a Goa, nel 1605. De Nobili si stabilisce a Madurai nel paese tamil ove esercita il suo apostolato per 40 anni, adottando lo stile di vita degli eremiti brahmanici. Pratica l’ascesi e la maniera di vita di questi eremiti, opta per i loro costumi, si orna la fronte di ceneri simboliche, porta il cordone rituale e apprende il sanscrito, il tamil e il telegu. Entrambi furono prigionieri dell’accomodatio, il metodo di evangelizzazione che cercò di adattare la pratica cristiana agli usi e costumi degli autoctoni. Una missione gesuita francese creata da Luigi XIV prolunga e rivivifica nel Carnate nella prima metà del sec. XVIII l’operato di Roberto De Nobili. Ma la bolla Omnium sollicitudinum di Benedetto XIV nel 1774 scaccia definitivamente i rischiosi accomodamenti che avevano alimentato la querelle dei riti… e si tornò al metodo tradizionale della tabula rasa: l’induismo era percepito come un’accozzaglia di superstizioni e di culti demoniaci che non meritavano nemmeno il nome di religione.

 

Ventisette anni prima che a Goa sbarcasse Roberto De Nobili, il 25 novembre 1578 l’inquisitore del tribunale di Goa, Bartolomé de Fonseca, scrive: «Mi hanno consegnato un tribunale pacifico, senza processi, prigioni con pochi prigionieri (una sola nuova cristiana, che si rifiutava di confessarsi, che non cedette in nulla e morì in quello stato); nel paese segretamente infiltrata questa gentaccia di nuovi cristiani, tranquilli e a riposo. Io ho reso il tribunale piegato sotto il peso dei processi, le prigioni sono riempite al massimo di prigionieri: ce ne sono stati di più in questo solo anno che nei tredici anni in cui lavoravano congiuntamente un arcivescovo e due inquisitori. Il paese è pieno di fuoco e di cenere dei cadaveri degli eretici e degli apostati, ed io vengo considerato più come uno sposo di sangue che come uno sposo di pace, odiato da tutti quelli che tengono nascosti i loro interessi con questa gentaccia, e sono numerosi.» In effetti, aggiunge il relatore dell’articolo Charles Amiel, i roghi dal 1578 al 1579 sono i più micidiali del XVI secolo per gli ebrei: 43 alla volta. Soprattutto per gli ebrei non c’era scampo: si convertivano dappertutto ma, con la conversione, conservavano almeno le proprietà. Ed erano queste a cui davano la caccia papi e re. E allora bastava solo mettere in marcia la macchina infernale delle delazioni, arresti, incarcerazioni, processi, torture, moniti, giudizi, roghi…

 

Ma c’era qualcosa di peggio dei roghi, i forni, l’orrore apocalittico dell’inquisizione: los quemaderos di Siviglia. Erano così tanti gli eretici condannati al rogo, che furono costretti a inventarsi qualcosa di speciale che consumasse meno legna dei tradizionali autodafé: costruirono uno accanto all’altro quattro enormi forni circolari sopra una piattaforma di pietra ognuno dei quali poteva contenere fino a quaranta «dannati». Accendevano un po’ di legna sotto la piattaforma, buttavano dentro le povere creature e le cocevano a fuoco lento: occorrevano dalle 20 alle 30 ore per crepare. Funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli. 300 anni. Vennero chiusi da Napoleone Bonaparte nel 1808. Questo è riuscito a fare la Santa Inquisizione, sublime spettacolo di perfezione sociale (come scrive Adriano Prosperi citando un numero di La Civiltà Cattolica del 1853).

 

L’operazione di minimizzare l’operato dell’Inquisizione ha toccato, naturalmente, anche il conflitto fede-ragione, fede-scienza: tra 1559 e 1707 il numero delle opere scientifiche proibite dall’Inquisizione di Spagna per questa regione superò la somma di quelle proibite per ogni altra e lo stesso è quasi certamente vero per l’Indice romano, per il quale uno studio quantitativo non esiste ancora. Vale la pena ricordare che il cardinale Bellarmino — il carnefice di Giordano Bruno e Galileo Galilei — non venne fatto santo all’epoca dei fatti, nel ‘600, bensì pochi anni fa, nel 1930: ovverosia, nel 1930 la Santa Sede avallò tutto l’operato di Urbano VIII e dello spietato inquisitore Bellarmino!

 

L’Inquisizione depredava anime, coscienze, proprietà. Giustificava i genocidi. Il 90% degli indios del centro-sud America venne sterminato con il permesso e la giustificazione degli inquisitori. I conquistadores spagnoli e portoghesi depredavano le terre in nome del Bene, di Cristo. Protestanti e Anglicani del nord Europa impararono il metodo e anch’essi presero a colonizzare, depredare, sterminare popolazioni autoctone come gli indiani del nord America e gli aborigeni dell’Australia.

Oggi, come allora, gli Stati Uniti continuano a depredare in nome del bene, in nome di Dio, torturando i prigionieri per il solo piacere di torturare, dopo aver ammazzato le loro famiglie, bombardato le loro città, depredato le loro terre, le loro proprietà, i loro prodotti.

Questo è il metodo e l’insegnamento che l’Inquisizione ha lasciato in eredità al mondo cristiano, a questo feroce e spietato Primo Mondo che detiene il potere economico, politico e militare.

L’embrione del capitalismo era lì, nel fine e nel metodo dell’Inquisizione: appropriarsi di tutto, terre, proprietà, boschi, mari, col pretesto di diffondere la civiltà, usando qualsiasi metodo, spietati e indifferenti verso qualsiasi altra cultura, altra religione, provocando insanabili disastri umani e ambientali.

 

Lo stato della Germania, senza perdere tempo a indire simposi sul numero esatto degli ebrei massacrati nei campi di concentramento, ha eretto al centro di Berlino un importante museo sulla storia e gli orrori del nazismo, come monito al mondo intero e alle future generazioni tedesche.

La Santa Sede mistifica e minimizza il ruolo devastante dell’Inquisizione, invece di stigmatizzare la portata culturale e politica di quell’infernale sistema.

 

Adriano Petta, studioso di Storia delle religioni e della scienza, è autore dei romanzi storici Eresia pura, Roghi fatui (Stampa Alternativa), Ipazia scienziata alessandrina (Lampi di stampa)

 

 

 

 

 

 

 

I dadi ci riportano alla causalità della vita, a quanto essa sia imprevedibile, proprio come i numeri che vengono fuori dal lancio di dadi

 

E LE PARCHE FILANO IL DESTINO DELL'UOMO ...............................UNA STRANA CIRCOSTANZA 350 ANNI DOPO

 

 

Ai gridi ed ai lamenti
Di noi plebe tradita
La lega dei potenti
Si scosse impaurita
E prenci e magistrati
Gridaron coi signori
Che siam degli arrabbiati
Dei rudi malfattori.
 
Folli non siam ne' tristi
Ne' bruti ne' birbanti
Ma siam degli anarchisti
Pel bene militanti
Al giusto al ver mirando
Strugger cerchiam gli errori
Percio' ci han messo al bando
Col dirci malfattori.
 
Deh t'affretta a sorgere
O sol dell'avvenir
Vivere vogliam liberi
Non vogliam piu' servir.
Noi del lavor siam figli
E col lavor concordi
Sfuggir vogliam gli artigli
Dei vil padroni ingordi
Che il pane han trafugato
A noi lavoratori
E poscia han proclamato
Che siam dei malfattori.
Natura comun madre
A niun nega I suoi frutti
E caste ingorde e ladre
Ruban quel ch'e' di tutti
Che in comun si viva
Si goda e si lavori
Tal e' l'aspettativa
Che abbiam noi malfattori.
 
Deh t'affretta a sorgere
O sol dell'avvenir
Vivere vogliam liberi
Non vogliam piu' servir.
Chi sparge l'impostura
Avvolto in nera veste
Chi nega la natura
Sfuggiam come la peste
Sprezziam gli dei del cielo
E I falsi loro cultori
Del ver squarciamo il velo
Percio' siam malfattori.
 
Amor ritiene uniti
Gli affetti naturali
E non domanda riti
Ne' lacci coniugali
Noi dai profan mercati
Distor vogliam gli amori
E sindaci e curati
Ci chiaman malfattori .
 
 
 
Deh t'affretta a sorgere
O sol dell'avvenir
Vivere vogliam liberi
Non vogliam piu' servir.
Divise hanno con frodi
Citta' popoli e terre
Da cio'gli ingiusti odi
Che generan le guerre
Noi che seguendo il vero
Gridiamo a tutti i cori
Che patria e'il mondo intero
Ci chiaman malfattori.
 
La chiesa e lo stato
L'ingorda borghesia
Contendono al creato
Di liberta'la via
Ma presto i di verranno
Che papa re e signori
Coi birri loro cadranno
Per man dei malfattori.
 
Allor vedremo sorgere
Il sol dell'avvenir
In pace potrem vivere
In liberta' gioir .

 

 

L'INNO DEI MALFATTORI

 

Per oltre tre secoli il nome di Pietro Carnesecchi fu infangato negli scritti dei cattolici , marchiato d'infamia ; solo alla fine dell'ottocento uomini liberi dai dogmi lo riconobbero infine qual'era : un eroe della liberta' di pensiero ed oggi il suo sacrificio trova giustamente spazio nei libri di storia di ogni nazione .

Oggi le 34 opinioni eretiche per cui Pietro Carnesecchi fu condannato a morte da Pio V sono in buona parte accettate dalla religiosita' cattolica

Sono dovuti passare quasi 350 anni

 

 

 

Oggi si dice che un altro Carnesecchi sia stato un malfattore ......................... l'anarchico individualista Dante Carnesecchi

DI DANTE NON ESISTE PIU' L'IMMAGINE NE LA TOMBA E NON ESISTE PIU' NEMMENO IL RICORDO

 

UNA LEGGENDA ANARCHICA

 

Tra quella nidiata d'aquilotti libertari che dai colli arcolani , dominanti a mezzogiorno la conca azzurra del golfo di Spezia e a tramontana la vallata del Magra , spiccavano il volo verso tanti quotidiani ardimenti , si distingueva sopratutti Dante Carnesecchi...........

 

Dante Carnesecchi

Vezzano Ligure 12 marzo 1892 -- La Spezia 27 marzo 1921

 

  

 

Ditelo questo, a gran voce, voi almeno, che vi dichiarate amici della libertà.
………………………………………………………………………………………………
Dite alla maestà del popolo , che la eresia sociale ha oggi i suoi torturati come ieri li ebbe quella scientifica e religiosa…….

 

...la eresia sociale ha oggi i suoi torturati :

 

 

 

 

 

 

 

Aspettando il giudizio della storia

 

 

 

Quasi in una predestinazione tragica e in un certo modo stupefacente .......circa 350 anni dopo il supplizio di Pietro , un altro Carnesecchi : Dante condivideva uno stesso destino e s'immolava sull'altare in nome di una altra eresia .

Io credo che nelle loro vene scorresse lo stesso sangue ma sicuramente Dante non conosceva la storia di Pietro Carnesecchi .

Orfano di padre a nove anni Dante aveva lasciato presto la scuola e presto aveva iniziato a lavorare non aveva certo avuto modo di studiare la storia sui libri

Ma dentro di lui covava uno spirito ugualmente ribelle ed un uguale inestinguibile sete di giustizia.

Pietro e Dante sono stati sicuramente due uomini completamente diversi , per certi versi agli antipodi , diverso e' stato il tempo , diverso e' stato l'ambiente sociale , diverso e' stato l' ideale , diverso il modo di proporre la ribellione , ma in tutti e due l'animo e l' ideale erano cosi forti da renderli disposti ad affrontare la morte .

La scelta di una vita difficile li accomuna . E li accomuna la loro tragica fine affrontata da ambedue con una medesima coerenza . Tutti e due hanno avuto il coraggio di morire

 

 

 

RIVOLUZIONARIO ED ANARCHICO INDIVIDUALISTA

Dall'Italia all'America, dall'America all'Italia

Di rivolta in rivolta

Una giovinezza creata per l'azione e nell'azione interamente spesa

Sino ad una inevitabile sanguinosa e tragica morte il giorno di Pasqua del 1921

 

 

PUEBLO 1913--1915

 

 

LA SPEZIA 1916--1921

 

 

Tra quella nidiata d'aquilotti libertari che dai colli arcolani , dominanti a mezzogiorno la conca azzurra del golfo di Spezia e a tramontana la vallata del Magra , spiccavano il volo verso tanti quotidiani ardimenti , si distingueva sopratutti Dante Carnesecchi. Alto, atletico , volto energico , parco di parole, rapido nel gesto , tagliente lo sguardo : una giovinezza creata per l'azione , e nell'azione interamente spesa.

Se il tipo assoluto d'Ibsen qualcuno puo' mai averlo realizzato , questi fu Dante Carnesecchi . Egli era realmente una di quelle eccezionali individualita' che bastano a se stesse.

Gran parte delle sue gesta rimarranno per sempre ignorate , poiche' , solo a compierle , ne' porto' il segreto alla tomba .

Non aveva amici , non ne ricercava : non affetti , mollezze , piaceri . In seno alla stessa famiglia viveva senza vincoli. Verso la madre , come verso le sorelle che lo adoravano , si comportava con la freddezza di un estraneo.

Egli , a cui pur non difettavano i mezzi , coricava sul duro letto senza materasso, onde evitare di provare dell'attaccamento agli agi di casa . Un individuo simile non era fatto per essere amato. E dell'amore non conobbe ne' le estasi sublimi , ne' le dedizioni mortificanti.

Strana natura !

Perfino verso noi , tra i piu' vicini , il suo animo insofferente elevava un' ultima barriera isolatrice , come a sottrarsi ed a proteggersi dalle possibilita' d'ogni intima comunione .

Certo , egli era il piu' odiato dai nemici nostri , il piu' temuto dagl'indifferenti , il piu' ammirato dai compagni e dagli spiriti liberi : ma era anche colui che non si lasciava amare , che non fu amato.

Nessuno poteva esercitare un qualsiasi ascendente su di lui. Refrattario ad ogni influenza esteriore , egli era all'altezza delle sue azioni , che mandava in piena consapevolezza ad effetto , fidando solo sulle sue forze.

Ogni progetto , riduceva alle proporzioni di un operazione aritmetica , accomunando ad un estrema audacia un'estrema prudenza , una piena sicurezza in se' , ed una risolutezza tacita quanto irreducibile.

Nello sport quotidiano allenava il corpo alla resistenza , all'agilita' , all'acrobazia , alla velocita', e il polso alla fermezza ; nella temperanza scrupolosa conservava la pienezza del suo vigore fisico e della sua lucidita' mentale; nella musica ricercava le intime sensazioni per ricrearsi liberamente lo spirito .

Percio' egli era boxeur , lottatore , ciclista , automobilista , corridore , acrobata , tiratore impareggiabile ; suonatore e compositore di un virtuosismo piuttosto arido e cerebrale ;

ottimo poliglotta ………………………………………………………………….

 

 

dalla rivista "L'adunata dei refrattari ":

I nostri caduti : Dante Carnesecchi

articolo di Tintino Persio Rasi (Auro d'Arcola ) suo amico e compagno d'ideali

 

 

 

Quella di Dante e' una pagina di storia quasi completamente dimenticata ( io dico : volutamente dimenticata )

Ancora oggi a quasi novanta anni di distanza dalla sua morte le vicende della sua vita ed i suoi ideali non sono facili da raccontare

Non si possono giudicare le vicende della sua vita se non calandole nel clima in cui esse si estrinsecarono

Certe sue convinzioni sono ancora considerate eretiche e pericolose

 

E' possibile che la chiave di volta di tutta la storia di Dante debba ricercarsi in quei quasi tre anni passati in America , a contatto colla piu' avanzata esperienza capitalista e col bieco e disumano sfruttamento perpetuato sui minatori americani

La sua vicenda italiana va invece inquadrata in quei tumultuosi ed in un certo qual modo titanici anni d'inizio XX secolo

Dopo secoli di ottundimento la cultura italiana rialzava la testa e lanciava messaggi all'Europa , ed il paese era travolto da idealismi diversi che muovevano per la prima volta nella sua storia le moltitudini

Erano tempi difficili , erano tempi di grandi ingiustizie sociali. In quei primi anni del novecento le masse erano miserabili e senza diritti

Il contesto in cui si agitava la classe operaia era violento : una violenza che aveva imparato nelle trincee convivendo giorno dopo giorno con la morte

Per lunghi anni lo Stato aveva addestrato questi uomini psicologicamente e fisicamente ad uccidere

Per lunghi anni lo Stato aveva dato a questi uomini l'illusione che le cose dopo la guerra sarebbero cambiate , che alla fine sarebbe stato riconosciuto il giusto indennizzo al sangue dei miserabili versato per la patria

Erano i tempi in cui i miserabili pretendevano questo indennizzo

Erano i tempi in cui la classe operaia anelava di fare come in Russia e riteneva che la rivoluzione fosse un frutto maturo che aspettava solo di esser colto

Dante , piccolo possidente , avrebbe potuto scegliere una vita tranquilla e anonima , una vita come quella di altri suoi coetanei in quel caotico inizio di secolo

Ma Dante voleva cambiare il mondo che aveva trovato , ci provo' e non ci riusci

 Molto probabilmente uccise per questo , poi fu ucciso a sua volta ……….

 Quando e' giusto uccidere ? E' mai giusto ? ..........

Era un rivoluzionario Dante . Lui ,in quel momento, credeva fosse giusto e credeva che la strada che stava percorrendo fosse il sentiero che portava alla giustizia sociale

Voleva un mondo in cui il debole , la vedova , l'orfano non fossero preda dei forti ; un mondo dove un uomo non sfruttasse un altro uomo per fare del denaro

Alla violenza mascherata , dolciastra , ipocrita dello sfruttamento rispondeva con un uguale violenza non travestita da alcunche'

E allora chi aveva interesse lo chiamo' brigante , delinquente , terrorista.............ma Dante fu solo un uomo che credeva e voleva con ogni mezzo un mondo diverso

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A scandire la fine di queste vicende il pianto di povere madri sui corpi martoriati dei figli , da una parte e dall'altra , pianto che rende ancora piu' incomprensibili i tragici giochi degli uomini che si ostinano a volere sempre piu' terra e a non capire che la terra che a loro occorre e' veramente poca

 

 

 

----------------------------questa poesia di Bertolt Brecht

Poesia che sembra perfettamente attagliarsi alla parabola dell'esistenza di Dante e che descrive lo spirito con cui noi "nati dopo" dovremmo accostarci a quella sua vita e a quei suoi tempi

 

A quelli nati dopo di noi

Bertolt Brecht

 

 

…………….

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.


Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il breve periodo senza paura.

Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
veramente, vivo in tempi bui!


Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.


Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre delle classi, disperati
quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure sappiamo:
anche l'odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l'ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l'uomo è amico dell'uomo
ricordate noi
Con indulgenza.

 

 

 

Ah, noi,che volevamo preparare il terreno per la gentilezza , noi non potevamo essere gentili.

 

 

Dante Carnesecchi comunque lo si voglia giudicare oggi , visse e mori perche' altri uomini avessero la possibilita' di vivere come dovrebbe vivere un uomo : dignitosamente

E la democrazia di oggi, che piu' spesso che non si creda e' frutto della violenza di ieri , ha attinto almeno ad una goccia del suo sangue

Il sangue dei vinti e' spesso fecondo per la liberta'

E' per questo che il potere denigra i vinti che ha ucciso perche' ha paura del loro sangue

 

 

 

 

"Dizionario biografico degli anarchici italiani ", Pisa, BFS ( Biblioteca Franco Serantini ) 2004,: voce Dante Carnesecchi

 

Nativo di Arcola (SP ) , è personaggio di rilievo nel movimento anarchico spezzino: uomo audacissimo, il più temibile sovversivo di un gruppo, di cui fanno parte Abele Rìcieri Ferrari ("Renzo Novatore "), Tintino Persio Rasi ("Auro d'Arcola ") e Sante Pollastro. Accusato di aver partecipato all'assalto della Polveriera di Vallegrande il 4 giugno 1920, Carnesecchi viene tratto in arresto nel settembre successìvo, dopo l'occupazione delle fabbriche. Il giornale "Il Libertario" di La Spezia racconta che la stampa conservatrice sta facendo " un gran can can per l'arresto del terribile pregiudicato Carnesecchi, sul quale pendevano 4 mandati di cattura, che fu uno degli assalitori della Polveriera e che aveva la casa piena d'armi d'ogni genere. E se non ridi, di che rider suoli? Il Carnesecchi non è mai stato ricercato, tanto vero che tutti lo hanno veduto fino al giorno dei suo arresto passeggiare tranquillamente in città e dintorni e perfino in Pretura ed in Tribunale. E nientemeno aveva 4 mandati di cattura! O perché non lo hanno preso prima? Mistero ! "

il 7 ottobre 1920 il compagno di lotta Ferrari scrive: "Dante Carnesecchi è una delle più belle figure dell'individualismo anarchico. Alto, vigoroso, pallido e bruno. Occhi taglienti e penetranti di ribelle e di dominatore. Ha l'agilità di un acrobata ed è dotato di una forza erculea. Ha ventotto anni. E' un solitario ed ha pochissimi amici. L'indipendenza è il suo carattere. La volontà è la sua anima. Nelle conversazioni è un vulcano impetuoso di critica corrodente. E' sarcastico, ironico, sprezzante [ ... ] . E' un anarchico veramente individualista". Rimesso in libertà, dopo sei mesi di carcere preventivo, per mancanza di qualunque indizio, Carnesecchi è vittima di un agguato ordito da sette carabinieri, ben noti per aver provocato e arrestato altri sovversivi, e viene assassinato al Termo d'Arcola la sera del 27 marzo 1921, a pochi passi da casa sua.

"Si trattava" scriverà Tintino Rasi "di una caserma speciale, fuori classe, a cui erano stati chiamati, mediante concorso volontario, una dozzina di militi scelti tra i più brutali e i più sanginari dell'arma". Gli anarchici denunciano apertamente i militi e li accusano di avere "proditoriamente e selvaggiamente assassinato" il loro compagno di ideali: il 27 marzo i carabinieri del "Limone" racconta "Il Libertario" - sono sortiti dalla caserma come "cannibali ebbri ed armati", al comando di un "nefasto brigadiere", e si sono recati "al canto provocatore di " Bandiera rossa" ed altri inni sovversivi in ricerca della preda designata al Termo d'Arcola". Qui hanno schiamazzato, bevuto e costretto, con la violenza, la gente a rincasare, poi sono piombati su C., che usciva di casa con lo zio Azeglio e l'amico Franceschini portando con sé una chitarra, e hanno brutalmente colpito Azeglio con una frusta e sparato a Franceschini, senza ferirlo. Quanto a Carnesecchi , egli è stato schiaffeggiato dal brigadiere e investito dai militi con "una briaca, tempestosa sfuriata di nervate", prima di essere abbattuto da una fucilata alla schiena e colpito da numerose rivoltellate e pugnalate, mentre i carabinieri urlavano: "Vigliacco! Voglio spezzarti il cuore con una revolverata !"e il brigadiere ordinava: "Prendi il pugnale, spaccagli il cuore!". Il 29 marzo 1921 la mamma di Carnesecchi smentisce la versione dell'accaduto, diffusa da "Il Tirreno" e da altri giornali conservatorì, puntualizzando che il 27 marzo i carabinieri hanno íngìunto al figlio e ai suoi due compagni di fermarsi e di alzare le braccia: "Mio figlio e gli altri obbedirono chiedendo a quei sette [ ... ] chi fossero. Rispose il brigadiere qualificandosi e mio figlio declínò allora il suo nome. A questo punto il brigadiere, saputo che davanti aveva mìo figlio, gli vibrò uno schiaffo e tutti i carabinieri incominciarono a colpire con nerbate e pugnalate i tre disgraziati, i quali tentarono di salvarsi con la fuga. Mio figlio venne travolto e gettato a terra dove fu colpíto da vari colpi di rivoltella e dì fucile. [......] "E' pure falso che mio figlio fosse colpito da mandato di cattura".

Migliaia di lavoratorì partecìpano ai funerali di Carnesecchi, che rìescono "seri, imponenti, commoventi", nonostante gli espedientì della Questura locale, che ha censurato i manifesti degli anarchici e della Cd L sindacale. il carro funebre è coperto di corone, la bara avvolta da un labaro rosso, sul quale è scritto in nero: " Giù le armi". Sono presenti anarchici, comunisti, socialisti e operai iscritti alla Cd L sindacale e a quella confederale. Il saluto all'assassinato è portato da P. Binazzí, direttore de "Il Libertario" della Spezia, e da Ennìo Mattias, segretario della CdL sindacalista,

(F, Bucci- R. Bugiani - M. Lenzerini)

 

 

 

"Que coisa entendeis por uma nação, Senhor Ministro?
é a massa dos infelizes?
Plantamos e ceifamos o trigo, mas nunca provamos pão branco.
Cultivamos a videira, mas não bebemos o vinho.
Criamos animais, mas não comemos a carne.
Apesar disso, vós nos aconselhais a não abandonarmos a nossa pátria?
Mas é uma pátria a terra em que não se consegue viver do próprio trabalho?"

 


(resposta de um italiano a um Ministro de Estado de seu país, a propósito das razões que estavam ditando a emigração em massa)

 

 

L’uomo è nato libero e dappertutto è in catene. Persino chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di costoro. Come si è prodotto questo mutamento? Lo ignoro. Che cosa lo può rendere legittimo? Credo di poter rispondere a questa domanda. Se considerassi soltanto la forza, e l’effetto che ne deriva, direi: fino a che un popolo è costretto ad obbedire e obbedisce, fa bene; non appena può scuotere il giogo e lo scuote, fa ancor meglio; poiché, riacquistando la propria libertà in base al medesimo diritto in base al quale gli è stata tolta, o è legittimato a riprendersela ovvero non si era legittimati a togliergliela.

(Rousseau, Il contratto sociale, I, 1)

 

 

 

 

 

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  ing. Pierluigi Carnesecchi La Spezia anno 2003

 

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